TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA 

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

            Nel passo evangelico di questa domenica alcuni riferiscono a Gesù un’atroce episodio di cronaca: un eccidio ordinato da Pilato per sterminare un gruppo di ribelli galilei; si vorrebbe che Gesù prendesse una posizione per condannare l’iniquità del potere e la sua violenza, Gesù. però, non cade in questa trappola e, come sempre, conduce tutti all’oltre, all’ oltre di Dio. In quei tempi era facile dare ad eventi come questo narrato a Gesù un’interpretazione politicao religiosa; quella politica divide il mondo in buoni e cattivie quella religiosa è capace di vedere in uno sterminio (o in incidente mortale come quello che Gesù stesso cita subito dopo) una punizione di Dio per il peccato, punizione che pure paleserebbe dei peccatori (quelli colpiti) e dei giusti (gli altri, come il fariseo della parabola del Fariseo e del Pubblicano in Lc18, 9-14, che magari ringrazianoDio di non essere come quei peccatori!)

            Gesù rifiuta nettamente queste due vie: pur sottolineando l’orrore commesso da Pilato che ha mescolato sacrilegamente sacrificio ed eccidio, non divide il mondo in buoni e cattivi, né in senso politico, né in senso religioso. Gesù si rifiuta di avallare un volto pervertito di un Dio giustiziere e pieno di astio in attesa solo di regolare i conti senza alcuna pietà; si rifiuta di dare a suo Padre questo volto orrendo in cui gli uomini religiosiamano compiacersi. Gesù sa altro del Padre, ben altro. Si rifiuta inoltre di entrare in polemiche politiche in cui Pilato è il cattivo ed i ribelli sono i buoni: anche questi sono certamente peccatori perché hanno l’assurda pretesa di fare giustizia dell’ingiustizia e della violenza con le armi e il sangue. Per Gesù il problema è altrove: che lettura siamo capaci di fare della storia?

            Alla fine del capitolo precedente Gesù aveva invitato a guardare e osservare con discernimento i segni dei tempi(Lc 12,54-59), ora qui Luca ci mostra Gesù  che indica due eventi storici precisi da cui è possibile trarre un appello pressante, due eventi da cogliersi come segni dei tempi. Non sono punizioni di Dio ma segno della nostra fragilità, della nostra caducità, segno di un tempo che è breve che grida un’urgenza: è necessario convertirsi, è necessario volgersi a Dio seriamente rigettando ciò che ci rovina, rigettando le illusorie libertà che invece ci incatenano. E’ urgente decidersiper intraprendere quella lottaper un vero esodo verso la libertà. Nella prima lettura di  il Dio dei padri chiama Mosè a decidersi per questo esodo; il nostro Dio si presenta a Mosè come un fuoco ardente che brucia di un’urgenza: la salvezza; il Dio del Sinai è lì ad attendere la decisione di Mosè e la sua disponibilità a rischiarelasciando le sue acquisite sicurezze. Mosè, pur tra le sue resistenze, riconosce il tempo di Dio per la salvezza ed intraprende l’impensabile.

            Gesù oggi ci invita a scegliere: è l’ora!

            L’urgenza della scelta da compiersi non è in contrasto con il seguito della pagina evangelica di questa domenica; la parabola del ficosembra suggerire una pazienzache incoraggi a rimandare qualsiasi urgenza; sembra che si possa aspettare a portare frutti. In realtà la misericordia paziente di Dio non può spegnere l’urgenza, è solo l’alveo meraviglioso che, una volta conosciuto, non ci fa tollerare più rimandi. In fondo chi rimanda mostra di non conoscere la qualità della misericordia di Dio, il suo caro prezzo.

            Per alcuni quei tre anni in cui il padrone è venuto a cercare invano dei frutti sono il tempo di Gesù, il tempo del suo ministero, l’anno supplementare che il vignaiolo chiede ancora è tutto il tempo della storia in cui la pazienza (alla lettera la macrotimìa) di Dio pazienta (cfr 1Pt3,20)finché gli uomini si decidano per lui.

