Cristo Re – Quel Re è il Crocifisso

ASSUMERE LA STORIA CON I SUOI DOLORI

  –  Ez 34,11-12; 15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46  – 

 

Nel brano della Lettera ai cristiani di Roma che oggi la liturgia propone, Paolo ci ha mostrato il Cristo nella sua regalità, quella che il Padre gli ha dato perché Gesù ha amato fino alla croce, fino all’estremo. Dando la vita Gesù si è mostrato re, risuscitato dai morti è stato fatto, dal Padre, re per sempre. La sua è una signoria già in atto dall’alba di Pasqua, una signoria che Gesù stesso ha affermato davanti a Pilato, una signoria che va tanto oltre le nostre concezioni di regalità, che Cesare non deve temere: il mio regno non è di questo mondo (cfr Gv 18,36). Continuino pure a regnare i vari “cesari”, la loro regalità è effimera e ristretta, abbiano pure a ricoprirsi di oro e di porpore i re della storia, quei manti di potenza prima o poi copriranno cadaveri impotenti come quelli di tutti gli uomini. Sono così i regni di questo mondo.

La regalità del Risorto è in atto già oggi ma è nascosta; ecco la “sorpresa” su cui “gioca” il celebre passo del Giudizio finale di Matteo: sia i “buoni” che i “cattivi” si sorprendono che quel Re glorioso, seduto sul trono della sua gloria, attorniato dai suoi angeli, era così presente in una storia in cui pareva assente. Lo stupore è che lo si poteva incontrare e onorare ogni giorno e, in realtà, alcuni inconsapevolmente l’hanno fatto!

L’avevano incontrato in quei visi spaventati di forestieri male accolti e spesso umiliati, in quelle guance smunte di affamati , in quelle labbra secche di assetati inariditi dalla vita, in quei corpi nudi e infreddoliti, in quelle membra piagate e sofferenti giacenti in letti di dolore, in quei visi incattiviti dal male commesso e ristretti dietro sbarre che li privano del bene prezioso della libertà. E’ incredibile ma quel re era lì: nei luoghi meno santi e “regali” della storia …

Per Matteo è strano che un cristiano non possa accorgersene: quel re è il Crocefisso, colui che ha salvato il mondo non con la potenza ma con la debolezza. Dove, allora, il Crocefisso poteva continuare a dimorare se non nella debolezza?

Alla fine del suo Evangelo Matteo fa pronunziare al Risorto quella parola di grande forza e consolazione: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli” (cfr. Mt 28, 20b). Ma dove cercarlo? Certo, presso il Padre (cfr Gv 20,17), ma contemporaneamente lì nella storia dei piegati, degli umiliati dell’umanità.

Se non ci fosse stata consegnata questa parola di Matteo, se non ci fosse questa prospettiva e questa rivelazione, la storia rimarrebbe un garbuglio enigmatico. Se questa pagina non ci dicesse da che parte sta Dio, non sapremmo quali vie percorrere per dare sbocchi di senso a ciò che senso non ha; Dio sta dalla parte dei piegati, degli umiliati, dei feriti, dei miseri, dei poveri perché cattivi o incattiviti (si badi che non si specifica se i carcerati da visitare siano degli “innocenti” ingiustamente prigionieri!), dei nudi e degli affamati perché qualcuno ha indosso gli abiti che loro spettavano e ha accumulato per il suo ventre il cibo di cui loro dovevano nutrirsi. Dio sta dalla loro parte, anzi si identifica con loro.

Lo cerchino pure gli uomini religiosi solo nella potenza del cielo o nei riti rassicuranti e senza amore … Lui è lì, come il povero Lazzaro della parabola di Luca, alla porta del ricco (cfr Lc 16,20).

