SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

 Gen 15, 5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9, 28b-36

 

E’ la domenica della Trasfigurazione e la liturgia della Quaresima ci dona oggi uno squarcio di luce gloriosa, una gloria però che è a caro prezzo (1Cor 6,20).

Luca, che oggi leggiamo, non usa questo termine, in greco metamorphosis, che giudica ambiguo per i destinatari di origine pagana del suo scritto che conoscevano metamorfosi di dei e ninfe; Luca dice che l’aspetto del suo volto divenne altro e il vestito di lui bianco sfolgorante. Si badi bene, non un altro volto ma un volto altro, un volto cioè che accoglie in pienezza e concretamente, visibilmente addirittura, l’alterità di Dio … il luogo di questa emersione dell’alterità di Dio sul volto di Gesù è la preghiera; per Luca tutto avviene mentre Gesù pregava. La preghiera è spazio in cui l’uomo accoglie l’alterità, la santità di Dio. Il volto è il luogo dell’identità e quell’identità ora, in Gesù, coincide, anche visibilmente, con l’alterità di Dio. Il volto di Cristo è narrazione di Dio … ecco la trasfigurazione cosa vuole affermare … è quanto il IV Evangelo dirà, con il suo linguaggio diverso, già nel Prologo: “Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio Unigenito, che è rivolto verso il seno del Padre, lui lo ha narrato” (cfr Gv 1, 18). Il tema della preghiera di Gesù in questo racconto deve investire anche la nostra idea di preghiera: la preghiera agisce davvero su chi prega, lavora sulla sua identità (il volto), la preghiera fa emergere il nostro profondo. Il tutto nel racconto di Luca avviene nella “conversazione” di Gesù con Mosè ed Elia; la preghiera di Gesù è allora ascolto della Parola contenuta nella Scrittura, un ascolto che è davvero, come dicevano i Padri, conversazione con Dio e con chi è vivente in Dio; preghiera che diviene viva esperienza della comunione dei santi. È straordinario l’accumulo di temi che questo testo può suggerire alla nostra riflessione!

Luca, in questo stesso capitolo del suo evangelo, narra come l’Evangelo del Regno cominci a correre per le strade degli uomini; il capitolo infatti si apre con Gesù che invia i discepoli a predicare l’Evangelo nei villaggi della Galilea. Questa predicazione suscita un’eco che ascoltiamo risuonare sulla bocca della gente la quale esprime le più svariate ipotesi sull’ identità di Gesù (cfr 9,7-8); l’eco della gente rimbalza sulle labbra vili e stupite di Erode Tetrarca che si chiede: Chi è dunque costui? (cfr 9,9). Segue poi, in un clima di profonda pace, nella preghiera (Luca è il solo degli evangelisti che ambienta questo episodio in un clima di preghiera) la domanda di Gesù ai suoi discepoli: La gente chi dice che io sia? e poi la domanda più compromettente: E voi chi dite che io sia? E Pietro risponde: Il Cristo di Dio! (cfr 9,18-22).

Dunque: la gente, Erode, i discepoli, Pietro … possibili risposte che l’uomo è capace di dare circa l’identità di Gesù; nel passo evangelico odierno è però il Padre a dare finalmente la risposta definitiva: Questi è il Figlio mio, l’Eletto. Ascoltatelo!

Iniziando la Quaresima domenica scorsa, abbiamo capito che c’è una lotta da compiere, oggi la voce stessa del Padre risuona per indicarcene la via: l’ascolto. L’antico, fondante precetto di Israele, Shemà, ora ha un indirizzo preciso: l’ascolto va teso verso di Lui, verso Gesù, verso il Figlio, l’Eletto. La sua identità ormai traspare dal suo volto

