SANTISSIMA TRINITA’

SANTISSIMA TRINITA’

Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

Nel Quarto Evangelo, in quella lunga sezione che va sotto il nome di “Discorsi di addio”, c’è tutto il fondamento della rivelazione trinitaria. Contemplare oggi questo mistero  al termine delle celebrazioni pasquali, è possibile per queste pagine profonde e bellissime di Giovanni di cui oggi leggiamo un breve tratto del capitolo sedicesimo; ma dire “questo mistero” mi pare poco, quasi fosse un mistero come gli altri: in realtà è il mistero fontale della nostra fede!

Per il Gesù di Giovanni è fondamentale la conoscenza di questa dinamica trinitaria di Dio in cui Egli, il Figlio, ci inserisce con il suo amore “glorioso” (cioè che racconta Dio!) e di cui lo Spirito è garante di verità nel cuore dei credenti. Il Padre è allora fonte di una parola che nel Figlio ha preso carne, e che lo Spirito radica nel cuore dell’uomo.

Se Gesù ha narrato il Padre con il suo mistero pasquale, lo Spirito conduce colui che gli si fa docile a conoscere, sperimentare e fare suo quell’amore pasquale di Cristo. Tutto questo, come scriveva il teologo Bruno Forte “non è un astruso teorema celeste” senza incidenze sulla nostra vita, ma è rivelazione e consegna di Dio alla storia degli uomini; una rivelazione che non esaurisce Dio ed il suo mistero, ma ci conduce a contemplare la vita stessa di Dio. Un mistero che ci dice che Dio è in se stesso dinamica vitale, relazione, che è vita di persone fatta di amore che ama, si lascia amare e si dona. Il mistero trinitario ci dice che tutto in Dio è relazione, e che quindi l’uomo, creato a sua immagine, non può che realizzarsi nella relazione con se stesso, con Dio, con l’altro, con il mondo. Senza relazioni il Dio cristiano non sussiste, e non sussiste neanche la salvezza perché questa – nella rivelazione cristiana – è realizzata dal Figlio che è venuto nella nostra carne per opera dello Spirito Santo, e ha condotto, nel suo mistero pasquale, l’uomo alla piena comunione con il Padre. Il discepolo di Cristo non può non essere che un uomo che specchia il suo essere nelle relazioni trinitarie, trovando lì la ragione, la fonte e la forza delle sue relazioni, quelle grazie alle quali si vive e grazie alle quali si realizza la vera umanità.

Bonificare le relazioni rendendole autentiche e veritiere è opera altissima di umanizzazione: il discepolo di Gesù è immerso nelle relazioni trinitarie fin dal suo Battesimo, e vi è immerso perché immerso nella morte e risurrezione stessa di Gesù (“Io ti immergo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”) e, in quanto tale, il discepolo è chiamato a vivere tutte le sue relazioni umanizzandole, liberandole cioè dalle sovrastrutture della “philautìa”, che è quell’amore di sé che non dà spazio all’altro, che ignora volutamente la costruzione di vere relazioni o addirittura le calpesta allo scopo di “salvare se stesso”. L’uomo perciò è chiamato a vivere l’amore in quella comunione fraterna capace di dare all’umano un respiro ampio e non claustrofobico, che restituisce all’uomo quella fraternità ferita e compromessa dal peccato di cui è “icona” già l’omicidio di Abele (cfr Gen 4, 1-16)!

Il mistero trinitario radica allora nei credenti la necessità di relazioni umane e fraterne non in ragione semplicemente etica o psicologica, ma nelle profondità stesse di Dio e quindi nelle profondità stesse del nostro essere uomini creati ad immagine di un Dio che non è un Dio solitario  ma un Dio trino, un Dio che è comunione e, quindi, può essere amore!

Contemplare la Trinità è poi contemplare la fonte del Mistero Pasquale che domenica scorsa, nella celebrazione della Pentecoste, è giunto alla sua meta. La fonte è lì, nel Dio che Gesù ci ha raccontato che è Padre, è Figlio, è Spirito Santo e che desidera attrarre l’uomo – sua creatura amata e vertice di questo mondo bellissimo – non vicino a sé ma dentro di sé, e che per far questo non solo non ha disdegnato l’Incarnazione del Figlio, ma ha voluto prendere dimora nell’uomo! Sì, nell’uomo, unica vera degna dimora del Dio Trino nella storia … nessun Tempio fatto da mano d’uomo può uguagliare la bellezza del cuore umano per poter essere dimora di Dio!

