QUINTA DOMENICA DI PASQUA

QUINTA DOMENICA DI PASQUA

 At 14, 21b-27: Sal 144; Ap 21,1-5a; Gv 13, 31-33a.34-35

 In queste domeniche del tempo di Pasqua la contemplazione del mistero del Figlio di Dio crocefisso e risorto, il mistero di Gesù, Figlio dell’uomo che racconta nella sua carne il volto autentico di Dio, si dispiega con ampie volute in tutta la sua bellezza e in tutti i sui frutti.

            I testi della Santa Scrittura che oggi vengono proclamati in tutta la Chiesa ci fanno soffermare su un dono, anzi sul dono pasquale più autentico: il comandamento nuovo. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Non è questa una legge ma un dono, un dono radicato però in un altro dono, nel dono di Gesù che consegna la sua vita in un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1). E’ un dono che ha radici profonde nel dono del Padre al mondo, un mondo tanto amato da Lui, un mondo per cui ha dato (lo stesso verbo che Gesù usa per dire che ci un comandamento nuovo) il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3, 16). Un dono che è un concreto consegnare la propria vita per amore…

            E’ necesario, infatti, notare che il comandamento nuovo è dato da Gesù solo dopo che Giuda fu uscito e lui non lo ha fermato; quell’amore, dunque, che Gesù dona ai suoi nel comandamento nuovo è ormai già reale e attuale in lui: Giuda sta precipitando nella notte del mondo in cui trascinerà anche Gesù che liberamente si lascerà afferrare dalle tenebre per raggiungere nell’amore ogni uomo che è nelle tenebre.

            Il comandamento è detto nuovo nel senso di definitivo, di ultimo; sì, è l’estremo dono di cui saranno capaci i discepoli per l’invio dello Spirito che Gesù promette (la prossima domenica ascolteremo questa promessa di Gesù nel quarto Evangelo). Lo Spirito ricorderà loro Gesù ed il suo donarsi, ricorderà loro che il volto di Dio è visibile solo nell’amore estremo di Gesù e comprenderanno che è quella l’unica via per narrare Dio al mondo.

            L’amore estremo di Gesù è un amore fedele che ama anche quell’amico che sta precipitando nella notte ed anche per lui si offre, quell’amore fedele non si spaventa dell’infedeltà e del tradimento, non si spaventa delle impressionanati debolezze degli uomini, ma tutti avvolge e tutti attira a sé (cfr Gv 12, 32). Questo amore è gloria  di Dio, è cioè narrazione, epifanìa del peso (questo il significato originario della parola ebraica) che Dio ha per Gesù e di contro del peso che Gesù ha per Dio… Per il IV Evangelo il mistero della Pasqua è mistero di gloria in quanto la croce è la via con cui il Figlio dice Padre! nell’amore offrendosi e la resurrezione è la via con cui il Padre dice Figlio! risuscitandolo.

            In questo movimento di amore e di gloria Gesù vuole che entriamo anche noi! Il comandamento nuovo è il dono che è porta a questo mistero tenerissimo della gloria. Solo amandosi i suoi discepoli saranno riconoscibili perché a lui somigliantissimi. Non saranno gli atteggiamenti pii o religiosi a dare identità ai discepoli di Gesù ma solo quell’amore che li fa simili al Signore e Maestro. E’ inutile cercare altrove l’identità cristiana, questa è possibile solo a chi accetta il dono dell’amore e vive nel comandamento nuovo.

