BATTESIMO DEL SIGNORE

Is 42, 1-4.6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17

 

Con questa domenica si conclude il Tempo di Natale. Si conclude con un’ulteriore epifania. Come è noto, nel giorno della Solennità dell’Epifania, anche se ha preso il sopravvento per motivi logici l’episodio del Magi, la Chiesa ha sempre celebrato le tre epifanie del Signore: quella appunto ai Magi, l’epifania al Giordano nel giorno del Battesimo, il segno di Cana di Galilea che è un’epifania del Signore all’embrione di Chiesa che è quella sua prima comunità di cui si dichiara sposo e ai cui dona il vino buono dell’Evangelo che la preparerà alle nozze di sangue sul Golgotha.

            Nella liturgia romana l’ epifania al Giordano ha assunto una sua fisionomia occupando la domenica successiva alla Solennità dell’Epifania  chiudendo il Tempo di Natale ed aprendo il Tempo ordinario. In fondo è una collocazione logica perché il Battesimo dà il via alla missione ed alla vita pubblica di Gesù come Figlio di Dio e Messia.

            Oggi sappiamo che il fatto del Battesimo al Giordano è il punto d’arrivo di tutto un percorso umano di Gesù … è un culmine di quel processo che l’Incarnazione ha innescato. Gesù , vero uomo, ha camminato nella fede lasciando che il Padre gli plasmasse il cuore, la mente e la vita; ha fatto delle scelte (nulla è possibile di veramente umano senza compiere concrete scelte costose!) che lo hanno portato a lasciare la casa ed i suoi ed a recarsi nel deserto dove si è messo alla scuola del profeta Giovanni il Battista; si è messo alla sua sequela come dice chiaramente lo stesso Battista quando dice: Colui che viene dietro di me mi è passato avanti (usa l’espressione tecnica della sequela che lo stesso Gesù userà poi per i discepoli: o opíso mou erchómenos). Oggi in massima parte si è d’accordo su questo punto tranne i soliti “doceti mascherati” che non tollerano che si dica che Gesù ha imparato, è cresciuto, ha compreso sempre più se stesso e il mondo. Chi assume tali posizioni dimentica (oppure minimizza) quello che Luca scrive alla conclusione del suo evangelo dell’infanzia: E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini (Lc 2,52).

            Al Battesimo al Giordano dobbiamo capire che accade qualcosa di fondamentale prima a Gesù e poi anche a noi.

            Cosa accade a Gesù? <in primo luogo accade che Gesù giunge all’esito di un lungo percorso di discernimento e di consapevolezza circa la sua identità e vocazione e ciò accade in concomitanza all’unzione che lo Spirito compie su di Lui, unzione profetica, regale e sacerdotale. Nell’Incarnazione il Verbo, per opera dello Spirito, era diventato Gesù ed ora nell’Unzione al Giordano diventa il Cristo, cioè l’Unto di Dio, il Messia. Scriveva Tertulliano nel suo “De Baptismo”: Si chiama Cristo perché Unto dal Padre con lo Spirito.

            In ogni racconto del Battesimo dei Sinottici (oggi leggiamo la versione di Matteo) riveste una grandissima importanza la Voce del Padre che non solo scandisce l’identità di Gesù ma riconduce tutta la missione e vocazione di Gesù alla perfetta continuità con tutta la storia della salvezza che lo precede. Le parole del Padre hanno tre precisi retroterra antico testamentari: il primo è nel Salmo 2: Tu sei mio figlio. Un versetto nel quale, nel salmo, il Signore si rivolge al Re-Messia intronizzandolo come Messia e figlio (Marco e Luca fanno dire al Padre proprio questa stessa parola del salmo rivolta a Gesù: Tu sei il mio figlio, l’amato; Matteo preferisce una proclamazione per tutti: Questi è il figlio mio, l’amato); il secondo riferimento è proprio nella definizione di questo figlio, è l’amato (agapetós) che ci riporta subito al capitolo 22 del Libro della Genesi, alla scena del sacrificio di Isacco, in cui Isacco è detto per ben tre volte figlio amato. Essere figlio amato comporterà per Gesù passare per il dono totale di sé; il terzo testo che è evocato è l’oracolo di Isaia che è stato la Prima lettura di oggi; un testo che identifica Gesù con il profeta su cui Dio pone il suo compiacimento, è il Servo del Signore, il Servo sofferente che porta i peccati del popolo e lo salva attraverso una inspiegabile via di dolore.