Da quando il Figlio, inviato dal Padre, per opera dello Spirito Santo ha iniziato a dimorare nella carne dell’uomo, è questa nostra stessa carne che Dio desidera e viene ad abitare! Chi scopre in sé questa dimora di Dio, chi scopre in sé questo spazio per Dio che è opera dello Spirito, può davvero iniziare a vivere da uomo nuovo “creato secondo Dio” (cfr Ef 4, 24).

Il mistero della Trinità è allora il mistero dolcissimo di una dimora verso cui tendere e di cui, incredibilmente, noi stessi siamo fatti dimora.

La Trinità è meta e presenza, è promessa ma anche “atmosfera” che già respiriamo perché in essa immersi dalla misericordia di Cristo crocefisso e risorto!

La Trinità che si è rivelata a pieno nel mistero della Croce e Risurrezione di Gesù diviene per noi rivelazione della nostra identità più radicale di esseri fatti dalla comunione e per la comunione.

E’ chiaro allora che il Dio dei cristiani, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio che Gesù ha narrato, può essere rinarrato alla storia solo dalla comunione fraterna, solo dall’unità che non sopprime le differenze; in questa dinamica la Chiesa si può porre dinanzi al mondo come umile ma vera alternativa alla disumanizzazione dell’uomo che è sempre tentativo del mondo di fare dell’uomo ciò che l’uomo non è; la comunione trinitaria ci dice allora da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo: ci dice dunque la nostra origine, il nostro cammino e la nostra meta.

                     P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Lyuba Yatzin: Santissima Trinità

PENTECOSTE

PENTECOSTE

At 2 1-11; Sl 103; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26

            

            Nel compiersi pieno della Pasqua con l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ogni carne, la liturgia punta, in questo santo giorno, sul dono-segno supremo dell’unità. Nel racconto di Luca negli Atti  l’accento è posto precipuamente su diversità e unità; sono queste le parole chiave per cogliere nel profondo la missione dello Spirito nella storia. Nel racconto lucano i diversi radunati a Gerusalemme nel giorno del compiersi della Pentecoste sono capaci di ravvisarsi stretti in un’unità di comprensione attorno ad una parola che tutti possono intendere, comprendere. L’unica parola pronunciata da Pietro è udita ad accolta dalle diverse lingue: Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio.

Ciò che accadde a Babele (cfr Gn 11,1-9), estremo avanposto della storia di peccato dell’umanità che, salvata dal diluvio, ancora decide di percorrere vie di perversione e di potere diabolico, qui viene capovolto. Cessa, infatti, la confusione delle lingue perché in Cristo è stata proclamata una nuova signoria; in Lui che non ha elevato torri superbe, segno di delirio di un potere imperialistico e mortifero, ma si è lasciato, liberamente e per amore, elevare da terra sul legno degli schiavi, è proclamata una signoria che diviene canale di Grazia e di unità.

            Lo Spirito effuso sugli Apostoli per il mondo è l’Amore di Dio che oramai non trova più dighe e barriere tra Lui e noi. Cristo ha tutto abbattuto ed ha fatto l’unità tra noi e Dio, ha fatto l’unità tra noi uomini. Ora all’umanità  è possibile percorrere una nuova strada, quella di Cristo Gesù, anzi quella che è Cristo Gesù.

            Lo Spirito che il Risorto ha soffiato sulla Chiesa nascente (cfr Gv 20, 23) è remissione dei peccati, è capacità di perdono, è dunque riconciliazione ed unità … è la remissione dei peccati ciò che rende gli uomini dei risorti, come scrive Paolo nel tratto della Lettera ai cristiani di Roma che oggi è proclamato; la remissione dei peccati che lo Spirito del Risorto dona al mondo degli uomini è unificazione in se stessi,con gli altri, con Dio! Nello Spirito che il Risorto ha promesso e donato i diversi ed i separati sono restituiti all’unità; così anche lo Spirito, come il Verbo fatto carne in Gesù, racconta Dio (cfr Gv 1, 18); nei discorsi di addio nel Quarto Evangelo (cfr Gv 13-17) Gesù aveva detto che i segni dell’amore e dell’unità avrebbero rivelato l’identità dei suoi discepoli. Ora lui è stato elevato da terra per riunire insieme i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11,52), per attirare tutti a sé (cfr Gv 12,32) e lo Spirito compie l’opera del Figlio con il fuoco dell’Amore che Egli è, fuoco che brucia il peccato e che fa l’unità rispettando assolutamente l’ alterità: lo Spirito, infatti, è principio di unità non di uniformità, il suo è un amore che unifica non un amore fusionale in cui l’uno si perde nell’altro smarrendo il proprio volto. Lo Spirito è proprio questo nel seno della Trinità e lo stesso movimento  lo Spirito compie nella storia dando alla Chiesa la profezia di questa via di unità  nell’alterità: l’unica via che può fare, nell’amore, di questa umanità un’umanità nuova.

