TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA: CRISTO RE 2017

TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

CRISTO RE

Ez 34,11-12; 15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46

Nel brano della Lettera ai cristiani di Roma che oggi la liturgia propone, Paolo ci ha mostrato il Cristo nella sua regalità, quella che il Padre gli ha dato perché Gesù ha amato fino alla croce, fino all’estremo. Dando la vita Gesù si è mostrato re, risuscitato dai morti è stato fatto, dal Padre, re per sempre. La sua è una signoria già in atto dall’alba di Pasqua, una signoria che Gesù stesso ha affermato davanti a Pilato, una signoria che va tanto oltre le nostre concezioni di regalità, che Cesare non deve temere: Il mio regno non è di questo mondo (cfr Gv 18,36). Continuino pure a regnare i vari “cesari”, la loro regalità è effimera e ristretta, abbiano pure a ricoprirsi di oro e di porpore i re della storia, quei manti di potenza prima o poi copriranno cadaveri impotenti come quelli di tutti gli uomini. Sono così i regni di questo mondo.

La regalità del Risorto è in atto già oggi ma è nascosta; ecco la “sorpresa”su cui “gioca” il celebre passo del Giudizio finale di Matteo: sia i “buoni” che i “cattivi” si sorprendono che quel Re glorioso, seduto sul trono della sua gloria, attorniato dai suoi angeli, era così presente in una storia in cui pareva assente. Lo stupore è che lo si poteva incontrare e onorare ogni giorno e, in realtà, alcuni inconsapevolmente l’hanno fatto!

L’avevano incontrato in quei visi spaventati di forestieri male accolti e spesso umiliati, in quelle guance smunte di affamati, in quelle labbra secche di assetati inariditi dalla vita, in quei corpi nudi e infreddoliti, in quelle membra piagate e sofferenti giacenti in letti di dolore, in quei visi incattiviti dal male commesso e ristretti dietro sbarre che li privano del bene prezioso della libertà. E’ incredibile ma quel re era lì: nei luoghi meno santi e “regali” della storia …

Per Matteo è strano che un cristiano non possa accorgersene: quel re è il Crocefisso, colui che ha salvato il mondo non con la potenza ma con la debolezza. Dove, allora, il Crocefisso poteva continuare a dimorare se non nella debolezza?

Alla fine del suo Evangelo Matteo fa pronunziare al Risorto quella parola di grande forza e consolazione: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28, 20b). Ma dove cercarlo? Certo, presso il Padre (cfr Gv 20,17) ma contemporaneamente lì nella storia dei piegati, degli umiliati dell’umanità.

Se non ci fosse stata consegnata questa parola di Matteo, se non ci fosse questa prospettiva e questa rivelazione, la storia rimarrebbe un garbuglio enigmatico. Se questa pagina non ci dicesse da che parte sta Dio, non sapremmo quali vie percorrere per dare sbocchi di senso a ciò che senso non ha; Dio sta dalla parte dei piegati, degli umiliati, dei feriti, dei miseri, dei poveri perché cattivi o incattiviti (si badi che non si specifica se i carcerati da visitare siano degli “innocenti” ingiustamente prigionieri!), dei nudi e degli affamati perché qualcuno ha indosso gli abiti che loro spettavano e ha accumulato per il suo ventre il cibo di cui loro dovevano nutrirsi. Dio sta dalla loro parte, anzi si identifica con loro.

Lo cerchino pure gli uomini religiosi solo nella potenza del cielo o nei riti rassicuranti e senza amore … Lui è lì, come il povero Lazzaro della parabola di Luca, alla porta del ricco (cfr Lc 16,20).

Alcuni hanno voluto vedere in questa pagina di Matteo un bel programma etico sganciato da ogni legame teologico; quasi a dire: “Dio o non Dio, quel che conta è fare il bene!” Certo, nella visione universalistica che Matteo vuole qui comunicare c’è anche questo, per quelli che, lontani dalla rivelazione, vivono nel mondo la condivisione con i poveri e sanno chinarsi sulle piaghe dei sofferenti: quanti “giusti” colmi di pietà per l’altro ci sono stati e ci sono in tutte le epoche ed in tutte le “genti”!! Certo Matteo indica una via di amore e di compassione che chiunque può percorrere, ma non dobbiamo dimenticare che l’Evangelo è stato scritto per la Chiesa, per coloro che dovrebbero conoscere il Dio delle misericordie, il Dio che Gesù ha raccontato come Padre di

tenerezze. Se le genti, i lontani possono sporcarsi le mani, e l’hanno fatto e lo fanno, con le miserie del mondo, tanto più quelli che l’Evangelo ha toccato e salvato!

Già Israele sapeva che le opere di misericordia erano un riprodurre, nella storia personale, ciò che Dio aveva fatto e fa; un rabbino, infatti, poteva scrivere: “Seguire Dio è seguirne la condotta: come Dio ha vestito gli ignudi (Adamo ed Eva), così vesti quelli che sono nudi; come Dio ha visitato gli ammalati (Abramo e Sara nella loro sterilità), così tu pure visita gli ammalati; come Dio ha consolato gli afflitti (Isacco nel suo terrore sul monte Moria), così consola anche tu gli afflitti”.

Il problema allora è duplice: c’è un giudizio che discerne quelli che queste opere le hanno compiute sentendo compassione e cercando di fare ciò che Dio ha fatto e fa tentando, come scriveva Hetty Hillesum, di “aiutare Dio”, da quelli che queste opere non hanno voluto farle perché sordi al grido di sofferenza degli altri e perché con lo sguardo rivolto solo su se stessi e non sul Dio delle misericordie! Ma oltre al giudizio (o forse “assieme” ad esso!) c’è anche una rivelazione che è la parte mirabilmente sorprendente del testo di Matteo: dietro quei poveri c’era Lui, il Re glorioso e giudice … c’era Dio stesso! L’ “imitatio Dei” corrisponde ad un vero servire Dio presente nel povero.

La meraviglia dei “buoni” ci mostra la loro sorpresa dinanzi a questa straordinaria rivelazione, la gioia di scoprire che l’aver servito, lavato, curato, visitato, sfamato quei poveri era stato un servire in essi il Re ; la meraviglia dei “cattivi”, di quelli che invece pietà non ne hanno avuta, più che vera meraviglia è una sorta di squallida via per scusarsi, per giustificarsi … quasi che il “non sapere” di onorare e servire il Re in quei poveri bastasse a sgravarli dall’indifferenza e dal freddo egoismo che hanno seminato nella storia. Il problema è, allora: che relazione ho voluto avere con l’altro?

Assumere la storia con i suoi dolori è via di vita per tutti gli uomini e la rivelazione cristiana, dicendo alla storia da che parte è Dio e il suo Cristo, rivela fino a che punto questo Dio abbia scelto l’uomo, abbia scelto questa carne: è lì, nella carne del dolore, fino all’ultimo giorno.

Blaise Pascal, in punto di morte, non potendo ricevere l’Eucaristia perché impedito dalla malattia di ingoiare la particola, chiese agli astanti: “Se non posso ricevere Gesù, mio Signore, nell’Eucaristia, che io lo riceva nel povero; portatemi qui un povero!” Pascal aveva capito che sacramento di Cristo è l’altro, che nell’altro puoi sempre incontrare e amare l’Altro!

Al termine di questo anno liturgico, Matteo, che ci ha accompagnato con il suo Evangelo durante tutto questo anno, si congeda così da noi: indicandoci la via per fare di questa storia un “luogo”di senso … questo può avvenire attraverso i discepoli del Cristo, chiamati a umanizzare l’uomo con lo sguardo fisso sul Cristo. Con le tre “parabole”, che abbiamo ascoltato in queste ultime domeniche, Matteo ci ha detto che, in attesa del compimento che Cristo darà alla storia, c’è un’ora da vivere con attesa fedele (l’olio della lampada), facendo fruttificare l’Evangelo che ci è stato lasciato dal “Padrone” come tesoro preziosissimo (i talenti) e frutto vero di questo Evangelo che germina è amare quel Signore nei piccoli e nei poveri (“l’avete fatto a me”).

Così la Chiesa di Cristo prepara il Regno, così serve il Regno, così attende con ferma speranza che Dio sia tutto in tutti.

P- Fabrizio Cristarella Orestano

(Simon Dewey: Lavanda dei piedi)

Trentatreesima Domenica del tempo ordinario

TRENTAREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


 Pr 31, 10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5, 1-6; Mt 25, 14-30

 

Prima di entrare nel racconto della Passione, Matteo pone sulle labbra di Gesù un grande discorso, l’ultimo dei cinque con cui articola tutta la struttura del suo evangelo: il discorso escatologico, un discorso in cui Gesù porta i suoi ascoltatori a guardare il fine della storia, la meta della storia; ed in quella meta annunzia l’evento del ritorno del Figlio dell’uomo. Un discorso che presuppone che questo Figlio dell’uomo (modo con cui Gesù stesso si è di continuo designato nell’evangelo) debba andar via per poi tornare; presuppone dunque, ed il lettore dell’evangelo lo capisce bene, la Pasqua di Gesù. Egli sarà sottratto alla storia ma poi tornerà, e questo ritorno richiede un atteggiamento essenziale: la vigilanza.

A conclusione del discorso escatologico, proprio per inculcare la necessità di questo atteggiamento di vigilanza, Matteo pone tre parabole: la parabola delle dieci vergini, questa di oggi dei talenti, e la parabola che ascolteremo domenica prossima del giudizio finale.

L’accento che si pone nelle prime due parabole è sulla vigilanza; e se per la parabola delle dieci vergini risulta chiarissimo, lo è forse un po’ meno per la parabola dei talenti, o almeno non è così evidente. Basta tuttavia leggere la conclusione della precedente parabola, per coglierne il tema della vigilanza. “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora. Avverrà infatti come di un uomo che, dovendo partire per un viaggio”.
Quell’“infatti” (in greco “gàr”) è allora importantissimo, proprio perché collega la parabola dei talenti al tema della vigilanza.

Matteo racconta una parabola (anche questa spesso letta in modo moralistico e volontaristico!) con cui – partendo da un’implicita domanda sul tipo di rapporto che instauriamo con Dio – giunge a declinare la vigilanza come capacità di rischiare per mettere in moto i doni ricevuti dal Signore, che è partito nel suo Esodo, ma che poi tornerà.
Il primo problema che il racconto di Matteo pone è quello della relazione che c’è tra il terzo servo, il vero protagonista della parabola (quello cioè su cui puntare tutta l’attenzione per comprendere il messaggio), ed il Padrone.
La parabola è un racconto “a sorpresa”, un racconto in cui il lettore è portato a schierarsi dalla parte sbagliata. Un po’ come avveniva con la parabola degli operai dell’ultim’ora (cfr Mt 20, 1-16), dove il lettore, di istinto, era spinto a sottolineare l’“ingiustizia” del comportamento del padrone della vigna, che paga in modo indistinto gli operai a prescindere dalle ore di lavoro e di calura.
Qui, nella parabola dei talenti, si è portati a pensare che l’atteggiamento “prudente” del terzo servo non sia poi così sbagliato: anche noi ragioniamo come lui, e ci convinciamo che tutto è giunto a buon fine, perché il talento è tornato intatto al Padrone! Il servo, in fin dei conti, non ne ha approfittato; non ha rubato nulla, nè ha usato quel ben di Dio (circa 32 chili di oro!) per suoi scopi personali! Ha conservato il talento con diligenza, e ha fatto anche attenzione a che nessuno toccasse quel patrimonio!
Il lettore ragiona così, come il terzo servo, e si trova tuttavia dalla parte del torto!
La narrazione di Matteo ci conduce a comprendere che questo avviene perché non si sa bene chi sia il Padrone, ed è chiaro che questi nella parabola adombri Dio! Il terzo servo lo definisce come “un uomo duro”, un uomo che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”!
Ecco il tranello!
Dinanzi ad una simile concezione di Dio non c’è spazio se non per due atteggiamenti: la paura ed il legalismo. Sono i due sentimenti che hanno guidato il servo a sotterrare il talento: ha avuto un talento ed un solo talento ha restituito, osservando una banale legge di onestà e di prudenza. Ha avuto paura di trattare con quel padrone “duro”, non ha voluto discussioni con Lui sul suo comportamento circa il traffico di quel talento; e per paura, ha creduto di risolvere il tutto in modo legalistico!

Si deve perciò tornare alla domanda iniziale della parabola: che significa vigilare (in greco “gregoréo”)? Nella parabola delle dieci vergini, vigilare significa essere equipaggiati per un tempo lungo. Qui, invece, c’è una risposta ulteriore: vigilare significa assumersi responsabilmente il quotidiano; e “responsabilmente” vuol dire “rischiando”!
La parabola, allora, ci dice che il problema risiede tutto nel nostro rapporto con il Signore. Il rapporto del terzo servo con il Signore è di paura: è un servo molto diverso da quello delineato nella parabola del servo spietato (cfr Mt 24, 42-51), il quale in fondo non prende sul serio la possibilità di un ritorno del padrone…
Nella parabola dei talenti, invece, è proprio l’incombere del ritorno che paralizza il terzo servo, rendendolo infecondo e privo di ogni iniziativa affinché il dono immenso del Padrone potesse far frutto. Quello era un dono, e un dono da far fruttare; ma il terzo servo, non avendo compreso che era un dono (“Ecco il tuo!”), non l’ha fatto fruttare; ha creduto perciò di doverlo nascondere, mostrandosi pertanto nella sua verità: un servo “acheîros”, un servo “inutile”, e certamente non nell’accezione positiva, che gli dà l’evangelista Luca, di servo che “non pretende un utile”, di servo cioè che agisce con gratuità (cfr Lc 17, 10), ma nel senso più brutto del termine: un servo che non produce nulla, che non genera vita. Un servo che non è fecondo.

La fecondità di cui si sta parlando è una fecondità che parte dal talento (o dai talenti) che il Signore ha lasciato. La domanda importante allora è questa: cosa sono questi talenti?           E’ facile cadere qui nei soliti discorsi sulle doti personali, sulle capacità e le abilità di ciascuno, sui doni che ciascuno ha ricevuto e così via…nulla di così sviante!
Se andiamo alla struttura della narrazione, ci rendiamo conto che il Signore, che parte e poi ritorna, è Gesù stesso, e ciò che lascia è la sua esistenza. Infatti, il sostantivo che Matteo qui usa per definire ciò che sono i talenti è “iuparxis” (che abbiamo tradotto con “beni”), termine che certo indica anche la “ricchezza” ed i “mezzi di sussistenza”, ma questo secondo significato – direi – deriva dal primo: “esistenza”“esserci in realtà”.
Allora pare lampante: i beni che Gesù lascia alla sua partenza (con la sua Pasqua) sono quelli dell’Evangelo: è la sua esistenza consegnata agli uomini, è la sua vita che racconta Dio, con l’amore “fino all’estremo” (cfr Gv 1, 18; Gv 13, 1). Ciò che si doveva “trafficare” era l’Evangelo, era l’amore che può cambiare la faccia della terra. E questo non si può sotterrare, non si può nascondere (cfr Mt 5, 15). Questo era richiesto al servo “inutile”, al servo “infecondo”.

Si vigila, allorasolo se si è operosi; e non operosi nell’usare i “propri talenti”, le proprie bravure ed attitudini, ma operosi nel “trafficare” l’Evangelo, prendendolo concretamente sul serio, senza fughe né paure, ma rischiando e pagando di persona.

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 6, 12-16; Sal 62; 1Ts 4, 13-18; Mt 25, 1-13

Siamo alle ultime domeniche dell’anno liturgico e la Chiesa richiama se stessa a quegli atteggiamenti che la possano porre nella storia come realtà con lo sguardo puntato al futuro di Dio, all’eterno di Dio, ma con i piedi ben piantati nell’oggi. Un oggi plasmato però dall’attesa del giorno del Signore.

I cristiani, infatti, non possono essere prigionieri di un oggi asfissiante ma sono chiamati a vivere l’oggi nel respiro di un’attesa.

Attendere.

Poveri noi se tutto si consumasse solo nelle coordinate del tempo che noi conosciamo e misuriamo; poveri noi se la storia fosse l’ “unico orizzonte della storia”! La fede cristiana spalanca le porte della storia sul futuro del Dio che viene; Gesù è colui che è venuto e, proprio per questo, è promessa di una definitiva venuta.

La parabola delle dieci vergini, che il solo Matteo narra, è una strana parabola: segue, in un certo modo, le reali tradizioni nuziali ebraiche ma di continuo le trascende, le stravolge … è come se le nozze fossero solo evocate ma per restare il gran quadro che deve dare senso a tutto; le nozze sono una chiave di lettura del tutto che interessa a Matteo: la relazione sponsale tra il Messia Gesù e la sua Chiesa. Il contesto delle nozze serve a Matteo a dirci di che natura è la relazione tra Cristo e la sua Chiesa, tra Cristo e l’umanità: è una relazione d’amore in cui si dà la vita, in cui ci si gioca la vita, una relazione stabile e per sempre … il ritorno del Signore, la sua venuta, ci dice l’evangelista, avverrà nel segno delle nozze; Lui tornerà ma come sposo.

Se ci fu una cosa che segnò fortemente i primi decenni del cristianesimo questa fu l’attesa del ritorno dello Sposo, di Cristo risorto! Tanto che i cristiani venivano detti “coloro che amano la venuta del Signore”. Questa attesa, però, si scontrò, da un certo momento in poi, con un problema: il ritorno ritardava; la parusìa (la presenza rinnovata del Cristo) si rivelò non imminente come si credeva. Si dovette iniziare a fare i conti con la morte dei cristiani, con la morte di coloro che avevano sperato con tuta l’anima che Gesù sarebbe ritornato presto e li avrebbe presi con sé.

Se il ritorno ritardava si dilatava il “frattempo” … si dilatava la storia da dover vivere in questo mondo! Allora il problema è chiaro: l’attesa che si dilata non può e non deve diventare un alibi per vivere un presente mediocre, disimpegnato, senza orizzonti vasti e preoccupato di un oggi soffocante ed asfittico. Il ritardo del Signore è appello a vivere il tempo in modo sensato, vigilante, con un atteggiamento prudente, cioè capace di mettere in conto che il ritardo vuole fedeltà!

Credo che questa parabola delle dieci vergini ci richiami ad una riflessione sul tempo, sulla durata. L’uomo è immerso nel tempo come tutto il creato ma con la differenza che solo l’uomo ha coscienza piena del tempo, del suo trascorrere, del suo lasciarsi alle spalle volti, storie e fatti, solo l’uomo è cosciente del suo camminare verso altri volti, altre storie, altri fatti … solo l’uomo percepisce di vivere un oggi con radici in un passato e con il cuore segnato dall’attesa del futuro. Il tempo è il luogo per diventare uomo … l’umanizzazione vuole tempo, vuole durata e, nell’umanizzazione, il culmine è la capacità di amare … e per amare ci vuole tempo … perché? Ma perché, pensiamoci bene, il tempo è la nostra vita; questa, infatti, è un certo numero di giorni, di anni … e se l’amore non spende la vita non è amore!

L’amore, quello vero, infatti, si misura con il tempo, con la durata, con la fedeltà … e questo riguarda i nostri amori, quelli tra noi uomini, ma riguarda anche l’amore per Dio; la parabola delle dieci vergini ci dice proprio questo: la necessità di durare nell’attesa stando pronti, avendo con sé la forza dell’attesa di Lui. Sì, attesa di Lui; ecco cosa Gesù chiede: di attendere Lui e Lui solo! Questo fa parte di quella pretesa di Gesù di essere il termine ultimo di ogni nostro amore, anzi la pretesa di essere il primo in ogni nostro moto d’amore. Il prolungarsi dell’attesa è possibilità di una fedeltà che sappia farsi gesto umile e quotidiano, una fedeltà sempre pronta al di là delle imminenze.

L’amore che Gesù chiede non è un’emozione che passa, non è una “stagione della vita”: è la vita!

La parabola non specifica cosa sia quell’olio che le vergini hanno o non hanno; se è chiaro che lo sposo e Lui, il Messia veniente, se è chiaro che le vergini sono la Chiesa sua sposa (ecco perché la sposa non appare per niente!) e nella sua molteplicità, l’olio delle lampade non è detto chiaramente cosa sia … d’altro canto questa è una parabola e non un’allegoria (l’allegoria vuol che ogni elemento del racconto rinvii ad un’altra realtà) …

Credo che qui si voglia parlare solo di una pienezza; dinanzi al Veniente si può essere pieni o vuoti! Insomma è vigilante chi ha vera capacità di attesa, un’attesa nutrita dalla Parola, nutrita dalla vita fraterna, nutrita di atti concreti che rendano visibile l’Evangelo … Le vergini sagge sono tali perché hanno vissuto il tempo dell’attesa fedeli nell’amore, dando al loro amore per Gesù una durata che non si stanca, che non viene meno, che non si ferma divenendo così una “stagione della vita”, hanno vissuto il tempo dell’attesa riempiendosi di vita sensata, una vita nutrita dalla Parola e con lo sguardo fisso solo su Gesù.

L’invito finale della parabola: Ecco lo sposo, andategli incontro! non è allora solo un grido escatologico, non riguarda solo l’ultimo giorno, ma è un invito ad andare incontro a Lui in ogni giorno, facendo di ogni giorno un giorno carico di Lui, proteso verso Lui.

La parabola sottolinea che questo è richiesto ad ognuno nella Chiesa; ciascuno ha la sua parte unica e irripetibile in questa storia; non sono possibili supplenze di nessun tipo; non è possibile prendere l’ “olio” di un altro! Ci sono degli atti di salvezza che solo io posso compiere, che nessun altro potrà supplire a pieno; se quegli atti di salvezza non li compio io, nella storia permarranno dei “buchi”, dei “vuoti” che ritardano il Regno e la sua pienezza; è questo un forte richiamo alla nostra personale responsabilità nei confronti della storia e dell’umanità tutta; non ci sono dei “sì” e dei “no” privati … i nostri “sì” ed i nostri “no” hanno ricadute sulla storia della salvezza! E’ enorme ma è così! Ciascuno deve fare la sua parte! Se il Regno, che pure invochiamo ad ogni “Pater” ritarda è perché troppi discepoli di Cristo, nella storia bi millenaria della Chiesa si sono sottratti dal dare la loro parte, hanno lasciato dei vuoti …

L’ “olio” è rimando al rapporto con Gesù che è relazione tra cuore e cuore, tra vita e vita; l’olio è richiamo alla luce che Lui dà a ciascuno la possibilità di accendere. Chi non ha la sua luce cammina nella tenebra tanto da restare celato a se stesso ed al Signore (non vi conosco!).

La storia ha bisogno di testimoni prudenti, capaci di vivere la vita in un amore fedele che non si stanca, testimoni che custodiscono la luce dell’Evangelo su cui hanno scommesso non per una stagione della vita, ma per tutta la vita.

TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ml 1,14b-2,2b.8-10; Sal 130; 1Ts 2, 7b-9.13; Mt 23 1-12

Anche in questa domenica sarebbe comodo, ed è una gran tentazione, far diventare la pagina evangelica proposta una pagina o antigiudaica o una pagina archeologica … Si sfugge subito a questa tentazione se si fa attenzione ai destinatari del discorso di Gesù: sono le folle e i suoi discepoli. In Matteo l’attenzione alle folle è una sottolineatura che vuole portare lo sguardo sulle “moltitudini” di credenti in Gesù che ormai ci sono, sulla dimensione ecclesiale che all’evangelista sta molto a cuore. Insomma queste parole sono rivolte alla Chiesa, a quanti hanno deciso di mettersi alla sequela di Cristo avendo accolto l’Evangelo.

Matteo si rivolge alla sua Chiesa e noi oggi dobbiamo lasciare che l’Evangelo ci contraddica, ci scopra, ci provochi, ci ferisca. Oggi.

Nel discorso di Gesù gli Scribi e i Farisei sono l’esemplificazione più lampante di ciò che non deve, né può accadere nella comunità ecclesiale. L’Evangelo è oggi invito provocatorio per chiunque abbia scelto Gesù come via per camminare verso il Regno; una provocazione a riconoscere il fariseo e lo scriba che si annida nel cuore. Questo fariseo che ci abita ci fa correre tre pericoli che il testo di Matteo sottolinea con forza e chiarezza: divorzio tra parlare e agire, creare una morale arrogante per gli altri, il desiderio di apparire e di essere primeggianti e riconosciuti.

Il primo pericolo è quello che farà gridare a Gesù: “Ipocriti!”, cioè “attori”, “simulatori”. E’ questa la grande impurità: la non corrispondenza tra dire e agire, tra pensare e fare … è la grande impurità che si oppone alla beatitudine del “Beati i puri di cuore” (cfr Mt 5,8). Troppe volte, nella sfrenata sterzata moralistica che si è data all’Evangelo, si è letta la beatitudine dei puri di cuore come riguardante la castità e tutta la sfera sessuale … anche in questo ambito può entrare la beatitudine dei puri ma nel senso di saper guardare all’altro per quello che è, accogliendolo e non usandolo e mostrando all’altro la propria verità, senza divorzi tra il pensiero e l’agire.

Da questo primo atteggiamento, che può allignare in ogni comunità credente (e ne è la morte!), nasce immediatamente un secondo pericolo: creare una morale insopportabile e legarla sulle spalle degli altri! Quante volte accade questo … siamo stati capaci di far diventare l’Evangelo una morale opprimente! Che contraddizione: la “buona notizia” che diventa morale soffocante, pesante da non potersi portare, moltiplicazione di leggi che smettono di guardare all’uomo ed alla sua concretezza storica per disegnare un uomo che non esiste realmente, un uomo esemplificato in migliaia di casi che nulla hanno a che vedere con quella carne concreta di ciascun uomo, quella carne concreta che è ciò che Dio ama radicalmente! Teoricamente tutti sono contro la morale “casistica” e disincarnata ma la si ripropone così più volte che non si creda … Una morale che non sia liberante e vissuta, sì con lotta, ma con gioia piena, è contraddizione all’Evangelo ed è “tomba” senza speranza di ogni forma di evangelizzazione!

Annunciare l’Evangelo è annunciare la buona notizia dell’Amore del Padre che dona il Figlio fino all’estremo della croce ed effonde su di Lui e su ogni uomo lo Spirito che è il suo Amore, la forza per amare fino all’estremo come il Figlio crocefisso e risorto! Quando questo annunzio penetra i cuori trasforma anche le vite e si diventa capaci di pendere su di sé il giogo soave di Cristo, soave perché Lui lo porta con noi, perché Lui è consolazione e riposo (cfr Mt 11, 28) nella lotta.

Il terzo pericolo è quello della ricerca dell’apparire, del primeggiare … qui Gesù fa seguire un elenco di miseri “mezzucci” per essere ammirati dalla gente: in primo luogo ostentazioni come quella di allargare i filatteri per forma e grandezza; questi “filatteri” sono gli astucci contenenti il testo dello Shemà che, per Dt 6,8, ci si deve porre sulla fronte e sul braccio … ostentazioni come quella di moltiplicare o allungare le frange del mantello, frange che sono segno dei precetti che il pio israelita si prefigge di osservare scrupolosamente: quante più frange si hanno tanti più voti di

fedeltà si son fatti. Altro “mezzuccio” è ambire ai primi posti nei banchetti e nelle sinagoghe; uomini così amano poi essere ossequiati ed esser chiamati con titoli onorifici …

Matteo pone sulle labbra di Gesù un monito severo per atteggiamenti del genere: se queste sono tentazioni, se sono pericoli, Gesù vuole che i suoi discepoli li fuggano come la peste e ci indica pure anche la via per sfuggire a queste tremende vie “religiose” … come sempre la via non è un precetto moralistico ma una parola di rivelazione.

La rivelazione che Gesù comunica ai nostri cuori, e che ci libera da ogni fariseismo e da ogni “mezzuccio” per apparire, è la rivelazione della paternità di Dio per la quale siamo tutti fratelli e per cui ogni tentativo di primeggiare diventa, in questa consapevolezza, stolto e perverso; la rivelazione della paternità di Dio è però preceduta dalla rivelazione che il Figlio è il solo maestro perché è Lui che ci ha insegnato la sola cosa che davvero conta: il vero volto di Dio e il vero volto dell’uomo. Dio è Padre e noi siamo amati infinitamente da questo Padre nel quale siamo tutti fratelli. Gesù, però, aggiunge anche di non farsi chiamare “katheghetès”, cioè “guide” (finalmente la nuova traduzione CEI ha tradotto “guide” e non ha ripetuto “maestri”; la parola che Matteo usa per “maestro” è, infatti o l’ebraico “rabbì” o il greco “didàskalos”); non bisogna pretendere per sé il titolo di guida perché solo il Cristo è nostra guida e pastore perché solo Lui ci precede e ci conduce a libertà dando per noi la vita.

In questa domenica certamente tanti penseranno, ascoltando questa pagina evangelica, che la Chiesa ha disobbedito a questa parola di Gesù perché ha sempre usato questi titoli: maestro, guida, padre … credo, però, che non sia questione di parole, di appellativi, ma di atteggiamenti profondi, di chiarezza radicale. Nella Chiesa ci può essere (e deve esserci!) un ruolo magisteriale purchè sia sempre sottoposto al magistero di Cristo; un ruolo magisteriale che sia allora rivelazione della magisterialità unica del Cristo; nella Chiesa ci possono e ci devono essere dei padri (uno dei grandi mali della Chiesa di oggi è la scarsità di “padri spirituali”!) ma non con una loro paternità da imporre, ostendere e millantare, ma con una paternità che costi la fatica di generare alla fede, alla speranza e all’amore dei figli, con una paternità che sia rivelazione e narrazione del volto dell’unico Padre; allo stesso modo il ruolo di guida va assolutamente assunto da chi vi è chiamato ma per raccontare la mano tenera e forte dell’ unico Pastore, Gesù Cristo; ci vogliono pastori che siano disposti come Cristo a dare la vita.

D’altro canto Gesù non ha detto Non siate maestri, non siate padri, non siate guide … ha detto “non fatevi chiamare” … è allora, non questione di ruolo, ma di pretese di ruolo, di pretese di primati che pongano sugli altri. E’ chiaro che, se i maestri diventano arroganti, i padri opprimenti e le guide diventano dispotiche e guide cieche che pascolano il gregge senza amore e per vile interesse (cfr 1Pt 5, 2-4) allora il tradimento dell’Evangelo è violento e palese; diversamente maestri, padri e guide edificano il Regno di Dio. Il segreto, per loro e per tutti quelli che vogliono essere uomini dell’Evangelo, è nell’ultima esortazione: Il più grande tra voi sia vostro servo. Chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato che è certamente un invito all’umiltà ed al servizio ma è soprattutto via che affonda le sue radici sempre nell’unico Maestro e nell’unico Pastore, in Gesù che ha preso l’ultimo posto, quello dello schiavo e dello schiavo crocefisso! L’ultimo posto e l’abbassamento più estremo solo stati la via che Dio ha scelto per essere tra noi!

Paolo, nel testo della Prima lettera ai cristiani di Tessalonica ci ha mostrato se stesso come umile incarnazione di questa servitù tenera e piena d’amore per i suoi: Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli … avremmo desiderato trasmettervi non solo l’Evangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari …

Una via come questa, lungi da ogni desiderio perverso di primeggiare, lungi da ogni arroganza e da ogni ipocrisia, via di reciproca tenerezza che abbia al cuore l’Evangelo, è l’unica via per mostrare Cristo al mondo, per far sì che la Chiesa sia città luminosa posta sul monte (cfr Mt 5, 14), luogo in cui gli uomini anelino abitare per ritrovare il senso profondo del loro vivere. Una via di tenerezza che è solo quella dell’unico Maestro e Pastore.