Alcuni hanno voluto vedere in questa pagina di Matteo un bel programma etico sganciato da ogni legame teologico; quasi a dire: “Dio o non Dio, quel che conta è fare il bene!” Certo, nella visione universalistica che Matteo vuole qui comunicare c’è anche questo, per quelli che, lontani dalla rivelazione, vivono nel mondo la condivisione con i poveri e sanno chinarsi sulle piaghe dei sofferenti. Certo Matteo indica una via di amore e di compassione che chiunque può percorrere, ma non dobbiamo dimenticare che l’Evangelo è stato scritto per la Chiesa, per coloro che dovrebbero conoscere il Dio delle misericordie, il Dio che Gesù ha raccontato come Padre di tenerezze. Se le genti, i lontani possono sporcarsi le mani con le miserie del mondo, tanto più quelli che l’Evangelo ha toccato e salvato!

Già Israele sapeva che le opere di misericordia erano un riprodurre, nella storia personale, ciò che Dio aveva fatto e fa; un rabbino, infatti, poteva scrivere: “Seguire Dio è seguirne la condotta: come Dio ha vestito gli ignudi (Adamo ed Eva), così vesti quelli che sono nudi; come Dio ha visitato gli ammalati ( Abramo e Sara nella loro sterilità), così tu pure visita gli ammalati; come Dio ha consolato gli afflitti (Isacco nel suo terrore sul monte Moria), così consola anche tu gli afflitti”.

Il problema allora è duplice: c’è un giudizio che discerne quelli che queste opere le hanno compiute sentendo compassione e cercando di fare ciò che Dio ha fatto e fa tentando, come scriveva Hetty Hillesum, di “aiutare Dio ”, da quelli che queste opere non hanno voluto farle perché sordi al grido di sofferenza degli altri e perché con lo sguardo rivolto solo su se stessi e non sul Dio delle misericordie! Ma oltre al giudizio (o forse “assieme” ad esso!) c’è anche una rivelazione che è la parte mirabilmente sorprendente del testo di Matteo: dietro quei poveri c’era Lui, il Re glorioso e giudice … c’era Dio stesso! L’“imitatio Dei” corrisponde ad un vero servire Dio presente ne povero.

La meraviglia dei “buoni” ci mostra la loro sorpresa dinanzi a questa straordinaria rivelazione, la gioia di scoprire che l’aver servito, lavato, curato, visitato, sfamato quei poveri era stato un servire in essi il Re; la meraviglia dei “cattivi”, di quelli che invece pietà non ne hanno avuta, più che vera meraviglia è una sorta di squallida via per scusarsi, per giustificarsi … quasi che il “non sapere” di onorare e servire il Re in quei poveri bastasse a sgravarli dall’indifferenza e dal freddo egoismo che hanno seminato nella storia.

Assumere la storia con i suoi dolori è via di vita per tutti gli uomini e la rivelazione cristiana, dicendo alla storia da che parte è Dio e il suo Cristo, rivela fino a che punto questo Dio abbia scelto l’uomo, abbia scelto questa carne: è lì, nella carne del dolore, fino all’ultimo giorno.

Blaise Pascal, in punto di morte, non potendo ricevere l’Eucaristia perché impedito dalla malattia di ingoiare la particola, chiese agli astanti: “Se non posso ricevere Gesù, mio Signore, nell’Eucaristia , che io lo riceva nel povero; portatemi qui un povero!” Pascal aveva capito che sacramento di Cristo è l’altro, che nell’altro puoi sempre incontrare e amare l’Altro!

Al termine di questo anno liturgico, Matteo, che ci ha accompagnato con il suo Evangelo durante tutto questo anno, si congeda così da noi: indicandoci la via per fare di questa storia un “luogo” di senso … questo può avvenire attraverso i discepoli del Cristo, chiamati a umanizzare l’uomo con lo sguardo fisso sul Cristo. Con le tre “parabole”, che abbiamo ascoltato in queste ultime domeniche, Matteo ci ha detto che, in attesa del compimento che Cristo darà alla storia, c’è un’ora da vivere con attesa fedele (l’olio della lampada), facendo fruttificare l’Evangelo che ci è stato lasciato dal “Padrone” come tesoro preziosissimo (i talenti) e frutto vero di questo Evangelo che germina è amare quel Signore nei piccoli e nei poveri (“l’avete fatto a me”).

Così la Chiesa di Cristo prepara il Regno, così serve il Regno, così attende con ferma speranza che Dio sia tutto in tutti .




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Cosa sono i talenti

LA MISURA DI CUI CIASCUNO E’ CAPACE

 Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5,1-6; Mt 25, 14-30

 

Ancora una parabola dell’attesa del ritorno, ancora una parabola sul tempo: c’è un passato in cui il Signore ha fatto dei doni (i talenti), un presente in cui bisogna mettere in circolo il dono, un futuro in cui renderne conto. Sì, rendere conto.

Questa parabola, diciamolo con chiarezza e senza mezzi termini, non è una parabola della misericordia, è una parabola del giudizio. E’ inutile tentare di togliere il giudizio dalla nostra vita di uomini e anche dalla nostra vita di credenti; certo non si tratta di un giudizio che ci piomba sul capo da un Dio irato e giudice spietato, è un giudizio che, in fondo, siamo noi stessi a dover pronunziare su di noi nel momento in cui ci specchiamo nell’Evangelo di Cristo e nella realtà dei suoi doni. Questo giudizio ha un esito o di gioia (“Entra nella gioia del tuo Signore!” E si badi che in aramaico – la lingua che Gesù parlava e che è dietro al testo di Matteo – la parola “gioia” significa anche “festa” ed è quindi richiamo al banchetto eterno del Regno) o di pianto e disperazione (“Lì sarà pianto e stridore di denti”, cioè rimorso disperato).

Una cosa importante da capire, per ogni discorso sensato su questa parabola, è cosa siano davvero i talenti. In primo luogo, diciamo subito che un talento è una quantità di beni grandissima, sono diecimila denari, più di trenta chili di oro! In secondo luogo dobbiamo anche sgombrare il campo da un’interpretazione comune di “talento”, quella secondo cui un talento è una dote personale, una bravura, un’abilità, un’arte … Tanto diffusa questa interpretazione che, in molte lingue avere talento significa essere bravi, eccellenti in qualcosa. No. La parabola di Matteo non intende assolutamente questo; il talento non è una capacità dell’uomo (anche se magari è riconosciuta come dono della natura o … di Dio!); i talenti, dice Matteo, sono averi del padrone (Consegnò loro i suoi averi); il talento è l’Evangelo che incontra ciò che ognuno di noi è; il talento è l’Evangelo accolto nella misura di cui ciascuno è capace, è la Parola di Cristo che ci è stata donata, è la sua presenza nelle nostre vite, è il nostro rapporto d’amore con Lui. La quantità diversa dei talenti non va presa nel senso della mera quantità ma nel senso della diversità.

La parabola delle Dieci vergini si concludeva con un invito preciso: Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora. Questa parabola inizia con un collegamento stretto a quell’invito (“hòsper gár”,  cioè “come infatti”), e se lì il vegliare era essere pronti, equipaggiati per un’attesa che si prolunga, qui la vigilanza è definita come qualcosa che deve ispirare, informare, dare corpo ai nostri gesti quotidiani, alle cose concrete che facciamo.

La vigilanza è essersi accorti d’aver ricevuto dei doni, anzi un grande dono che è l’Evangelo con la sua carica rivoluzionaria di amore fino all’estremo, e di fare della vita, del “poco che abbiamo” un luogo in cui l’Evangelo porti frutto. Non è questione solo di evangelizzazione, è soprattutto questione di ciò che rende credibile l’evangelizzazione, cioè una vita altra, diversa, feconda di Evangelo

I primi due servi generano Evangelo dall’Evangelo, hanno fatto del tempo dell’attesa un tempo di amore fecondo (ricordo a questo proposito una delle frasi umili ma forti di Don Tonino Bello: “Attendere: infinito presente del verbo amare!).