            La misericordia allora non spegne l’urgenza di conversione, di decisione, di risposta alle chiamate di Dio;  La nostra debolezza, fragilità e caducità non sono ostacolo all’urgenza della conversione ma la profonda ragione di essa. Insomma non si può perdere tempo perché la vita passa e il tempo non va sprecato: si perde senso, gioia, vita vera! Si spreca la grazia “a caro prezzo” per cui Cristo ha versato il suo sangue.

            La parabola del fico pieno di foglie e senza frutti non contrappone la giustizia del Padre e la  misericordiadel Figlio, non oppone quel Taglialo!al Perdonalo ancora per un anno!(così alla lettera quel lascialo; sorprendentemente è lo stesso verbo che nel Padre nostroserve a dire perdona a noi i nostri peccati); in Dio giustizia emisericordia sono sempre in dialogo misterioso ma vero; se per noigiustizia emisericordiasono una tensione insolubile, in Dio esse sono misteriosamente una sola realtà ma senza annullarsi reciprocamente.

            Di contro non ci si può prendere gioco della sua paziente misericordia per sfuggire alla decisone, è invece necessario riconoscere nella bontà di Dio che Cristo Gesù ci ha narrato la più grande spinta alla conversione e alla sua urgenza.

 

      P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

 Gen 15, 5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9, 28b-36

 

E’ la domenica della Trasfigurazione e la liturgia della Quaresima ci dona oggi uno squarcio di luce gloriosa, una gloria però che è a caro prezzo (1Cor 6,20).

Luca, che oggi leggiamo, non usa questo termine, in greco metamorphosis, che giudica ambiguo per i destinatari di origine pagana del suo scritto che conoscevano metamorfosi di dei e ninfe; Luca dice che l’aspetto del suo volto divenne altro e il vestito di lui bianco sfolgorante. Si badi bene, non un altro volto ma un volto altro, un volto cioè che accoglie in pienezza e concretamente, visibilmente addirittura, l’alterità di Dio … il luogo di questa emersione dell’alterità di Dio sul volto di Gesù è la preghiera; per Luca tutto avviene mentre Gesù pregava. La preghiera è spazio in cui l’uomo accoglie l’alterità, la santità di Dio. Il volto è il luogo dell’identità e quell’identità ora, in Gesù, coincide, anche visibilmente, con l’alterità di Dio. Il volto di Cristo è narrazione di Dio … ecco la trasfigurazione cosa vuole affermare … è quanto il IV Evangelo dirà, con il suo linguaggio diverso, già nel Prologo: “Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio Unigenito, che è rivolto verso il seno del Padre, lui lo ha narrato” (cfr Gv 1, 18). Il tema della preghiera di Gesù in questo racconto deve investire anche la nostra idea di preghiera: la preghiera agisce davvero su chi prega, lavora sulla sua identità (il volto), la preghiera fa emergere il nostro profondo. Il tutto nel racconto di Luca avviene nella “conversazione” di Gesù con Mosè ed Elia; la preghiera di Gesù è allora ascolto della Parola contenuta nella Scrittura, un ascolto che è davvero, come dicevano i Padri, conversazione con Dio e con chi è vivente in Dio; preghiera che diviene viva esperienza della comunione dei santi. È straordinario l’accumulo di temi che questo testo può suggerire alla nostra riflessione!

Luca, in questo stesso capitolo del suo evangelo, narra come l’Evangelo del Regno cominci a correre per le strade degli uomini; il capitolo infatti si apre con Gesù che invia i discepoli a predicare l’Evangelo nei villaggi della Galilea. Questa predicazione suscita un’eco che ascoltiamo risuonare sulla bocca della gente la quale esprime le più svariate ipotesi sull’ identità di Gesù (cfr 9,7-8); l’eco della gente rimbalza sulle labbra vili e stupite di Erode Tetrarca che si chiede: Chi è dunque costui? (cfr 9,9). Segue poi, in un clima di profonda pace, nella preghiera (Luca è il solo degli evangelisti che ambienta questo episodio in un clima di preghiera) la domanda di Gesù ai suoi discepoli: La gente chi dice che io sia? e poi la domanda più compromettente: E voi chi dite che io sia? E Pietro risponde: Il Cristo di Dio! (cfr 9,18-22).

