PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

Ger 33,14-16; Sal 24; 1 Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28,34-36

            Inizia l’Avventoin questo nuovo anno di grazia che ci è donato! Un tempo che purtroppo, per una lettura svisata e malamente semplificata, ma pure per una vera debolezza della più autentica fede cristiana, è diventato risibilmente il “tempo di preparazione al Natale” (persino in certi testi liturgici; ad esempio in un prefazio leggiamo: “lo stesso Signore che ci invita a preparare il suo Natale”!)!

            In modo più veritiero dovremmo dire che il Natale viene dopo l’Avventoa confermare la sensatezza di quell’ attesa che l’Avventoci invita ad esercitare. Insomma l’Avvento è un tempo annuale in cui ci esercitiamo a fare e ad esserequalcosa che è davvero essenziale per l’identità cristiana: attendiamoil Signore Gesù che è il Veniente, siamo il popolo che con gioia, con fatica, con speranzainfinita e lottando per questa speranzalo attende! Di conseguenza la Chiesa è sempre un popolo di pellegrini (cfr Eb 11,13 e 2Pt 2,11), un popolo sa di avere patria altrove, un popolo che non può essere sazio del presente e del possesso. Paradossalmente, però, è un popolo che, mentre è rivolto al futuro di Dio, alla sua promessache deve compiersi, vive con piena responsabilità (sa che deve risponderne!) la storia con tutte le sue esigenze, contraddizioni, fatiche! La Chiesa è il popolo che sa che in questo oggi della storia, in ogni oggi della storia, deve accendere la luce della speranza! La corona d’Avventoche lodevolmente da qualche decennio anche la Chiesa cattolica ha preso ad allestire nelle sue assemblee, vuol dire proprio di questa luce di speranzache noi credenti in Cristo ci impegniamo ad accendere in ogni oggi della storia! Anche oggi: in questo oggi che è l’Avvento dell’anno di grazia 2018!

            Nelle contraddizioni spesso mortifere di quest’oggi storico in cui particolarismi, difese egoistiche del “nostro”, ipocrita mascheramento di tutto ciò con le menzogne allettanti e seducenti dei “piani di sicurezza”, in questo oggi noi discepoli di Cristo dobbiamo accendere luci di speranza. Non una vaga speranzadi un mondo migliore! No! È troppo poco! Anzi, è nulla! La nostra speranza, quella che dobbiamo gridare al mondo e quella in cui noi, per primi, dobbiamo esercitarci, è quella generata dal SignoreVeniente! Una venuta tremenda e misericordiosa; una venutain cui ci sarà detta una parola di giudizio sul mondo e sulle sue ipocrite vie di morte; una venuta nella quale, mentre si farà chiaro dove è la giustizia, la verità e l’umano, sarà pure mostrata tutta la morte che alberga nel cuore della mondanità!

            L’evangelo di Luca, che oggi iniziamo a leggere e che ci accompagnerà nel “viaggio” liturgico di quest’anno, ci invita all’inizio dell’Avvento ad alzare il capo che in fondo significa “guardare per davvero”; insomma l’Evangelo oggi dice a noi che ci dichiariamo discepoli di Gesù di Nazareth che noi abbiamo la vera possibilità di vedere ciò che a molti, a troppi, resta invisibile; e cioè che tra le sofferenze della storia la promessa del Signore è salda! La sua promessa di salvezza non teme le abbondanti macerie della storia, le abbondanti macerie delle nostre vite e dei nostri progetti. Si badi non è invito ad uno stupido ottimismo quantomeno ingenuo … non è una fuga per trovare conforti in vie religiose rassicuranti, è invece invito a volgere lo sguardo verso al meta della storia che è la Venuta del Signoreche tutto verrà a compiere e a consegnare al Padre (cfr Ef 1,10); per volgere lo sguardo al Venientetutti dobbiamo sapere che c’è il rischio enorme di essere vinti e schiacciati dalla storia e dalle sue sofferenze; è un rischio per tutti! Anche per la Chiesa! Guai se la Chiesa smarrisce la speranza nel Signore Veniente! Non è più la Chiesa! La Chiesa riceve oggi riceve un comando preciso: vigilare! Un comando che nell’Avventoè esercizio per impoarare a viverlo sempre!

