XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re

Giudizio Universale (particolare) - Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma

Giudizio Universale (particolare) – Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Musei Vaticani) Roma



GIUDICE E CROCIFISSO

Ez 34, 11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46

 

Questa solennità nell’ultima domenica dell’anno liturgico fu voluta da Papa Pio XI nel 1925. Il Papa fu spinto a creare questa festa a seguito di molteplici riflessioni, non ultima quella di voler rendere relative le suggestioni dei regimi che in quel tempo pretendevano dai popoli un’adesione personale ed assoluta.

Soffermarsi sulla regalità di Cristo è meditare sulla sua signoria sulla storia e sulla vita dei credenti…una signoria che Paolo, nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge, collega alla Croce e alla Risurrezione di Cristo.
Non è una signoria solo di natura (“Credo in un solo Signore Gesù Cristo”), è piuttosto una signoria che Egli ha conquistato – nella storia – a prezzo del suo sangue… Una signoria che ha lo scopo di liberare e non di schiavizzare; una signoria, infatti, che ha lo scopo di vincere i nemici dell’umanità, quei nemici che rendono l’uomo meno uomo …e l’ultimo nemico che dovrà essere annientato è quello che Gesù già ha vinto a Pasqua: la morte.
Una tale signoria, per il solo fatto di essersi rivelata a pieno sulla Croce nell’amore fino all’estremo, è una signoria che giudica il non-amore dell’uomo.

Anche Ezechiele, nel suo oracolo che ha costituito la prima lettura, ci mostra un pastore buono che ha cura amorosa per le sue pecore, le raduna, dà loro la vita e per questo la sua presenza è giudizio e discernimento tra pecore e capri…un’immagine questa che tornerà nel racconto di Matteo della parabola del Giudizio finale. In questa grande parabola la signoria di Cristo si rivela nel giudicare tutta l’umanità con il metro dell’amore.

Il veniente è il Figlio dell’uomo ed è re; sappiamo bene, però, che il Figlio dell’uomo è Gesù di Nazareth, rifiutato, perseguitato, e assassinato sulla croce come un malfattore. E’ dunque sì un re, ma un re che ha condiviso con l’uomo la fame, la nudità, la solitudine, l’abbandono; un re che allora può legittimamente identificarsi con i poveri e gli ultimi, con i più umili; un re che, pure nella sua funzione di giudice universale, non rinunzia alla logica che ha guidato tutta la sua esistenza terrena: la logica dell’Emmanuele, la logica del sedere alla mensa dei peccatori e dei piccoli, la logica di mettersi dalla parte delle vittime e dei curvati. Ed è un re che ha continuato ad essere presente nella storia anche dopo la sua “partenza”…e vi è rimasto “in incognito”, sotto le spoglie dei suoi fratelli più piccoli.

E’ chiaro, dunque, che non c’è contrasto tra questa pagina “gloriosa” e la croce!
Qualcuno ha anche detto che alla logica dell’amore (la croce) qui si sostituisse quella del trionfo e della potenza (giudizio). E’ assolutamente falso!
Questo Giudice fa perfettamente quello che fa il Crocefisso: svela il senso dell’amore, un amore che appare paradossalmente perdente mentre, in realtà, è vincente!
Il Crocefisso apparve agli occhi del mondo un essere inutile e maledetto, un fallito; invece fu salvezza e benedizione, fu rivelazione di senso; il Crocefisso apparve abbandonato persino da Dio, che così pareva dire parole di smentita su tutta la sua vita… quell’amore nascosto e disconosciuto diventò invece salvezza e benedizione, e da quell’amore grondante sangue e solitudine fiorì la risurrezione e la speranza.
Così è in questa pagina: il Giudice seduto sul trono della sua gloria svela l’uomo all’uomo, e lo fa alla luce della croce! Questo Giudice è il Crocefisso, e proclama che solo l’amore dona all’uomo umanità e consistenza; solo l’amore fa entrare nella vita («Venite, benedetti dal Padre mio!»).

In questa terza parabola, dopo il grande discorso escatologico, la vigilanza appare come capacità di sporcarsi le mani per coloro i quali sono piccoli, per gli esclusi, per quelli che non contano per nulla, per quelli che sono oppressi e curvati sotto il peso del bisogno.
Se nella parabola delle Dieci Vergini il vigilare era l’“essere equipaggiati per il tempo lungo”, e se per la parabola dei Talenti il vigilare era “assumersi responsabilmente il quotidiano rischiando di persona”, il vigilare qui è “amare fattivamente sporcandosi le mani per i più piccoli”…è mettersi dalla loro parte, come fece Gesù! L’amore si esprime concretamente, sottolinea Matteo, anche in questo racconto…
Anche nel Discorso sul monte – e proprio nella sua conclusione! – Matteo ci aveva tenuto a porre il sigillo a tutto il discorso inaugurale del ministero profetico del Figlio dell’uomo, con quel monito: «Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore!’ entrerà nel Regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (cfr Mt 7, 21).

