VENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Mi scuso dell’errore occorso la scorsa domenica in cui invece di pubblicare il commento ai testi della XX domenica del tempo ordinario ho pubblicato questo della XXI.

Lo ripubblichiamo con la giusta dizione e ancora mi scuso. P. Fabrizio

 

VENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

 Is 66, 18-21; Sal 116; Eb 12, 5-7.11-13; Lc 13, 22-30 

 

Molte volte il problema più grande che bisogna affrontare è scegliere la “porta” giusta, è scegliere per dove passare per trovare la vita, il senso della vita, la salvezza.

Nell’evangelo che oggi si ascolta pongono a Gesù ancora una domanda che a Lui interessa davvero poco … gli chiedono valutazioni numeriche: Sono pochi quelli che si salvano? Come al solito vogliono portare Gesù all’interno di una polemica francamente sterile pericolosa: quanti si salvano? Negli ambienti rabbinici giravano espressioni come questa: “Dio ha creato questo mondo per amore di molti e quello futuro per amore di pochi”… è davvero un calcolo sterile: pochi molti? Sterile perché diventa una discussione accademica, casistica, “religiosa”, una discussione che non porta da nessuna parte; ma è anche pericolosa perché chi si fa domande come questa, circa il numero, alla fin fine è sempre certo di stare nel numero dei pochi privilegiati, buonigiusti che si salvano.

Queste cose davvero Gesù non le tollera … ed ecco che si impegna per portare questo discorso sterile e pericoloso su un altro campo … il problema per salvarsi è scegliere la porta giusta: attraverso cosa devo passare per accedere al Regno? Molti si affollano presso le porte larghe delle facili e rassicuranti osservanze: passeranno per quelle porte facili, ma si troveranno in un mondo “religioso” che non può offrire né vita, né verità.

Bisogna invece saper scegliere la porta giusta che è proprio quella stretta, e che potrebbe essere chiusa prima di quanto si immagini. E’ un’immagine potente questa della porta stretta, ed è anche un’immagine che evoca ancora una volta urgenza: non si può perdere tempo! E’ necessario far passare la propria vita per questa porta scomoda; l’immagine della porta che si chiude non vuole essere una minaccia, ma è un richiamo all’urgenza: la nostra vita è “breve” ed è “una”; non può essere sprecata al di qua della porta del Regno, occorre affrettarsi. Gesù dice: sforzatevi di entrare per quella porta; il verbo greco “agonízomai” significa “lottare”! Sì, bisogna lottare contro la tentazione di scegliere le porte larghe, comode, rassicuranti, che non costano … e non solo. Si deve anche far presto! Infatti è iniquo e stolto perdere tempo perché perdere tempo e perdere vita … la nostra vita, pesiamoci bene, è solo tempo!

E’ urgente passare e passare per quella porta perché solo oltre quella porta si trova il pascolo della vita; solo oltre quella porta si trova Colui che è già passato per quella porta stretta, solo oltre quella porta si trova Gesù.

L’evangelo di questa domenica si chiude con un detto celeberrimo di Gesù, un detto che troviamo più volte negli evangeli: Ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi. Se leggiamo questo detto non moralisticamente, ma con lo sguardo fisso su Gesù, ci accorgiamo che Lui è passato per la porta stretta perché semplicemente si è fatto ultimo, ha avuto il coraggio, come scrive Paolo nell’inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi (cfr Fil 2,5-11), di non ritenere un tesoro da preservare con avarizia il suo essere Dio, ma si è fatto ultimo e questo “fino alla morte e alla morte di croce”: così è passato per la porta stretta, che l’ha condotto ad avere un nome che è salvezza per tutti gli uomini!

E’ la porta stretta che ci conduce al Regno, è la porta stretta che ci conduce a respirare nello spazio di Dio; nessun’altra appartenenza esteriore può essere un’assicurazione in tal senso! Insomma, non basta essere figli di Abramo, bisogna avere la fede di Abramo! Non è questione di sangue, di appartenenze previe, è questione di fede!

La pagina di Luca che oggi ascoltiamo è certo una polemica con quei Giudei che non avevano accolto Gesù, ma vuole essere sferzante anche per noi, sferzante per le nostre sicurezze di cristiani troppo spesso tentati di “giustizia”, e tentati di credere di stare dalla parte dei salvati e di starci spesso anche contro gli altri.