            Vigilare! Cioè? Stare attenti a che l’angoscia non la afferri … quanta gente angosciata preda di paure, di superstizioni, di credenze che nulla hanno a che vedere con l’Evangelo! Vigilare è “non smarrirsi”; l’espressione greca en aporíache in italiano è tradotto con “in ansia” (e sulla terra angoscia delle genti in ansia), sarebbe meglio tradurla con “nello smarrimento”, “nella confusione” … si tratta cioè del disorientamento che fa perdere la strada, si tratta di quell’essere presi dagli eventi che accadono e restarne schiacciati piombando nella paura che agghiaccia e che conduce alla morte (gli uomini verranno meno– in greco “apopsiuchónton” – per la paura).

            La vigilanza è impedire al cuore di essere pesante fino a perdere lucidità; la vigilanza è non anestetizzare il proprio cuore chiudendolo in armature che paiono difenderlo! Lo smarrimento, l’angoscia, la paura, che prendono chi non vigila, possono portare a voler esorcizzare tutte queste cose in ubriachezzee orgeche pare allontanino la morte! Chi non vigila è esposto al terribile rischio della philautìache vuole sempre e solo una cosa: salvare noi stessi!      

            Se si vigila si vive invece l’oggi ben protesi al futuro della promessa e l’attesa diviene l’ “habitus” quotidiano che nutre di senso e di speranza la vita del credente.

            Chi attende il Signore già lo fa regnare nell’oggi del suo cuore; chi lo attende ha già, nel proprio profondo, un “trono” che attende il Veniente.

            Vegliate e pregate, ci chiede il Signore … verifichiamo la nostra attesa e la nostra preghiera … capiremo che spessore ha la nostra fede cristiana e che qualità ha davvero la nostra vita di uomini!

            L’Avventoci pone in questa prospettiva; al termine dell’Avvento verrà il Natale a rassicurarci: se è venuto a Betlemme, mantenendo e superando le promesse fatte alla Prima Alleanza, verrà come ha promesso quando camminava sulle nostre strade, nella nostra carne!

            Natale verrà a confermarci: Dio è fedele! Il nostro è un Dio affidabile che mantiene – anzi supera! – le sue promesse! Se è così attendere non è né insensato, né è evasione dall’oggi!

            Attendere è dare luce e forma ad ogni oggi!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

 

(Il Salvatore Veniente tra le Potenze; icona russa sec. XV; Mosca: Galleria Tretjacov

DOMENICA DEL CRISTO RE (2018)

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’ UNIVERSO

Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

L’anno liturgico termina con questa domenica mostrandoci il senso di tutta la storia che noi viviamo; un anno è un tratto di storia e, al termine di questo ulteriore pezzo di cammino che ci è stato dato, questa liturgia ci ripete dove risiede e la meta e il senso della storia stessa, di tutta la storia.

La regalità di Cristo, la sua signoria sulla storia è ciò per cui noi discepoli possiamo essere certi che un “porto” esiste per l’approdo, che una dimora verso cui la storia cammina c’è per davvero.

La sua signoria contraddice tutte le presunzioni dei poteri di questo mondo. Non a caso il Papa Pio XI volle questa solennità nel 1925 mentre i totalitarismi iniziavano a mostrare il volto disumano e mortifero e tanti uomini e donne (troppi anche tra quelli che si dicevano cristiani!) erano disposti ad applaudire, ad acclamare, a riempire le piazze, addirittura esano disposti a dare la vita per logiche nazionalistiche, particolaristiche, fondate sul “contro” gli altri, i supposti diversi … si pensi all’italianità di triste memoria fascista, o alla grandezza della razza germanica di stampo nazista, al “messianismo” comunista e proletario sovietico!

