TERZA DOMENICA DI AVVENTO 2018

TERZA DOMENICA D’AVVENTO

Sof 3,14-18a; Is 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

Strana la domenica della gioia di quest’anno … strana perché è fatta di due tonalità che paiono contrastanti, stonate se messe assieme. In realtà se leggiamo bene ci accorgiamo che questi due colori, queste due melodie, sono capaci di intrecciarsi in un’armonia calda, capace di farci leggere tutte le esigenze e le proposte della fede.

C’è una melodia aspra, addirittura spaventosa … ed è la prima che dobbiamo ascoltare; viene dal Battista: annunzia il Veniente, che in quel momento storico era Gesù di Nazareth che stava per rivelarsi come il Cristo di Dio, e lo presenta come il più forte che dà un battesimo di fuoco, un’immersione nel fuoco che purifica e toglie le scorie. Il Battista proclama che il Cristo viene con un’azione violenta come il vento che spazza via ciò che non è per il Regno veniente. Giovanni Battista usa un’immagine agricola, quella della trebbiatura che già i profeti avevano usato nella Prima Alleanza per parlare del giudizio del Signore: come il contadino che solleva alto in aria la pula e gli scarti per distinguerli dal grano, così farà il Cristo veniente!

Spesso si dice che qui il Battista si inganna perché Gesù, al contrario delle sue parole, sarebbe venuto non con questa violenza e nettezza ma con l’arma della misericordia … Penso che sia una lettura edulcorata e da immaginetta devozionale, un’immagine di Gesù dolciastra, sentimentaloide … il Battista lotta contro siffatte immagini “religiose” e rassicuranti; sono queste, infatti, immagini riduttive che conducono inesorabilmente ad un solo frutto terribile: la mediocrità di chi vuole vivere sommando l’insommabile!

Giovanni sta dicendo che il Cristo è esigente, che le sue domande sono compromettenti, che le sue richieste non ammettono edulcorazioni … alle tre classi di persone che lo interrogano il Battista risponde con quelle che saranno le esigenze imprescindibili dell’Evangelo: giustizia e amore.

È vero: Cristo ci pone delle richieste che ci lacerano, ci sconquassano, ci contraddicono! Nell’Evangelo di Matteo c’è quel detto di Gesù che turba tanto i “quietisti” di tutti i tempi: Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma una spada (cfr Mt 10,34). La spada è quella a doppio taglio tante volte citata nella Scrittura per dire come la Parola giudichi, distingua, chieda scelta di campo(cfr Is 49,2; Sal 149,6; Sap 18,15; Eb 4, 12; Ap 1, 16; 2, 12; 19, 15.21). tanto è vero che Luca riferirà lo stesso detto specificando cosa è la spada: è la divisione tra quelli che scelgono il Regno e quelli che scelgono il mondo. Nello stesso Evangelo di Luca, dopo le dolci scene del Natale, siamo condotti al Tempio dove il vecchio Simeone non usa mezzi termini per descrivere quel Bambino che ha tra le braccia: Sarà segno di contraddizione e svelerà i segreti di molti cuori, sarà pietra di inciampo; attraverso di Lui alcuni cadranno ed altri risorgeranno e aggiunge che una spada trafiggerà l’anima della Madre del Messia; e certo in Maria si adombra Israele che ha generato il Messia ma che per quel Messia si dividerà, in quel Messia Gesù troverà quel segno di contraddizione su cui operare scelte coraggiose e definitive (cfr Lc 2, 34-35).

Gesù non è venuto con un Evangelo dolciastro e rassicurante e non verrà così alla fine della storia! Gesù non lascia spazi aperti ad alcun compromesso con la mondanità e le sue potenze che sono quelle di Mammona: ricchezza, potere, possesso, orgoglio, disprezzo dei poveri.

Non si può essere di Cristo e non bruciare di quel fuoco che Lui è venuto a portare. Quel fuoco di cui bisogna ardere vigilando nell’attesa del suo giorno; quel fuoco che deve essere la scelta del “frattempo” che la Chiesa vive nell’attesa che si compia la beata speranza della sua venuta.

