IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

 Gen 3, 9-15.20; Sal 97; Ef 1, 3-6.11-12 (Rm 15, 4-9); Lc 1, 26-38  –

 

Quest’anno la seconda domenica di Avvento coincide con la Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria … la Chiesa ha concesso che in questa domenica si celebri questa festa così cara al cuore dei credenti, ma con la possibilità di conservare la seconda lettura della Seconda Domenica d’Avvento …

Guardare a Maria, in questo nostro percorso d’Avvento, ci permette di volgere lo sguardo su quella “terra” che Dio scelse per piantare la sua tenda tra noi uomini … in Maria si incontrano le speranze messianiche della Prima Alleanza che la Promessa del Signore aveva messo in cuore al suo popolo, e lo sguardo di Dio.

Maria, la piccola donna di Nazareth, diviene il crogiuolo di questo incontro, terreno preparato dalla grazia. Maria incontra Dio, accoglie dalla bocca dell’Angelo una parola nuova, sconvolgente, dura, difficile, che certamente porterà lotte e incomprensioni che potrebbero sommergerla, ma Maria prende una decisione dinanzi a quella parola, in quella parola, e così genera la Parola!

Maria non resta nei “limbi” che tanti cristiani sanno crearsi per non compromettersi con Dio e le sue domande. Si fa interpellare davvero da Dio, e non rimane paralizzata dinanzi alle domande di Dio rimandando all’infinito le risposte: Maria ha la forza, il coraggio e l’onestà di prendere una decisione.

Nella vita di un credente non basta fare esperienza di Dio; a volte esperire la sua presenza amorosa e concreta può rimanere nell’ambito delle cose “romantiche”, “sentimentali”; magari appaganti per quell’ora, e appaganti nei momenti di memoria di quell’ora … questo non basta! Potrebbe diventare un rifugio ben caldo, rifugio che ci mette al riparo da Dio stesso, un rifugio in cui è facile vivere il limbo dell’irresponsabilità … Maria all’annunzio di Gabriele vive una vera esperienza di Dio, conosce un Dio che la chiama;  non relega quell’ esperienza in un’aura di sentimento, ma la trasforma subito in un  che ingloba tutta la sua vita, il suo cuore, il suo corpo, i suoi progetti, i suoi sogni … nulla lascia fuori da quella Parola che ora deve avvenire in Lei, e dice il suo .

Non è un sì “titanico”, di chi si sente forte e “collaboratore” (!) di Dio, ma un sì che sa attraversare domande (Come avverrà?), e che si lascia attraversare da domande … la sua stessa verginità, lungi dall’essere un prodigio straordinario per destare stupore, è invece luogo di povertà e di “impotenza” (lo stato di verginità è incapacità assoluta a generare!) … così diviene terreno per l’avvento del Santo!

Il tempo di Avvento oggi è illuminato dalla presenza umile e forte di Maria, una presenza che ci richiama al fatto che l’Avvento è sì tempo di attesa, di vigilanza, di speranza, ma contemporaneamente è tempo concreto di vita, tempo che vuole decisioni per Dio, decisioni sulla sua Parola. L’Avvento è tempo di fiducia in cui, dicendo i nostri  scopriamo sempre che l’amore di Dio ci ha prevenuti! Il mistero dell’Immacolata che oggi celebriamo è proprio questo: amore che precede e che prescinde da ogni merito … Maria nasce “tutta santa” dal grembo di sua madre, immacolata; questo però non è un’astratta “impeccabilità”, non è un privilegio accecante, è invece scoperta di essere stata preceduta, è scoperta che, prima del “fiat” di Maria, c’è già e sempre il “fiat” di Dio che è sempre Colui che ama per primo!

Se Maria ci fa fare questa scoperta in questo cammino di Avvento ci avrà consegnato una grande forza, una parola su cui scommettere per dire anche noi i nostri , su cui decidersi per il Regno.

Lui viene e provoca già il nostro oggi mostrandoci in Maria un amore preveniente, assolutamente gratuito, un amore che ci grida “nulla è impossibile a Dio”!

E allora ci si può fidare…

Bisogna fidarsi!

P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

La Panaghia (La “Tutta santa”), Icona slava del XIII secolo (Mosca, Galleria Tret’jakov).

PRIMA DOMENICA D’AVVENTO

Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24, 37-44

 

            Ecco l’Avvento! Tutto ricomincia per poterci condurre alla meta … inizia un altro anno liturgico che subito ci pone dinanzi alla più vera identità cristiana: siamo il popolo dell’attesa.

