SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa subito capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, solo se capace di perdersi per amore (cfr Mt 10,39). Così fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia … vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso …

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione, appunto “pastorale”, per parlare della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero della Incarnazionedi Dio. Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana … non lo farei anche perchè – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo  parlato di “famiglia” e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo; quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia. E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo, è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perché lo cerchino giorno per giorno.

Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne. L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima Lettera che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano: è un passo direi “unico”. “Unico” perché pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; “unico” perché è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano … e questa “unicità” ci suggerisce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente. Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio (“si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi cui è consegnato l’Evangelo.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo quando, in un’altra Pasqua, Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina. Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” cfr Lc 23,46), sia nel giorno della risurrezione (“io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” cfr Lc 24, 49) … e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evangelo di Luca sono un rinvio al Padre! Inoltre c’èancora un parallelismo che va colto con i racconti pasquali di Luca: un parallelismo con il bellissimo racconto dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24, 13-35). Infatti lì, come nel passo di oggi, ci sono dueche cercano Gesù, non lo trovano e poi lo trovano incontrandolo …

In questa scena del ritrovamento nel Tempio il protagonista è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perché fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui ma non come di uno che agisce direttamente; ora no, ora per la prima volta Gesù parla. Insomma Gesù rivela di essere Figlio e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù: è del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio, scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1,14).

Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perché in Lui l’ ”esodo” è iniziato. Il “vecchio uomo”, in Lui, si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai ha iniziato a versarsi irreversibilmente nel “nuovo”! Tutto sarà costoso … ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.

Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

 

(Sofia Novelli: Il ritrovamento di Gesù nel Tempio)

NATALE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

NATALE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

MESSA DELLA NOTTE

 Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14 

MESSA DELL’ AURORA

 Is 62,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20 

MESSA DEL GIORNO

 Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18 

 

            Come ogni anno leggiamo i testi dell’Evangelo di Luca sulla Natività … testi carichi certamente di bellezza, di poesia, direi di canto (e infatti quanta bellezza hanno generato nell’arte: dalla pittura alla scultura, dalla letteratura alla musica!) ma anche testi di una straordinaria densità teologica, anzi tra i più densi teologicamente di tutto il Nuovo Testamento. Non ci inganni tutta la bellezza e la poesia di queste pagine, non si liquidino come racconti edificanti o mitici; immergiamoci invece in essi come cristiani maturi nella fede, immergiamoci in essi per farci rigenerare dalla rivelazione altissima che essi ci consegnano. Non una lettura ingenua o banalmente cronachistica ma neanche una lettura che smarrisca le coordinate concretamente storiche di questi avvenimenti. Con questi testi evangelici, correlati al racconto diversissimo di Matteo, celebriamo il Natale del Signore dalla notte a tutto questo periodo fino all’Epifania.

            Natale è arrivato alla fine dell’Avventoper cantarci la fedeltàdi Dio che compie le sue promesse … le attese di Israele non sono andate deluse, anzi sono state superate dal compimento. Chi poteva supporre questa carne di Dio?

            Essere, come Chiesa, in costante tensione verso il ritornodel Cristo, è sensato … la nostra attesa è confortata da questi santi racconti dalla sua prima venuta a Betlemme! Una venuta che racconta Dio! E lo fa in un modo davvero eversivo!

            Luca, infatti, racconta la nascita di Gesù in un modo che è assolutamente “pericoloso”, contraddicente ogni buona logica e ogni buon senso mondano.

            Sullo sfondo di questo racconto Luca pone un censimento: Cesare Augusto ha ordinato un censimento di tutta la terra! Nessuna parola è a caso! Colui che si fa chiamare Cesare, cioè “comandante”, che si fa chiamare Augustoche significa “da adorarsi”, presuppone di avere un potere che si estende su tutta la terra; ne è sicuro perché tutta la terra conosciuta vede le sue legioni ben armate che mantengono la “pace” e in ogni terra c’è un suo rappresentante con pieni poteri, come quel Quirinio che Luca nomina per la regione in cui i fatti narrati si svolgono.

