OTTAVA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

OTTAVA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sir 27, 4-7; Sal 91; 1Cor 15, 54-58; Lc 6, 39-45

            Una domenica questa, l’ultima prima dell’inizio della Quaresima, che ci offre l’occasione di fare un discorso serio sul parlare umano; la parola, lo sappiamo, ha infinite possibilità ma anche infiniti rischi; il passo evangelico di questa domenica, che è la conclusione del Discorso della pianuradi Luca che abbiamo iniziato a leggere due domeniche fa, ci permette di riflettere sulla parola di giudizio e di condanna che spesso emettiamo e soprattutto sulla parola doppia, ipocrita; Luca, però, non si ferma qui; infatti affronta anche i temi della parola che istruisce  e della relazione che la parola instaura tra maestro e discepolo.

            Certo è che la parola, l’atto di parlare, rivela il cuore dell’uomo, come ha detto il sapienteSiracidenella prima lettura; nel parlare dell’uomo c’è il vaglio, lì c’è la prova. Il testo è molto forte e netto: è il parlare di un uomo che ci permette di lodarlo o di biasimarlo; è dinanzi al parlare dell’uomo che chi è sapiente riesce a scrutare il cuore.

            Il parlare è un atto serio e grave! Noi siamo responsabili delle parole che pronunziamo; non si possono dire parole e poi ritirarle dicendo banali e magari reiterati “scusa”, “ho sbagliato, non volevo dire … non intendevo …”. Davvero bisogna farsi convinti che quando si consegna la parola all’altro, chiunque egli sia, essa appartiene a chi l’ha ascoltata! Aver pronunziato una parola ci rende responsabili di essa e per essa dinanzi agli altri.

            La Scrittura sa che tutto nasce dall’ascolto e il credente, quando ascolta la parola contenuta nelle Scritture, sa che essa non solo insegna a parlare con Dio nella preghiera, ma insegna, se l’ascolto è vero, a parlare con gli altri. Insegna a comunicare. Nella vita di ogni società umana (e anche nella Chiesa) la qualità dipende dalla qualità della comunicazione. D’altro canto il Nuovo Testamento ci dice che è la Parola fatta carne la definitiva rivelazione di Dio. Tutto in Gesù fu comunicazione: i suoi gesti, le sue parole, le sue scelte … tutto però profondamente unificato. Nessuna parola, nessuna scelta, nessun gesto comunicativo di Gesù era altro rispetto a quello che Lui era nel profondo.

            Possiamo dire che questo discorso sulla parolaci deve far riflettere sull’accordo necessario, vitale, tra interno ed esterno nell’uomo!

            Per la Scrittura il centro intimo dell’uomo da cui tutto proviene è il cuore(in ebraico “lev”), sede della volontà, dell’intelligenza, della ragione, fonte delle decisioni, delle emozioni e dei sentimenti; dal cuore salgono le parole. Gesù fa molta attenzione al cuoredell’uomo in tal senso; in Mc 7,21 dice: “è dal cuore che escono i propositi di male”. È vero! Dal profondo, dal cuore, possono sorgere parole che sono capaci di dare la vita o dare la morte. La parola ha un potere straordinario.

            Quante parole mortifere! Pensiamo alla menzogna, alla calunnia, all’adulazione, alla parola che plagia o mistifica … c’è poi ancora un rischio, un grande rischio: parole grandi, alte e vite piccole e basse! La parola, infatti, la si può usare per mostrarci per quello che non siamo … e questo accade nella vita di fede, nella politica, nella vita sociale. Quanti discorsi alati, belli! Sembra che tanti uomini, dicendo belle parole, si esentino da una vita altrettanto bella. È terribile dover constatare che tanti che dicono parole grandi come “Dio”, come “libertà”, come “giustizia” smentiscano queste parole grandi con un’assoluta distanza tra le parole dette e le vite concrete! Questo non solo per fragilità (chi è esente da questo!) o per l’umano limite ma per scelte palesemente ipocrite!