In tempi ambigui come i nostri (non temiamo di dircelo!) è salutare non solo non essere dimentichi della storia (che stoltezza minimizzare i segni che vediamo ed obliare gli orrori del passato!) ma soprattutto è salutare volgere lo sguardo a Gesù il Cristo, il solo che, con la sua logica, davvero può dare al mondo un volto umano, un volto umano per tutti!

Il tema del Regno è essenziale per i tre Evangeli sinottici soprattutto nella predicazione di Gesù, per il Quarto Evangelo questo tema ha un rilievo straordinario solo alla fine della vicenda storica di Gesù, infatti nel racconto della Passione Giovanni fa riapparire il tema del Regno per ben dodici volte. Nel brano evangelico di questa solennità di Cristo Re ecco uno di questi casi. È una scena questa che ha per protagonisti Gesù e il Procuratore romano Pilato.

Anche gli altri evangelisti riportavano la domanda di Pilato sulla pretesa regalità di Gesù … lì la risposta suona secca ed essenziale: Tu lo dici. Giovanni invece ci pone dinanzi ad un dialogo vero e proprio con una chiara definizione di cosa sia questo Regno di Gesù. Una definizione su cui bisogna fermarsi; è in due dimensioni. Una prima definizione e al negativo: Il mio regno non è di questo mondo, non è di quaggiù. Gesù vuole che a Pilato sia chiaro: il Regno di cui stanno parlando non è un progetto politico, né tantomeno un sistema di potere e di poteri che si intersecano, non è una strategia economica o militare, non è un piano sociale. Gesù sottolinea le suo Regno alla dimensione militare per significare tutto ciò che questo Regno non è … è in questa estraneità che si vede quanto questa regalità sia radicalmente altro rispetto a quelle mondane: non ci sono guardie del corpo, legioni terrene, eserciti … tutte cose estranee al Regno e Gesù contrappone tutto questo terribile armamentario alla sua solitaria debolezza che è lì dinanzi a Pilato.

Ah, se la Chiesa avesse sempre colto questa estraneità! Quanti sentieri perversi e sviati avrebbe evitato, quante menzogne avrebbe evitato di avallare, quante complicità mondane avrebbe fuggito e quanta verità di se stessa avrebbe saputo proclamare! Di certo avrebbe avuto meno prestigio presso i regnanti di questo mondo, forse non avrebbe vestito i paludamenti del potere ammantandoli di sacralità … la storia però non si fa con le ipotesi e con i “se” … è tempo però di spogliare la regalità di Cristo da ogni trionfalismo becero e complice dei poteri del mondo!

La regalità di Cristo si fonda su qualcosa di diverso; ed è la seconda dimensione della definizione del suo Regno che Gesù dà a Pilato: la sua regalità si fonda sulla testimonianza resa alla verità. Per la Scrittura tutta e per Giovanni in particolare, e con una tonalità tutta sua, la parola “verità” (in ebraico hemet, in greco alethèia) ha risonanze molteplici. È la bontà del Padre, è la sua fedeltà alle promesse di salvezza, è la conoscenza che ci è data del vero volto di Dio, è annunzio di questo Regno; la verità è l’Evangelo che Gesù è venuto a portare, la verità è Gesù stesso (Io sono la verità cfr Gv 14,6).

Comprendiamo allora perché Giovanni ci presenti questo confronto nell’ora culmine della vita di Gesù: è il confronto tra due regni antitetici. I due regni antitetici e inconciliabili sono, da un lato quello imperiale che continua ad esistere e ad opprimere l’umanità fino ad oggi in forme diverse. Questo regno imperiale, di cui Pilato è rappresentante, per esistere, per fondarsi e durare ha bisogno di sangue, di lacrime, di menzogne, di rabbia dei poveri oppressi, di sopraffazione; ha bisogno di creare continuamente nemici da odiare e combattere (attenti a noi oggi!!).

Dall’altro canto c’è il Regno altro di quel Galileo prigioniero che dice di testimoniare la verità … un Regno che si fonda su un’impensabile alleanza tra Dio e uomo che ha bisogno solo di adesione colma d’amore … solo così si entra in questo Regno! Un Regno che paradossalmente non ha bisogno di sangue se non quello del suo Re e Signore!

