BATTESIMO DEL SIGNORE

Is 42, 1-4.6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17

 

Con questa domenica si conclude il Tempo di Natale. Si conclude con un’ulteriore epifania. Come è noto, nel giorno della Solennità dell’Epifania, anche se ha preso il sopravvento per motivi logici l’episodio del Magi, la Chiesa ha sempre celebrato le tre epifanie del Signore: quella appunto ai Magi, l’epifania al Giordano nel giorno del Battesimo, il segno di Cana di Galilea che è un’epifania del Signore all’embrione di Chiesa che è quella sua prima comunità di cui si dichiara sposo e ai cui dona il vino buono dell’Evangelo che la preparerà alle nozze di sangue sul Golgotha.

            Nella liturgia romana l’ epifania al Giordano ha assunto una sua fisionomia occupando la domenica successiva alla Solennità dell’Epifania  chiudendo il Tempo di Natale ed aprendo il Tempo ordinario. In fondo è una collocazione logica perché il Battesimo dà il via alla missione ed alla vita pubblica di Gesù come Figlio di Dio e Messia.

            Oggi sappiamo che il fatto del Battesimo al Giordano è il punto d’arrivo di tutto un percorso umano di Gesù … è un culmine di quel processo che l’Incarnazione ha innescato. Gesù , vero uomo, ha camminato nella fede lasciando che il Padre gli plasmasse il cuore, la mente e la vita; ha fatto delle scelte (nulla è possibile di veramente umano senza compiere concrete scelte costose!) che lo hanno portato a lasciare la casa ed i suoi ed a recarsi nel deserto dove si è messo alla scuola del profeta Giovanni il Battista; si è messo alla sua sequela come dice chiaramente lo stesso Battista quando dice: Colui che viene dietro di me mi è passato avanti (usa l’espressione tecnica della sequela che lo stesso Gesù userà poi per i discepoli: o opíso mou erchómenos). Oggi in massima parte si è d’accordo su questo punto tranne i soliti “doceti mascherati” che non tollerano che si dica che Gesù ha imparato, è cresciuto, ha compreso sempre più se stesso e il mondo. Chi assume tali posizioni dimentica (oppure minimizza) quello che Luca scrive alla conclusione del suo evangelo dell’infanzia: E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini (Lc 2,52).

            Al Battesimo al Giordano dobbiamo capire che accade qualcosa di fondamentale prima a Gesù e poi anche a noi.

            Cosa accade a Gesù? <in primo luogo accade che Gesù giunge all’esito di un lungo percorso di discernimento e di consapevolezza circa la sua identità e vocazione e ciò accade in concomitanza all’unzione che lo Spirito compie su di Lui, unzione profetica, regale e sacerdotale. Nell’Incarnazione il Verbo, per opera dello Spirito, era diventato Gesù ed ora nell’Unzione al Giordano diventa il Cristo, cioè l’Unto di Dio, il Messia. Scriveva Tertulliano nel suo “De Baptismo”: Si chiama Cristo perché Unto dal Padre con lo Spirito.

            In ogni racconto del Battesimo dei Sinottici (oggi leggiamo la versione di Matteo) riveste una grandissima importanza la Voce del Padre che non solo scandisce l’identità di Gesù ma riconduce tutta la missione e vocazione di Gesù alla perfetta continuità con tutta la storia della salvezza che lo precede. Le parole del Padre hanno tre precisi retroterra antico testamentari: il primo è nel Salmo 2: Tu sei mio figlio. Un versetto nel quale, nel salmo, il Signore si rivolge al Re-Messia intronizzandolo come Messia e figlio (Marco e Luca fanno dire al Padre proprio questa stessa parola del salmo rivolta a Gesù: Tu sei il mio figlio, l’amato; Matteo preferisce una proclamazione per tutti: Questi è il figlio mio, l’amato); il secondo riferimento è proprio nella definizione di questo figlio, è l’amato (agapetós) che ci riporta subito al capitolo 22 del Libro della Genesi, alla scena del sacrificio di Isacco, in cui Isacco è detto per ben tre volte figlio amato. Essere figlio amato comporterà per Gesù passare per il dono totale di sé; il terzo testo che è evocato è l’oracolo di Isaia che è stato la Prima lettura di oggi; un testo che identifica Gesù con il profeta su cui Dio pone il suo compiacimento, è il Servo del Signore, il Servo sofferente che porta i peccati del popolo e lo salva attraverso una inspiegabile via di dolore.