            Certo, condividiamo questo atteggiamento spirituale con Israele che pure è il popolo della speranza dell’adempimento della Promessa, ma la nostra attesa attende un volto preciso ed amato, noi attendiamo Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, attendiamo il suo ritorno, attendiamo che Lui tutto reintesti al Padre (cfr Ef 1, 9-10), che tutto in Lui ritrovi la sua destinazione che è il Padre.

            L’Avvento è allora un tempo a sé; è davvero segno di debolezza di fede dire che l’Avvento è il tempo di preparazione al Natale, il tempo in cui si attende il Natale. Il Natale del Signore è già avvenuto e non si attende ciò che è nel passato; noi attendiamo, invece, il ritorno glorioso del Cristo, di Gesù che tutto ha conquistato nella sua Pasqua con il suo amore fino all’estremo. Il Natale verrà dopo l’Avvento per dirci che ciò che Dio ha promesso davvero lo fa! Il Natale verrà per dirci che il Signore è fedele e che, come venne allora nell’umiltà di Betlemme, così verrà nella gloria, nell’ultimo giorno. Il Natale verrà per rassicurarci che attendere, accesi dalla sua promessa, non è insensato perché Colui che è stato fedele – oltre ogni nostra immaginazione – facendosi davvero l’ Emmanuele nella nostra vera carne, sarà fedele tornado alla fine della storia.

            L’Avvento ci pone il problema di come riempire questa attesa, di come colmare di senso questo “frattempo” tra la sua Pasqua e il suo ritorno.

            Insomma: come si attende?

            La liturgia di questa prima domenica di Avvento ci dice ancora la promessa e lo fa facendoci ascoltare un oracolo di Isaia in cui ci è annunziataa un’opera del Signore che porterà un volto nuovo alla storia, all’umanità, al mondo tutto, un’opera del Signore che ci chiede di camminare andandole incontro.

            Promessa, attesa, movimento. Se infatti la promessa genera attesa, questa, l’attesa, va vissuta andando incontro al Signore Veniente che ci chiama ad essere orecchio teso al suono dei passi del suo ritorno, ad essere vita compromessa con il suo amore che testimonia al mondo che, attendendo Lui, si riempie la storia di novità.

            L’atteggiamento da cui la Chiesa è chiamata a farsi plasmare i giorni è quello della vigilanza. È necessario che la Chiesa, per essere davvero Chiesa, popolo che attende il suo Signore, popolo di fratelli che condividono con gioia e amore l’attesa del Signore, smetta i panni del sonno e dell’intontimento. È necessario scrollarsi di dosso tutto ciò che ottunde cuore e mente; è necessario rivestirsi di quello stesso Signore che si attende. Sembra quasi che quel rivestirsi di Cristo sia via che acceleri il ritorno del Signore; quanto più ci si riveste di Lui, tanto più si fa pronta la storia a giungere ad una pienezza che avrà bisogno poi solo del di Dio. Rivestirsi di Cristo con un assenso pieno e cosciente è opera di ogni giorno per il discepolo, è opera di libero assenso. Se nel Battesimo realmente siamo rivestiti di Cristo questo non è un mero automatismo, è dono che chiede, esige risposta; rivestiti di Cristo nel Battesimo è necessario che liberamente desideriamo rivestirci di Lui in una vita che abbia davvero il sapore della differenza.

            La vigilanza è qualcosa di semplicissimo e di grandissimo … il testo di Matteo (quest’anno liturgico sarà questo evangelo ad accompagnarci) che oggi si proclama in questa Prima domenica d’Avvento è straordinario … Gesù non parla di un tempo di particolare iniquità, di un tempo di grandi peccati, di dissolutezze, non sottolinea dei concreti peccati o dei delitti o delle palesi empietà; dei giorni di Noè sottolinea una cosa tremenda che noi conosciamo bene: l’eccesso di “quotidiano”. Cioè? Il lasciarsi vivere, il vivere immersi in una vita di cui non si conoscono più le reali coordinate, in una vita non scelta, di cui non si conoscono i motivi profondi … Gesù stigmatizza una vita in cui tutto è divorato da un fare che annienta la vita stessa. Gli uomini e le donne descritti in questa parole di Gesù che Matteo ci consegna non sono malvagi … sono uomini e donne che non vivono più, che hanno fatto della loro vita una “routine” che li vive! Sono vite senz attesa, senza profezia, vite indifferenti a ciò che davvero conterebbe … i giorni di Noè allora quali sono? Sono i giorni in cui smetto di attendere e sognare, sono i giorni in cui hanno la meglio i bisogni primordiali, sono i giorni in cui “mi accontento” (terribile!) e io mi basto … sono i giorni in cui non so andare a nessun “oltre” … sono i giorni in cui voglio “pascolare” nel mio piccolo e sicuro fraticello e non me ne importa nulla delle infinite praterie che sono oltre la mia siepe e che potrebbero scomodarmi. I giorni di Noè sono i giorni sprecati e senza Dio … i giorni in cui, anche se qualche voce profetica si leva, preferisco sbeffeggiarla e volgermi alle cose che il mondo ritiene “concrete”! E se il profeta continua  a parlare gli grido di stare “con i piedi per terra” e di non volare con la fantasia! Ecco i giorni di Noè!

