TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO CRISTO RE

 

2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43

 

Oggi si parla di un re … una figura un po’ anacronistica … in ribasso sulle quotazioni del mondo … ormai i re sono sempre più pochi sui troni politici del mondo e questo, da un lato rischia di farci sembrare questo titolo dato a Cristo strano e fuori dalle nostre categorie culturali, un titolo quasi da fiaba, da un altro lato però, se i re umani scompaiono o sono solo figure rappresentative e simboliche dove ancora ci sono, questo ci dà la possibilità di guardare alla regalità del Cristo come a qualcosa di davvero diverso e altro. Se i credenti ancora chiamano Gesù re è perché vogliono dire qualcosa di certamente diverso rispetto a tutte le regalità pensabili.

            Già il Nuovo Testamento parla di una regalità altra che supera le regalità mondane ed anche quelle messianiche che Israele aveva sperimentato. Nella prima lettura, tratta dal Primo libro di Samuele ci è stata ricordata la regalità messianica di Davide. Le tribù di Israele la riconoscono mettendosi in alleanza con lui riconoscendo la vocazione che Dio gli ha dato di pascere il suo popolo. Ai tempi del Nuovo Testamento però l’esperienza monarchica di Israele è miseramente fallita e la regalità davidica è, per l’Israele fedele, solo una memoria di una promessa che la supera. Il re veniente sarà altro da quello che Israele ha sperimentato, da quello che i popoli sperimentano.

            Ma che alterità?

            Per comprendere dobbiamo prima porci un’altra domanda: chi è un re? Certamente è uno che guida, che pasce, come  già diceva il testo del Primo libro di Samuele con tutta la tradizione profetica; è poi uno nel quale possiamo dire si riassume la totalità del popolo … ma è soprattutto uno che ha l’ultima parola su coloro che lo chiamano re; è il Signore. La festa di oggi allora potremo chiamarla Solennità della Signoria di Cristo. Una signoria che va riconosciuta e accolta per quello che essa è nella sua alterità.

            La liturgia di oggi ci propone con crudo realismo questa alterità liberando la regalità di Cristo Gesù da ogni esito trionfalistico, di dominio…liberando la sua Chiesa dalla tentazione di farsi regno mondano stendendo tentacoli di supremazia sui regni e sugli uomini.

            Il Cristo è davvero re perché ha parole definitive sulla storia, è davvero re perché tutto regge con la sua parola potente (cfr Eb 1,3), è davvero re perché ha conquistato alla luce del Padre il mondo che si era gettato nelle tenebre di morte. Non bisogna dimenticare che è Gesù stesso che afferma la sua regalità. Nel Quarto Evangelo lo dice con chiarezza: Io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo. Se ci fermassimo qui sarebbe rischioso ma Gesù aveva anche detto, a scanso di ogni possibile equivoco: Il mio regno non è di questo mondo … non è di quaggiù (cfr Gv 18, 36-37) ed il passo dell’Evangelo di Luca che oggi si proclama lo mostra con una chiarezza limpida e spiazzante.

            Questo re è altro perché non salva se stesso! Salva gli altri, i suoi torturatori, quelli che lo insultano … salva noi! Per ben tre volte la tentazione lo aggredisce sul paradossale trono della croce: Salva te stesso! La tentazione gli ricorda che ha già operato la salvezza di tanti infelici, di tanti poveri, di tanti disprezzati … e davanti ai suoi occhi di crocefisso sono passati certamente i volti della peccatrice con il vasetto di profumo, del cieco che riapre gli occhi alla luce, dei lebbrosi con la loro pelle risanata, degli ossessi umanizzati, di Zaccheo raggiante di gioia e di speranza, dei suoi discepoli pieni di fiducia in un mondo diverso..li ha salvati! La tentazione gli ricorda che Lui può ma Gesù sa che è re, e anche i suoi uccisori l’hanno scritto in cima alla croce, ma è un re che salva il mondo perdendo se stesso. E questa alterità Luca vuole che noi la capiamo fino in fondo, una regalità davvero altra; Luca vuole che spazziamo via tutte le idee preconcette di regalità e anche di Messia … come l’evangelista ci dice questa alterità? Proprio nel titulus crucis, quel cartello posto in cima alla croce che dava ai passanti e l’identità del condannato e il delitto per cui stava su quel legno. In greco Luca così ci dice il testo del titulum: “O basileùs tõn Ioudaíon outos” che in italiano suona così: “Il re dei Giudei: questo!” Luca è chiarissimo; è come se ci dicesse: “!l re dei Giudei, il Messia è questo, questo crocefisso, questo perdente, questo che non salva se stesso … se pensate ad altra regalità state sbagliando!”

