PRIMA DOMENICA QUARESIMA 2018

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

Gen 9, 8-15; Sal 24; 1Pt 3, 18-22; Mc 1, 12-15

La Quaresima inizia subito con una narrazione che ci conduce al cuore del mistero cristiano che ci prepariamo a celebrare a Pasqua. Un mistero che la Prima lettera di Pietro ci riassume in modo mirabile e che è mistero di debolezza assunta da Dio. Un mistero che ci narra la vicinanza assoluta di Dio con il dramma del nostro vivere, del nostro lottare, del nostro morire, del nostro sanguinare per cercare vie di umanizzazione. Dio è in questa nostra storia senza esenzioni!

Gesù, il Figlio amato, compiacimento del Padre, così come il mistero del Battesimo al Giordano ha proclamato, imbocca subito la via della “compagnia” radicale con la nostra storia umana. Cristo Gesù ci libera, ma per una via diretta e costosa, la via dell’assunzione del nostro vivere che solo così potrà davvero trasfigurare. Dopo la manifestazione dello Spirito al Giordano ecco ora lo scontro con Satana. Marco non ci narra le tentazioni con un episodio puntuale e chiuso; Marco ci fa comprendere che questo scontro, questa lotta fu aspra, dura, prolungata, continua … Marco usa l’imperfetto: «stava nel deserto tentato da Satana», ci dice così una situazione che ha una sua durata. Il secondo evangelo non narra la triplice tentazione così come narrano invece i vangeli di Matteo e Luca; la sua è una narrazione icastica, essenziale, cruda. Lo Spirito, che era sceso a ungere la Sua umanità, ora lo “getta nel deserto” (“Tò pneûma autònekbállei eis tèn éremon”, così alla lettera nel testo greco) perché affronti l’essere uomo senza sconti! I rabbini dicono che il valore numerico delle lettere che compongono la parola “Hasatàn” (“il satana”, “l’accusatore”) è 364, e ciò per dire che l’uomo è tentato e accusato da Satana tutti i giorni dell’anno, tranne che nel giorno dello Yom kippur, il giorno dell’espiazione, del perdono. Gesù ha fatto questa esperienza umanissima della tentazione continua; ha fatto l’esperienza di essere gettato nella tentazione. Solo così poteva essere il “sommo sacerdote che ci occorreva … tentato in tutte le cose, similmente a noi, tranne che nel cadere nel peccato” (cfr Eb 4, 15). Gesù ha sentito il morso del male che aggredisce. Ha fatto esperienza nel suo corpo, e nel suo profondo, della debolezza degli uomini, quella debolezza che dà le vertigini a tanti giorni del nostro vivere. Dopo essersi rivestito della nostra carne, il Figlio si è rivestito di debolezza, come scrive ancora l’autore della Lettera agli Ebrei (cfr Eb 5, 2). I Padri diranno che la debolezza fu l’abito sacerdotale di cui il Messia si rivestì per offrire il sacrificio della sua Pasqua.

Dobbiamo pensare seriamente alla debolezza di Gesù: una debolezza che scelse come via di unità tra noi e Lui; come via di assunzione, nella sua carne santissima, di quello che noi siamo. O prendiamo sul serio la tragicità delle tentazioni di Gesù, o riduciamo le tentazioni ad un ridicolo “teatrino” in cui Gesù finge di essere tentato per insegnarci qualcosa. No! L’insegnamento è vero solo se si attraversa ciò che si insegna, e lo scopo delle tentazioni nel deserto non è educativo, didattico; sarebbe troppo poco! La tentazione è costitutiva della salvezza. Il Cristo, dicevano i Padri della Chiesa, ha salvato tutto ciò che ha assunto e, passando per la via dolorosissima della tentazione, apre in questo deserto dell’uomo – di ogni uomo! – una via percorribile non perché ci chiede di imitarlo (sarebbe la logica del “bell’esempio”!) ma perché apre e dona all’umanità una concreta possibilità; immette nella nostra carne, nella nostra natura la possibilità della lotta, la possibilità della vittoria … La sua lotta e la sua vittoria ci sono donate per diventare strada percorribile nella storia.

