IV Domenica del Tempo Ordinario – Snidare il male

UNA PAROLA ALTRA

Dt 18, 15-20; Sal 94; 1Cor 7, 32-35; Mc 1, 21-28

 

La parola di Gesù è una parola diversa, “altra”, è parola non solo di rivelazione di un evangelo , come ascoltavamo la scorsa domenica (Il Regno di Dio si è avvivinato !), non è solo parola che ordina un necessario ed urgente cambiamento di rotta (Volgetevi verso l’Evangelo! Fidatevi dell’Evangelo! Cambiate vita !) ma è anche parola potente che fa ciò che dice … ha “exousìa” … cioè ha “potenza”. Nella Scrittura questa parola è attribuibile solo a Dio; lui ha questa potenza … in ebraico è “shaltan” (da cui viene l’arabo “sultano ”, uno che ha potere) e indica quella potenza creatrice che ha la parola di Dio. Gesù ha una parola così. Tanto diversa dalle parole “ripetute ” perchè imparate , dagli Scribi! La gente lo nota subito! La parola di Gesù è altro! E’ nuova , è potente (ha “exousìa ”) … nasce dalla vita che Lui vive, dalla vita che Lui è!
La parola di Gesù è la parola del profeta promesso dal Libro del Deuteronomio ; di quel profeta che rinnoverà la potenza innovativa della Torah consegnata a Mosè … il popolo, spaventato dalla teofania del Sinai, aveva chiesto di non vedere più manifestazioni straordinarie di Dio ed ecco che il Signore promette le mediazioni ; la Parola verrà detta da uomini cui la Parola stessa verrà confidata … bisogna ascoltarli.
L’autore del Deuteronomio non sa, non può immaginare neanche, che la mediazione definitiva metterà assieme la vera presenza di Dio e la vera umanità del Messia Gesù di Nazareth. E’ Lui il profeta definitivo promesso a Israele; quella promessa del Deuteronomio è realizzata nella carne di Gesù di Nazareth al di là di ogni possibile ipotesi.
Lo straordinario del Dio biblico è che Lui parla! Uno straordinario che sfocia nel parlare di Gesù che è la Parola! Il suo parlare stupisce e rivela vie nuove, il suo parlare snida il male.
Il testo dell’Evangelo di Marco che oggi si ascolta ci narra il primo “miracolo” di Gesù per il secondo Evangelo … è un esorcismo. Un particolare è notevole. L’uomo su cui verrà compiuto l’esorcismo è nella sinagoga, è nascosto e confuso tra quelli che sono lì per la preghiera e l’ascolto della Parola … è lì dove non dovrebbe essere (la sinagoga è luogo ove si è radunati da Dio per la parola e per il culto). La parola di Gesù lo snida !
Come è vera questa scena! Il male , l’“immondo” si annida, ben nascosto in noi, nelle nostre strutture umane e perfino nelle nostre strutture ecclesiali … è ben mascherato! A volte è perfino travestito di “bene”.
Lo spirito che possiede quest’uomo in sinagoga è detto “immondo” e, per la Bibbia, “immondo” è tutto ciò che attiene alla morte; la morte è la suprema impurità: tutto ciò che ha contatto con la morte è “immondo”; la parola di Gesù, che è vita e grida la potenza e la bellezza della vita, snida questa “immondizia”! Così avviene nelle nostre vite: quando risuona la vera parola di Gesù questa mette a nudo il nostro male, le nostre iniquità. Lo stesso spirito immondo non può fare a meno di gridare e rivelare così la sua presenza! Questo spirito immondo fa una cosa strana: parla al plurale! Ci si chiede perchè. Forse, dice qualcuno, parla a nome di altri spiriti immondi o forse sottilmente vuole comprendere in quel plurale anche l’uomo di cui ha preso possesso; lo vuole con sè; lo vuole assimilare a sè; lo considera una cosa sola con lui! Di fatto Gesù, nello sgridarlo, dirà “Taci!” Usa cioè il singolare e, distinguendolo chiaramente dall’uomo gli dice “Esci da quell’uomo !”; come se dicesse “quell’uomo non è tuo; non è tuo territorio; l’uomo è terreno di Dio; è figlio di Dio !”.
