Sesta Domenica di Pasqua

SESTA DOMENICA DI PASQUA

At 8, 5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14, 15,21

RESPONSABILI DELLA SPERANZA

Il Figlio si è narrato come buon pastore, il Padre ci è stato mostrato nel volto di Gesù, lo Spirito è promesso come risposta all’ansia dei discepoli che devono percorrere il mondo per portare l’Evangelo. Così queste ultime tre domeniche ci hanno portato per mano per guidarci nella comprensione ancor più radicale del mistero pasquale che abbiamo celebrato nei giorni santi della Pasqua ma che poi celebriamo, come discepoli di Gesù, in ogni giorno della storia.

La Comunità dei credenti sta nel mondo, con la forza umile dello Spirito che il Signore ha promesso ed ha donato, sulle tracce del Cristo che è il pastore bello che conosce ciascuno per nome; sta nel mondo con la capacità di narrare il Padre come ha fatto Gesù, suo Signore; anche la Chiesa, infatti, dovrebbe poter dire: “Chi vede me vede il Padre” … se la Chiesa narra Cristo, vedendo Cristo in questa narrazione, gli uomini “vedranno”, infatti, il Padre.

Questa sesta domenica di Pasqua fa risuonare subito una parola di Gesù, una di quelle parole forti ed interpellanti: Se mi amate osservate i miei comandamenti … una parola che, come sempre, ci mette spalle al muro, una di quelle parole audaci che gli evangeli pongono sulle labbra di Gesù per provocarci: l’amore per Lui non può essere fatto di parole o di belle intenzioni, l’amore per Lui si concretizza nel fare il suo comandamento … uso il singolare perché per il Quarto Evangelo è chiaro che c’è un comandamento estremo di Gesù che tutti racchiude e che è il cuore della sua volontà; è il mandatum novum che Gesù proclama più volte proprio nel contesto dei “discorsi di addio” di cui fa parte anche il testo che oggi leggiamo.

Come dico di amare Gesù? Solo in un modo: amando i fratelli come Lui ha amato! La Chiesa ama il suo Signore solo se essa è una comunità di fratelli che si amano in questo modo … così e solo così narrerà al mondo il vero volto di Dio. Chi ama ne ha la capacità perché è stato amato, chi si è lasciato amare da Cristo è riuscito a scoprire l’amore e, come scrive sempre Giovanni nella sua prima lettera, “amati amiamo” (cfr 1Gv 4,19).

Per assumere il mandatum novum è necessario aver sperimentato il suo amore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (cfr Gv 13,34; 15,17). Se la comunità dei suoi discepoli avesse timore non deve dimenticare che per custodire quest’amore avrà con sé la presenza di un Difensore: lo Spirito Paraclito. Lo Spirito difenderà Dio nel cuore dei discepoli, difenderà quell’amore di Cristo perché non sia dimenticato, difenderà il primato di dio e dell’amore del Crocefisso nel cuore dei discepoli perché solo per quella memoria essi saranno capaci di amare come Lui ha amato. Lo Spirito che il mondo non può conoscere, dice Gesù nel testo giovanneo di oggi, perché il mondo non ha fatto esperienza dell’amore di Cristo, non conosce di essere stato amato “fino all’estremo” e non può amare. Solo chi ha conosciuto l’amore ama e lo Spirito sarà per lui difesa e consolazione portandolo a riconoscere una cosa straordinaria: Dio dimora dentro di lui.

Chi ha conosciuto l’amore ed ama diviene responsabile della speranza. Pietro, nel testo straordinario della sua prima lettera che oggi è la seconda lettura, dice che il cristiano deve percepirsi come un uomo che deve rispondere della speranza che lo abita.

E’ la Pasqua di Gesù che lo ha immesso in un dinamismo di fede, di amore e lo ha acceso di speranza: chi ha incontrato il Risorto e si è sentito amato dalla sua passione d’amore fino all’estremo, si consegna a Lui nella fede e vive immerso nella speranza perché sa che la morte non è l’ultima parola. Pietro scrive che i credenti in Cristo devono essere sempre pronti a rispondere a chiunque chieda conto della speranza che è in loro.

