TUTTI I SANTI 2017

TUTTI I SANTI

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5, 1-12a

La solennità di oggi dilata la nostra speranza perché oggi è festa di grazia! I santi non sono gli eroi che sono riusciti in un’impresa impossibile ai più! Non sono le rare eccezioni di uomini particolarmente bravi e dotati … i santi non sono come i geni dell’umanità; infatti, se è vero che un Michelangelo o un Mozart non nascono tutti i giorni è invece vero che i “santi” nascono tutti i giorni! E questo perché essi sono il frutto dell’infinita grazia misericordiosa di Dio nostro Padre che, in Gesù Cristo suo Figlio, ci ha fatti creature nuove, ci ha generati a figli, come scrive Giovanni nel testo bellissimo che oggi è la seconda lettura, ed inviandoci lo Spirito ci custodisce in questa figliolanza.

I santi nascono tutti i giorni e vivono in tutti i luoghi ed in ogni stato di vita … è un grande inganno pensare che la santità sia un territorio che possono conquistare in pochi; è un inganno perché la santità non è terreno di conquista ma luogo donato, è un inganno perché Gesù ha detto che nella casa del Padre suo ci sono molte dimore (cfr Gv 14,2); la visione dell’ Apocalisse che oggi abbiamo letto ci parla, inoltre, di una moltitudine immensa … E’ un inganno perché così la salvezza operata dalla Pasqua di Gesù avrebbe limiti èlitari …

La santità è più estesa di quanto lontanamente possiamo immaginare.

I santi sono quelli che accolgono Cristo ed il suo Evangelo e ne fanno la strada su cui camminare in sua compagnia: certo saranno uomini e donne controcorrente, come la pagina delle Beatitudini di Matteo ci dice; uomini e donne che sono il contrario di quanto il mondo pensa che sia la beatitudine. Per il mondo è beato chi fa delle cose, degli altri, di se stesso un “vaso” da cui attingere fino alla sazietà anche a discapito di tutto e di tutti; per il mondo è beato chi profitta del potere che ha (piccolo o grande che sia) per crearsi le sue sicurezze; è beato chi “si fa da sè”, come blaterano tanti ricchi o divenuti tali … per il mondo è beato chi “non ha bisogno di nessuno”…

L’Evangelo di oggi ci dice che c’è un mondo capovolto, rispetto a queste logiche, e questo mondo è il Regno di Dio …

Le Beatitudini funzionano con una grande “inclusione”: la prima beatitudine, quella dei poveri, si conclude con un presente: … perchè di essi è il Regno dei cieli…e l’ ottava, quella dei perseguitati, si conclude allo stesso modo. L’inclusione, con il suo tempo presente, ci dice chi sono quelli che possiedono già questo Regno. I futuri delle altre sei beatitudini: la consolazione, l’eredità della terra, la sazietà, la misericordia, la visione di Dio, l’essere figli di Dio, sono solo specificazioni di questa motivazione principale, come scrive Alberto Mello nel suo commento all’Evangelo di Matteo. Insomma si è beati solo perché si è nel Regno, perché da esso si è posseduti, perché, cioè, si è dato un primato a Dio che regna davvero nella vita.

I santi sono questi uomini e donne che hanno dato accesso al Regno nelle loro esistenze e che, per il regnare di Dio in loro, a Dio si sono abbandonati. Il primato di Dio è, in primo luogo, un primato della sua azione: è Lui, cioè, che fa nostra santità, è Lui che ha le sole mani che sanno e possono plasmare ogni santo …

Chi vuole essere santo o si mette a mani vuote nelle mani del “vasaio” e si fa da Lui plasmare o non potrà mai essere altro, cioè santo … Il mondo infatti, se si rimane fuori da quelle mani, plasma l’uomo a modo suo, ne fa un suo servo, idolatra e perduto.