Dunque: la gente, Erode, i discepoli, Pietro … possibili risposte che l’uomo è capace di dare circa l’identità di Gesù; nel passo evangelico odierno è però il Padre a dare finalmente la risposta definitiva: Questi è il Figlio mio, l’Eletto. Ascoltatelo!

Iniziando la Quaresima domenica scorsa, abbiamo capito che c’è una lotta da compiere, oggi la voce stessa del Padre risuona per indicarcene la via: l’ascolto. L’antico, fondante precetto di Israele, Shemà, ora ha un indirizzo preciso: l’ascolto va teso verso di Lui, verso Gesù, verso il Figlio, l’Eletto. La sua identità ormai traspare dal suo volto

         Pietro, Giovanni e Giacomo sono per Gesù compagni d’una ascesa faticosa al monte della preghiera e lì vedono il volto di Gesù diventare altro e le sue vesti sfolgorare; ci sono Mosè ed Elia e Luca è il solo evangelista a precisare di cosa discorrono con Gesù: del suo esodo, quello che avrebbe compiuto a Gerusalemme … è l’esodo doloroso che Gesù affronterà passando per le acque di morte, per l’abisso della sofferenza. Poco prima (9,21-24) Gesù aveva detto ai suoi discepoli una parola scandalosa sulla necessitas passionis , una parola accompagnata da uno sconcertante invito a stare con lui in  quell’atto di amore e di offerta di sé: è necessario dimenticarsi per seguirlo e chi saprà perdere la vita la troverà e chi la vorrà preservare la perderà; ora sul Tabor il Padre chiede che si ascoltino proprio quelle sue parole scandalose, chiede ai discepoli di accettare quel Figlio Eletto che passa per lo scandalo della croce. Solo lui è il suo Figlio; solo lui è da ascoltare; non si ingannino ascoltando altri con parole magari più allettanti.

La strada è così tracciata anche per questa nostra Quaresima: la lotta è possibile perché Cristo ha vinto, ma ha vinto a caro prezzo (1Cor 6,20), non si può ingaggiare quella lotta se non passando per quell’esodo doloroso. Altre vie non sono possibili.

         Pietro, affascinato dalla luce del Tabor commette un errore gravissimo, un errore che si porterà dietro sino alla fine dell’Evangelo quando quello stesso errore lo precipiterà fino al rinnegamento del Cristo sofferente. L’errore di Pietro è di voler dimorare nella luce della Pasqua senza passare per la passione; è un gran rischio volere la gioia e la pace sfuggendo la ruvidezza della croce. Luca ironicamente commenta che Pietro non sapeva quel che diceva; sì, Pietro è un incosciente, come spesso accade anche a noi, vorrebbe delle scorciatoie e in Matteo e Marco osa suggerirle anche a Gesù che lo apostrofa con il terribile nome di Satana. Scorciatoie a portata di mano: l’illusione che la vita sia la conquista dello star bene e basta … ad ogni costo; anche a prezzo dell’oblio di quanti sono nel dolore e nella morte: meglio dimenticarli, ci sporcano le illusioni … è un rischio che oggi, in questo oggi concreto della nostra Italia si corre con molto, molto pericolo!          Il rischio, in fondo, è quello che dice Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Filippi che oggi si proclama: comportarsi da nemici della Croce di Cristo!

L’Evangelo invece ci indica la via di Gesù, una via che è tutt’altro; è la via della compromissione senza mezze misure per un esodo che riguarda tutti gli uomini. Gesù ci rivela il volto altro di un Dio che davvero si compromette, che all’uomo si offre tutto e senza riserve: Abramo, protagonista del racconto di Genesi che è la prima lettura di questa domenica, sperimenta infatti un Dio che si impegna personalmente al sacrificio, che passa lui solo tra gli animali squartati impegnandosi appunto a versare il sangue. I due contraenti, in questo tipo antichissimo di alleanza, passavano assieme tra le bestie squartate per proclamare che ogni infedeltà al patto li avrebbe condotti a quella stessa fine cruenta; ad Abramo, però, non viene chiesto di passare tra quel sangue, solo il Signore lo farà facendosi così carico di tutte le infedeltà all’alleanza.