Lo spirito immondo dice a Gesù due verità che neanche lui che è servo di menzogna può negare: Gesù è venuto a portare rovina all’impurità, alla morte, al male che lacera l’uomo; inoltre lo spirito immondo sa chi è Gesù e lo designa come l’opposto di cio che lui è: Gesù è il Santo di Dio e “santo” è l’opposto di “immondo”! Nella Bibbia a “santo” si oppone sempre “immondo ”, “impuro”; la santità attiene alla vita, a Dio che è amante della vita (cfr Sap 11,26), l’impurità attiene alla morte e a colui che della morte ha potere, il diavolo (cfr Eb 2,14 ). Gesù però non vuole che la rivelazione della sua santità avvenga per bocca di un demonio e gli intima di tacere. La rivelazione della sua santità avverrà nel paradosso della croce, impurità assoluta ed avverrà per bocca di un impuro (il centrione pagano) che dirà l’estrema rivelazione dell’Evangelo di Marco: Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio (cfr Mc 15,39). Lì splenderà la santità di Dio che, come dirà Giovanni nel suo Evangelo, sarà gloria dell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1). Lì sulla croce Satana sarà incatenato per sempre …
Intanto però la lotta con il male che ci abita e ci rende schiavi Gesù l’ha già iniziata; l’ Evangelo di oggi ci chiede di credere a questa potenza di Gesù che può liberarci; ci chiede di credere più a questo umile potere di liberazione che alle menzogne del male che ci abita e così spesso mascherato da “bene”. Ci chiede di non dar credito alla menzogna che ci vuole una cosa sola con il male che ci abita e ci tormenta; infatti Gesù smaschera subito la menzogna di quel plurale che lo spirito immondo usa.
Il male ci strazia e grida forte proprio come fa con quel pover’uomo della sinagoga di Cafarnao prima di lasciarlo. Ormai è smascherato da “uno più forte”, come aveva detto il Battista (Dietro di me viene uno che è più forte di me . Cfr Mc 1,17); uno che non solo chiede cambiamento di rotta alle vite degli uomini, non solo chiede di fidarsi dell’evangelo e non delle menzogne del “divisore”; uno che ha anche la forza, la “exousìa ” di dare la libertà con al sua parola potente.
E’ alla sua parola che allora dobbiamo volgere il cuore; ci stupiamo della sua parola? Marco ci dice che la gente era stupita dal suo insegnamento; credo che dobbiamo dircelo: quando leggiamo l’Evangelo e non ci stupiamo significa che non abbiamo capito! E’ così!
E quando non capiamo vuol dire che non abbiamo dato accesso nel nostro profondo a quella parola e non le permettiamo di snidare il nostro male, non le permettiamo di darci le vie e le possibilità di conversione.
Il primo miracolo di Gesù, per l’Evangelo di Marco, è questo esorcismo perchè per Marco l’opera di Cristo è la liberazione dal male che abita l’uomo, che lo schiaccia, lo schiavizza, lo rovina ! Lo spirito immondo della sinagoga di Cafarnao grida a Gesù “sei venuto a rovinarci!” e, tante volte scopriamo anche noi dentro di noi un grido simile dinanzi alle proposte esigenti e radicali dell’Evangelo!
E’ vero: Gesù è venuto a rovinare la nostra brama di autodeterminazione, la nostra ubriacatura di pseudo-libertà, le nostre “gabbie dorate” in cui siamo felicemente prigionieri dei nostri peccati che amiamo; Gesù è venuto a rovinare quell’amore malato di noi stessi che ci fa calpestare gli altri e vuole sempre “salvare noi stessi” e che non vuole amare perchè amare costa !
Gesù è venuto davvero a rovinare l’uomo vechio ma, se solo sappiamo stupirci per un attimo delle sue parole nuove e potenti, quella menzogna sarà smascherata e ci sarà chiaro che a rovinarci era la brama di autodeterminazione sganciata da Dio, a rovinarci era la nostra libertà malata, a rovinarci erano le “gabbie” dei nostri peccati, a rovinarci è quella “filautìa” che non ci permette di amare dando la vita!
Forse quando queste cose ci lasciano ci straziano ma finalmente saremo uomini veri, liberi e capaci di annunziare quell Regno in cui nessun altro ci possiede se non il Padre che Gesù è venuto a raccontarci … non ci possiede, nel Regno, se non Lui che ci consegna alla vera libertà, quella dei figli.

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III Domenica del Tempo Ordinario – Il Regno di Dio si è avvicinato!

GESU’ NON CHIEDE TANTE COSE, CHIEDE NOI STESSI

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ il “grido” di Gesù che inizia a predicare. In questa parola di Gesù di Nazareth c’è un nuovo inizio per l’umanità tutta … e questo grido si speranza dirompe dopo che Giovanni fu consegnato … l’evangelo di Gesù contraddice la tenebra del mondo che ha consegnato Giovanni il Battista alla morte. Quell’iniquità che porterà il profeta del Giordano alla morte violenta non è una tenebra che tutto ricopre ma è contraddetta da Colui su cui è sceso lo Spirito (cfr Mc 1,10) e che ha affrontato il deserto e la tentazione, traversando il deserto e vincendo la tentazione (cfr Mc 1, 12-13).
Gesù ora sa che il Regno si è avvicinato perché sa Lui chi è, e che vie deve percorrere nella storia: Gesù sa di essere il Figlio amato e il Cristo e sa che la lotta contro il male che divide e lacera l’uomo è, per Lui e per coloro che vorranno seguirlo, l’unica via da percorrere … Per questo quell’evangelo (Il Regno di Dio si è avvicinato !) è seguito subito da un ordine: “Convertitevi e credete all’evangelo!”
Qualcuno vorrebbe che, diplomaticamente, si dicesse “un invito”! Sento però in quelle parole il suono di una via perentoria, necessaria, non eludibile … se è vero che il Regno si è fatto vicino è necessario che cambi qualcosa, e l’unica cosa che può e deve cambiare è il cuore dell’uomo.
Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ dunque necessario volgere il volto verso questo Regno. “Convertirsi”, infatti, in ebraico ha in sé l’idea di “volgere le spalle” a qualcosa, a qualcuno, per rivolgersi verso qualcosa di diverso, di altro … verso Dio; insomma la “conversione” (in ebraico la “teshuvà ”) è cambiare via. D’altro canto “conversione” è, per il greco del Nuovo Testamento, “metànoia ”, cioè “mutamento di pensiero, di mente” … “conversione” è mutare il nostro pensiero con il “pensiero” di Dio, accogliere i suoi progetti che sono tanto diversi dai nostri progetti (cfr Is 55,8). “Conversione” è avvicinarsi e volgersi a Colui che si è fatto vicino!
Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ un’espressione ebraica che significa che Dio si è fatto presente , si è fatto storia! Il Nuovo Testamento sa che questo farsi storia di Dio ha una radicalità impensabile: si è fatto storia non solo perché è intervenuto nella storia attraverso delle azioni e delle parole affidate ai profeti, ma si è fatto storia perché è “diventato ” un frammento di questa storia: Gesù di Nazareth!
In quel “diventare ” (in Gv 1,14 è detto con chiarezza: Il Verbo divenne carne cioè “o lògos sàrx eghèneto”) c’è il grande “scandalo” della rivelazione cristiana: Dio diviene, l’immutabile entra nel tempo, nel “divenire”; davvero Dio si è fatto vicino; davvero il Regno si è fatto “prossimo” al nostro divenire
Tutto questo proclama un’urgenza; non c’è da fare rimandi dinanzi al Regno che si è fatto vicino, dinanzi a questo Dio che decide di entrare nel nostro “divenire”, nella nostra storia! Se la storia è diventata “luogo” di Dio, questa è una provocazione a che le nostre storie divengano “luoghi” di Dio.
La scena evangelica che Marco oggi ci narra vuole sottolineare l’urgenza di dare una risposta al “passare” di Dio nella storia. Un “passare” che però non è casuale nelle nostre vite, un “passare” che è mirato a custodire il mistero dell’ “elezione ”! Sì, proprio quei pescatori vengono scelti.