Il terzo servo fa una cosa terribile: restituisce il dono, così come lo ha ricevuto! Per paura! E’ raggelato da un rapporto con il padrone segnato da una lettura sviata del volto di lui; gli dice, infatti, “sei un uomo duro che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”; il padrone, si badi, in fondo accetta che il servo lo definisca esigente (ed era un motivo in più per far diventare fruttuoso quel talento!) ma non accetta che lo definisca duro (“sklerós”); infatti, quando ripete ciò che il servo gli aveva detto omette “duro”; il problema di quel servo è proprio lì, è averlo considerato duro, impenetrabile; lo percepisce tanto duro da non riuscire a penetrare le ragioni profonde del suo essere un signore esigente; lo percepisce così duro da coglierlo come spietato. Il servo convinto di questa durezza e pieno di paure, si ritrova nudo e privato di tutto; uno così è esposto al pianto perché avrà sempre rimorsi per quel che poteva essere e non è stato per le sue paure, è esposto al rischio grande della disperazione (è lo stridore di denti di cui dice Matteo). Uno così è “inutile”, e non nell’accezione positiva che Luca darà al termine (“senza pretesa di un utile” cfr Lc 17,10), ma nel senso di incapace di far germinare amore dall’amore, che è la sola cosa “utile alla storia!

I primi due servi si sono fidati di quello che avevano ricevuto e, fidandosi del dono, lo hanno reso fecondo; il padrone per ben due volte, sia al primo che al secondo, dà un appellativo bellissimo: “pistós”, cioè “fedele”, “che hai avuto fiducia”, “che hai avuto fede”. Questo ci libera da una lettura “praticona” di questo testo (come di quello del Giudizio finale che leggeremo domenica prossima e che è il seguito di questo capitolo di Matteo); sì, si tratta di fare delle cose, e la parabola del Giudizio finale ci dirà quale sia l’uso vero della vita nuova che Cristo ci ha donato e del suo amore nelle nostre vite, ma è un fare che affonda le sue origini nell’essere uomini “pistói”,  che si fidano dell’Evangelo perché partono da una vera “gnósis”, da una vera conoscenza di Dio e del suo Cristo. Si tratta allora un fare che nasce dalla conoscenza del vero volto di Dio, non un Dio duro ma certamente un Dio esigente perché ci prende sul serio e prende sul serio la storia; esigente perché non è venuto a consegnarci delle cose indifferenti, di cui si possa fare a meno, è venuto a consegnarci la sua stessa vita, fino alla croce. E’ esigente perché l’Evangelo ci è stato consegnato “a caro prezzo” (cfr 1Cor 6,20). E’ esigente perché “partendo” ha consegnato l’Evangelo nelle mani dei suoi, fidandosi delle loro mani.

Il tempo della Chiesa, il tempo dell’attesa del suo ritorno, è il tempo di questa sua fiducia e allora non può essere un tempo vuoto in cui l’Evangelo è sotterrato, ma un tempo in cui, con coraggio, ci si deve fidare dell’Evangelo stesso. Chi sceglie di fidarsi dell’Evangelo è uno che sceglie di rischiare pagando di persona. Il problema, in fondo è chiedersi se ci fidiamo veramente della potenza feconda dell’Evangelo o se diamo più credito alle vie piene di “saggezza mondana” che ritengono l’Evangelo una via debole, forse anche bellissima, ma debole, irrealizzabile e poco attenta al “pratico”. In realtà nella fede noi sperimentiamo che solo per quella via debole si entra nella gioia del Signore e questo perché quella via debole è la stessa che ha percorso Lui, pagando di persona fino alla croce.




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XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Le dieci vergini

CHIAMATI A VIVERE NEL RESPIRO DI UNA ATTESA

 Sap 6, 12-16;Sal 62; 1Ts 4, 13-18; Mt 25, 1-13

Siamo alle ultime domeniche dell’anno liturgico e la Chiesa richiama se stessa a quegli atteggiamenti che la possano porre nella storia come realtà con lo sguardo puntato al futuro di Dio, all’eterno di Dio, ma con i piedi ben piantati nell’oggi. Un oggi plasmato però dall’attesa del giorno del Signore.