         Pietro, Giovanni e Giacomo sono per Gesù compagni d’una ascesa faticosa al monte della preghiera e lì vedono il volto di Gesù diventare altro e le sue vesti sfolgorare; ci sono Mosè ed Elia e Luca è il solo evangelista a precisare di cosa discorrono con Gesù: del suo esodo, quello che avrebbe compiuto a Gerusalemme … è l’esodo doloroso che Gesù affronterà passando per le acque di morte, per l’abisso della sofferenza. Poco prima (9,21-24) Gesù aveva detto ai suoi discepoli una parola scandalosa sulla necessitas passionis , una parola accompagnata da uno sconcertante invito a stare con lui in  quell’atto di amore e di offerta di sé: è necessario dimenticarsi per seguirlo e chi saprà perdere la vita la troverà e chi la vorrà preservare la perderà; ora sul Tabor il Padre chiede che si ascoltino proprio quelle sue parole scandalose, chiede ai discepoli di accettare quel Figlio Eletto che passa per lo scandalo della croce. Solo lui è il suo Figlio; solo lui è da ascoltare; non si ingannino ascoltando altri con parole magari più allettanti.

La strada è così tracciata anche per questa nostra Quaresima: la lotta è possibile perché Cristo ha vinto, ma ha vinto a caro prezzo (1Cor 6,20), non si può ingaggiare quella lotta se non passando per quell’esodo doloroso. Altre vie non sono possibili.

         Pietro, affascinato dalla luce del Tabor commette un errore gravissimo, un errore che si porterà dietro sino alla fine dell’Evangelo quando quello stesso errore lo precipiterà fino al rinnegamento del Cristo sofferente. L’errore di Pietro è di voler dimorare nella luce della Pasqua senza passare per la passione; è un gran rischio volere la gioia e la pace sfuggendo la ruvidezza della croce. Luca ironicamente commenta che Pietro non sapeva quel che diceva; sì, Pietro è un incosciente, come spesso accade anche a noi, vorrebbe delle scorciatoie e in Matteo e Marco osa suggerirle anche a Gesù che lo apostrofa con il terribile nome di Satana. Scorciatoie a portata di mano: l’illusione che la vita sia la conquista dello star bene e basta … ad ogni costo; anche a prezzo dell’oblio di quanti sono nel dolore e nella morte: meglio dimenticarli, ci sporcano le illusioni … è un rischio che oggi, in questo oggi concreto della nostra Italia si corre con molto, molto pericolo!          Il rischio, in fondo, è quello che dice Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Filippi che oggi si proclama: comportarsi da nemici della Croce di Cristo!

L’Evangelo invece ci indica la via di Gesù, una via che è tutt’altro; è la via della compromissione senza mezze misure per un esodo che riguarda tutti gli uomini. Gesù ci rivela il volto altro di un Dio che davvero si compromette, che all’uomo si offre tutto e senza riserve: Abramo, protagonista del racconto di Genesi che è la prima lettura di questa domenica, sperimenta infatti un Dio che si impegna personalmente al sacrificio, che passa lui solo tra gli animali squartati impegnandosi appunto a versare il sangue. I due contraenti, in questo tipo antichissimo di alleanza, passavano assieme tra le bestie squartate per proclamare che ogni infedeltà al patto li avrebbe condotti a quella stessa fine cruenta; ad Abramo, però, non viene chiesto di passare tra quel sangue, solo il Signore lo farà facendosi così carico di tutte le infedeltà all’alleanza.

L’ombra della Croce si allunga da quella notte di Abramo fino alla luce del Tabor; ormai è l’ora di seguire il Signore in un esodo che egli è pronto ad inaugurare con il suo sangue e che bisogna accogliere con il coraggio di perdere la propria vita per conquistarla davvero.

La via sicura? Ascoltarlo rifiutando le squallide scorciatoie che il tremendo buon senso del mondo è sempre a suggerirci.

 

 P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Giovanni Bellini (1430-1516): La Trasfigurazione (NapoliGalleria Nazionale di Capodimonte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 6, 1-2a.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5, 1-11 

Gesù non si accontenta della barca di Pietro per parlare alle folle; vuole di più: vuole il cuore di Pietro.