L’ombra della Croce si allunga da quella notte di Abramo fino alla luce del Tabor; ormai è l’ora di seguire il Signore in un esodo che egli è pronto ad inaugurare con il suo sangue e che bisogna accogliere con il coraggio di perdere la propria vita per conquistarla davvero.

La via sicura? Ascoltarlo rifiutando le squallide scorciatoie che il tremendo buon senso del mondo è sempre a suggerirci.

 

 P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Giovanni Bellini (1430-1516): La Trasfigurazione (NapoliGalleria Nazionale di Capodimonte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

Al principio della Quaresima i passi della Santa Scrittura che ci vengono proclamati in questa domenica sono di grande consolazione; sono davvero pane di fortezza per il cammino che abbiamo appena intrapreso da qualche giorno anche in questo anno: il testo tratto dal Deuteronomio, mentre ci ricorda la nostra condizione di schiavitù, quella da cui proveniamo, ci ricorda anche che ne siamo stati liberati; già oggi la Scrittura ci canta quell’Esodo verso la libertà che Cristo Gesù ha iniziato per noi e con noi nella sua Pasqua. E’ come se la Scrittura oggi volesse rassicurarci sull’esito del nostro percorso: una terra di vera libertà! Come Israele anche noi siamo invitati a presentare a Dio le primizie di quella terra di libertà: la giustizia, la condivisione, la pace, l’amore vicendevole, in una parola, l’uomo nuovo, quello creato in Cristo Gesù.

Paolo nel brano della Lettera  ai Romani che oggi passa nella liturgia ci proclama anch’egli con forza che chi aderisce a Cristo non resterà deluso; Cristo con la sua parola ci è davvero vicino in questa lotta per l’uomo nuovo!

Il racconto delle tentazioni è ancora narrazione di una vittoria di Cristo, vittoria per noi, vittoria anche per quelle volte che nella lotta restiamo a terra sconfitti; in quei giorni cattivi di lotta perduta, in cui la tentazione l’avrà vinta su di noi, è necessario che non rimaniamo prostrati nella polvere ma che alziamo il nostro sguardo su Gesù che ha vinto anche per noi, anche per quei giorni cattivi.

L’Evangelo oggi ci invita appunto a tenere fisso lo sguardo su Gesù (Eb 12,2), sulla sua vera umanità senza sconti, quell’umanità che ha subito ogni nostra tentazione (cfr Eb 4,15): spinto nel deserto da quello Spirito nel quale aveva udito la voce del Padre: Tu sei il Figlio mio, l’amato!, Gesù va nel deserto, in una solitudine in cui ci sia solo lui e Dio ma scopre abitata anche dalle dominanti mondane che emergono pure in lui e che vorrebbero dividerlo da Dio. Il divisore (non a caso Luca definisce cosi il nemico: il diavolo, appunto il divisore) cerca di insinuare in Gesù il dubbio sulla sua filialità divina e lo sfida  a cercare delle prove, lo sfida ad uscire dalla fede per nutrirsi di pretese evidenze. Gesù però si riconduce sempre ad una fede che si nutre della Parola, senza pretese di visioni o di prove; l’unica prova che Gesù accoglie è per se stesso: la prova della fedeltà totale al Padre, costi quel che costi.

La tentazione di divisione percorre prima le strade brutali dei bisogni elementari: la fame; la risposta di Gesù proclama che c’è altro che sazia la fame dell’uomo: la Parola di Dio; poi la tentazione imbocca la strada del possesso che rassicura ma a prezzo di una avvilente idolatria; e Gesù non si prostra davanti a Satana: il Figlio amato dal Padre, in modo stupefacente, si inginocchierà solo dinanzi a poveri uomini da amare e a cui laverà i piedi in un dono d’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1 e ss.).