I cristiani, infatti, non possono essere prigionieri di un oggi asfissiante ma sono chiamati a vivere l’oggi nel respiro di un’attesa.

Attendere.

Poveri noi se tutto si consumasse solo nelle coordinate del tempo che noi conosciamo e misuriamo; poveri noi se la storia fosse l’“unico orizzonte della storia”! La fede cristiana spalanca le porte della storia sul futuro del Dio che viene; Gesù è colui che è venuto e, proprio per questo, è promessa di una definitiva venuta.

La parabola delle dieci vergini, che il solo Matteo narra, è una strana parabola: segue, in un certo modo, le reali tradizioni nuziali ebraiche ma di continuo le trascende, le stravolge … è come se le nozze fossero solo evocate ma per restare il gran quadro che deve dare senso a tutto; le nozze sono una chiave di lettura del tutto che interessa a Matteo: la relazione sponsale tra il Messia Gesù e la sua Chiesa.

Se ci fu una cosa che segnò fortemente i primi decenni del cristianesimo, questa fu l’attesa del ritorno dello Sposo, di Cristo risorto! Tanto che i cristiani venivano detti “coloro che amano la venuta del Signore”. Questa attesa, però, si scontrò, da un certo momento in poi, con un problema: il ritorno ritardava; la parusìa (la presenza rinnovata del Cristo) si rivelò non imminente come si credeva. Si dovette iniziare a fare i conti con la morte dei cristiani, con la morte di coloro che avevano sperato con tuta l’anima che Gesù sarebbe ritornato presto e li avrebbe presi con sé.

Se il ritorno ritardava si dilatava il “frattempo” … si dilatava la storia da dover vivere in questo mondo! Allora il problema è chiaro: l’attesa che si dilata non può e non deve diventare un alibi per vivere un presente mediocre, disimpegnato, senza orizzonti vasti e preoccupato di un oggi soffocante ed asfittico. Il ritardo del Signore è appello a vivere il tempo in modo sensato, vigilante, con un atteggiamento prudente, cioè capace di mettere in conto che il ritardo vuole fedeltà!

Credo che questa parabola delle dieci vergini ci richiami ad una riflessione sul tempo, sulla durata. L’uomo è immerso nel tempo come tutto il creato ma con la differenza che solo l’uomo ha coscienza piena del tempo, del suo trascorrere, del suo lasciarsi alle spalle volti, storie e fatti, solo l’uomo è cosciente del suo camminare verso altri volti, altre storie, altri fatti … solo l’uomo percepisce di vivere un oggi con radici in un passato e con il cuore segnato dall’attesa del futuro. Il tempo è il luogo per diventare uomo … l’umanizzazione vuole tempo, vuole durata e, nell’umanizzazione, il culmine è la capacità di amare … e per amare ci vuole tempo … perché? Ma perché, pensiamoci bene, il tempo è la nostra vita; questa, infatti, è un certo numero di giorni, di anni … e se l’amore non spende la vita non è amore!

L’amore, quello vero, infatti, si misura con il tempo, con la durata, con la fedeltà … e questo riguarda i nostri amori, quelli tra noi uomini, ma riguarda anche l’amore per Dio; la parabola delle dieci vergini ci dice proprio questo: la necessità di durare nell’attesa stando pronti, avendo con sé la forza dell’attesa di Lui. Sì, attesa di Lui; ecco cosa Gesù chiede: di attendere Lui e Lui solo! Questo fa parte di quella pretesa di Gesù di essere il termine ultimo di ogni nostro amore, anzi la pretesa di essere il primo in ogni nostro moto d’amore. Il prolungarsi dell’attesa è possibilità di una fedeltà che sappia farsi gesto umile e quotidiano, una fedeltà sempre pronta al di là delle imminenze.