            Gesù aveva annunciato questo paradosso per tutta la sua vita, con tutta la sua vita: solo chi perde la propria vita la ritrova (cfr Lc 9,24)…e ora è lì a perdere la sua vita; se salvasse se stesso rinnegherebbe quel paradosso…e così da re paradossale rimane lì, confitto alla croce in un’impotenza totale e sceglie di salvare e non di salvarsi. Come ultimo atto della sua storia su questa nostra terra salva un povero, il più povero…uno a cui si è fatto simile fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Sulla croce, perdendo se stesso e donando salvezza senza salvare se stesso Gesù è davvero re, domina davvero. Domina quella tremenda “filautìa” che è amore di sé fino alla dimenticanza degli altri e di Dio; domina con l’amore e la misericordia l’odio che lo sta aggredendo inchiodandolo al legno dei maledetti; è re perché si fa ponte tra la terra dei poveri e degli ultimi ed il “paradiso” di Dio…nell’Evangelo di Giovanni Gesù dice: Io sono la via (cfr Gv 14,6) e qui vediamo come Egli sia davvero via; via per chi riconosce nel paradosso la sua regalità, via per chi, come il ladro crocefisso, non ha paura del suo peccato e sa consegnarlo a quelle mani inchiodate apparentemente impotenti ma paradossalmente capaci di aprire quel “paradiso” che l’uomo chiuse con la sua disobbedienza e dinanzi al quale saettava la spada di fuoco dei tremendi cherubini posti a guardarne la soglia (cfr Gen 3,24).

            Fu la negazione della signoria del Creatore a chiudere quelle porte che ora vengono spalancate all’ultimo dei figli di Adam, al più reietto e  misero, a questo ladro crocefisso che però riconosce, nel Crocefisso che gli sta accanto, il Signore che ha le chiavi della morte e dell’inferno (cfr Ap 1,18) e perciò è la chiave di Davide, se egli apre nessuno chiuderà (cfr Is 22,22).

            La Chiesa oggi, al culmine dell’Anno liturgico, contempla questo re che è ragione di ogni lotta quotidiana per la santità e la giustizia, questo re che le dà la forza per costruire il Regno sapendo che esso è sempre dono dall’alto, questo re che mette in crisi tutti i regni del mondo e tutte le pretese di potere, questo re che regna dalla croce.

            Alla fine dell’Anno liturgico la meta non è un compiacimento trionfalistico ma, ancora una volta, è una via contraddittoria alle nostre vie, la meta è una Signoria che non ci mette al riparo in una religione rassicurante ma ci chiede di rischiare di persona,  a caro prezzo (cfr 1Cor 6,20).

            Alla fine dell’Anno liturgico questo re si mostra a noi come possibilità di un modo pieno per essere uomini, vorrei dire del modo pieno per essere uomini: nell’amore che si dona, che non salva se stesso ma salva l’altro!

            Questo re è credibile perché senza svendere la sua Signoria si è fatto vicinissimo a noi ed alla concretezza della nostra umanità, fino alle nostre croci. Tanto vicino e prossimo che il ladro crocefisso lo può chiamare semplicemente Gesù (è l’unico in tutto l’Evangelo che lo chiama solo così, senza titoli…) e fa fiorire sulle nostre labbra quello stesso nome santo ogni giorno, nella confidente certezza che Lui è il Signore  che a tutto dona senso!