Nessuna presunzione che crei quietismi e rassicurazioni! E’ necessaria, invece, quella santa inquietudine che ci metta in moto, che ci metta in lotta per passare per quella stessa porta che Cristo Gesù ha già attraversato. La grande riflessione del Quarto Evangelo arriverà a far dire a Gesù: “Io sono la porta!” (cfr Gv 10, 9). E’ vero! La porta stretta non è solo la via di Gesù, ma è la via che è Gesù! Solo se si passa attraverso di Lui, fidandosi di Lui, si permette alla propria vita di entrare in quei pascoli di senso e di bellezza a cui aneliamo.

Sottrarre giorni a quei pascoli – ripetiamocelo – è iniquo e stolto!

E’ necessario scegliere oggi la porta giusta!

 

                          P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Ap 11, 19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15, 20-26a; Lc 1, 39-56

  

            Il mistero di Maria ci appartiene, ci coinvolge, ci mostra l’esito della storia e ce lo mostra in una di noi; sì, Madre di Dio, sì immacolata per grazia ma una di noi. Maria non solo è parte della Chiesa, come il Concilio ci ha detto con chiarezza, ma è anche icona della Chiesa.

            Riguardo a Maria credo bisogna uscire una volta per sempre dalla logica del privilegio da ammirare per  contemplare in Lei l’aspetto rivelativo, cioè quel mistero di Dio che l’ha toccata ed invasa per toccare ed invadere anche noi… Nulla di ciò che accade a Maria è estraneo alla Chiesa e quindi a ciascun credente; ciò che accade a Maria è rivelativo per ciascuno di noi…perfino il generare Cristo, perfino il suo mistero di innocenza; fino alla destinazione alla gloria.

            Nulla in Maria è assoluto privilegio, tutto in Lei è evangelo per il mondo.

            La solennità di oggi è la memoria della sua morte e della sua partecipazione alla risurrezione del Cristo. Si badi bene che il dogma non afferma che Maria non sia morta ma che, trascorsi i giorni della sua vita terrena, è stata risuscitata dal Padre. Insomma, la resurrezione della carne che noi attendiamo per Lei già si è compiuta. D’altro canto se il Cristo, il Figlio eterno di Dio è passato per la morte, perché non avrebbe dovuto passarvi la Madre? Tanto più che a nessuno è risparmiato quel transito attraverso il buio della morte, La resurrezione vince la morte non saltandola a piè pari ma attraversandola. Anche Maria l’ha attraversata come ha attraversato la storia, come ha camminato nella storia custodendo prima il Cristo nel suo seno, poi custodendo la parola e gli eventi di salvezza (cfr Lc 2,20.51).

            L’Evangelo di oggi ci mostra Maria in viaggio dopo l’annunzio dell’angelo … la cosiddetta Visitazione; una pagina questa che oggi è proclamata non per mostrarci la carità di Maria, come a volte si dice in certe letture moralistiche, ma per mostrarcela in un viaggio che è segno del suo camminare nell’avventura umana sulle tracce del Cristo suo Figlio e nei percorsi degli uomini. Maria attraversa tutte le crisi umane ma con il Cristo, in Lui e per Lui … e portando Lui … È palese in questo che Maria ci è consegnata nella Scrittura perché la Chiesa comprenda la propria vocazione, le vie autentiche da percorrere, la propria identità!

            La pagina di Luca che oggi è proclamata, e che culmina con il grande canto del Magnificat, canto di Maria ma soprattutto della Chiesa (e non è un caso che la Chiesa lo intoni ad ogni vespro), è un ricalco abilissimo del testo del Secondo libro di Samuele (cfr 2Sam 6,1-15) in cui Davide trasporta l’Arca Santa…l’assunto di Luca è chiaro: Maria è l’Arca Santa che contiene la presenza di Dio (Essa qui è già gravida), una presenza che porta consolazione, pienezza di gioia e di danza (Giovanni danza nel grembo di Elisabetta come Davide danzava davanti all’Arca). Insomma Maria è la visita di Dio che porta gioia … Zaccaria, nel suo canto di lode (cfr Lc 1,68), lo dirà esplicitamente: Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha “visitato” e redento il suo popolo! La casa di Zaccaria ha sperimentato quella visita di Dio certamente con la nascita inattesa del Battista, ma soprattutto con la visita di Maria.