L’amore che Gesù chiede non è un’emozione che passa, non è una “stagione della vita”: è la vita!

La parabola non specifica cosa sia quell’olio che le vergini hanno o non hanno; se è chiaro che lo sposo e Lui, il Messia veniente, se è chiaro che le vergini sono la Chiesa sua sposa (ecco perché la sposa non appare per niente!) e nella sua molteplicità, l’olio delle lampade non è detto chiaramente cosa sia … d’altro canto, questa è una parabola e non un’allegoria (l’allegoria vuol che ogni elemento del racconto rinvii ad un’altra realtà) … Credo che qui si voglia parlare solo di una pienezza: dinanzi al Veniente si può essere pieni o vuoti! Insomma è vigilante chi ha vera capacità di attesa, un’attesa nutrita dalla Parola, nutrita dalla vita fraterna, nutrita di atti concreti che rendano visibile l’Evangelo … Le vergini sagge sono tali perché hanno vissuto il tempo dell’attesa fedeli nell’amore, dando al loro amore per Gesù una durata che non si stanca, che non viene meno, che non si ferma divenendo così una “stagione della vita”, hanno vissuto il tempo dell’attesa riempiendosi di vita sensata, una vita nutrita dalla Parola e con lo sguardo fisso solo su Gesù.

L’invito finale della parabola: Ecco lo sposo, andategli incontro! non è allora solo un grido escatologico, non riguarda solo l’ultimo giorno, ma è un invito ad andare incontro a Lui in ogni giorno, facendo di ogni giorno un giorno carico di Lui, proteso verso Lui.

La parabola sottolinea che questo è richiesto ad ognuno nella Chiesa; ciascuno ha la sua parte unica e irripetibile in questa storia; non sono possibili supplenze di nessun tipo; non è possibile prendere l’“olio” di un altro!

L’ “olio” è rimando al rapporto con Gesù che è relazione tra cuore e cuore, tra vita e vita; l’olio è richiamo alla luce che Lui dà a ciascuno la possibilità di accendere. Chi non ha la sua luce cammina nella tenebra tanto da restare celato a se stesso ed al Signore (non vi conosco!).

La storia ha bisogno di testimoni prudenti, capaci di vivere la vita in un amore fedele che non si stanca, testimoni che custodiscono la luce dell’Evangelo su cui hanno scommesso non per una stagione della vita, ma per tutta la vita.




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Tutti i Santi – Il mistero della santità

 LOTTARE PER UN CAMMINO DI SENSO

 Ap 7, 2-4.9-14; Sal 68; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12a

 

Poveri noi e povera Chiesa di Cristo se pensiamo che le Beatitudini siano dei “bei valori” o che siano il prodotto di una bell’anima poetica vissuta di sogni duemila anni fa e siano quindi prodotto della sua sfrenata fiducia in quell’uomo che fiducia non ne merita neanche un po’ e che è assolutamente “irredimibile” … poveri noi se pensassimo che il “mondo è sempre andato così e sempre andrà così”, che il mondo è fatto di ricchi fortunati e di poveri diavoli, che  è fatto di buoni, che fanno delle brutte fini, e di furbi e potenti che hanno la meglio; è fatto da chi più possiede e  possiederà sempre di più e da chi non ha nulla e, sarà anche buono, ma è un perdente …

E’ questo lo sguardo che tanti hanno sulla storia e sorridono con sufficienza dinanzi a pagine come le Beatitudini … la solennità di oggi ci dice però che è possibile un altro sguardo sulla storia e sull’uomo, che è possibile che “i perdenti” siano invece quelli che si credono “i vincenti”e vincenti siano quelli che tutti reputano perdenti. La solennità di oggi non serve ad avvalorare una folle chimera ma per confortare e rafforzare chi, avendo conosciuto Gesù, si è incamminato sulla sua strada e ne vuole pagare “il prezzo”; e lo vuole fare con gioia sapendo che quella è l’unica via capace di realizzare l’uomo e di donare senso ai giorni della storia.