            Per uomini così il ritorno del Signore non ha senso … non lo si attende, non lo si vuole attendere … lo si relega tra i miti. Eppure verrà quando meno lo si attende … come un ladro … in situazioni di ottundimento e grettezza, come quelle che prima cercavo di descrivere, bisognerebbe augurarsi che il Signore venga come un ladro, come un ladro che porti via da noi tutto ciò che ci stordisce, che porti via ciò che non è essenziale! Venga come un ladro a renderci capaci di non mettere il cuore in ciò che non è l’Evangelo, la bellezza, l’umano; venga come un ladro per restituirmi a me stesso, alla mia vita, per restituirmi alla verità ed alla semplicità delle relazioni … venga come un ladro a dire a ciascuno di noi che non abbiamo bisogno di altro che della nostra verità umana, ci restituisca a noi stessi e ci tolga dall’essere ostaggio del superfluo e dell’inutile …

            Saremo uomini dell’Avvento se, per sua grazia, riusciremo a calarci nel nostro umano d’origine.

            Il “frattempo” allora va riempito di questa vigilanza capace di riconoscere il Signore che viene a prendere da me tutto ciò che non è essenziale al mio umano e al mio essere suo.

            Forse questa lettura del Signore che viene come un ladro non è strettamente esegeticamente corretta da un punto di vista scientifico ma mi pare una metafora fortemente significativa della capacità di vigilanza che ci è richiesta. Direi, paradossalmente, che saremo vigilanti se ci lasciamo derubare dal Ladro Veniente tutto ciò che ci impedisce d’essere uomini liberi, veri uomini, uomini convinti del primato del Cristo che è venuto a far nuove tutte le cose e che verrà per portare tutto a compimento.

            Se ci abbandoniamo a Lui e alle sue mani saremo uomini e donne di attesa pura … mai prigionieri di un presente senza sbocchi … diversamente, come nei giorni di Noè, si rischia di affogare!  

 

           P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO CRISTO RE

 

2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43

 

Oggi si parla di un re … una figura un po’ anacronistica … in ribasso sulle quotazioni del mondo … ormai i re sono sempre più pochi sui troni politici del mondo e questo, da un lato rischia di farci sembrare questo titolo dato a Cristo strano e fuori dalle nostre categorie culturali, un titolo quasi da fiaba, da un altro lato però, se i re umani scompaiono o sono solo figure rappresentative e simboliche dove ancora ci sono, questo ci dà la possibilità di guardare alla regalità del Cristo come a qualcosa di davvero diverso e altro. Se i credenti ancora chiamano Gesù re è perché vogliono dire qualcosa di certamente diverso rispetto a tutte le regalità pensabili.

            Già il Nuovo Testamento parla di una regalità altra che supera le regalità mondane ed anche quelle messianiche che Israele aveva sperimentato. Nella prima lettura, tratta dal Primo libro di Samuele ci è stata ricordata la regalità messianica di Davide. Le tribù di Israele la riconoscono mettendosi in alleanza con lui riconoscendo la vocazione che Dio gli ha dato di pascere il suo popolo. Ai tempi del Nuovo Testamento però l’esperienza monarchica di Israele è miseramente fallita e la regalità davidica è, per l’Israele fedele, solo una memoria di una promessa che la supera. Il re veniente sarà altro da quello che Israele ha sperimentato, da quello che i popoli sperimentano.

            Ma che alterità?