Perché questo fosse possibile, Gesù accettò di essere aggredito dai desideri brucianti, accettò di essere affascinato fino all’estremo dai bagliori delle lusinghe del potere e del possedere: permise, nella spinta potente dello Spirito, che la tentazione ardente devastasse

il suo cuore, permise a quelle lusinghe di avere la forza sferzante di allucinazioni ingannevoli che lo fecero camminare sul ciglio di un precipizio di male.

E’ su questo tremendo e reale terreno che avviene la sua lotta e la sua vittoria; e su quel terreno Gesù griderà il suoi no alla tentazione. Marco lo dice sottilmente: «Stava con le fiere e gli angeli lo servivano». E’ dunque il nuovo Adam che restituisce ad ogni Adam lo “Shalom” universale, uno “Shalom” con il cielo e con la terra: gli angeli lo servono (il cielo) e le fiere non lo aggrediscono (la terra).

La vittoria di Gesù è però affermata da Marco anche con ciò che segue la scena delle tentazioni, e che anche ascoltiamo in questa prima domenica di Quaresima. E l’inizio della predicazione di Gesù, sono le prime parole che Gesù pronunzia nell’Evangelo: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio si è avvicinato; convertitevi e credete all’Evangelo!

Perchè il Regno di Dio si è avvicinato? Perché c’è un Adam che ha vinto la tentazione, e ha proclamato la Signoria (il Regno) di Dio sull’intera sua esistenza. Gesù è il nuovo Adam che ha dato credito alle vie di Dio e non ha ceduto né ai morsi nè alle lusinghe del tentatore con i suoi miraggi di piacere, di potere e di possesso.

La Quaresima si apre così davanti a noi come tempo privilegiato per sperimentare questa Signoria di Dio, questo Regno vicino perché accolto. La conversione non è compiere atti meritori; non è neanche migliorarsi; la conversione è accettare l’azione di Dio aderendo vitalmente alla buona notizia che è Gesù, permettendo a Gesù stesso di plasmare il nostro universo interiore. Scrive Andrè Louf che questo è possibile perché Gesù, attraversando le tentazioni, vi ha deposto un seme per noi, un seme della sua forza, un seme del suo no alle vie di morte mascherate con le lusinghe del mondo, un seme del suo sì al Padre, sì a un amore fino all’estremo …

Camminare nella Quaresima significa raccogliere questi semi di grazia, e questo è possibile solo chinandosi umilmente, e riconoscendosi bisognosi di quel suo dono. Ecco che Quaresima è tempo di prova, di grazia, di lotta … è tempo di appropriazione di ciò che Gesù ha lasciato per noi nel deserto arido delle tentazioni, e sul terreno dolente delle nostre debolezze.

Deponiamo l’orgoglio per chinarci ad accogliere questi semi di vita. Giungeremo così alla Pasqua pronti ad attraversare le acque del Mar Rosso che vorrebbero essere baluardo invalicabile verso la libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

(Briton Rivière – 1840 – 1920 – : Gesù nel deserto)




Leggi anche:

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2018

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gb 7, 1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1, 29-39