            O la Chiesa di Cristo è questo o si smarrisce in mille e mille rivoli stravolti e stravolgenti che nulla hanno più di Cristo e che non hanno luce e sapore di definitivo ma avranno sempre il tanfo di morte del caduco e del transitorio. Quando i cristiani smarriscono il comandamento nuovo ammantano il transitorio di eterno e divengono idolatri delle opere delle loro mani e questo è tremendo. La parola di Gesù che questa domenica risuona in tutta la Chiesa è carezza sul cuore mostrandoci la semplicità estrema della via di Gesù! Via umanissima e perciò divina! Ecco l’uomo! dirà Pilato dinanzi al volto di Gesù sfigurato per amore; Ecco l’uomo dovrebbe poter dire il mondo con stupore e speranza dinanzi al volto d’amore dei discepoli di Gesù. Vorrei dire: innanzi al volto d’amore della Comunità dei discepoli di Gesù! Infatti – si badi bene – il comandamento nuovo riguarda l’amore all’interno della comunità dei discepoli; l’ultimo compito (mandatum novum!) è l’amore che i discepoli devono avere l’un l’altro! Solo se si amano tra loro i discepoli di Gesù potranno rendere conoscibile l’amore ai “tutti”! Il mandatum novum non riguarda l’amore universale ma l’amore intra-ecclesiale! Se ci si ama “dentro” la Chiesa e non in un modo generico ma “come” ha amato Gesù, cioè “dando la vita”, tutti gli uomini potranno sapere che c’è un modo nuovo di essere uomini, di vivere le relazioni, d concepire la storia e il senso della propria vita! L’identità cristiana – ripetiamolo con forza – non è data da nulla che non sia questo amore scambievole che racconta Dio! Solo così il mondo conoscerà il vero volto di Dio: attraverso una comunità di uomini e donne che si amano a costo di perdere la vita, che si amano nello stie paradossale e radicale di Gesù! Può amare il mondo e servirlo solo chi ha fatto l’esperienza di essere amato fino all’estremo, solo chi a partire da questo ha imparato ad amare i fratelli che hanno condiviso assieme questo essere amati dal Cristo … l’amore intra-ecclesiale è annunzio e scuola d’amore nello stile “folle” di Gesù!

            Così, solo così, si cammina nella storia verso quel nuovo cielo e nuova terra che, con infinita nostalgia d’eterno, canta Giovanni nel passo dell’Apocalisse che è proclamato oggi.

            Così, solo così, l’umanità si potrà presentare come sposa adorna e pronta  per il suo sposo.

            Così, solo così, solo nell’agàpe del comandamento nuovo la Chiesa sarà dimora del Dio-con-noi!

            Solo questa è la via per condurre umilmente la storia a quel giorno benedetto e nuovo (definitivo perché giorno senza tramonto) in cui il Signore tergerà ogni lacrima e ne abbatterà per sempre le atroci cause: la morte, il lutto, il lamento ed il dolore! Giorno benedetto in cui si abbracceranno l’infinita grazia di Dio e l’umile amore che la Chiesa ha saputo vivere a partire dal dono del Crocefisso Risorto.

            L’agàpe fa nuove tutte le cose!

            Gesù in questa via ha creduto, l’ha vissuta e l’ha cantata! Gesù l’ha sognata anche per noi: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati così amatevi anche voi gli uni gli altri.

            Semplice!  Tremendamente semplice! Tanto semplice da far tremare!

 

                                       P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

           

 

 

 

 

 

 

QUARTA DOMENICA DI PASQUA

QUARTA DOMENICA DI PASQUA

 At 13, 14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10, 27-30

            La riflessione sul mistero pasquale continua questa domenica con l’ icona del buon pastore; quest’anno passa un brano brevissimo del decimo capitolo dell’evangelo di Giovanni, brano forse troppo breve che, estrapolato dal suo ampio contesto, rischia di aprire a discorsi generici e moralistici … magari di tipo vocazionale per l’uso invalso di fare di questa domenica un momento di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Credo che bisogna leggere questo testo in una più ampia prospettiva, in un’ottica certamente rivelativa del volto di Dio mostrato in Gesù e nella sua croce e risurrezione.