Ora, al termine dell’Evangelo, la volontà del Padre brillerà chiara, e chi legge l’Evangelo sa che il Figlio dell’uomo seduto sul trono della sua gloria non è uno che si è solo riempito la bocca di belle e suggestive parole, ma uno che, per gridare la verità di tutte quelle parole, ha steso le sue braccia sulla croce, e si è sporcato le mani per tutti noi, piccoli e bisognosi… La volontà del Padre è che la fraternità tra gli uomini venga sanata per sempre, e la fraternità è sanata lì dove ci si fa carico veramente (non a parole!) dell’altro e del suo dolore.

Il monito va alla Chiesa che conosce l’Evangelo della Croce, e che sa che quella via è la via che anch’essa deve percorrere, senza perdere tempo e senza addolcire i precetti del Signore crocefisso…
Ma a tutti gli uomini – anche a quelli che l’Evangelo non lo hanno conosciuto – brilla, da questa pagina, una grande speranza: la benedizione del Figlio dell’uomo giunge a tutti quelli che – credenti o meno – hanno accolto ed amato…
E’ da notare che questo Giudice non chiede ragione di nessun atto di culto o di tipo “religioso”…il Giudice, glorioso perché trafitto, dice che i “lontani” che hanno accolto ed amato, anche se inconsapevolmente, hanno accolto ed amato Lui!

Martino di Tours ne fece esperienza profonda quando in sogno vide il Cristo rivestito di quel mezzo mantello che lui aveva dato al povero intirizzito dal freddo… «l’avete fatto a me»
Il Cristo è allora re perché così svela il senso di tutto l’universo.
E il senso è l’amore senza confini…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Ho avuto paura


UN SERVO CHE NON GENERA VITA

 Pr 31, 10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5, 1-6; Mt 25, 14-30

 

Parabola dei Talenti

Parabola dei Talenti, icona


Prima di entrare nel racconto della Passione, Matteo pone sulle labbra di Gesù un grande discorso, l’ultimo dei cinque con cui articola tutta la struttura del suo evangelo: il discorso escatologico, un discorso in cui Gesù porta i suoi ascoltatori a guardare il fine della storia, la meta della storia; ed in quella meta annunzia l’evento del ritorno del Figlio dell’uomo. Un discorso che presuppone che questo Figlio dell’uomo (modo con cui Gesù stesso si è di continuo designato nell’evangelo) debba andar via per poi tornare; presuppone dunque, ed il lettore dell’evangelo lo capisce bene, la Pasqua di Gesù. Egli sarà sottratto alla storia ma poi tornerà, e questo ritorno richiede un atteggiamento essenziale: la vigilanza.

A conclusione del discorso escatologico, proprio per inculcare la necessità di questo atteggiamento di vigilanza, Matteo pone tre parabole: la parabola delle dieci vergini, questa di oggi dei talenti, e la parabola che ascolteremo domenica prossima del giudizio finale.

L’accento che si pone nelle prime due parabole è sulla vigilanza; e se per la parabola delle dieci vergini risulta chiarissimo, lo è forse un po’ meno per la parabola dei talenti, o almeno non è così evidente. Basta tuttavia leggere la conclusione della precedente parabola, per coglierne il tema della vigilanza. “Vegliate, dunque, perché non sapete nè il giorno, nè l’ora. Avverrà infatti come di un uomo che, dovendo partire per un viaggio”.
Quell’“infatti” (in greco “gàr”) è allora importantissimo, proprio perché collega la parabola dei talenti al tema della vigilanza.