            Non è assolutamente un caso che i tre testi adombrati dalla Voce del Padre siano tratti ciascuno da una delle tre parti di cui è composta la Bibbia ebraica: la Legge (il testo della Genesi), i Profeti (l’oracolo di Isaia), gli Scritti (il riferimento del Salmo 2). È dunque tutta la Prima Alleanza che giunge a Gesù ed ha da dire una parola sulla sua identità!

            Questi testi fanno una cosa sorprendente: aprono il tempo di Natale che oggi si chiude verso il compimento della Pasqua: a Pasqua l’Incarnazione si compie nel sacrificio dell’amore fino all’estremo.

            Al Giordano il gesto di Gesù di mettersi in fila con i peccatori (andavano a farsi battezzare da Giovanni quelli che volevano consegnare i loro peccati!) è già una scelta di campo: Lui che non aveva peccato si mette dalla parte dei poveri, dei malati, degli iniqui. Li sceglie per condurli alla vita, alla verità, alla relazione con quel Padre di cui comprende di essere Figlio amato. Si mette in fila con loro per proclamare che anch’essi sono figli amati e che potranno essere immersi in quella stessa relazione di amore.

            Per noi, allora, al Giordano cosa accade? Di certo non accade che riceviamo un buon esempio da Gesù che si fa battezzare per dirci la necessità di farsi battezzare! È banale e purtroppo lo si ripete! A noi, invece, accade che la nostra umanità è unta di Spirito nell’umanità di Gesù: lo Spirito che riposa su di Lui ci verrà dato in pienezza se ci lasciamo liberamente immergere nell’amore di quel Signore che tutto si dona e nulla trattiene per sé.

            Ad ogni uomo è annunziata la buona notizia che in Gesù tutti siamo fatti figli amati e da tali potremo vivere: così l’Incarnazione continua!

 

      P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 Giovanni Bellini (1500-1502): Battesimo di Cristo (Chiesa di Santa CoronaVicenza)

 

 

EPIFANIA DEL SIGNORE

 Is 60,1-6; Sal71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2, 1-12

 

            L’Epifania è solennità grandiosa e ampia che apre il Mistero del’’Incarnazione agli spazi variegatissimi di tutto l’umano, di tutti i tipi di uomini, di tutti i sentimenti umani.

            Quando Dio si manifesta (“epifania” significa “manifestazione”, ricordiamolo!) genera delle reazioni che rivelano chi siamo nel più profondo di noi.

            Sulla “scena” di questo giorno solennissimo entrano dei personaggi che ci narrano l’uomo dinanzi a Dio che vuole manifestarsi e che si manifesta ed entrano anche delle cose che servono a chiarire i moti dei cuori (la stella, i doni dei Magi).

            I primi ad entrare in scena sono i Magi, personaggi misteriosi che hanno generato tanta simpatia ed anche tanta curiosità nei secoli cristiani; personaggi misteriosi che provengono da un altrettanto misterioso oriente … tradizionalmente sono tre (ed hanno avuto anche dei nomi e delle provenienze etniche … ed è chiara la simbologia!) ma la Scrittura non ci dà alcun numero, semplicemente dice “alcuni Magi” … chi sono? Poco importa e poco importa anche la provenienza geografica e culturale, quel che ce li rende cari ed affascinanti è il fatto che sono cercatori appassionati dell’“oltre” … cercando l’“oltre” cercano Dio che è sempre al di là delle vedute dell’uomo, cercano l’uomo stesso ma con una chiave di non-scontato e di stupore. Sono uomini che cercano Dio cercando il Re dei Giudei che è stato partorito (così alla lettera) … per la passione di questa ricerca commettono anche l’errore di rivolgersi ad un re di questo mondo. Si saranno detti che per cercare un Re si deve chiedere ad un altro re … e qui fanno un errore grande che produrrà morte per degli innocenti e paura per Giuseppe, Maria ed il piccolo Gesù. Un errore che, per altri versi, sarà provvidenziale perché solo questo “errore” li condurrà alla meta; sì, perché da Erode e dalla sua corte verranno a sapere il luogo preciso della nascita del “Re partorito” … Erode, infatti, chiederà agli Scribi che solo hanno la risposta perché sanno leggere la Santa Scrittura. La stella li ha messi in moto perché la stella è il loro desiderio di “oltre” (non a caso la parola “desiderio”, in latino contiene la parola “sidera”, stelle!), il desiderio guida ma non fa giungere alla vera meta, a quella si giunge solo se si è in ascolto di Dio, in ascolto dunque delle Scritture che contengono la sua Parola; quando i Magi giungono a rivedere la stella il loro desiderio è stato indirizzato dalla Scrittura e esplode in loro la gioia.