            Per comprendere dobbiamo prima porci un’altra domanda: chi è un re? Certamente è uno che guida, che pasce, come  già diceva il testo del Primo libro di Samuele con tutta la tradizione profetica; è poi uno nel quale possiamo dire si riassume la totalità del popolo … ma è soprattutto uno che ha l’ultima parola su coloro che lo chiamano re; è il Signore. La festa di oggi allora potremo chiamarla Solennità della Signoria di Cristo. Una signoria che va riconosciuta e accolta per quello che essa è nella sua alterità.

            La liturgia di oggi ci propone con crudo realismo questa alterità liberando la regalità di Cristo Gesù da ogni esito trionfalistico, di dominio…liberando la sua Chiesa dalla tentazione di farsi regno mondano stendendo tentacoli di supremazia sui regni e sugli uomini.

            Il Cristo è davvero re perché ha parole definitive sulla storia, è davvero re perché tutto regge con la sua parola potente (cfr Eb 1,3), è davvero re perché ha conquistato alla luce del Padre il mondo che si era gettato nelle tenebre di morte. Non bisogna dimenticare che è Gesù stesso che afferma la sua regalità. Nel Quarto Evangelo lo dice con chiarezza: Io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo. Se ci fermassimo qui sarebbe rischioso ma Gesù aveva anche detto, a scanso di ogni possibile equivoco: Il mio regno non è di questo mondo … non è di quaggiù (cfr Gv 18, 36-37) ed il passo dell’Evangelo di Luca che oggi si proclama lo mostra con una chiarezza limpida e spiazzante.

            Questo re è altro perché non salva se stesso! Salva gli altri, i suoi torturatori, quelli che lo insultano … salva noi! Per ben tre volte la tentazione lo aggredisce sul paradossale trono della croce: Salva te stesso! La tentazione gli ricorda che ha già operato la salvezza di tanti infelici, di tanti poveri, di tanti disprezzati … e davanti ai suoi occhi di crocefisso sono passati certamente i volti della peccatrice con il vasetto di profumo, del cieco che riapre gli occhi alla luce, dei lebbrosi con la loro pelle risanata, degli ossessi umanizzati, di Zaccheo raggiante di gioia e di speranza, dei suoi discepoli pieni di fiducia in un mondo diverso..li ha salvati! La tentazione gli ricorda che Lui può ma Gesù sa che è re, e anche i suoi uccisori l’hanno scritto in cima alla croce, ma è un re che salva il mondo perdendo se stesso. E questa alterità Luca vuole che noi la capiamo fino in fondo, una regalità davvero altra; Luca vuole che spazziamo via tutte le idee preconcette di regalità e anche di Messia … come l’evangelista ci dice questa alterità? Proprio nel titulus crucis, quel cartello posto in cima alla croce che dava ai passanti e l’identità del condannato e il delitto per cui stava su quel legno. In greco Luca così ci dice il testo del titulum: “O basileùs tõn Ioudaíon outos” che in italiano suona così: “Il re dei Giudei: questo!” Luca è chiarissimo; è come se ci dicesse: “!l re dei Giudei, il Messia è questo, questo crocefisso, questo perdente, questo che non salva se stesso … se pensate ad altra regalità state sbagliando!”

            Gesù aveva annunciato questo paradosso per tutta la sua vita, con tutta la sua vita: solo chi perde la propria vita la ritrova (cfr Lc 9,24)…e ora è lì a perdere la sua vita; se salvasse se stesso rinnegherebbe quel paradosso…e così da re paradossale rimane lì, confitto alla croce in un’impotenza totale e sceglie di salvare e non di salvarsi. Come ultimo atto della sua storia su questa nostra terra salva un povero, il più povero…uno a cui si è fatto simile fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Sulla croce, perdendo se stesso e donando salvezza senza salvare se stesso Gesù è davvero re, domina davvero. Domina quella tremenda “filautìa” che è amore di sé fino alla dimenticanza degli altri e di Dio; domina con l’amore e la misericordia l’odio che lo sta aggredendo inchiodandolo al legno dei maledetti; è re perché si fa ponte tra la terra dei poveri e degli ultimi ed il “paradiso” di Dio…nell’Evangelo di Giovanni Gesù dice: Io sono la via (cfr Gv 14,6) e qui vediamo come Egli sia davvero via; via per chi riconosce nel paradosso la sua regalità, via per chi, come il ladro crocefisso, non ha paura del suo peccato e sa consegnarlo a quelle mani inchiodate apparentemente impotenti ma paradossalmente capaci di aprire quel “paradiso” che l’uomo chiuse con la sua disobbedienza e dinanzi al quale saettava la spada di fuoco dei tremendi cherubini posti a guardarne la soglia (cfr Gen 3,24).

