VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2018

VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Pr 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

 

Nel testo del Libro dei Proverbi, che oggi costituisce la Prima lettura, c’è un invito che apre questa liturgia della Parola per darci accesso ad una maggiore comprensione del mistero del Pane di vita che è al centro del grande discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni che in queste  domeniche sta scorrendo; è la Sapienza che parla ed invita chi è inesperto a mangiare al suo banchetto, a mangiare del suo pane e bere del suo vino. Poi aggiunge: Abbandonate le puerilità e vivrete.

Abbandonare le puerilità, le fanciullaggini, nel senso deteriore del termine, è diventare adulti, maturi nella fede. Il Pane della vita è per la nostra pienezza! Per la nostra maturità di uomini e di credenti! Comprendiamo allora una cosa: Mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue è atto di responsabilità e di assunzione piena di una via che quella di Gesù Cristo!

Mangiare la sua carne e bere il suo sangue crea un’unità straordinaria tra Gesù ed il credente: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui.

Dimora! Il dimorare è del credente maturo! Per il Quarto Evangelo è chiaro che ogni sequela di Cristo è chiamata ad uscire dalle “fanciullaggini”, dagli entusiasmi passeggeri, dalle logiche di “stagioni della vita”, per entrare in una stabilità, in un dimorare da cui non ci può essere più ritorno, in un rimanere che è proprio del credente adulto. Un dimorare in cui si sancisce un’alleanza tra me che dimoro in Cristo e Cristo stesso che dimora in me! Il dimorare non “gioca” con i  di Dio; se Lui dice il suo sì rimane in me, io non posso diventare banderuola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, dell’instabile!

Uscire dalla puerilità è assumere la responsabilità di quel pane “costoso” che è la carne del Figlio dell’uomo. “Costoso” perché se c’è una carne ed un sangue questo sangue è stato versato, quella carne immolata!

L’Eucaristia è sacramento dolcissimo di amore e di unità, ma è tale perché ci ripresenta l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che vuole fare dei dispersi unità in Dio per il mondo (Cfr Gv 11, 52), amore fino all’estremo che è quello del chicco di grano che cade in terra per morire (cfr Gv 12, 24).

Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza di Dio (cfr 1Cor 1,24), è sedere alla mensa in cui, condividendo il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue, si fa comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo e si dichiara di essere pronti a dare il proprio corpo ed il proprio sangue come Lui e con la sua forza.

Questa è maturità cristiana, assunzione di responsabilità, uscita da ogni atteggiamento religioso rassicurante e deresposabilizzante. L’ Eucaristia, infatti, consegnando alla Chiesa il Corpo ed il Sangue di Cristo, consegna ai cristiani la possibilità di trasformare il mondo con le sue stesse “armi”, quelle paradossali di un amore controcorrente, di una pacifica opposizione alle vie del mondo, una pacifica opposizione che crea persecuzione ed incomprensione ma che è pure quella che annunzia la novità dell’Evangelo di Gesù che non è mai innocua!

Chi si dice cristiano ed è puerilmente allineato con il mondo per paura del mondo, mostra la sua immaturità e la sua stolta “fanciullaggine”… così diversa da quell’essere come bambini che Gesù chiede ai suoi (cfr Mt 18, 3). Quello che chiede Gesù è quell’essere colmi di una fiducia piena e grande, quella che fa diventare “folli” sfidando anche il mondo perché si è completamente abbandonati nelle mani di Dio di cui mi fido e di cui riconosco la gratuità per cui non accampo “meriti”, la “fanciullaggine” da cui bisogna guardarsi è quella puerilità che è immaturità umana e di fede per cui, come bambini capricciosi ed egocentrici, ci si cura di sé nel disinteresse per tutto quello che è fuori di sé; questa “fanciullaggine” è atteggiamento di continua delega ad altri delle proprie responsabilità.

L’atto di mangiare la carne del Figlio dell’uomo è espresso da Giovanni con un verbo brutale, molto materiale: “trógo”, cioè “masticare”. Giovanni così ci rimanda alla corposità storica di quella presenza, di quel dono che deve e vuole invadere la nostra corposità concreta. Il masticare è distruggere per trasformare ed assimilare. Cristo così ci racconta Dio, un Dio pronto a farsi assimilare ad ogni costo dagli uomini … l’atto di masticare ci conduce irresistibilmente a quel chicco di grano macerato nella terra, a quel corpo sceso nel sepolcro esposto alla decomposizione della morte … il masticare ci richiama poi alla nostra concretissima umanità che da quell’assunzione inizia a vivere “per mezzo” (“diá”) di Gesù, come Gesù vive “per mezzo”  (“diá”) del Padre. L’offerta di quella carne e di quel sangue mirano a farci essere credenti responsabili nel mondo, nella storia, senza fughe in spiritualismi disincarnati!