E’ stupefacente ma il cosiddetto primato di Pietro ha origine nella miseria, nel peccato di Pietro!

L’incontro di Pietro con Gesù genera in Pietro una crisi, una tempesta nella sua vita quieta, colma di sicurezze, piena di idee anche audaci (se vogliamo dar credito al IV Evangelo era anche uno che stava nel deserto, vicino a certi gruppi messianici, forse violenti, come l’appellativo “barjona” che Gesù gli dà al capitolo 16 di Matteo fa pensare; i “barjona”, infatti erano un gruppo di opposizione violenta ai romani) ma molto sicura di sé. Nel passo di oggi Gesù lo “crea” pescatore di uomini… c’è qualcosa di essenziale da mutare nella sua esistenza. Ogni crisi, dobbiamo dircelo, è un momento di verità nella vita di ognuno di noi; spesso attraverso una crisi Dio agisce in noi. Il racconto di Luca che oggi passa nella liturgia ci mostra che l’inizio della sequela di Pietro sorge in un momento di crisi. 

Per Luca la sua esperienza con Gesù si snoda in un riconoscersi peccatore dinanzi all’Inviato di Dio fino alla caduta più disastrosa di quel triplice e vile rinnegamento dell’Amico e del Maestro; una caduta  in basso lì dove più miseri non si può né essere e nè apparire. Pietro inizia tutto in una crisi profondamente umana e alla fine dovrà passare anche per la crisi di quella sequela che sulle rive del lago era iniziata; una crisi, questa del rinnegamento, che sarà il possibile ricominciamento.

La  vicenda di Pietro è però stretta pure tra due misericordie: la misericordia che lo chiama nel  suo peccato e lo invia ad essere pescatore di uomini, la misericordia che lo guarda con amore nel cortile di Caifa dopo il canto del gallo. Pietro è un peccatore perdonato che si fa vincere dall’amore misericordioso di Dio che si manifesta in Gesù.

La potenza della parola di Gesù che attira le folle, la potenza del segno della pesca feconda ed abbondante si manifesta ancor più nella sua misericordia; Pietro avverte subito la distanza tra lui peccatore e quel profeta straordinario nel quale Dio parla ed agisce … la crisi è la improvvisa consapevolezza della sua miseria e il crollo di tutte le sue presunzioni e sicurezze.

 Pietro però dovrà scoprire che il suo peccato non è una diga che impedisce l’incontro con Dio; no! l’incontro con il Dio di Gesù, con il  Dio della rivelazione cristiana avviene proprio su quel terreno, sul terreno della miseria, del peccato, sul terreno di quella crisi che smantella le umane sicurezze e costruzioni.

Pietro parte peccatore e consapevole del suo peccato, reso ancor più palese dalla santità di Dio che risplende in Gesù e giunge, alla fine dell’Evangelo, ancora peccatore e capace di scendere in un abisso di miseria e di viltà … Luca, unico ad annotare questo particolare, ci narra che dopo il rinnegamento (Lc 22, 60-62), senza aspettare le lacrime di Pietro, Gesù lo guarda mentre il gallo canta … Luca scrive in greco non di un semplice sguardo ma di un guardare dentro (verbo “enblèpo”); Gesù ancora gli guarda il cuore … è quello che Gesù vuole da Pietro … penetrato da quello sguardo pieno di amore Pietro si ricordaesce fuori e piange

In quella notte di tenebra e rinnegamento Pietro è completo. Ora davvero può partire per essere pescatore di uomini; Luca anche in questa espressione è sottile: non usa come Marco e Matteo la parola pescatore ma un participio che significa colui che prende vivo. Luca pensa al fatto che i pesci veri, catturati in una comune rete, muoiono, ma la pesca che Gesù chiede a Pietro  di intraprendere è per la vita; la rete di Pietro e della Chiesa non è per la morte ma per la vita; Pietro è al servizio di Cristo che ci vuole afferrare e conquistare (cfr. Fil 3,12) ma per condurci alla vera vita.  A Pietro su quella riva di lago sta accadendo proprio questo: Gesù lo sta pescando per la vita, lo sta afferrando e sta aprendo i suoi orizzonti ristretti e mediocri; lo sta sospingendo “al largo”, anzi in greco Luca scrive “vai verso il profondo”il profondo di sé, della storia, degli uomini. Così Pietro potrà essere l’uomo che Gesù sogna … il cammino però sarà lungo; Gesù aprendogli gli orizzonti e portandolo nel profondo della storia lo vuole condurre verso un mondo senza confini, verso una inimmaginabile pienezza.