            Fu la negazione della signoria del Creatore a chiudere quelle porte che ora vengono spalancate all’ultimo dei figli di Adam, al più reietto e  misero, a questo ladro crocefisso che però riconosce, nel Crocefisso che gli sta accanto, il Signore che ha le chiavi della morte e dell’inferno (cfr Ap 1,18) e perciò è la chiave di Davide, se egli apre nessuno chiuderà (cfr Is 22,22).

            La Chiesa oggi, al culmine dell’Anno liturgico, contempla questo re che è ragione di ogni lotta quotidiana per la santità e la giustizia, questo re che le dà la forza per costruire il Regno sapendo che esso è sempre dono dall’alto, questo re che mette in crisi tutti i regni del mondo e tutte le pretese di potere, questo re che regna dalla croce.

            Alla fine dell’Anno liturgico la meta non è un compiacimento trionfalistico ma, ancora una volta, è una via contraddittoria alle nostre vie, la meta è una Signoria che non ci mette al riparo in una religione rassicurante ma ci chiede di rischiare di persona,  a caro prezzo (cfr 1Cor 6,20).

            Alla fine dell’Anno liturgico questo re si mostra a noi come possibilità di un modo pieno per essere uomini, vorrei dire del modo pieno per essere uomini: nell’amore che si dona, che non salva se stesso ma salva l’altro!

            Questo re è credibile perché senza svendere la sua Signoria si è fatto vicinissimo a noi ed alla concretezza della nostra umanità, fino alle nostre croci. Tanto vicino e prossimo che il ladro crocefisso lo può chiamare semplicemente Gesù (è l’unico in tutto l’Evangelo che lo chiama solo così, senza titoli…) e fa fiorire sulle nostre labbra quello stesso nome santo ogni giorno, nella confidente certezza che Lui è il Signore  che a tutto dona senso!

            Il Buon Samaritano termina così il suo viaggio, quello che Luca ci ha narrato in tutto il suo Evangelo durante quest’anno ed il finale è sconvolgente: è ferito come colui che ha soccorso! Ha le stesse piaghe e le avrà per sempre (cfr Lc 24,39) non per raccontare un eterno dolore ma per narrare un amore eterno…

            Di un Signore così ci possiamo fidare e possiamo camminare, pur tra le contraddizioni della storia, con l’ardente desiderio di pronunciare, come ultima parola delle nostre labbra, proprio come il ladro crocefisso, primo Santo del Regno, il nome del re fattosi compagno delle nostre vite:

 Gesù!

 

P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mal 3,3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto (siamo dopo il 70) e la vita della Chiesa è sì fiorente ma minacciata, già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo) … la fine del Tempio per Luca (come per tutto il NT) è segno potente della novità che è Cristo e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo tempio che è il Cristo crocefisso, risorto e vivente nella Chiesa.

            Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per grandiosità del Tempio e per le sue bellezze ed è detto “grande apocalisse lucana” mentre al capitolo 17 avevamo incontrata la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere; qui Gesù ci narra come sarà la storia e come in essa coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo potranno e dovranno camminare.  

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma neanche parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole che promettono una vicinanza provvidente che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Questa salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne e questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che da un lato anestetizza i credenti e dall’altro li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno … menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio; pensiamoci … il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente presentandosi come un idolo che chiede adesione: Molti verranno nel mio nome dicendo io sono … non seguiteli!Io sono”: è il santo nome di Dio ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare; gli idoli chiedono sequela (e lo fanno con seduzione potente e noi tutti lo sperimentiamo ogni giorno!) ma Gesù ammonisce: Non seguiteli! Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo Seguitemi! (cfr 5,11.27; 9,59; 14,27…) qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo a tale proposito è l’uso del suo nome; il credente può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo invece di farsi servo di quel santo nome. Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati “a causa del mio nome“. E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4,12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro …

Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione, se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo, ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, “la parola quella della croce” (1Cor 1,18) allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli … dagli amici. E’ terribile ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: come dicevamo, quando scrive l’Evangelo, è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli) e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti (l’ “iupomonè” di cui Gesù oggi parla è proprio la pazienza perseverante che è il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno, è la “resistenza”); insomma è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

 

                                            P.Fabrizio Cristarella Orestano

Rovine del Tempio di Gerusalemme (foto)