L’Eucaristia è critica radicale ad ogni cristianesimo disincarnato, ad ogni distanza “spiritualizzante” da Cristo presente ancora nella storia con il suo Pane!

Certo, come scrive recentemente Luciano Manicardi in un suo libro (“Per una fede matura” ed. Elledici), l’ impalpabile ostia che usiamo per l’Eucaristia, invece del concreto, usuale e manducabile pane, non aiuta la Comunità credente a cogliere tutta la forza di quel segno, di quella manducazione, di quella assimilazione “costosa” con cui Cristo ci unisce a Lui.

Chi assume la corposità della storia nell’incontro compromettente con Cristo Gesù e la sua carne ed il suo sangue diventa, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso nella Seconda lettura di oggi, capace di approfittare del tempo presente, di cogliere il tempo propizio (il “kairós”) in cui Dio passa nella storia e fa le domande dinanzi alle quali non è concessa alcuna evasione o “ubriacatura” che rende inconsiderati, incapaci di responsabilità autenticamente umana nella compagni degli uomini.

Il dono di Cristo è capace di innervare la nostra umanità della vita di Dio e ci slancia nella storia come portatori di vita nuova, di “vita eterna” cioè, come già dicevamo la scorsa domenica, portatori della vita di Dio nello scorrere della vita degli uomini!

E’ la grande richiesta che ci fa la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo!

 

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

            Michelangelo Merisi, detto Il Caravaggio: Cena in Emmaus (Milano, Accademia di Brera)

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Ap 11, 19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15, 20-27a; Lc 1, 39-56

 

Maria: viaggio pasquale dell’umanità! Maria: segnata da una vocazione ed elezione, la accoglie in pienezza, offre la sua carne perché sia “luogo” di Dio per la storia, vive nella gioia e nella gratitudine, attraversa le ore del dolore, anche quello lancinante e incomprensibile della croce del Figlio, attraversa il buio sentiero della morte, giunge tutta alla vita, all’eterno, alla piena e totale trasfigurazione.

E’ la vicenda di Maria, la Madre del Signore; la sua vicenda non dissimile da quella d’ogni credente.

In questo mistero dell’Assunzione, Maria ci è offerta allora non come semplice luogo del privilegio ma come icona completa del nostro viaggio pasquale, del nostro esodo da noi per abbandonarsi alle vie di Dio, vie che conducono nello spazio della divinizzazione!

Il queste domeniche dell’anno B stiamo leggendo il discorso del Pane di vitanel capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni e lo stiamo leggendo invito a quell’esodopasquale che Gesù chiede di compiere ai suoi discepoli. In tal senso questa festa solenne dell’Esodo di Maria è quanto mai illuminante! In lei ci è data una straordinaria compagna di viaggio, una profezia e una promessa.

L’Assunzione è la Pasqua di Maria!

 L’Assunzione non è altro che la risurrezione di Maria! Cosa altro è se non la divinizzazione della sua umanità? Non nella logica del privilegio ma della promessa per tutti gli uomini!

L’Assunzione è, possiamo dire, il “contrario” dell’Incarnazione, o meglio, è icona del “viaggio di ritorno” dell’Incarnazione: se, infatti, nell’Incarnazione Dio si umanizza, qui vediamo, come in Cristo, l’uomo che viene divinizzato!

La carne di Maria, tutto ciò che Ella era, è stata assunta in Dio. Anche Maria, come il Figlio suo, è primizia – come ha scritto Paolo nel testo della Prima lettera ai cristiani di Corinto – anch’essa è caparra ulteriore, promessa di speranza!

Sentiamo fortemente in questo mistero il profumo della gratuità: sì, l’ Assunzione in sé sarebbe “inutile”: già tutto, infatti, ci era stato detto e donato in Cristo Gesù; bastava la sua carne già nell’eterno di Dio! Maria è dunque un grido ed una carezza ulteriori con cui Dio parla alla sua Chiesa ed al mondo.

Maria, terreno del gratuito, del traboccante, Maria terreno di una rivelazione e di un appello di Dio a tutti i “figli di Eva”, alla Chiesa!