E dunque qualcosa da fare sempre e cioè in ogni momento ed ambito della propria vita, è qualcosa poi che va data a tutti, a chiunque ne chieda conto; si deve essere sempre pronti a rispondere e questo significa essere responsabili! La speranza è la grande responsabilità dei cristiani perché solo loro possono darla compiutamente al mondo, perché solo loro hanno conosciuto le vere ragioni di una speranza radicale, quella del Cristo vittorioso sulle potenze delle tenebre e della morte. Come si è responsabili della speranza? Narrandola con tutta la propria vita e le proprie parole. Il cristiano narra una storia che, a partire dalla Pasqua di Gesù, ha un volto diverso … una storia nella quale è possibile vivere in modo alternativo alla vie mortifere del mondo, una storia nella quale si può rispondere con il bene al male perché si sa che il male è sconfitto già in radice dalla croce di Cristo che è stata proprio luogo di una risposta d’amore all’odio più cieco!

Il cristiano ha la radice della speranza perché non solo sa che la morte e l’odio del mondo sono sconfitti dall’amore crocefisso del Figlio di Dio ma anche perché sa di essere accompagnato dal Paraclito che è, come dirà Paolo (cfr Rm 5,5), l’amore di Dio versato nel suo cuore e perché sa che il Signore tornerà! Il testo giovanneo di oggi, infatti, termina con la promessa del ritorno del Signore: Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Nella teologia del Quarto Evangelo è certo un vaticinio della risurrezione ma è contemporaneamente anche un annunzio del ritorno finale del Figlio. Un ritorno che il discepolo attende nella certezza che il Signore Gesù prega il Padre (pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito) e quella preghiera di Gesù è un grembo in cui il credente può entrare per pregare; ogni preghiera della Chiesa avviene lì, nella preghiera di Gesù. E’ la preghiera di Gesù l’ “atmosfera” in cui vive ogni preghiera cristiana. Quando la nostra preghiera non è in Lui è una preghiera che non ha ali per volare, non ha vera forza di comunione con Dio.

Lo Spirito Paraclito che Gesù promette è Colui che diviene per il discepolo principio di vita interiore perché porta Cristo nel cristiano e fa il cristiano capace di abitare l’eterna preghiera del Cristo (cfr Eb 7,25).

  1. Fabrizio Cristarella Orestano



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VENTITREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Seguire Gesù è cosa seria, le vie di Dio non possono essere vie di compromessi

 

Sap 9, 13-18; Sal 89; Fm 9b-10.12-17; Lc 14, 25-33

 

Scegliere Gesù, il suo Evangelo è compromettente. Si tratta di sconvolgere la propria vita. Come Paolo che, come ci dice la Lettera a Filemone, si è lasciato mettere in catene, ha rinunciato ad una vecchiaia libera ed agiata per una via diversa, una via compromessa con Colui che si è lasciato legare sulla croce…Filemone stesso è interpellato da Paolo a lasciarsi capovolgere per l’Evangelo: deve accogliere il suo schiavo fuggiasco (per il diritto romano lo avrebbe potuto far crocifiggere senza pietà) come fratello perché ormai Paolo l’ha generato alla fede. Filemone non deve crocifiggere lo schiavo fuggiasco ma l’uomo vecchio che è in lui…

La duplice parabola che Gesù narra nel brano evangelico di questa domenica ci invita a fare dei calcoli: posso costruire la torre? posso affrontare un nemico potente in battaglia? Nei due esempi il calcolo è su cosa si possiede, su cosa si ha per poter costruire la torre o affrontare un nemico in battaglia, in realtà però Gesù ci chiede di fare un altro calcolo: a cosa siamo disposti a rinunciare?

Seguire Gesù è cosa seria, le vie di Dio non possono essere vie di compromessi perché, come scrive Paolo ( cfr Gal 6,7), Non ci si prede gioco di Dio. La sequela, il discepolato hanno delle precise esigenze che non sono eludibili. Per tre volte, nel passo odierno di Luca, Gesù dice un’espressione che può suonare dura: Non può essere mio discepolo. Gesù non si lascia sedurre dalle folle che lo seguono, non cerca di compiacerle o di blandirle addolcendo il suo messaggio, anzi pare voglia scoraggiare una sequela qualsiasi, magari sollecitata da facili entusiasmi.

Il piccolo gregge di cui parlava al capitolo 12 deve essere nella verità e formato da gente consapevole, forse anche fragile, ma disposta a lottare (Lottate per passare per la porta stretta cfr Lc 13,24).