            Oggi l’ alleluia della Pasqua giunge ad un canto pieno di splendore in cui le voci diverse risuonando in unità creano bellezza. Un’unità in cui ciascuna voce confluisce con la sua melodia; lo Spirito è l’armonia; Lui così, solo così, porta in questa storia la bellezza della polifonia dell’unità.

            La Chiesa sia questo canto! Lo sia nel suo interno per poi mostrarla al mondo e proporla come via maestra per un’umanità riconciliata. In un tempo in cui pare che tutto sia rissa e dissonanze è oltremodo necessaria l’armonia dello Spirito! Noi ne siamo i testimoni? Dobbiamo tanto pregare in questo giorno santissimo per questa Chiesa di oggi: troppi venti di lacerazione la attraversano, troppe logiche personalistiche che creano divisione e non armonia, troppi interessi a mantenere uno status oggi insensato e anacronistico; troppe logiche di mera e stolta conservazione avvelenano l’aria e cercano di frenare il cambiamento che lo Spirito dice alla Chiesa.

            Oggi è necessario gioire per il dono di Dio ma pure è necessario chinare il capo penitente per implorare lo Spirito di fare unità là dove noi produciamo lacerazione, fare armonia là dove noi non sappiamo fare altro che dissonanze creando nemici e opposizioni mortifere.

            Lo Spirito venga ancora sulla Chiesa Sposa del Cristo per ridarle il coraggio dell’Evangelo, il coraggio dell’unità, il coraggio di dimenticarsi per volgersi all’unico Signore; Gesù nel passo evangelico di oggi ci ha detto che lo Spirito è memoria delle sue parole, della Parola che Lui ha pronunciato narrando l’amore … è la memoria di Lui, dono dello Spirito, che ci fa dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Chi è dimora di Dio è abitato dall’unità e volge le spalle a ciò che rende l’uomo malato e ferito: la divisione da se stesso, dai fratelli, da Dio!

 

              P.Fabrizio Crisatrella Orestano

 

Oleg Supereco: La Pentecoste (affresco della cupola della Cattedrale di Noto – SR; 2011)

 

 

 

 

 

 

ASCENSIONE DEL SIGNORE

ASCENSIONE DEL SIGNORE

At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28;10,19-23 opp. Ef 1,17-23; Lc 24,46-53

             L’Ascensione del Signore è l’ora in cui, come dice Isaia (cfr Is 55, 10-11) la Parola torna a Dio dopo aver compiuto ciò per cui era stata mandata! Ha fecondato la terra degli uomini con il suo amore fino all’estremo, ci ha consegnato il Volto del Padre nella sua verità e bellezza senza le distorsioni delle religioni, ha dato i semi per il pane della vita. Ora torna al Padre dopo aver adempiuto la sua missione. Questo ritorno però non è un abbandono del mondo e della Chiesa nata dalla sua Pasqua … Luca, autore degli Atti, di cui oggi abbiamo letto l’inizio,e dell’Evangelo di cui oggi abbiamo letto la conclusione, ci narra questo mistero dell’Ascensione in due modi diversi e complementari.

E partiamo proprio dall’ultima pagina dell’Evangelo. È  una pagina colma di benedizioni!

L’Evangelo si era aperto con una benedizione mancata, quella del sacerdote Zaccaria, padre del Battista, che, reso muto dalla sua incapacità a fidarsi, non riesce a benedire il popolo in attesa all’esterno del Santuario; ora, nell’ultima pagina dell’Evangelo, quella benedizione sospesa allora scende su tutta l’umanità con abbondanza e pienezza e rende i discepoli del Cristo capaci di una lode benedicente a Dio; infatti il tutto si conclude con i discepoli che stanno sempre nel tempio lodando e benedicendo Dio.