Chi non è disposto a bruciare fino a consumarsi per l’Evangelo è lontano dal Regno e non è un uomo dell’Avvento.

I rappresentanti de popolo che vanno dal Battista gli fanno la solita domanda: Che cosa dobbiamo fare? Il Battista risponde con chiarezza: bisogna prendere una decisione dinanzi a Colui che viene; questo valeva allora ma vale ancor più per noi che attendiamo il suo ritorno e sappiamo del suo amore fino all’estremo e sappiamo della vittoria del suo amore; una decisione che deve essere cosciente che il progetto della nostra vita attende una conclusione. Alla conclusione noi non vogliamo pensare e crediamo di poter

protrarre il “gioco” all’infinito per poter fare le nostre mosse a nostro piacimento. È proprio vero quello che Dostoevskij scrive nel suo romanzo “Memorie dal sottosuolo” (1864): L’uomo è un essere frivolo e incongruo e forse, come il giocatore di scacchi, ama solo lo svolgimento del gioco e non la conclusione. Pensiamoci … è davvero così! L’Avvento è un tempo per guardare alla conclusione; uno sguardo non terroristico ma consapevole e responsabile. Uno sguardo che può e deve trasformare il “gioco”!

Questa domenica è però detta domenica “Gaudete” perché in essa c’è un’altra melodia: appunto la melodia della gioia!

È vero: chi decide, guardando alla conclusione, per le esigenze nette e non equilibristi che del Cristo, prova in se stesso una pace e una serenità grandi. La paura non prende il sopravvento, è sopraffatta dalla fiducia nel Veniente. La melodia della gioia la intona in questa domenica già il profeta Sofonia con uno splendido canto in cui le parole che ricorrono e si rincorrono sono: gioisci, esulta, rallegrati, esulterà di gioia, si rallegrerà con grida di gioia come nei giorni di festa!

Sofonia annunzia che nella Gerusalemme rinnovata dalla scelta di fedeltà al Signore si ritroveranno, come in un grembo fecondo,, il Signore e gli uomini che hanno fatto del Regno la ragione delle loro scelte, della loro vita!

La gioia è anche il tema del cantico del Libro di Isaia che oggi ha il posto del consueto salmo responsoriale e la gioia è addirittura il comando di Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Filippi, un testo che nella traduzione latina della Vulgata ha dato il nome a questa terza domenica di Avvento: Gaudete in Domino semper. Iterum dico: Gaudete! (“ Gioite nel Signore sempre! Ve lo ripeto: Gioite!”)

L’uomo, pervaso da questa gioia, scrive Paolo, ha il dovere di mostrare l’ affabilità (in greco è “tò epieikés”). Che significa? Serenità, amabilità, tranquillità, bontà, dolcezza! Insomma chi è pervaso da questa gioia deve essere uno specchio di Dio.

Noi discepoli di Cristo, in questo mondo cupo, non dobbiamo aggiungere tristezze ma dobbiamo far esplodere la gioia! Non una gioia a basso prezzo ma scaturente dalle scelte radicali che si fanno nella sequela di Colui che attendiamo e che verrà con il fuoco e che ci chiede di vivere di fuoco!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Alexander Ivanov (1806-1858): Il Battista indica il Cristo presente (olio su tela, dipinto dal 1837 al 1857) (Mosca, Galleria Tretyakov)

SECONDA DOMENICA AVVENTO 2018

SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6,8-11; Lc 3,1-6

Questa seconda tappa di Avvento ci pone dinanzi tre testi della Scrittura che vogliono scuotere i nostri cuori di credenti di fronte all’opera di salvezza di Dio in questo oggi della storia. Sono testi che ancora ci invitano, come già Gesù nell’evangelo di Luca della scorsa settimana ad alzare il capo (cfr Lc 21,28) per vedere davvero come Dio è all’opera ed è fedele. È necessario rendersi conto che il Signore opera e bisogna dargli credito ed accogliere il suo venire.

La venuta finale del Figlio dell’Uomo, che attendiamo con vivo desiderio, è preparata in ogni oggi della storia dagli uomini e dalle donne che si rendono conto per davvero dell’opera di Dio e che tutto predispongono in loro per l’avvento promesso. Sono gli uomini e le donne così che “accelerano” la venuta del Signore.