            Il Buon Samaritano termina così il suo viaggio, quello che Luca ci ha narrato in tutto il suo Evangelo durante quest’anno ed il finale è sconvolgente: è ferito come colui che ha soccorso! Ha le stesse piaghe e le avrà per sempre (cfr Lc 24,39) non per raccontare un eterno dolore ma per narrare un amore eterno…

            Di un Signore così ci possiamo fidare e possiamo camminare, pur tra le contraddizioni della storia, con l’ardente desiderio di pronunciare, come ultima parola delle nostre labbra, proprio come il ladro crocefisso, primo Santo del Regno, il nome del re fattosi compagno delle nostre vite:

 Gesù!

 

P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mal 3,3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto (siamo dopo il 70) e la vita della Chiesa è sì fiorente ma minacciata, già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo) … la fine del Tempio per Luca (come per tutto il NT) è segno potente della novità che è Cristo e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo tempio che è il Cristo crocefisso, risorto e vivente nella Chiesa.

            Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per grandiosità del Tempio e per le sue bellezze ed è detto “grande apocalisse lucana” mentre al capitolo 17 avevamo incontrata la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere; qui Gesù ci narra come sarà la storia e come in essa coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo potranno e dovranno camminare.  

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma neanche parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole che promettono una vicinanza provvidente che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Questa salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne e questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che da un lato anestetizza i credenti e dall’altro li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno … menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio; pensiamoci … il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente presentandosi come un idolo che chiede adesione: Molti verranno nel mio nome dicendo io sono … non seguiteli!Io sono”: è il santo nome di Dio ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare; gli idoli chiedono sequela (e lo fanno con seduzione potente e noi tutti lo sperimentiamo ogni giorno!) ma Gesù ammonisce: Non seguiteli! Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo Seguitemi! (cfr 5,11.27; 9,59; 14,27…) qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo a tale proposito è l’uso del suo nome; il credente può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo invece di farsi servo di quel santo nome. Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati “a causa del mio nome“. E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4,12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro …

Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione, se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo, ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, “la parola quella della croce” (1Cor 1,18) allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli … dagli amici. E’ terribile ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: come dicevamo, quando scrive l’Evangelo, è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli) e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti (l’ “iupomonè” di cui Gesù oggi parla è proprio la pazienza perseverante che è il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno, è la “resistenza”); insomma è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

 

                                            P.Fabrizio Cristarella Orestano

Rovine del Tempio di Gerusalemme (foto)

 

 

 

Le nostre pubblicazioni

Il monastero di Ruviano, insieme ad alcune famiglie, sta curando un laboratorio in vista di un progetto di apertura di una casa editrice. Tale progetto sta procedendo in continuità con gli incontri che abbiamo chiamato Anthropologos-Dialoghi in Monastero, in cui – sotto forma di dialogo tra diverse realtà o di conferenza – ci si interroga su varie sfaccettature del tema dell’umanizzazione.

Sono stati già pubblicati i primi due opuscoli relativi ai due incontri tenuti al Monastero tra 2018 e 2019. 

Movimenti ecclesiali e umanizzazione dell’uomo. Opuscolo relativo all’Incontro tenuto il 27 Maggio 2018

Comunità di famiglie e trasmissione della fede. Opuscolo relativo al 22 Giugno 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

In contemporanea, abbiamo avviato la pubblicazione delle omelie di Padre Fabrizio Cristarella Orestano, priore del Monastero, relative al tempo di Avvento/Natale Anno A.

Celebriamo il tempo di Avvento e di Natale. Proposte omiletiche anno A

I libretti sono disponibili presso il Monastero di Ruviano. 

Chi volesse riceverli direttamente a casa, può richiederli con una mail a editoria.mr@libero.it

In corso la pubblicazione delle omelie per il tempo ordinario, Anno A: è possibile già prenotarle mandando una mail all’indirizzo di cui sopra. 

TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38

La morte: la grande contraddizione. L’orrore che fa da muro ad ogni nostra presunzione, la diga che argina ogni nostra autosufficienza, la domanda che cerca instancabilmente un senso alla storia ed alle nostre piccole storie.

Gesù, nel passo dell’Evangelo di questa domenica, viene sfidato proprio sul terreno terribile della morte: su quel terreno su cui avverrà lo scontro finale tra l’amore misericordioso di Dio e l’odio del mondo che inchioderà il profeta di Nazareth, per la morte, su di una croce.

Questa volta, in questo episodio del racconto di Luca, la domanda da cui tutto scaturisce è posta a Gesù non dai soliti Farisei ma dai Sadducei; sono loro i provocatori: uomini di una classe ricca, aristocratica, fatta prevalentemente da sacerdoti del Tempio che credono più all’oggi pieno del loro potere politico ed economico che a qualunque altro futuro affidato ad altre mani, siano pure quelle di Dio. Questi non perdevano occasione per mettere in ridicolo l’ “assurda” credenza nella risurrezione dei morti. Cosa c’è di più evidente della morte e della sua definitività? Ecco ancora un’occasione per mettere in ridicolo i loro avversari; lo fanno con un esempio “grottesco”: una donna, sette fratelli che tutti la sposano …”se si risorge di chi sarà moglie?” I Sadducei si basano qui su una parola della Torah che nel Libro del Deuteronomio (25,5ss) stabilisce la cosiddetta legge del “levirato” (dalla parola ebraica “levir” che significa “cognato”); una legge tesa a garantire a tutti una discendenza, anche a chi ne moriva privo; questo sia per motivi religiosi (partecipare alla benedizione di fecondità data ad Abramo) sia per motivi più terreni come la conservazione dell’eredità.

Di fronte alla loro domanda tesa a screditare sia i nemici Farisei, sia lo stesso Gesù, questi risponde prima affermando il loro errore, sia dimostrandolo con un procedimento tipicamente rabbinico ma non privo di forza.

Gesù, prima cosa, mostra ai suoi interlocutori che il loro parlare è davvero banale e risibile. Non è risibile la fede nella risurrezione ma è risibile il loro pensare ad una risurrezione come prolungamento ed estensione del presente della storia; l’eternità cui l’uomo, tutto l’uomo (perciò si parla di risurrezione e non di immortalità dell’anima!), è chiamato dall’amore fedele di Dio, non è a “immagine e somiglianza” della storia … è una dimensione oltre la storia in cui non ci sarà più bisogno del matrimonio per garantire la  vita. La vita sarà custodita non dalla generazione ma dall’amore di Dio, sarà una vita che più non passa. La morte esige il generare, oltre la morte non occorre più generare. Si badi bene che il discorso di Gesù non svaluta il matrimonio ma lo pone con la sua grandezza al suo posto reale, all’interno della storia. Il matrimonio è profezia dell’amore e della vita e nell’eterno non avranno più bisogno d’essere profetati perché li possederemo.

Poi Gesù trae dalla Scrittura un argomento che sente come una prova: si rifà alla scena del Libro dell’Esodo in cui il Signore, dal roveto ardente, parla a Mosè e si definisce Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (cfr Es 3, 15). Per Gesù lì è la forza della certezza della risurrezione: Dio ha un legame così straordinario con gli uomini da farsi chiamare Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! L’argomento di Gesù è netto: Dio non avrebbe mai detto così riferendosi ad uomini precipitati per sempre nella morte … se così fosse sarebbe un Dio dei morti e non dei viventi. La Scrittura invece ci narra di un Dio creatore della vita, amante della vita e custode delle vita degli uomini e del cosmo; il Dio, fedele all’alleanza che ha stretto con quegli uomini, è il Dio d’una fedeltà che non può essere vinta neanche dalla morte. Il Dio dell’Alleanza fa dell’uomo una creatura capace di conoscerlo, di amarlo, di costruire la sua esistenza attorno a Lui e finalizzata a Lui. Se l’uomo è così legato a Dio, se l’uomo appartiene così a Dio, se l’uomo è colui che di Dio può dire E’ Lui il mio Dio! (cfr Es 15,2), questa creatura non può cessare di esistere. Questa creatura straordinaria che è l’uomo non può non partecipare alla pienezza di vita che Dio ha, che Dio è. Questa creatura è tanto amata che Dio non può permettere che sia caduca tanto da affondare in una morte senza scampo. 