Gesù scardina tutte le sensate proposte della secolare logica di Roma, logica che per il mondo è quella vincente!

La verità che Gesù propone non solo Pilato non la conosce ma non la vuole e non la può conoscere, In tutto l’Evangelo, infatti, Gesù proclama una logica che è totalmente opposta a quella dell’Impero e degli imperi che con mille e molteplici facce hanno preteso di fare la storia dell’umanità. Per Gesù la verità, la radice di ogni bene, è nel dono di sé, nel perdersi per amore, nel consegnarsi non salvando se stessi. Il Regno, di cui Gesù stesso è il volto, ha come legge il servizio colmo di amore e non il dominio, non si edifica prevaricando e distruggendo i sogni degli uomini ma si edifica sulla giustizia e fiorisce dando all’ uomo la forza e la concreta possibilità di realizzare i suoi sogni di vera umanità. Il suo è un piccolo Regno, è un seme che sarà sempre nascosto nella terra della storia … però viene da Dio e perciò è indistruttibile.

Tutta la liturgia di questa domenica lo dice con fermezza: nella visione apocalittica del Libro di Daniele c’è un Figlio dell’uomo rivestito da Dio di un potere eterno che mai tramonterà e mai sarà distrutto. Lo stesso Salmo 92 (93) parla di un trono che è saldo fin dal principio e che è eterno. Il Cristo della visione dell’Apocalisse di Giovanni, nella seconda lettura, si presenta come Alfa e Omega della storia! Che consolazione! È Lui la prima e l’ultima parola della vicenda umana; Lui è Colui che è, che era e che viene! Capite? In Lui tutte e tre le dimensioni del tempo sono abbracciate: presente, passato e futuro.

Nessun trionfalismo in tutto ciò! Questo Regno è un regno che ha un trono paradossale: la croce! Se preso sul serio questo Regno ha però una possibilità incredibile: pur senza eserciti, senza potere politico né potere economico può seminare terrore tra le file del male. Sì, se ci voltiamo a guardare anche solo i mesi trascorsi di questo anno che si sta chiudendo vediamo che la storia continua ad essere un groviglio di contraddizioni, continua ad essere il teatro dei giochi delle potenze e delle superpotenze, continua ad essere il luogo in cui si gioca sulla pelle dei poveri e dei deboli, è il triste teatro di sofismi più o meno raffinati in cui si osa affermare che la tenebra è luce e la luce tenebra (cfr Is 5,20) … e oggi ci sarà pure qualcuno (Dio ne scampi!) che oserà predicare la regalità di Cristo contro gli altri, contro le altre fedi! … Eppure la solennità di oggi ci dice che dentro questo fango della storia c’è una logica misteriosa, quella del Regno di Cristo, che agisce paziente!

Dove?

Nel cuore di quelli che dicono sì a questo Regno e non agli imperi mondani, nel cuore di quelli che per questo Regno sono disposti a pagare un prezzo per essere come il Signore e Maestro testimoni di una verità in cui vince solo chi è capace di perdersi!

Dove si collocheranno le Chiese? Noi stessi dove ci collochiamo?

Abbiamo davvero il coraggio di non stare dalla parte degli infiniti Pilato che, con il loro “buon senso” mondano, si oppongono al Regno di Cristo?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Nikolay Nikolaevich Ge: “Cos’è la verità?”( 1890)

TRENTATREESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dn 12, 1-3: Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

Il traguardo della storia o è qualcosa che si tiene presente sempre, in ogni generazione, o si rischia di restare imprigionati nelle reti di un oggi che non sazia! Che non può saziare!

Il dramma è quando ci si illude d’essere sazi dell’“oggi” e si scherniscono quelli che pensano all’oltre tacciandoli di essere degli “evasori” dalla storia … E così tanti si saziano di quel che sono, di quel che hanno, di quel che vedono. Sono i sazi dell’“oggi”! Sarebbe terribile rimanere sazi dell’“oggi”!