            Il quarto Evangelo ha chiarissima questa prospettiva: Gesù è la narrazione, la spiegazione del Padre (Gv 1,18); questa narrazione sarà per Giovanni il motivo della condanna di Gesù: la verità che ha narrato è la sua identità di Cristo e di Figlio di Dio, egli è il Cristo perché è Figlio di Dio; sarà ucciso perche presenta un Cristo altro e un Dio altro rispetto a quello che si pensa. Gesù narra un Dio che non risponde alle attese e ai timori degli uomini; quello che Gesù narra con tutto se stesso non è un Dio potente che si impone e vince, che esonera i suoi dal dolore, dalla malattia e dalla morte; non è un Dio che assicura il funzionamento del mondo, un Dio “della natura” che provvede alla fecondità della terra, al benessere delle greggi, al contenimento dei fenomeni naturali che spaventano l’uomo … è certo Colui che tutto regge perché è il Creatore ma è il Dio della storia, che si fa storia con gli uomini che egli ama … è Signore perché si fa schiavo con gli schiavi (e questo fin dal tempo dell’Esodo era chiaro: è il Dio degli schiavi e non del Faraone!), è pastore perché agnello mansueto ed offerto. È salvatore perché perde la sua vita.

            Noi abbiamo idee ambigue sul Cristo, ma anche sulla vita, anche sulla morte … abbiamo idee falsate anche su Dio e di conseguenza anche sull’uomo; Gesù si presenta a noi come Colui capace di non di compiere le nostre attese che spesso si volgono verso orizzonti miopi e fallaci, ma di compiere le sue promesse! La promessa che questo Evangelo di oggi tratteggia è la promessa di una vicinanza straordinaria tra noi e Lui; una vicinanza che siamo capaci di cogliere perché è la vicinanza di chi si è fatto davvero nostro compagno nella sofferenza e nella morte, è la vicinanza di chi ci precede nel cammino di umanità, ci precede proprio come il pastore che nell’uso orientale procede sempre avanti al gregge. Bevendo il calice della nostra umanità dolente Gesù ha creato un legame indistruttibile ed assoluto con ogni essere umano. Ecco cosa rende la voce e la parola di questo pastore inconfondibili; chi appartiene al suo gregge le riconosce! Il battezzato ha dentro di sé come un senso ulteriore capace di riconoscere quella voce e quel volto ogni qual volta Gesù lo sfiora più da vicino … come il discepolo amato ha la vocazione di gridare E’ il Signore a quanti non sanno cercarlo e sono raggelati nelle loro infecondità (cfr Gv 21,7). Chi è capace di riconoscere la sua voce  appartiene al suo gregge, come Maria di Magdala che nel giardino riconosce la sua voce che la chiama per nome e non deve pretendere di afferrarlo con le proprie mani (Cfr Gv 20,17) ma deve cominciare a vivere nelle mani di Lui; in questo testo evangelico mi pare davvero straordinaria questa immagine delle mani di Cristo pastore, un’immagine che si dilata fino a mostrare altre mani ancora, quelle del Padre; mani che si sovrappongono in una rivelazione grandiosa che questa pagina giovannea ci consegna: Io ed il Padre siamo uno!  Abitando le mani del Figlio si abitano le mani del Padre!

            “Mano” indica la forza, il potere, la capacità di agire … le pecore dovranno passare attraverso uno scandalo che capovolge tutte le logiche di buon senso: dovranno capire che quella mano in cui si sono rannicchiate è potente perché ha scelto l’impotenza dell’ essere inchiodato ad una croce; quella  mano ferita per l’amore, dopo la Pasqua radunerà le pecore disperse, le stringerà a sé, le farà diventare suo gregge per sempre e nulla le potrà strappare da quella mano. E’ ancora la rivelazione di un paradosso incredibile di un amore più forte della morte, un amore che non è forte, come abbiamo capito a Pasqua, perché evita la morte ma perché l’attraversa. Gesù è pastore bello-buono perché nel suo agire paradossale dona la vita per le sue pecore, dona la vita perché esse abbiano la vita eterna!

            Tutto questo ha un terreno meraviglioso, un luogo caldo: la mano di Dio che la mano trafitta del Figlio ci ha narrato in una scandalosa alterità.

            Come non fidarsi di una mano trafitta per me? Dove trovare un luogo più sicuro se non in quelle mani? Lui, il Cristo, le mani per il gregge se l’è sporcate! nel suo sangue!