La verità di questa sequela per Gesù è subordinata a tre condizioni: bisogna dare a Lui un primato assoluto, bisogna prendere la propria croce e mettersi sui suoi passi, bisogna rinunziare a tutti i propri averi. Un testo questo che allora pone delle esigenze chiare, dure, in cui ogni via di addolcimento è tradimento…esigenze che hanno un solo scopo: essere discepoli di Gesù. Non c’è altra promessa esplicita: non la vita eterna, non la beatitudine, non la pace del cuore, non la libertà; certo, poi si sperimenta che il discepolato autentico porta anche tutte queste cose per la nostra concreta esistenza, ma Gesù qui non vuole dirlo, vuole che noi ci fidiamo di Lui, della sua via, dei suoi passi, delle sue scelte. Mettersi a seguire Gesù non è una scelta che può essere in parallelo ad altre scelte, ad altri primati, seguire Gesù, dirsi suoi discepoli, non può convivere né con la mediocrità, né con la sapienza umana che spesso si configura nel buon senso del mondo. Il testo del Libro della Sapienza, che è stato proclamato come prima lettura, ci pone dinanzi a quella Sapienza di Dio che sorpassa le nostre vie e dice: Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto? Noi, allora, possiamo percorrere vie altre, vie di Dio, vie della sua sapienza perché in Gesù ci è stata donata la sapienza di Dio, Lui è la Sapienza che viene dall’alto; in Lui ci è stato pure donato lo Spirito di Dio. Guardando a Gesù, però, scopriamo che la sua sapienza è quella della croce e la sua via è quella della rinuncia a possedere perché grande è il rischio di farsi imprigionare dalle cose.

Accogliere la Sapienza che è Cristo e sceglierlo dandogli un vero primato per cui tra Lui e mio padre scelgo Lui, tra Lui e mia madre scelgo Lui, tra Lui e mia moglie e i miei figli scelgo Lui, tra Lui e i miei fratelli e sorelle scelgo Lui e, se farò così, poi ritroverò padre e madre e moglie e figli e fratelli e sorelle. Ricordiamo che Gesù vuole un primato ma un primato che non cancella gli altri amori; un primato che significa che in testa ai nostri amori ci deve essere l’amore per Lui che libera tutti gli amori dai lacci di morte, di possesso, di egoismo. Questo è essere discepolo.

Accogliere la Sapienza che è Cristo è prendere la propria croce e seguirlo. E qui bisogna essere molto attenti a non banalizzare la croce, a non usarla per giustificare il male, a non mettere croci sulle spalle degli altri; la croce è cosa serissima. Scrive Enzo Bianchi: La croce non è metafora delle semplici avversità quotidiane ma è memoria dello “strumento della propria esecuzione” per mettere a morte l’uomo vecchio. Prendere la croce è essere disposti a crocifiggere l’uomo vecchio, è fidarsi delle vie altre di Gesù in un amore fino all’estremo che è costoso, come fu costoso per Gesù.

Chi espone la croce sul proprio petto o sui muri delle sue stanze è uno disposto a questo perché non si può fare della croce solo l’emblema cristiano (magari contro gli altri!) o un monile ornamentale o, peggio ancora, uno strumento di potere! E’ tradire Cristo, è prendersi gioco di Dio, della serietà del suo amore fino all’estremo. Essere discepoli è prendere sul serio la croce di Cristo!

Accogliere la Sapienza che è Cristo è rinunziare all’ avere per non ricevere identità da ciò che si possiede ma solo dalla propria autentica umanità. Cristo ci umanizza perché Egli è il Figlio eterno che ha scelto l’uomo e i suoi discepoli non possono essere che uomini dinanzi ad altri uomini; non ricchi di fronte a ricchi, non poveri di fronte a poveri, non ricchi di fronte a poveri…ma uomini di fronte, accanto ad altri uomini!

Possiamo bere questo calice? (cfr Mt 20,22)

Siamo disposti a questa Sapienza che il mondo non può comprendere?

Sediamoci e facciamo i nostri calcoli, facciamo le nostre scelte; fuori da ogni via di mediocrità!

 




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ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Ap 11, 19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15, 20-26a; Lc 1, 39-56

  

Il mistero di Maria ci appartiene, ci coinvolge, ci mostra l’esito della storia e ce lo mostra in una di noi; sì, Madre di Dio, sì immacolata per grazia ma una di noi. Maria non solo è parte della Chiesa, come il Concilio ci ha detto con chiarezza, ma è anche icona della Chiesa.

Riguardo a Maria credo bisogna uscire una volta per sempre dalla logica del privilegio da ammirare per  contemplare in Lei l’aspetto rivelativo, cioè quel mistero di Dio che l’ha toccata ed invasa per toccare ed invadere anche noi… Nulla di ciò che accade a Maria è estraneo alla Chiesa e quindi a ciascun credente; ciò che accade a Maria è rivelativo per ciascuno di noi…perfino il generare Cristo, perfino il suo mistero di innocenza; fino alla destinazione alla gloria.