            Non è assolutamente un caso che i tre testi adombrati dalla Voce del Padre siano tratti ciascuno da una delle tre parti di cui è composta la Bibbia ebraica: la Legge (il testo della Genesi), i Profeti (l’oracolo di Isaia), gli Scritti (il riferimento del Salmo 2). È dunque tutta la Prima Alleanza che giunge a Gesù ed ha da dire una parola sulla sua identità!

            Questi testi fanno una cosa sorprendente: aprono il tempo di Natale che oggi si chiude verso il compimento della Pasqua: a Pasqua l’Incarnazione si compie nel sacrificio dell’amore fino all’estremo.

            Al Giordano il gesto di Gesù di mettersi in fila con i peccatori (andavano a farsi battezzare da Giovanni quelli che volevano consegnare i loro peccati!) è già una scelta di campo: Lui che non aveva peccato si mette dalla parte dei poveri, dei malati, degli iniqui. Li sceglie per condurli alla vita, alla verità, alla relazione con quel Padre di cui comprende di essere Figlio amato. Si mette in fila con loro per proclamare che anch’essi sono figli amati e che potranno essere immersi in quella stessa relazione di amore.

            Per noi, allora, al Giordano cosa accade? Di certo non accade che riceviamo un buon esempio da Gesù che si fa battezzare per dirci la necessità di farsi battezzare! È banale e purtroppo lo si ripete! A noi, invece, accade che la nostra umanità è unta di Spirito nell’umanità di Gesù: lo Spirito che riposa su di Lui ci verrà dato in pienezza se ci lasciamo liberamente immergere nell’amore di quel Signore che tutto si dona e nulla trattiene per sé.

            Ad ogni uomo è annunziata la buona notizia che in Gesù tutti siamo fatti figli amati e da tali potremo vivere: così l’Incarnazione continua!

 

      P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 Giovanni Bellini (1500-1502): Battesimo di Cristo (Chiesa di Santa CoronaVicenza)

 

 

EPIFANIA DEL SIGNORE

 Is 60,1-6; Sal71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2, 1-12

 

            L’Epifania è solennità grandiosa e ampia che apre il Mistero del’’Incarnazione agli spazi variegatissimi di tutto l’umano, di tutti i tipi di uomini, di tutti i sentimenti umani.

            Quando Dio si manifesta (“epifania” significa “manifestazione”, ricordiamolo!) genera delle reazioni che rivelano chi siamo nel più profondo di noi.

            Sulla “scena” di questo giorno solennissimo entrano dei personaggi che ci narrano l’uomo dinanzi a Dio che vuole manifestarsi e che si manifesta ed entrano anche delle cose che servono a chiarire i moti dei cuori (la stella, i doni dei Magi).

            I primi ad entrare in scena sono i Magi, personaggi misteriosi che hanno generato tanta simpatia ed anche tanta curiosità nei secoli cristiani; personaggi misteriosi che provengono da un altrettanto misterioso oriente … tradizionalmente sono tre (ed hanno avuto anche dei nomi e delle provenienze etniche … ed è chiara la simbologia!) ma la Scrittura non ci dà alcun numero, semplicemente dice “alcuni Magi” … chi sono? Poco importa e poco importa anche la provenienza geografica e culturale, quel che ce li rende cari ed affascinanti è il fatto che sono cercatori appassionati dell’“oltre” … cercando l’“oltre” cercano Dio che è sempre al di là delle vedute dell’uomo, cercano l’uomo stesso ma con una chiave di non-scontato e di stupore. Sono uomini che cercano Dio cercando il Re dei Giudei che è stato partorito (così alla lettera) … per la passione di questa ricerca commettono anche l’errore di rivolgersi ad un re di questo mondo. Si saranno detti che per cercare un Re si deve chiedere ad un altro re … e qui fanno un errore grande che produrrà morte per degli innocenti e paura per Giuseppe, Maria ed il piccolo Gesù. Un errore che, per altri versi, sarà provvidenziale perché solo questo “errore” li condurrà alla meta; sì, perché da Erode e dalla sua corte verranno a sapere il luogo preciso della nascita del “Re partorito” … Erode, infatti, chiederà agli Scribi che solo hanno la risposta perché sanno leggere la Santa Scrittura. La stella li ha messi in moto perché la stella è il loro desiderio di “oltre” (non a caso la parola “desiderio”, in latino contiene la parola “sidera”, stelle!), il desiderio guida ma non fa giungere alla vera meta, a quella si giunge solo se si è in ascolto di Dio, in ascolto dunque delle Scritture che contengono la sua Parola; quando i Magi giungono a rivedere la stella il loro desiderio è stato indirizzato dalla Scrittura e esplode in loro la gioia.