Già il profeta Baruc nel suo oracolo, che oggi costituisce la prima lettura, annunzia che Dio, nel suo amore, opera su quel territorio che separa la terra dell’esilio dalla Terra Promessa; siamo al tempo della deportazione in Babilonia e l’oracolo di speranza di Baruc proclama al popolo che il Signore ha stabilito di riempire le valli e di abbassare i colli che si frappongono tra Lui e il suo popolo che è nel dolore dell’esilio.

L’Evangelo riprende questo tema mostrandoci Giovanni il Battista, una delle grandi figure dell’Avvento. Giovanni è colui che ci è dato, in questa seconda domenica di Avvento, come icona potente dell’atteggiamento che il discepolo di Cristo deve assumere per preparare il terreno per la Venuta del Signore. Se è vero, come diceva Baruc, che è il Signore che prepara il suo venire, è vero anche che la venuta misericordiosa e liberatrice del Signore necessita dell’apertura della nostra libertà alla sua opera.

Il testo dell’Evangelo di Luca inizia con un ampio preambolo storico; come mai? Perché Luca ci tiene tanto a collocare storicamente l’apparire del Battista? L’Evangelo ci mostra un mondo problematico in cui la politica è oppressione e sfruttamento, in cui i potenti si spartiscono la terra del popolo (i figli di Erode posti da Roma a godere dei privilegi e ad esercitare un potere!), da un punto di vista religioso c’èun sacerdozio corrotto e complice dei poteri mondani in cui allignano intrighi e compromessi (Luca allude ad Anna che rimane come una “eminenza grigia” dietro al genero Caifa). Insomma una situazione generale veramente avvilente …

In questa situazione c’è però una cosa nuova che Dio fa: La parola di Dio cade su Giovanni, figlio di Zaccaria. Insomma c’è un uomo, Giovanni, che non si lascia trascinare da quel fiume di fango e di miseria della storia in cui vive; c’è un uomo, Giovanni, che non si tira indietro dinanzi alla Parola che cade su di lui, un uomo che non ricusa di abitare nel deserto per poter essere terreno per la Parola di Dio, per viverla ed annunziarla agli altri.

Così il Battista sarà capace, in quel luogo marginale che è il deserto, di dire una parola che chiede conversione e vie aperte al venire di Dio. Per lui Luca cita un oracolo dal Libro di Isaia che risale al tempo dell’esilio babilonese, un oracolo che spalanca le porte della speranza su di una possibilità: il ritorno! Un ritorno che certo sarà dono di Dio ma che ha bisogno di una parte che il popolo deve fare. Guardi a Giovanni e il popolo vedrà una via: Giovanni è uno che ha osato, in quella storia di dolore e di lontananza da Dio, mettere il proprio cuore alla dura scuola del deserto. Lì, nel deserto, in un luogo marginale rispetto ai grandi centri del potere politico e religioso, la voce di Giovanni risuonerà; nel deserto, luogo carico di memorie di salvezza in cui conta l’affidarsi

pienamente a Dio, luogo in cui non si è distratti dalla mondanità. Dal deserto in cui Giovanni alza la sua voce ci sarà una “ripartenza”, un nuovo inizio della storia di salvezza.

L’oracolo di Isaia che si rende visibile in Giovanni il Battista risuona oggi per noi e ci grida che ciò che ostacola Dio, la sua opera di salvezza, il mondo nuovo, non è fuori di noi (certo, le situazioni politiche ed “ecclesiastiche” pesano e sono colme di principi di morte!), ma è dentro di noi!

È lì che Giovanni chiede a chi lo ascolta di lavorare: dentro! Insomma i monti da abbassare e i burroni da riempire ci riguardano. Sono rischi e pericoli da affrontare personalmente; quei monti e quei burroni sono l’orgoglio e la depressione che ci afferrano tante volte! Chi entra nell’orgoglio o nella depressione di un “io minimo” è in condizione di menzogna e di cecità. Un’idea superba di sé o un “io minimo” hanno la stessa terribile origine: non vedere Dio e la sua opera.