E’ chiaro che per consegnarsi a quelle mani è necessario avere il primo “volto” che le Beatitudini ci presentano: la povertà! Solo un povero può abbandonarsi, perché solo un povero non ha nulla di proprio in cui mettere fiducia! Si badi che la dizione di Matteo, “poveri nello spirito” (che si è trovata anche a Qumran come “anawè ruach”) non è assolutamente una “diminutio”, un addolcimento! E’ il contrario! Il povero nello spirito è colui il quale è davvero povero; povertà qui non è solo una dimensione sociologica ma è dimensione interiore, spirituale, profonda. L’espressione di Matteo non è affatto restrittiva. L’evangelista sa che non basta la povertà economica ma con quella (che comunque mette al riparo da ogni idolatria e da ogni fiducia riposta nell’avere!) sono necessarie umiltà, mitezza, sguardo puntato su Dio più che su di noi!

La santità è via possibile a tutti! Solo certe mistificazioni operate dalla mediocrità cristiana ed ecclesiastica hanno potuto pensare a vie di santità e a vie di cristiani comuni; quante volte abbiamo sentito parole “sagge” (!), piene di “buon senso” che, per distogliere da vie di radicalità evangelica, ripetono: “si può essere buoni cristiani anche solo ….” E così si sono spalancate strade larghe di mediocrità, di accomodamenti, di “mezze misure”!

I santi non sono uomini di “mezze misure”, e perciò sono uomini e donne di gioia! Ma di gioia profonda e duratura! Tanto che quella gioia, gustata nella storia, è diventata la loro eternità!

Oggi li contempliamo per essere trascinati, anche dallo loro preghiera e dalla loro fraternità, verso quella stessa gioia!

TRENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

TRENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Es 22, 20-26; Sal 17; 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40

Nella selva di 248 precetti e di 365 divieti è necessario orientarsi! Sì, sono 613 i comandi, tra positivi e negativi, che ogni pio israelita riconosce nella Torah … e la ricerca di un principio era una legittima esigenza che tanti, ai tempi di Gesù, cercavano sinceramente. Si cercava il “kelal gadol”, il “precetto grande” in cui poter sommare tutte le esigenze della Torah.

In Matteo, nel passo che oggi la liturgia propone, c’è un dottore della Legge che, essendosi consultato con altri farisei, fa una domanda a Gesù … diversamente dal racconto di Marco in cui questa domanda è posta a Gesù da uno scriba suo “simpatizzante”, in Matteo c’è, invece, un tentativo di mettere alla prova, di tentare Gesù. Il dottore della Legge è in mala fede perché non fa una domanda onesta; una domanda onesta, infatti, suppone che chi la fa sia disposto ad ascoltare ed eventualmente anche a mutare parere … qui c’è invece uno che, ancora una volta, come per la domanda circa il tributo a Cesare, cerca di far inciampare Gesù, di tentarlo o per farlo cadere in fallo, o per tirarlo dalla propria parte.

Gesù non ha esitazioni nel dare la risposta e lo fa citando la Torah nel testo più amato e ripetuto da Israele, lo “Shemà” che è nel Libro del Deuteronomio (6,5) ma a quel celebre testo aggiunge il precetto che è al capitolo 19,8 del Libro del levitico circa l’amore per il prossimo. E’ l’accoppiata dei due testi la grande originalità di Gesù! Che un fondamento della Legge fosse l’amore per Dio era opinione diffusa, e Gesù la ribadisce, ma all’amore per Dio Gesù aggiunge l’amore per il prossimo dicendo che questo comando è “secondo” ma “simile” al primo … ha, cioè, la stessa natura, ha origine dal primo.

Comandare l’amore! E’ cosa ben strana … eppure la Scrittura lo fa … il nostro buon senso ha sempre ripetuto “al cuore non si comanda” e qui “cuore” sta per “amore” … la Scrittura, però, sa che l’uomo facilmente volta le spalle all’amore … volta le spalle all’amore per Dio perché spesso, nella sua alienazione “religiosa”, l’uomo ha soltanto nutrito paura per Dio, o vergogna davanti a Lui (cfr Gen 2,10) o, ancora, ha guardato a Lui come ad una “potenza” che potesse assicurargli il presente, il funzionamento del creato; dunque, un “Potente” da ammansire … l’amore è un’altra cosa!