Matteo racconta una parabola (anche questa spesso letta in modo moralistico e volontaristico!) con cui – partendo da un’implicita domanda sul tipo di rapporto che instauriamo con Dio – giunge a declinare la vigilanza come capacità di rischiare per mettere in moto i doni ricevuti dal Signore, che è partito nel suo Esodo, ma che poi tornerà.
Il primo problema che il racconto di Matteo pone è quello della relazione che c’è tra il terzo servo, il vero protagonista della parabola (quello cioè su cui puntare tutta l’attenzione per comprendere il messaggio), ed il Padrone.
La parabola è un racconto “a sorpresa”, un racconto in cui il lettore è portato a schierarsi dalla parte sbagliata. Un po’ come avveniva con la parabola degli operai dell’ultim’ora (cfr Mt 20, 1-16), dove il lettore, di istinto, era spinto a sottolineare l’“ingiustizia” del comportamento del padrone della vigna, che paga in modo indistinto gli operai a prescindere dalle ore di lavoro e di calura.
Qui, nella parabola dei talenti, si è portati a pensare che l’atteggiamento “prudente” del terzo servo non sia poi così sbagliato: anche noi ragioniamo come lui, e ci convinciamo che tutto è giunto a buon fine, perché il talento è tornato intatto al Padrone! Il servo, in fin dei conti, non ne ha approfittato; non ha rubato nulla, nè ha usato quel ben di Dio (circa 32 chili di oro!) per suoi scopi personali! Ha conservato il talento con diligenza, e ha fatto anche attenzione a che nessuno toccasse quel patrimonio!
Il lettore ragiona così, come il terzo servo, e si trova tuttavia dalla parte del torto!
La narrazione di Matteo ci conduce a comprendere che questo avviene perché non si sa bene chi sia il Padrone, ed è chiaro che questi nella parabola adombri Dio! Il terzo servo lo definisce come “un uomo duro”, un uomo che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”!
Ecco il tranello!
Dinanzi ad una simile concezione di Dio non c’è spazio se non per due atteggiamenti: la paura ed il legalismo. Sono i due sentimenti che hanno guidato il servo a sotterrare il talento: ha avuto un talento ed un solo talento ha restituito, osservando una banale legge di onestà e di prudenza. Ha avuto paura di trattare con quel padrone “duro”, non ha voluto discussioni con Lui sul suo comportamento circa il traffico di quel talento; e per paura, ha creduto di risolvere il tutto in modo legalistico!

Si deve perciò tornare alla domanda iniziale della parabola: che significa vigilare (in greco “gregoréo”)? Nella parabola delle dieci vergini, vigilare significa essere equipaggiati per un tempo lungo. Qui, invece, c’è una risposta ulteriore: vigilare significa assumersi responsabilmente il quotidiano; e “responsabilmente” vuol dire “rischiando”!
La parabola, allora, ci dice che il problema risiede tutto nel nostro rapporto con il Signore. Il rapporto del terzo servo con il Signore è di paura: è un servo molto diverso da quello delineato nella parabola del servo spietato (cfr Mt 24, 42-51), il quale in fondo non prende sul serio la possibilità di un ritorno del padrone…
Nella parabola dei talenti, invece, è proprio l’incombere del ritorno che paralizza il terzo servo, rendendolo infecondo e privo di ogni iniziativa affinchè il dono immenso del Padrone potesse far frutto. Quello era un dono, e un dono da far fruttare; ma il terzo servo, non avendo compreso che era un dono (“Ecco il tuo!”), non l’ha fatto fruttare; ha creduto perciò di doverlo nascondere, mostrandosi pertanto nella sua verità: un servo “acheîros”, un servo “inutile”, e certamente non nell’accezione positiva, che gli dà l’evangelista Luca, di servo che “non pretende un utile”, di servo cioè che agisce con gratuità (cfr Lc 17, 10), ma nel senso più brutto del termine: un servo che non produce nulla, che non genera vita. Un servo che non è fecondo.

La fecondità di cui si sta parlando è una fecondità che parte dal talento (o dai talenti) che il Signore ha lasciato. La domanda importante allora è questa: cosa sono questi talenti?           E’ facile cadere qui nei soliti discorsi sulle doti personali, sulle capacità e le abilità di ciascuno, sui doni che ciascuno ha ricevuto e così via…nulla di così sviante!
Se andiamo alla struttura della narrazione, ci rendiamo conto che il Signore, che parte e poi ritorna, è Gesù stesso, e ciò che lascia è la sua esistenza. Infatti, il sostantivo che Matteo qui usa per “talento” è “iuparxis”, termine che certo indica anche la “ricchezza” ed i “mezzi di sussistenza”, ma questo secondo significato – direi – deriva dal primo: “esistenza”, “esserci in realtà”.
Allora pare lampante: i beni che Gesù lascia alla sua partenza (con la sua Pasqua) sono quelli dell’Evangelo: è la sua esistenza consegnata agli uomini, è la sua vita che racconta Dio, con l’amore “fino all’estremo” (cfr Gv 1, 18; Gv 13, 1). Ciò che si doveva “trafficare” era l’Evangelo, era l’amore che può cambiare la faccia della terra. E questo non si può sotterrare, non si può nascondere (cfr Mt 5, 15). Questo era richiesto al servo “inutile”, al servo “infecondo”.