Il cammino di Pietro sarà lungo e lo sarà anche per noi; un cammino che parte da un coraggio che è necessario avere: lasciarsi mettere in crisi da Dio, lasciarsi toccare dal fuoco di Dio … Isaia fece questa stessa esperienza dinanzi alla maestà del Dio “tre volte santo”… quel fuoco giunse al profondo della sua vita e gli fece fiorire sulle labbra la parola di salvezza da annunziare al popolo; Pietro incontra quello stesso fuoco che lo atterra ma alle ginocchia di un uomo. E’ qui lo straordinario della rivelazione evangelica e non ci dobbiamo mai stancare di contemplarlo e proclamarlo: il Dio tre volte santo si incontra in quell’Uomo di Nazareth, nella sua parola che conduce al profondo, su orizzonti di verità e che libera da ogni paura il Dio tre volte santo si incontra in quel suo sguardo di misericordia che non copre  o nasconde il peccato dell’uomo ma è pronto ad assumerlo, a portarlo su di sé fino alla croce in un amore sconfinato e preveniente. Ed è lì, in questo amore, che esplode la vita, lì diviene contagiosa.

Pietro può diventare colui che prende vivi  per la vita perché si sta fidando di questo amore che è più forte della morte, come proclama Paolo nella stupenda pagina della Prima lettera i cristiani di Corinto che oggi passa nella liturgia: Pietro (in aramaico Cefa) sarà testimone privilegiato della vittoria del Crocifisso sulla morte … sì, proprio lui, lui che aveva sperimentato come l’amore vince la morte, come l’amore misericordioso fosse davvero l’unica onnipotenza di Dio; Pietro sperimentò questa onnipotenza sulle sue ferite, sui suoi peccati; aveva dovuto imparare a conoscere un Dio che non si allontana dal peccatore (come lui incautamente aveva chiesto a Gesù) ma gli si fa vicino, lo scruta dentro con amore e non per umiliarlo o disprezzarlo e di lui fa una meraviglia.

Certamente tutto questo ci interpella: quanto le energie della resurrezione sono da noi accolte con il loro fuoco perché tocchino le nostre labbra impure, le nostre vite segnate dal peccato? Siamo disposti a passare per quel fuoco, siamo disposti a lasciar bruciare dall’onnipotenza misericordiosa di Cristo quell’uomo vecchio a cui siamo sempre troppo attaccati? Siamo disposti a lasciarci catturare da lui per la vera vita? Siamo disposti a passare per queste crisi salutari?

Siamo disposti ad essere smantellati nella nostra pretesa giustizia per mostrarci nella nostra verità di uomini peccatori? E’ necessario perché solo così incontreremo davvero Dio, solo così incontreremo lo sguardo di Cristo che accoglie, perdona e guida al profondo in una libertà veramente senza confini.