Il testo dell’Apocalisse, con quella moltitudine immensa, ci dice che la santità non è chimera e non è neanche una via per una èlite scelta con chissà quali criteri … c’è un solo criterio: essere disposti a scommettere la vita su Gesù e sul suo Evangelo! E questo significa essere disposti a portare anche l’opposizione del mondo! I santi trovano l’ostacolo di un mondo che, nella migliore delle ipotesi, ride di loro e, nella peggiore delle ipotesi, schiera tutto il suo armamentario violento: Insultare, perseguitare, mentire, dire ogni sorta di male … in fondo, se ci pensiamo bene, sono i verbi che fanno la Passione di Gesù! Il mondo avrà per i santi un orizzonte senza confini di iniquità e Matteo l’ha detto: Ogni sorta di male

Il mondo vecchio è così, ma proprio lì, in questo fiume di iniquità, si apre una strada in cui i santi potranno, contraddicendo il mondo con le loro vite, tracciare una scia di bellezza, di luce, di novità.

I santi, che oggi contempliamo, sono quelli che hanno attraversato la storia e sono giunti alla meta e vivono alla meta; alcuni le Chiese li hanno indicati come tali ai credenti, ma la massima parte di essi sono passati nella storia e nessuno (o pochissimi) se ne sono accorti; spesso sono stati creduti inutili; spesso sono stati disprezzati, altre volte, addirittura, sono stati scambiati per empi. Tantissimi hanno portato segretamente il sigillo della croce e nessuno se ne è accorto: uomini e donne come noi, forse (e senza forse!) carichi di debolezze, carichi di fragilità e, spesso, anche di peccato ma santi perché hanno avuto la capacità di presentarsi a Dio, come diceva una santa canonizzata, Santa Teresa Di Lisieux, a mani vuote”, con la loro impotenza e con la loro incapacità a costruire la loro santità; sono però santi perché hanno chiesto a Dio, con tutte le loro forze, di essere fatti santi da Lui! Sono santi perché, mentre chiedevano a Dio la santità, hanno lottato per essere uomini di verità, di amore, di misericordia … Sono stati poveri nel profondo; Matteo nelle Beatitudini fa dire a Gesù non “Beati voi poveri”, come scriverà Luca, ma “Beati i poveri nello spirito che non è un’attenuazione, quasi a dire che ciò che conta è la povertà interiore che può convivere con grandi ricchezze (cioè: Posseggo ma sono distaccato!); no! Poveri nello spirito significa povertà radicale, profonda e questo perché la povertà evangelica non è “non avere nulla” (ci sono dei miserabili che sono avarissimi e legati all’estremo alle loro povere cose!) ma è il fidarsi realmente e profondamente di Dio e non dei beni di ogni tipo, non dell’acccumulo che mette “al riparo”; più avanti nel Discorso della montagna Gesù, infatti, dirà: Non potete servire a Dio e a Mammona … i poveri, i santi, hanno fatto questa scelta, quella di servire Dio, di fidarsi di Lui; e santi che hanno scelto questa via sono tanti, sono quella folla immensa che Giovanni ha visto con stupore nel brano del Libro dell’Apocalisse che oggi leggiamo.

Una folla immensa”: quanti sono passati facendo del bene senza ostentazioni, senza sentirsi giusti, senza giudicare gli altri sul proprio metro, senza disprezzare gli altri! … ecco i santi … e nella storia erano già figli di Dio. La seconda lettura di questa liturgia, sempre uno scritto giovanneo, tratto dalla prima lettera dell’Apostolo, ci rivela questa straordinaria qualità del cristiano: essere figlio di Dio ed esserlo realmente. Santi perché Dio li ha“separati” per Lui. Infatti il significato letterale della parola ebraica “kadosh”, è “altro”, “separato”. In Cristo i santi sono stati “messi a parte” per Dio. Ora, questi figli di Dio il mondo non li conosce e, come prima si diceva, li osteggia e perseguita o, comunque, li considera senza nessun valore.