            Il passo dell’ Apocalisse, che costituisce la prima lettura, inizia proprio con una visione dell’Arca che si mostra nel cielo e, quasi con una dissolvenza cinematografica, Giovanni sovrappone all’Arca la Donna vestita di sole (partecipa della luce di Dio in cui si avvolge come in un manto, cfr Sal 104,2), coronata di dodici stelle (è compimento di Israele, cfr Gen 37,9), con la luna sotto i piedi (attraverserà il tempo, la storia; infatti la luna per Israele è l’astro che segna lo scorrere dei mesi, del tempo). La visione della Donna narra in un attimo a Giovanni tutta la vicenda salvifica di Gesù: la Donna partorisce un Figlio maschio destinato a dominare tutte le genti con scettro di ferro (è il Messia secondo la visione del Sal 2) ma il drago si avventa sul Figlio per divoraralo ma Dio lo rapisce presso il suo trono … la Donna fugge nel deserto. E’ la storia della salvezza operata in Cristo Gesù nella quale si compie la presenza di Dio (l’Arca) e la Donna è Israele, è l’umanità, è Maria, è la Chiesa … sì, la Chiesa che vive il frattempo della storia ma in un tempo che finirà  per versarsi nell’eterno di Dio (un tempo, due tempi e la metà di un tempo – cfr Ap 12,14 – che poi sono i milleduecentosessanta giorni del testo che abbiamo ascoltato e cioè tre anni e mezzo, la metà di sette! Cioè non sarà sempre così … il tempo della Chiesa, tempo di deserto e di lotta, si verserà nell’eterno!). Tutto il Libro dell’Apocalisse sarà la narrazione di questo tempo della Chiesa tra le tribolazioni della storia e le sue lotte e contraddizioni ma alla fine la Sposa sarà adorna e pronta (cfr Ap 21,2) nella visione di infinita speranza della Gerusalemme perfetta in cui non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né dolore.

            La festa di oggi ci dice che tutto ciò è già avvenuto alla Donna, a Maria, alla Madre. Oggi in Lei ci è data la caparra della speranza, in Lei il nemico che è la morte è già stato annientato (cfr il testo della Prima lettera ai cristiani di Corinto che abbiamo ascoltato).

            Ci chiediamo: ma tutto non ci è stato già detto e soprattutto dato in Gesù Cristo morto e risorto per noi? Certo! E allora questa festa di oggi? Mi piace pensare una cosa: è assolutamente gratuita! Tutto in Maria è gratuità! Tutto è solo Grazia! Anche questo evento di Grazia … oserei dire che è “inutile”… per noi che siamo Chiesa è un’ulteriore carezza di Dio che così ci indica ancora la meta in un cuore di donna, in un cuore di madre, in una di noi!

 

                     P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Giovanni Gasparro (n. 1983): La Donna vestita di sole (Basilica di San Giuseppe Artigiano, L’Aquila)

 

 

DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 18, 6-9; Sal 32; Eb 11, 1-2.6-19; Lc 12, 32-48

 

Il Gesù di Luca continua a parlare alle nostre vite anche in questa domenica d’estate per condurci a pensare seriamente alla nostra posizione dinanzi a Lui ed al Regno che è venuto a proporre alle nostre concrete esistenze.

            Fidarsi di Dio è  l’opera essenziale alla nostra salvezza (cfr Gv 6,29) e di Lui ci fidiamo se facciamo memoria della sua storia con noi, come fa il testo del Libro della Sapienza che abbiamo ascoltato: ricordarsi della sua azione che ci ha cercati, salvati e condotti su vie di speranza. E qui ognuno di noi deve compiere una calda ricognizione della sua personale storia con Cristo inserendola nella storia più ampia della Chiesa che lo ha generato concretamente alla fede e nella storia degli uomini suoi fratelli. L’autore della Lettera agli Ebrei ci ricorda, nel passo che ha costituito la seconda lettura, la fede di Abramo e ce la offre come una “parabola” (cosi alla lettera Eb 17,19) per la nostra vita.

            Su questo sfondo di fede le parole di Gesù nell’Evangelo di oggi ci chiedono di prendere una posizione. Posizione rispetto all’oggi, posizione di fronte ad un’attesa che è quanto mai necessario verificare perché determina il presente e ci porta verso il futuro.