Il testo di Apocalisse che oggi la liturgia ci propone ci mostra l’ Arca Santa che splende come segno di luce … l’Arca era il luogo della presenza di Dio, luogo santissimo ed intangibile (cfr 2Sam 6,6-7) in cui la presenza di Dio accompagnava il popolo; per l’autore dell’Apocalisse l’Arca è la Chiesa che contiene e custodisce Cristo per la storia, l’Arca Santa è la donna vestita di sole perché la Chiesa è rivestita di Cristo (cfr Gal 3,27), ha pienezza di missione (le dodici stelle in cui il “dodici” e numero di pienezza), è chiamata ad attraversare i secoli ( la luna sotto i suoi piedi: per la mentalità ebraica la luna è segno del “tempo” in quanto questo si misurava con i cicli lunari); è la donna vestita di sole  che partorisce il Messia (e allora è chiaro come Maria è “icona” della Chiesa) alla storia ma, nella storia, trova ostacolo e persecuzione; infatti il drago si avventa contro di lei come si avventò sul Figlio inchiodandolo alla croce; da allora, da quando il Figlio fu rapito verso il cielo, la donna-Chiesa vive nel deserto della storia custode d’una promessa di eterno; vive nel deserto perché chiamata a fuggire la mondanità di cui il drago è principe e signore. La meta della donna è però il grembo di Dio. Ella vive nel deserto che è la storia e vive nella lotta ma ha fissa la speranza “là dove  si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (cfr Col 3,1).

Ed ecco come è chiaro l’Evangelo di questa solennità di Maria Assunta al cielo: sì, un Evangelo anche se non è nel libro dell’Evangelo! E’ una lieta notizia che colma di luce i nostri deserti, che riempie di canto la storia. Il passo dell’Evangelo di Luca ci ha, infatti, fatto sentire il Magnificat che la Chiesa subito fece diventare il proprio canto e ad ogni tramonto lo intona per lodare Colui che nel deserto della storia, nelle contraddizioni della storia, la fa capace di beatitudine e di amore, di Colui che, nel deserto, è fedele alle sue promesse.

Maria allora oggi è per la Chiesa “estasi” da sé per respirare nell’esteso spazio dell’eterno; Maria ci dice che la storia non è meta della storia! Meta della storia è l’eterno, meta della storia è il grembo trinitario di Dio: un grembo che attende tutta la nostra carne di uomini, come il grembo di Maria si offrì all’Eterno per dare carne al Figlio che in Lei si fece uomo!

E’ così: il Dio che in Maria si fece uomo, in Maria ci proclama che ogni uomo ha la vocazione ad essere Dio!

E’ vertiginoso ma è questo l’Evangelo del Risorto! E oggi è giorno di risurrezione!

 

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

Arcabas: Assunzione della madre di Dio

 

DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DICIANNOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1Re 19, 4-8; Sal 33; Ef 4, 30-5,2; Gv 6, 41-51

 

Dopo il segno dei pani Gesù, nel IV Evangelo, inizia questo lungo discorso che stiamo leggendo in queste domeniche, in cui prima dice che Lui è il pane che discende dal cielo, come la manna era discesa dal cielo, Lui è il dono del Padre. E’ chiaro quindi che è il Padre che fa al mondo questo dono che è Gesù: il pane è segno di Gesù e dunque è necessario cercare Lui, nutrirsi e saziarsi di Lui! Chi fa questo accoglie il dono di Dio! Il dono è Gesù e lo si accoglie nella fede. La fede ha però una grande opposizione: la mormorazione.

 Questa è una critica sorda e sotterranea all’agire di Dio; chi ha ascoltato le parole di Gesù mormora contro di Lui perché hanno ascoltato da Lui qualcosa che non collima con le loro conoscenze, con le loro idee, con i loro giudizi e pregiudizi, con i loro orizzonti ristretti e “a fiato corto”. L’Evangelista qui, è chiaro, continua, con la sua narrazione, a creare un parallelo con l’Esodo: prima il luogo deserto, poi la manna, ora la mormorazione (cfr Es 15, 24; 16,7). Israele mormorò contro Mosè e contro il Signore, mormorò perché l’agire di Dio, in quel momento non collimava con le sue attese, con le sue idee, con i suoi bisogni.

Mormora chi, come Israele nel deserto, riconduce tutto al “banale”, chi non sa leggere oltre nell’opera di Dio, nella sua rivelazione; nel deserto Israele rimpiangeva il cibo d’Egitto, il cibo di schiavitù, quel cibo che il Faraone gli dava perché voleva che i suoi schiavi sopravvivessero per essere ancora suoi schiavi … anche questa folla a Cafarnao mormora contro Gesù riconducendo tutto all’ordinario, anzi invocando l’ordinario di Gesù per destituire Gesù stesso di credibilità: Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre.

L’ordinarietà di Gesù, come già leggevamo in Marco qualche domenica fa, è scandalo ed inciampo per la loro fede. Credono di “conoscere” Gesù … ma la “conoscenza” che di Lui bisogna avere non è quella miope e presuntuosa di questa gente, è necessaria una “conoscenza” altra. Una “conoscenza” che si raggiunge solo per dono, solo se ci si apre, senza il diaframma tremendo della mormorazione, al dono di Dio. Gesù lo dice con chiarezza: bisogna essere attratti a Lui dal Padre. E’ il Padre che dona la vera “conoscenza” di Gesù. E’ necessario deporre altre conoscenze, altre idee, altri mondi di pensiero per lasciare spazio in noi al mondo di Dio, alla sua rivelazione.