            Poi entra in scena Erode; è roso da due principi di morte: il potere e la paura! L’uno dipende dall’altro! La volontà di potere lo rode perché Erode è uno che passa tutta la vita a difendere quel potere che riuscì a ritagliarsi dall’onnipotenza di Roma, difende quel poter (e lo farà fin sul letto di morte!) perché ha paura di perderlo, ha paura per sé. I Magi fanno esplodere in lui la paura! Paura di un piccolo Messia (Re dei Giudei) addirittura da adorare, come gli dicono i Magi. È da temere con tutte le forze e con tutte le forze dell’inganno e della crudeltà va eliminato. Un Messia-bambino in giro per il suo regno è pericoloso: riaccende le speranze, ridona la gioia di vivere e lottare, di sognare, può dare la forza di scrollarsi da dosso i gioghi che disumanizzano e mettono al servizio dei più forti! Queste cose a tutti gli “Erode” della storia non piacciono! Erode è re ma è schiavo della paura e per quella paura è capace di tutto: inganna i Magi e, come una belva feroce, attenda da loro la risposta che possa far scattare la sua trappola di morte. Quando i Magi partiranno senza più passare da lui (per un’altra via, non più quella dei re potenti!), Erode si scatenerà contri i bambini di Betlemme sperando di cogliere tra loro Colui che, pur piccolissimo, lo terrorizza. Anche Erode lo cerca, proprio come i Magi, ma questi per adorarlo, cioè per prendere vita da Lui, Erode per togliergli la vita!

            Questo Erode ipocrita che impugna la fede (perché anch’io possa andare ad adorarlo! Dice ai Magi!) mi fa pensare irresistibilmente agli “Erode” che vogliono cancellare le tracce del Signore dalla storia, che vogliono cancellarlo cancellando i poveri che ne hanno il volto, cancellando la pietà e l’accoglienza; vogliono cancellare il Signore sostituendolo con comode figurine di gesso … queste ci vogliono ma senza il vero volto del Signore sono contraddizione dell’Evangelo! Sono gli Erode che cancellano il vero Natale! È facile e terribile impugnare il Natale contro gli altri! Questo è uccidere il Natale! C’è poco da fare! Chi ha orecchi intenda!

            Poi entrano in scena gli Scribi … stanno lì per rispondere a delle domande che gli altri gli pongono. Sono professionali: la loro risposta è precisa perché le Scritture le conoscono a menadito: il luogo è Betlemme. Lì nascerà il Messia.

            Peccato che non si lascino interpellare da quanto essi stessi dicono. In loro c’è molta “testa” e niente vita! Gli Scribi ci fanno impressione perché non reagiscono a nulla, né a ciò che accadrà, né alle parole che ricavano dalla Scrittura.; non hanno reazioni, restano immobili. Fanno impressione. Gli Scribi sono l’emblema di quelli che non hanno intenzione di cambiare nulla della loro vita, dei loro ritmi, delle loro abitudini … niente e nessuno li può smuovere dalla loro paralisi umana e spirituale. Non permettono a Dio di fare nulla per loro. Sanno ma non fanno, sanno ma non vivono davvero, i Magi hanno camminato tanto, questi uomini “religiosi” non danno neanche un passo! È terribile perché potrebbe capitare lo stesso a tanti “credenti” che sanno tutto del Natale ma non hanno il coraggio di muoversi per portare a Dio le loro domande più profonde. I Magi lo faranno porteranno al piccolo Re dei Giudei i loro tesori che solo il loro umano ma anche le loro domande più grandi … le depongono davanti a quel bambino che neanche sa parlare e dunque non sa rispondere … quel bambino che sa solo accogliere tutte le realtà dell’uomo, dalle più luminose come l’oro a quelle che riguardano la sua parte “divina” che profuma di Dio come l’incenso, a quelle più dolorose e incomprensibili come la mirra. Gli Scribi non offrono nulla e non domandano nulla. Tanti non fanno domande a Dio per non farsi scomodare, perché non si vogliono le risposte. Può capitare anche a tanti che si dicono cristiani di non avere il coraggio di far diventare carne la Parola che pure ascoltano e sulla quale magari anche discettano. E si rimane osservatori estranei … si rimane gente che non cambia la storia con l’amore e pagandone il prezzo. Si rimane come questi Scribi che, in fondo, divengono complici degli omicidi infami che Erode sta organizzando. Gli Scribi così uccidono la fede che pure professano e si fanno complici di Erode. Può accadere anche a noi se non vogliamo fare la fatica di passare dalla “religione” alla fede, dalla “religione” che rassicura alla fede che inquieta e mette in moto.