Sarebbe … ed è terribile! Lo è ogni qual volta noi credenti in Cristo pensiamo che l’orizzonte sia solo quello che vediamo e, in qualche modo, possediamo. Lo è ogni qual volta siamo troppo “contenti” del nostro oggi e siamo incapaci di desiderare altro ed oltre. Lo è quando noi credenti ci accontentiamo, e il presente “ci basta”.

Non si può non considerare l’esito della storia se non imminente, e non perché dobbiamo avere predicazioni e preoccupazioni millenaristiche – quasi che la “fine del mondo” fosse databile ed incombente – ma perché ogni generazione deve fare i conti con il limite del tempo e con la Venuta del Signore Gesù nella sua Parusìa. Una venuta che, d’altro canto, invochiamo in ogni Eucaristia («nell’attesa della tua venuta», «nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo»)!

Ogni generazione deve vivere questa tensione verso il Suo ritorno, e deve riconoscere nel proprio tempo quei segni che la annunziano, che ne proclamano la necessità. Ogni generazione deve ravvisare nel suo tempo quei limiti che sono “grido” verso la sua venuta, quelle povertà che sono invocazione al suo ritorno, quelle “impossibilità” o “incapacità” che domandano quell’unico compimento che è pienezza d’ogni compimento: il Suo ritorno!

Nell’Evangelo di oggi ascoltiamo che Gesù prende in prestito dal linguaggio apocalittico del suo tempo (di cui abbiamo avuto un saggio nella Prima lettura di oggi tratta dal Libro di Daniele) dei segni che evocano quei limiti, quei dolori, quelle “potenze” che sovrastano l’uomo e le sue pretese potenze. Nei versetti precedenti aveva parlato di guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tempi oscuri e disperati ma qui aggiunge altri segni che mostrano anche la caducità di quelle cose che a noi paiono fisse ed immutabili: il sole e la sua luce, gli astri che per gli antichi erano fissi nella gran volta del cielo … eppure il sole si spegne, la luna non dà più il suo chiarore e gli astri cadono. Tutto questo accade non perché l’uomo l’ha prodotto, e neanche l’ha provocato con le sue dissolutezze e con i suoi peccati; no! La fine del mondo non è un castigo! La fine del mondo è il fine del mondo, e questo appartiene al progetto di Dio. E’ la volontà di Dio, fuori della storia, a determinare questo fine e a mettere fine a ciò che noi conosciamo e in cui abbiamo realizzato l’essere uomo, in cui abbiamo costruito le premesse di quel Regno eterno in cui tutto deve acquistare senso e bellezza!

Se le potenze dei cieli cadono (è al plurale: “ai diunámeis”) è perché deve venire la sola potenza che ha senso e stabilità, quella del Figlio dell’uomo che è la potenza di Dio (al singolare: “metà diunámeos”, “con potenza”!).

Il Figlio dell’uomo è colui che sta andando verso la croce ma che qui si autorivela come colui che ancora verrà a dire l’ultima parola di Dio sulla storia, sugli uomini!

Il discorso escatologico, di cui oggi leggiamo un breve tratto, era iniziato quando i discepoli avevano posto a Gesù una domanda: «Quando accadrà questo e quale sarà il segno che questo starà per compiersi?» (cfr Mc 13,4) ma Gesù ancora non ha risposto al “quando” e non lo fa neanche in questo passo. Usa la parabola del fico per chiedere la capacità di leggere la storia, leggere l’oggi per poter essere protesi verso il futuro che Dio sta preparando.

Se si sanno leggere i segni come quelli del germogliare del fico è necessario imparare a leggere anche i segni che la storia offre per capire che non tutto è in essa e per essa!

Gesù non dà tempi, e non si tenti di decifrare un tempo e un’ora: il Messia (che Lui è) non è onnisciente come noi vorremmo nei nostri deliri “religiosi” …è invece un Messia fragile e vicino (tanto è vero che sta per andare in croce!), ma nella sua umanità – piena e senza sconti – c’è tutto il senso della storia che va vissuta senza millenarismi e ossessioni, ma con lucidità per discernere ciò che ci conduce all’oltre e ciò che ci libera dalle catene del tempo.