Il divisore infine imbocca la strada della tentazione la più sottile, quella della religione; il culmine delle tentazioni per Luca è questa tentazione che è ambientata nientedimeno che nel Tempio, il luogo santo per eccellenza! Gesù è tentato di disumanizzarsi e dividersi dal Padre attraverso  le vie perverse di una religione del meraviglioso, del dominio sugli uomini che salta la libertà della fede e li costringe in una adorazione piena di paura perché nata dalla paura. Gesù al divisore grida il suo no. Non si deve tentare Dio per usarlo per i propri scopi! Per Luca il luogo culmine di ogni tentazione è proprio la religione!

In fondo a Gesù che, nel battesimo al Giordano, ha scoperto la vertigine della sua identità (è il Figlio amato!), la tentazione chiede di saltare l’umano, di farne a meno; se è il Figlio può saltare la fatica di essere uomo e può fare pane dalle pietre; se è Figlio di Dio può saltare i limiti dell’umano e possedere tutto; se è Figlio di Dio può usare i poteri di Dio e sottomettere con la paura del miracolo tutti gli uomini! La tentazione contrasta così lo straordinario dell’incredibile via che Dio ha scelto: quella dell’incarnazione! Se Gesù saltasse l’umano vanificherebbe l’incarnazione! Se saltasse l’umano non immetterebbe nell’umano, in ogni uomo, questa possibilità di lotta e di vittoria!

Gesù resta sottomesso nell’amore al Padre…è veramente il Figlio in cui il  Padre può deporre ogni gioia e compiacimento…si appresta a percorrere la strada di obbedienza, di libertà ed amore con cui potrà narrare nella sua carne il Padre tenerissimo, la sua misericordia, il suo primato.

Il divisore promette di tornare, e lo farà fino alla croce usando, usando la voce degli astanti, ancora  cercherà di insinuare nel Crocifisso il dubbio sulla sua vocazione identitàSalvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto! (Lc 23,35). Ecco che Luca ci narra l’ultima vittoria di Gesù sull’ultima, estrema tentazione ponendo, come ultime parole sulle labbra del Crocifisso, una citazione del salmo 31 ma con un vocativo assente nel salmo: Padre. Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito! (Lc 23, 46) Così il Crocifisso confessa ancora umilmente la sua qualità di Figlio, rimane nella fede consegnandosi, al buio, in mani paterne che non pretende di vedere.

La vittoria di Gesù sulla tentazione, vittoria che è costata il suo sangue, immette nella nostra fragilità una vittoria che ormai ci appartiene; non è una vittoria moralisticamente esemplare, è una vittoria per noi, una vittoria che ci dà la forza di lottare, certamente in modo costoso, ma con piena fiducia in un esito che ci sarà donato al di là di ciò in cui davvero vinceremo.

L’ultima domanda del Padre nostro è allora fondata non su una vaga speranza ma su una speranza certa: nella tentazione possiamo davvero essere liberati dal male (cfr. Mt 6,13).

Coraggio per la lotta e buona Quaresima!

P.Fabrizio Cristarella Orestano

Eric Armusik (1973 – vivente): Gesù tentato nel deserto

MERCOLEDÌ DELLE CENERI

MERCOLEDÌ DELLE CENERI

Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

 

E’ ancora Quaresima! Non solo un tempo austero, non solo un tempo di penitenza, ma soprattutto un tempo di grazia!

Tra quaranta giorni è ancora Pasqua! Tra quaranta giorni canteremo ancora l’Alleluia della vittoria … in questi giorni sospendiamo questo canto di giubilo, lo sospendiamo solo perché abbia nuova forza in quella santa notte di resurrezione. Se l’Alleluia è canto di gioia ed esultanza per una vittoria, ogni vittoria è preceduta da una battaglia, da una lotta. La Quaresima è appunto tempo di lotta, tempo di verifica, tempo di prova! Una verifica coraggiosa e veritiera della nostra fedeltà all’Evangelo, una prova della nostra capacità di scegliere Cristo e di voltare le spalle agli idoli.