Affidarsi a quelle mani sarà per noi fonte ulteriore di vera conoscenza  del Dio narrato a pieno nella Pasqua di Gesù.

 

                               P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

ARCABAS, pseudonimo di Jean-Marie Pirot, (Trémery26 dicembre 1926 – Saint-Pierre-de-Chartreuse23 agosto 2018): Crocifisso (part.) (Parrocchia Spirito Santo e S. Alessando Martire in Portoviejo – Ecuador) 

 

 

 

 

 

TERZA DOMENICA DI PASQUA

TERZA DOMENICA DI PASQUA 

At 5, 27-32.40-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

Il racconto evangelico di oggi è esposto a tantissime letture, a partire dalla sua origine che è certamente legata alla volontà della Chiesa giovannea di essere accettata dalla grande Chiesa, di non venir espunta per la propria diversità dall’organismo ecclesiale e di poter, di conseguenza, consegnare a tutti credenti in Cristo il grande patrimonio rivelativo che faceva capo al Discepolo Amato ed alla sua Chiesa. Purtroppo, la pericope di questa domenica taglia la finale del capitolo circa il rapporto tra Pietro ed il Discepolo Amato; su quest’ultimo, il Risorto pronuncia la sua precisa volontà: “Voglio che egli rimanga”. Se questo ci toglie la possibilità di leggere la Chiesa come una comunità plurale in cui le forme di Chiesa non implicano la verità dell’essere Chiesa, dandoci l’opportunità di appuntare la nostra attenzione sul racconto che il testo ci presenta, scevro dalle problematiche che l’hanno generato e colmo, invece, delle grandi suggestioni rivelative che esso ci offre, ci toglie anche una parola di grande conforto soprattutto in questo tempo della vita della Chiesa: rimarrà semprequalche discepolo a testimoniare la forza sconvolgente della Pasqua di Gesù, il suo “amore fino all’estremo”, il discepolo amato, il discepolo che rimane è “una promessa” fatta dal Risorto alla Chiesa!

Questo che oggi leggiamo è un racconto, tra i più suggestivi e cari dell’intero Evangelo, e fa parte delle narrazioni delle apparizioni del Risorto; il tutto parte da una pescamiracolosa ordinata dal Risorto non ancora riconosciuto; un segno che palesa la sua identità.

Il Quarto Evangelo ci ha tenuto tanto a mostrarci una serie di segni che indicavano l’identità di Gesù come Messia sposo (segno di Cana cfr 2, 1-12), parola di vita (la guarigione del figlio del funzionario regio cfr 4, 46-54), via ( la guarigione del paralitico alla piscina cfr 5, 1-9), pane di vita (la moltiplicazione dei pani cfr 6, 1-15), dominatore delle potenze del male (il cammino sulle acque cfr 6, 16-21), luce del mondo (il cieco nato cfr 9, 1-41), risurrezione e vita (la risurrezione di Lazzaro cfr 11, 1-44) … ora qui ci viene dato un estremo segno della sua presenza di Risorto che rende feconda la “pesca” della Chiesa … il grido del Discepolo Amato che ne riconosce per primo la presenza è quasi un riassunto di tutti gli esiti dei segni che nell’Evangelo si erano incontrati: un dito puntato che dice: E’ il Signore!

Tutto deve essere teso a riconoscere una presenza che salva, una presenza che dona senso, una presenza che offre perdono e vita.

Pietro, che si getta in acqua per raggiungerlo, diventa, da un certo punto in poi, il protagonista di questo incontro pasquale … quasi che tutto il racconto precedente volesse agglomerarsi qui in quel dialogo suggestivo e profondo tra il Risorto e Pietro.