            Cosa attendiamo?

            Noi siamo figli delle nostre attese … ciò che attendiamo ci determina! Chi non attende altro che la morte diviene figlio della morte e vive una vita da morto. E’ paradossale ma è così! Chi attende i beni, il possesso diventa statico e gelido come il vitello d’oro che ha bocca e non parla (Sal 115), non può camminare ed è di gelido metallo, chi attende il Signore invece inizia a vivere della sua stessa vita e delle sue stesse speranze che aprono orizzonti che mai potremmo immaginare. Chi attende il Signore è fedele al presente. Questo significa prima cosa rendersi conto che chi segue il Signore e lo attende, necessariamente sarà parte di un piccolo gregge. E’ questo l’appellativo tenero, realistico e per nulla trionfalistico che Gesù dà ai suoi. Dovremmo ricordarcene sempre! E questo per non nutrire alcun sogno di potenza o di voler trasformare la Chiesa in gruppo di pressione … Un piccolo gregge è sempre un piccolo gregge e mai potrà diventare né lupo, né folla oceanica … se diviene lupo o folla oceanica bisogna esser certi che non è più Chiesa di Cristo … e se dice di esserlo lo è solo nell’apparenza. I veri discepoli sono piccolo gregge e con questa consapevolezza devono vivere l’oggi e l’attesa del futuro. I discepoli di Gesù sono un  piccolo gregge che vive certamente la “febbre” dell’annunzio dell’Evangelo perché altri possano entrare nel piccolo gregge, un piccolo gregge che sempre tale resterà. In questo nostro tempo, in cui vediamo di certo una riduzione della Chiesa, in cui si è pochi, in cui le vocazioni diminuiscono, in cui ci sono tanti abbandoni della vita ecclesiale, in cui è sempre più il disinteresse per la vita interiore e per la fede, siamo fatti coscienti di questo essere costitutivamente piccolo gregge. Quello che oggi stiamo vivendo ci toglie ogni illusione di potenza e di essere massa capace di esercitare pressioni. Chi sogna ancora questo è davvero fuori dalla storia ma – direi –  davvero fuori dall’evangelo! 

            Per metterci in questa prospettiva Luca pone sulle labbra di Gesù tre parabole: le prime due sull’attesa del futuro e la terza incentrata sul presente.

            La prima parabola parla di uno sposo che torna dalle nozze e bussa alla porta … questo Signore-sposo che troverà i servi vigilanti si metterà addirittura a servirli; quello che conta, insomma, è saper attendere e non scandalizzarsi del ritardo (tornerà alla seconda o terza veglia della notte, cioè o nel cuore della notte o mentre sta per albeggiare).

            La seconda parabola è brevissima, quasi solo un paragone, e ribatte su questo tema avendo a protagonista un uomo che non sa quando verrà il ladro; questi viene quando nessuno se lo aspetta.  Gesù è davvero audace a paragonarsi ad un ladro

            Due racconti che intrecciano il futuro più o meno prevedibile con un presente di vigilanza. La differenza con la terza parabola sta nel fatto che il servo di cui Gesù narra non attende più, ha scambiato il ritardo per infedeltà e quindi si sente autorizzato a dimenticare il padrone e ed a ricordare solo se stesso, i suoi bisogni ed i suoi desideri, facendo venir fuori il peggio di sé con violenza ed arroganza. Il ritardo del padrone è ingannevole e fa cadere nel cinismo, nella disillusione, in quella miopia che permette di vedere solo il concreto, l’utile, il materiale

            La dimenticanza del servo che non attende più è, per Gesù, l’opposto di ciò che invece può trasformare la vita rendendola sensata perché radicata nel passato, protesa in un’attesa e feconda nel presente. Due sono gli atteggiamenti che il Signore dice necessari per questo: fedeltà e saggezza (Chi è l’amministratore fedele e saggio …? La nuova traduzione della CEI scrive fidato e prudente ma è lo stesso anche se mi pare che l’accento vada più su quel che il servo fa e non su  ciò che è). Fedeltà significa memoria costante del Signore, saggezza significa quella sapienza che ci fa pesare ciò che davvero vale.

Ecco il punto: cosa davvero vale?

Il Regno di Dio è davvero il cuore delle nostre vite? Siamo capaci di custodire il Regno e le sue vie anche tollerando il ritardo de Signore ed i suoi silenzi?

A questo proposito l’ultima parabola che abbiamo ascoltato ci invita ad una riflessione ulteriore su come viviamo il nostro presente di credenti: nella nostra vita noi abbiamo memoria di un giorno radioso in cui abbiamo fatto esperienza viva e vivificante dell’incontro con Lui, con il Signore Gesù. Quei giorni, quei mesi che seguirono, forse anche alcuni anni furono tutti illuminati da quella presenza nuova, consolante, capace di aprire varchi enormi alla speranza, alla possibilità di amare, alla fiducia piena nel Dio della storia. Poi sono venuti i giorni del nascondimento, poi Lui è partito e tarda a venire; forse ci sono anche delle promesse di Lui che paiono esser venute meno, forse i tempi della realizzazione di certi sogni si sono allargati a dismisura, forse sono pure intervenuti dolori, peccati, tradimenti nostri e di chi ha camminato con noi … è storia di tutti e chi dice che per lui non è così credo non dica la verità o sull’autenticità dell’incontro o sul suo oggi! Sì, poi c’è il ricordo di quell’incontro, c’è la memoria che è bruciante ma non dà consolazione; inoltre ci sono le voci “ragionevoli” che suggeriscono che tutto fu un’illusione (magari giovanile!) e che il “reale” è ben altra cosa … e allora vale la pena fare quel che si può, vale la pena prendere quel che si riesce a prendere per star bene senza tante illusioni e proiezioni … e così eccoci nella condizione del servo della parabola: ha perso l’attesa e con essa ha perso tutto. Per quel servo c’è un’aggravante che le parole di Gesù ci suggeriscono: nella sua condizione di dimenticanza quel servo sapeva, conosceva la volontà del suo Signore … Insomma sapeva come è il cuore di quel suo Signore ma non gli è bastato a pazientare, non gli è bastato per porre al centro della sua vita l’attesa del Regno. Ha valutato tutto con i suoi tempi e non ha lasciato al Padrone la piena signoria sul quando e sul come. Come è facile negare le parole che il Signore ci ha consegnato nelle ore della grazia e della vicinanza! È facile perché Lui ci lascia pienamente e sovranamente liberi! È facile perché il mondo ha tantissime “buone ragioni” per negare la “follia” dell’Evangelo! Il piccolo gregge resta tale perché la seduzione della mondanità è grande. Ma non bisogna spaventarsene: il piccolo gregge è il resto che genera salvezza per tutti! È paradossale: è più facile a dirsi che a comprenderlo! È così, però, basta guardare alla Croce: lì un resto ha salvato tutti!

Ecco allora la via che questo testo di Luca di oggi ci traccia: fedeltà all’attesa per un presente fecondo secondo quella volontà del Signore che ci è stata fatta conoscere: volontà che è quel cuore dell’Evangelo in cui il primato va dato, senza sconti o infingimenti, al Signore ed al Regno. Con Lui e protesi verso il regno si possono gustare pace e vera libertà.

Se invece crediamo al mondo ed ai suoi orizzonti a due passi da noi, afferreremo anche dei beni e dei successi ma ne resteremo prigionieri e percossi.

             P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Qo 1,2; 2,21-23; Sal 89; Col 3, 1-5. 9-11; Lc 12, 13-21

 

L’Evangelo di questa domenica è davvero provocatorio; è provocatorio perché tocca un tema che da sempre ha suscitato nei cristiani grandi problemi, discussioni, divisioni, tentativi di accomodamenti: il possesso dei beni.

            Il tutto inizia con la domanda di un tale, una domanda emblematica: è la domanda di un fratello in lite con un altro fratello circa un’eredità; vogliono una divisione di ciò che il padre aveva lasciato loro. Gesù rifiuta nettamente di entrare nella diatriba: Lui non è un divisore! Il divisore è qualcun altro; al contrario Gesù è venuto a rendere fratelli i fratelli, ad insegnare l’amore e quindi a condividere non  a dividere. La domanda di questo tale dà agio a Gesù di affrontare quell’ostacolo mortifero sulla via della vita, della libertà e della fraternità che è il possedere.