            Un censimentoè un atto che ha un triplice valore; ha un valore economico: quanti sudditi pagano te tasse a Roma, quanti sono mano d’opera per le sue imprese? Ha un valore militare: quanti uomini possono essere coscritti per combattere o, di contro, di quanti uomini c’è bisogno per contrastare un’eventuale rivolta in ciascuna regione? Ha un valore politico: come è l’umore dei sottoposti? Sono davvero sottomessi? È necessario creare altri presidi per governarli? O si devono inventare dei nuovi mezzi per divertirli e intontirli?

            Anche David, al culmine della sua potenza, agli occhi di Dio aveva commesso il gran peccato di voler fare un censimento… il Signore non lo tollererà (cfr 2 Sam 24).

            Insomma Luca ci dice che nell’ora in cui nasce il Messia Gesù tutti sono pieni di calcoli e di conti … si contano le forze, i soldi, il potere …

            E Dio?

            Dio viene e smonta nel silenzio tutto questo castello di pretese.

            Dio passa per quella coppia insignificante, che non conta nulla … in quel via vai impazzito di gente che viaggia per obbedire ad Augusto Dio percorre quelle stesse strade nel grembo di una ragazza spaurita che può contare solo sulla protezione del suo ragazzo.

            Gi angeli in quella notte diranno ai più lontani, ai pastori, non solo poveri ma anche disprezzati, considerati impuri, inadempienti alla Torah e sospetti di turpi abitudini, che le redini della storia non stanno sul Palatino, a Roma, dove Augusto ha edificato il suo Palazzo del potere! Le redini incredibilmente sono nelle mani di un neonato partorito da quella ragazza di Galilea, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Contrariamente ad Augusto Dio non si preoccupa né di economia, né di forze militari, né di politica.

            Dio si mostra disarmato e disarmante: è un neonato! L’amgelo dirà ai pastori che avranno un segno con cui potranno confrontarsi per scegliere di fidarsi di quella rivelazione così straordinaria: un neonato(in greco “bréphos”, parola greve, brutale, che significa “neonato appena partorito”!) avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Il segnoè un neonato impotente! Ogni immagine religiosa di Dioè distrutta già qui nell’Evangelo! L’uomo vorrebbe un Dio potente che si prenda cura dell’uomo e gli risolva tutti problemi e le asperità della vita e invece Lui viene impotenteal punto che bisogna prendersi cura di Lui!

            A Nataleci vien detto che Dio viene a noi nudo, rivestito solo delle fasce che Maria gli mette addosso, fasceche non possono non ricordarci altre fasce, quelle con cui verrà avvolto quello stesso corpo calato dalla croce, fasceche contraddicono tutti i “vestiti” che noi uomini mettiamo addosso a Dio!

            Scrive Bruno Maggioni: Se ascoltassimo davvero il messaggio del Natale ci si dovrebbero rizzare i capelli. Si presenta a noi un Dio debole, debole davanti alla nostra libertà. È così: o lo accogli con amore e fidandoti di quella debolezza sconcertante o Lui si fa da parte! Non si impone!

            Il racconto di Luca ci dice che Dio, nella nostra vita, ha bisogno di cura! È vero: se noi non curiamola sua presenza in noi, la Parola che in un giorno benedetto ci ha consegnato, se non curiamo la memoria del Volto che in un attimo santissimo della nostra vita ci ha fatto intravedere (pensiamoci: tutte cose deboli, fragili, che possiamo facilmente distruggere e negare!), Lui “muore” in noi, nei nostri cuori, nelle nostre vite, nelle ore delle nostre giornate che scorrono inesorabili e che senza di Lui ci consegnano al non-senso: Lui “muore” se non curiamo la sua “fragile potenza” in noi!

            A Natale forse l’augurio più grande che dobbiamo farci è proprio questo: scegliere di “curare” Dio in noi al punto di dargli il nostro spazio, la nostra carne, la nostra concreta esistenza perché possa ancoro dire l’Evangelo al mondo!

            In noi lo dirà ancora una volta nel suo stile: nella “fragilità” delle nostre vite imperfette e a volte incompiute … quel che sarà necessario per renderle vite narranti l’Evangelo è che siano vite date, in autentica ricerca di una liberaconsegna… così, anche se fragili, saranno racconto credibile di quell’Evangelo, di quella bella notizia che è gloria di Dioe paceper tutti gli uomini amati da Lui!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

QUARTA DOMENICA DI AVVENTO 2018

QUARTA DOMENICA DI AVVENTO

Mic 5,1-4a; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45

La quarta domenica di Avvento ci conduce al termine di questo tempo che, come dicevamo all’inizio, non ci prepara al Natale ma alla Venuta del Signore!