La scelta dei verbi e delle parole mostra una grande cura, non solo letteraria e stilistica, ma soprattutto teologica e rivelativa. La nuova versione in italiano cerca di rendere giustizia a questa diversità di verbi: “agapào” e “filèo” per “amare”, e che certo hanno un loro significato nel loro alternarsi. Gesù chiede “agàpe” e Simone risponde con la “filìa”, finché alla fine Gesù scende alla comprensione di Pietro e chiede “filìa” tanto che il discepolo si avvede di questo cambiamento (Si addolorò che per la terza volta dicesse «mi vuoi bene?») e risponde con tutta la sua verità: Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene! Pietro si è lasciato condurre da Gesù alla conoscenza della sua verità personale e della sua concretezza umana. E’ da lì che si parte per l’“agàpe”. Notiamo che Gesù si rivolge a Pietro col suo nome anagrafico, Simone di Giovanni, e non con il nome di vocazione che gli ha dato (cfr Gv 1, 42) e questo non perché la vocazione sia venuta meno ma perché Pietro deve partire dal suo reale, dalla sua concretezza carnale e lasciarla tutta permeare dall’amore con cui è amato e con cui è stato cercato nel suo peccato, nella sua distanza, nel suo “non essere”. Ricordiamo che nella scena dei rinnegamenti, Giovanni aveva fatto ripetere a Pietro “non sono” che è il perfetto contrario del Nome di Dio con cui Gesù aveva iniziato tutte le sue auto-rivelazioni (Io sono la luce del mondo, per esempio). Pietro può ritrovare ciò che Gesù, chiamandolo, ha fatto di lui solo attraverso l’amore … l’amore con cui Gesù l’ha amato, e l’amore che lui dovrà vivere riversandolo su coloro che Gesù gli affida; dovrà amare il gregge di Gesù, guidandolo e nutrendolo (anche qui il testo usa due verbi per l’azione pastorale che Pietro dovrà compiere: “bósko” che sottolinea il “nutrire” e “poimaíno” che sottolinea il “guidare”).
Così Pietro imparerà l’“agàpe” che Gesù gli aveva chiesto, e a cui Simone di Giovanni non sapeva rispondere, e sarà capace, condotto da un “Altro” (che nel IV Evangelo è lo Spirito cfr Gv 14, 16) di farsi condurre dove non avrebbe voluto e stendere le braccia 

Scrive Agostino, nel suo commento all’Evangelo di Giovanni, che questa è la Pasqua di Pietro, ed è dunque icona della Pasqua del cristiano. Gesù era morto sulla croce, ma Pietro era morto rinnegando; Gesù era risorto nella carne e Pietro qui risorge nel cuore, lasciandosi inondare dall’amore e iniziando a vivere l’amore! Davvero prima “non era” ora inizia ad “essere” nell’ agàpe.

Così seguirà davvero Gesù.

Per Giovanni la sequela deve diventare rimaneredimorare e si rimane, si dimora quando si fa corpo unico con il Signore Risorto che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20). Il rimanere è il contenuto della vera sequela, è il suo esito più vero.

Pietro dovrà imparare l’arte di una sequela che non si stanca e che mai recede.

Questo è possibile solo se Gesù ha un assoluto primato nella vita del discepolo: «Mi ami tu più di tutte queste cose?» (quel “toùton” può essere tradotto anche così, al neutro, più che con un maschile che raffronterebbe l’amore di Pietro a quello degli altri e quindi con un più di costoro). Il vero primato di Pietroconsiste nel primatoche Pietro saprà dare a Gesù! Questo conta!

Il discepolo che proclama il primato di Gesù è colui che si è sentito amato e perdonato prima di ogni sua azione, di ogni suo “merito”, di ogni sua risposta!

Se Simone lo ama più di tutto allora potrà essere Pietro, e vivere a pieno la sua vocazione!

Così per noi!

                P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

“Mi ami tu?” (Fotografia di Mark Mabry)

SECONDA DOMENICA DI PASQUA

SECONDA DOMENICA DI PASQUA 

At 5, 12-16; Sal 117 ; Ap 1, 9-11.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

Il Risorto viene a cercare i suoi nelle loro paure e nelle loro “chiusure” … li viene a cercare in quello spazio asfittico e colmo di terrori e di dubbi, in quello spazio di non-senso (“…mentre erano chiuse le porte per timore dei giudei”). Giovanni nel passo evangelico di oggi ci dice che Gesù entra a porte chiuse: è una notazione sottile e precisa. Lui è uscito dalla tomba, e quell’ingresso sbarrato dalla gran pietra è stato aperto … i suoi amici, però, sono ancora in una “tomba” fatta di paure, fallimenti, tradimenti, dubbi, incredulità (Maria di Magdala ha già incontrato il Risorto, ma loro non le hanno creduto!) … ora, la sera di quel giorno di risurrezione, Gesù va a liberarli!