È nel cuore di ciascuno che deve iniziare la rivoluzione che diventa il terreno di accoglienza al Veniente.

Le parole di Isaia con cui Luca legge la figura e la missione del Battista hanno una meta ben precisa: rendere diritte le vie. Cioè? Ci vuole un cuore retto, un cuore purificato per poter vedere la salvezza e il Dio veniente (cfr Mt 5,8)!

Chi ascolta questa parola “dal deserto” ha una responsabilità e nei confronti della Parola stessa che gli è andata incontro e verso ogni carne (così alla lettera Luca 3,6: E ogni uomo (ogni carne) lo vedrà!).

Ciascuno di noi deve farsi convinto che la sua mancanza di conversione, i suoi colli elevati o le sue valli depresse sono ostacolo alla salvezza. Sono ostacolo a che ogni carne veda l’opera di Dio e la desideri per sé, per la sua vita. Un cuore convertito, un cuore capace di lasciarsi afferrare dalla Parola, come quello di Giovanni il Battista, è invece narrazione di Dio e della salvezza che Li può operare.

Convertirsi è preparare la venuta del Signore, è essere pronti per Lui!

Siamo pronti per Lui?

Lui verrà ma noi, oggi, siamo pronti?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Voce di uno che grida nel deserto, affresco seconda metà del sec XIII.

(Parma, cupola del Battistero)

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Gen 3, 9-15.20; Sal 97; Ef 1, 3-6.11-12; Lc 1, 26-38

Appena iniziato l’Avvento, oggi la Chiesa sosta a fissare lo sguardo sulla Figlia di Sion, su Maria, il “terreno” umanissimo di questo Avvento di Dio. Un “terreno” che la fede della Chiesa ha riconosciuto immacolato “per grazia” e non per merito, immacolato per dono e non per altro, immacolato, in definitiva, in modo totalmente gratuito e senza alcuna “necessità”! Sì, anche questo mistero di Maria non è generato da “necessità”: infatti, non era per nulla necessario che la Madre del Messia fosse “immacolata” e neanche che fosse “vergine”! La Chiesa, cercando di entrare discretamente, in punta di piedi nel pensiero di Dio, dirà semplicemente “era conveniente”… non di più!

In Maria splende la “pura grazia” e così ci viene presentato il motivo più radicale dell’Incarnazione di Dio: l’amore che, per sua natura, è totalmente gratuito. In Maria si compie il mistero altissimo dell’incontro definitivo tra storia ed eterno, tra terra e cielo, tra Dio e uomo; in Lei si compie il mistero altissimo che ci rivela quanto le vie di Dio superino le nostre vie, quanto i suoi pensieri i nostri, quanto il suo amore ecceda ogni nostro pensare all’amore.

Dinanzi a questo mistero, chi non lo sa leggere parlerà di “mito”: un figlio di Dio nella carne dell’uomo, una madre vergine! Il mondo sorride di questo annunzio che sta al cuore della fede cristiana. Il racconto di Luca, che oggi si ascolta nelle assemblee cristiane, suona per tanti come una bella favola, dipinta a colori pastello (magari come le bellissime “Annunciazioni” del Beato Angelico!), ma nulla più che un bel “mito”… noi cristiani, invece, continuiamo a dire: “Non mito, ma mistero!” Mistero di un incontro tra Dio e uomo, narrato per quel che è narrabile, taciuto per ciò che dicibile non è!

Maria è presentata da Luca in tutta la sua piena umanità: non una “super-donna” ma è un’umile donna plasmata dalla Grazia, una ragazza con un umanissimo amore per il suo promesso, che – colta da questa vocazione unica – chiede le modalità in cui il suo “sì” deve incanalarsi.