La Scrittura sa anche che l’uomo ha voltato le spalle all’amore per l’altro uomo fin dal gesto omicida di Caino (cfr Gen 4, 3-9), per passare per il canto selvaggio di Lamech (“ho ucciso un uomo per una mia scalfittura, un ragazzo per un livido! Caino sarà vendicato sette volte, ma Lamech settanta volte! Cfr Gen 4,23-24) e per giungere a tutte le guerre aberranti che l’uomo ha saputo creare fino a quelle che ancora oggi lacerano al storia, la grande storia e le piccole storie …

Il Signore ribadisce che l’ amore è un comando perché esso è una necessità assoluta in quanto solo l’amore può rendere l’uomo uomo e rendere la terra abitabile.

Lo Shemà che Gesù cita chiede per Dio un amore che sia di tutto l’uomo e non solo di una parte di lui: Con tutto il cuore,con tutta l’anima e con tutta la mente. Tre termini che, lungi dallo “spezzettare” l’uomo, ci suggeriscono sempre la totalità dell’uomo stesso.

“Con tutto il cuore” cioè con tutto quello che ti abita nel profondo, con tutto quello che ti muove e con tutto che sai far scaturire dal tuo profondo, dal tuo intimo. E’ chiaro che qui “cuore” non è luogo dei sentimenti ma il “profondo” dell’uomo, è la fonte da cui tutto nell’uomo promana ed è il luogo ove, in ogni uomo, tutto giunge e riposa.

“Con tutta l’anima” (in greco “psyuché” che traduce l’ebraico “nefesh” cioè “alito di vita”) che significa con tutta la tua vita, con tutto ciò che fai, con tutto ciò che vivi; è un amore che va vissuto in ogni dimensione dell’esistenza e non relegato in atti di culto, in atti “religiosi” strettamete detti.

“Con tutta la tua mente”, cioè con tutti i tuoi pensieri, con tutta la tua intelligenza, con tutto ciò che conosci, che sai; amare Dio è mettere al servizio del suo amore tutto il sapere, tutte le conoscenze e da esse ripartire per amarlo di più.

Se l’amore per Dio deve essere così, e Gesù così l’ha vissuto, con tutto se stesso, fino al dono totale di sé, l’amore per altro va ricercato nella stessa totalità. Un amore da viversi senza possibilità di “barare”: “come te stesso” dice Gesù; e noi sappiamo bene come amiamo “noi stessi”,

sappiamo bene cosa desideriamo “per noi stessi”.

Gesù dice: Il secondo è simile al primo; potremmo dire “è della stessa natura” del primo, deriva dalla stessa radice che è l’amore per Dio, amore totale per Dio. E’ radice che rende buono l’albero dell’amore umano. Purifica, infatti, il mio amore per me stesso, facendomi scoprire che sono amato da Uno che mi cerca e mi ama per me stesso, il suo amore mi libera da ogni idolatria di me perché mi fa volgere lo sguardo verso Colui che mi ha amato per primo. L’amore per Dio, poi, purifica l’amore per il prossimo (in greco si tratta di un superlativo di “vicino”, il “vicinissimo”); il prossimo non è da possedere ma da guardare come fratelli ugualmente amati da quel Dio che mi ama e che amo.

