VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Is 55, 6-9; Sal 144; Fil 1, 20c-24.27a; Mt 20, 1-16

 

Di nuovo nel “paese delle parabole” … la liturgia di oggi ci fa leggere una delle parabole più “irritanti” dell’Evangelo; irritante perché contro ogni buon senso comune e, apparentemente, segnata da una ingiusta condotta del Signore della vigna: “gli operai dell’ultima ora” o, per meglio dire, “gli operai delle diverse ore”.

In verità la parabola sarebbe introdotta dall’ultimo versetto del precedente capitolo, purtroppo omesso dal lezionario: Molti primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi (Mt 19,30) tanto che, con il versetto 16 del capitolo ventesimo con cui la parabola si conclude, crea una “inclusione” (in questa maniera gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi). Il contesto era stato la domanda di Pietro: Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito: che cosa dunque avremo? Gesù aveva rassicurato che quel “lasciare tutto” per Lui aveva senso, un senso di pienezza di vita (il centuplo), ma poi con la parabola vuole correggere il tiro “religioso” di Pietro e degli altri. Non si tratta, infatti, di calcoli di meriti ma di accoglienza di un amore che supera ogni logica di umana giustizia. Il detto sui primi e sugli ultimi conclude la risposta data a Pietro e si lega con un “infatti” al racconto della parabola. La Chiesa di Matteo ha bisogno di gioire della sovrana libertà d’amore di Dio il quale chiama nella storia uomini e popoli in diverse ore per condurre tutti ad una sola meta in cui nessuno può accampare meriti o diritti. I primi diventano ultimi perché hanno lavorato nella vigna fin dal principio ma ora rinfacciano a Colui che li ha chiamati e il caldo e la fatica. Al centro “geometrico” della parabola il padrone della vigna è detto Signore della vigna (“o kyrios tou ampelonõs”) con tutto l’allargamento di prospettive che questa espressione comporta: è il Signore del fine della storia (venuta la sera … ) che viene a rendere il senso alla storia e questo senso non riposa su una giustizia retributiva secondo i calcoli umani.

Ai tre gruppi di operai il Signore ha detto delle cose precise: con quelli della prima ora pattuito il prezzo della giornata in un denaro; con molta chiarezza. E’ il giusto che serve per quel minimo sostentamento giornaliero di una famiglia. Ai secondi il Signore dà la sua parola per cui possono fidarsi (vi darò il giusto), ai terzi, quelli dell’undecima ora (le quattro del pomeriggio) chiede solo di fidarsi senza nient’altro. Per questi c’è solo un ordine secco: Andate anche voi nella vigna. Questi vanno solo fidandosi di Lui. Partono solo per obbedienza.

L’esito di queste tre chiamate è un vero evangelo perché tutti ricevono quello che serve per la vita (quel denaro). Se il Signore desse meno del denaro pattuito con i primi non sarebbe più un evangelo, non sarebbe più una buona notizia; infatti, che buona notizia sarebbe se quegli uomini, tornando a casa, non avessero il necessario per vivere? Quegli ultimi si sono rivelati primi già nella loro cieca fiducia piena di speranza, nel loro sì ad un lavoro che poteva rivelarsi insufficiente alla “prova” di una “giustizia” semplicemente retributiva; i primi sono diventati ultimi perché hanno rivelato un rapporto sviato e con il Signore, contro cui mormorano tacciandolo sottilmente di “ingiustizia”, e con i loro compagni di lavoro di cui hanno invidia (e questa è sempre, tremendamente, tristezza, dolore per la gioia di un altro!). In fondo i primi hanno un rapporto sbagliato anche con il loro stesso lavoro di cui non hanno compreso il valore e di cui considerano solo il peso e la fatica. Il valore di quel lavoro è detto da una parola del Signore della vigna, una parola che non va letta come ironica o di “degnazione”: Amico: non sono ingiusto con te; non hai fatto il patto con me per un denaro? La parola con cui lo chiama, “hetáire” (“amico”) in greco significa “collaboratore”; insomma è come se gli dicesse: “Ti ho fatto il grande dono di essere mio popolo, popolo santo di Dio; (cfr Is 5,1ss; Sal 80); non hai saputo vivere la gioia di una fatica sì costosa ma vissuta con me, per me; vissuta in una storia grande di intimità. Perché guardi attorno, a ciò che quelli delle altre ore di chiamata hanno ricevuto, perché non guardi a me, al nostro rapporto?”