 

P. Fabrizio Cristarella Orestano

 

Raffaello Sanzio: La pesca miracolosa (1514-1515); (Victoria and Albert Museum, London)

 

 

NATALE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

NATALE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

MESSA DELLA NOTTE

 Is 9,1-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14 

MESSA DELL’ AURORA

 Is 62,11-12; Sal 96; Tt 3,4-7; Lc 2,15-20 

MESSA DEL GIORNO

 Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18 

 

            Come ogni anno leggiamo i testi dell’Evangelo di Luca sulla Natività … testi carichi certamente di bellezza, di poesia, direi di canto (e infatti quanta bellezza hanno generato nell’arte: dalla pittura alla scultura, dalla letteratura alla musica!) ma anche testi di una straordinaria densità teologica, anzi tra i più densi teologicamente di tutto il Nuovo Testamento. Non ci inganni tutta la bellezza e la poesia di queste pagine, non si liquidino come racconti edificanti o mitici; immergiamoci invece in essi come cristiani maturi nella fede, immergiamoci in essi per farci rigenerare dalla rivelazione altissima che essi ci consegnano. Non una lettura ingenua o banalmente cronachistica ma neanche una lettura che smarrisca le coordinate concretamente storiche di questi avvenimenti. Con questi testi evangelici, correlati al racconto diversissimo di Matteo, celebriamo il Natale del Signore dalla notte a tutto questo periodo fino all’Epifania.

            Natale è arrivato alla fine dell’Avventoper cantarci la fedeltàdi Dio che compie le sue promesse … le attese di Israele non sono andate deluse, anzi sono state superate dal compimento. Chi poteva supporre questa carne di Dio?

            Essere, come Chiesa, in costante tensione verso il ritornodel Cristo, è sensato … la nostra attesa è confortata da questi santi racconti dalla sua prima venuta a Betlemme! Una venuta che racconta Dio! E lo fa in un modo davvero eversivo!

            Luca, infatti, racconta la nascita di Gesù in un modo che è assolutamente “pericoloso”, contraddicente ogni buona logica e ogni buon senso mondano.

            Sullo sfondo di questo racconto Luca pone un censimento: Cesare Augusto ha ordinato un censimento di tutta la terra! Nessuna parola è a caso! Colui che si fa chiamare Cesare, cioè “comandante”, che si fa chiamare Augustoche significa “da adorarsi”, presuppone di avere un potere che si estende su tutta la terra; ne è sicuro perché tutta la terra conosciuta vede le sue legioni ben armate che mantengono la “pace” e in ogni terra c’è un suo rappresentante con pieni poteri, come quel Quirinio che Luca nomina per la regione in cui i fatti narrati si svolgono.

            Un censimentoè un atto che ha un triplice valore; ha un valore economico: quanti sudditi pagano te tasse a Roma, quanti sono mano d’opera per le sue imprese? Ha un valore militare: quanti uomini possono essere coscritti per combattere o, di contro, di quanti uomini c’è bisogno per contrastare un’eventuale rivolta in ciascuna regione? Ha un valore politico: come è l’umore dei sottoposti? Sono davvero sottomessi? È necessario creare altri presidi per governarli? O si devono inventare dei nuovi mezzi per divertirli e intontirli?

            Anche David, al culmine della sua potenza, agli occhi di Dio aveva commesso il gran peccato di voler fare un censimento… il Signore non lo tollererà (cfr 2 Sam 24).

            Insomma Luca ci dice che nell’ora in cui nasce il Messia Gesù tutti sono pieni di calcoli e di conti … si contano le forze, i soldi, il potere …

            E Dio?

            Dio viene e smonta nel silenzio tutto questo castello di pretese.

            Dio passa per quella coppia insignificante, che non conta nulla … in quel via vai impazzito di gente che viaggia per obbedire ad Augusto Dio percorre quelle stesse strade nel grembo di una ragazza spaurita che può contare solo sulla protezione del suo ragazzo.

            Gi angeli in quella notte diranno ai più lontani, ai pastori, non solo poveri ma anche disprezzati, considerati impuri, inadempienti alla Torah e sospetti di turpi abitudini, che le redini della storia non stanno sul Palatino, a Roma, dove Augusto ha edificato il suo Palazzo del potere! Le redini incredibilmente sono nelle mani di un neonato partorito da quella ragazza di Galilea, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Contrariamente ad Augusto Dio non si preoccupa né di economia, né di forze militari, né di politica.

