VENTOTTESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 7, 7-11; Sal 89; Eb 4, 12-13; Mc 10, 17-30

Che cosa è seguire Gesù? Cosa è seguirlo in modo radicale, in fondo l’unico vero modo di seguirlo, dando a Lui un primato che rende capaci di “vendere” il resto?

Il passo di Marco di questa domenica, il celebre – e a volte “abusato” – racconto del cosiddetto giovane ricco (che questo tale sia giovane lo si deduce dal racconto parallelo di Matteo, cfr. Mt 19,20), ci pone dinanzi ad una richiesta di sequela che ha un esito drammatico, un esito fallimentare. Un esito che è tale perché tra il chiamato e Gesù che chiama si frappone un ostacolo grande che diviene insormontabile: il possesso!

Se la “libido amandi” trova la sua via di sequela nella fedeltà che canta il Dio fedele (lo sentivamo la scorsa domenica circa la via coniugale!), la “libido possidendi” può trovare la sua via di sequela nella condivisione (“Vendi e dallo ai poveri”) e nel volgere le spalle a ciò che, nel possesso, chiede all’uomo sempre di più. Sì, è così: le cose possedute chiedono sempre di più e non chiedono cose ma chiedono all’uomo se stesso! La “libido dominandi” potremo vedere che esito ha nella sequela la prossima domenica.

Il giovane protagonista del racconto di Marco si accosta a Gesù per essere rassicurato e per avere un “da fare” per ottenere la vita eterna, il premio di Dio … la sua domanda, per quanto “religiosa” mostra a Gesù un cuore che sarebbe bello plasmare verso la verità dell’uomo e verso la verità di Dio. Gesù vede in lui una possibilità di vita piena, vede in lui la possibilità di costruire, certo non senza fatiche, un uomo nuovo! Gesù ama le sfide, soprattutto quando oggetto di queste sfide è il credere alle meravigliose possibilità di bello che abitano l’uomo! Il problema è che tra il “sogno” di Cristo ed il profondo di questo ragazzo si frappone qualcosa di terribile, una “diga” che il giovane non vuole abbattere e che Gesù non può abbattere. E’ la “diga” delle “proprie cose”… lo sguardo d’amore di Gesù si posa su di lui ma non lo smuove, anzi, forse, lo indurisce ed inasprisce.

Ci pare quasi di sentire il silenzio profondo su cui si posa quello sguardo amoroso e quelle parole di proposta di Gesù: Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi. A questo punto quel silenzio amoroso diviene silenzio mortale in cui risuonano non più parole, domande, ricerche ma solo i passi all’indietro, certo imbarazzati ma purtroppo sicuri di quel “bravo ragazzo”… Gesù ha chiesto troppo … e poi quel tesoro in cielo! I tesori devono stare nei forzieri dei ricchi e non in un imprecisato e impalpabile cielo …

Il dramma di questa scena evangelica sta in quella tristezza che invade tutta la vita di quel giovane, sta nell’incapacità di voler intraprendere le vie per lui nuove ed inesplorate del dono di sé e della condivisione di tutto.

Aveva chiesto delle cose “da fare” ed in fondo Gesù gliele ha dette ma quelle cose “da fare” non sono quelle che si aspettava; non sono adempimenti passeggeri e precetti che, compiuti, poi lasciano tutto come prima, no; sono cose che mettono radici, che trasformano, che vogliono coraggi “per sempre”… lui non può accettarle perché presuppongono un perdere quello che ha, quello che incredibilmente ora è la sua identità e sicurezza! Gesù gli offre un’altra identità ed un’altra sicurezza. L’amore di Gesù non è stato sufficiente a staccarlo dal suo amore per le sue certezze. Preferisce la tristezza di una vita comoda alla gioia di una vita libera, sensata, alla sequela di Gesù!

In fondo preferisce la sabbia e il fango di cui parla la prima lettura nel Libro della Sapienza opponendoli alla Sapienza …

Questo “bravo ragazzo” è perfettamente il contrario di quei bambini che appaiono nel passo precedente e che chiudeva l’Evangelo della scorsa domenica. Gesù li abbracciava e loro si lasciavano abbracciare e di loro Gesù aveva detto che di chi è come quei bambini è il Regno, chi accoglie il Regno come quei bambini è accolto nel Regno …