I due comandamenti non vanno disgiunti, nè va tolto il primato al comandamento dell’amore per Dio: quando questo crolla, nulla può rimanere radicale nell’amore per l’uomo! Quanto appaiono stolte certe recenti posizioni “aggiornate” assunte da qualche ordine monastico di antica fondazione che – in nome dell’uomo (e, aggiungo, “per prurito di novità”, come direbbe l’Apostolo!) – ha recentemente affermato di non poter più ritenere vincolante il dettato della Regola di san Benedetto, che chiede ai suoi monaci di “nulla anteporre all’amore di Cristo” (cfr RB 4,21), e di doverlo mutare in “nulla anteporre all’amore per l’uomo”! Incredibile! Come è possibile una simile deriva? Come se l’amore di Cristo, in cima agli amori, non fosse garanzia di un vero amore per l’uomo; come se il primato che Cristo chiede per Dio e per sé non fosse la vera forza dell’Evangelo, e dunque la forza dell’amore per il prossimo; come se il mistero dell’Incarnazione non fosse sigillo di forza sull’amore per l’uomo; come se le salde radici nell’amore per Cristo non fossero liberanti da ogni idolatria ed ideologia; come se l’amore per Dio non fosse forza che tutto purifica!

Per Gesù il “kelal gadol”, il “grande comandamento”, è il primato di Dio che Egli genialmente unisce all’amore per il prossimo, ma in una gerarchia che non assolutizza il primo (sarebbe ipocrita “religione”!) e non assolutizza il secondo (sarebbe filantropia senza radici profonde e senza forza di durata, e con la tentazione di fare distinzioni tra prossimi e meno prossimi, se non tra amici e nemici!). Gesù non priva di importanza il primo, giudicandolo troppo “astratto”, e non svilisce il secondo perché troppo “politico”.

Per Gesù i due precetti sono l’uno di fronte all’altro, mostrano le esigenze l’uno dell’altro e, proprio come due cardini, reggono e fanno girare la porta della vita, che è la Rivelazione di Dio, la Legge e i Profeti. Solo su quei due cardini si può aprire la porta all’uomo nuovo, il quale trova nell’amore per Dio e per il prossimo la possibilità di trasformare la faccia della terra.

La rivelazione cristiana spalanca qui porte immense all’amore: scopriamo infatti che il Dio dello Shemà, nella carne di Gesù, si è fatto prossimo, vicinissimo e mi ama fino alla croce; Cristo, il Figlio, si è fatto mio fratello ed in Lui non posso non amare tutti i fratelli; allora amare Dio ed il prossimo è lo stesso amore perché Dio si è fatto uomo! Ormai le due realtà, dopo Cristo, non sono più scindibili: amare Dio, amare l’uomo! Ecco che il fatto che Gesù unisca i due comandamenti ha radici profonde nel più proprium della rivelazione cristiana: l’incarnazione di Dio. Unire Dio e l’uomo in questo comandamento dell’amore ha lì, nell’incarnazione, la sua straordinaria radice: Dio in Cristo Gesù si è fatto uomo e uomo per davvero. Così ci ha narrato l’amore e ci ha chiesto l’amore: in Lui Dio e uomo sono radicalmente e per sempre uno. Non si può più, dunque, amare Dio e non amare l’uomo!

L’Evangelo di oggi si conclude dicendoci che in questo duplice amore si compie la Scrittura, si compiono, cioè, le promesse dell’Alleanza. Chi vuole obbedire alle vie dell’Alleanza deve aprire le porte all’amore.

Questo è venuto a chiederci Gesù ma chiedendocelo ci ha donato se stesso perché avessimo la capacità di farlo diventare vita. Per consegnarci il comandamento dell’amore, Gesù si è consegnato tutto a noi e, in ogni Eucaristia, lo possiamo sperimentare e da lì possiamo ripartire a camminare nelle nostre storie con il solo bagaglio necessario: amare Dio sentendosene amati ed amare l’uomo che, per la carne di Cristo, è diventato il “vicinissimo” nel quale riconoscere Dio.

VENTINOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

VENTINOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 45, 1.4-6; Sal 95; 1Ts 1, 1-5; Mt 22, 15-21

Il testo dell’Evangelo di questa domenica si presta ad interpretazioni di tutti i tipi … da quelle moraleggianti (il dover pagare le tasse per il “bene comune”! …) a quelle di tipo politico (circa il giusto impegno del cristiano in politica) fino a quelle “religiose” (circa il dovere da compiere i propri “doveri” di cristiano!); penso che il testo però vada da tutt’altra parte e che le cose che prima elencavo, eventualmente, (ma con molto pudore!) possano scaturire dalla lettura primaria che a Matteo interessa che il lettore faccia.

L’Evangelista racconta che Gesù viene sfidato, in un clima ormai apertamente ostile nei suoi confronti; c’è addirittura un “tener consiglio” contro Gesù; un’espressione questa che tornerà nella narrazione della Passione; è qui un tenere consiglio su come far inciampare Gesù … c’è palese mala fede; infatti i Farisei mandano da Gesù i loro discepoli insieme agli erodiani che, si badi bene, erano i collaborazionisti del potere romano; questi pongono a Gesù una domanda sul “census”, cioè sul tributo che il popolo ebraico doveva pagare a Roma, fin dal 6 d.C., di un denaro (che era la paga giornaliera di un operaio) pro capite, esclusi bambini e vecchi. Questa è una di quelle domande che potrebbero obbligare Gesù a compromettersi; se, infatti, risponde che si deve pagare il “census” si renderà odioso al popolo che mal sopporta il giogo romano e che anela ad una piena libertà, a quel popolo che lo considera il Messia liberatore (ricordiamo che qui siamo dopo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme nel giorno delle palme!); se risponde che non bisogna pagare il tributo ci sono lì gli erodiani pronti a denunciarlo ai romani per eversione.

Il “complimento” che il gruppo fa a Gesù (Sei veritiero ed insegni la via di Dio secondo verità … e non guardi in faccia ad alcuno) non è un vero elogio, è una piaggeria che tenderebbe a far cadere le “difese” di Gesù e spingerlo così a parlare e a compromettersi; la mala fede è tremenda … e come sa ben mascherarsi!

La risposta di Gesù li catapulta in tutt’altro versante e conduce anche noi, al di là di quella polemica e al di la di ogni moralismo, ad una verità rivelativa smisurata e ad una richiesta che vuole darci una grandissima e vera libertà.

In primo luogo Gesù chiede che gli venga mostrata una moneta del tributo; si noti che Lui non ce l’ha quella moneta con l’immagine di Cesare che avrebbe dovuto far problema ad ogni pio israelita; la moneta, infatti, porta l’immagine di un uomo, cosa proibita nella Torah … anzi, a dire il vero, quella moneta ne aveva due di immagini perché aveva, su un verso, l’immagine di Tiberio Cesare con l’iscrizione che lo definiva “Figlio del divino Augusto e pontefice massimo” e sull’altro l’immagine di sua madre Livia. I “purissimi” antagonisti di Gesù invece la moneta ce l’hanno in tasca e la usano ampiamente.

Di chi è l’immagine e l’iscrizione? – Di Cesare. E’ come se Gesù dicesse: “Se usate la moneta di Cesare per i vostri affari, se avete accettato il suo primato economico e politico (apertamente come gli erodiani, o subdolamente come i farisei) date Cesare ciò che è suo … “

La seconda parte della celeberrima frase di Gesù è quella che però schiude le porte della grande domanda e rivelazione evangelica: Date a Dio quello che è di Dio! Gesù aveva domandato: Di chi è l’immagine e l’iscrizione? Il nocciolo è qui. Quelle sulla moneta sono di Cesare, ma su ogni uomo c’è un’altra immagine e un’altra iscrizione: l’immagine di Dio (cfr Gen 1,26) e nel profondo di ogni uomo è scritta la nostalgia di Dio, in ogni uomo è scritta una “legge” che proviene direttamente dal Creatore; inoltre, ogni ebreo doveva aspirare ad avere un cuore di carne su cui il Signore potesse scrivere la sua Legge (cfr Ez 11, 19-20 e Ger 31,33). La domanda di Gesù circa la moneta del tributo rimanda allora ad un’altra domanda implicita e ad una rivelazione: “Se sulla moneta c’è l’immagine e l’iscrizione di Cesare allora questa moneta è di Cesare, dalla a Cesare; ma su di te che immagine e che iscrizione sono impressi? Quelle di Dio! Allora la tua destinazione è Dio!”