Un passare di Dio che è appello ma anche opera di nuova creazione … l’appello di Dio contiene in sé anche una promessa. Sempre. Accade anche nella predicazione di Giona a Ninive nel testo che oggi si ascolta come prima lettura; il profeta è mandato a Ninive a dire una parola che bisogna bene intendere: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta! Le nostre traduzioni dicono sarà distrutta! E’ una traduzione lecita ma così conterrebbe solo una minaccia; in realtà la parola in ebraico è volutamente ambigua: sarà capovolta, cioè cambierà, si volgerà a Dio, “si convertirà”; è allora sì una minaccia, perché la parola contiene un’idea di distruzione, ma contemporaneamente è una promessa perché quella stessa parola contiene l’idea di un capovolgimento che è un rinnovamento. E’ quello che accadrà: Ninive, nel racconto parabolico del libro di Giona, sarà capovolta, farà incredibilmente penitenza e muterà il suo volto. Giona che aveva interpretato le sue stesse parole solo come minaccia e non come un “evangelo”, ne resterà infatti deluso; in fondo voleva vedere la distruzione della città perversa; dovrà invece imparare la lezione della misericordia di Dio e delle sue “vie che sono diverse dalle nostre vie” spesso miopi, più spesso incapaci di credere che è il passare di Dio nelle nostre vie di morte o di non senso che basta a trasformare e a dare senso.
Riconosciuto questo passare di Dio ed il suo appello urgente bisogna poi fare come i pescatori del lago. I quattro, infatti, devono operare la scelta di lasciare quello che hanno e quello che sono per “avvicinarsi” a Gesù, per iniziare a “fare storia” con Lui. Sia Simone ed Andrea, che Giacomo e Giovanni “lasciano ” le reti gli uni e il padre gli altri due.
L’urgenza di questa scelta è sottolineata dal racconto di Marco con quel “subito ” con cui Simone ed Andrea seguono Gesù e con quel lasciare il lavoro a metà di Giacomo e Giovanni (il padre ed i garzoni ancora sulla barca).
E’ appello all’urgenza e chi legge l’Evangelo è chiamato a coglierlo con tutta la sua forza; urgenza dichiarata anche da Paolo nel testo di oggi della Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui si dice con chiarezza che il tempo si è fatto breve e che passa la scena di questo mondo . Insomma il Regno venuto in Gesù Cristo chiede delle decisioni nette e radicali, chiede di volgere le spalle al passato per guardare verso gli orizzonti del Regno stesso. Il passato viene trasfigurato da Colui che chiama, non viene bruciato in un rogo totalizzante quasi che quel che è stato non conti più nulla; i pescatori del lago vengono trasformati in pescatori di uomini; rimangono pescatori, il loro passato è recuperato, la loro identità custodita ma trasformata per le esigenze del Regno.
Il Signore fa sempre così: anche con Davide aveva fatto lo stesso. Preso da dietro il gregge di suo padre Iesse, il Signore lo fece pastore di Israele suo popolo (cfr 1Sam 16,11 e 2Sam 5,2).
La nostra umanità è assunta da Colui che chiama e quella stessa umanità, con tutto ciò che è, entra in una storia nuova con la possibilità di spendere se stessa, le sue energie, le sue potenzialità ed il suo stesso passato, per le urgenze del Regno.
Chi è chiamato deve operare una scelta ma senza l’illusione di essere lui l’artefice della vita nuova che da lì parte e si sviluppa; chi è chiamato dice i suoi “no ” e i suoi “ ” netti davanti all’urgenza del Regno perché riconosce un’opera previa del Signore; riconosce che lo sguardo del Signore che si posa su di lui; Marco per ben due volte dice che Gesù vide Simone e Andrea e che andando un poco oltre vide Giacomo figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello … E’ quello sguardo posato sulle loro vite che diventa la forza di quegli abbandoni necessari per obbedire al Regno vicino .
Quello che da ora in poi conterà per i pescatori del lago sarà il seguire Lui , sarà lo stare con Lui . Il problema è sempre lì: smettere di seguire se stessi e le proprie vie, i propri tempi, le proprie esigenze ed iniziare a seguire non un progetto affascinante ma Lui, Gesù che passa sulle rive dei nostri laghi quotidiani e non ci chiede tante cose, ci chiede di dargli noi stessi. Non ci chiede le reti, non ci chiede le barche, il padre, il lavoro di prima … no, queste cose non ce le chiede, ci domanda invece di lasciarle , quello che ci chiede è di dargli noi stessi !
Ecco l’urgenza. Ogni rimando porta ritorni a strade mediocri quando non ammorbate dal tanfo del non-senso!

II Domenica del Tempo Ordinario – Dio chiama

LA VITA E’ CHIAMATA ALLA CONOSCENZA DI CRISTO

1Sam 3,3b-10.19; Sal 39; 1Cor 6, 13c-15a.17-20; Gv 1, 35-42

 

Questo inizio del “Tempo ordinario ”, dopo la festa del Battesimo al Giordano , ci richiama ad una realtà essenziale della vita cristiana: Dio chiama .
La vita del credente è sotto questo “segno” … è chiamata alla vita, alla conoscenza di Dio e del suo Cristo, è chiamata che dà senso alla vita e “collocazione ” nella storia.
L’agire di Dio è stato questo fin dal Primo Testamento , fin dalla chiamata di Abramo!
Tutti gli uomini della Bibbia hanno dovuto fare i conti con questa voce che, in qualche modo, mentre li “espropriava” di sé, riconsegnava ad ognuno se stesso con una pienezza mai prima immaginata. E’ la voce di Dio che fa del nomade Abram il padre di tutti coloro che credono mettendolo su vie ignote ma rese certe da Dio (cfr Gen 12,1-3); è la voce di Dio che fa del fuggiasco Mosè l’uomo della libertà (cfr Es 3, 1ss); è la voce di Dio che fa del piccolo Samuele un profeta forte e scomodo, svolta nella storia del popolo dell’Alleanza. E’ la stessa voce di Dio che è risuonata nelle nostre vite a chiederci la vita ! Non un poco in meno!
Se nei giorni appena trascorsi abbiamo contemplato la carne di Dio di Gesù di Nazareth, oggi è necessario ricordarci che quella carne di Dio non va solo “ammirata” con stupore e gratitudine per la scelta di condiscendenza nei nostri confronti, per la sua scelta di condivisione delle nostre fatiche di uomini, quella carne di Dio è “appello” … sì, è chiamata , invito alla sequela ed al dimorare con Lui ed in Lui.
Insomma, chi incrocia Gesù di Nazareth, e se ne lascia in qualche modo “afferrare” (cfr Fil 3,12), non può fare altro che intrecciare la sua vita alla sua e non in modo ideale o “romantico”, ma in modo radicalmente esistenziale, che metta in gioco la sua carne . Tutta! Senza diminuzioni! Infatti su questo il testo di oggi della Prima lettera ai cristiani di Corinto è netto; Paolo punta sul “corpo” che è “sacramento ” della totalità dell’uomo; il credente ha la consapevolezza, che affonda le sue radici nel suo Battesimo, che egli è parte di Cristo ; è membra di Cristo ! Il credente non è mai più “diviso” da Cristo!
La chiamata battesimale è ingresso in questa totalità di appartenenza … si inizia a seguire i suoi passi perché un altro ce li indica e ce ne mostra il fascino, ma poi bisogna rimanere con Lui; la sfida grande è lì.
Sì, perché tanti iniziano a seguirlo, ma questa sequela poi deve stabilizzarsi, deve diventare scelta di vita, compromissione permanente. Tante sequele o si arrestano o si banalizzano. Credo che le banalizzazioni siano peggiori degli arresti di sequela ; le banalizzazioni sono quel tremendo ingresso nella mediocrità che è illusione di Evangelo, è parodia di Evangelo, è il cristianesimo declinato come “religione” rassicurante e non come fede che muove e compromette.
Oggi va fatta una coraggiosa revisione delle nostre sequele , una coraggiosa revisione della nostra collocazione oggi rispetto al Cristo ed al suo Evangelo. Siamo dove ci vuole la chiamata di Cristo?
Il passo del quarto Evangelo che oggi si ascolta è ricchissimo di rimandi ma è soprattutto ricchissimo di un’offerta di possibilità di vita e di ingresso, per ogni uomo, nella storia del “Dio-con-noi ”; Giovanni qui inizia ad usare quel verbo greco che gli sarà così caro: “mènein ” (“rimanere ”, “restare ”, “dimorare ”, “abitare ”); questo passo degli inizi della sequela dei primi due discepoli è percorso tutto da questo verbo: “Maestro, dove dimori ?”, “Videro dove dimorava …”, “quel giorno dimorarono con lui …” In realtà quel dimorare quel giorno con Lui da parte di Andrea e dell’altro discepolo, diverrà un dimorare per sempre con Lui … quel dimorare permise ad Andrea di avere il coraggio di farsi crocifiggere a Patrasso, come ci dice la tradizione; fu quel dimorare , quel rimanere , che attraversò tutta la lunga vita di Giovanni, l’altro anonimo discepolo di quell’indimenticabile “ora decima ”, e gli permise di divenire il discepolo amato fino al Calvario e fino alla testimonianza consegnata alla Chiesa negli scritti suoi e della sua comunità.
La voce che chiama non è appello a fare qualcosa ma ad essere qualcuno per il Regno di Dio a dare un volto ed un’identità autentica, un’identità che nulla cancella dell’umano ma che, alla luce del “sogno” di Dio, viene assunta e trasformata facendone esplodere a pieno le potenzialità.
Simone, fratello di Andrea, diviene Cefa , la Pietra , la Roccia … o meglio, inizia a diventare roccia … Simone dovrà attraversare le fatiche dell’infedeltà, dell’incomprensione, della fede sempre troppo piccola per giungere a realizzare quella parola di Gesù ed essere davvero Pietro . Dovrà fare una fatica grande, ma Pietro è già tutto in quest’ora di vocazione .
Rispondere alla chiamata di Cristo è accogliere una Parola detta su di noi, riconoscerla con coraggio e farla anche quando contraddice le nostre parole ed i nostri cammini. Accogliere la chiamata è atto umile che passa, come i due racconti del Primo libro di Samuele e dell’Evangelo ci hanno messo in evidenza, per un’altra umiltà : quella di dar credito ad una mediazione , di dar credito e fiducia ad un altro che dice: “E’ l’ora di rispondere!”
Il sacerdote Eli ed il Battista (come poi faranno nel prosieguo del racconto Andrea per Simone e Filippo per Natanaele) sono per Samuele e i primi due discepoli, questa voce umana che proclama un oggi , un “ecco ”, un presente di Dio che vuole oggi una risposta. Solo fidandosi di queste voci umane è possibile accedere alla “voce di Dio”; chi volesse saltare queste mediazioni rimarrà a dormire o sbaglierà la risposta o rimarrà indolente sulle “rive di un Giordano” da cui oramai Cristo, la verità, è partito.
Quanti presuntuosi rischiano il baratro del non-senso pur di non chinare il capo dinanzi a chi gli è inviato dinanzi ad indicare la strada!
Che ci sia concesso un cuore umile ed accogliente, capace di ascolto, di obbedienza. Al passare di Cristo nelle nostre storie non ci accada di rimanere inchiodati alla notte e all’ignoranza di noi stessi.

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Battesimo del Signore – Una promessa pasquale

RACCONTARE L’UOMO ALL’UOMO

Is 55, 1-11; Cantico da Is 12, 2-6; 1Gv 5, 1-9; Mc 1, 7-11

 

Oggi si conclude il Tempo di Natale e si apre il cosiddetto Tempo ordinario; tempo in cui siamo chiamati a realizzare quanto abbiamo contemplato nel Tempo d’Avvento e nei giorni del Natale. “Cerniera” tra il Tempo di Natale ed il Tempo ordinario è questa domenica del Battesimo del Signore.
La carne di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, è la nostra carne di figli di Adamo e quella carne, assunta dal Verbo, oggi è immersa da Gesù in una purificazione in cui deve “affogare” il vecchio Adamo. Gesù, il nuovo Adamo, è venuto per compiere una missione precisa: raccontarci Dio ed il suo amore totalmente gratuito e raccontare l’uomo all’uomo. Il racconto, però, non può rimanere solo racconto, spiegazione, informazione … deve diventare concretezza, possibilità realmente offerta.
Il Battesimo al Giordano è promessa pasquale: l’uomo nuovo , Gesù, promette a tutti gli uomini, “prigionieri” dell’uomo vecchio, di essere con loro in un’opera necessaria e dolorosa: la morte dell’uomo vecchio! Immergendo la nostra carne, che ha assunto, nelle acque del Giordano, Gesù inizia una strada dolorosissima in cui giungerà ad inchiodare il peccato, l’uomo vecchio, al legno della croce. Giovanni il Battista, nel passo di Marco di oggi, proclama che Gesù è più forte perché capace di compiere quest’opera definitiva di morte dell’uomo vecchio di cui il suo Battesimo era solo un segno.
Il gesto di Gesù di mettersi in quella fila di peccatori per farsi immergere da Giovanni è “sacramento” di tutta la sua vita: vita di condivisione piena, senza esenzioni della nostra condizione di uomini segnati dal peso della fragilità e della miseria . Lui, Gesù, che non era né peccatore, né meschino, né vile, sceglie di essere tra noi, sceglie la via della condivisione costosa e non la via del privilegio (cfr Fil 2,6).
Inizia qui quella discesa agli inferi che lo farà compagno dell’ ultimo degli uomini, di quello più infimo e più reietto, quello più sporco e meno amabile, di quello più compromesso e cattivo … non sceglie di stare solo a mensa con i fragili ed i peccatori pentiti ma di stare assieme agli uomini in qualsiasi condizione, sceglie l’uomo nel suo peccato, quello che lo abbrutisce e gli imbratta l’immagine di Dio … In questo senso davvero le vie di Dio sono inconcepibili per noi; lo ha detto Isaia nel passo della prima lettura che oggi si ascolta: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie !
Il Verbo si è fatto carne per percorrere questa via incredibile di “compagnia” e quindi di abbassamento.
Oggi capiamo come l’esito del Natale sia qualcosa di tutt’altro che zuccheroso e rassicurante ! La via dell’Incarnazione Dio l’ha presa molto sul serio, gli è costata molto … l’amore costa, c’è poco da fare!