Tutto io faccio per l’Evangelo! Così si conclude la pagina della Prima lettera ai cristiani di Corinto che ascoltiamo in questa liturgia; un’espressione questa che ci indica quanto il discepolo diventi come Cristo se prende sul serio il suo rapporto con Gesù stesso e con la Parola che Lui è venuto a consegnarci. Paolo osa affermare di sè che si è fatto tutto a tutti e aggiunge per salvare ad ogni costo qualcuno ; un’aggiunta importante questa perché ci mette bene in chiaro che la logica dell’annunzio dell’Evangelo non ha parametri commerciali … c’è infatti una sproporzione tra quel “tutto a tutti ” e quel “qualcuno ” … il massimo “costo” non deve volere necessariamente un massimo “rendimento”; quello che conta è dare tutto ; come sempre: neanche un poco di meno. La gratuità di cui parla Paolo infatti non significa solo che Paolo non pretende un guadagno dall’impegno per il Regno ma che non misura neanche la sua dedizione con il “successo” personale o della “causa”. E’ l’Evangelo che ha una sua forza che si manifesta quando è annunziato, ma l’Evangelo ha i suoi ritmi, le sue vie, i suoi tempi … è necessario affidarsi all’Evangelo e mai credere che l’Evangelo sia affidato a noi. Il tratto di Marco che oggi ci è proposto fa scorrere dinanzi ai nostri occhi una giornata tipica di Gesù … è un sabato (è lo stesso sabato dell’episodio dell’indemoniato!) e Gesù ed i suoi lo impiegano per l’Evangelo … è una giornata di “miracoli” … stiamo però bene attenti: Gesù non si presenta come un taumaturgo , un guaritore , un esorcista di successo; Gesù compie quei gesti liberatori dalla malattia, dal male, da ogni alienazione (cosa è in fondo la possessione se non un essere alienati da sé e consegnati al male che “possiede”?) per mostrare che le sue parole sono vere e che è sorto un tempo nuovo, un tempo in cui inizia la vittoria su ciò che avvilisce e nullifica l’uomo; una vittoria su quella caducità senza vie d’uscita che pare l’orizzonte di Giobbe nel testo della prima lettura che oggi si ascolta. La giornata di Gesù che Marco descrive è carica contemporaneamente di narrazione e di valenze simboliche: c’è, per esempio, una alternanza di luoghi in cui Gesù opera: la sinagoga(nel passo precedente Gesù vi aveva compiuto l’esorcismo), la casa , all’aperto dinanzi a tutti gli abitanti della città, infine c’è il dirigersi altrove; insomma, pare che Marco voglia dire che l’azione di salvezza di Gesù è capace di penetrare tutti gli ambiti della nostra vita: dal luogo del culto all’intimità della casa , fino alla vita con le sue più ampie relazioni; in tutti questi luoghi si annida ciò che toglie all’uomo l’umanità. Gesù cura . Il verbo greco che Marco usa è “therapèuo” che significa “curare”, ma anche “venerare”, “rispettare”, “onorare”; Gesù cura donando dignità; non è un guaritore o un mago, è un uomo che rende uomini ; è Dio che si accosta all’uomo che si è avvolto nei lacci della morte e lo prende per mano per farlo alzare (è il gesto che Gesù compie per la suocera di Pietro; gesto che culmina con il verbo della risurrezione : “la prese per mano e la fece risorgere ”). Gesù cura i mali profondi dell’uomo di cui i mali esteriori sono solo un segno; guai a fermarsi alle guarigioni materiali.

Gesù rifugge chi si ferma all’esteriorità di quei gesti; rifugge chi cerca Lui perché è un guaritore; a Gesù interessa annunciare la parola del Padre, l’Evangelo che permette all’uomo di trovare la sua identità nella piena libertà: “per questo sono venuto ”. Mi sembra chiara la scala di priorità che Gesù ha compreso per sé e che l’Evangelo oggi ci consegna: l’annunzio dell’Evangelo è la sua grande priorità che prende forza dalla preghiera prolungata di quell’alba, nel dialogo con Colui che l’ha inviato, nel dialogo con Colui di cui annunzia l’Evangelo. Gesù non si lascia schiacciare dalle “urgenze ” (vere o presunte!) … con quella levata quando ancora è notte (in greco Marco scrive, alla lettera, “al mattino di notte presto ”) dichiara il suo bisogno di quel silenzio solitario ed orante. La sua azione prolungata di cura degli uomini “si versa” nel riposo del corpo e nel riposo orante di quell’alba silenziosa … Dinanzi a questo racconto di Marco, come Chiesa, dobbiamo farci oggi molte domande sugli equilibri della nostra azione e presenza nella storia e nella compagnia degli uomini. A volte ci si carica di “urgenze” che “urgenze” non sono, e si lascia indietro la sola vera “urgenza” che poi è quella che ci dà ragion d’essere e che non ci confonde con gli altri pur benemeriti ed ammirevoli enti benefici o sociali. Dobbiamo convincerci che l’eresia strisciante e subdola che oggi pervade tanti ambiti di Chiesa è lo strapotere del “fare” che mortifica l’unica cosa per cui Gesù ci ha posto nel mondo: Andate ed annunziate l’Evangelo a tutta la creazione (cfr Mc 16,15); un annunzio che ogni giorno esige spazi di silenzio e di ascolto di Colui di cui portiamo la Parola, spazi di fraternità in cui condividere la vita e vivere le esigenze radicali dell’Evangelo stesso … eventualmente da questo nascerà anche l’azione … dico “eventualmente” non perché l’azione sia una cosa eludibile o non necessaria (le opere non ci salvano ma dicono che siamo dei salvati!), ma perché un’azione che non abbia radici profonde nell’Evangelo, accolto e fatto scendere nel profondo delle scelte e delle intenzioni della vita, diventa un’azione filantropica, certo benemerita, ma spesso relegata in tempi o stagioni della vita e certo non eloquente dell’Evangelo. Insomma non possiamo essere una Chiesa del “fare” mille e mille cose scambiate per “urgenze” e relegare l’annunzio dell’Evangelo in “scomparti” scontati, magari quelli delle “preparazioni” (!?) ai Sacramenti, e la preghiera tra le cose che bene o male “bisogna fare” (cosa questa che nessuno direbbe apertamente, ma che di fatto sottilmente tantissimi pensano). Tutto io faccio per l’Evangelo! Chiaramente il primo “fare” è il lasciarsi plasmare dall’Evangelo per annunziare l’Evangelo; Giovanni dirà che l’opera di Dio è che voi crediate in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6,29 ), dunque è l’annunzio. Dimenticare questo o eluderlo è tradimento dell’Evangelo ed è perdita di identità ecclesiale. Qui c’è da fare discorsi seri sull’identità cristiana, non contro gli altri e contro le loro identità, ma a partire da quanto noi tradiamo questa identità diventando quello che non dobbiamo essere e livellando le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre priorità a quelli del mondo … La giornata tipo di Gesù che Marco narra vuole essere allora icona della vita del discepolo di Cristo, della sua Chiesa; notiamo che questa sezione e chiusa in una “inclusione ”: inizia con Gesù che va nella Sinagoga a insegnare (Mc 1,21) e termina con Gesù che proclama di dover annunziare (il verbo keriùssein v. 38) e che di fatto percorre i villaggi della Galilea ancora annunziando (di nuovo il verbo keriùssein v. 39) e cacciando i demoni. Proprio così:

Marco conclude mostrando come l’annunzio dell’Evangelo porti con sé la liberazione dal male che abita l’uomo. Solo annunziando l’Evangelo la Chiesa compirà la sola azione di cui l’uomo ha bisogno: la liberazione da ciò che lo nullifica, avvilisce, disumanizza. L’Evangelo è opera di umanizzazione.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Gesù cura a la suocera di Pietro: Vetrata della Chiesa parrocchiale di San Bonifacio in Bad Nauheim – Germania; sec. XVI)




Leggi anche:

SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13, 24-43

Siamo ancora nel paese delle parabole e Matteo ci conduce ad incontrare, persino in questo paese meraviglioso, nato dalla sapienza di Gesù, il mistero del male. Nel mondo visitato dal Seminatore che, senza né avarizia, né calcolo, getta il seme della Parola che rinnova, non solo c’è la non-accoglienza della Parola ma c’è pure il proliferare del male che si le si oppone ed infesta la terra degli uomini.
Il mistero del male ha sempre interpellato gli uomini e soprattutto gli uomini che credono in Dio o vogliono credere in Lui. Dov’è Dio mentre il male flagella ed uccide l’uomo, dov’è Dio mentre il male uccide i giusti e gli innocenti? Gli orrori del secolo scorso, dai lager della shoà ai gulag sovietici, dalle foibe alle guerre spietate e di sterminio, fino agli ultimi orrori che vediamo in questo secolo dalle guerre nascoste, ignote ed ignorate alla “polveriera” del Medio Oriente, fino agli orrori del terrorismo, pongono l’uomo credente dinanzi ad un proliferare di un male “diabolico” e contraddicente in cui il silenzio di Dio si è fatto pesante e per tanti doloroso fino all’estremo, fino a far “morire Dio” nei loro cuori!
La parabola della zizzania affronta il problema del male ma non ha la pretesa di risolverlo né tanto meno di dare risposte esaustive ed a tutto spettro …
Il male c’è e non si possono chiudere gli occhi sulla sua realtà; il problema è come vivere il tempo della storia che è segnato dalla compresenza del male e del bene … la prima cosa che la parabola ci dice è che non esistono due campi: uno di buon grano ed uno di zizzania (parola che il greco deriva, stranamente, dall’ebraico rabbinico “zun-zunim” dalla radice “znh” che significa “prostituirsi” nel senso che è grano imbastardito, degenerato!); grano e zizzania sono nello stesso campo e sono l’uno accanto all’altro. La parabola ci invita con fermezza alla pazienza; la zizzania non si deve sradicare e non solo perché si danneggerebbe il buon grano (sarebbe solo una decisione utilitaristica!!) e neanche perché i due non si distinguono bene l’uno dall’altro, ma perché tra il tempo della semina-crescita e il raccolto c’è un tempo che potremmo definire tempo della pazienza, tempo della speranza o, come dice San Girolamo, è il tempo in cui si deve dar spazio alla penitenza. In altre parole, in questo tempo intermedio è concesso a tutti far penitenza e dunque non si deve cedere alla tentazione di dare giudizi definitivi; lo stesso buon grano rischia di essere sradicato dalla pretesa di emettere giudizi cattivi e definitivi. Sia chiaro: non si tratta di non dare giudizi nell’illusione che la zizzania sia buon grano! Questa è cecità, non misericordia; è stoltezza e non pazienza, è buonismo e non “macroitimìa” (“sentire in grande”, “grandezza d’animo”)! E’ il giudizio definitivo ed anticipato che non spetta a nessuno! La storia deve essere attraversata da grande speranza.
L’autore del Libro della Sapienza, nel tratto che si ascolta in questa domenica, dice parole già di forte sapore evangelico, parole che certo hanno abitato il cuore di Gesù: Tu giudichi, Signore, con mitezza … con molta indulgenza … così hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini e hai reso i tuoi figli pieni di una dolce speranza perché tu concedi, dopo i peccati, la possibilità di pentirsi.
C’è allora un tempo che va riempito di attesa paziente e misericordiosa, di attesa colma di speranza … una speranza che non ha fondamento “botanico”: la vera zizzania non si cambia mai in buon grano! … Nel paese delle parabole, però, accadono cose strane: padri che non dicono neanche una parola di rimprovero al figlio sciagurato e scialacquone (cfr Lc 15, 22-24), pastori che danno la vita per le pecore (cfr Gv 10,11; in genere i pastori degli altri paesi le pecore le sfruttano e se le mangiano) e lasciano novantanove pecore per cercare una perduta (cfr Lc 15,4), dannati che si preoccupano di non far andare altri all’inferno (cfr Lc 16,27-28) … il paese delle parabole è un paese strano perché è il paese dei sogni di Dio … è il paese in cui ci viene donata quella dolce speranza che il sogno di Dio, in Gesù, può diventare storia. Le parabole ci invitano ad entrare in questa logica “illogica” di Dio … La via che le parabole ci invitano a percorrere è strana per il mondo ma è alimentata da una virtù oggi rarissima anche per noi credenti: la pazienza. Non a caso tra la parabola della zizzania e la sua spiegazione Matteo pone due brevissime parabole-paragoni: quella del granellino di senapa e quella del lievito: c’è una piccolezza, una pochezza, che deve pazientare per diventare altro ed essere al servizio di altri (gli uccelli che trovano rifugio tra i rami della senapa cresciuta e la massa della pasta che tutta benefica dalla forza del lievito); sia l’uomo che semina il granellino di senapa, sia la donna che impasta hanno tutti e due un tempo da vivere nell’attesa, un tempo di pazienza, un tempo in cui vivere di una dolce speranza: la speranza della crescita della pianta e la speranza della crescita della pasta. E bisogna attendere! La speranza è la grande virtù che anima il presente; guarda al futuro ma questo sguardo riempie di bellezza il presente. Un presente in cui bisogna avere la pazienza non solo dell’attesa ma anche quella di vedere accanto grano e zizzania e, a volte, inestricabilmente vicini; un tempo in cui si deve sospendere ogni velleità d’una Chiesa di puri, di una umanità beata! La spiegazione che Matteo dà della parabola della zizzania ci porta al termine di questo tempo di attesa, ci conduce alla fine. La mietitura – dice il testo – è la fine del mondo ma per “mondo” non c’è la parola “kòsmos” ma “aiòn” che si deve tradurre più precisamente con “tempo” … è la storia che finisce e si versa nell’eterno e allora non c’è più tempo di attesa, di speranza … allora c’è giudizio definitivo che chiamerà le cose con il loro nome appunto definitivo … per l’ Evangelo sarà tale per sempre solo in quel giorno in cui i giorni finiranno. Nel frattempo è necessario nutrire la speranza anche dinanzi alla terribile, infestante zizzania. Possiamo dire che questa pagina è così difficile che la Chiesa ha faticato tantissimo a comprenderla e a viverla: è continua la tentazione di sradicare la zizzania, è continua la tentazione dei giudizi definitivi, è continua la tentazione di difendere i buoni dalla zizzania sradicandola! Per consolarci pensiamo che persino Paolo ordina ai cristiani di Corinto di sradicare la zizzania di un certo incestuoso che era scandalo e inciampo in quella Chiesa; l’Apostolo chiede che sia espulso dalla comunità e consegnato a Satana (cfr 1Cor 5,1-5).
Come è difficile percorrere le vie dell’Evangelo, come è duro difendere legittimamente la vita delle comunità e contemporaneamente custodire questa parola scomoda dell’Evangelo, come è difficile pazientare e attendere con speranza!
E’ una grande sfida! Oggi non possiamo fare altro che cogliere questa sfida … pazientando anche con noi stessi e con le nostre prassi non limpide come l’Evangelo … raccogliamo la sfida sapendo che la meta è quella che Gesù ci mostra nel suo “paese delle parabole”!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