Noi ci meravigliamo di questo, eppure il Nuovo Testamento lo afferma con chiarezza; il Santo di Dio, Gesù Cristo è stato odiato, perseguitato, riprovato, ucciso e un discepolo non è meno del maestro ha detto Gesù (cfr Gv 15, 18-21). Il mondo non ha riconosciuto Lui che era la luce, come può riconoscere noi che riflettiamo la sua luce, luce che tante volte rendiamo opaca con le nostre miserie e i nostri peccati?

Scriveva anni fa Enzo Bianchi: “Paolo ci ricorda che “ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio (cfr Col 3,3): nascosti per il mondo e per noi stessi. E’ normale che, anche se fatti santi da Dio, eletti, separati dalla mondanità, noi risultiamo sconosciuti al mondo … c’è una pretesa tra i cristiani di oggi: il riconoscimento da parte degli uomini. E’ una pretesa antievangelica … l’unica beatitudine e l’unica gioia la possiede il cristiano che sa dire con Paolo, nella fede, anche se a caro prezzo, siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, sì, ma non abbandonati alla morte; afflitti, ma sempre lieti, poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla, e invece possiede tutto (cfr 2Cor 6, 8-11)”.

Quale il “segreto” dei santi nella storia? La speranza di vedere Dio faccia a faccia … una speranza che ci purifica perché, per quella speranza, noi cerchiamo la comunione con Lui già quaggiù. Per quella speranza noi beviamo al calice della comunione dei santi. Facciamo comunione con il Santo, Gesù Cristo e, in Lui dilatiamo il cuore alla comunione dei santi, con tutti i santi, quelli della terra e quelli del cielo. E con questi possiamo vivere un dialogo vero, profondo …  Il passo dell’Apocalisse che ci testimonia la possibilità di questo dialogo con i santi. C’è uno straordinario dialogo tra Giovanni e un Vegliardo. I Padri della Chiesa, da San Gregorio di Nazianzo, commentando questo testo affermano questa reale possibilità di dialogo con i santi che sono alla meta; anzi, san Gregorio fa un’ipotesi suggestiva: chi è quel Vegliardo? Per Gregorio si tratterebbe di Giacomo, il fratello di Giovanni, il primo tra gli Apostoli che ha versato il sangue per Gesù (cfr At 12,2) … è un Apostolo già alla meta che dialoga con un Apostolo ancora dolorosamente in cammino (i due fratelli sono il primo e l’ultimo dei Dodici a morire!) ed è proprio il Vegliardo (Giacomo, secondo l’ipotesi del Nazianzeno) che inizia il dialogo: Uno dei Vegliardi prese la parola e mi disse: “Questi che sono avvolti in bianche vesti chi sono e da dove sono venuti?” E Giovanni risponde: Tu lo sai! E il Vegliardo testimonia: Sono coloro che sono passati per la grande prova fino a lavare le vesti nel sangue dell’Agnello.

 Insomma c’è una koinonìa che supera spazio e tempo, c’è una koinonìa che aiuta lo sforzo dei credenti a vivere la koinonìa nella storia. La comunione con i santi è , insomma, radice santa per la comunione dei santi che sono in cammino.

Vivendo la lotta per la comunione, i santi santificano la storia; il mondo lo sappia o non lo sappia, sono i santi che danno respiro alla storia impedendole di morire d’asfissia, sono i santi che immettono in questa storia un alito rinnovatore di vita. Il mondo pretende di essere il padrone della storia e di salvarla con la ricchezza, il potere, la violenza, l’avidità, la prevaricazione e invece la storia la salvano ogni giorno i poveri, i miti, gli affamati, i misericordiosi, i puri, i pacificatori, i perseguitati.

E’ il mistero della santità. E’ mistero che ci appartiene e ci chiede il coraggio di lottare per tracciare nel mondo un cammino di senso.




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