Si vigila, allorasolo se si è operosi; e non operosi nell’usare i “propri talenti”, le proprie bravure ed attitudini, ma operosi nel “trafficare” l’Evangelo, prendendolo concretamente sul serio, senza fughe nè paure, ma rischiando e pagando di persona.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Dedicazione della Basilica Lateranense – Essere Chiesa

 

CHIAMATI AD ESPRIMERE IL VOLTO MATERNO DELLA CHIESA

 

Ez 47, 1-2.8-9.12; Sal 45; 1Cor 3, 9c-11.16.17; Gv 2, 13-22

 

Abside e Cattedra papale della Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Abside e Cattedra papale della Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Ancora una festa particolare che quest’anno cade di domenica: è la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense.  La Basilica di san Giovanni in Laterano, edificata da papa Milziade, fu dedicata ai tempi di San Silvestro I, che fu papa dal 314 al 335; la Basilica è la Cattedrale di Roma, luogo in cui il successore di Pietro siede come Vescovo di Roma e come c

olui che presiede tutte le Chiese nella carità. In questo luogo il Vescovo di Roma insegna e custodisce la fede, in obbedienza alla vocazione ricevuta da Gesù per mezzo di Pietro di confermare i fratelli nella fede (cfr Lc 22, 32). La Basilica del Laterano è perciò considerata la madre di tutte le chiese di Roma e del mondo.

Questa festa, al di là della sua origine storica e simbolica, ci dà occasione di riflettere sul nostro essere dimora di Dio in mezzo agli uomini. I credenti sono Chiesa perchè il Signore li chiama ad offrirsi con gioia a Lui, affinché ne faccia la sua dimora.

Già il Targum (traduzione e interpretazione rabbinica) del Sal 132 così traduceva, con grande profondità spirituale, i versetti 4 e 5: “Non concederò il sonno ai miei occhi…finchè non sarò diventato luogo per il Signore, una dimora al Potente di Giacobbe”. (Il testo originale dice invece “finchè non avrò trovato un luogo per il Signore”…).
Straordinario!

Il desiderio del credente di essere spazio per il Signore nella storia diventa poi la vocazione del popolo radunato dalla Pasqua di Gesù.
La Chiesa è la dimora di Dio in mezzo agli uomini, e l’edificio in cui essa si raduna ne è simbolo, sia esso una modesta chiesetta di campagna, un’umile cappella monastica o una grande Basilica come quella del Laterano.

Celebrare la Dedicazione di una Basilica, come di ogni chiesa, è fare memoria di un evento storico del passato, ma è anche e soprattutto risentire il “grido” di Dio che, in Cristo, ci chiede di essere uno e ci proclama capaci di Lui.

Il Signore ci chiama all’unità perché solo così la Chiesa racconterà Dio, come ha pregato Gesù nell’ultima sera: “Padre…che siano uno come noi…così il mondo creda” (cfr  Gv 17, 11.21).
Il Signore dichiara poi che l’uomo, come già diceva S. Agostino, è un essere “capax Dei”, un essere cioè creato per essere “luogo” di accoglienza di Dio, “luogo” di riposo di Dio, “luogo” in cui Dio può vivere e regnare.

Essere Chiesa è allora una vocazione straordinaria, è vocazione alla tensione all’uno, che negli Atti degli Apostoli viene definita con quell’“essere un cuore solo e un’anima sola” (cfr At 4, 32) con cui i credenti sperimentano la potenza della Pasqua di Gesù e ne diventano testimoni. E’ infatti la potenza della Pasqua che raduna i dispersi (cfr Gv 11, 52) e ne fa un popolo, come la Pasqua di liberazione dall’Egitto aveva fatto degli schiavi ebrei il popolo di Dio.

La Chiesa, come d’altro canto Israele, è popolo non perché protagonista di un patto orizzontale tra quelli che ne fanno parte; la Chiesa è popolo perché radunata dalla grazia, e chiamata ad essere segno tra tutte le genti di una possibilità di relazione tra gli uomini fondata su una fraternità non fittizia o simbolica, ma reale perché creata da Cristo a prezzo del suo sangue.