Così comprendiamo bene dove questo passo dell’Evangelo voglia portarci; non a discettare sugli equilibri tra fede e politica o, peggio, tra Stato e Chiesa, ma sulla “destinazione” dell’uomo, su ciò che veramente conta per lui, su quello che è profondamente iscritto in lui, su quello che noi uomini siamo e su ciò che ne consegue.

Date a Dio quel che è di Dio! è allora una parola “esplosiva” nel nostro intimo se la accogliamo quale parola dell’Evangelo che salva. Siamo di Dio e allora la meta è lì … Cristo è venuto a “reintestare” tutto il creato al Padre; l’espressione del Nuovo Testamento “ricapitolare tutto in Cristo” (cfr Ef 1,10), infatti, vuol dire proprio questo: tutto va di nuovo indirizzato a Dio; insomma Cristo Gesù è venuto ad insegnarci a Dare a Dio quel che è di Dio non nel senso di dargli delle pie pratiche, delle devozioni o degli adempimenti di precetti ma nel senso di dare a Lui noi stessi. Bisogna sempre ricordare che Dio da noi non vuole tante cose Lui vuole noi! Diversamente facciamo “religione”! Dare a Dio noi stessi è via veramente umana perché globale, una via che non ci “spezzetta” in compartimenti (a volte “in compartimenti stagni” perché incomunicabili tra loro!): quel che è di Cesare, e quello che è di Dio … e poi magari ci aggiungo quello che è mio …

Per Gesù si tratta solo di dare a Dio quel che è di Dio, cioè l’uomo! Dinanzi a ciò nessun “Cesare” regge, nessun “Cesare” è importante … si dia a Cesare quel che gli appartiene (tanto più se usiamo della sua “moneta”!) ma soprattutto è necessario dare a Dio quel che è di Dio, cioè noi stessi, la nostra vita, la nostra totalità senza divisioni né compartimenti …

Se saremo di Dio allora noi cristiani saremo anche significativi nella “polis”, capaci cioè di dire una parola di senso nella “polis” e nello sforzo degli uomini onesti di cercare davvero il “bene comune”. Se saremo uomini di Dio potremo pronunciare anche parole umilmente ma veracemente profetiche vivendo nella “polis”, parole certamente cariche della potenza sovversiva dell’Evangelo il quale non crea discriminazioni, intolleranze, difese del “proprio” a scapito dei poveri, appartenenze che divengono “guerra” contro gli “altri”!

Gli uomini dell’Evangelo che danno a Dio quel che è di Dio non saranno mai succubi di poteri ambigui e complici di alleanze che mettono al sicuro “privilegi” (siano pure quelli della Chiesa!).

Se diamo a Dio quello che è di Dio scopriamo che ogni uomo ha ricevuto da Dio un nome sebbene non conosca Dio, come dice l’oracolo del Libro di Isaia che oggi ascoltiamo; questo allargherà i confini nei quali nella “polis” i cristiani potranno trovare “alleati” con cui pronunziare parole di profezia, ma allargherà all’infinito anche i confini di coloro che hanno diritto alla nostra accoglienza, al nostro amore, al nostro servizio, al nostro annunzio dell’Evangelo.

Questo può essere percepito e perseguito solo dal cristiano che, al di là delle parole di appartenenza, appartiene davvero al suo Signore, che a Lui ha dato ciò che è del Signore.

L’Evangelo di oggi è allora una parola che ci chiede di consegnarci solo a Dio, solo alle sue mani perché a Lui apparteniamo. Se siamo nelle sue mani (e mai in altre mani!) potremo, come i cristiani di Tessalonica, cui Paolo scrive, essere veramente impegnati nella fede, essere operosi nell’amore e vivere nella costante speranza!

Con la sua risposta Gesù non cade nel tranello dei suoi nemici ma soprattutto ci chiede e ci indica la via per non cadere nei tranelli del mondo che batte moneta per dire il suo potere e per abbagliare gli uomini con la sua potenza.

Usi pure il mondo le sue monete e le sue vie, ma chi è discepolo del Crocefisso consegna se stesso ad altre vie e ad altre mani perché sa che deve dare a Dio quel che è di Dio. Il problema evidentemente è chiedersi se poi i tanti che si dicono cristiani abitando la Chiesa sappiano davvero a chi appartengano e vogliano appartenere a Cristo Signore il Crocefisso e non ad altri e non a se stessi … il problema grave è qui! E’ comodo far cadere questo evangelo di oggi nel meramente politico, nel banalmente tributario, nel miseramente religioso … questo è un “evangelo”, è una rivelazione che riguarda il profondo più profondo di noi: la nostra identità di creature, di figli, di redenti.

Essere creature, essere figli, essere salvati ci pone in una condizione di liberante appartenenza a Dio. Vogliamo vivere questa liberante ma costosa (come sempre!) appartenenza?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Valentin de Boulogne – 1591/1632: Il tributo a Cesare)

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2017

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

In questa domenica il “paese delle parabole” è pieno di violenza … violenza degli invitati al banchetto di nozze i quali malmenano ed addirittura uccidono i servi che li invitano da parte del re, violenza del re stesso che distrugge ed uccide, violenza ancora del re dinanzi all’invitato senza abito nuziale …

Che è successo? Cosa è questa violenza?

Nell’economia della narrazione sta a sottolineare la gravità dell’indifferenza, del rifiuto, della sordità davanti agli espliciti inviti di Dio; la gravità dell’autosufficienza dell’invitato senza abito nuziale il quale crede di poter stare alle nozze del Figlio con le sue vesti e non con le vesti dono dello Sposo. Era, infatti, usanza che la veste nuziale venisse data da chi invitava al banchetto; questo invitato della parabola è uno che ha deciso di poter fare a meno del dono .

La violenza che dunque pesa su questo racconto altro non è che il grido di Dio che denunzia la stoltezza, insipienza, la superbia, l’autosufficienza di chi, invitato alle nozze d’amore del Figlio , preferisce altre vie.

La denunzia di questa parabola riguarda tutti: quelli “di fuori”, in questo caso i capi di Israele, gli uomini religiosi del popolo ebraico, e quelli “di dentro”, chi, cioè, al banchetto ci è pure entrato ma rivestito di se stesso, credendo che la via dell’Evangelo potesse essere percorsa con mediocrità , con mezze misure, con compromessi, con vie mondane tenute in piedi, magari, con il “paravento” della misericordia infinita di Dio. Il Signore però a questo gioco non ci sta. Il Signore non ci sta con chi gioca “al ribasso” e dice parole durissime a chi, entrato alle nozze , pretende di starci mettendo tra parentesi le esigenze radicali dell’Evangelo; chi fa questo finisce nelle “tenebre esteriori”, è nelle tenebre “di fuori” perché quelle “interiori” già ce l’ha, è abitato dalle tenebre.

Chi è entrato al banchetto se non ha la veste nuziale anche se è dentro è fuori ; la veste è la veste del Figlio che fa la volontà del Padre; la veste delle nozze del Figlio è l’essere davvero rivestiti di Lui.

La parabola ci svela questo tremendo pericolo non per immergerci nel terrore ma per portarci a conversione. Vuole avvertirci che c’è una via di morte che si può percorrere anche stando nella Chiesa … non è lo stare nella Chiesa che ci rende dei salvati; un pensiero così meccanico è un pensiero mortifero; somiglia alla sicumera cieca degli abitanti di Gerusalemme che, di fronte alle parole di fuoco di Geremia, ripetevano: “Tempio del Signore, Tempio del Signore, Tempio del Signore è questo!” (cfr Ger 7,4). Parole che nascono da chi si crede “al riparo” semplicemente perché c’era un Tempio ed essi vi si aggrappavano; vi si aggrappavano con fede ma con stolta sicumera, con arroganza e sentendosi al sicuro, ritenendosi in una “botte di ferro” senza dover aggiungere vita compromessa davvero per Dio all’esteriore appartenenza rassicurante di abitare quel Tempio del Signore!

Chi facesse così è come quelli che, chiamati per primi, hanno dichiarato esplicitamente il loro no (non vollero venire) o come i secondi che sono rimasti indifferenti (non se ne curarono) preferendo le loro cose , i loro campi, i loro affari … o come quegli altri che addirittura hanno rigettato l’invito con violenza (presero i servi, li insultarono e li uccisero). Questo rifiuto, con tutte le sue possibili gamme, genera però, in questo Signore che non si stanca e non si arrende, una dilatazione ulteriore del cuore: Quanti trovate, fino alla fine delle vie, – così alla lettera – chiamateli alle nozze! E i servi comprendono bene il cuore del loro re e riunirono quelli che trovavano, buoni e cattivi. Questa precisazione non è casuale ma rivela la natura stessa della Chiesa; questa mescolanza di “buoni e cattivi” è riflesso della gratuità dell’invito.

Qui scatta, però, una seconda istanza che questo racconto ci porta: c’è un prezzo della Grazia! Sembra paradossale, sembra una contraddizione della gratuità … ma non è così! Il prezzo è lo spalancarsi all’irruzione della Grazia; uno spalancarsi che è costoso perché vuole un’adesione che non può essere solo esteriore, è un’adesione che vuole un rivestirsi di una vita nuova e non di

una vita nuova qualsiasi ma di una vita che è quella del Cristo; una vita nuova fatta di alcuni “no” netti da pronunziare e da alcuni “sì ” altrettanto netti. La chiamata è gratuita ma chiede vita vera … tra la chiamata gratuita e l’esito di salvezza , di senso c’è il problema della “dignità” cristiana! L’indegnità non è altro che il rifiuto autosufficiente dell’Evangelo. Un rifiuto che avviene anche all’interno della Comunità credente e mascherato da accoglienza, mascherato di osservanze e di un esserci ma senza “veste nuziale ”. Terribile!

Lo scarto tra chiamata e risposta crea il “resto ” fedele che Matteo sottolinea molto nella sua teologia; pensiamo a tal proposito a tutto il discorso che fa sulla porta stretta (cfr 7,13-14). La veste nuziale è il coraggio di passare per questa porta stretta dell’Evangelo! L’ingresso è gratuito ma richiede una decisione libera e costosa ; richiede una rinunzia alle proprie vesti per rivestirsi di Cristo. Diversamente si rimane come l’Adam nel giardino dell’ “in-principio ” subito dopo la disobbedienza: ci si trova nudi e vergognosi e alla ricerca di nascondigli … e ci si ritrova “fuori”.

Accogliere l’invito e la veste è fidarsi di una possibilità che non è nostra ma di Cristo; Paolo lo sperimentò nella sua vita quando dovette imparare a spogliarsi delle sue sicurezze (Ciò che per me era un guadagno io lo considerai una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù mio Signore cfr Fil 3,7-8) per rivestirsi di Lui.

Il “grido” pieno di fiducia, che Paolo oggi ci fa ascoltare nel testo della Lettera ai cristiani di Filippi, è per noi motivo di slancio e di pienezza di fiducia: Tutto posso in colui che mi dà forza!

E’ così perché “tutto ” significa davvero “tutto” e i santi ce ne hanno dato la prova!