VENTOTTESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 7, 7-11; Sal 89; Eb 4, 12-13; Mc 10, 17-30

Che cosa è seguire Gesù? Cosa è seguirlo in modo radicale, in fondo l’unico vero modo di seguirlo, dando a Lui un primato che rende capaci di “vendere” il resto?

Il passo di Marco di questa domenica, il celebre – e a volte “abusato” – racconto del cosiddetto giovane ricco (che questo tale sia giovane lo si deduce dal racconto parallelo di Matteo, cfr. Mt 19,20), ci pone dinanzi ad una richiesta di sequela che ha un esito drammatico, un esito fallimentare. Un esito che è tale perché tra il chiamato e Gesù che chiama si frappone un ostacolo grande che diviene insormontabile: il possesso!

Se la “libido amandi” trova la sua via di sequela nella fedeltà che canta il Dio fedele (lo sentivamo la scorsa domenica circa la via coniugale!), la “libido possidendi” può trovare la sua via di sequela nella condivisione (“Vendi e dallo ai poveri”) e nel volgere le spalle a ciò che, nel possesso, chiede all’uomo sempre di più. Sì, è così: le cose possedute chiedono sempre di più e non chiedono cose ma chiedono all’uomo se stesso! La “libido dominandi” potremo vedere che esito ha nella sequela la prossima domenica.

Il giovane protagonista del racconto di Marco si accosta a Gesù per essere rassicurato e per avere un “da fare” per ottenere la vita eterna, il premio di Dio … la sua domanda, per quanto “religiosa” mostra a Gesù un cuore che sarebbe bello plasmare verso la verità dell’uomo e verso la verità di Dio. Gesù vede in lui una possibilità di vita piena, vede in lui la possibilità di costruire, certo non senza fatiche, un uomo nuovo! Gesù ama le sfide, soprattutto quando oggetto di queste sfide è il credere alle meravigliose possibilità di bello che abitano l’uomo! Il problema è che tra il “sogno” di Cristo ed il profondo di questo ragazzo si frappone qualcosa di terribile, una “diga” che il giovane non vuole abbattere e che Gesù non può abbattere. E’ la “diga” delle “proprie cose”… lo sguardo d’amore di Gesù si posa su di lui ma non lo smuove, anzi, forse, lo indurisce ed inasprisce.

Ci pare quasi di sentire il silenzio profondo su cui si posa quello sguardo amoroso e quelle parole di proposta di Gesù: Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi. A questo punto quel silenzio amoroso diviene silenzio mortale in cui risuonano non più parole, domande, ricerche ma solo i passi all’indietro, certo imbarazzati ma purtroppo sicuri di quel “bravo ragazzo”… Gesù ha chiesto troppo … e poi quel tesoro in cielo! I tesori devono stare nei forzieri dei ricchi e non in un imprecisato e impalpabile cielo …

Il dramma di questa scena evangelica sta in quella tristezza che invade tutta la vita di quel giovane, sta nell’incapacità di voler intraprendere le vie per lui nuove ed inesplorate del dono di sé e della condivisione di tutto.

Aveva chiesto delle cose “da fare” ed in fondo Gesù gliele ha dette ma quelle cose “da fare” non sono quelle che si aspettava; non sono adempimenti passeggeri e precetti che, compiuti, poi lasciano tutto come prima, no; sono cose che mettono radici, che trasformano, che vogliono coraggi “per sempre”… lui non può accettarle perché presuppongono un perdere quello che ha, quello che incredibilmente ora è la sua identità e sicurezza! Gesù gli offre un’altra identità ed un’altra sicurezza. L’amore di Gesù non è stato sufficiente a staccarlo dal suo amore per le sue certezze. Preferisce la tristezza di una vita comoda alla gioia di una vita libera, sensata, alla sequela di Gesù!