            Poi entra in scena Erode; è roso da due principi di morte: il potere e la paura! L’uno dipende dall’altro! La volontà di potere lo rode perché Erode è uno che passa tutta la vita a difendere quel potere che riuscì a ritagliarsi dall’onnipotenza di Roma, difende quel poter (e lo farà fin sul letto di morte!) perché ha paura di perderlo, ha paura per sé. I Magi fanno esplodere in lui la paura! Paura di un piccolo Messia (Re dei Giudei) addirittura da adorare, come gli dicono i Magi. È da temere con tutte le forze e con tutte le forze dell’inganno e della crudeltà va eliminato. Un Messia-bambino in giro per il suo regno è pericoloso: riaccende le speranze, ridona la gioia di vivere e lottare, di sognare, può dare la forza di scrollarsi da dosso i gioghi che disumanizzano e mettono al servizio dei più forti! Queste cose a tutti gli “Erode” della storia non piacciono! Erode è re ma è schiavo della paura e per quella paura è capace di tutto: inganna i Magi e, come una belva feroce, attenda da loro la risposta che possa far scattare la sua trappola di morte. Quando i Magi partiranno senza più passare da lui (per un’altra via, non più quella dei re potenti!), Erode si scatenerà contri i bambini di Betlemme sperando di cogliere tra loro Colui che, pur piccolissimo, lo terrorizza. Anche Erode lo cerca, proprio come i Magi, ma questi per adorarlo, cioè per prendere vita da Lui, Erode per togliergli la vita!

            Questo Erode ipocrita che impugna la fede (perché anch’io possa andare ad adorarlo! Dice ai Magi!) mi fa pensare irresistibilmente agli “Erode” che vogliono cancellare le tracce del Signore dalla storia, che vogliono cancellarlo cancellando i poveri che ne hanno il volto, cancellando la pietà e l’accoglienza; vogliono cancellare il Signore sostituendolo con comode figurine di gesso … queste ci vogliono ma senza il vero volto del Signore sono contraddizione dell’Evangelo! Sono gli Erode che cancellano il vero Natale! È facile e terribile impugnare il Natale contro gli altri! Questo è uccidere il Natale! C’è poco da fare! Chi ha orecchi intenda!

            Poi entrano in scena gli Scribi … stanno lì per rispondere a delle domande che gli altri gli pongono. Sono professionali: la loro risposta è precisa perché le Scritture le conoscono a menadito: il luogo è Betlemme. Lì nascerà il Messia.

