SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Gen 18,1-10; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10, 38-42

 

Ancora una pagina provocatoria per la nostra vita di credenti, per la nostra vita ecclesiale; una pagina anche questa spesso letta in una sterile quanto infondata contrapposizione tra vita attiva e vita contemplativa.
Lo sfondo di questo racconto della sosta di Gesù in casa di Marta e Maria è sempre quello della parabola che l’ha preceduto, quella del Buon Samaritano. Il racconto si apre, infatti, con una esplicazione del contesto: il viaggio verso Gerusalemme (Mentre erano in viaggio …); è il viaggio del Samaritano verso quell’esodo pasquale che lo porterà ad amare più di se stesso.
Il racconto ha il sapore di una parabola … Marta e Maria sintetizzano il come porsi dinanzi a questo Signore (è notevole che nel passo Gesù è chiamato sempre Kyrios, il che dà un sapore pasquale alla narrazione) che dona la sua vita.
Una, Marta, crede in un fare affannoso, crede che accogliere il Signore-Samaritano sia fare tante cose utili … l’altra, Maria, è convinta dell’ unum necessarium: l’ascolto docile, silenzioso, fatto ai piedi del Signore. Marta sottolinea i servizi che crede di dover fare cui crede doveroso obbligare anche la sorella; Maria non sottolinea nulla, non pretende, non si vanta, è solo accoglienza. Marta chiede a Gesù di rimproverare Maria chiedendole di imitare il suo fare; Gesù in fondo farà perfettamente l’opposto: inviterà Marta ad imitare Maria. Il problema qui non è, come dicevamo, una contrapposizione tra ciò che è migliore o peggiore e, d’altro canto, il testo greco non dice affatto che Maria ha scelto la parte migliore ma che ha scelto la parte buona (anche nella versione in latino di San Girolamo, infatti, non c’è nessun comparativo e vi possiamo leggere optimam partem). Allora non è questione di comparazioni, è questione di necessità. L’ascolto è necessario, è la parte assolutamente buona (ecco l’optimamam partem di san Girolamo!), assolutamente necessaria. Il resto, le molte cose, i molti servizi di Marta, eventualmente sono utili, non necessari. Non comparazioni allora, ma priorità!
Maria, dando questa priorità al “perdere tempo” con Gesù, ascoltandolo e sostando ai suoi piedi, trasgredisce ogni formalità; alle donne, infatti, era vietato essere discepole di un Rabbi; Maria, invece, si fa discepola, permette alla Parola di compiersi in lei, come l’altra Maria, la Madre del Signore, che nell’ in-principio dell’Evangelo aveva spalancato al Signore le porte della storia dicendo si compia in me la tua Parola. L’attenzione al necessario assoluto permette di scavalcare le formalità. A volte è davvero triste vedere come noi cristiani ci lasciamo imprigionare dalle formalità, dai vari “non sta bene” , dalle stupide preoccupazioni che tutto vada bene, che nessuno si turbi, che l’ “immagine” sia salvata e preservata! No! La necessità di portarci ai piedi dell’Evangelo ci deve far guardare all’essenziale e non a perderci nei mille meandri delle formalità e degli affanni dei molti servizi.
Marta è agitata e, vorrei dire, dilaniata da tutto ciò che deve fare secondo la Legge e secondo la convenienza. Marta deve capire che la verità, l’accoglienza, la dignità le dona solo l’ascolto del Signore. Maria, invece, è la prima che obbedisce alla voce che sul Tabor, al capitolo precedente, aveva detto Questo è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo! (cfr Lc 9,35). La contrapposizione tra Marta e Maria non è definitiva perche, come dicevamo prima, Marta è invitata espressamente da Gesù a diventare come Maria. E’ invitata a rinviare l’utile a favore del necessario. Il grande rischio che Marta corre, come spesso lo corrono tanti credenti nella Chiesa, è quello di smarrire le fondamenta, è quello di farsi soffocare dalle preoccupazioni (mèrimna in greco) che diventano un labirinto da cui non si sa più uscire. Preoccupazioni che affogano, che tolgono il respiro o fanno vivere in una sorta di anestesia, in una meccanicità che fa smarrire il senso della vita. Il rischio è il chiasso scelto come habitat… Marta si preoccupa e si agita per molte cose. L’agitarsi è detto da Luca con un termine che significa atteggiamento chiassoso, muoversi frenetico … non a caso da questo verbo che usa Luca è derivato il termine che in greco moderno indica il traffico caotico che c’è nelle nostre città. Gesù ha definito Marta con queste due parole: preoccupazioni e agitazioni; preoccupazioni soffocanti e chiasso stordente; è facile immaginare quanto resti in una vita così per l’ascolto. Marta deve approdare alla pacificazione, all’armonia ed alla serenità dell’unum necessarium. Nel suo commento a questa pagina di Luca S. Agostino fa dire da Gesù a Marta: Tu navighi, essa è in porto! Maria si è lasciata trovare dal Samaritano e si è lasciata condurre al porto dell’ascolto; forse Maria è una Marta convertita che ha trovato la parte buona che non le deve essere tolta. Nessuna Marta tolga a Maria l’ ascolto pacificante; nessuna Marta, armata di buone ragioni ed ingannata che l’utile prema e sia urgente!
Urgente è altro, dice oggi il Signore! Urgente è accogliere Dio come Dio, come fa Abramo alle querce di Mamre (prima lettura); quando si accoglie Dio e si ascolta la sua Parola si diventa fecondi per davvero come il vecchio Abramo, si diviene fecondi perché l’ascolto genera vita, dona il discernimento per comprendere la misura dell’utile, l’ascolto mette in moto la Chiesa ma su un fondamento solido (non nell’attivismo stordente e chiassoso!), l’ascolto è la sola cosa che permette all’agire della Chiesa nella storia, alla sua presenza nella storia, di essere profezia coraggiosa, traccia di senso fuori da ogni formalismo “ecclesiastico” nell’autentica fedeltà all’Evangelo. Questo può accadere solo ai piedi di Gesù il Signore!

                        Fabrizio Cristarella Orestano

  • Walter Rane: Marta e Maria

 

 

 

 

QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

QUINDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10, 25-37

La grande attenzione che oggi si deve fare dinanzi a questa pagina dell’evangelista Luca che è al cuore di questa domenica è quella di non ridurla a parola moralistica che dà buoni consigli religiosi e pii invitando a comportamenti solo etici … questa pagina infatti non è questo e se indica una via morale non è cero questo il suo primo scopo.
Il dottore della Legge che chiede a Gesù che cosa deve fare per avere la vita eterna si sente ricondotto da Gesù stesso verso il campo della Santa Scrittura di cui dovrebbe essere esperto; la risposta che dà a Gesù, pure esatta ed unificante (Luca pone sulle labbra di questo personaggio l’unificazione tra amore per Dio ed amore per il prossimo), attende ancora un compimento, un compimento che consiste nell’andare oltre quel “come se stessi”. Gesù conduce pian piano questo dottore della Legge verso questo compimento e lo fa sottolineando quella parola d’amore che Dio ha pronunciato sul suo popolo, una parola, che come oggi ascoltiamo dal passo del Deuteronomio, è stata posta sulle labbra e nel cuore del popolo perche sia fatta, sia fatta diventare vita. La parola dell’amore vuole concretezza e il dottore della Legge lo comprende; ecco, infatti, che il suo domandare, nato insidioso e malizioso (un dottore della Legge si alzò per tentare Gesù, cosi scrive Luca), pare che qui si trasformi in domanda sincera; la risposta a questa domanda è la celebre parabola del Buon Samaritano.
Il dottore chiede a Gesù, in fondo, dove, a chi, donare quell’amore preziosissimo che il cuore della Legge e Gesù, che rifugge dai mille casi e pure dalle rispostine pie e preconfezionate, risponde con il racconto di una storia, una storia precisa ma ampia, tanto ampia da avere il sapore della storia dell’umanità, da avere il sapore della storia della sua stessa vicenda di uomo tra gli uomini. Alcuni Padri, infatti, amano chiamare questa parabola non del Buon Samaritano ma Parabola del Figlio intendendo che in questo racconto è adombrata la vicenda del Figlio di Dio che si accosta compassionevole alle nostre piaghe. Così i Padri ne fecero una straordinaria allegoria per cui ogni elemento della narrazione divenne, nella loro lettura, un simbolo della vicenda della nostra salvezza, fino a parlare della locanda-Chiesa per arrivare ai due denari interpretati in svariati modi …
Senza entrare in questi particolari, quello che mi pare vada custodito è che certamente Gesù sta rispondendo alla domanda del dottore (Chi è il mio prossimo?) con una storia che non fa altro che raccontare il suo modo di agire con l’uomo. Infatti non è un caso che in questa parabola tutti i personaggi abbiano una specificazione che dà loro un nome: i briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, l’albergatore … tutti tranne uno: colui che non fa nulla tranne che lasciarsi amare e servire dal samaritano dopo essere stato vittima di briganti, lui è semplicemente un uomo. Di fronte all’uomo ci si può porre con rapina, con violenza, con indifferenza, col passare oltre oppure con compassione. Un samaritano passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione (in greco esplanchnìste dal verbo splanchìizo) dice Luca, usando un verbo che negli Evangeli è usato per dirci della commozione profonda di Gesù (cfr Mc 6,34; Lc 7,13); è il verbo della commozione della donna-madre dinanzi al dolore del proprio figlio, dinanzi al pianto del proprio figlio … è commozione viscerale, è dolore che parte dall’ “utero” dove quel figlio si è formato. Il verbo greco che Luca usa è lo stesso che traduce, nell’Antica Alleanza, il verbo ebraico che i profeti usano per dire che il Signore si commuove per il suo popolo (cfr Os 11,8). Questo verbo dunque tradisce l’identità del samaritano: adombra Gesù stesso, Gesù che si è accostato all’uomo ferito, abbandonato a se stesso, preda della violenza e della morte.
Capiamo così che la parabola è rivelativa; è necessario dunque leggerla non sul piano morale che resta sullo sfondo come conseguenza di quell’evento d’amore che è il Figlio di Dio venuto a cercarci sulle nostre strade di deserto e di morte.
La parabola ci invita a cambiare le prospettive delle nostre domande a Dio, domande sempre sul piano moraleggiante, sempre con lo scopo di farci rassicurare sulle cose da fare.
Chi è il mio prossimo?, aveva chiesto il dottore intendendo chiedere Chi devo amare?; la risposta di Gesù è una risposta assolutamente capovolgente: Il tuo prossimo è chi ha compassione di te! E’ una risposta sconvolgente: non bisogna cercare tanto a favore di chi agire e a chi dispensare la propria generosità, quanto è necessario farsi trovare da Colui che ha compassione di noi. Se non ci lasciamo trovare da Gesù, che è venuto a cercarci nella nostra povertà ferita e malata di morte, non potremo essere capaci di misericordia vera. Se non ci lasciamo afferrare da Lui che vuole farsi carico di noi, la nostra sarà sempre una parodia di misericordia, una parodia di amore per il prossimo. Una parodia perché il grande rischio è che i nostri siano gesti ed atti egoistici paludati da amore, gesti protesi a volersi sentire buoni e giusti. Questo non accade invece quando mi lascio trovare da Gesù, quando gli so mostrare le mie ferite, le mie solitudini senza speranza, le mie impotenze … allora dovrò abbandonare ogni autosufficienza, ogni pretesa di attività e dovrò lasciarmi vedere, amare, curare, caricare, affidare da Gesù. Riconoscendo in primo luogo che Gesù si è fatto a me prossimo fisserò lo sguardo su di Lui e sulla sua gratuità ad ogni costo … allora capirò che amare il prossimo come me stesso chiede un oltre, chiede un compimento: contemplando Colui che si è fatto buon samaritano per me capirò che l’amore parte dall’amare il prossimo come me stesso ma deve compiersi in un amare il prossimo più di me stesso, in un amore fino all’estremo.
Un amore così solo Gesù ce lo può dire e donare.
Il racconto allora è chiaramente rivelativo perché ci conduce alla contemplazione di Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne in cui, come dice l’autore della Lettera ai cristiani di Colosse di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, abita ogni pienezza e che ha riconciliato il mondo con il sangue della sua croce; ha amato con il suo sangue, nel suo sangue.
La via della vita eterna di cui il dottore della Legge chiede all’inizio del suo incontro con Gesù, passa per l’amore di Gesù; è il lasciarsi amare nella verità per camminare, pur se con fatica, verso un amore nella verità, un amore che non abbia paura di amare il prossimo più di se stesso. Questa è la via di Gesù.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Il Buon Samaritano (miniatura dal Codex purpureus rossanensis sec. VI) Rossano: Museo diocesano e del Codex

QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 66, 10-14c; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

 

La parola dell’ Evangelo di questa domenica spiazza certe logiche ecclesiastiche che a volte paiono essenziali, moderne, all’avanguardia, efficaci, perché il messaggio passi.

            Quando l’Evangelo lo si veste di questo efficientismo, di questo adeguamento al mondo, smarrisce la sua identità, smarrisce il volto di quel Signore che deve annunziare.

            Come è triste vedere una prassi ecclesiale depauperata e svenduta alle logiche di mercato, di gradimento, di efficienza a tutti i costi! Una simile ricerca di efficienza fa perdere efficacia ad un annunzio che è graffiante ed incidente proprio e solo perché è altro.

            L’invio dei settantadue discepoli non è atto trionfalistico, di successo, di lavoro a tappeto; è atto che impegna tutti coloro che sono disposti a seguire davvero Gesù sulla via altra che Lui percorre, quella via senza rimpianti e nostalgie, con la faccia dura (cfr Lc 9,51.59-62) verso il compimento della volontà del Padre, e atto che impegna i discepoli tutti verso tutti gli uomini.

            Chi è discepolo di Cristo, chi ha conosciuto davvero le sue vie altre ma radicalmente umane ha un debito verso gli altri uomini suoi fratelli … Verso tutti. Infatti il numero settantadue è il numero di tutti i popoli secondo la tavola dei popoli che c’è al capitolo 10 del Libro della Genesi. Questa missione, così estesa e totale, ha però uno strano statuto; sua regola è la sproporzione e se non si appunta l’attenzione su questa sproporzione si rischia di non capire né l’ Evangelo, né il modo giusto di presenza dei cristiani nel mondo.

            La prima sproporzione è quella tra una moltitudine che è la messe e la scarsità degli operai … è cosi: si sarà sempre in pochi per le esigenze del Regno! Quanto più radicale è la coscienza dell’Evangelo, tanto più pochi saranno quelli disposti a dare la vita fino in fondo. Non ci sarà mai adeguamento tra il bisogno della messe e la quantità degli operai; è la prima sfida! È  una sfida che ha bisogno di preghiera, una preghiera che aiuti gli uomini ad avere il coraggio di compromettere la propria vita a servizio del Regno, a farsi operai per sostenere quella sproporzione.

            C’è poi una seconda sproporzione: Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Credo che qui siamo ad un nodo essenziale. Infatti non si può andare tra i lupi da lupi … L’agnello tra i lupi pare perdente in partenza e allora perché affrontare questa avventura che ha già il sapore amaro della sconfitta? Solo per un motivo: si segue l’Agnello … i discepoli dell’Agnello non possono essere dei lupi. Dove è stata la “forza” dell’Agnello? Solo nella capacità del dono di sé; è questo l’unico “potere” capace di abbattere Satana precipitandolo al suolo come la folgore. Chi si offre per amore contraddice quella tremenda “filautìa” che è l’amore di sé a scapito degli altri, a scapito di tutti; il dono di sé sconfigge quel voler salvare la propria vita che è la radice di ogni perversione del nemico.

            C’è però ancora un paradosso: Gesù non assicura il successo comunque e dovunque. Esiste infatti la possibilità che la pace annunziata sia accolta, che il Regno trovi porte aperte, ma c’è anche la possibilità di un rifiuto. un vero rifiuto, un radicale rifiuto! Il gesto di scuotere la polvere dai sandali dinanzi a chi rifiuta la pace è gesto forte che non va taciuto per amore di quel buonismo appiattente che a volte (troppo spesso!) appesta le nostre comunità ecclesiali. E’ gesto forte di denunzia, certo non è di condanna definitiva, ma grido di verità certamente! Un umile verità che va detta con un gesto semplice, non violento, ma certo di cesura! Quella polvere scossa è gesto che vuole richiamare la gravità del rifiuto e l’urgenza dell’accoglienza della pace. E’ richiamo prima all’evangelizzatore: egli deve sapere che compie un’opera gravida di conseguenze, egli porta infatti quella pace che è ritrovare Dio, gli altri, se stessi nella verità e nell’amore.

            La sproporzione che segna il compito del discepolo, guardata dal mondo, è giudicata risibile, perdente, meschina, incapace di portare alcunché di nuovo alla storia, guardata da Cristo e dai suoi discepoli è giudicata unica via possibile per denunziare il mondo stesso e le sue stolte strade di morte.

            L’Agnello fu sgozzato (cfr Ap 5,6) e gli agnelli patiranno il rifiuto a volte fino a dover versare il sangue ma proprio così splenderà la via altra capace di restituire l’uomo all’uomo, il volto dell’uomo all’uomo sfigurato dalla ferocia di voler essere lupi per vincere e “stravincere” secondo le logiche del mondo.

            Il problema  allora è avere il coraggio, come dice Paolo nel passo della Lettera ai cristiani della Galazia, che oggi costituisce la seconda lettura, di portare le stigmate di Gesù nel proprio corpo, cioè il coraggio di lasciarsi segnare la vita da Gesù, l’Agnello debole ma che solo con quella debolezza fa precipitare Satana come una folgore. Essere crocifissi con Cristo significa assumere la sproporzione di cui si diceva sapendo che è l’unica via per dire al mondo un alterità che salva. Non si può essere come il mondo per salvare il mondo! Questa è via mortifera per permettere al mondo di insinuarsi in noi con tutte le sue buone ragioni e con tutte le sue strategie magari millantate come utili all’Evangelo!

            La pelle del lupo puzza sempre di violenza e di ferocia e non può essere messa a servizio del Regno veniente. Su questo Gesù è drastico!

            Quando Paolo scrive ai Galati ormai ha deposto ogni altro vanto, ne ha scoperto uno che oramai è per lui l’unico vanto: la croce di Cristo Gesù! Paradossale, vero? Sì, la croce è vanto perché siamo stati amati da Dio fino all’estremo, è vanto perché quella è la sola possibilità offerta a noi (proprio a noi! … dobbiamo ripeterci con stupore) per cambiare insieme al Cristo il mondo e cambiarlo come Lui con l’amore. Da agnelli! Veritieri e capaci di autentica denunzia, ma agnelli come Colui che chiamiamo Signore!

 

                 P.Fabrizio Cristarella Orestano