È allora un tempo teso costantemente al futuro di Dio e alla Parusia misericordiosa e temibile di Gesù, ma è un tempo che, su quell’attesa e quella certa venuta, non canta “Maranathà” solo con la voce, ma lo prepara e canta proponendo con forza nuova ai discepoli una concretissima vita, una vita di uomini e donne che, come si diceva domenica scorsa, sono disposti a lasciarsi bruciare dal fuoco di Cristo che, mentre purifica da ogni scoria, mostra la luce e il calore dell’Evangelo e questo pagandone il prezzo con gioia.

L’Evangelo di questa domenica credo che riguardi proprio e fortemente il frattempo della Chiesa … quel tempo che va dalla pasqua di Gesù fino al suo ritorno. La scena della “Visitazione” non va letta né in modo meramente devozionale (quanti “fervorini” sulla carità di Maria che va a servire l’anziana parente Elisabetta! Cosa questa che svia dall’intento di Luca che scrive questa pagina!), né come preparazione al Natale …

Il testo deve essere letto, in primo luogo, in questa domenica, in maniera ecclesiologica. Certo la grande rivelazione che Luca ci sta dando è che Maria, gravida del Figlio dell’Altissimo (cfr Lc 1,32), è l’Arca Santa che porta in sé la presenza di Dio (cfr 2Sam 6, 1-15); Luca desidera dirci la realtà davvero stupefacente dell’Incarnazione … realtà che deve riverberarsi sulla Chiesa e la sua vita e questo per quel principio che si evince chiaro dal Nuovo Testamento e che i Padri ripeteranno con lucidità per cui tutto ciò che accade a Maria e in Maria è vocazione della Chiesa.

Al termine dell’Avvento, dunque, questa pagina non può che essere letta così, in modo ecclesiale, in chiave ecclesiale.

Il tempo dell’attesa, che è tutto il frattempo della storia, vede sulla scena del mondo la Chiesa “gravida” di Cristo. Dove la Chiesa giunge lì è chiamata a suscitare gioia, danza, presenza dello Spirito!

La scena della Visitazione, che è l’Evangelo di quest’ultima domenica d’Avvento, è scena di incontro tra due donne gravide: Maria, gravida del Figlio dell’Altissimo, Elisabetta, gravida del Profeta precursore … Le due donne sono entrambe un richiamo alla Chiesa e alla sua identità, nonché alla sua missione nella storia. Essa è chiamata a generare la profezia e non spegnerla mai, è chiamata a generare il Messia e tenerne viva l’attesa perché tornerà. Sì, il Messia Gesù tornerà ma la Chiesa già ne è “gravida”! La Parusia sarà un portare a pienezza, alla luce, questa presenza di Cristo che, affidata alla Chiesa dopo la Pasqua, essa è stata chiamata a custodire e a portare. La Chiesa, però, è pure chiamata, come dicevamo, a generare la profezia; in altre parole la Chiesa deve essere, in questo frattempo, “contemplativa”, cioè capace di leggere la storia che essa attraversa, alla luce di quel Cristo che porta in sé e contemporaneamente attende. Ecco il suo ministero profetico! Il battista che “danza” nel grembo della madre nell’ora dell’incontro di Ain Karim, sarà colui che, grazie a quella gioia, saprà dire le esigenze anche compromettenti dell’Evangelo del Veniente.

La Chiesa, “gravida” di Cristo, deve incarnare una profezia che non tema il mondo! La Chiesa “gravida” di Colui che verrà in piena luce nell’ultimo giorno, non può che essere profeta coraggiosa. Ci sono ore in cui la Chiesa dovrà essere voce di profezia che consola e contraddice le disperazioni che tentano l’umanità e ci sono ore in cui la Chiesa dovrà dire parole nette e chiare per

difendere i poveri, gli schiacciati, i curvati della storia, dovrà mettersi dalla loro parte come fece il suo Signore che mai si alleò con i carnefici ma scelse di morire vittima tra le vittime per far brillare il mondo nuovo!

Come potremo essere cantori del mondo nuovo, noi suoi discepoli, noi sua Chiesa, se pensiamo ancora di poter rimanere neutrali in questa guerra di disumanizzazione che la mondanità sta combattendo senza esclusione di colpi?

La profezia che la Chiesa deve incarnare in questo frattempo grida speranza ma lottando per la giustizia e la verità!

Il Veniente tornerà e la sua Sposa dice “Vieni!” assieme allo Spirito che la anima: Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! (cfr Ap 22,17) e il Veniente risponde: Sì, vengo presto! (cfr Ap 22,20) … ma come possiamo dire “Vieni!”? Solo con il coraggio della profezia che è l’incarnare l’Evangelo prendendo seriamente posizione nella storia per quello stesso Evangelo!

Tra qualche giorno il Natale verrà per rassicurarci che Dio è fedele e alla fedeltà si risponde solo con la fedeltà!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Arcabas: Visitazione)

TERZA DOMENICA DI AVVENTO 2018

TERZA DOMENICA D’AVVENTO

Sof 3,14-18a; Is 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

Strana la domenica della gioia di quest’anno … strana perché è fatta di due tonalità che paiono contrastanti, stonate se messe assieme. In realtà se leggiamo bene ci accorgiamo che questi due colori, queste due melodie, sono capaci di intrecciarsi in un’armonia calda, capace di farci leggere tutte le esigenze e le proposte della fede.

C’è una melodia aspra, addirittura spaventosa … ed è la prima che dobbiamo ascoltare; viene dal Battista: annunzia il Veniente, che in quel momento storico era Gesù di Nazareth che stava per rivelarsi come il Cristo di Dio, e lo presenta come il più forte che dà un battesimo di fuoco, un’immersione nel fuoco che purifica e toglie le scorie. Il Battista proclama che il Cristo viene con un’azione violenta come il vento che spazza via ciò che non è per il Regno veniente. Giovanni Battista usa un’immagine agricola, quella della trebbiatura che già i profeti avevano usato nella Prima Alleanza per parlare del giudizio del Signore: come il contadino che solleva alto in aria la pula e gli scarti per distinguerli dal grano, così farà il Cristo veniente!

Spesso si dice che qui il Battista si inganna perché Gesù, al contrario delle sue parole, sarebbe venuto non con questa violenza e nettezza ma con l’arma della misericordia … Penso che sia una lettura edulcorata e da immaginetta devozionale, un’immagine di Gesù dolciastra, sentimentaloide … il Battista lotta contro siffatte immagini “religiose” e rassicuranti; sono queste, infatti, immagini riduttive che conducono inesorabilmente ad un solo frutto terribile: la mediocrità di chi vuole vivere sommando l’insommabile!

Giovanni sta dicendo che il Cristo è esigente, che le sue domande sono compromettenti, che le sue richieste non ammettono edulcorazioni … alle tre classi di persone che lo interrogano il Battista risponde con quelle che saranno le esigenze imprescindibili dell’Evangelo: giustizia e amore.

È vero: Cristo ci pone delle richieste che ci lacerano, ci sconquassano, ci contraddicono! Nell’Evangelo di Matteo c’è quel detto di Gesù che turba tanto i “quietisti” di tutti i tempi: Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma una spada (cfr Mt 10,34). La spada è quella a doppio taglio tante volte citata nella Scrittura per dire come la Parola giudichi, distingua, chieda scelta di campo(cfr Is 49,2; Sal 149,6; Sap 18,15; Eb 4, 12; Ap 1, 16; 2, 12; 19, 15.21). tanto è vero che Luca riferirà lo stesso detto specificando cosa è la spada: è la divisione tra quelli che scelgono il Regno e quelli che scelgono il mondo. Nello stesso Evangelo di Luca, dopo le dolci scene del Natale, siamo condotti al Tempio dove il vecchio Simeone non usa mezzi termini per descrivere quel Bambino che ha tra le braccia: Sarà segno di contraddizione e svelerà i segreti di molti cuori, sarà pietra di inciampo; attraverso di Lui alcuni cadranno ed altri risorgeranno e aggiunge che una spada trafiggerà l’anima della Madre del Messia; e certo in Maria si adombra Israele che ha generato il Messia ma che per quel Messia si dividerà, in quel Messia Gesù troverà quel segno di contraddizione su cui operare scelte coraggiose e definitive (cfr Lc 2, 34-35).

Gesù non è venuto con un Evangelo dolciastro e rassicurante e non verrà così alla fine della storia! Gesù non lascia spazi aperti ad alcun compromesso con la mondanità e le sue potenze che sono quelle di Mammona: ricchezza, potere, possesso, orgoglio, disprezzo dei poveri.

Non si può essere di Cristo e non bruciare di quel fuoco che Lui è venuto a portare. Quel fuoco di cui bisogna ardere vigilando nell’attesa del suo giorno; quel fuoco che deve essere la scelta del “frattempo” che la Chiesa vive nell’attesa che si compia la beata speranza della sua venuta.

Chi non è disposto a bruciare fino a consumarsi per l’Evangelo è lontano dal Regno e non è un uomo dell’Avvento.

I rappresentanti de popolo che vanno dal Battista gli fanno la solita domanda: Che cosa dobbiamo fare? Il Battista risponde con chiarezza: bisogna prendere una decisione dinanzi a Colui che viene; questo valeva allora ma vale ancor più per noi che attendiamo il suo ritorno e sappiamo del suo amore fino all’estremo e sappiamo della vittoria del suo amore; una decisione che deve essere cosciente che il progetto della nostra vita attende una conclusione. Alla conclusione noi non vogliamo pensare e crediamo di poter

protrarre il “gioco” all’infinito per poter fare le nostre mosse a nostro piacimento. È proprio vero quello che Dostoevskij scrive nel suo romanzo “Memorie dal sottosuolo” (1864): L’uomo è un essere frivolo e incongruo e forse, come il giocatore di scacchi, ama solo lo svolgimento del gioco e non la conclusione. Pensiamoci … è davvero così! L’Avvento è un tempo per guardare alla conclusione; uno sguardo non terroristico ma consapevole e responsabile. Uno sguardo che può e deve trasformare il “gioco”!

Questa domenica è però detta domenica “Gaudete” perché in essa c’è un’altra melodia: appunto la melodia della gioia!

È vero: chi decide, guardando alla conclusione, per le esigenze nette e non equilibristi che del Cristo, prova in se stesso una pace e una serenità grandi. La paura non prende il sopravvento, è sopraffatta dalla fiducia nel Veniente. La melodia della gioia la intona in questa domenica già il profeta Sofonia con uno splendido canto in cui le parole che ricorrono e si rincorrono sono: gioisci, esulta, rallegrati, esulterà di gioia, si rallegrerà con grida di gioia come nei giorni di festa!

Sofonia annunzia che nella Gerusalemme rinnovata dalla scelta di fedeltà al Signore si ritroveranno, come in un grembo fecondo,, il Signore e gli uomini che hanno fatto del Regno la ragione delle loro scelte, della loro vita!

La gioia è anche il tema del cantico del Libro di Isaia che oggi ha il posto del consueto salmo responsoriale e la gioia è addirittura il comando di Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Filippi, un testo che nella traduzione latina della Vulgata ha dato il nome a questa terza domenica di Avvento: Gaudete in Domino semper. Iterum dico: Gaudete! (“ Gioite nel Signore sempre! Ve lo ripeto: Gioite!”)

L’uomo, pervaso da questa gioia, scrive Paolo, ha il dovere di mostrare l’ affabilità (in greco è “tò epieikés”). Che significa? Serenità, amabilità, tranquillità, bontà, dolcezza! Insomma chi è pervaso da questa gioia deve essere uno specchio di Dio.

Noi discepoli di Cristo, in questo mondo cupo, non dobbiamo aggiungere tristezze ma dobbiamo far esplodere la gioia! Non una gioia a basso prezzo ma scaturente dalle scelte radicali che si fanno nella sequela di Colui che attendiamo e che verrà con il fuoco e che ci chiede di vivere di fuoco!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Alexander Ivanov (1806-1858): Il Battista indica il Cristo presente (olio su tela, dipinto dal 1837 al 1857) (Mosca, Galleria Tretyakov)