            Dio si mostra disarmato e disarmante: è un neonato! L’amgelo dirà ai pastori che avranno un segno con cui potranno confrontarsi per scegliere di fidarsi di quella rivelazione così straordinaria: un neonato(in greco “bréphos”, parola greve, brutale, che significa “neonato appena partorito”!) avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Il segnoè un neonato impotente! Ogni immagine religiosa di Dioè distrutta già qui nell’Evangelo! L’uomo vorrebbe un Dio potente che si prenda cura dell’uomo e gli risolva tutti problemi e le asperità della vita e invece Lui viene impotenteal punto che bisogna prendersi cura di Lui!

            A Nataleci vien detto che Dio viene a noi nudo, rivestito solo delle fasce che Maria gli mette addosso, fasceche non possono non ricordarci altre fasce, quelle con cui verrà avvolto quello stesso corpo calato dalla croce, fasceche contraddicono tutti i “vestiti” che noi uomini mettiamo addosso a Dio!

            Scrive Bruno Maggioni: Se ascoltassimo davvero il messaggio del Natale ci si dovrebbero rizzare i capelli. Si presenta a noi un Dio debole, debole davanti alla nostra libertà. È così: o lo accogli con amore e fidandoti di quella debolezza sconcertante o Lui si fa da parte! Non si impone!

            Il racconto di Luca ci dice che Dio, nella nostra vita, ha bisogno di cura! È vero: se noi non curiamola sua presenza in noi, la Parola che in un giorno benedetto ci ha consegnato, se non curiamo la memoria del Volto che in un attimo santissimo della nostra vita ci ha fatto intravedere (pensiamoci: tutte cose deboli, fragili, che possiamo facilmente distruggere e negare!), Lui “muore” in noi, nei nostri cuori, nelle nostre vite, nelle ore delle nostre giornate che scorrono inesorabili e che senza di Lui ci consegnano al non-senso: Lui “muore” se non curiamo la sua “fragile potenza” in noi!

            A Natale forse l’augurio più grande che dobbiamo farci è proprio questo: scegliere di “curare” Dio in noi al punto di dargli il nostro spazio, la nostra carne, la nostra concreta esistenza perché possa ancoro dire l’Evangelo al mondo!

            In noi lo dirà ancora una volta nel suo stile: nella “fragilità” delle nostre vite imperfette e a volte incompiute … quel che sarà necessario per renderle vite narranti l’Evangelo è che siano vite date, in autentica ricerca di una liberaconsegna… così, anche se fragili, saranno racconto credibile di quell’Evangelo, di quella bella notizia che è gloria di Dioe paceper tutti gli uomini amati da Lui!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

VENTISEIESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTISEIESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Nm 11, 25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-48

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale a cui si accede attraverso il farsi schiavo. L’ “insospettabile” Giovanni si fa portavoce di una gelosia di potere, qui non più personale ma “di gruppo”: non era dei nostri, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perché fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù! Gesù è fermo: Non glielo impedite! Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli; il problema è sapere che se ne fa del nome di Gesù! Gesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni … il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno … specie se si sentono “al sicuro”; il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù per compiere opere di liberazione.

L’antico detto patristico, attribuito a S. Cipriano di Cartagine, “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori, ma è un monito a quelli “di dentro” che “sanno” e che abbandonano la Chiesa palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apparentemente “dentro”! Non a caso Marco fa seguire a questo episodio una serie di detti di Gesù sul tema dello “scandalo”!

Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni, pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato … pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’ occhio, il piede da tagliare sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sé la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!) ma divenne tensione all’unità dei dispersi

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo … Marco ha fatto passare dinanzi ai nostri occhi prima Pietro che si fa inciampo a Gesù nel suo andare a Gerusalemme, poi i Dodici tutti che disputano miseramente su presunti ed agognati primati, oggi l’“insospettabile” Giovanni che si fa paladino di un integrismo che Gesù non tollera in alcun modo.