Il Cristo risorto in questo giorno porta la nostra carne nel cielo, nel grembo di Dio; l’uomo finalmente trova la sua dimora; Gesù, uscito dalla terra dei sepolcri, porta la nostra umanità nella terra di vita eterna, nel grembo dell’Amore che è Dio! Da quel giorno benedetto che oggi celebriamo, la Pasqua giunge alla terra promessa e noi comprendiamo qual è la meta del nostro cammino nella storia; siamo chiamati a trasformare la storia con l’annunzio dell’Evangelo della remissione dei peccati (cfr Lc 24,47); noi discepoli di Gesù sappiamo che la patria è oltre la storia. Siamo chiamati ad amare la storia senza fuggirla ma sapendo di essere in essa pellegrini e forestieri (cfr 1Pt 2,11) e con lo sguardo capace di desiderare l’oltre. Tutto questo sarà possibile perché i discepoli del Cristo sono pieni della benedizione di Lui. Le mani di Gesù, levate sui suoi, sono l’ultima immagine di Lui che essi devono custodire; le mani del Cristo, trafitte per amore, che si levano a benedire: una benedizione su loro che sono il principio della Chiesa, una benedizione che si stende su tutta la storia; la prima volta, infatti, Luca scrive che Gesù li benedisse ma poi ribadisce questa benedizione usando un’altra forma verbale: nel benedire loro … una forma continuativa. Così Gesù ascende al cielo, nel benedire loro … è una benedizione che si prolunga per i secoli, che si estende sulla storia da parte di Colui che, uscito dalle strettoie del tempo e dello spazio, ora può essere presente in ogni tempo ed in ogni luogo. La benedizione, allora lo comprendiamo, è dichiarazione di presenza, di una presenza altra, una presenza sottratta ai sensi e ravvisabile solo nella fede. In Gesù Risorto che porta la nostra umanità (anche con le sue ferite!) nel grembo trinitario di Dio, si adempie allora in modo definitivo la promessa fatta dal Signore ad Abram all’inizio della storia della salvezza: In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra (cfr Gen 12, 3b). Per mezzo di Gesù, figlio di Abram secondo la carne, davvero ogni famiglia della terra è benedetta, può sperimentare la presenza del Signore che ama e salva, la può sperimentare perché ormai la benedizione appartiene ad ogni popolo! Straordinario!

I due racconti di Luca ci mostrano che questa assenza-presenza del Signore Risorto inaugura un tempo nuovo in cui la Chiesa è invitata non solo a guardare in alto (in verità gli angeli del racconto di Atti chiedono ai discepoli di non fissarsi a guardare in alto) ma a compromettersi con la storia che attende un annuncio di salvezza e di liberazione; questo annunzio dal giorno dell’Ascensione occupa un frattempo che durerà fino a quando si vedrà tornare Gesù allo stesso modo in cui lo si è visto andare in cielo. Un frattempo che è carico allora di responsabilità per coloro che hanno sperimentato il suo amore e la sua misericordia.

L’Ascensione non è allora giorno di addio ma giorno di nuova presenza che genera responsabilità attiva e feconda.

Oggi forse l’ammonimento degli angeli dell’Ascensione andrebbe riformulato all’uomo del nostro tempo troppo dimentico di guardare al cielo. Vorrei osare questa riformulazione: Uomini di questa storia, perché non guardate più il cielo? Chiesa di Cristo perché non guardi più il cielo dove è entrato Cristo che da lì tornerà?

Chi non guarda più il cielo non è più neanche capace di portare alla storia le ragioni del cielo … Chi non guarda più il cielo non è capace di leggere a pieno la storia, la imprigiona nelle maglie dell’effimero, del transitorio; chi non guarda più il cielo si incatena ad una incapacità di cogliere il senso … troppi giorni restano privi di senso … chi non guarda più il cielo non è capace di vivere a pieno la storia e compromettersi in essa per le ragioni del cielo … e le ragioni del cielo sono tutte racchiuse nel corpo del Cristo, trafitto e glorioso, che, come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei è assiso  nei cieli per intercedere in eterno per noi, Lui che è benedizione per tutte le genti. Le ragioni del cielo sono racchiuse in Lui e nel suo amore fino all’estremo, un amore che solo le ragioni del cielo possono sostenere … Dobbiamo dircelo con franca crudezza oggi il nostro occidente è malato di grettezza e di bieco egoismo perché ha smesso di guardare al cielo, si è fatto convincere di benessere da custodire con avarizia e noncuranza degli altri! Il nostro occidente con le sue scelte di morte e di difesa dei “propri confini” (che vergogna sena fine!) sta smarrendo l’umano! Noi discepoli della benedizione siamo disposti a lottare contro il “disumano” che avanza? Siamo disposti a difendere la carne dell’uomo che è per sempre carne di Dio a qualunque popolo, religione, terra o cultura appartenga? Se muore questa difesa dell’umano siamo indegni di celebrare l’Ascensione del Signore!

 

                    P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Ulisse Sartini: Ascensione