Se Gesù non dà indicazioni di tempo, dà però ai suoi tre parole con cui li rassicura circa la certezza della sua Parusia, del suo ritorno glorioso. Il Figlio dell’uomo verrà per quella generazione perversa che continua a fare ciò che avvenne durante l’esodo: tentare Dio e disobbedire, verrà perché Dio non si fa fermare dalle nostre miserie e infedeltà; verrà di sicuro perché le sue parole non passeranno perché non sono come le parole che diciamo noi e che spesso sono senza stabilità e fondamento. Le sue parole non passeranno perché provengono da Dio, e Dio è fedele. Infine assicura che verrà anche se non si sa il “quando”, ma quel “quando” – essendo custodito nel cuore del Padre -, è promessa certa che sarà rivelata al tempo opportuno.

Intanto? Intanto bisogna impostare i propri giorni con una tensione autentica verso l’oltre: è necessario vivere il tempo in pienezza ma senza chiudersi negli orizzonti del tempo … è qui che l’uomo deve sentire il “profumo” dell’eterno; un profumo che non lo disamora della storia, e delle lotte della storia e nella storia, ma che gli fa vivere la storia senza sconti, con lo sguardo capace di scrutare – proprio nella storia – i segni dell’approssimarsi del giorno di Dio.

In questa domenica l’Evangelo ci ricorda che dobbiamo respirare ampio, che siamo fatti per questo. La storia non è meta della storia, il tempo sarà dilatato nell’eterno e se non si vive in questa tensione si rischia di fare della fede una “religione” che assicura il presente e ci tiene ben accomodati in un oggi tanto soddisfacente quanto imprigionante.

In fondo oggi Gesù ci dice: “Vivi il presente e leggi in esso i segni continui che ti richiamano a slanciarti verso l’oltre!”

Gesù l’ha fatto, e dopo di Lui la Chiesa nascente. Poi l’hanno fatto i santi e con loro tanti cristiani che hanno saputo coniugare storia ed Evangelo senza farsi intrappolare dalle reti del mondo. Oggi se c’è bisogno di una cosa nella Chiesa è di uomini e donne così.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

TRENTADUESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1Re 17, 10-16;Sal 145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44

Bisogna subito liberare il testo dell’Evangelo di oggi da ogni pessima aura di moralismo, da ogni tono di bell’esempio; non è una lezione sulla generosità, non un elogio di una donna povera ma generosa! Non è un incitamento a fare beneficenza! Che impoverimento dell’Evangelo sono letture di questo tipo!

In questa pagina del cosiddetto obolo della vedova ci sono per lo meno due cose che ci fanno capire che qui non si deve guardare al piano morale, non è quello in rilievo: la prima è che non c’è mai la parola offerta, il che significa che non si tratta di mettere in risalto una generosità con i propri beni materiali, né tanto meno è in questione l’essere generosi con le istituzioni religiose. La seconda cosa è che le parole di Gesù che sottolineano il gesto della vedova sono introdotte da un solenne “Amen” (che in genere viene tradotto in italiano con “in verità”), modo questo di Gesù di introdurre discorsi o parole di alto profilo rivelativo; si tratta insomma di qualcosa di importante che Gesù sta per dire ed a cui bisogna prestare estrema attenzione. Capiamo allora che non può trattarsi della lezioncina morale che scaturisce dal bell’esempio!

Nei versetti precedenti questo racconto, Gesù mostra le perversioni della “religione”: la vanagloria, l’ipocrisia, l’avidità e quando si presenta questa vedova il suo sguardo si posa su qualcuno che, invece, gli rivela il volto che Lui stesso deve assumere dinanzi alla storia, nella storia: il volto del dono di sè, “fino all’estremo”, senza nulla trattenere per sé.