A Natale abbiamo cantato quella dolce nenia di Sant’Alfonso: Ahi quanto ti costò l’avermi amato! e pensiamo subito al Bambino infreddolito avvolto in fasce … ma non è solo questo … da lì per Dio inizia un’avventura meravigliosa di bellezza ma anche di vera compromissione. Da lì per Gesù, Verbo eterno fatto carne, inizia una via umanissima e perciò meravigliosa ma anche una via che, per custodire la sua bellezza, paga un prezzo ; il prezzo della spoliazione, il prezzo del con-soffrire, dell’assaporare l’amarissimo boccone della morte. Questa scelta di Gesù di Nazareth, certamente una scelta sofferta, cercata, frutto di un discernimento tale che nessuno di noi può neanche lontanamente immaginare, ha un esito straordinario: la rivelazione piena, per Gesù, della sua identità . Finalmente Gesù di Nazareth sa davvero chi è : è il Figlio amato, oggetto di una gioia indicibile di quel Dio dei padri che ora Gesù sa di poter e di dover chiamare Abbà, Padre suo tenerissimo, fonte di un progetto incredibile di vita e di “compagnia” per l’uomo che Egli ama.
Gesù di Nazareth sa di essere il Figlio unico del Padre ma sa anche di portare la carne di ogni uomo; sa che Dio gli è Padre per davvero e sa pure che nessun uomo gli è estraneo! Lo Spirito che scende su di Lui sarà – scriveva San Basilio – compagno inseparabile di quel cammino di Emmanuele che Gesù intraprenderà; sarà la forza della sua piena umanità, della sua capacità di dono fino all’estremo; non lo esenterà dalla fatica della libertà e dal dolore, ma gli darà quell’unzione per cui quella carne che ha assunto potrà essere “luogo” della Parola da proclamare con fermezza (profezia), sarà capacità di offerta piena di sé nell’amore (sacerdozio), sarà vittoria sul mondo e sulle sue strade egoistiche di morte (regalità).
La sua discesa nelle acque del Giordano non è un gesto esemplare (che terribile tendenza quella di fare dei gesti e delle parole di Gesù occasioni esemplari e moralistiche, vuote della fatica dell’umano!) ma è un’ora di approdo ad una piena coscienza di sé, è ora di scelta di campo (stare dalla parte dei peccatori), è ora di unzione della sua carne santissima. Al Giordano Gesù, Figlio di Adam e Figlio terno di Dio, diviene il Cristo, l’Unto perché riceve l’Unzione che è lo Spirito, Unzione che gli dona la pienezza della profezia, del sacerdozio e della regalità .
Così, con la potenza della parola profetica , con la forza di offrirsi totalmente , con bellezza di un amore che tutto vince e che sa donare fino all’estremo, il Figlio di Dio plasma la nostra carne ad essere carne dell’uomo nuovo. Si è fatto uomo perché tutti gli uomini possano essere uomini nuovi, possano essere come Lui, anzi, diranno i Padri siriaci, perché ogni uomo possa essere non un figlio di Dio ma il Figlio di Dio!
Immergendosi oggi nelle acque del Giordano, alla ricerca della miseria dell’uomo, Gesù, come ha sempre detto la tradizione cristiana, santifica tutte le acque perché possano essere, nel Battesimo, luogo di salvezza per tutti coloro che vi saranno immersi per morire al vecchio uomo e nascere alla novità di vita dell’Evangelo.
Oggi possiamo sentire nel cuore una grande consolazione: Gesù di Nazareth ci ha scelti nella nostra miseria … non ci ha scelti solo perché è nato a Betlemme, facendosi carne da Maria Vergine per un eterno consiglio del Dio delle promesse, ma ci scelse anche coscientemente, ormai adulto, dopo l’umanissima fatica di un discernimento libero della sua identità e dopo essersi posto dinanzi al Padre ed alla sua volontà. Ci fu un giorno santissimo in cui Gesù di Nazareth decise di scendere nel Giordano con i peccatori, scelse così ognuno di noi prendendoci per mano per condurci alla vita nuova.
Per questo pagò un prezzo … lo pagò con gioia ed amando in una vita bella, buona e felice … ma lo pagò!
Le nostre vite di credenti sono umane, belle, piene, sensate? Le nostre vite pagano un prezzo?