Il tratto di oggi del discorso del capitolo 6 dell’Evangelo di Giovanni, si conclude ancora con un paragone con la manna, ma un paragone che mostra un contrasto: la manna scendeva dal cielo, ma chi la mangiò pure morì ma questo pane sceso dal cielo che è Lui darà la vita. Chi ne mangerà non morirà!

A questo punto Giovanni ci fa fare un ulteriore passaggio: se prima il pane (di cui era stato segno la moltiplicazione dei pani) è Gesù e questo pane lo dà il Padre facendolo scendere dal cielo, ora questo pane lo dà Gesù stesso ed è la sua carne per la vita del mondo! Mi pare chiaro come Giovanni qui abbia creato un discorso “per accrescimento” di sensi: i pani moltiplicati sono segno di Gesù che bisogna cercare per saziarsene, Gesù è dono dall’alto del Padre, Gesù dà il pane che è la sua carne, cioè l’Eucaristia.

Il percorso è impressionante: il Padre, dall’eterno, fa il suo dono alla storia, in quella pienezza dei tempi, preparata dalla Prima Alleanza (esodo, manna …); Gesù è questo dono alla storia degli uomini, dono in una carne concretissima (“sarx”, come dirà audacemente il quarto evangelista nel Prologo – Gv, 1, 14), ma perché il dono non rimanesse circoscritto a quel tempo e a quel luogo, Gesù dà l’Eucaristia che spande quel dono che dà la vita ad ogni tempo e ad ogni luogo.

Così, ogni tempo e ogni luogo potrà essere riempito di eterno, di una vita che abbia il sapore di Dio.

Così gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo potranno camminare nella storia per giungere alla meta che è Dio, che è il senso della storia. Elia, nella Prima lettura tratta dal Primo Libro dei Re, è “icona” di questo popolo che percorre i deserti della storiadi un popolo che rischia di morire e d’essere sopraffatto e che trova miseri ripari (una ginestra!). Elia riceve un pane che sarà forza per il suo cammino. La liturgia di oggi ci suggerisce che Gesù è venuto ad essere questo pane che dà senso (sazia la fame e la sete che attanagliano l’uomo!), e dà forza permettendo di camminare per terre accidentate e difficili: la metà sarà il “monte” di Dio!

L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso, scrive che il cammino del credente, nutrito di quel pane, è cammino nell’“agàpe”, cammino che ha al cuore l’amore di Cristo che si è offerto a Dio in sacrificio di soave profumo: quel pane ci mette in contatto con quel sacrificio di soave profumo.

L’Eucaristia è una via divina proprio perché è una via “ordinaria”; anche noi, dinanzi a quel pane sull’altare potremmo dire: ma noi sappiamo “di dove viene”! In quell’“ordinarietà” c’è però l’infinito di Dio, come nel figlio del carpentiere si poteva incontrare il Figlio di Dio disceso dal cielo. Se si mormora contro quest’ordinario non si riuscirà a gustare quel “soave profumo” dell’amore di Cristo perché Dio sceglie l’ordinario: lì si rivela, lì ci cerca, lì ci attende!

Trovarlo nell’ “ordinario” fa straordinaria la storia!

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

Cristo Pantocrator(Istambul, Santa Sofia)

 

DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DICIOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

Che cerchiamo? È una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20,15)… qui al capitolo sesto ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!

Dal cosa o chi si cerca al perché cercare Gesù. Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno. Come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!

Il problema è cercare per poi credere per poi andare a LuiCercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna! In realtà la gente è ancora al livello della lamentazione sterile che chiede “miracoli” come il popolo nel deserto … la gente è ancora in uno stato di morte … cercanoGesù ma no per consegnarsi ma per usarlo!

Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.

In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo, la folla resta ad un livello gretto, meschino, personalistico, in cui quello che conta è ricevere risposte ai bisogni materiali, concretissimi, banali;  Gesù vuole portare la folla al livello di una fede radicale che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.

Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si vada Gesù. Chi va a Lui non ha più fame … chi aderisce a Lui non ha più sete!

Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante … non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Il discepolo di Cristo che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perché, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri. Ma se questo è vero e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo; qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!

Questa vita eterna, si badi, nel linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem” … la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio …

Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio,  rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.

Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia, quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna” corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.

La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo di Cristo. La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere rivestiti di Cristovita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!

Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!

 

Fabrizio Cristarella Orestano