            I Magi sono uomini dalla fede inquieta e mai sazi di strade da percorrere per incontrare il senso, inquieti e mai sazi di possesso perché tesi verso l’ “oltre” che Dio indica loro.

            I Magi, come scriveva Padre Turoldo, sono i nostri santi più cari, perché ci insegnano questa santa inquietudine che la caratteristica autentica di ogni vero credente nel Dio di Gesù Cristo!

 

       P.Fabrizio Cristarella Orestano

TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA: CRISTO RE 2017

TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

CRISTO RE

Ez 34,11-12; 15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46

Nel brano della Lettera ai cristiani di Roma che oggi la liturgia propone, Paolo ci ha mostrato il Cristo nella sua regalità, quella che il Padre gli ha dato perché Gesù ha amato fino alla croce, fino all’estremo. Dando la vita Gesù si è mostrato re, risuscitato dai morti è stato fatto, dal Padre, re per sempre. La sua è una signoria già in atto dall’alba di Pasqua, una signoria che Gesù stesso ha affermato davanti a Pilato, una signoria che va tanto oltre le nostre concezioni di regalità, che Cesare non deve temere: Il mio regno non è di questo mondo (cfr Gv 18,36). Continuino pure a regnare i vari “cesari”, la loro regalità è effimera e ristretta, abbiano pure a ricoprirsi di oro e di porpore i re della storia, quei manti di potenza prima o poi copriranno cadaveri impotenti come quelli di tutti gli uomini. Sono così i regni di questo mondo.

La regalità del Risorto è in atto già oggi ma è nascosta; ecco la “sorpresa”su cui “gioca” il celebre passo del Giudizio finale di Matteo: sia i “buoni” che i “cattivi” si sorprendono che quel Re glorioso, seduto sul trono della sua gloria, attorniato dai suoi angeli, era così presente in una storia in cui pareva assente. Lo stupore è che lo si poteva incontrare e onorare ogni giorno e, in realtà, alcuni inconsapevolmente l’hanno fatto!

L’avevano incontrato in quei visi spaventati di forestieri male accolti e spesso umiliati, in quelle guance smunte di affamati, in quelle labbra secche di assetati inariditi dalla vita, in quei corpi nudi e infreddoliti, in quelle membra piagate e sofferenti giacenti in letti di dolore, in quei visi incattiviti dal male commesso e ristretti dietro sbarre che li privano del bene prezioso della libertà. E’ incredibile ma quel re era lì: nei luoghi meno santi e “regali” della storia …

Per Matteo è strano che un cristiano non possa accorgersene: quel re è il Crocefisso, colui che ha salvato il mondo non con la potenza ma con la debolezza. Dove, allora, il Crocefisso poteva continuare a dimorare se non nella debolezza?

Alla fine del suo Evangelo Matteo fa pronunziare al Risorto quella parola di grande forza e consolazione: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28, 20b). Ma dove cercarlo? Certo, presso il Padre (cfr Gv 20,17) ma contemporaneamente lì nella storia dei piegati, degli umiliati dell’umanità.

Se non ci fosse stata consegnata questa parola di Matteo, se non ci fosse questa prospettiva e questa rivelazione, la storia rimarrebbe un garbuglio enigmatico. Se questa pagina non ci dicesse da che parte sta Dio, non sapremmo quali vie percorrere per dare sbocchi di senso a ciò che senso non ha; Dio sta dalla parte dei piegati, degli umiliati, dei feriti, dei miseri, dei poveri perché cattivi o incattiviti (si badi che non si specifica se i carcerati da visitare siano degli “innocenti” ingiustamente prigionieri!), dei nudi e degli affamati perché qualcuno ha indosso gli abiti che loro spettavano e ha accumulato per il suo ventre il cibo di cui loro dovevano nutrirsi. Dio sta dalla loro parte, anzi si identifica con loro.

Lo cerchino pure gli uomini religiosi solo nella potenza del cielo o nei riti rassicuranti e senza amore … Lui è lì, come il povero Lazzaro della parabola di Luca, alla porta del ricco (cfr Lc 16,20).

Alcuni hanno voluto vedere in questa pagina di Matteo un bel programma etico sganciato da ogni legame teologico; quasi a dire: “Dio o non Dio, quel che conta è fare il bene!” Certo, nella visione universalistica che Matteo vuole qui comunicare c’è anche questo, per quelli che, lontani dalla rivelazione, vivono nel mondo la condivisione con i poveri e sanno chinarsi sulle piaghe dei sofferenti: quanti “giusti” colmi di pietà per l’altro ci sono stati e ci sono in tutte le epoche ed in tutte le “genti”!! Certo Matteo indica una via di amore e di compassione che chiunque può percorrere, ma non dobbiamo dimenticare che l’Evangelo è stato scritto per la Chiesa, per coloro che dovrebbero conoscere il Dio delle misericordie, il Dio che Gesù ha raccontato come Padre di

tenerezze. Se le genti, i lontani possono sporcarsi le mani, e l’hanno fatto e lo fanno, con le miserie del mondo, tanto più quelli che l’Evangelo ha toccato e salvato!

Già Israele sapeva che le opere di misericordia erano un riprodurre, nella storia personale, ciò che Dio aveva fatto e fa; un rabbino, infatti, poteva scrivere: “Seguire Dio è seguirne la condotta: come Dio ha vestito gli ignudi (Adamo ed Eva), così vesti quelli che sono nudi; come Dio ha visitato gli ammalati (Abramo e Sara nella loro sterilità), così tu pure visita gli ammalati; come Dio ha consolato gli afflitti (Isacco nel suo terrore sul monte Moria), così consola anche tu gli afflitti”.

Il problema allora è duplice: c’è un giudizio che discerne quelli che queste opere le hanno compiute sentendo compassione e cercando di fare ciò che Dio ha fatto e fa tentando, come scriveva Hetty Hillesum, di “aiutare Dio”, da quelli che queste opere non hanno voluto farle perché sordi al grido di sofferenza degli altri e perché con lo sguardo rivolto solo su se stessi e non sul Dio delle misericordie! Ma oltre al giudizio (o forse “assieme” ad esso!) c’è anche una rivelazione che è la parte mirabilmente sorprendente del testo di Matteo: dietro quei poveri c’era Lui, il Re glorioso e giudice … c’era Dio stesso! L’ “imitatio Dei” corrisponde ad un vero servire Dio presente nel povero.

La meraviglia dei “buoni” ci mostra la loro sorpresa dinanzi a questa straordinaria rivelazione, la gioia di scoprire che l’aver servito, lavato, curato, visitato, sfamato quei poveri era stato un servire in essi il Re ; la meraviglia dei “cattivi”, di quelli che invece pietà non ne hanno avuta, più che vera meraviglia è una sorta di squallida via per scusarsi, per giustificarsi … quasi che il “non sapere” di onorare e servire il Re in quei poveri bastasse a sgravarli dall’indifferenza e dal freddo egoismo che hanno seminato nella storia. Il problema è, allora: che relazione ho voluto avere con l’altro?

Assumere la storia con i suoi dolori è via di vita per tutti gli uomini e la rivelazione cristiana, dicendo alla storia da che parte è Dio e il suo Cristo, rivela fino a che punto questo Dio abbia scelto l’uomo, abbia scelto questa carne: è lì, nella carne del dolore, fino all’ultimo giorno.

Blaise Pascal, in punto di morte, non potendo ricevere l’Eucaristia perché impedito dalla malattia di ingoiare la particola, chiese agli astanti: “Se non posso ricevere Gesù, mio Signore, nell’Eucaristia, che io lo riceva nel povero; portatemi qui un povero!” Pascal aveva capito che sacramento di Cristo è l’altro, che nell’altro puoi sempre incontrare e amare l’Altro!