A differenza di Zaccaria (Lc 1,11-20) Maria non dubita ma chiede la modalità; ascolta e risponde con un “Eccomi!” pieno di abbandono: infatti, l’ultima parola che Luca fa dire a Maria in questo racconto è “avvenga a me secondo la tua parola”! E cosa avverrà? Maria non lo sa; sa solo che in Lei verrà quel Figlio non atteso così, quel Figlio non del suo Giuseppe ma di Uno tanto più grande di tutti e due … tutto il resto Maria non lo sa … davanti a Lei l’incognito di mille e mille “come”…

Maria ci è mostrata oggi per dirci – come sempre – che tutto quello che ella vive è vocazione della Chiesa; tutto quello che a Lei è donato è dono per la Chiesa! Maria, la piccola ragazza di Nazareth, è nella Chiesa, ed è icona della Chiesa …

Come Lei, noi discepoli di Cristo siamo chiamati a rallegrarci di Dio; siamo chiamati a riconoscere il Dio-con-noi; siamo chiamati ad essere uomini responsabili e senza pretese di esenzioni e sconti nel reale; siamo chiamati a riconoscere in noi una grazia che ci “precede” e ci inonda al di là dei nostri meriti; siamo chiamati a dire un “sì” pieno ma tante volte al buio ed in abbandono; siamo chiamati, come Lei, a generare il Figlio di Dio alla storia degli uomini, nostri fratelli.

Noi, chiamati a mostrare nella nostra carne il volto del nuovo Adamo, il volto di Gesù! Se il primo Adamo tutto pose sotto il segno della rapina, il nuovo Adamo tutto pone sotto il segno del dono e del dono di sé, del dono d’amore fino all’estremo! Il nuovo Adamo, c’è poco da fare, oggi sarà visibile solo se noi avremo il coraggio di mettergli a disposizione la nostra vera carne di uomini!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Aurelio Bruni: Annunciazione)

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

Ger 33,14-16; Sal 24; 1 Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28,34-36

            Inizia l’Avventoin questo nuovo anno di grazia che ci è donato! Un tempo che purtroppo, per una lettura svisata e malamente semplificata, ma pure per una vera debolezza della più autentica fede cristiana, è diventato risibilmente il “tempo di preparazione al Natale” (persino in certi testi liturgici; ad esempio in un prefazio leggiamo: “lo stesso Signore che ci invita a preparare il suo Natale”!)!

            In modo più veritiero dovremmo dire che il Natale viene dopo l’Avventoa confermare la sensatezza di quell’ attesa che l’Avventoci invita ad esercitare. Insomma l’Avvento è un tempo annuale in cui ci esercitiamo a fare e ad esserequalcosa che è davvero essenziale per l’identità cristiana: attendiamoil Signore Gesù che è il Veniente, siamo il popolo che con gioia, con fatica, con speranzainfinita e lottando per questa speranzalo attende! Di conseguenza la Chiesa è sempre un popolo di pellegrini (cfr Eb 11,13 e 2Pt 2,11), un popolo sa di avere patria altrove, un popolo che non può essere sazio del presente e del possesso. Paradossalmente, però, è un popolo che, mentre è rivolto al futuro di Dio, alla sua promessache deve compiersi, vive con piena responsabilità (sa che deve risponderne!) la storia con tutte le sue esigenze, contraddizioni, fatiche! La Chiesa è il popolo che sa che in questo oggi della storia, in ogni oggi della storia, deve accendere la luce della speranza! La corona d’Avventoche lodevolmente da qualche decennio anche la Chiesa cattolica ha preso ad allestire nelle sue assemblee, vuol dire proprio di questa luce di speranzache noi credenti in Cristo ci impegniamo ad accendere in ogni oggi della storia! Anche oggi: in questo oggi che è l’Avvento dell’anno di grazia 2018!

            Nelle contraddizioni spesso mortifere di quest’oggi storico in cui particolarismi, difese egoistiche del “nostro”, ipocrita mascheramento di tutto ciò con le menzogne allettanti e seducenti dei “piani di sicurezza”, in questo oggi noi discepoli di Cristo dobbiamo accendere luci di speranza. Non una vaga speranzadi un mondo migliore! No! È troppo poco! Anzi, è nulla! La nostra speranza, quella che dobbiamo gridare al mondo e quella in cui noi, per primi, dobbiamo esercitarci, è quella generata dal SignoreVeniente! Una venuta tremenda e misericordiosa; una venutain cui ci sarà detta una parola di giudizio sul mondo e sulle sue ipocrite vie di morte; una venuta nella quale, mentre si farà chiaro dove è la giustizia, la verità e l’umano, sarà pure mostrata tutta la morte che alberga nel cuore della mondanità!