            Chi non accorda parole e vita, chi non lotta per farlo, è un uomo frammentato, cieco, falso … è la grande fatica che spetta a tutti gli uomini e che i discepoli di Gesù non possono e non devono eludere, è la fatica di accordare il cuore, il profondo, al parlare, al dire e poi al vivere.

            Prima di presentarsi con parole che diano un’immagine bella di sé, è necessario avere in sé luce e ricchezza, è necessario sapersi vedere, vedere i propri difetti, i propri peccati.

            Le parole di Gesù sul cieco che pretende di guidare un altro cieco certamente riguardano chi, nella comunità, è chiamato ad avere autorità ma riguardano anche ogni credente! La cecità di cui dice Gesù, infatti, è l’incapacità o il rifiuto di guardarsi in verità. Come curare i mali e i difetti dell’altro se prima non curo i miei, se prima non lotto contro i miei? Diversamente capita di togliere la pagliuzza dall’occhio dell’altro non vedendo (o fingendo di non vedere!) la trave conficcata, paradossalmente, proprio nel proprio occhio! Chi fa così resta cieco e schiavo. Chi fa così è un ipocrita!

            Gli ipocriti sono l’unica categoria contro cui Gesù davvero ha tuonato ed ha detto parole durissime. L’ “ipocrita” in greco è l’ attore, il commediante, uno che simula, uno che finge di essere un altro! È terribile! Gesù grida questa parola a chi non vede la sua trave e va a scovare le pagliuzze negli occhi del fratello.

            L’Evangelo di oggi chi chiede di avere il coraggio della verità in primo luogo su di noi! Ci chiede di portare frutto con la parola … le parole senza frutto sono come le foglie di un albero sterile … quell’albero pare rigoglioso per le tante foglie ma le tante foglie stanno solo lì a nascondere l’assenza di frutti! Le tante parole nascondono tremende sterilità!

            L’uomo veramente buono trae da sé parole buone e azioni buone … il cattivo trae da sé parole che generano morte; non si danno attenuazioni a questa semplice constatazione di Gesù.

            Non è che non si debbano dire parole alte ma esse ci obbligano ad avere vite alte, tendenti all’alto, che lottano per l’alto! Per chi vuole essere discepolo del Messia Gesù né parole di basso profilo, né parole alte ma vuote; Gesù non ha mai detto parole di basso profilo, né ha mai detto parole che poi non siano diventate davvero vita, a qualunque costo … pensiamo alle parole sull’amore per il nemico che ascoltavamo domenica scorsa … sono diventate per Gesù tutte vita fino all’estremo della croce.

            Un discepolo capace di ascoltare un maestro come Gesù diventerà un uomo sincero, umile e giusto, un uomo che vuole lottare per essere così!

 Un discepolo di Gesù non si arrogherà il diritto di giudicare gli altri lanciando frecce avvelenate … certo sarà un uomo di discernimento per cui dovrà giudicare il bene distinguendolo dal male e distinguendo chi fa il male da chi fa il bene ma questo discernimento sarà privo di veleno; il Signore Gesù non ci vuole buonisti ma buoni! Ecco perché un suo discepolo non si ergerà sull’altro uomo ma si piegherà “sino alla condizione di schiavo” (cfr Fil 2, 7) proprio come fece Gesù per salvarci.

Un discepolo di Gesù dal tesoro del suo cuore non trarrà veleni di morte ma dolcezza e mitezza, il suo “albero” non metterà solo foglie di parole vuote, né frutti mortiferi, ma frutti che tolgono la sete di vita degli altri uomini.

Un discepolo di Gesù non dirà parole che feriscono, uccidono e annientano e neanche parole che spaventano … le sue saranno parole di vita.

            Dietrich Bonhöffer scriveva, nella sua Etica: “la bontà non è una qualità della vita ma la vita stessa ed essere buono significa vivere”

            Pensiamoci.