Al termine di questo anno liturgico, Matteo, che ci ha accompagnato con il suo Evangelo durante tutto questo anno, si congeda così da noi: indicandoci la via per fare di questa storia un “luogo”di senso … questo può avvenire attraverso i discepoli del Cristo, chiamati a umanizzare l’uomo con lo sguardo fisso sul Cristo. Con le tre “parabole”, che abbiamo ascoltato in queste ultime domeniche, Matteo ci ha detto che, in attesa del compimento che Cristo darà alla storia, c’è un’ora da vivere con attesa fedele (l’olio della lampada), facendo fruttificare l’Evangelo che ci è stato lasciato dal “Padrone” come tesoro preziosissimo (i talenti) e frutto vero di questo Evangelo che germina è amare quel Signore nei piccoli e nei poveri (“l’avete fatto a me”).

Così la Chiesa di Cristo prepara il Regno, così serve il Regno, così attende con ferma speranza che Dio sia tutto in tutti.

P- Fabrizio Cristarella Orestano

(Simon Dewey: Lavanda dei piedi)

Trentatreesima Domenica del tempo ordinario

TRENTAREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


 Pr 31, 10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5, 1-6; Mt 25, 14-30

 

Prima di entrare nel racconto della Passione, Matteo pone sulle labbra di Gesù un grande discorso, l’ultimo dei cinque con cui articola tutta la struttura del suo evangelo: il discorso escatologico, un discorso in cui Gesù porta i suoi ascoltatori a guardare il fine della storia, la meta della storia; ed in quella meta annunzia l’evento del ritorno del Figlio dell’uomo. Un discorso che presuppone che questo Figlio dell’uomo (modo con cui Gesù stesso si è di continuo designato nell’evangelo) debba andar via per poi tornare; presuppone dunque, ed il lettore dell’evangelo lo capisce bene, la Pasqua di Gesù. Egli sarà sottratto alla storia ma poi tornerà, e questo ritorno richiede un atteggiamento essenziale: la vigilanza.

A conclusione del discorso escatologico, proprio per inculcare la necessità di questo atteggiamento di vigilanza, Matteo pone tre parabole: la parabola delle dieci vergini, questa di oggi dei talenti, e la parabola che ascolteremo domenica prossima del giudizio finale.

L’accento che si pone nelle prime due parabole è sulla vigilanza; e se per la parabola delle dieci vergini risulta chiarissimo, lo è forse un po’ meno per la parabola dei talenti, o almeno non è così evidente. Basta tuttavia leggere la conclusione della precedente parabola, per coglierne il tema della vigilanza. “Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora. Avverrà infatti come di un uomo che, dovendo partire per un viaggio”.
Quell’“infatti” (in greco “gàr”) è allora importantissimo, proprio perché collega la parabola dei talenti al tema della vigilanza.

Matteo racconta una parabola (anche questa spesso letta in modo moralistico e volontaristico!) con cui – partendo da un’implicita domanda sul tipo di rapporto che instauriamo con Dio – giunge a declinare la vigilanza come capacità di rischiare per mettere in moto i doni ricevuti dal Signore, che è partito nel suo Esodo, ma che poi tornerà.
Il primo problema che il racconto di Matteo pone è quello della relazione che c’è tra il terzo servo, il vero protagonista della parabola (quello cioè su cui puntare tutta l’attenzione per comprendere il messaggio), ed il Padrone.
La parabola è un racconto “a sorpresa”, un racconto in cui il lettore è portato a schierarsi dalla parte sbagliata. Un po’ come avveniva con la parabola degli operai dell’ultim’ora (cfr Mt 20, 1-16), dove il lettore, di istinto, era spinto a sottolineare l’“ingiustizia” del comportamento del padrone della vigna, che paga in modo indistinto gli operai a prescindere dalle ore di lavoro e di calura.
Qui, nella parabola dei talenti, si è portati a pensare che l’atteggiamento “prudente” del terzo servo non sia poi così sbagliato: anche noi ragioniamo come lui, e ci convinciamo che tutto è giunto a buon fine, perché il talento è tornato intatto al Padrone! Il servo, in fin dei conti, non ne ha approfittato; non ha rubato nulla, nè ha usato quel ben di Dio (circa 32 chili di oro!) per suoi scopi personali! Ha conservato il talento con diligenza, e ha fatto anche attenzione a che nessuno toccasse quel patrimonio!
Il lettore ragiona così, come il terzo servo, e si trova tuttavia dalla parte del torto!
La narrazione di Matteo ci conduce a comprendere che questo avviene perché non si sa bene chi sia il Padrone, ed è chiaro che questi nella parabola adombri Dio! Il terzo servo lo definisce come “un uomo duro”, un uomo che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso”!
Ecco il tranello!
Dinanzi ad una simile concezione di Dio non c’è spazio se non per due atteggiamenti: la paura ed il legalismo. Sono i due sentimenti che hanno guidato il servo a sotterrare il talento: ha avuto un talento ed un solo talento ha restituito, osservando una banale legge di onestà e di prudenza. Ha avuto paura di trattare con quel padrone “duro”, non ha voluto discussioni con Lui sul suo comportamento circa il traffico di quel talento; e per paura, ha creduto di risolvere il tutto in modo legalistico!

Si deve perciò tornare alla domanda iniziale della parabola: che significa vigilare (in greco “gregoréo”)? Nella parabola delle dieci vergini, vigilare significa essere equipaggiati per un tempo lungo. Qui, invece, c’è una risposta ulteriore: vigilare significa assumersi responsabilmente il quotidiano; e “responsabilmente” vuol dire “rischiando”!
La parabola, allora, ci dice che il problema risiede tutto nel nostro rapporto con il Signore. Il rapporto del terzo servo con il Signore è di paura: è un servo molto diverso da quello delineato nella parabola del servo spietato (cfr Mt 24, 42-51), il quale in fondo non prende sul serio la possibilità di un ritorno del padrone…
Nella parabola dei talenti, invece, è proprio l’incombere del ritorno che paralizza il terzo servo, rendendolo infecondo e privo di ogni iniziativa affinché il dono immenso del Padrone potesse far frutto. Quello era un dono, e un dono da far fruttare; ma il terzo servo, non avendo compreso che era un dono (“Ecco il tuo!”), non l’ha fatto fruttare; ha creduto perciò di doverlo nascondere, mostrandosi pertanto nella sua verità: un servo “acheîros”, un servo “inutile”, e certamente non nell’accezione positiva, che gli dà l’evangelista Luca, di servo che “non pretende un utile”, di servo cioè che agisce con gratuità (cfr Lc 17, 10), ma nel senso più brutto del termine: un servo che non produce nulla, che non genera vita. Un servo che non è fecondo.

La fecondità di cui si sta parlando è una fecondità che parte dal talento (o dai talenti) che il Signore ha lasciato. La domanda importante allora è questa: cosa sono questi talenti?           E’ facile cadere qui nei soliti discorsi sulle doti personali, sulle capacità e le abilità di ciascuno, sui doni che ciascuno ha ricevuto e così via…nulla di così sviante!
Se andiamo alla struttura della narrazione, ci rendiamo conto che il Signore, che parte e poi ritorna, è Gesù stesso, e ciò che lascia è la sua esistenza. Infatti, il sostantivo che Matteo qui usa per definire ciò che sono i talenti è “iuparxis” (che abbiamo tradotto con “beni”), termine che certo indica anche la “ricchezza” ed i “mezzi di sussistenza”, ma questo secondo significato – direi – deriva dal primo: “esistenza”“esserci in realtà”.
Allora pare lampante: i beni che Gesù lascia alla sua partenza (con la sua Pasqua) sono quelli dell’Evangelo: è la sua esistenza consegnata agli uomini, è la sua vita che racconta Dio, con l’amore “fino all’estremo” (cfr Gv 1, 18; Gv 13, 1). Ciò che si doveva “trafficare” era l’Evangelo, era l’amore che può cambiare la faccia della terra. E questo non si può sotterrare, non si può nascondere (cfr Mt 5, 15). Questo era richiesto al servo “inutile”, al servo “infecondo”.

Si vigila, allorasolo se si è operosi; e non operosi nell’usare i “propri talenti”, le proprie bravure ed attitudini, ma operosi nel “trafficare” l’Evangelo, prendendolo concretamente sul serio, senza fughe né paure, ma rischiando e pagando di persona.

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano