ASCENSIONE 2018

ASCENSIONE DEL SIGNORE

At 1, 1-11; Sal 46; Ef 4, 1-13; Mc 16, 15-20

Il racconto che Luca fa, in Atti, dell’ Ascensione del Signore, è racconto di una vera e propria “teofania”, di una manifestazione di Dio; una manifestazione che avviene con il celarsi di Gesù! Paradossale! Come sempre, nel mistero cristiano, tutto è paradossale!

Qui Dio si manifesta sottraendo la visibilità del Risorto ai discepoli, ma questa assenza subito si riempie di una parola che viene da Dio: Uomini di Galilea perché state a fissare il cielo? Questo Gesù che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo . A parlare sono “due uomini ” non meglio definiti da Luca (anche al sepolcro le donne avevano visto “due uomini ”! cfr Lc 24, 4) la tradizione ha voluto vedervi due angeli … per alcuni esegeti sarebbero di nuovo Mosè ed Elia (anch’essi così definiti da Luca nella scena della Trasfigurazione; cfr Lc 9,30) che sono venuti come testimoni all’appuntamento del “compimento ” dell’ Esodo … sì, perché qui l’Esodo è davvero compiuto! Se la passione è stata il tempo del deserto ora qui, con la Risurrezione e l’Ascensione, Gesù giunge con tutta l’umanità alla Terra promessa! La scena somiglia tantissimo al racconto della Trasfigurazione: in primo luogo c’è la nube, segno della gloria del Signore, nube che cela e rivela e, mai come in questo racconto, è così chiaro che essa celi ma poi si dipana una grande rivelazione.

I due uomini (siano angeli o Mosè ed Elia!…) invitano i discepoli disorientati (ancora un parallelismo con il racconto della Trasfigurazione!) a non rimanere fissi con gli occhi al cielo e questo perché c’è da attendere un ritorno e questa attesa non può non essere che nella storia, nel quotidiano … i discepoli devono tornare alla storia e anzi devono essere, nella storia, via di svolta, di “esodo” per tutti! Ai discepoli del Crocefisso Risorto non è consentita alcuna evasione dalla storia! Ormai questo “esodo” dell’umanità è incominciato, tanto che un frammento della storia, del tempo degli uomini, della loro carne è ormai presso Dio … Gesù è questo straordinario frammento di storia che è giunto a Dio compiendo tutto l’Esodo ed essendo promessa di pienezza! La Chiesa resta nella storia per essere seme di questo compimento! Un compimento che può avvenire solo in un modo: narrando Gesù ! D’altro canto Gesù era venuto per narrare al mondo il Padre e l’aveva fatto con le sue parole e la sua vita tutta donata; la Chiesa non può e non deve fare altrimenti, non può e non deve fare altro! Riceverà lo Spirito per essere serva di questo compimento .

Nella finale dell’Evangelo di Marco che oggi si ascolta è chiaro: i discepoli, nonostante la loro fragilità (sono gli Undici e non più i Dodici perché tra loro si era insinuato il tradimento e la morte, e sono stati incapaci di una fede pronta, infatti Gesù li rimprovera per questa loro povera fede!) sono inviati da Gesù risorto ad evangelizzare tutta la creazione ; mi pare significativo che Gesù non dica semplicemente “tutti gli uomini ” o “tutte le genti” (come viene detto in Matteo ) ma dica “tutta la creazione ”… è come dire che l’Evangelo, per la parola e la testimonianza degli Apostoli, debba permeare tutto il creato per trasfigurarlo; tanto è vero che gli stessi segni che essi devono fare, toccano con evidenza le cose create liberandole (scacciano i demoni!) e trasformadole da male a bene (i serpenti, il veleno, le malattie, la separazione tra gli uomini a causa delle “lingue ” diverse …)

Con l’ Ascensione allora inizia un tempo nuovo, il tempo in cui il seme che Cristo ha piantato nella storia deve iniziare a giungere a pienezza …

Anche la finale di Marco, come il racconto di Atti, sottolinea che inizia un tempo di assenza, ma subito quell’assenza è avvertita come presenza distesa e permanente … infatti il Signore opera con i suoi e conferma le parole degli Apostoli e questo dappertutto, ovunque …

Lo straordinario di questo mistero dell’Ascensione è che l’ Evangelo, frutto “a caro prezzo ” dell’amore trinitario, frutto “a caro prezzo ” della croce del Figlio, ora è affidato a povere mani di uomini … la conferma e l’operare di Cristo sono strettamente legate all’opera dei discepoli … se essi non vanno e non si compromettono l’ Evangelo resta “congelato” perché non annunziato, resta fermo perché ha bisogno delle loro gambe e della loro fatica … quando nei secoli i discepoli non hanno fatto questo, il mondo degli uomini ed il creato tutto ripiombano nelle loro vie di morte e di alienazione.

L’Ascensione, allora, deve accendere nei nostri cuori la “febbre” dell’evangelizzazione … non c’è cristiano che se ne possa sentir fuori … non c’è discepolo di Cristo che possa nascondersi dietro “altri ministeri” e altre urgenze! Nessun discepolo di Cristo ne può essere esentato!

Divenuti discepoli del Crocifisso Risorto non si può avere che un’ urgenza: gridare al mondo, con la vita e la parola, la grande speranza, indicare al mondo quella terra promessa che già ci appartiene perché “uno di noi”, Gesù di Nazareth, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, già vi abita e, abitandovi, rimane contemporaneamente sempre con noi!

Credere nella Risurrezione è credere a questa terra promessa e tendervi con tutte le forze! Chi crede nella Risurrezione sa che c’è un’ urgenza: l’Evangelo! Sa che è un’ urgenza prima per lui stesso che ogni giorno deve decidersi per Cristo per poi mostrarlo al mondo senza arroganze e senza disprezzo.

A Cristo Gesù che tornerà la Chiesa dovrà consegnare questo mondo in cui essa è stata lasciata, un mondo da amare e da trasfigurare con la parola di salvezza e con la sua vita tutta fatta dono come quella del suo Sposo e Signore!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Jean Poyer: Ascensione, miniatura dal Libro d’Ore, 1490-1500 (Tours, France)

PRIMA DOMENICA QUARESIMA 2018

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

Gen 9, 8-15; Sal 24; 1Pt 3, 18-22; Mc 1, 12-15

La Quaresima inizia subito con una narrazione che ci conduce al cuore del mistero cristiano che ci prepariamo a celebrare a Pasqua. Un mistero che la Prima lettera di Pietro ci riassume in modo mirabile e che è mistero di debolezza assunta da Dio. Un mistero che ci narra la vicinanza assoluta di Dio con il dramma del nostro vivere, del nostro lottare, del nostro morire, del nostro sanguinare per cercare vie di umanizzazione. Dio è in questa nostra storia senza esenzioni!

Gesù, il Figlio amato, compiacimento del Padre, così come il mistero del Battesimo al Giordano ha proclamato, imbocca subito la via della “compagnia” radicale con la nostra storia umana. Cristo Gesù ci libera, ma per una via diretta e costosa, la via dell’assunzione del nostro vivere che solo così potrà davvero trasfigurare. Dopo la manifestazione dello Spirito al Giordano ecco ora lo scontro con Satana. Marco non ci narra le tentazioni con un episodio puntuale e chiuso; Marco ci fa comprendere che questo scontro, questa lotta fu aspra, dura, prolungata, continua … Marco usa l’imperfetto: «stava nel deserto tentato da Satana», ci dice così una situazione che ha una sua durata. Il secondo evangelo non narra la triplice tentazione così come narrano invece i vangeli di Matteo e Luca; la sua è una narrazione icastica, essenziale, cruda. Lo Spirito, che era sceso a ungere la Sua umanità, ora lo “getta nel deserto” (“Tò pneûma autònekbállei eis tèn éremon”, così alla lettera nel testo greco) perché affronti l’essere uomo senza sconti! I rabbini dicono che il valore numerico delle lettere che compongono la parola “Hasatàn” (“il satana”, “l’accusatore”) è 364, e ciò per dire che l’uomo è tentato e accusato da Satana tutti i giorni dell’anno, tranne che nel giorno dello Yom kippur, il giorno dell’espiazione, del perdono. Gesù ha fatto questa esperienza umanissima della tentazione continua; ha fatto l’esperienza di essere gettato nella tentazione. Solo così poteva essere il “sommo sacerdote che ci occorreva … tentato in tutte le cose, similmente a noi, tranne che nel cadere nel peccato” (cfr Eb 4, 15). Gesù ha sentito il morso del male che aggredisce. Ha fatto esperienza nel suo corpo, e nel suo profondo, della debolezza degli uomini, quella debolezza che dà le vertigini a tanti giorni del nostro vivere. Dopo essersi rivestito della nostra carne, il Figlio si è rivestito di debolezza, come scrive ancora l’autore della Lettera agli Ebrei (cfr Eb 5, 2). I Padri diranno che la debolezza fu l’abito sacerdotale di cui il Messia si rivestì per offrire il sacrificio della sua Pasqua.

Dobbiamo pensare seriamente alla debolezza di Gesù: una debolezza che scelse come via di unità tra noi e Lui; come via di assunzione, nella sua carne santissima, di quello che noi siamo. O prendiamo sul serio la tragicità delle tentazioni di Gesù, o riduciamo le tentazioni ad un ridicolo “teatrino” in cui Gesù finge di essere tentato per insegnarci qualcosa. No! L’insegnamento è vero solo se si attraversa ciò che si insegna, e lo scopo delle tentazioni nel deserto non è educativo, didattico; sarebbe troppo poco! La tentazione è costitutiva della salvezza. Il Cristo, dicevano i Padri della Chiesa, ha salvato tutto ciò che ha assunto e, passando per la via dolorosissima della tentazione, apre in questo deserto dell’uomo – di ogni uomo! – una via percorribile non perché ci chiede di imitarlo (sarebbe la logica del “bell’esempio”!) ma perché apre e dona all’umanità una concreta possibilità; immette nella nostra carne, nella nostra natura la possibilità della lotta, la possibilità della vittoria … La sua lotta e la sua vittoria ci sono donate per diventare strada percorribile nella storia.

Perché questo fosse possibile, Gesù accettò di essere aggredito dai desideri brucianti, accettò di essere affascinato fino all’estremo dai bagliori delle lusinghe del potere e del possedere: permise, nella spinta potente dello Spirito, che la tentazione ardente devastasse

il suo cuore, permise a quelle lusinghe di avere la forza sferzante di allucinazioni ingannevoli che lo fecero camminare sul ciglio di un precipizio di male.

E’ su questo tremendo e reale terreno che avviene la sua lotta e la sua vittoria; e su quel terreno Gesù griderà il suoi no alla tentazione. Marco lo dice sottilmente: «Stava con le fiere e gli angeli lo servivano». E’ dunque il nuovo Adam che restituisce ad ogni Adam lo “Shalom” universale, uno “Shalom” con il cielo e con la terra: gli angeli lo servono (il cielo) e le fiere non lo aggrediscono (la terra).

La vittoria di Gesù è però affermata da Marco anche con ciò che segue la scena delle tentazioni, e che anche ascoltiamo in questa prima domenica di Quaresima. E l’inizio della predicazione di Gesù, sono le prime parole che Gesù pronunzia nell’Evangelo: Il tempo è compiuto e il Regno di Dio si è avvicinato; convertitevi e credete all’Evangelo!

Perchè il Regno di Dio si è avvicinato? Perché c’è un Adam che ha vinto la tentazione, e ha proclamato la Signoria (il Regno) di Dio sull’intera sua esistenza. Gesù è il nuovo Adam che ha dato credito alle vie di Dio e non ha ceduto né ai morsi nè alle lusinghe del tentatore con i suoi miraggi di piacere, di potere e di possesso.

La Quaresima si apre così davanti a noi come tempo privilegiato per sperimentare questa Signoria di Dio, questo Regno vicino perché accolto. La conversione non è compiere atti meritori; non è neanche migliorarsi; la conversione è accettare l’azione di Dio aderendo vitalmente alla buona notizia che è Gesù, permettendo a Gesù stesso di plasmare il nostro universo interiore. Scrive Andrè Louf che questo è possibile perché Gesù, attraversando le tentazioni, vi ha deposto un seme per noi, un seme della sua forza, un seme del suo no alle vie di morte mascherate con le lusinghe del mondo, un seme del suo sì al Padre, sì a un amore fino all’estremo …

Camminare nella Quaresima significa raccogliere questi semi di grazia, e questo è possibile solo chinandosi umilmente, e riconoscendosi bisognosi di quel suo dono. Ecco che Quaresima è tempo di prova, di grazia, di lotta … è tempo di appropriazione di ciò che Gesù ha lasciato per noi nel deserto arido delle tentazioni, e sul terreno dolente delle nostre debolezze.

Deponiamo l’orgoglio per chinarci ad accogliere questi semi di vita. Giungeremo così alla Pasqua pronti ad attraversare le acque del Mar Rosso che vorrebbero essere baluardo invalicabile verso la libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

(Briton Rivière – 1840 – 1920 – : Gesù nel deserto)

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2018

QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gb 7, 1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1, 29-39

Tutto io faccio per l’Evangelo! Così si conclude la pagina della Prima lettera ai cristiani di Corinto che ascoltiamo in questa liturgia; un’espressione questa che ci indica quanto il discepolo diventi come Cristo se prende sul serio il suo rapporto con Gesù stesso e con la Parola che Lui è venuto a consegnarci. Paolo osa affermare di sè che si è fatto tutto a tutti e aggiunge per salvare ad ogni costo qualcuno ; un’aggiunta importante questa perché ci mette bene in chiaro che la logica dell’annunzio dell’Evangelo non ha parametri commerciali … c’è infatti una sproporzione tra quel “tutto a tutti ” e quel “qualcuno ” … il massimo “costo” non deve volere necessariamente un massimo “rendimento”; quello che conta è dare tutto ; come sempre: neanche un poco di meno. La gratuità di cui parla Paolo infatti non significa solo che Paolo non pretende un guadagno dall’impegno per il Regno ma che non misura neanche la sua dedizione con il “successo” personale o della “causa”. E’ l’Evangelo che ha una sua forza che si manifesta quando è annunziato, ma l’Evangelo ha i suoi ritmi, le sue vie, i suoi tempi … è necessario affidarsi all’Evangelo e mai credere che l’Evangelo sia affidato a noi. Il tratto di Marco che oggi ci è proposto fa scorrere dinanzi ai nostri occhi una giornata tipica di Gesù … è un sabato (è lo stesso sabato dell’episodio dell’indemoniato!) e Gesù ed i suoi lo impiegano per l’Evangelo … è una giornata di “miracoli” … stiamo però bene attenti: Gesù non si presenta come un taumaturgo , un guaritore , un esorcista di successo; Gesù compie quei gesti liberatori dalla malattia, dal male, da ogni alienazione (cosa è in fondo la possessione se non un essere alienati da sé e consegnati al male che “possiede”?) per mostrare che le sue parole sono vere e che è sorto un tempo nuovo, un tempo in cui inizia la vittoria su ciò che avvilisce e nullifica l’uomo; una vittoria su quella caducità senza vie d’uscita che pare l’orizzonte di Giobbe nel testo della prima lettura che oggi si ascolta. La giornata di Gesù che Marco descrive è carica contemporaneamente di narrazione e di valenze simboliche: c’è, per esempio, una alternanza di luoghi in cui Gesù opera: la sinagoga(nel passo precedente Gesù vi aveva compiuto l’esorcismo), la casa , all’aperto dinanzi a tutti gli abitanti della città, infine c’è il dirigersi altrove; insomma, pare che Marco voglia dire che l’azione di salvezza di Gesù è capace di penetrare tutti gli ambiti della nostra vita: dal luogo del culto all’intimità della casa , fino alla vita con le sue più ampie relazioni; in tutti questi luoghi si annida ciò che toglie all’uomo l’umanità. Gesù cura . Il verbo greco che Marco usa è “therapèuo” che significa “curare”, ma anche “venerare”, “rispettare”, “onorare”; Gesù cura donando dignità; non è un guaritore o un mago, è un uomo che rende uomini ; è Dio che si accosta all’uomo che si è avvolto nei lacci della morte e lo prende per mano per farlo alzare (è il gesto che Gesù compie per la suocera di Pietro; gesto che culmina con il verbo della risurrezione : “la prese per mano e la fece risorgere ”). Gesù cura i mali profondi dell’uomo di cui i mali esteriori sono solo un segno; guai a fermarsi alle guarigioni materiali.

Gesù rifugge chi si ferma all’esteriorità di quei gesti; rifugge chi cerca Lui perché è un guaritore; a Gesù interessa annunciare la parola del Padre, l’Evangelo che permette all’uomo di trovare la sua identità nella piena libertà: “per questo sono venuto ”. Mi sembra chiara la scala di priorità che Gesù ha compreso per sé e che l’Evangelo oggi ci consegna: l’annunzio dell’Evangelo è la sua grande priorità che prende forza dalla preghiera prolungata di quell’alba, nel dialogo con Colui che l’ha inviato, nel dialogo con Colui di cui annunzia l’Evangelo. Gesù non si lascia schiacciare dalle “urgenze ” (vere o presunte!) … con quella levata quando ancora è notte (in greco Marco scrive, alla lettera, “al mattino di notte presto ”) dichiara il suo bisogno di quel silenzio solitario ed orante. La sua azione prolungata di cura degli uomini “si versa” nel riposo del corpo e nel riposo orante di quell’alba silenziosa … Dinanzi a questo racconto di Marco, come Chiesa, dobbiamo farci oggi molte domande sugli equilibri della nostra azione e presenza nella storia e nella compagnia degli uomini. A volte ci si carica di “urgenze” che “urgenze” non sono, e si lascia indietro la sola vera “urgenza” che poi è quella che ci dà ragion d’essere e che non ci confonde con gli altri pur benemeriti ed ammirevoli enti benefici o sociali. Dobbiamo convincerci che l’eresia strisciante e subdola che oggi pervade tanti ambiti di Chiesa è lo strapotere del “fare” che mortifica l’unica cosa per cui Gesù ci ha posto nel mondo: Andate ed annunziate l’Evangelo a tutta la creazione (cfr Mc 16,15); un annunzio che ogni giorno esige spazi di silenzio e di ascolto di Colui di cui portiamo la Parola, spazi di fraternità in cui condividere la vita e vivere le esigenze radicali dell’Evangelo stesso … eventualmente da questo nascerà anche l’azione … dico “eventualmente” non perché l’azione sia una cosa eludibile o non necessaria (le opere non ci salvano ma dicono che siamo dei salvati!), ma perché un’azione che non abbia radici profonde nell’Evangelo, accolto e fatto scendere nel profondo delle scelte e delle intenzioni della vita, diventa un’azione filantropica, certo benemerita, ma spesso relegata in tempi o stagioni della vita e certo non eloquente dell’Evangelo. Insomma non possiamo essere una Chiesa del “fare” mille e mille cose scambiate per “urgenze” e relegare l’annunzio dell’Evangelo in “scomparti” scontati, magari quelli delle “preparazioni” (!?) ai Sacramenti, e la preghiera tra le cose che bene o male “bisogna fare” (cosa questa che nessuno direbbe apertamente, ma che di fatto sottilmente tantissimi pensano). Tutto io faccio per l’Evangelo! Chiaramente il primo “fare” è il lasciarsi plasmare dall’Evangelo per annunziare l’Evangelo; Giovanni dirà che l’opera di Dio è che voi crediate in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6,29 ), dunque è l’annunzio. Dimenticare questo o eluderlo è tradimento dell’Evangelo ed è perdita di identità ecclesiale. Qui c’è da fare discorsi seri sull’identità cristiana, non contro gli altri e contro le loro identità, ma a partire da quanto noi tradiamo questa identità diventando quello che non dobbiamo essere e livellando le nostre azioni, i nostri pensieri, le nostre priorità a quelli del mondo … La giornata tipo di Gesù che Marco narra vuole essere allora icona della vita del discepolo di Cristo, della sua Chiesa; notiamo che questa sezione e chiusa in una “inclusione ”: inizia con Gesù che va nella Sinagoga a insegnare (Mc 1,21) e termina con Gesù che proclama di dover annunziare (il verbo keriùssein v. 38) e che di fatto percorre i villaggi della Galilea ancora annunziando (di nuovo il verbo keriùssein v. 39) e cacciando i demoni. Proprio così:

Marco conclude mostrando come l’annunzio dell’Evangelo porti con sé la liberazione dal male che abita l’uomo. Solo annunziando l’Evangelo la Chiesa compirà la sola azione di cui l’uomo ha bisogno: la liberazione da ciò che lo nullifica, avvilisce, disumanizza. L’Evangelo è opera di umanizzazione.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Gesù cura a la suocera di Pietro: Vetrata della Chiesa parrocchiale di San Bonifacio in Bad Nauheim – Germania; sec. XVI)

SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13, 24-43

Siamo ancora nel paese delle parabole e Matteo ci conduce ad incontrare, persino in questo paese meraviglioso, nato dalla sapienza di Gesù, il mistero del male. Nel mondo visitato dal Seminatore che, senza né avarizia, né calcolo, getta il seme della Parola che rinnova, non solo c’è la non-accoglienza della Parola ma c’è pure il proliferare del male che si le si oppone ed infesta la terra degli uomini.
Il mistero del male ha sempre interpellato gli uomini e soprattutto gli uomini che credono in Dio o vogliono credere in Lui. Dov’è Dio mentre il male flagella ed uccide l’uomo, dov’è Dio mentre il male uccide i giusti e gli innocenti? Gli orrori del secolo scorso, dai lager della shoà ai gulag sovietici, dalle foibe alle guerre spietate e di sterminio, fino agli ultimi orrori che vediamo in questo secolo dalle guerre nascoste, ignote ed ignorate alla “polveriera” del Medio Oriente, fino agli orrori del terrorismo, pongono l’uomo credente dinanzi ad un proliferare di un male “diabolico” e contraddicente in cui il silenzio di Dio si è fatto pesante e per tanti doloroso fino all’estremo, fino a far “morire Dio” nei loro cuori!
La parabola della zizzania affronta il problema del male ma non ha la pretesa di risolverlo né tanto meno di dare risposte esaustive ed a tutto spettro …
Il male c’è e non si possono chiudere gli occhi sulla sua realtà; il problema è come vivere il tempo della storia che è segnato dalla compresenza del male e del bene … la prima cosa che la parabola ci dice è che non esistono due campi: uno di buon grano ed uno di zizzania (parola che il greco deriva, stranamente, dall’ebraico rabbinico “zun-zunim” dalla radice “znh” che significa “prostituirsi” nel senso che è grano imbastardito, degenerato!); grano e zizzania sono nello stesso campo e sono l’uno accanto all’altro. La parabola ci invita con fermezza alla pazienza; la zizzania non si deve sradicare e non solo perché si danneggerebbe il buon grano (sarebbe solo una decisione utilitaristica!!) e neanche perché i due non si distinguono bene l’uno dall’altro, ma perché tra il tempo della semina-crescita e il raccolto c’è un tempo che potremmo definire tempo della pazienza, tempo della speranza o, come dice San Girolamo, è il tempo in cui si deve dar spazio alla penitenza. In altre parole, in questo tempo intermedio è concesso a tutti far penitenza e dunque non si deve cedere alla tentazione di dare giudizi definitivi; lo stesso buon grano rischia di essere sradicato dalla pretesa di emettere giudizi cattivi e definitivi. Sia chiaro: non si tratta di non dare giudizi nell’illusione che la zizzania sia buon grano! Questa è cecità, non misericordia; è stoltezza e non pazienza, è buonismo e non “macroitimìa” (“sentire in grande”, “grandezza d’animo”)! E’ il giudizio definitivo ed anticipato che non spetta a nessuno! La storia deve essere attraversata da grande speranza.
L’autore del Libro della Sapienza, nel tratto che si ascolta in questa domenica, dice parole già di forte sapore evangelico, parole che certo hanno abitato il cuore di Gesù: Tu giudichi, Signore, con mitezza … con molta indulgenza … così hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini e hai reso i tuoi figli pieni di una dolce speranza perché tu concedi, dopo i peccati, la possibilità di pentirsi.
C’è allora un tempo che va riempito di attesa paziente e misericordiosa, di attesa colma di speranza … una speranza che non ha fondamento “botanico”: la vera zizzania non si cambia mai in buon grano! … Nel paese delle parabole, però, accadono cose strane: padri che non dicono neanche una parola di rimprovero al figlio sciagurato e scialacquone (cfr Lc 15, 22-24), pastori che danno la vita per le pecore (cfr Gv 10,11; in genere i pastori degli altri paesi le pecore le sfruttano e se le mangiano) e lasciano novantanove pecore per cercare una perduta (cfr Lc 15,4), dannati che si preoccupano di non far andare altri all’inferno (cfr Lc 16,27-28) … il paese delle parabole è un paese strano perché è il paese dei sogni di Dio … è il paese in cui ci viene donata quella dolce speranza che il sogno di Dio, in Gesù, può diventare storia. Le parabole ci invitano ad entrare in questa logica “illogica” di Dio … La via che le parabole ci invitano a percorrere è strana per il mondo ma è alimentata da una virtù oggi rarissima anche per noi credenti: la pazienza. Non a caso tra la parabola della zizzania e la sua spiegazione Matteo pone due brevissime parabole-paragoni: quella del granellino di senapa e quella del lievito: c’è una piccolezza, una pochezza, che deve pazientare per diventare altro ed essere al servizio di altri (gli uccelli che trovano rifugio tra i rami della senapa cresciuta e la massa della pasta che tutta benefica dalla forza del lievito); sia l’uomo che semina il granellino di senapa, sia la donna che impasta hanno tutti e due un tempo da vivere nell’attesa, un tempo di pazienza, un tempo in cui vivere di una dolce speranza: la speranza della crescita della pianta e la speranza della crescita della pasta. E bisogna attendere! La speranza è la grande virtù che anima il presente; guarda al futuro ma questo sguardo riempie di bellezza il presente. Un presente in cui bisogna avere la pazienza non solo dell’attesa ma anche quella di vedere accanto grano e zizzania e, a volte, inestricabilmente vicini; un tempo in cui si deve sospendere ogni velleità d’una Chiesa di puri, di una umanità beata! La spiegazione che Matteo dà della parabola della zizzania ci porta al termine di questo tempo di attesa, ci conduce alla fine. La mietitura – dice il testo – è la fine del mondo ma per “mondo” non c’è la parola “kòsmos” ma “aiòn” che si deve tradurre più precisamente con “tempo” … è la storia che finisce e si versa nell’eterno e allora non c’è più tempo di attesa, di speranza … allora c’è giudizio definitivo che chiamerà le cose con il loro nome appunto definitivo … per l’ Evangelo sarà tale per sempre solo in quel giorno in cui i giorni finiranno. Nel frattempo è necessario nutrire la speranza anche dinanzi alla terribile, infestante zizzania. Possiamo dire che questa pagina è così difficile che la Chiesa ha faticato tantissimo a comprenderla e a viverla: è continua la tentazione di sradicare la zizzania, è continua la tentazione dei giudizi definitivi, è continua la tentazione di difendere i buoni dalla zizzania sradicandola! Per consolarci pensiamo che persino Paolo ordina ai cristiani di Corinto di sradicare la zizzania di un certo incestuoso che era scandalo e inciampo in quella Chiesa; l’Apostolo chiede che sia espulso dalla comunità e consegnato a Satana (cfr 1Cor 5,1-5).
Come è difficile percorrere le vie dell’Evangelo, come è duro difendere legittimamente la vita delle comunità e contemporaneamente custodire questa parola scomoda dell’Evangelo, come è difficile pazientare e attendere con speranza!
E’ una grande sfida! Oggi non possiamo fare altro che cogliere questa sfida … pazientando anche con noi stessi e con le nostre prassi non limpide come l’Evangelo … raccogliamo la sfida sapendo che la meta è quella che Gesù ci mostra nel suo “paese delle parabole”!

P. Fabrizio Cristarella Orestano