Questo ci fa capire che essere Chiesa è cosa grandemente seria, è cosa “grave” perché la Chiesa è impastata con il sangue di Cristo. Sì, in essa c’è anche il nostro fango, la nostra terra, ma impastati con il sangue prezioso del Figlio di Dio che ci ha amati fino all’estremo, lasciandoci così l’estremo dei comandamenti, quello dell’amore reciproco, che è l’unica credibile narrazione di Dio che noi possiamo rendere.

Altre cose non vanno mostrate…noi mostriamo, e pretendiamo di mostrare, sempre altre cose al mondo: è comodo mostrare dei simboli o dei “trionfi”; mostrare invece la nostra carne segnata dall’amore è scomodo perché è difficile e costa.
Mostrare l’amore senza pretese di contraccambio è costoso; mostrare il perdono e l’accoglienza dell’altro che “invade” i miei spazi e i miei privilegi è costoso, condividere quello che si è, e che si ha, è costoso…

E’ però l’amore costoso che Cristo chiede di mostrare al mondo, solo quello; un amore che è certo quello personale di ciascun battezzato, ma che è anche l’“abito” di cui deve essere rivestita la Chiesa.
Solo una Chiesa rivestita dell’abito dell’amore costoso si può presentare al mondo come Madre; diversamente rischia di indossare gli abiti ambigui della matrigna, che pretende di essere chiamata madre ma che di fatto non lo è, e lo dimostra con gesti e parole che una vera madre non farebbe e non direbbe.

Queste riflessioni devono toccare ciascun credente e non solo le gerarchie e le organizzazioni istituzionali; devono toccare noi, chiamati ad esprimere il volto materno della Chiesa, sempre…

Quelli che scoprono, dunque, di essere capaci di Dio si aprono all’essere “luogo per il Signore e dimora per il Potente di Giacobbe”, e questo li conduce ad essere testimoni di unità e di amore, e disposti a pagarne un prezzo.

Questo è essere Chiesa!

La festa di oggi, lungi dal farci pensare alle venerabili pietre dell’edificio che è al cuore della Chiesa di Roma, ci conduca ad una coraggiosa revisione della nostra identità ecclesiale nella costruzione del Regno di Dio giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, prezzo dopo prezzo…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Memoria dei Morti in Cristo – Giorno di Pietà e di Speranza

 


SPERARE PER TUTTI! 


Gb 19, 1.23-27a; Sal 26; Rm 5, 5-11; Gv 6, 37-40

 

La Resurrezione dei corpi di Michelangelo Buonarroti. Giudizio Universale, Cappella Sistina - Roma

La Resurrezione dei corpi, di Michelangelo Buonarroti. Giudizio Universale, Cappella Sistina – Roma


Quest’anno il 2 di novembre cade di domenica, il che ci permette di celebrare con maggior forza questa memoria non come giorno di tristezza, ma come giorno di risurrezione.
Un giorno certamente segnato da nostalgia per tutti coloro che abbiamo amato e ci hanno amato, e che ora sono sottratti ai nostri sguardi e alla nostra prossimità tangibile, ma anche giorno in cui si deve dilatare il nostro affetto e la nostra speranza verso tutti quelli che sono morti.
Certo, ci sono i fratelli cristiani, quelli cioè che chiamiamo fedeli defunti o meglio morti in Cristo (cfr Ap 14, 13), ma lo sguardo del cuore oggi dovrebbe dilatarsi ancor più a tutti gli uomini, nostri fratelli, che sono passati per questa storia e che ora sono oltre la storia; anch’essi, infatti, sono stati accolti da quel Dio che in Gesù si è rivelato a noi, senza alcun nostro merito, e che non hanno avuto la gioia di conoscere…

Quanti uomini sono passati per questa nostra terra! Quanti hanno amato, sofferto, gioito, peccato, generato, sperato, pianto lacrime nascoste; quanti hanno gridato al cielo, quanti hanno odiato, disperato; quanti sono stati schiacciati dall’ingiustizia, dai poteri perversi; quanti hanno languito nella povertà, nella fame, nella nudità; quanti sono stati privati della libertà e della gioia di costruirsi una vita degnamente umana…quanti!
Giusti, ingiusti, vittime e assassini, stolti e sapienti… giustiziati da altri uomini che si credevano padrini della vita, stolti e sapienti… Quanti non sono neanche riusciti a nascere… quanti sono morti disperati…e quanti gettati in battaglia come carne da macello, quanti affogati nei mari o perduti nei deserti…quanti!!