Nulla in Maria è assoluto privilegio, tutto in Lei è evangelo per il mondo.

La solennità di oggi è la memoria della sua morte e della sua partecipazione alla risurrezione del Cristo. Si badi bene che il dogma non afferma che Maria non sia morta ma che, trascorsi i giorni della sua vita terrena, è stata risuscitata dal Padre. Insomma, la resurrezione della carne che noi attendiamo per Lei già si è compiuta. D’altro canto se il Cristo, il Figlio eterno di Dio è passato per la morte, perché non avrebbe dovuto passarvi la Madre? Tanto più che a nessuno è risparmiato quel transito attraverso il buio della morte, La resurrezione, dicevamo nel tempo di Pasqua, vince la morte non saltandola a piè pari ma attraversandola. Anche Maria l’ha attraversata come ha attraversato la storia, come ha camminato nella storia custodendo prima il Cristo nel suo seno, poi custodendo la parola e gli eventi di salvezza (cfr Lc 2,20.51).

L’Evangelo di oggi ci mostra Maria in viaggio dopo l’annunzio dell’angelo…la cosiddetta Visitazione; una pagina questa che oggi è proclamata non per mostrarci la carità di Maria, come a volte si dice in certe letture moralistiche, ma per mostrarcela in un viaggio che è segno del suo camminare nell’avventura umana sulle tracce del Cristo suo Figlio e nei percorsi degli uomini. Maria attraversa tutte le crisi umane ma con il Cristo, in Lui e per Lui…e portando Lui… Ed in questo quanto è palese che Maria  è consegnata nella Scrittura per dire alla Chiesa la sua vocazione, le vie autentiche da percorrere, la sua identità!

La pagina di Luca che oggi è proclamata e che culmina con il grande canto del Magnificat, canto di Maria ma soprattutto della Chiesa (e non è un caso che la Chiesa lo intoni ad ogni vespro), è un ricalco abilissimo del testo del Secondo libro di Samuele (cfr 2Sam 6,1-15) in cui Davide trasporta l’Arca Santa…l’assunto di Luca è chiaro: Maria è l’Arca Santa che contiene la presenza di Dio (Essa qui è già gravida), una presenza che porta consolazione, pienezza di gioia e di danza (Giovanni danza nel grembo di Elisabetta come Davide danzava davanti all’Arca). Insomma Maria è la visita di Dio che porta gioia…Zaccaria, nel suo canto di lode (cfr Lc 1,68), lo dirà esplicitamente: Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha “visitato” e redento il suo popolo! La casa di Zaccaria ha sperimentato quella visita di Dio certamente con la nascita inattesa del Battista, ma soprattutto con la visita di Maria.

Il passo dell’ Apocalisse, che costituisce la prima lettura, inizia proprio con una visione dell’Arca che si mostra nel cielo e, quasi con una dissolvenza cinematografica, Giovanni sovrappone all’Arca la Donna vestita di sole (partecipa della luce di Dio in cui si avvolge come in un manto, cfr Sal 104,2), coronata di dodici stelle (è compimento di Israele, cfr Gen 37,9), con la luna sotto i piedi (attraverserà il tempo, la storia; infatti la luna per Israele è l’astro che segna lo scorrere dei mesi, del tempo). La visione della Donna narra in un attimo a Giovanni tutta la vicenda salvifica di Gesù: la Donna partorisce un Figlio maschio destinato a dominare tutte le genti con scettro di ferro (è il Messia e la citazione del Sal 2 lo rende palese) ma il drago si avventa sul Figlio per divorarlo ma Dio lo rapisce presso il suo trono…la Donna fugge nel deserto. E’ la storia della salvezza operata in Cristo Gesù nella quale si compie la presenza di Dio (l’Arca) e la Donna è Israele, è l’umanità, è Maria, e la Chiesa…sì, la Chiesa che vive il frattempo della storia ma in un tempo che finirà  per versarsi nell’eterno di Dio(un tempo, due tempi e la metà di un tempo – cfr Ap 12,14 – che poi sono i milleduecentosessanta giorni del testo che abbiamo ascoltato e cioè tre anni e mezzo). Tutto il Libro dell’Apocalisse sarà la narrazione di questo tempo della Chiesa tra le tribolazioni della storia e le sue lotte e contraddizioni ma alla fine la Sposa sarà adorna e pronta (cfr Ap 21,2) nella visione di infinita speranza della Gerusalemme perfetta in cui non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né dolore.