In fondo preferisce la sabbia e il fango di cui parla la prima lettura nel Libro della Sapienza opponendoli alla Sapienza …

Questo “bravo ragazzo” è perfettamente il contrario di quei bambini che appaiono nel passo precedente e che chiudeva l’Evangelo della scorsa domenica. Gesù li abbracciava e loro si lasciavano abbracciare e di loro Gesù aveva detto che di chi è come quei bambini è il Regno, chi accoglie il Regno come quei bambini è accolto nel Regno …

Questo giovane non è così: non accoglie il Regno perché non si lascia abbracciare dall’amore di Gesù. Resta solo è triste … magari il mondo lo crederà felice perché ha molte ricchezze ma queste faranno sempre diga tra lui e la gioia vera. Certamente quella tristezza si riverbera anche su Gesù; il testo non lo dice in modo esplicito ma ce lo fa intuire: Gesù volge lo sguardo attorno sui suoi discepoli forse per trovare conforto per l’amore rifiutato, forse per contemplare quelli che l’amore lo stavano accettando. A loro leva un lamento che è constatazione di una verità: Quanto difficilmente entreranno nel Regno dei cieli quelli che hanno ricchezze …

Credo, come scrive Enzo Bianchi nel suo commento a questa pagina di Marco, che bisogna fermarsi qui perché ogni commento a questa parola di Gesù rischia di diventare casistica o addolcimento permissivo … resti così questa parola, cruda nella sua forza e sferzi i nostri cuori ricchi, le nostre vite ancora e sempre troppo opulente. Dinanzi a questa parola rimaniamo come i discepoli: sbigottiti, imbarazzati … tutti! … anche quelli che hanno fatto scelte radicali; il pensiero corre ai mille attaccamenti, alle mille sicurezze che ciascuno si è edificate; la domanda allora è forte: Chi mai potrà salvarsi?

La risposta di Gesù è certo consolante ma non deresponsabilizzante: E’ impossibile presso gli uomini ma non presso Dio. Perché nulla è impossibile presso Dio … Il testo greco dice “parà theô” e “parà” significa “accanto”, “vicino”; insomma si tratta di dove si vuole condurre la propria vita, vicino a chi … se la voglio vivere accanto alle mie “ricchezze” e “sicurezze” è un conto, se la voglio vivere accanto al Dio che è il Padre di Gesù Cristo le cose cambiano e tutto diviene possibile perché “Tutto posso in colui che mi dà forza” (cfr Fil 4,13).

La domanda di Pietro (“Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?”) può sembrare presuntuosa ma, in realtà, è una domanda umanissima a cui però, come sempre, Gesù corregge il tiro: non si tratta di ricevere una ricompensa per qualcosa che si è lasciato, ma si tratta di accogliere una fecondità piena della sequela; il centuplo che Gesù promette non è tanto una ricompensa, un ricevere indietro quel che si è dato con abbondanti interessi … no! è, invece, un constatare che ogni dono è fecondo e moltiplica l’Evangelo, e moltiplica la fraternità, la paternità, la maternità, la gioia. Pietro e gli altri lo constateranno: prima pescavano pesci in un lago, poi pescheranno uomini dall’oceano del mondo … prima avevano solo dei fratelli secondo la carne (non è un caso che i primi chiamati sono due coppie di fratelli!) ma l’Evangelo moltiplicherà quella fraternità e più sarà moltiplicata e più la gioia ed il senso cresceranno; certo, assieme cresceranno anche le fatiche e anche le incomprensioni e perfino le persecuzioni. Gesù non dissimula il male, mai.

Seguirlo non è una gloriosa ascesa, è lotta gioiosa ma piena di inciampi che provengono da dentro di noi e da fuori … Gli inciampi di “dentro” li conosciamo bene, basta guardarsi nel profondo e lì scopriremo gli inciampi-paure che ci raggelano; gli inciampi di “fuori” sono le persecuzioni che si scatenano dinanzi all’alterità degli uomini dell’Evangelo, dinanzi a chi contraddice il mondo che vuole ricchezze e le mette in cima al “desiderabile” e che per esse è disposto a tutto.

Il discepolo povero e disarmato è osteggiato perché mostra disprezzo per ciò che il mondo sommamente apprezza e persegue, è osteggiato e perseguitato perché partecipa alla via del suo Signore osteggiato e perseguitato dal mondo ingiusto.

Per il giovane ricco la fecondità della sequela ha questo prezzo troppo alto e per non pagarlo preferisce “affogare” nella tristezza! Seguire Gesù è costoso ma è via di gioia e di libertà! Sì, libertà! Chi è più libero di chi liberamente dona, di chi sceglie di essere lì dove Gesù lo chiama?

Il Regno è fecondo e rende fecondi … ma non come il mondo pensa … e noi come pensiamo? A Pietro Gesù, un po’ prima, aveva detto: “Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!” (cfr Mc 8, 33).