 

               P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Pieter Bruegel il Vecchio: Può un cieco guidare un altro cieco?(1568) (Napoli, Museo nazionale di Capodimonte)

SETTIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SETTIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1Sam 26, 2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor 15, 45-49; Lc 6, 27-38

            Questa settima domenica del tempo ordinario che difficilmente si celebra nell’anno liturgico, quest’anno, data la Pasqua così bassa, ci è data con le sue letture così, direi, “di frontiera”.

            Sì, “di frontiera” perché l’Evangelo di questa domenica, correlata alla prima lettura tratta dal Primo Libro di Samuele, ci conduce ad uno dei confini più difficili da valicare, a uno dei confini più repellenti per il nostro istinto di conservazione: la frontiera del nemico; l’Evangelo chiede di amare il nemico. Qualcosa di in sensato e, vien voglia di dire, “contro natura”!

            Il testi di oggi vogliono farci capire che varcare quella frontiera che tanto ci ripugna è, in verità, una straordinaria conquista di libertà del cuore.

            Il racconto del Primo Samuele ci mostra la straordinaria capacità di David di non voler approfittare del fatto che Saul, il nemico che vuole la sua morte, cade, per una serie di circostanze, nelle sue mani … David fuggiasco e perseguitato, ingiustamente odiato e condannato a morte, non dà la morte al suo nemico che dorme e, dandogli la prova di questa sua scelta, gli grida che non ha voluto stendere la mano sul consacrato del Signore. David è rimasto fedele a Saul, al consacrato del Signore pur se macchiato da iniquità ed ingiustizia.

            Il testo dell’Evangelo riprende questo tema e lo porta fino all’estremo! È il seguito del discorso della pianura di cui leggevamo l’inizio domenica scorsa. Matteo aveva posto questo discorso inaugurale di Gesù su di una montagna per il suoi motivi teologici, Luca pone invece Gesù in basso, in posizione di “sottomissione”, tanto che per parlare, scrive l’evangelista, deve alzare lo sguardo sugli astanti. Il discorso della pianura si apre, come scrive Daniel Attinger, con un “portale” che è dato da quella contrapposizione tra quattro beatitudini e quattro lamenti; Luca, diversamente da Matteo, pone subito, dopo il “portale” le parole di Gesù sull’amore terribile per il nemico.

            Parole queste che suonano, in questa posizione, come una forte provocazione; rispetto a Matteo Luca aggiunge subito “fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per quelli che vi insultano”; il tutto preceduto da un’ espressione che ci fa pensare: “Dico a voi che mi ascoltate”; si rivolge, cioè, a quelli che tra tutti gli astanti intendono essere obbedienti (ascoltanti!), cioè a quelli che vogliono essere suoi discepoli … le folle sono testimoni che questo, proprio questo, è richiesto al discepolo; chi è disposto a prendere quella via così antimondana delle beatitudini e chiamato proprio a questa frontiera che pare invalicabile ad ogni uomo di buon senso: amare il nemico.

            Seguono tre esemplificazioni durissime … esemplificazioni che troppo spesso sono state declassate ad iperboli, ma iperboli non sono! Sono semplicemente delle concretizzazioni di quell’amore di frontiera che è l’amore per il nemico: a chi percuote una guancia porgere anche l’altra che è la scelta di fermare la violenza su di sé perché non si propaghi e corra per il mondo; porgere l’altra guancia è impedire all’inimicizia di farla da padrona nelle relazioni umane; sarà la scelta di Gesù che, alla fine dell’Evangelo, subirà la violenza senza rigettarla sui violenti e dandoci così la via per fermare il male. C’è poi la richiesta insensatissima per il mondo di donare a chi ruba; questo perché si fermi la violenza verso le cose e a causa delle cose: A chi ti toglie il mantello dagli anche la tunica (che significava restare nudo!). In ultimo chiede di dare a chi chiede ma senza pretendere una restituzione! Incredibile!

            Queste tre terribili esemplificazioni si concludono con la versione al positivo di un antico detto sapienziale presente anche nel buddismo come negli antichi testi rabbinici e, nella Scrittura nel Libro di Tobia (4,15); testi concordi nel dire che non si deve fare agli altri quello che non si vuole sia fatto a sé. Qui Luca pone sulle labbra di Gesù la versione positiva di questo detto, definito spesso come “regola d’oro”: Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Notiamo un particolare sottile: non si parla né di prossimo, né di fratelli ma semplicemente ed immensamente di uomini!

            In tutto questo c’è uno sfondo straordinario che Gesù, qui in Luca, grida con la forza della sua mitezza: la gratuità! Gesù chiede di allontanarsi da qualsiasi idea di contraccambio:  si deve amare il nemico e non si spera nulla in cambio; non si deve amare il nemico perché diventi amico, perché si converta e ci ami! Questo, d’altro canto, è inverosimile; bisogna anzi dire che spesso (così è l’uomo, purtroppo!) all’amore il nemico risponde con un accrescimento di odio! Insomma, dice Gesù, il tutto deve avere per sfondo e motivo la gratuità: Se amate quelli che vi amano … se fate del bene a quelli che vi fanno del bene … se date a coloro da cui sperate di ricevere … che grazia è per voi? E Luca usa qui il termine greco “chàris”; che vuol dire “dov’è la vostra grazia?”, “dov’è la vostra gratuità?”; potremmo ancora dire: “dov’è l’oltre del vostro comportamento?”

            Amare chi  ama, beneficare quelli che beneficano e dare con la speranza di riceverne un ritorno (a volte … anzi sempre … pure con l’interesse!) è la logica del mondo! È il buon-senso del mondo! Matteo nel suo evangelo aveva scritto: Che salario ne avete? ed aveva usato il termine “misthòs” che purtroppo spesso è tradotto con “merito”! Per Luca non è questione di accumulare “meriti” ma di mostrare la gratuità assoluta dell’amore del discepolo di Gesù. Alla fine, sulla croce, come dicevamo, Gesù farà proprio così: amerà i non amabili, pregherà per i crocifissori, perdonerà senza nulla chiedere in cambio! Gesù non chiede mai nulla che Lui stesso non faccia!

            Il passo di oggi si conclude con una promessa da parte di Gesù di una ricompensa e pare che questo contraddica tutto quanto detto sulla gratuità. In realtà, se vediamo bene, la “ricompensa” è l’essere figli dell’Altissimo! In fondo non è qualcosa che si riceve come un pagamento, è qualcosa che si riceve perché si è accolto un dono, il dono dell’Evangelo che fa discepoli di Gesù, il dono straordinario e impegnativo di una parola che ci chiede quell’amore gratuito con cui per primi siamo stati amati quando eravamo ancora nemici (per dirla con Paolo in Rm 5,10), quell’amore che ci fa capaci di varcare la tremenda frontiera dell’amore per il nemico.

            Dobbiamo dirci che questo testo di Luca è estremamente semplice ma pure tremendamente duro per il nostro egoismo e per quella visione del mondo sempre più chiusa, prepotente e prevaricante che troppe volte contamina e contagia anche quelli che si proclamano discepoli di Gesù.

            Come più volte ci stiamo dicendo, viviamo un tempi difficili e pericolosi, tempi in cui i nemici si creano per secondi, sporchi fini! Viviamo in un’Italia in cui si dà credito a chi prima ha creato il nemico del meridionale sporco, rozzo e invadente le industriose terre del nord ed ora ha creato ad arte il nemico dell’immigrato … sempre sporco, delinquente e per giunta anche terrorista … Come gridare no non solo all’odio per il nemico ma ancor prima alla creazione del nemico? Terribile è ergere la croce per creare ed additare nemici! Il Signore ci perdoni e ci liberi ma soprattutto  dia la forza ed il coraggio al “piccolo gregge” di resistere alla barbarie! E bisognerà fare anche la fatica di amare questi nuovi “barbari” che vogliono imbarbarirci approfittando delle paure di tanti e blaterando di “confini di patria” e di “porti da sigillare”!

            La frontiera da dover valicare per obbedire a questo Evangelo di oggi ha ancora nuovi orizzonti!

 

     P.Fabrizio Cristarella Orestano

SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ger 17, 5-8; Sal 1; 1Cor 15, 12.16-20; Lc 6, 17.20-26

In Gesù Dio si è fatto vicino agli uomini e tra gli uomini ha fatto una scelta, quella dei poveri, degli ultimi, di quelli non possono accampare proprie grandezze e meriti, di quelli che non possono essere pieni di altro se non del loro bisogno di altro!

Luca è particolarmente impegnato a farci giungere questo messaggio: l’Evangelo di Betlemme è cantato dagli angeli ai poveri pastori chiamati a riconoscere un segno povero e contraddittorio di ogni fantasia su Dio; al Tempio al quarantesimo giorno dalla sua nascita Gesù è accolto dai poveri che attendono la redenzione di Gerusalemme, fragili e forti nella loro vecchiaia, nella Sinagoga di Nazareth Gesù si presenta come il profeta inviato ad evangelizzare i poveri e viene subito annoverato tra i perseguitati tanto che vogliono ucciderlo; al Giordano Gesù si mette, senza timore, nella fila della povertà più estrema, in fila con i peccatori … Oggi ascoltiamo la beatitudine dei poveri che apre il discorso fondativo di una comunità che voglia seguirlo.

Tutto l’Evangelo di Luca proseguirà così in una lettura commossa della scelta d’amore di Gesù per i poveri … i poveri sono coloro che Gesù incontra (i tanti ammalati, la peccatrice del capitolo 7 e così via fino al ladrone appeso con lui alla croce), di poveri sono le figure che fioriscono dalla sua fantasia quando narra tante delle sue parabole (pensiamo al povero Lazzaro in 16,19-31; ai poveri chiamati al banchetto rifiutato in 14,21; alla vedova che non riesce ad ottenere giustizia in 18, 1-7; al pubblicano al Tempio in 18, 9-14 e così via). Per Luca i poveri sono “i poveri” e basta, senza altra specificazione come aveva scritto Matteo dicendo i poveri nello spirito. Luca intende per poveri curvati, gli oppressi … la parola greca che è usata significa nullatenenti, chi è “ptochòs” è chi non ha davvero nulla e per quanto possa affaticarsi rimane sempre senza alcun possesso … di conseguenza vive di dipendenza e sottomissione, è in una condizione che lo porta a nascondersi, a rannicchiarsi su di sé: il verbo da cui deriva il termine “ptochòs” (povero, pitocco appunto) ha questo significato. Insomma sono poveri reali, che hanno fame, piangono, sono in balìa di tutti, oppressi, deboli e sfruttati; sono incapaci di difendere la loro dignità. Su di loro, però, Dio ha posato il suo sguardo, per loro interviene; per questo sono beati!

Gesù non proclama beatitudine la miseria che è sempre frutto della malvagità dell’uomo ma causa della beatitudine è la scelta di Dio che li fa protagonisti di una nuova storia.

I grandi, i ricchi, i potenti, gli arroganti, i violenti, i sazi, i gaudenti, gli idolatri dell’effimero e gli schiavi del mondo credono di essere loro i costruttori e i padroni della storia, il mondo li applaude e li fa ciechi e sordi  incapaci di rendersi conto di essere loro stessi gli alleati più formidabili di ciò che più di tutto temono: la morte; il Regno di Dio è invece di coloro che essi tengono sotto i piedi …

La contrapposizione tra la beatitudine e quel “guai” (che dovremo cercare di capire) è che le due categorie vivono diversamente il rapporto con la loro vita, con il presente, con al storia: Per quelli che sono ricchi, sazi, gaudenti il presente è chiuso in sé, basta a sé; non hanno mancanze, non hanno vuoti e, di conseguenza, non hanno neppure attese, desideri, speranze … la loro situazione di sazio benessere li rende maledettamente idolatri, la loro idolatria imprigionante è paradossalmente la loro autosufficienza! Gli altri, quelle che Gesù proclama beati, sono quelli che, sperimentando dei vuoti, delle mancanze vivono, anche questi paradossalmente, un presente aperto perché colmo del desiderio, dell’attesa, dell’appassionata ricerca del cambiamento, della disponibilità a lottare per questo. In chi è così si sviluppa la capacità di fidarsi, di affidarsi; chi è sazio e ricco si chiude in se stesso e crede di essere onnipotente, chi è povero è aperto e disposto a fidarsi.