Gesù invita a “guardarsi” dagli scribi vanagloriosi, ipocriti, e avidi (certo Gesù non fa di tutt’erba un fascio: ci sono anche gli scribi onesti, e la scorsa domenica Marco ce ne ha fatto incontrare uno!), e annunzia che la loro vita è insensata ed è sottoposta a dura condanna, la condanna di chi vive per se stesso, la condanna di chi crede di stringere tra le mani tesori e si ritrova solo sabbia che gli scivola tra le dita … bisogna guardarsi dal “vivere per se stessi!”Per questo Marco fa seguire una potente “parabola”. Non è però una parabola come le altre, non è un mirabile racconto fiorito dalla fantasia di Gesù, è una parabola in carne, ossa e … povertà!

La povera vedova è l’oggetto dello sguardo indagatore di Gesù che, in lei, ci propone non una parabola sulla generosità e neanche sulla fiducia in Dio e nella sua provvidenza, ma, nientedimeno, come parabola della croce verso la quale Lui sta per andare!

Marco fa dire a Gesù: dalla sua povertà ha dato tutto quello che aveva. Ha gettato tutta la vita (in greco è proprio così: “ólon tòn bíon”, “tutta la vita”).

La storia della vedova di Zarepta che abbiamo ascoltata nella prima lettura, tratta del Primo libro dei Re, in fondo ci racconta una vicenda simile: quella povera donna getta tutta la vita, rischia in modo insensato per le logiche umane.

Il punto allora è, come sempre, il dono della vita senza riserve! Nel passo di Marco di oggi, alla vigilia della passione, questa povera donna che prende dalla sua povertà il tutto che è, e lo getta nel tesoro del Tempio, diventa parabola di Gesù che sta per fare proprio questo! Possiamo senz’altro dire che la povera vedova anonima di questo racconto è profezia di Gesù, ed è profezia per Gesù ed in seguito per la Comunità di coloro che vorranno seguirlo! Vedere il gesto di questa donna ha dato a Gesù la misura del gesto d’amore che Lui stesso sta per compiere; la Chiesa, a cui Marco consegna questo racconto, riceve in esso una parola che la invita a tuffarsi nel cuore dell’Evangelo di Gesù: il dono totale di sé. Ai discepoli, invischiati ancora nelle dispute sui primati (cfr Mc 10, 35-40), Gesù ancora una volta indica l’unica via identitaria che la Chiesa può avere: il dono totale di sé. Ecco la misura della loro vita fraterna, della loro vita ecclesiale!

Il testo, però, aggiunge ancora una cosa ed è una cosa impressionante: il Tempio, per il quale la vedova offre “tutta la vita”, è un tempio corrotto ed ormai prossimo ad una distruzione

disastrosa! Il dono della vedova … la sua vita gettata è una vita gettata per nulla, una vita gettata invano (per un tempio corrotto, e alle soglie di una distruzione totale!). C’è, però, ancora di più: il gesto della donna è profezia del gesto di Gesù: la croce è apparentemente inutile! E’ ignominia e fallimento agli occhi del mondo!

La vedova con questo suo gesto è uno scandalo, ma scandalo ancora più grande sarà la croce di Gesù! Una morte assurda la sua, nell’abbandono più totale, un epilogo senza luce in cui Gesù sprofonda. Insomma come ha scritto E. Cuvillier nel suo commento all’Evangelo di Marco, la croce è irrilevante per il mondo! E’ fallimento scandaloso e misero! Come la vedova anche Gesù si espone ad una “morte per nulla”!

Noi che leggiamo l’Evangelo sappiamo nella fede che da quella “morte per nulla”, da quell’assurdo insensato, proverrà vita autentica per moltitudini … Intanto però si deve passare il buio tunnel dell’assurdo, del nulla, dell’assolutamente privo di senso per le logiche degli uomini. Se ci pensiamo bene, la morte di Gesù non ha nulla di “morale” in senso stretto (scrive sempre Cuvillier) … è una morte assurda e basta! La salvezza però verrà proprio da quell’assurdo, da quello scandalo!

La vedova dell’Evangelo di questa domenica ci fa intravedere, dietro di lei, un Altro che ha perduta, ha gettata tutta la sua vita perché altri la ricevessero in dono.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

James C. Christensen: La povera vedova (1988)