La sequela è questione di pensare secondo Dio!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

Francesco Bonsignori (Verona 1455-1519) (attrib.): Il giovane ricco ( Venezia, Ca’ d’oro)

VENTISETTESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTISETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gen 2, 18-24; Sal 127; Eb 2, 9-11; Mc 10, 2-16

Marco mostra come seguire Gesù nelle vie di ogni giorno: come seguirlo nella via nuziale, nel rapporto con le cose, nel rapporto con il potere. In fondo la sequela di Gesù ci può cambiare e dirigere rispetto alle tre libido (“amandi”, “possidendi” e “dominandi”, come dirà Freud) che sono le grandi spinte che esistono nell’uomo, spinte che lo costruiscono, ma spinte che lo possono anche perdere … l’amore, il possedere e l’usare il potere sono nell’uomo e devono essere indirizzati e usati per edificare l’uomo nella sua pienezza.

Questa domenica si fissa l’attenzione sul primo punto; domenica prossima l’episodio del giovane ricco ci porrà dinanzi al problema del possedere; l’altra domenica, con la domanda dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni, dinanzi al problema del potere.

Gesù libera!

Rende possibili una grande fedeltà nell’amore, una grande libertà dalle cose, una nuova capacità di servire e non di servirsi degli altri dominandoli.

La domanda che oggi è posta a Gesù è capziosa e Marco lo dichiara semplicemente: Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Domanda capziosa che vorrebbe gettare Gesù nel ginepraio delle polemiche, molto vive a quel tempo tra scuole rabbiniche, circa i limiti e i casi di divorzio … ma forse la domanda è ancora più maligna perché pretende che Gesù si pronunzi su una questione che al Battista era costata la testa; Giovanni, infatti, su questa questione aveva provocato Erode Antipa con quel “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello”…

Gesù però non cade nel tranello, e riporta la questione ad un livello “altro” che i suoi interlocutori neanche immaginavano. Il problema è il cuore: la Thorà, infatti, rendeva possibile il divorzio per un solo motivo, la “sclerocardia”, la durezza del cuore. Un cuore duro ed impenetrabile dalle esigenze d’amore del progetto di Dio. Un cuore così non è in grado di cogliere il senso dell’“in-principio”; quell’“in-principio” in cui non fu così … un “in-principio” a cui più che mai è necessario ritornare per proclamare ciò che il matrimonio significa. Gesù dice con chiarezza che l’uomo non separi ciò che Dio ha unito, e – per dire di questa unità creata da Dio – Marco usa il verbo “syzeugnumi” che, alla lettera, significa “mettere sotto uno stesso giogo” (d’altro canto la parola “coniuge” deriva da questa stessa idea!).

L’amore dei due è indissolubile perchè narra le nozze, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo: spezzare il matrimonio è smentire Dio, è rompere l’alleanza con Lui. Lui è fedele e nel matrimonio il credente è chiamato a mostrare la gloria della sua fedeltà …

Gesù si mette, senza mezze misure, sulla scia del profetismo come quello di Malachia: “Il Signore non gradisce le vostre offerte … e voi ci chiedete il perché? Perché il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu tratti perfidamente mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da alleanza. Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Io odio il ripudio, dice il Signore Dio di Israele … (cfr Ml 2, 13-16).

Gesù cita in tal senso e senza possibili vie di fuga il testo del Libro della Genesi che costituisce la prima lettura di oggi: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne. Per Gesù il matrimonio tende a fare dei due un solo essere, e questo per volontà di Dio. Dio nei due crea un’unità che non può più essere spezzata perché a quell’unità Egli affida una profezia: la sua fedeltà ed il suo amore.

Appartenere al Regno perché si è accolto il Cristo significa portare su di sé la bellezza e lo splendore della fedeltà di Dio. Il Dio dell’Evangelo è il Dio d’Israele fedele ed

amante, fedele fino a perdonare tutti gli “adultèri” del popolo, fedele all’uomo che si aliena agli idoli fino a dare il proprio Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16).