            Peccato che non si lascino interpellare da quanto essi stessi dicono. In loro c’è molta “testa” e niente vita! Gli Scribi ci fanno impressione perché non reagiscono a nulla, né a ciò che accadrà, né alle parole che ricavano dalla Scrittura.; non hanno reazioni, restano immobili. Fanno impressione. Gli Scribi sono l’emblema di quelli che non hanno intenzione di cambiare nulla della loro vita, dei loro ritmi, delle loro abitudini … niente e nessuno li può smuovere dalla loro paralisi umana e spirituale. Non permettono a Dio di fare nulla per loro. Sanno ma non fanno, sanno ma non vivono davvero, i Magi hanno camminato tanto, questi uomini “religiosi” non danno neanche un passo! È terribile perché potrebbe capitare lo stesso a tanti “credenti” che sanno tutto del Natale ma non hanno il coraggio di muoversi per portare a Dio le loro domande più profonde. I Magi lo faranno porteranno al piccolo Re dei Giudei i loro tesori che solo il loro umano ma anche le loro domande più grandi … le depongono davanti a quel bambino che neanche sa parlare e dunque non sa rispondere … quel bambino che sa solo accogliere tutte le realtà dell’uomo, dalle più luminose come l’oro a quelle che riguardano la sua parte “divina” che profuma di Dio come l’incenso, a quelle più dolorose e incomprensibili come la mirra. Gli Scribi non offrono nulla e non domandano nulla. Tanti non fanno domande a Dio per non farsi scomodare, perché non si vogliono le risposte. Può capitare anche a tanti che si dicono cristiani di non avere il coraggio di far diventare carne la Parola che pure ascoltano e sulla quale magari anche discettano. E si rimane osservatori estranei … si rimane gente che non cambia la storia con l’amore e pagandone il prezzo. Si rimane come questi Scribi che, in fondo, divengono complici degli omicidi infami che Erode sta organizzando. Gli Scribi così uccidono la fede che pure professano e si fanno complici di Erode. Può accadere anche a noi se non vogliamo fare la fatica di passare dalla “religione” alla fede, dalla “religione” che rassicura alla fede che inquieta e mette in moto.

            I Magi sono uomini dalla fede inquieta e mai sazi di strade da percorrere per incontrare il senso, inquieti e mai sazi di possesso perché tesi verso l’ “oltre” che Dio indica loro.

            I Magi, come scriveva Padre Turoldo, sono i nostri santi più cari, perché ci insegnano questa santa inquietudine che la caratteristica autentica di ogni vero credente nel Dio di Gesù Cristo!

 

       P.Fabrizio Cristarella Orestano

SECONDA DOMENICA DOPO NATALE

 Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

C’è oggi nella liturgia uno sguardo che cerca di portarci oltre il tempo, nell’eterno di Dio, in quell’ in principio  da cui tutto prese vita.

            Il mistero dell’Incarnazione non ha radici verso il basso della storia ma ha radici in alto, verso quell’eterno imperscrutabile in cui hanno dimora i sogni di Dio, i suoi progetti…l’autore della lettera ai cristiani di Efeso, di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, parla di un in principio, di un prima della creazione in cui il Dio che Gesù ci ha rivelato come Padre ha un progetto eterno come il suo cuore paterno, una predestinazione che dobbiamo intendere come un fine meraviglioso sognato per la sua creatura: l’essere figlio! Questo sogno dell’ in principio Dio l’ha realizzato in Gesù Cristo.

            Tutto questo la liturgia odierna lo pone sotto una chiave di lettura essenziale per comprendere il Dio della Bibbia che desidera liberarci da ogni atteggiamento religioso e quindi imprigionante. Tutto va letto dunque nell’ottica del dono, della gratuità. D’altro canto se la scelta, il sogno di Dio è prima della creazione del mondo, come dice la lettera ai cristiani di Efeso, questo è un sogno che noi non abbiamo potuto né generare, né meritare! E’ un dono che ci precede in modo assoluto, un dono non meritato e che non può neanche essere ricambiato, può essere solo accolto.

            L’Evangelo di Giovanni si apre con questa pagina sublime che ci fa contemplare l’intimità eterna del Verbo con il Padre e come  dal cuore di questa intimità fiorisca una nuova intimità, quella con la carne dell’uomo. Il Verbo divenne carne e pose la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14); lo stupore di Giovanni è qui straordinario e sottolinea l’assoluta gratuità di questa incredibile e impensabile via di Dio: l’Incarnazione è un dono nel quale si riceve grazia su grazia (Gv 1,16); l’amore gratuito di Dio è stato riversato da Gesù su noi uomini già con il suo assumere la nostra fragilità, l’amore gratuito di Dio è stato narrato da Gesù in tutto ciò che ha detto e fatto. L’unicità del cristianesimo, ricordiamolo sempre, è proprio qui: è nell’uomo Gesù che Dio si è reso presente in tutto, è nell’uomo Gesù che Dio si è narrato, incontrare l’uomo Gesù è incontrare Dio… quella carne fragile di Cristo è il vero santuario, il tempio definitivo…questa carne fragile la incontreremo per l’ultima volta nel IV Evangelo, prima dei racconti delle apparizioni del Risorto, nella scena della sepoltura (Gv 19, 38-42) quando Nicodemo lo ungerà con 100 libbre di unguenti: il nuovo tempio, quello definitivo in cui tutti gli uomini potranno incontrare Dio, per la letteratura intratestamentaria, sarebbe stato consacrato proprio con quella quantità di unguenti che Nicodemo userà per Gesù! Nicodemo a nome di Israele lì consacra il nuovo tempio! In quel corpo di uomo!

            Il dono di Dio si manifesta in quella carne fragile che ha posto la sua tenda tra di noi e  ha percorso l’itinerario di un uomo, fino all’amore estremo della croce e fino a scendere nella tomba…in quella umanità si può incontrare Dio! Il tempio ormai è la sua carne!

            Questa prima domenica del nuovo anno ci deve lasciare pieni di una consapevolezza: Dio si è fatto dono all’uomo, in Gesù questo dono è stato pieno e definitivo; riconoscere questo dono ed abbandonarsi ad esso è l’unica via, via che contraddice ogni religione e ci libera da ogni presunzione di merito e di ricambio.

            Contemplato il dono non ci resta che lo stupore dal quale può sgorgare solo un canto di lode che proclami la gloria di Dio; perché solo chi ha conosciuto Gesù ha potuto conoscere la gloria di Dio!

 

       P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Caravaggio:  Fuga in Egitto (part.) 1597 (Roma: Galleria Doria Pamphilj) 

 

 

 

 

 

 

 

MARIA SANTISSIMA, MADRE DI DIO – CIRCONCISIONE DI GESU’

  Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

       Il nuovo anno nella liturgia della Chiesa inizia con u tema di grande portata: il nome. Per la Scrittura il nome è, in qualche modo, l’ alter ego della persona, dove c’è il nome lì c’è la persona, il nome contiene la realtà e la verità della persona. Dio ha il potere di dare un nome e di cambiare il nome; in nome nuovo, in tal caso, dice la missione e la realtà ricreata della persona.

       Il tema del nome oggi è chiaro nel testo del Libro dei Numeri che costituisce la seconda lettura di questa liturgia e nel passo dell’Evangelo di Luca che oggi ricordiamo per ricordare la circoncisione di Gesù all’ottavo giorno dalla sua nascita.

       Il passo celeberrimo del Libro dei Numeri riporta la benedizione che i sacerdoti dovevano dare al popolo, la benedizione è porre il nome sugli Israeliti. Per tre volte questa benedizione (che Francesco d’Assisi amò tantissimo facendola sua!) ripete il nome del Signore. Per tre volte si ripete il Signore che sostituisce il sacro tetragramma che contiene il nome rivelato a Mosè al roveto ardente (Es 3,14). Invocare il nome di Dio nel culto, nella preghiera è un atto importante, è accettare di uscire da se stessi, è accettare di essere espropriati, è accettare di appartenere a Dio; questo diventa benedizione.

       Se ci pensiamo anche noi cristiani iniziamo la nostra preghiera dicendo “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” … e questo non è un modo come un altro per dare inizio alla preghiera o all’assemblea liturgica … è una dichiarazione forte e direi compromettente: è dire che quest’assemblea è composta da uomini e donne disposti ad un’uscita da sé, ad un’espropriazione, ad un’appartenenza vera e senza riserve a quel Dio di cui dicono il nome trinitario … per lo meno questo dovrebbe essere!

       Porre questa benedizione del Nome all’inizio dell’anno solare è chiedersi onestamente come si vive e come si vuole continuare a vivere nel tempo nuovo che si apre dinanzi a noi. Questa benedizione che oggi risuona nelle nostre assemblee non parola beneaugurante, è parola di impegno … nostro e di Dio! Sì, perché Lui, il Signore, si è impegnato a rivestirci del Nome che è la sua presenza, Lui fa alleanza con noi ma noi, di contro, vogliamo e dobbiamo entrare “nel Nome” uscendo da noi stessi e dai nostri orizzonti, appartenendogli per essere nelle sue mani senza riserve. Così l’Alleanza si mette in moto e diventa benedizione per noi e per il mondo, diventa cioè ancora possibilità di presenza di Dio nella storia.