            L’evangelo di Luca, che oggi iniziamo a leggere e che ci accompagnerà nel “viaggio” liturgico di quest’anno, ci invita all’inizio dell’Avvento ad alzare il capo che in fondo significa “guardare per davvero”; insomma l’Evangelo oggi dice a noi che ci dichiariamo discepoli di Gesù di Nazareth che noi abbiamo la vera possibilità di vedere ciò che a molti, a troppi, resta invisibile; e cioè che tra le sofferenze della storia la promessa del Signore è salda! La sua promessa di salvezza non teme le abbondanti macerie della storia, le abbondanti macerie delle nostre vite e dei nostri progetti. Si badi non è invito ad uno stupido ottimismo quantomeno ingenuo … non è una fuga per trovare conforti in vie religiose rassicuranti, è invece invito a volgere lo sguardo verso al meta della storia che è la Venuta del Signoreche tutto verrà a compiere e a consegnare al Padre (cfr Ef 1,10); per volgere lo sguardo al Venientetutti dobbiamo sapere che c’è il rischio enorme di essere vinti e schiacciati dalla storia e dalle sue sofferenze; è un rischio per tutti! Anche per la Chiesa! Guai se la Chiesa smarrisce la speranza nel Signore Veniente! Non è più la Chiesa! La Chiesa riceve oggi riceve un comando preciso: vigilare! Un comando che nell’Avventoè esercizio per impoarare a viverlo sempre!

            Vigilare! Cioè? Stare attenti a che l’angoscia non la afferri … quanta gente angosciata preda di paure, di superstizioni, di credenze che nulla hanno a che vedere con l’Evangelo! Vigilare è “non smarrirsi”; l’espressione greca en aporíache in italiano è tradotto con “in ansia” (e sulla terra angoscia delle genti in ansia), sarebbe meglio tradurla con “nello smarrimento”, “nella confusione” … si tratta cioè del disorientamento che fa perdere la strada, si tratta di quell’essere presi dagli eventi che accadono e restarne schiacciati piombando nella paura che agghiaccia e che conduce alla morte (gli uomini verranno meno– in greco “apopsiuchónton” – per la paura).

            La vigilanza è impedire al cuore di essere pesante fino a perdere lucidità; la vigilanza è non anestetizzare il proprio cuore chiudendolo in armature che paiono difenderlo! Lo smarrimento, l’angoscia, la paura, che prendono chi non vigila, possono portare a voler esorcizzare tutte queste cose in ubriachezzee orgeche pare allontanino la morte! Chi non vigila è esposto al terribile rischio della philautìache vuole sempre e solo una cosa: salvare noi stessi!      

            Se si vigila si vive invece l’oggi ben protesi al futuro della promessa e l’attesa diviene l’ “habitus” quotidiano che nutre di senso e di speranza la vita del credente.

            Chi attende il Signore già lo fa regnare nell’oggi del suo cuore; chi lo attende ha già, nel proprio profondo, un “trono” che attende il Veniente.

            Vegliate e pregate, ci chiede il Signore … verifichiamo la nostra attesa e la nostra preghiera … capiremo che spessore ha la nostra fede cristiana e che qualità ha davvero la nostra vita di uomini!

            L’Avventoci pone in questa prospettiva; al termine dell’Avvento verrà il Natale a rassicurarci: se è venuto a Betlemme, mantenendo e superando le promesse fatte alla Prima Alleanza, verrà come ha promesso quando camminava sulle nostre strade, nella nostra carne!

            Natale verrà a confermarci: Dio è fedele! Il nostro è un Dio affidabile che mantiene – anzi supera! – le sue promesse! Se è così attendere non è né insensato, né è evasione dall’oggi!

            Attendere è dare luce e forma ad ogni oggi!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

 

(Il Salvatore Veniente tra le Potenze; icona russa sec. XV; Mosca: Galleria Tretjacov