Per Gesù la certezza della risurrezione è fondata sul legame d’amore con cui Dio ci lega a sé.

Certo, noi cristiani abbiamo un argomento in più rispetto a Gesù, anzi, abbiamo l’argomento decisivo e definitivo: la sua stessa Risurrezione! Nella Risurrezione di Gesù il Padre dà la risposta a tutte le paure dell’uomo di rimanere per sempre prigioniero della morte, nella Risurrezione di Gesù il Padre ci ha detto che dalla morte ci salva solo l’amore: l’amore che Lui ha per noi, l’amore come quello di Gesù suo Figlio, che è tale da non poter finire nella morte! Perché più forte della morte è l’amore: infatti la morte è disgregazione, spezzamento di vicinanze, l’amore invece è unità, è comunione, è dono dall’alto che vuole solo la vita dell’altro

Se qui Gesù proclama che Dio è il Dio dei viventi, nella sua Risurrezione ci porta per mano per farci attraversare la morte con amore, nell’ amore, nell’offerta di sé, nella restituzione puntuale a Dio di ciò che noi siamo, ci porta per mano in una terra di vita in cui Dio tutto ci restituirà: pienezza di vita, il nostro corpo, i nostri amori, le persone e le realtà che abbiamo amate … tutto, tutto … il Dio della vita ama tutto ciò che vive e tutto custodisce per la vita, nulla vuole che sia consegnato per sempre alla morte.

E’ questa la speranza che nutre i nostri cuori di credenti, è questa la consolazione che in Cristo Gesù ci è data in modo definitivo, come scrive Paolo nel tratto della Seconda lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi abbiamo letto. L’Apostolo qui è certo della fedeltà del Signore che conferma la sua Chiesa, ma è certo anche di un’altra cosa “realistica” e “misteriosa”: Non di tutti è la fede. Sì, se siamo capaci di credere, di  fidarci, di aderire vitalmente a Lui anche nel buio della storia, anche nell’attraversare la valle scura della morte, è solo per un dono di Grazia; un dono che ci rende depositari di una grande responsabilità. Una certezza, quella della nostra fede, che non ci deve vedere arroganti o presuntuosi destinatari di un aristocratico privilegio, ma umilmente chini nello stupore di qualcosa che abbiamo solo ricevuto in dono. Tanti nostri fratelli per la loro vita, per le loro vicende, per i loro pesi, per i loro dolori, per le loro umane incapacità strutturali “non possono credere”… questo noi dobbiamo saperlo per essere anche per loro un umanità nuova e , come diceva il grande von Balthassar, per credere per tutti, amare per tutti, sperare per tutti!

La morte: muro terribile di fronte al quale si gioca la nostra capacità di credere per davvero, di fidarsi del Dio della vita che è  più potente dei vincoli orrendi della morte. Noi cristiani abbiamo un tesoro di speranza da consegnare al mondo. Un tesoro che Gesù ci ha messo nelle mani non per possederlo come nostra consolazione ma per farci essere consolazione per il mondo che non crede, non spera, non ama.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Artisti vari e maestranze: Abramo, Isacco e Giacobbe (mosaico nella cupola del Battistero di San Giovanni, Firenze) (1225-1330)