       Nell’Evangelo al bambino nato a Betlemme viene dato il nome … quel nome che, nel racconto di Luca l’angelo ha consegnato a Maria e, nel racconto di Matteo, è consegnato nel sogno a Giuseppe. Il bambino si chiamerà Jeoshua, nome che contiene il nome di Dio ed il verbo salvare, in ebraico, yashà. Quel bambino, dice il suo nome, è nato perché per Lui, in Lui, Dio salverà! Il suo nome è il nome benedetto dinanzi a cui “ogni ginocchio si piegherà in cielo, in terra e sotto terra” (Fil 2,10) … è il nome nel quale solo c’è salvezza (cfr At 4, 10-12).

       Nell’Evangelo di oggi, nell’ottava del Natale, viene dato al bambino il nome di Gesù contestualmente alla circoncisione della sua carne. Per la circoncisione Gesù è ebreo, entra nell’Alleanza che dovrà portare a compimento. La circoncisione di Gesù è atto di importanza capitale per la nostra salvezza, non si deve né obliare, né mettere in secondo piano; si deve ricordare che, perché circonciso all’ottavo giorno secondo le prescrizioni della Torah, Gesù salva! Questo perché è per quella circoncisione che Gesù è parte del Popolo santo ed è dunque legittimamente discendente di Abramo, di David e dunque Messia di Israele e salvatore del mondo! Sulla croce ci sarà la carne circoncisa del Figlio di Dio che è figlio dell’uomo e figlio di Israele; in quella carne circoncisa si compirà l’Alleanza definitiva con l’umanità. E non poteva essere diversamente perché Dio è fedele!

       La Chiesa oggi, accanto a questo evento della circoncisione di Gesù, desidera riflettere sull’Incarnazione anche a partire dal più grande titolo mariano: Madre di Dio. Un titolo questo che, mentre dice la bellezza straordinaria di Maria e la su altissima, unica dignità, dice in primo luogo qualcosa di Dio: si è fatto carne talmente nella verità che una donna può essere chiamata legittimamente Madre di Dio in quanto madre davvero di quell’uomo, Gesù di Nazareth che era il Figlio Eterno e dunque, come dirà la teologia cristiana, la seconda Persona della Trinità Santissima (Concilio di Efeso del 431); mandò il suo Figlio nato da donna, come scrive Paolo nel passo che oggi leggiamo della sua Lettera ai cristiani della Galazia. Insomma, Gesù di Nazareth era Dio e quando chiamava Maria mamma, diceva bene (mamma, però lasciamo che lo dica Lui noi diciamo a Maria Madre, senza sdolcinature fuorvianti!)!

       I temi di questa prima giornata dell’anno liturgico sono molteplici ma ci riconducono tutti alla vera carne del Figlio di Dio che nato da donna, entra nell’Alleanza con Israele e riceve il Nome che sarà salvezza per tutta l’umanità.

       In Gesù, lo dobbiamo dire, Israele compie la sua missione e vocazione: essere luogo di Dio per tutta l’umanità. Questo possiamo e dobbiamo dirlo con forza solo se non obliamo l’ebraicità di Gesù, condicio sine qua non del suo essere Messia e Salvatore del mondo.

       Per noi, umanità di questo particolare momento storico, si apre ancora un tempo, questo nuovo anno di Grazia 2020. Starà a noi, discepoli di Cristo che viviamo questo tempo, di adempiere la nostra vocazione: essere ancora terreno per Dio perché l’uomo possa incontrarlo e portare a pienezza la sua verità umana. Parafrasando una celebre frase patristica vorrei dire: Dio si è fatto uomo perché l’uomo impari ad essere uomo. Guardando all’umanità del Figlio Gesù sarà possibile vivere da figli di Dio, anzi dovrà essere possibile molto di più: arrivare ad avere il volto del Figlio, tanto da essere ciascuno “il Figlio di Dio”!

       Se lotteremo e lavoreremo per questo, l’anno che inizia sarà anno di benedizione.

 

         P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Sieger Köder: Mosè al Roveto ardente