Gesù è fermo: Non glielo impedite! Forse i discepoli credevano di ottenere un elogio da Gesù per il loro “zelo”, ma Gesù mostra loro che hanno uno “zelo cattivo” perché geloso ed esclusivista.

Il problema, dice Gesù, non è far parte di una cerchia, il problema è il “nome di Gesù”: l’esorcista sconosciuto agisce “nel nome di Gesù” e riesce a compiere l’esorcismo; si badi che all’inizio di questo stesso capitolo (9, 18b) si dice che i discepoli, richiesti di un esorcismo dal padre del fanciullo epilettico, “non ne hanno avuto la forza”… come mai? Forse perché pretendevano di agire nel loro stesso nome e non nel nome di Gesù; qui, invece, c’è un tale che, nel nome di Gesù, ci riesce!

Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù agisce come già aveva agito Mosè

con il giovane Giosuè, come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura di questa domenica; anche lì c’è qualcuno che “profetizza” senza essere parte del gruppo dei settanta designati da Mosè e Giosuè, anch’egli preso da uno “zelo cattivo”, vorrebbe impedirlo ma Mosè dice con forza che quella non è una via di Dio, anzi proclama parole di tutt’altro tono: Fosserro tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!

Gesù invita i suoi ad avere il suo stesso sguardo libero e capace di accogliere il “buono” da qualunque parte venga e per farli convinti di questa sua linea associa i Dodici a Lui stesso: Chi non è contro di noi è per noi!

Quello di Gesù non è uno stolto “buonismo”: ci sono quelli che sono contro, esistono e sono gli avversari di Gesù, quelli che lo inchioderanno alla croce; con questi Gesù non è stato “buonista”, li ha chiamati “ipocriti e sepolcri imbiancati”! Gesù però non crea dei nemici, non ha l’ossessione di riconoscere nemici dovunque … qui, infatti, si tratta di un’altra situazione: si tratta del rischio di fare della Chiesa (chiaramente questo è il problema di Marco e della Chiesa nascente!) una setta o una èlite; ci sono alcuni di fuori che, nella loro condizione, sono per il Regno!

Per mettere in guardia da settarismi e chiusure Marco introduce qui, come dicevamo, il tema dello “scandalo”. Guai a chi fa inciampare i “piccoli”! In greco “skandalon” indica una pietra che fa inciampare i passi di un viandante.

Chi sono questi “piccoli”? Per comprendere questo termine credo che bisogna riferirsi alla terminologia paolina (in 1Cor 8-10 e Rm 14) in cui si dice che nella Chiesa ci sono i “deboli” e i “forti”; i “deboli” (i “piccoli” dice qui Gesù) sono quei credenti non illuminati, poco istruiti, privi di scienza, la cui fede è ancora debole e soggetta agli scandali … la loro coscienza non può essere ferita dai “forti”! Addirittura Gesù qui dice che è meglio suicidarsi che essere fonte di scandalo per questi “piccoli”, lo dice con un’immagine brutale, quella della macina di asino da mettere al collo, una grossa pietra tonda che un asino girava su un perno per macinare olive o grano; il rischio, poi, per Gesù è anche scandalizzare se stessi, inciampando e andando a finire nella Geenna, luogo delle immondizie e del non-senso!

Il discorso è duro per quelli di dentro … Lo scandalo sarà nei secoli la cattiva vita dei discepoli di Gesù … la vita non evangelica di chi è custode dell’Evangelo è inciampo verso il Regno per tanti e specie per i fragili, per i semplici, per i poveri … e, ricordiamolo, questi sono i prediletti del Regno!

L’Evangelo oggi, ancora una volta, ci mette dinanzi alla responsabilità che ci è affidata; aver ricevuto l’Evangelo non è privilegio che ci mette al riparo ma è responsabilità per un dono ricevuto e da donare ancora.

Vite non compromesse per l’Evangelo non annunziano l’Evangelo, ma lo occultano! È questa la verità! Non bisogna trovare scappatoie a questa verità!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Scavi archeologici di Cafarnao, macina)