Oggi dobbiamo portarli tutti davanti a Dio, nella memoria di quelli che abbiamo amato e nella preghiera e solidarietà con tutti quelli che con noi hanno condiviso la nostra umanità! Siamo tutti uomini, tutti solidali nel bene e nel male, tutti parte di una stirpe creata dall’Amore e per l’amore, e troppe volte infelice ed infelicitante perché sedotta da cose che con l’amore non hanno nulla a che vedere…

Oggi deve essere giorno di una grande pietà e giorno di una grande speranza: d’una grande pietà, perché noi credenti dobbiamo oggi, con pietà infinita, raccogliere la lacrime di tutti gli uomini che sono morti, raccogliere i loro rifiuti, i loro orrori e le loro bellezze, e deporli tutti davanti a Dio ed al suo amore; e giorno poi d’una grande speranza, perché noi e solo noi, discepoli di Cristo, sappiamo che Gesù, il Figlio amato del Padre è venuto per essere anch’egli un frammento di questa infinita umanità. Lui l’Uno divenne frammento per essere accanto ad ogni frammento, per essere “primogenito tra molti fratelli” (cfr Rm 8, 29).

Noi, discepoli di Cristo, abbiamo un compito nella storia: quello di essere testimoni della speranza e, proprio dinanzi alla morte che è per tanti una diga alla speranza, noi abbiamo il compito di testimoniare una speranza nell’insperabile; una speranza che ha radici non in noi, ma in Cristo che è il “più forte”, che ha legato il “forte” che è il potere della morte (cfr Lc 11, 21-22).
La cosa sorprendente e paradossale è che questo “uomo più forte” è tale perché si è fatto debole fino alla croce, per raggiungerci nella nostra debolezza estrema che è la morte. E così ha abitato la morte.
Scriveva anni fa P. Ernesto Balducci: “Il non-senso che è la morte è stato abitato dall’Amore” e questo ha tolto potere alla morte, che è suprema espressione dell’odio e del peccato.

Ricordiamo sempre che la Scrittura fa entrare in scena la morte quando Caino uccide Abele (cfr Gen 4, 8), racconto potente dell’origine della morte: essa deriva dall’odio e dal peccato. La morte è creata dall’uomo che si è andato a gettare negli abissi della lontanza da Dio…
Dio è la vita, come ha scritto l’autore del Libro di Giobbe; Egli è il Redentore, riscatta perché è vivo ed ha l’ultima parola sull’orrore della morte. La certezza di fede di Giobbe è diventata reale e storica in Gesù, che “ha fatto la pace” ed ha vinto la morte “grazie al sangue della sua croce” (cfr Col 1, 20).

Il nostro compito è quello di “sperare per tutti”, come scriveva von Balthasar: sperare per quelli che sono morti senza speranza, per quelli che sono morti nel male, nel non-senso e nell’odio…

Sperare per quelli che non hanno conosciuto motivi di speranza; per quelli che hanno conosciuto solo il male, e per quelli che – non amati – non hanno saputo amare…

Gesù, nel passo del Quarto Evangelo che leggiamo oggi, ci rivela ancora il cuore del Padre: il Padre vuole che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno…e il Padre gli ha dato tutta l’umanità, ogni uomo, di ogni tempo; e per ognuno di noi il Padre ha un solo sogno: la vita!
Non una vaga immortalità, ma la risurrezione! Questa è l’autentica fede cristiana: la certezza che tutto ci verrà ridato, anche questo nostro corpo con cui abbiamo attraversato la storia, quel corpo segnato dalle nostre vicende, dai nostri peccati ma anche dai nostri slanci e speranze; tutto cio che la morte ci strappa ci verrà restituito dall’amore di Dio in Cristo Gesù!

A Cristo eleviamo oggi l’inno di lode per la sua Croce e la sua Risurrezione; a Lui, con amore solidale, presentiamo tutti gli uomini nostri fratelli che hanno calpestato questa terra stupenda e terribile, e che sono giunti a quell’oltre che Lui abita… Da parte nostra, gridiamo quella grande speranza che Paolo proclama ai cristiani di Tessalonica: “Saremo sempre con il Signore!” (cfr 1Ts 4, 17).

Oggi, allora, non è giorno di tetra mestizia, ma giorno di lieta speranza; certamente, è giorno pure di nostalgia, ma di una nostalgia che sa che ogni lontananza sarà colmata da Cristo, e che ogni iniquità troverà le sue braccia spalancate in una misericordia che noi non riusciamo neanche a immaginare o a sognare!

A quella misericordia consegniamo tutti…tutti…tutti!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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