La festa di oggi ci dice che tutto ciò è già avvenuto alla Donna, a Maria, alla Madre. Oggi in Lei ci è data la caparra della speranza, in Lei il nemico che è la morte è già stato annientato (cfr il testo della Prima lettera ai cristiani di Corinto che abbiamo ascoltato).

Ci chiediamo: ma tutto non ci è stato già detto e soprattutto dato in Gesù Cristo morto e risorto per noi? Certo! E allora questa festa di oggi? Mi piace pensare una cosa: è assolutamente gratuita! Tutto in Maria è gratuità! Tutto è solo Grazia! Anche questo evento di Grazia…oserei dire che è “inutile”…per noi che siamo Chiesa è un’ulteriore carezza di Dio che così ci indica ancora la meta in un cuore di donna, in un cuore di madre.

 




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DICIASSETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

PADRE, SIA SANTIFICATO IL NOME TUO

Gen 18, 20-32;  Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

 

L’Evangelo di oggi ci conduce ad un punto nevralgico della nostra vita di fede: la preghiera; qualcosa che oggi tanti cristiani reputano un “lusso” per pochi e non una necessità per tutti i discepoli, quasi una “fissazione” di alcuni che non si rendono conto delle urgenze “pratiche” della vita e del mondo contemporaneo. E’ la grande, folle eresia del “fare” che appesta le vie della Chiesa e che le toglie vita ed energie. Gesù non la pensa così, né viveva impregnato in un fare urgente con cui si sottraeva al Padre… Per parlare della necessità della preghiera (e l’Evangelista lo farà a più riprese nel suo Evangelo e sottolineando sempre il pregare di Gesù) Luca parte dal “Padre nostro” (diciamo così per assimilazione a Matteo in quanto in Luca si invoca semplicemente dicendo Padre). Questa, come ben sappiamo, non è una formula da ripetere con fedeltà alla lettera tanto è vero che quella che oggi ascoltiamo è una versione molto diversa da quella di Matteo che la Chiesa usa abitualmente nella sua liturgia.

Proprio il fatto delle due formulazioni diverse di questa preghiera ci fa capire che qui non sono le parole che contano e neanche quando si tratta di parole che gli Evangeli pongono sulle labbra di Gesù. Quello che conta è il sentire la dipendenza, la povertà di fronte al Signore … quello che conta è sentire con l’Evangelo … nel Pater troviamo tutto quello che Gesù ha detto, rivelato, vissuto … chi prega il Pater, nello spirito del Pater, deve avere nel cuore gli stessi interessi di Gesù, deve avere a cuore le stesse cose che Gesù aveva a cuore, deve essere uno deciso a vivere la vita come la visse Gesù, a correre i suoi stessi rischi e avventure …

Luca, infatti, inizia semplicemente con la nuda invocazione Padre; così ci porta nello stesso tono di confidenza di e filialità di Gesù. E’ l’invocazione tipica che troviamo sulle labbra di Gesù e soprattutto durante la Passione (cfr 22, 42; 23,34.36). L’orante cristiano prega da figlio e per farlo prega nel Figlio. Qui è tutta l’originalità cristiana: una preghiera non fatta davanti a Dio ma in Dio e questo è possibile solo in Cristo. Il cristiano prega stando nella Trinità e questo perché è inserito in Cristo.

La preghiera continua chiedendo che il Nome del Padre sia santificato. Un’espressione questa da leggersi nella chiave che ci dà Ezechiele nel suo libro di oracoli al capitolo 36, 22-29; in quel testo Dio promette che “santificherà il suo Nome” purificando il popolo dalle sue sozzure e miserie ed aggiunge: “mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi”. Insomma non si tratta di riconoscere genericamente Dio e proclamarne la santità (cioè l’alterità) tra le genti, ma si tratta di rendersi disponibili a Lui perché sveli nella storia il suo volto e lo faccia nella comunità dei discepoli. Si prega qui che la comunità, la Chiesa, divenga trasparenza di Dio, della sua presenza e santità.