Sesta Domenica di Pasqua

SESTA DOMENICA DI PASQUA

At 8, 5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14, 15,21

RESPONSABILI DELLA SPERANZA

Il Figlio si è narrato come buon pastore, il Padre ci è stato mostrato nel volto di Gesù, lo Spirito è promesso come risposta all’ansia dei discepoli che devono percorrere il mondo per portare l’Evangelo. Così queste ultime tre domeniche ci hanno portato per mano per guidarci nella comprensione ancor più radicale del mistero pasquale che abbiamo celebrato nei giorni santi della Pasqua ma che poi celebriamo, come discepoli di Gesù, in ogni giorno della storia.

La Comunità dei credenti sta nel mondo, con la forza umile dello Spirito che il Signore ha promesso ed ha donato, sulle tracce del Cristo che è il pastore bello che conosce ciascuno per nome; sta nel mondo con la capacità di narrare il Padre come ha fatto Gesù, suo Signore; anche la Chiesa, infatti, dovrebbe poter dire: “Chi vede me vede il Padre” … se la Chiesa narra Cristo, vedendo Cristo in questa narrazione, gli uomini “vedranno”, infatti, il Padre.

Questa sesta domenica di Pasqua fa risuonare subito una parola di Gesù, una di quelle parole forti ed interpellanti: Se mi amate osservate i miei comandamenti … una parola che, come sempre, ci mette spalle al muro, una di quelle parole audaci che gli evangeli pongono sulle labbra di Gesù per provocarci: l’amore per Lui non può essere fatto di parole o di belle intenzioni, l’amore per Lui si concretizza nel fare il suo comandamento … uso il singolare perché per il Quarto Evangelo è chiaro che c’è un comandamento estremo di Gesù che tutti racchiude e che è il cuore della sua volontà; è il mandatum novum che Gesù proclama più volte proprio nel contesto dei “discorsi di addio” di cui fa parte anche il testo che oggi leggiamo.

Come dico di amare Gesù? Solo in un modo: amando i fratelli come Lui ha amato! La Chiesa ama il suo Signore solo se essa è una comunità di fratelli che si amano in questo modo … così e solo così narrerà al mondo il vero volto di Dio. Chi ama ne ha la capacità perché è stato amato, chi si è lasciato amare da Cristo è riuscito a scoprire l’amore e, come scrive sempre Giovanni nella sua prima lettera, “amati amiamo” (cfr 1Gv 4,19).

Per assumere il mandatum novum è necessario aver sperimentato il suo amore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (cfr Gv 13,34; 15,17). Se la comunità dei suoi discepoli avesse timore non deve dimenticare che per custodire quest’amore avrà con sé la presenza di un Difensore: lo Spirito Paraclito. Lo Spirito difenderà Dio nel cuore dei discepoli, difenderà quell’amore di Cristo perché non sia dimenticato, difenderà il primato di dio e dell’amore del Crocefisso nel cuore dei discepoli perché solo per quella memoria essi saranno capaci di amare come Lui ha amato. Lo Spirito che il mondo non può conoscere, dice Gesù nel testo giovanneo di oggi, perché il mondo non ha fatto esperienza dell’amore di Cristo, non conosce di essere stato amato “fino all’estremo” e non può amare. Solo chi ha conosciuto l’amore ama e lo Spirito sarà per lui difesa e consolazione portandolo a riconoscere una cosa straordinaria: Dio dimora dentro di lui.

Chi ha conosciuto l’amore ed ama diviene responsabile della speranza. Pietro, nel testo straordinario della sua prima lettera che oggi è la seconda lettura, dice che il cristiano deve percepirsi come un uomo che deve rispondere della speranza che lo abita.

E’ la Pasqua di Gesù che lo ha immesso in un dinamismo di fede, di amore e lo ha acceso di speranza: chi ha incontrato il Risorto e si è sentito amato dalla sua passione d’amore fino all’estremo, si consegna a Lui nella fede e vive immerso nella speranza perché sa che la morte non è l’ultima parola. Pietro scrive che i credenti in Cristo devono essere sempre pronti a rispondere a chiunque chieda conto della speranza che è in loro.

E dunque qualcosa da fare sempre e cioè in ogni momento ed ambito della propria vita, è qualcosa poi che va data a tutti, a chiunque ne chieda conto; si deve essere sempre pronti a rispondere e questo significa essere responsabili! La speranza è la grande responsabilità dei cristiani perché solo loro possono darla compiutamente al mondo, perché solo loro hanno conosciuto le vere ragioni di una speranza radicale, quella del Cristo vittorioso sulle potenze delle tenebre e della morte. Come si è responsabili della speranza? Narrandola con tutta la propria vita e le proprie parole. Il cristiano narra una storia che, a partire dalla Pasqua di Gesù, ha un volto diverso … una storia nella quale è possibile vivere in modo alternativo alla vie mortifere del mondo, una storia nella quale si può rispondere con il bene al male perché si sa che il male è sconfitto già in radice dalla croce di Cristo che è stata proprio luogo di una risposta d’amore all’odio più cieco!

Il cristiano ha la radice della speranza perché non solo sa che la morte e l’odio del mondo sono sconfitti dall’amore crocefisso del Figlio di Dio ma anche perché sa di essere accompagnato dal Paraclito che è, come dirà Paolo (cfr Rm 5,5), l’amore di Dio versato nel suo cuore e perché sa che il Signore tornerà! Il testo giovanneo di oggi, infatti, termina con la promessa del ritorno del Signore: Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Nella teologia del Quarto Evangelo è certo un vaticinio della risurrezione ma è contemporaneamente anche un annunzio del ritorno finale del Figlio. Un ritorno che il discepolo attende nella certezza che il Signore Gesù prega il Padre (pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito) e quella preghiera di Gesù è un grembo in cui il credente può entrare per pregare; ogni preghiera della Chiesa avviene lì, nella preghiera di Gesù. E’ la preghiera di Gesù l’ “atmosfera” in cui vive ogni preghiera cristiana. Quando la nostra preghiera non è in Lui è una preghiera che non ha ali per volare, non ha vera forza di comunione con Dio.

Lo Spirito Paraclito che Gesù promette è Colui che diviene per il discepolo principio di vita interiore perché porta Cristo nel cristiano e fa il cristiano capace di abitare l’eterna preghiera del Cristo (cfr Eb 7,25).

  1. Fabrizio Cristarella Orestano



Leggi anche: