QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 66, 10-14c; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

 

La parola dell’ Evangelo di questa domenica spiazza certe logiche ecclesiastiche che a volte paiono essenziali, moderne, all’avanguardia, efficaci, perché il messaggio passi.

            Quando l’Evangelo lo si veste di questo efficientismo, di questo adeguamento al mondo, smarrisce la sua identità, smarrisce il volto di quel Signore che deve annunziare.

            Come è triste vedere una prassi ecclesiale depauperata e svenduta alle logiche di mercato, di gradimento, di efficienza a tutti i costi! Una simile ricerca di efficienza fa perdere efficacia ad un annunzio che è graffiante ed incidente proprio e solo perché è altro.

            L’invio dei settantadue discepoli non è atto trionfalistico, di successo, di lavoro a tappeto; è atto che impegna tutti coloro che sono disposti a seguire davvero Gesù sulla via altra che Lui percorre, quella via senza rimpianti e nostalgie, con la faccia dura (cfr Lc 9,51.59-62) verso il compimento della volontà del Padre, e atto che impegna i discepoli tutti verso tutti gli uomini.

            Chi è discepolo di Cristo, chi ha conosciuto davvero le sue vie altre ma radicalmente umane ha un debito verso gli altri uomini suoi fratelli … Verso tutti. Infatti il numero settantadue è il numero di tutti i popoli secondo la tavola dei popoli che c’è al capitolo 10 del Libro della Genesi. Questa missione, così estesa e totale, ha però uno strano statuto; sua regola è la sproporzione e se non si appunta l’attenzione su questa sproporzione si rischia di non capire né l’ Evangelo, né il modo giusto di presenza dei cristiani nel mondo.

            La prima sproporzione è quella tra una moltitudine che è la messe e la scarsità degli operai … è cosi: si sarà sempre in pochi per le esigenze del Regno! Quanto più radicale è la coscienza dell’Evangelo, tanto più pochi saranno quelli disposti a dare la vita fino in fondo. Non ci sarà mai adeguamento tra il bisogno della messe e la quantità degli operai; è la prima sfida! È  una sfida che ha bisogno di preghiera, una preghiera che aiuti gli uomini ad avere il coraggio di compromettere la propria vita a servizio del Regno, a farsi operai per sostenere quella sproporzione.

            C’è poi una seconda sproporzione: Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Credo che qui siamo ad un nodo essenziale. Infatti non si può andare tra i lupi da lupi … L’agnello tra i lupi pare perdente in partenza e allora perché affrontare questa avventura che ha già il sapore amaro della sconfitta? Solo per un motivo: si segue l’Agnello … i discepoli dell’Agnello non possono essere dei lupi. Dove è stata la “forza” dell’Agnello? Solo nella capacità del dono di sé; è questo l’unico “potere” capace di abbattere Satana precipitandolo al suolo come la folgore. Chi si offre per amore contraddice quella tremenda “filautìa” che è l’amore di sé a scapito degli altri, a scapito di tutti; il dono di sé sconfigge quel voler salvare la propria vita che è la radice di ogni perversione del nemico.

            C’è però ancora un paradosso: Gesù non assicura il successo comunque e dovunque. Esiste infatti la possibilità che la pace annunziata sia accolta, che il Regno trovi porte aperte, ma c’è anche la possibilità di un rifiuto. un vero rifiuto, un radicale rifiuto! Il gesto di scuotere la polvere dai sandali dinanzi a chi rifiuta la pace è gesto forte che non va taciuto per amore di quel buonismo appiattente che a volte (troppo spesso!) appesta le nostre comunità ecclesiali. E’ gesto forte di denunzia, certo non è di condanna definitiva, ma grido di verità certamente! Un umile verità che va detta con un gesto semplice, non violento, ma certo di cesura! Quella polvere scossa è gesto che vuole richiamare la gravità del rifiuto e l’urgenza dell’accoglienza della pace. E’ richiamo prima all’evangelizzatore: egli deve sapere che compie un’opera gravida di conseguenze, egli porta infatti quella pace che è ritrovare Dio, gli altri, se stessi nella verità e nell’amore.

            La sproporzione che segna il compito del discepolo, guardata dal mondo, è giudicata risibile, perdente, meschina, incapace di portare alcunché di nuovo alla storia, guardata da Cristo e dai suoi discepoli è giudicata unica via possibile per denunziare il mondo stesso e le sue stolte strade di morte.

            L’Agnello fu sgozzato (cfr Ap 5,6) e gli agnelli patiranno il rifiuto a volte fino a dover versare il sangue ma proprio così splenderà la via altra capace di restituire l’uomo all’uomo, il volto dell’uomo all’uomo sfigurato dalla ferocia di voler essere lupi per vincere e “stravincere” secondo le logiche del mondo.

            Il problema  allora è avere il coraggio, come dice Paolo nel passo della Lettera ai cristiani della Galazia, che oggi costituisce la seconda lettura, di portare le stigmate di Gesù nel proprio corpo, cioè il coraggio di lasciarsi segnare la vita da Gesù, l’Agnello debole ma che solo con quella debolezza fa precipitare Satana come una folgore. Essere crocifissi con Cristo significa assumere la sproporzione di cui si diceva sapendo che è l’unica via per dire al mondo un alterità che salva. Non si può essere come il mondo per salvare il mondo! Questa è via mortifera per permettere al mondo di insinuarsi in noi con tutte le sue buone ragioni e con tutte le sue strategie magari millantate come utili all’Evangelo!

            La pelle del lupo puzza sempre di violenza e di ferocia e non può essere messa a servizio del Regno veniente. Su questo Gesù è drastico!

            Quando Paolo scrive ai Galati ormai ha deposto ogni altro vanto, ne ha scoperto uno che oramai è per lui l’unico vanto: la croce di Cristo Gesù! Paradossale, vero? Sì, la croce è vanto perché siamo stati amati da Dio fino all’estremo, è vanto perché quella è la sola possibilità offerta a noi (proprio a noi! … dobbiamo ripeterci con stupore) per cambiare insieme al Cristo il mondo e cambiarlo come Lui con l’amore. Da agnelli! Veritieri e capaci di autentica denunzia, ma agnelli come Colui che chiamiamo Signore!

 

                 P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 1Re 19,16b. 19-21; Sal 15; Gal 5,1. 13-18; Lc  9, 51-62

L’Evangelo di questa domenica è il racconto dell’inizio del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, verso la passione, verso il compimento (stavano per compiersi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo) un viaggio che Gesù affronta con un “sì” netto ad una strada della quale comprende solo una cosa: deve fidarsi del Padre pur tra il rifiuto degli uomini e tra i dolori. Luca scrive alla lettera che Gesù indurì il suo volto verso Gerusalemme; questo indurimento è il contrario dell’indurimento del cuore, è un essere fermo e stabile nel volere la volontà del Padre.

            In questo cammino Gesù sarà sempre più solo; nell’Evangelo di Luca Gesù dodicenne aveva detto che doveva essere nelle cose del Padre suo, ed ecco che ora sta andandoci definitivamente: sul Calvario starà tra le cose del Padre suo, ci starà sulla croce ma mettendosi nelle sue mani (Padre, nelle tue mani consegno l’anima mia cfr Lc 23,46).

            Qui, al capitolo nove, inizia questo cammino verso quelle mani, mani che non vedrà ma che Gesù saprà, nella fede, essere reali più di ogni realtà.

            Nel suo cammino di Messia impotente delle potenze mondane, Gesù conoscerà rifiuto ed incomprensione; da subito i samaritani lo rifiutano e proprio perché sta andando verso Gerusalemme; è qui ci pare che Luca usi una sottigliezza con un testo a doppio livello: per i samaritani Gerusalemme è la città nemica luogo del culto rivale (primo livello), ma Gerusalemme sarà anche il luogo della croce ed un Messia crocefisso è oltre ogni possibilità di accettazione (secondo livello)! Non sono però solo i samaritani a rifiutarlo, anche i suoi mostrano tutta la distanza da quelle logiche del Regno che Gesù aveva annunziato per tutto quel lungo tempo con loro; Giacomo e Giovanni, infatti, ancora qui sognano un Messia che usi le potenze del cielo per rendere schiavi gli uomini (vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li distrugga?)…anche i suoi non capiscono che il Messia incamminato nel suo esodo (cfr Lc 9, 31) ha scelto l’impotenza della croce ed è solo su quella strada che lo si può seguire per davvero.

            La sequela del Messia Gesù non può sopportare dei “ma”; se Elia (nella prima lettura tratta dal Primo libro dei Re) può tollerare un piccolo rinvio della sequela da parte di Eliseo, Gesù non tollera né “se”, né “ma”. Non basta essere affascinati da Gesù e non basta il generico volerlo seguire, è necessario sapere che Colui che si segue ci porta su una via davvero altra rispetto ad ogni attesa mondana; la sua è certo una via di libertà autentica, come scrive Paolo nella Lettera ai cristiani della Galazia nel passo che oggi si proclama, una libertà con uno straordinario sapore di verità ma che ha anche un prezzo.

            I tre uomini che compaiono nel testo evangelico di oggi sono lì a dirci di questa vera sequela che ha delle esigenze con le quali non si può giocare.

Il primo è pieno di entusiasmo e dice parole impegnative che paiono compromettenti; per Gesù però non bastano; non lo si segue presi solo da un entusiasmo di un momento, si deve sapere che quella di Gesù è davvero una via altra; segno di questa alterità è un’affermazione di Gesù: Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, espressione tipicamente semitica non per dire che Gesù è povero (quanta retorica si è fatta su questo punto!) ma per dire che Gesù ha scelto il celibato, non ha una moglie. La scelta celibataria di Gesù è segno di una via davvero altra, scelta perlomeno insolita per un ebreo se non addirittura considerata empia.

Il secondo riceve addirittura da Gesù stesso la parola di chiamata: Seguimi! Quest’uomo però ha un problema grave, pone davanti a Gesù ed alle esigenze della sequela un “prima”: Lascia prima che vada a seppellire mio padre. Il “no” di Gesù è carico di forza drammatica: porre un “prima” (un qualsiasi “prima”) è diventare un morto tra i morti; quello che conta è andare ed annunciare il Reno con una vita donata.

Il terzo promette di seguire Gesù ma pure lui ha dei “ma”; sono “ma” malati di nostalgie e rimpianti, sono “ma” che spingono a voltarsi indietro ed invece Gesù è Colui che ha reso duro il suo volto verso una meta che gli sta davanti; volgersi indietro è imboccare un altro cammino, non quello di Gesù; dietro c’è la sicurezza di ieri, c’è la calda certezza dell’oggi, davanti invece c’è un futuro incerto di una vita tutta consegnata all’amore. E’ questa la via di Gesù!

La domanda che ancora questa domenica ci interpella è allora: “Ti basta davvero lo stare con Gesù in una via tanto “altra” che non tollera né mondanità, né rimandi, né rimpianti?” Insomma, siamo disposti, come scrive Paolo, a lasciarci guidare dallo spirito per non essere più schiavi dei desideri e dei punti di vista mondani?

La via di Gesù è via di libertà, una libertà “costosa” in cui ogni compromesso porta inquinamento e catene.

            Seguire Gesù è indurire come Lui, con Lui, il nostro volto con un “sì” sempre più libero e gioioso alle vie del Padre.

 

             P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Vincent van Gogh: Contadino che ara (1884), Wuppertal, Museo Von der Heydt

 

 

 

Anthropo-lógos – Dialoghi in Monastero 1

 “Movimenti ecclesiali e umanizzazione dell’uomo”

Il primo opuscolo

Il monachesimo più autentico fin dal principio è stato caratterizzato da un’attenzione grande all’uomo e alle dinamiche dell’umano, convinto che fondamento di ogni vera ricerca di Dio è l’assunzione della propria carne di uomo e questo senza sconti, né oblio alcuno.

I dialoghi in Monastero, che abbiamo voluto chiamare Anthropo-lógos, si pongono proprio in tale linea di consapevolezza e da essi nascono questi opuscoli, che raccolgono gli interventi e le testimonianze che in questi incontri ci stanno permettendo di affrontare un tema che è stato sempre a cuore al monachesimo e che molto ci sta a cuore e deve stare a cuore alla Chiesa: l’uomo e la sua apertura all’A/altro, come fondamento di ogni possibile percorso di umanizzazione.

La domanda che dobbiamo farci come uomini del nostro tempo e come credenti nell’Evangelo di Gesù è proprio quella circa il contributo che dobbiamo e possiamo dare all’umanizzazione.

Anthropo-lógos sono allora occasioni di pensiero, di confronto, di raccolta di esperienze umanissime radicate nella comune ricerca di Dio che non può non essere ricerca dell’uomo!

Il primo opuscolo pubblicato raccoglie gli interventi della tavola rotonda sul tema “Movimenti ecclesiali e umanizzazione dell’uomo” tenutasi presso il Monastero domenica 27 Maggio 2018.

All’incontro hanno partecipato diverse realtà ecclesiali presenti sul territorio: Azione Cattolica, Movimento dei Focolari, Associazione L’Esperienza, Fraternità di Comunione e Liberazione e Cammino Neocatecumenale. 

Qui il link della scheda ISBN.

p. Fabrizio Cristarella Orestano
priore del Monastero di Ruviano

Comunità di famiglie e trasmissione della fede

Comunità di famiglie e trasmissione della fede

III edizione dei Dialoghi in Monastero – 22/06/2019

 

Grande l’emozione e il fermento dei giorni che hanno visto il Monastero, insieme alle famiglie del capitolo e della cellula, con la fraternità San Roberto e tutti i fratelli dell’Esperienza che sono intervenuti, accogliere tre realtà oggi altamente profetiche nella chiesa: Famiglie missionarie a km0, Mondo di comunità e famiglia e Nomadelfia. L’incontro con Eugenio, con Betta e con Sandro e Donatella, nella semplicità di sguardi, parole scambiate, tavole condivise, va ben al di là dei contenuti che ci hanno raccontato, da a quei contenuti una sostanza e fa per noi di questi giorni un’esperienza di vita.

Un incontro con uomini e donne che, ognuno nella sua forma e secondo la propria vocazione particolare, tra loro diverse, ci ha raccontato, e l’abbiamo visto nei loro occhi e nel loro modo d’essere, una radicalità di adesione al Vangelo, che provoca e ha provocato ciascuno. Il racconto di scelte concrete, di vita vissuta e condivisa, di famiglie aperte al sostegno di ragazzi ma anche a sostenersi tra loro nell’essere famiglia, ha mostrato a ciascuno come scegliere il Vangelo e perdere per esso, è sempre occasione liberante di afferrare una pienezza di vita che è altrimenti negata e incomprensibile!

Mondo di comunità e famiglia, di cui Betta ci ha raccontato, è un luogo di confine, di passaggio, di accoglienza, un luogo aperto in cui alcune famiglie scelgono di rimanere e di vivere insieme, nella condivisione dei beni per condividere l’essere, per accogliere e dare casa a ragazzi che sono meno fortunati dei propri figli. Nata da intuizioni di una famiglia e di alcuni gesuiti, vive tutt’oggi una presenza dei religiosi, si presenta tuttavia come una realtà non confessionale, per poter dare la possibilità a qualunque famiglia di vivere in questa realtà per un tempo o di fare una scelta stabile, basata su valori che -radicati nel Vangelo- appartengono ad ogni uomo, valori che sono luogo e occasione di umanizzazione anche per chi non ha incontrato il Cristo nella sua esperienza di vita.

Famiglie missionarie a km 0, raccontata dall’esperienza e dalla simpatia di Eugenio, nasce invece dalla profetica intuizione, spinta anche dalle necessità nuove della chiesa di oggi, di affidare a una famiglia la guida pastorale di una parrocchia. Per far questo la famiglia si trasferisce per un tempo, 5,8 o più anni, in canonica o luogo simile, e da lì, continuando la propria vita, la famiglia stessa con tutta la ricchezza che porta delle relazioni a vario livello, darà un’impronta alla comunità assolutamente nuova! L’assunto di base ci sembra essere che qui, nelle nostre terre, fuori dalle nostre case, c’è un’urgenza missionaria forte, urgenza di evangelizzazione e di pastorale, una pastorale sempre più aperta alla vicinanza con le persone e le loro vite!

Nomadelfia, raccontata dalle parole di Sandro e Donatella, nasce dall’intuizione di don Zeno e delle prime mamme per vocazione, che hanno desiderato costituire un popolo che vivesse totalmente secondo il Vangelo in ogni ambito; la fraternità è la legge (nómos e adelphótes): un luogo in cui famiglie vivono in comunione e condivisione, in cui il lavoro è interno alla comunità ed è improntato al non sfruttamento e alla non speculazione, la scuola per i ragazzi è interna, perché il tempo tra i banchi è solo un momento della più ampia educazione,perché tutta la vita a Nomafelfia educa, la scuola è la vita e la vita è scuola. Ordinamento interno, ordinamento democratico, collegio dei figli, tutto mostra una creativa organizzazione che racconta una forma e una possibilità di vivere totalmente secondo il Vangelo, spogli di beni, di maternità e paternità escludente, di attaccamento alle proprie capacità professionali, rifiutando la possibilità di prevaricazione più o meno sottile sugli altri.

Ognuno di noi che ha vissuto l’incontro con queste realtà ne è uscito rafforzato nel desiderio di seguire il Vangelo fino in fondo, nella percezione della libertà data dalla rinuncia alla mondanità, dalla sobrietà, dalla condivisione piena.

 

     Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. (Mt 19,29)

 

È stato bello e stimolante vedere vite nelle quali la pace e la libertà sono date da ciò che si ha avuto il coraggio di lasciare e dall’aver ricevuto da Cristo cento volte tanto…

Ognuna di queste realtà ha degli aspetti che ci interpellano non solo rispetto alla comune adesione al Vangelo, ma anche rispetto alla vocazione particolare che il Monastero, con l’Associazione l’Esperienza, sta discernendo esserle propria nel solco della chiesa.

Rendiamo perciò lode al Signore, perché tanti spunti e tante prospettive sono state sottoposte alla nostra riflessione e alla nostra preghiera, consci che oggi si costruisce la chiesa di domani!

Stiamo già lavorando al libretto, secondo di Antropologos edito dalla Fondazione Comunità di Ruviano, con tutti i contenuti del dialogo con queste tre realtà!

 

I monaci di Ruviano

 

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Ps: chi volesse condividere con noi la propria esperienza di incontro con queste tre realtà e cosa si porta da questi momenti vissuti con loro, può scriverci una mail a monastero.ruviano@libero.it con oggetto “testimonianza 22 giugno (nome)”

Le testimonianza potrebbero essere pubblicate sul sito e/o sul libretto, per chi ci autorizzasse