Il Signore è risorto ma la sua vittoria e la sua risurrezione sono per noi … a Pasqua non si ricorda una gran vittoria individuale, non si ricorda, come dicevamo a Pasqua, che Dio s’è presa una rivincita sugli uomini cattivi che hanno crocefisso il Figlio, ma si celebra una risurrezione, una vittoria che desidera fortemente entrare nelle infinite porte chiuse di cui sono malate le nostre vite … Gesù vi entra con le sue piaghe! Che strano! La risurrezione non ha guarito quelle ferite? Perché il Risorto le ha ancora sul suo corpo? Qualcuno ha detto che è per rendersi riconoscibile, e per affermare una indubitabile continuità tra il Crocefisso ed il Risorto! E’ vero, ma mi sembra troppo poco! Mostra quelle ferite con cui – certo – lo riconoscono non come semplice “segno distintivo”, ma come segno dell’amore! Li ha amati così, “fino all’estremo” (cfr Gv 13,1).

Gesù entra in quello spazio chiuso e porta lì, proprio lì, le “cose” che aveva promesso: la gioia (cfr Gv 16,22), la pace (cfr Gv 14, 27), lo Spirito Santo (cfr Gv 15, 26-27).

E così vediamo che quando Gesù mostra le sue piaghe essi gioirono: gioiscono certo non per le piaghe in sé, ma per l’amore che leggono in esse; gioiscono perché quelle piaghe sono ormai gloriose, sono cioè narrazione di Dio e del suo Amore che davvero “pesa” (“gloria” vuol dire “peso”!). Le piaghe di Gesù sono narrazione di quanto noi “pesiamo” per Dio, pesiamo tanto per Lui da lasciarsi ferire per noi, e ferire di ferite che non scompaiono, di ferite che entrano nell’eterno di Dio perché davvero, come canta il Salmo “Eterno è il suo amore” (cfr Sal 136), si gioisce solo dall’essere amati! Per questo i discepoli gioiscono alla vista di quelle ferite.

Gesù, poi, entra dicendo semplicemente shalom … pace: se essi sono nella paura vedendo le loro vite in pericolo, se sono attanagliati dal non-senso apparente di tutto quel che è accaduto, Gesù dona loro la pace … è la pace biblica, la quale non è sospensione delle guerre, ma è pace-unificazione con se stessi, con il mondo, con Dio. La pace è il grande bene che rende uomo l’uomo! E’ dono pasquale perché essa si raggiunge solo se si trova il senso profondo del vivere e della storia, un senso che è dischiuso solo dal Cristo Risorto!

Ed ecco che poi soffia lo Spirito: è Colui che aveva promesso, è Colui che impedirà di essere orfani (cfr Gv 14,17); è Colui che porterà a pienezza quei doni pasquali della gioia e della pace; è Colui che, consegnato alla Chiesa in quel giorno pasquale, sarà causa di gioia e di pace perché porta la remissione dei peccati. Gesù lo soffia, lo dona ma i discepoli devono accoglierlo … non sono ricettori passivi dello Spirito; infatti Gesù dice loro: Accogliete lo Spirito santo(l’espressione greca è “làbete”, dal verbo “lambàno”). Lo Spirito è soffiato da Gesù Risorto perché, accolto,  trasformi quei paurosi,  chiusi ancora nel loro “sepolcro”, in testimoni di pace e di gioia. Ma come saranno testimoni? Solo in un modo: essendo portatori della remissione dei peccati … se non annunzieranno la remissione dei peccati non potrà esserci nel mondo né gioia vera e profonda, né pace radicale e duratura.

La Chiesa è posta nel mondo per essere luogo di perdono: troppe volte noi Chiesa ci siamo messi ad annunciare solo i peccati e non la remissione dei peccati. Pensiamoci: in questo modo non abbiamo portato né gioia né tanto meno pace … e non abbiamo mostrato neanche le piaghe gloriose di Gesù! Queste non vanno mostrate per accusare gli uomini, ma per salvare gli uomini raccontando loro Dio! Le piaghe di Gesù sono e restano gloriose per l’eternità perché sono le ferite che narrano di un Dio che s’è lasciato ferire dall’amore per le sue creature … di un Dio che così ci ha guariti e ci guarisce (cfr Is 53,5).

Nel testo dell’Evangelo di oggi vediamo proprio come quelle piaghe guariscono: infatti guariscono quei prigionieri paurosi e disorientati, per poi andare a cercare Tommaso e guarirlo dalla sua autosufficienza ed incredulità. Il Risorto va a cercare proprio lui, Tommaso! Le piaghe del Crocefisso non sono un amore generico; sono un amore che cerca i nostri singoli volti, le nostre singole e personali storie: che manchi Tommaso a quel primo incontro la sera di Pasqua non è, per Gesù, un fatto secondario o trascurabile … e così, otto giorni dopo, lo va a cercare con quelle ferite che, raccontando Dio, guariscono e portano gioiapaceperdono. E da allora, di otto giorni in otto giorni, il Risorto viene a cercare i suoi: gli smarriti, gli infedeli, i distratti, ma anche i cercatori appassionati di Dio, gli innamorati di Lui … li va cercare per guarirli, per confermarli, per dare loro la forza dell’Evangelo … per dare loro quella forza che, paradossalmente, è capacità di essere deboli e feriti come Lui per amore del mondo.

Tommaso è nostra “icona” (il IV Evangelo dice che è detto Didimo, cioè “gemello”, gemello di ognuno di noi tentato di incredulità e di autosufficienza!): è il discepolo del dubbio ma anche, alla fine, della fede più audace! Tommaso è colui che chiede di mettere brutalmente il dito nelle ferite del Risorto, ma è anche colui che pronunzia la formulazione di fede cristologica più alta di tutto il Nuovo Testamento: Mio Signore e mio Dio! Tommaso arriva a comprendere che quelle mani ferite e quel fianco trafitto da una ferita mortale sono le mani ed il fianco di Dio! Per credere ad un Dio così non bastano le vie e gli strumenti “intelligenti” del razionale Tommaso, è necessario arrendersi dinanzi ad un Dio talmente altro ed impensabile che non può che essere il vero Dio!

Quando ci si arrende al Crocefisso è possibile la fede … e ci si arrende al Crocefisso quando si è visitati dalle sue piaghe gloriose! Quelle piaghe che “parlano” con la loro verità che è storia di un dolore assunto liberamente e per amore!

Tommaso percepisce che Gesù cercava proprio lui, l’incredulo, l’autosufficiente che pensava di stare al di sopra degli altri creduloni e deboli … sente che Gesù cercava proprio lui con quelle piaghe aperte, disponibili ad essere toccate purché lui si lasci vincere! Così Tommaso fu vinto … e, vinto, è divenuto “via” per tutti quelli che, come lui, nei secoli, crederanno di essere troppo intelligenti per credere, per arrendersi a qualcosa che travalica le vie del solito “buon senso” e del “credibile”!

Se l’ha fatto Tommaso può farlo ogni uomo: piegare il capo in un’obbedienza di fede che, da ora in poi, dovrà deporre la pretesa di vedere, di pesare, di quantificare, di dimostrare, di dedurre … una fede che è beatitudine perché è credere a quelle mani ferite e a quel fianco aperto, in cui si spalancano vie “incredibili” di perdono, di gioia, di pace!

La Pasqua è questo!

 

     P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Anthonis van Dyck (1599-1641), Apparizione di Cristo agli Apostoli (Incredulità di Tommaso), 1625 ca.