            Ecco che la risposta di Gesù è un invito ad entrare in una stoltezza che contraddica il mondo: Guardatevi dalla “pleonexìa”! (così in greco) che significa Guardatevi dall’ “aver di più” ma anche dalla “cupidigia”. Insomma ciò che il mondo percepisce come giusto (la divisione dei beni) per Gesù è semplicemente avarizia, avidità arrogante.

            Il problema è sempre lo stesso, la scelta da fare è tra un bieco realismo mondano che calcola, accumula, conserva, si assicura un ipotetico domani al riparo da rischi ed un sano realismo evangelico che ha presente l’ oltre. Gesù mette in guardia dal primo atteggiamento ed il ricco di cui narra riceve dalle  sue labbra un epiteto icastico: Stolto! (in greco “àphron” cioè “senza phrónis”, “senza intelligenza, senza saggezza”).

            Sì, il ricco della parabola è stolto perché fa dipendere la sua vita dai beni, si compiace dei suoi beni (Hai molti beni dice il ricco parlando alla sua stessa vita!) ed affida loro tutto … crede che i beni gli custodiscano la vita. E non è così! Assolutamente non è così; il mondo lo crede ma è un inganno terribile! Il ricco dice alla sua vita quattro cose che il Signore aveva pur programmato per la sua creatura: Riposa, mangia, bevi, godi! Il Signore questo voleva per l’uomo, infatti i beni condivisi dovevano servire per questo ma per ogni uomo, per tutti gli uomini Il ricco è però stolto perché crede che queste quattro cose le possa avere accumulando! L’accumulo: diviene per il ricco addizione spropositata e per gli altri sottrazione senza pietà. Chi accumula crede di garantirsi il futuro e sottrae il presente a tanti altri! Nel sogno di Dio tutti devono poter riposare, mangiare, bere e godere ma chi accumula ruba agli altri per riempire i suoi granai, anzi ne vuole di  sempre più grandi perché la follia del possedere diventa una malattia invasiva dell’anima.

            Per Gesù dunque il ricco è stolto perché non ha compreso la verità dell’essere uomo, di ogni uomo: è creatura limitata e peribile; il tempo dell’uomo è sensato se è un tempo teso all’amore, alla condivisione; il tempo del ricco è tempo segnato invece dalla stoltezza perché teso all’impossibile: evitare la morte credendo che i beni accumulati assicurino il vivere. Il limite però, dice Gesù,  viene a bussare alla sua porta con il volto tremendo della morte e lascia il ricco con una domanda che resta tragicamente senza risposta: Quanto hai preparato di chi sarà? Il sapiente Qoèlet per questo motivo enumerava l’accumulo tra le vanità assolute … Nella parabola la morte, la terribile nemica che Gesù stesso sta per affrontare sul Golgotha, ha un ruolo positivo, rivelativo di quella vanità, rivelativo della verità dell’uomo.

            Come cantiamo nella notte di Pasqua Felix culpa, così potremmo dire paradossalmente leggendo questa parabola, Felix mors! Sì, felice morte perché dà la possibilità di essere ridotti alla propria verità creaturale. La morte qui diviene anche protagonista della parabola perché costringe il ricco a fare ciò che mai avrebbe voluto fare: dare tutto come tutto aveva ricevuto. Il terribile volto della morte qui, dice Gesù, è da contemplarsi per tornare a vivere come creature che non accumulano ma condividono  e così gioiscono.

            La parabola si conclude con un monito a chi tesaurizza per sé e non arricchisce davanti a Dio (alla lettera verso Dio). E’ questa l’alternativa alla stoltezza del ricco: arricchire davanti a Dio. Come si fa? Tutto l’Evangelo ce lo grida: Donando!

            E allora lo sguardo va sempre e ancora rivolto a Gesù; Lui è la via. Infatti si arricchisce davanti a Dio divenendo come Lui, come Lui che si fece e si fa ancora oggi (lo sperimenteremo ancora nell’Eucaristia!) dono per tutti e che Non ritenne una rapina il suo essere Dio, ma spogliò se stesso! (cfr Fil 2, 5)

            Dura è la parola di questo Evangelo ma finché la nostra scelta per Cristo non incrocia questo coraggio  concreto dinanzi al possesso, l’ Evangelo rimane solo e sempre una bella cosa, belle parole e bellissimi propositi: la vita vera è altrove!

 

        P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Bottega fassana (TN): La parabola del ricco stolto (Bassorilievo su legno di cirmolo) (1975-1980)