Quelli della prima ora rischiano di fare calcoli e di ergersi sugli altri, di pretendere un di più! La “giustizia” di questo Signore è una giustizia più larga, più profonda, più alta rispetto ai

parametri legalistici e “religiosi” che possono insinuarsi anche tra coloro che da sempre (dalla prima ora!) lavorano nella vigna. I “giusti” (quelli che tali si pretendono) rischiano di cadere in una “religione” fatta di pesi e misure, di calcoli e di meriti da accumulare; rischiano di guardare gli altri delle diverse ore con sufficienza e disprezzo; rischiano di non conoscere più il vero volto di Dio, la sua “giustizia” che va oltre. Gesù aveva già detto fin dal Discorso sul monte che era necessario che la “giustizia” dei suoi discepoli andasse oltre quella degli Scribi e dei Farisei (cfr Mt 5,20) e qui mostra l’oltre della sua “giustizia” che non si nutre di calcoli ma affonda le radici solo nella “bontà” del Signore. Una bontà che può diventare accecante per il giusto della prima ora. L’invidia è infatti detta da Matteo con un’espressione idiomatica: avere l’occhio cattivo; avere cioè uno sguardo che non è puro, non è limpido, uno sguardo incapace di vedere e il fratello che gioisce per la bontà del Signore e il Signore stesso che è buono e nel suo amore non fa torto a nessuno, che nel suo amore dà vita a tutti senza calcoli meschini.

Quello che conta dinanzi al cuore di Dio non sono i meriti, i “sudori” ed il “calore” ma conta la prontezza a rispondere, la fiducia nel suo amore, lo sguardo puro sulla gioia degli altri. A tal proposito ricordiamo quella beatitudine matteana: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8), in cui i puri sono quelli che hanno lo sguardo limpido sugli altri, senza né volerli possedere, né sottomettere, né disprezzare ma guardarli per condividerne la gioia come il dolore. Uno sguardo così, aveva detto Gesù lì sul Monte delle beatitudini, è il solo capace di vedere Dio. Ecco il rischio che corrono gli operai della prima ora: non vedere più Dio perché incapaci di vedere l’altro e la misericordia che li avvolge.

Matteo giunge così alla fine del suo racconto e ci ha mostrato come in questo “strano” paese delle parabole non solo tutti ricevono la vita (quel denaro) in modo uguale ma addirittura ci ha mostrato un ribaltamento: i primi son diventati ultimi e gli ultimi i primi.

Nel paese delle parabole è possibile perché è il paese dei “sogni” di Dio, è il paese delle sue logiche; come è vera quella parola di Isaia che oggi abbiamo ascoltato: I miei pensieri – dice il Signore – non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie … pensieri e vie di Dio davvero sovrastano i nostri pensieri e le nostre vie: hanno il respiro dell’ oltre, il profumo di un “evangelo” che non è la solita logica mondana!

A quest’oltre Matteo richiama la sua Chiesa, la destinataria del suo Evangelo, a quest’oltre siamo chiamati noi che ci riconosciamo discepoli di questo Signore che chiama a quella vigna per la quale ha già dato tutto, fino a versare tutto il suo sangue. Un oltre che Paolo canta con coraggio in un paradossale ribaltamento delle logiche umane: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno. Siamo disposti all’oltre di questo paradosso?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(A. N. Mironov: Gli operai dell’ora undecima)