Tempo, come scriveva Origene, in cui è necessario allenarci in quella lotta essenziale in ciascun giorno della vita del cristiano: la lotta a quella tentazione di sempre che vorrebbe che noi prendessimo per Dio ciò che Dio non è! Una lotta a volte brutale, a volte sottile ma una lotta che costa. La Quaresima è la santa palestra per imparare quest’arte ed impararla di nuovo ogni anno con quello che siamo, che siamo divenuti in quest’altro anno di cammino della nostra vita.

Che siamo? Fragilità! Senza illusioni dobbiamo dirlo: fragilità!

Il segno della cenere che oggi la Chiesa ci pone sul capo è memoria austera ed eloquente della nostra fragilità: l’Adam è fatto della polvere della terra ma non rimane polvere! E’ vero, siamo fragilità ma siamo una fragilità amata infinitamente da Dio, una fragilità assunta a pieno da Dio … in Gesù Dio si è compromesso con questa fragilità, l’ha assunta fino a scendere lui stesso in un sepolcro: ha voluto la nostra fragilità senza sconti, fino alla morte: anche quest’anno al Venerdì santo la Chiesa canterà con stupore dinanzi al Crocifisso antiche parole in greco: Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, pietà di noi! Uno stupore grande che mai la Chiesa dovrà addomesticare: il Santo si è fatto maledetto, il Forte si è fatto impotenza, l’Immortale è precipitato nell’ombra di morte, nel ventre della terra, in un sepolcro come tutti gli uomini!

Una lotta costosa quella della Quaresima, costosa perché è lotta già vinta a prezzo del sangue di Cristo; la nostra polvere, allora, può entrare in quella vittoria che è nostra!

La nostra fragilità è stata resa leggera dall’amore di Dio, Lui ne ha preso sulla croce il peso schiacciante e paralizzante; sul capo non ci è posto un macigno ma un po’ di polvere che, mentre ci ricorda chi siamo nella nostra fragilità, ci narra anche di un Dio che ci dichiara che non permetterà al peccato di schiacciarci!

Tutto questo è per noi non solo consolazione ma pure forza per la lotta. Sulla Quaresima si proietta l’ombra della croce di Cristo, anzi la croce stende il suo riparo su di essa: a quell’ombra possiamo camminare senza timore di cadere assetati sotto un sole immoto ed impietoso … Quella croce in questo tempo santo non sarà, però, solo riparo, sarà per noi tutti anche richiesta e viarichiesta a compiere anche noi, con Cristo Gesù, l’ascesa alla croce perché sia ucciso l’uomo vecchiovia perché camminare nella sua logica di amore e libertà ha un esito: la luce della resurrezione. Non solo allora con-morti insieme al Cristo, come direbbe Paolo, ma anche con-risorti insieme a Lui (cfr. Rm 6,1-4; Col 2,12).

Gli strumenti per compiere questo cammino ce li ha dati l’Evangelo che oggi è proclamato: la preghiera, la condivisione, il digiuno. Il digiuno fa spazio a Dio e ci aiuta a conoscerci nelle nostre debolezze, la preghiera ci conduce a dimorare in Dio, la condivisione è l’atteggiamento essenziale per vivere da uomini veri in questo mondo.

Il frutto di una Quaresima vissuta senza sconti? Un passo ulteriore verso quell’uomo nuovo che la Pasqua di Cristo ci dona la possibilità di essere.

Come si sa le ceneri vengono fatte con i rami della Domenica delle Palme e questo non per un ecologico senso del riciclo ma per una ragione simbolica: con quei rami un anno fa abbiamo detto “Osanna al Figlio di David! Benedetto il Veniente nel nome del Signore!” Con quei rami abbiamo accolto il Messia Gesù nelle nostre comunità e nelle nostre vite personali come Signore! Tante volte però quell’ “Osanna” è diventato cenere … si è volatilizzato nelle nostre scelte dissipate e di morte … e abbiamo rinnegato il Veniente! La cenere di questo giorno ci ricorda anche questa fragilità ma senza minacciarci, anzi rassicurandoci che Cristo la impasterà ancora con il suo sangue, con il suo amore e l’uomo nuovo sarà possibile, ancora e ancora! Si dovrà lottare per accogliere il dono!

Buona lotta!

Buona Quaresima!

 

          P.Fabrizio Cristarella Orestano