La sequela, ci dice oggi la Scrittura, è questione di fedeltà, di perseveranza, di costanza! La sequela non è via passeggera, non è una stagione della vita … è vita! E questo va mantenuto e proclamato con fedeltà alla vita. Nel matrimonio questa fedeltà è fedeltà a quell’unità indissolubile che Dio ha voluto per i due. Una fedeltà che, ove venisse rotta, infangata, alienata può essere ricostruita dalla fedeltà di Dio e dalla sua grazia. Una fedeltà che va custodita anche quando uno dei due la rigetta e la disprezza. E’ via di croce sì, è via esigente … è via seria! E’ via che non svilisce le scelte dell’uomo, è via che non aliena la sua carne … è via che il mondo irride. E’ via che il mondo deplora parlando di “rifarsi una vita”… ma la vita è già stata fatta da un sì alla donna, all’uomo della propria giovinezza. Quel sì rimane. E se l’altro fosse infedele, chi resta deve rimanere fedele … se non vuole anche lui sconfessare Dio e la sua fedeltà, se non vuole sconfessare la propria stessa vita facendola diventare soggetta a passeggere emozioni e a passeggeri desideri o bisogni …

E’ questo il messaggio duro di Gesù … tanto che i discepoli arrivano a dire, nella redazione di Matteo, che “se questa è la condizione dell’uomo non conviene sposarsi” (cfr Mt 19,10).

La venuta di Gesù non tollera più rimandi o addolcimenti (come le norme date da Mosè per la durezza dei cuori!), vuole invece urgenza, radicalità!

Come è possibile? Marco lo dice nella seconda parte dell’Evangelo di oggi: se si accoglie il Regno come un bambino … entra nel Regno chi accoglie il Regno. Accogliere significa dargli accesso alla propria vita senza “se” e senza “ma”, in un ascolto obbediente e semplice. In un ascolto che si fida.

L’Evangelo è netto, forse appare duro (certamente al giorno d’oggi impopolare!) ma è umano perché prende sul serio l’uomo ed i suoi “sì”, e perché chiede all’uomo una vera presa di posizione, libera ed autentica, dinanzi alle esigenze del Regno.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

(Iniziale “I” (In principio) con “La creazione del Sole e della Luna” e “La creazione di Eva”, miniatura tratta da Bibbia (Francia del nord, secondo quarto del XVI secolo), Bibliothèque municipale, Valenciennes).

VENTISEIESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTISEIESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Nm 11, 25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-48

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale a cui si accede attraverso il farsi schiavo. L’ “insospettabile” Giovanni si fa portavoce di una gelosia di potere, qui non più personale ma “di gruppo”: non era dei nostri, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perché fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù! Gesù è fermo: Non glielo impedite! Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli; il problema è sapere che se ne fa del nome di Gesù! Gesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni … il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno … specie se si sentono “al sicuro”; il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù per compiere opere di liberazione.

L’antico detto patristico, attribuito a S. Cipriano di Cartagine, “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori, ma è un monito a quelli “di dentro” che “sanno” e che abbandonano la Chiesa palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apparentemente “dentro”! Non a caso Marco fa seguire a questo episodio una serie di detti di Gesù sul tema dello “scandalo”!

Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni, pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato … pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’ occhio, il piede da tagliare sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sé la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!) ma divenne tensione all’unità dei dispersi

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo … Marco ha fatto passare dinanzi ai nostri occhi prima Pietro che si fa inciampo a Gesù nel suo andare a Gerusalemme, poi i Dodici tutti che disputano miseramente su presunti ed agognati primati, oggi l’“insospettabile” Giovanni che si fa paladino di un integrismo che Gesù non tollera in alcun modo.

Gesù è fermo: Non glielo impedite! Forse i discepoli credevano di ottenere un elogio da Gesù per il loro “zelo”, ma Gesù mostra loro che hanno uno “zelo cattivo” perché geloso ed esclusivista.

Il problema, dice Gesù, non è far parte di una cerchia, il problema è il “nome di Gesù”: l’esorcista sconosciuto agisce “nel nome di Gesù” e riesce a compiere l’esorcismo; si badi che all’inizio di questo stesso capitolo (9, 18b) si dice che i discepoli, richiesti di un esorcismo dal padre del fanciullo epilettico, “non ne hanno avuto la forza”… come mai? Forse perché pretendevano di agire nel loro stesso nome e non nel nome di Gesù; qui, invece, c’è un tale che, nel nome di Gesù, ci riesce!

Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù agisce come già aveva agito Mosè

con il giovane Giosuè, come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura di questa domenica; anche lì c’è qualcuno che “profetizza” senza essere parte del gruppo dei settanta designati da Mosè e Giosuè, anch’egli preso da uno “zelo cattivo”, vorrebbe impedirlo ma Mosè dice con forza che quella non è una via di Dio, anzi proclama parole di tutt’altro tono: Fosserro tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!

Gesù invita i suoi ad avere il suo stesso sguardo libero e capace di accogliere il “buono” da qualunque parte venga e per farli convinti di questa sua linea associa i Dodici a Lui stesso: Chi non è contro di noi è per noi!

Quello di Gesù non è uno stolto “buonismo”: ci sono quelli che sono contro, esistono e sono gli avversari di Gesù, quelli che lo inchioderanno alla croce; con questi Gesù non è stato “buonista”, li ha chiamati “ipocriti e sepolcri imbiancati”! Gesù però non crea dei nemici, non ha l’ossessione di riconoscere nemici dovunque … qui, infatti, si tratta di un’altra situazione: si tratta del rischio di fare della Chiesa (chiaramente questo è il problema di Marco e della Chiesa nascente!) una setta o una èlite; ci sono alcuni di fuori che, nella loro condizione, sono per il Regno!

Per mettere in guardia da settarismi e chiusure Marco introduce qui, come dicevamo, il tema dello “scandalo”. Guai a chi fa inciampare i “piccoli”! In greco “skandalon” indica una pietra che fa inciampare i passi di un viandante.

Chi sono questi “piccoli”? Per comprendere questo termine credo che bisogna riferirsi alla terminologia paolina (in 1Cor 8-10 e Rm 14) in cui si dice che nella Chiesa ci sono i “deboli” e i “forti”; i “deboli” (i “piccoli” dice qui Gesù) sono quei credenti non illuminati, poco istruiti, privi di scienza, la cui fede è ancora debole e soggetta agli scandali … la loro coscienza non può essere ferita dai “forti”! Addirittura Gesù qui dice che è meglio suicidarsi che essere fonte di scandalo per questi “piccoli”, lo dice con un’immagine brutale, quella della macina di asino da mettere al collo, una grossa pietra tonda che un asino girava su un perno per macinare olive o grano; il rischio, poi, per Gesù è anche scandalizzare se stessi, inciampando e andando a finire nella Geenna, luogo delle immondizie e del non-senso!

Il discorso è duro per quelli di dentro … Lo scandalo sarà nei secoli la cattiva vita dei discepoli di Gesù … la vita non evangelica di chi è custode dell’Evangelo è inciampo verso il Regno per tanti e specie per i fragili, per i semplici, per i poveri … e, ricordiamolo, questi sono i prediletti del Regno!

L’Evangelo oggi, ancora una volta, ci mette dinanzi alla responsabilità che ci è affidata; aver ricevuto l’Evangelo non è privilegio che ci mette al riparo ma è responsabilità per un dono ricevuto e da donare ancora.

Vite non compromesse per l’Evangelo non annunziano l’Evangelo, ma lo occultano! È questa la verità! Non bisogna trovare scappatoie a questa verità!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Scavi archeologici di Cafarnao, macina)

VENTICINQUESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 2,12.17-20; Sal 53, Gc 3,16-4,3, Mc 9,30-37

È una mania costante dell’umanità quella di fare gerarchie, ordini di importanza e di potere … gradi e ranghi politici, militari, civili … ecclesiastici!

Anche per il “Paradiso” già la tarda teologia rabbinica distingueva sette gradi, sette altezze e poi anche nel cristianesimo, per esempio Dante nella sua Commedia, si parlerà di diversi “cieli” …

Nell’evangelo di questa domenica sono gli apostoli che discutono di ranghi e di gradi di un’ipotetica gerarchia futura: discutevano tra loro chi fosse il più grande!

Gesù ha appena detto di nuovo della strada di morte e dolore che Lui sta per imboccare e ancora prima aveva detto con chiarezza che per essere suoi discepoli si deve perdere la vita (cfr Mc 8,35), cioè si deve esser disposti a perdere tutto, eppure i suoi discutono sull’acquistare posti di potere. Dinanzi a questo quadro, a dir poco avvilente, Gesù non si perde d’animo e con una divina e infinita pazienza continua a lottare per scardinare la terribile mentalità che si cela dietro quella discussione. Lo fa con parole intense, che ribadiscono ciò che già aveva detto dopo il primo vaticinio della Passione, e con un gesto profetico semplicissimo, spiazzante e troppo spesso travisato: mette in mezzo a loro un bambino; nel Regno che Lui sta instaurando il primo è l’ultimo, il servo, il disprezzato … lo dovrà ripetere di continuo; lo farà anche dopo il terzo vaticinio della Passione (cfr Mc 10, 42-45): “I grandi delle genti le dominano ed esercitano su di esse il potere ma tra voi non è così: chi vuol essere il più grande tra voi si farà vostro servo … il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita”.

Come dicevo, il gesto profetico che compie prendendo un bambino, mettendolo in mezzo e abbracciandolo, è un gesto altamente provocatorio che nulla ha a che vedere con un gesto melenso che alluda alla presupposta innocenza dei bambini! Infatti, dinanzi all’orgoglio carri eristico, all’arroganza di chi vuole potere, alla lotta spesso “all’ultimo sangue” per il potere e per il successo, all’idolatria di se stessi, alle vie ambite da tutti dei trionfi e degli applausi, Gesù oppone la via che Lui stesso sta percorrendo, la via di Gerusalemme ove verrà, riprovato, disprezzato, consegnato e ucciso. Prendendo quel bambino Gesù sta dicendo ai suoi, anch’essi accecati dalla mondanità, che quel “piccolo” ha qualcosa da insegnare loro … e non solo a loro, a tutti! Come? Solo con una cosa: la sua “piccolezza”.

Questo di Gesù è un gesto provocatorio perché nell’antico oriente il bambino era considerato una creatura marginale, imperfetta, che non ha nulla da insegnare; per alcuni, per la sua indeterminatezza, era considerato addirittura impuro; è significativo, a tal proposito, ciò che scrive Isaia con tono di maledizione e di minaccia: “Io metterò loro come capi ragazzi, a dominarli saranno i bambini!” (cfr Is 3,4). In queste concezioni il bambino può essere solo oggetto di educazione da parte di un adulto; deve essere domato. Gesù qui, di contro, sta dicendo, con il suo gesto, che il bambino è diventato soggetto che può trasmettere un messaggio prezioso, anzi essenziale al rapporto con Dio e con i fratelli, una verità essenziale per poter avere davvero cittadinanza nel Regno. Dunque il messaggio non è quello dell’innocenza ma quello della piccolezza, della semplicità, della disponibilità fiduciosa, dell’abbandono senza calcoli, senza doppiezze e interessi; l’insegnamento che quel bambino posto “in mezzo” dà è nel fatto che il bambino non pensa di dover meritare l’amore ma si fida dei suoi genitori semplicemente perché è figlio e sa che questo è il più grande e solo vero titolo per essere amato! Non per niente gesù insegnerà ai suoi a chiamare Dio con il vezzeggiativo che il bambino usa per suo padre: “Abbà”!

L’icona del bambino che Gesù ci pone dinanzi corrisponde, in qualche modo, alla figura veterotestmentaria del “povero del Signore”. Questi è uno che non cerca successi clamorosi, non pensa neanche di schiacciare gli altri per vincere, non depreda, non uccide, non opprime ma si consegna a Dio fidandosi di Lui e del suo Amore!

Gesù mette “in cattedra” un bambino; l’aveva fatto già il Salmo 131: “Io sono saldo nel mio cuore nella calma e nel silenzio come un bambino in braccio a sua madre in me è tranquillo il mio cuore”.

S. Elisabetta della Trinità (1880-1906) scriveva: “Dio ha messo nel mio cuore una sete infinita e un grandissimo bisogno di amore che solo Lui può saziare. Allora io vado a Lui come il bambino va da sua madre perché egli colmi e invada tutto e mi prenda in braccio”.

Per Gesù il suo discepolo deve entrare nel mondo non con l’orgoglio del potere, col prestigio della finanza, con l’arroganza dei privilegi, con il desiderio di “contare”, con la forza delle armi, ma con lo spirito dell’agnello, con l’attitudine del servo, con l’atteggiamento del bambino che si consegna, si affida perché sa di essere amato.

Gli uomini così costruiscono il Regno di Dio e hanno da dire parole in questo Regno; gli altri costruiscono miseri regni che puzzano di sangue e di morte, di odio e di sopraffazione.