La  miseria di questi ricchi è paradossale e Gesù non può che dire il suo Ahimè su di loro; forse è meglio tradurre così invece di guai … è infatti un lamento pieno di pietà per chi vive e vuole vivere nell’inganno; è un grido pieno di dolore che desidera far breccia in quei cuori induriti. Già i profeti usavano questa espressione per indicare che sta per incombere un giudizio che però può ancora essere evitato se ci si converte … è dunque un ahimè, è come dire poveri voi!  Gesù sa che anche ai ricchi è possibile una conversione se si lasciano incontrare da lui: Zaccheo ne sarà l’esempio lampante. Sceso dal suo sicomoro Zaccheo, il ricco pubblicano, condividerà e farà giustizia e allora la salvezzaentrerà sotto il  suo tetto (cfr Lc 19, 1-10).

Già Geremia aveva proclamato (prima lettura) l’infelicità di coloro che confidano in se stessi, nel mondo; un uomo così ha radici senza speranza, il povero, invece, può confidare solo in Dio e questo è la sua salvezza.

Questa è una verità di salvezza e l’Evangelo proclama con chiarezza che Gesù stesso è il povero, il perseguitato, è l’ affamato di giustizia, è colui che già in questo discorso delle beatitudini è il piangente per la miseria dei ricchi, dei sazi, dei ridenti, di quelli a cui tutti si inchinano. È il piangente che sa dire ahimè. Gesù è l’icona delle beatitudini, è il povero che nell’estrema povertà della croce si consegnerà tutto al Padre; Luca pone sulle labbra del Crocefisso quel dolcissimo Padre, nelle tue mani consegno la mia anima. Certo, per Luca, Gesù è il povero che non ha rifugio se non in quelle mani paterne che egli sa che ci sono anche se lì sul Golgotha non le vede … Gesù nella povertà estrema della croce è lui stesso il Regno! Un Regno che si consegna  a quelli che lo seguono in una via di umile ma vera alternativa al mondo e alle sue vacuità.

La beatitudine che Gesù pronuncia per i poveri  non è al futuro, è al presente: già oggi i poveri hanno il Regno! Hanno il Regno perché, fiduciosi di Dio, gli danno spazio e trono nella loro vita, una vita in cui non c’è altra possibilità di senso se non in Dio.

Questa parola che oggi viene a cercarci è una parola radicale, è un aut-aut. Va presa così altrimenti il rischio è immenso: è il rischio tutto mondano di pretendere di conciliare le proprie vedute, esigenze e conquiste con l’ Evangelo.

L’alternativa è o conciliare scegliere!

Oggi il mondo suggerisce che lo scegliere è integrista, che bisogna sempre rimanere sulla soglia per non essere giudicati  fanatici; il mondo ama le mezze misure perché quando diventa impossibile conciliare l’inconciliabile diviene inevitabile voltare le spalle al Cristo ed al suo Evangelo o renderlo irriconoscibile in una contraffazione vergognosa.

Oggi viviamo un tempo in cui alcuni si parano dietro all’Evangelo per scacciare i poveri, per respingerli, per chiudere le porte e i porti! Vergogna! Non si può mischiare l’Evangelo e la bieca volontà di salvare se stessi… ci si prepara a creare leggi per autorizzare a “difendersi”, ad “armarsi” contro l’altro, il diverso … foss’anche un aggressore … l’Evangelo non dice così! L’Evangelo è netto … non concilia l’inconciliabile! Ci chiede di scegliere!

La sfida è grande: scegliere o la pretendere di conciliare! Che faremo?

La scelta è tra una parola che ci porta a casa: Beati! ed una parola che ci proclama dolorosamente abitanti di un freddo lago di non-senso: Ahimè.

Il problema è credere che la ricchezza del mondo è miseria e la vera povertà fatta di condivisione e giustizia è beatitudine, il problema è credere al mondo o all’Evangelo.

 

    P.Fabrizio Cristarella Orestano

Rembrandt: Volto di Cristo (1640 ca.)

 

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 6, 1-2a.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5, 1-11 

Gesù non si accontenta della barca di Pietro per parlare alle folle; vuole di più: vuole il cuore di Pietro.

E’ stupefacente ma il cosiddetto primato di Pietro ha origine nella miseria, nel peccato di Pietro!

L’incontro di Pietro con Gesù genera in Pietro una crisi, una tempesta nella sua vita quieta, colma di sicurezze, piena di idee anche audaci (se vogliamo dar credito al IV Evangelo era anche uno che stava nel deserto, vicino a certi gruppi messianici, forse violenti, come l’appellativo “barjona” che Gesù gli dà al capitolo 16 di Matteo fa pensare; i “barjona”, infatti erano un gruppo di opposizione violenta ai romani) ma molto sicura di sé. Nel passo di oggi Gesù lo “crea” pescatore di uomini… c’è qualcosa di essenziale da mutare nella sua esistenza. Ogni crisi, dobbiamo dircelo, è un momento di verità nella vita di ognuno di noi; spesso attraverso una crisi Dio agisce in noi. Il racconto di Luca che oggi passa nella liturgia ci mostra che l’inizio della sequela di Pietro sorge in un momento di crisi. 

Per Luca la sua esperienza con Gesù si snoda in un riconoscersi peccatore dinanzi all’Inviato di Dio fino alla caduta più disastrosa di quel triplice e vile rinnegamento dell’Amico e del Maestro; una caduta  in basso lì dove più miseri non si può né essere e nè apparire. Pietro inizia tutto in una crisi profondamente umana e alla fine dovrà passare anche per la crisi di quella sequela che sulle rive del lago era iniziata; una crisi, questa del rinnegamento, che sarà il possibile ricominciamento.

La  vicenda di Pietro è però stretta pure tra due misericordie: la misericordia che lo chiama nel  suo peccato e lo invia ad essere pescatore di uomini, la misericordia che lo guarda con amore nel cortile di Caifa dopo il canto del gallo. Pietro è un peccatore perdonato che si fa vincere dall’amore misericordioso di Dio che si manifesta in Gesù.

La potenza della parola di Gesù che attira le folle, la potenza del segno della pesca feconda ed abbondante si manifesta ancor più nella sua misericordia; Pietro avverte subito la distanza tra lui peccatore e quel profeta straordinario nel quale Dio parla ed agisce … la crisi è la improvvisa consapevolezza della sua miseria e il crollo di tutte le sue presunzioni e sicurezze.

 Pietro però dovrà scoprire che il suo peccato non è una diga che impedisce l’incontro con Dio; no! l’incontro con il Dio di Gesù, con il  Dio della rivelazione cristiana avviene proprio su quel terreno, sul terreno della miseria, del peccato, sul terreno di quella crisi che smantella le umane sicurezze e costruzioni.

Pietro parte peccatore e consapevole del suo peccato, reso ancor più palese dalla santità di Dio che risplende in Gesù e giunge, alla fine dell’Evangelo, ancora peccatore e capace di scendere in un abisso di miseria e di viltà … Luca, unico ad annotare questo particolare, ci narra che dopo il rinnegamento (Lc 22, 60-62), senza aspettare le lacrime di Pietro, Gesù lo guarda mentre il gallo canta … Luca scrive in greco non di un semplice sguardo ma di un guardare dentro (verbo “enblèpo”); Gesù ancora gli guarda il cuore … è quello che Gesù vuole da Pietro … penetrato da quello sguardo pieno di amore Pietro si ricordaesce fuori e piange

In quella notte di tenebra e rinnegamento Pietro è completo. Ora davvero può partire per essere pescatore di uomini; Luca anche in questa espressione è sottile: non usa come Marco e Matteo la parola pescatore ma un participio che significa colui che prende vivo. Luca pensa al fatto che i pesci veri, catturati in una comune rete, muoiono, ma la pesca che Gesù chiede a Pietro  di intraprendere è per la vita; la rete di Pietro e della Chiesa non è per la morte ma per la vita; Pietro è al servizio di Cristo che ci vuole afferrare e conquistare (cfr. Fil 3,12) ma per condurci alla vera vita.  A Pietro su quella riva di lago sta accadendo proprio questo: Gesù lo sta pescando per la vita, lo sta afferrando e sta aprendo i suoi orizzonti ristretti e mediocri; lo sta sospingendo “al largo”, anzi in greco Luca scrive “vai verso il profondo”il profondo di sé, della storia, degli uomini. Così Pietro potrà essere l’uomo che Gesù sogna … il cammino però sarà lungo; Gesù aprendogli gli orizzonti e portandolo nel profondo della storia lo vuole condurre verso un mondo senza confini, verso una inimmaginabile pienezza.

Il cammino di Pietro sarà lungo e lo sarà anche per noi; un cammino che parte da un coraggio che è necessario avere: lasciarsi mettere in crisi da Dio, lasciarsi toccare dal fuoco di Dio … Isaia fece questa stessa esperienza dinanzi alla maestà del Dio “tre volte santo”… quel fuoco giunse al profondo della sua vita e gli fece fiorire sulle labbra la parola di salvezza da annunziare al popolo; Pietro incontra quello stesso fuoco che lo atterra ma alle ginocchia di un uomo. E’ qui lo straordinario della rivelazione evangelica e non ci dobbiamo mai stancare di contemplarlo e proclamarlo: il Dio tre volte santo si incontra in quell’Uomo di Nazareth, nella sua parola che conduce al profondo, su orizzonti di verità e che libera da ogni paura il Dio tre volte santo si incontra in quel suo sguardo di misericordia che non copre  o nasconde il peccato dell’uomo ma è pronto ad assumerlo, a portarlo su di sé fino alla croce in un amore sconfinato e preveniente. Ed è lì, in questo amore, che esplode la vita, lì diviene contagiosa.

Pietro può diventare colui che prende vivi  per la vita perché si sta fidando di questo amore che è più forte della morte, come proclama Paolo nella stupenda pagina della Prima lettera i cristiani di Corinto che oggi passa nella liturgia: Pietro (in aramaico Cefa) sarà testimone privilegiato della vittoria del Crocifisso sulla morte … sì, proprio lui, lui che aveva sperimentato come l’amore vince la morte, come l’amore misericordioso fosse davvero l’unica onnipotenza di Dio; Pietro sperimentò questa onnipotenza sulle sue ferite, sui suoi peccati; aveva dovuto imparare a conoscere un Dio che non si allontana dal peccatore (come lui incautamente aveva chiesto a Gesù) ma gli si fa vicino, lo scruta dentro con amore e non per umiliarlo o disprezzarlo e di lui fa una meraviglia.

Certamente tutto questo ci interpella: quanto le energie della resurrezione sono da noi accolte con il loro fuoco perché tocchino le nostre labbra impure, le nostre vite segnate dal peccato? Siamo disposti a passare per quel fuoco, siamo disposti a lasciar bruciare dall’onnipotenza misericordiosa di Cristo quell’uomo vecchio a cui siamo sempre troppo attaccati? Siamo disposti a lasciarci catturare da lui per la vera vita? Siamo disposti a passare per queste crisi salutari?

Siamo disposti ad essere smantellati nella nostra pretesa giustizia per mostrarci nella nostra verità di uomini peccatori? E’ necessario perché solo così incontreremo davvero Dio, solo così incontreremo lo sguardo di Cristo che accoglie, perdona e guida al profondo in una libertà veramente senza confini.

 

P. Fabrizio Cristarella Orestano

 

Raffaello Sanzio: La pesca miracolosa (1514-1515); (Victoria and Albert Museum, London)