Si chiede poi che venga il Regno; per molti studiosi questa richiesta non sarebbe l’originale domanda di Luca; venga il tuo Regno sarebbe frutto di assimilazione all’invocazione della versione di Matteo. Infatti alcuni codici hanno qui un’altra domanda: “venga su di noi il tuo Spirito e ci purifichi”. Mi pare molto aderente alla domanda precedente (e al retroterra di Ezechiele cui accennavo); infatti, per essere trasparenza di Dio abbiamo bisogno che venga su di noi Colui che ci può purificare e rendere trasparenza di quel Volto. Mi sembra anche che questo crei un’inclusione con il finale di questa sezione sulla preghiera: il Padre vostro celeste darà lo Spirito a coloro che glielo chiedono. Se verrà lo Spirito a renderci trasparenza di Dio ecco che il Regno verrà di conseguenza e sarà visibile già nella storia in coloro che si rendono disponibili a quest’opera di Dio. Come si vede qui non si tratta di fare qualcosa ma di permettere a Dio di operare nel discepolo. E’ questa un’opera che si attende ed a cui ci si rende disponibili con coraggio.

Segue poi la domanda sul pane quotidiano, quello che Luca chiama “epiousios” cioè “necessario”. Senza accumuli come chiede il Signore durante l’Esodo circa la manna (cfr Es 16,20).

Segue poi la domanda del perdono. Luca non usa il termine debito che in ambiente greco non avrebbe avuto un significato religioso ma mantiene il termine debitore forse per indicare che ai fratelli bisogna condonare anche i debiti materiali e non solo le offese morali. Per Luca poi è più chiaro che in Matteo che il perdono di Dio precede e che il nostro perdono si plasma sul suo e ne è una conseguenza: perdona i nostri peccati perché anche noi perdoniamo ai nostri debitori.

Si parla poi di tentazioni e a tal proposito si è tanto discusso su quell’ indurre in tentazione. Certo la Scrittura e la lingua ebraica stessa non distinguono molto tra causa prima e causa seconda, causa attiva e causa permissiva, ma il problema di questa domanda del Pater non è qui. Bisogna invece chiedersi: di che tentazione si tratta? Luca usa il termine “peirasmòs” che userà anche per le tentazioni di Gesù di cedere alle lusinghe della potenza e sicurezze umane nelle sue scelte messianiche (4, 1-11) e per le tentazioni che la comunità credente subirà nell’ora della croce (cfr 22, 28ss); inoltre Luca usa questa parola per quello che può appesantire il cuore tanto da soffocare la Parola, sono quelle prove quotidiane che logorano il coraggio e l’entusiasmo degli inizi della sequela (cfr 8, 13-14 nell’ambito della parabola del seminatore). Il discepolo, ci dice Gesù, deve chiedere di essere liberato da tutto ciò: lusinghe del mondo e delle sue potenze, fuga dalla croce e dalle sue vie, appesantimenti che fanno tornare all’uomo vecchio. Non si chiede di essere esenti dalla tentazione ma di saperla attraversare. Lì si mostrerà la fedeltà (cfr Gc 1,2ss). Diceva S. Antonio il Grande: “Togli la tentazione e nessuno si salverà!”.

La parabola che chiude questa sezione sulla preghiera è molto semplice e ci pare, di primo acchito, un invito all’insistenza, un invito alla confidenza con Dio, a comportarsi con Dio come ci si comporterebbe con un amico che si sa di poter sempre importunare. In realtà per Gesù il centro della parabola è altrove: è la certezza dell’esaudimento! Essenziale nella preghiera è sapere che c’è Uno che ascolta; è sapere che c’è Uno che ci dà quello che è buono. Il paragone sorprendente del padre che non dà al figlio né il serpente, né lo scorpione ci vuole condurre a questo e a non pensare alla preghiera ed al suo esaudimento con la logica dell’obbedienza di Dio alle nostre richieste a volte miopi e piccine; quello che è certo e che il Padre non nega lo Spirito a chi glielo chiede. Nello Spirito sarà possibile sentire davvero come Dio a volgere lo sguardo con Lui verso ciò che davvero è necessario per il Regno. D’altro canto Abramo, nella celebre scena dell’intercessione che abbiamo letto nella prima lettura, fa questa esperienza e di coraggio nella preghiera ma soprattutto di lasciarsi condurre da Dio a fare sue le intenzioni di Dio ed i suoi pensieri.

Per pregare abbiamo bisogno di una certezza: Dio ci ascolta; noi preghiamo in Lui attraverso Gesù Cristo e, come scriveva Bonhoeffer: “Se Dio non esaudisce sempre le nostre preghiere Egli è sempre fedele alle sue promesse!

Questo ci basta?

Al suo discepolo Gesù sogna che questo basti!

p.Fabrizio Cristarella Orestano




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