Questo giovane non è così: non accoglie il Regno perché non si lascia abbracciare dall’amore di Gesù. Resta solo è triste … magari il mondo lo crederà felice perché ha molte ricchezze ma queste faranno sempre diga tra lui e la gioia vera. Certamente quella tristezza si riverbera anche su Gesù; il testo non lo dice in modo esplicito ma ce lo fa intuire: Gesù volge lo sguardo attorno sui suoi discepoli forse per trovare conforto per l’amore rifiutato, forse per contemplare quelli che l’amore lo stavano accettando. A loro leva un lamento che è constatazione di una verità: Quanto difficilmente entreranno nel Regno dei cieli quelli che hanno ricchezze …

Credo, come scrive Enzo Bianchi nel suo commento a questa pagina di Marco, che bisogna fermarsi qui perché ogni commento a questa parola di Gesù rischia di diventare casistica o addolcimento permissivo … resti così questa parola, cruda nella sua forza e sferzi i nostri cuori ricchi, le nostre vite ancora e sempre troppo opulente. Dinanzi a questa parola rimaniamo come i discepoli: sbigottiti, imbarazzati … tutti! … anche quelli che hanno fatto scelte radicali; il pensiero corre ai mille attaccamenti, alle mille sicurezze che ciascuno si è edificate; la domanda allora è forte: Chi mai potrà salvarsi?

La risposta di Gesù è certo consolante ma non deresponsabilizzante: E’ impossibile presso gli uomini ma non presso Dio. Perché nulla è impossibile presso Dio … Il testo greco dice “parà theô” e “parà” significa “accanto”, “vicino”; insomma si tratta di dove si vuole condurre la propria vita, vicino a chi … se la voglio vivere accanto alle mie “ricchezze” e “sicurezze” è un conto, se la voglio vivere accanto al Dio che è il Padre di Gesù Cristo le cose cambiano e tutto diviene possibile perché “Tutto posso in colui che mi dà forza” (cfr Fil 4,13).

La domanda di Pietro (“Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?”) può sembrare presuntuosa ma, in realtà, è una domanda umanissima a cui però, come sempre, Gesù corregge il tiro: non si tratta di ricevere una ricompensa per qualcosa che si è lasciato, ma si tratta di accogliere una fecondità piena della sequela; il centuplo che Gesù promette non è tanto una ricompensa, un ricevere indietro quel che si è dato con abbondanti interessi … no! è, invece, un constatare che ogni dono è fecondo e moltiplica l’Evangelo, e moltiplica la fraternità, la paternità, la maternità, la gioia. Pietro e gli altri lo constateranno: prima pescavano pesci in un lago, poi pescheranno uomini dall’oceano del mondo … prima avevano solo dei fratelli secondo la carne (non è un caso che i primi chiamati sono due coppie di fratelli!) ma l’Evangelo moltiplicherà quella fraternità e più sarà moltiplicata e più la gioia ed il senso cresceranno; certo, assieme cresceranno anche le fatiche e anche le incomprensioni e perfino le persecuzioni. Gesù non dissimula il male, mai.

Seguirlo non è una gloriosa ascesa, è lotta gioiosa ma piena di inciampi che provengono da dentro di noi e da fuori … Gli inciampi di “dentro” li conosciamo bene, basta guardarsi nel profondo e lì scopriremo gli inciampi-paure che ci raggelano; gli inciampi di “fuori” sono le persecuzioni che si scatenano dinanzi all’alterità degli uomini dell’Evangelo, dinanzi a chi contraddice il mondo che vuole ricchezze e le mette in cima al “desiderabile” e che per esse è disposto a tutto.

Il discepolo povero e disarmato è osteggiato perché mostra disprezzo per ciò che il mondo sommamente apprezza e persegue, è osteggiato e perseguitato perché partecipa alla via del suo Signore osteggiato e perseguitato dal mondo ingiusto.

Per il giovane ricco la fecondità della sequela ha questo prezzo troppo alto e per non pagarlo preferisce “affogare” nella tristezza! Seguire Gesù è costoso ma è via di gioia e di libertà! Sì, libertà! Chi è più libero di chi liberamente dona, di chi sceglie di essere lì dove Gesù lo chiama?

Il Regno è fecondo e rende fecondi … ma non come il mondo pensa … e noi come pensiamo? A Pietro Gesù, un po’ prima, aveva detto: “Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!” (cfr Mc 8, 33).

La sequela è questione di pensare secondo Dio!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

Francesco Bonsignori (Verona 1455-1519) (attrib.): Il giovane ricco ( Venezia, Ca’ d’oro)

VENTISETTESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTISETTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gen 2, 18-24; Sal 127; Eb 2, 9-11; Mc 10, 2-16

Marco mostra come seguire Gesù nelle vie di ogni giorno: come seguirlo nella via nuziale, nel rapporto con le cose, nel rapporto con il potere. In fondo la sequela di Gesù ci può cambiare e dirigere rispetto alle tre libido (“amandi”, “possidendi” e “dominandi”, come dirà Freud) che sono le grandi spinte che esistono nell’uomo, spinte che lo costruiscono, ma spinte che lo possono anche perdere … l’amore, il possedere e l’usare il potere sono nell’uomo e devono essere indirizzati e usati per edificare l’uomo nella sua pienezza.

Questa domenica si fissa l’attenzione sul primo punto; domenica prossima l’episodio del giovane ricco ci porrà dinanzi al problema del possedere; l’altra domenica, con la domanda dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni, dinanzi al problema del potere.

Gesù libera!

Rende possibili una grande fedeltà nell’amore, una grande libertà dalle cose, una nuova capacità di servire e non di servirsi degli altri dominandoli.

La domanda che oggi è posta a Gesù è capziosa e Marco lo dichiara semplicemente: Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Domanda capziosa che vorrebbe gettare Gesù nel ginepraio delle polemiche, molto vive a quel tempo tra scuole rabbiniche, circa i limiti e i casi di divorzio … ma forse la domanda è ancora più maligna perché pretende che Gesù si pronunzi su una questione che al Battista era costata la testa; Giovanni, infatti, su questa questione aveva provocato Erode Antipa con quel “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello”…

Gesù però non cade nel tranello, e riporta la questione ad un livello “altro” che i suoi interlocutori neanche immaginavano. Il problema è il cuore: la Thorà, infatti, rendeva possibile il divorzio per un solo motivo, la “sclerocardia”, la durezza del cuore. Un cuore duro ed impenetrabile dalle esigenze d’amore del progetto di Dio. Un cuore così non è in grado di cogliere il senso dell’“in-principio”; quell’“in-principio” in cui non fu così … un “in-principio” a cui più che mai è necessario ritornare per proclamare ciò che il matrimonio significa. Gesù dice con chiarezza che l’uomo non separi ciò che Dio ha unito, e – per dire di questa unità creata da Dio – Marco usa il verbo “syzeugnumi” che, alla lettera, significa “mettere sotto uno stesso giogo” (d’altro canto la parola “coniuge” deriva da questa stessa idea!).

L’amore dei due è indissolubile perchè narra le nozze, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo: spezzare il matrimonio è smentire Dio, è rompere l’alleanza con Lui. Lui è fedele e nel matrimonio il credente è chiamato a mostrare la gloria della sua fedeltà …

Gesù si mette, senza mezze misure, sulla scia del profetismo come quello di Malachia: “Il Signore non gradisce le vostre offerte … e voi ci chiedete il perché? Perché il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu tratti perfidamente mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da alleanza. Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Io odio il ripudio, dice il Signore Dio di Israele … (cfr Ml 2, 13-16).

Gesù cita in tal senso e senza possibili vie di fuga il testo del Libro della Genesi che costituisce la prima lettura di oggi: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne. Per Gesù il matrimonio tende a fare dei due un solo essere, e questo per volontà di Dio. Dio nei due crea un’unità che non può più essere spezzata perché a quell’unità Egli affida una profezia: la sua fedeltà ed il suo amore.

Appartenere al Regno perché si è accolto il Cristo significa portare su di sé la bellezza e lo splendore della fedeltà di Dio. Il Dio dell’Evangelo è il Dio d’Israele fedele ed

amante, fedele fino a perdonare tutti gli “adultèri” del popolo, fedele all’uomo che si aliena agli idoli fino a dare il proprio Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16).

La sequela, ci dice oggi la Scrittura, è questione di fedeltà, di perseveranza, di costanza! La sequela non è via passeggera, non è una stagione della vita … è vita! E questo va mantenuto e proclamato con fedeltà alla vita. Nel matrimonio questa fedeltà è fedeltà a quell’unità indissolubile che Dio ha voluto per i due. Una fedeltà che, ove venisse rotta, infangata, alienata può essere ricostruita dalla fedeltà di Dio e dalla sua grazia. Una fedeltà che va custodita anche quando uno dei due la rigetta e la disprezza. E’ via di croce sì, è via esigente … è via seria! E’ via che non svilisce le scelte dell’uomo, è via che non aliena la sua carne … è via che il mondo irride. E’ via che il mondo deplora parlando di “rifarsi una vita”… ma la vita è già stata fatta da un sì alla donna, all’uomo della propria giovinezza. Quel sì rimane. E se l’altro fosse infedele, chi resta deve rimanere fedele … se non vuole anche lui sconfessare Dio e la sua fedeltà, se non vuole sconfessare la propria stessa vita facendola diventare soggetta a passeggere emozioni e a passeggeri desideri o bisogni …

E’ questo il messaggio duro di Gesù … tanto che i discepoli arrivano a dire, nella redazione di Matteo, che “se questa è la condizione dell’uomo non conviene sposarsi” (cfr Mt 19,10).

La venuta di Gesù non tollera più rimandi o addolcimenti (come le norme date da Mosè per la durezza dei cuori!), vuole invece urgenza, radicalità!

Come è possibile? Marco lo dice nella seconda parte dell’Evangelo di oggi: se si accoglie il Regno come un bambino … entra nel Regno chi accoglie il Regno. Accogliere significa dargli accesso alla propria vita senza “se” e senza “ma”, in un ascolto obbediente e semplice. In un ascolto che si fida.

L’Evangelo è netto, forse appare duro (certamente al giorno d’oggi impopolare!) ma è umano perché prende sul serio l’uomo ed i suoi “sì”, e perché chiede all’uomo una vera presa di posizione, libera ed autentica, dinanzi alle esigenze del Regno.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

(Iniziale “I” (In principio) con “La creazione del Sole e della Luna” e “La creazione di Eva”, miniatura tratta da Bibbia (Francia del nord, secondo quarto del XVI secolo), Bibliothèque municipale, Valenciennes).

VENTICINQUESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTICINQUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sap 2,12.17-20; Sal 53, Gc 3,16-4,3, Mc 9,30-37

È una mania costante dell’umanità quella di fare gerarchie, ordini di importanza e di potere … gradi e ranghi politici, militari, civili … ecclesiastici!

Anche per il “Paradiso” già la tarda teologia rabbinica distingueva sette gradi, sette altezze e poi anche nel cristianesimo, per esempio Dante nella sua Commedia, si parlerà di diversi “cieli” …

Nell’evangelo di questa domenica sono gli apostoli che discutono di ranghi e di gradi di un’ipotetica gerarchia futura: discutevano tra loro chi fosse il più grande!

Gesù ha appena detto di nuovo della strada di morte e dolore che Lui sta per imboccare e ancora prima aveva detto con chiarezza che per essere suoi discepoli si deve perdere la vita (cfr Mc 8,35), cioè si deve esser disposti a perdere tutto, eppure i suoi discutono sull’acquistare posti di potere. Dinanzi a questo quadro, a dir poco avvilente, Gesù non si perde d’animo e con una divina e infinita pazienza continua a lottare per scardinare la terribile mentalità che si cela dietro quella discussione. Lo fa con parole intense, che ribadiscono ciò che già aveva detto dopo il primo vaticinio della Passione, e con un gesto profetico semplicissimo, spiazzante e troppo spesso travisato: mette in mezzo a loro un bambino; nel Regno che Lui sta instaurando il primo è l’ultimo, il servo, il disprezzato … lo dovrà ripetere di continuo; lo farà anche dopo il terzo vaticinio della Passione (cfr Mc 10, 42-45): “I grandi delle genti le dominano ed esercitano su di esse il potere ma tra voi non è così: chi vuol essere il più grande tra voi si farà vostro servo … il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita”.

Come dicevo, il gesto profetico che compie prendendo un bambino, mettendolo in mezzo e abbracciandolo, è un gesto altamente provocatorio che nulla ha a che vedere con un gesto melenso che alluda alla presupposta innocenza dei bambini! Infatti, dinanzi all’orgoglio carri eristico, all’arroganza di chi vuole potere, alla lotta spesso “all’ultimo sangue” per il potere e per il successo, all’idolatria di se stessi, alle vie ambite da tutti dei trionfi e degli applausi, Gesù oppone la via che Lui stesso sta percorrendo, la via di Gerusalemme ove verrà, riprovato, disprezzato, consegnato e ucciso. Prendendo quel bambino Gesù sta dicendo ai suoi, anch’essi accecati dalla mondanità, che quel “piccolo” ha qualcosa da insegnare loro … e non solo a loro, a tutti! Come? Solo con una cosa: la sua “piccolezza”.

Questo di Gesù è un gesto provocatorio perché nell’antico oriente il bambino era considerato una creatura marginale, imperfetta, che non ha nulla da insegnare; per alcuni, per la sua indeterminatezza, era considerato addirittura impuro; è significativo, a tal proposito, ciò che scrive Isaia con tono di maledizione e di minaccia: “Io metterò loro come capi ragazzi, a dominarli saranno i bambini!” (cfr Is 3,4). In queste concezioni il bambino può essere solo oggetto di educazione da parte di un adulto; deve essere domato. Gesù qui, di contro, sta dicendo, con il suo gesto, che il bambino è diventato soggetto che può trasmettere un messaggio prezioso, anzi essenziale al rapporto con Dio e con i fratelli, una verità essenziale per poter avere davvero cittadinanza nel Regno. Dunque il messaggio non è quello dell’innocenza ma quello della piccolezza, della semplicità, della disponibilità fiduciosa, dell’abbandono senza calcoli, senza doppiezze e interessi; l’insegnamento che quel bambino posto “in mezzo” dà è nel fatto che il bambino non pensa di dover meritare l’amore ma si fida dei suoi genitori semplicemente perché è figlio e sa che questo è il più grande e solo vero titolo per essere amato! Non per niente gesù insegnerà ai suoi a chiamare Dio con il vezzeggiativo che il bambino usa per suo padre: “Abbà”!

L’icona del bambino che Gesù ci pone dinanzi corrisponde, in qualche modo, alla figura veterotestmentaria del “povero del Signore”. Questi è uno che non cerca successi clamorosi, non pensa neanche di schiacciare gli altri per vincere, non depreda, non uccide, non opprime ma si consegna a Dio fidandosi di Lui e del suo Amore!

Gesù mette “in cattedra” un bambino; l’aveva fatto già il Salmo 131: “Io sono saldo nel mio cuore nella calma e nel silenzio come un bambino in braccio a sua madre in me è tranquillo il mio cuore”.

S. Elisabetta della Trinità (1880-1906) scriveva: “Dio ha messo nel mio cuore una sete infinita e un grandissimo bisogno di amore che solo Lui può saziare. Allora io vado a Lui come il bambino va da sua madre perché egli colmi e invada tutto e mi prenda in braccio”.

Per Gesù il suo discepolo deve entrare nel mondo non con l’orgoglio del potere, col prestigio della finanza, con l’arroganza dei privilegi, con il desiderio di “contare”, con la forza delle armi, ma con lo spirito dell’agnello, con l’attitudine del servo, con l’atteggiamento del bambino che si consegna, si affida perché sa di essere amato.

Gli uomini così costruiscono il Regno di Dio e hanno da dire parole in questo Regno; gli altri costruiscono miseri regni che puzzano di sangue e di morte, di odio e di sopraffazione.

VENTIQUATTREESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 50, 5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8, 27-35

Domanda culmine dell’Evangelo di Marco quella che oggi risuona: Voi chi dite che io sia? È quella che anche nella nostra cappella monastica sovrasta l’icona del Crocefisso sul cartiglio della Croce. Il Crocefisso interpella e bisogna dare risposta.

Il testo dell’Evangelo di oggi, supportato da alcuni versetti del carme di Isaia sul Servo sofferente che è la Prima lettura, è piena di temi importanti e ne lancia di nuovi. E’ il cuore dell’Evangelo di Marco; si trova al centro preciso della narrazione e ne è culmine e punto di nuova partenza.

Le domande circa l’identità di Gesù erano risuonate in tutta la prima parte del racconto e da parte della gente (1,22.27) e da parte dei nemici per cui è un bestemmiatore (2,7) e da parte dei discepoli attoniti sulla barca dopo la tempesta sul lago (4,41) e da parte dei suoi concittadini che non riescono a vedere nell’ordinarietà di Gesù la verità della sua pretesa (6,1-6): Perfino Erode Antipa si chiede chi sia Gesù e presuntuosamente dà anche la sua risposta superstiziosa (6, 14-16). Tutte queste risposte sono sintetizzate dai discepoli a Cesarea di Filippo; siamo fuori dalla terra di Israele e qui Pietro dirà la verità su Gesù: è il Cristo. Ma, lo vedremo, è una verità non compresa e detta in modo ambiguo.

L’Evangelo di Marco è strutturato in modo da essere per davvero un viaggio dello spirito che parte dall’oscurità della notte del cuore e avrà come meta quella luce paradossale del Calvario; a Gerusalemme, al cuore della terra di Israele, Gesù verrà rigettato e crocefisso ma lì ci sarà la confessione autentica: “Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!” ma sulla bocca di un “lontanissimo”, sulla bocca di un pagano crocifissore.

A Cesarea di Filippo il viaggio dall’oscurità alla luce del Calvario riceve cero un bagliore di luce quando Pietro, a nome di tutti, risponde con una parola di verità: è il Cristo, ma Gesù capisce bene che Pietro e gli altri ora posseggono una verità che però, essendo male intesa, può divenire pericolosa, fuorviante, ingannevole. Per questo li ammonisce severamente di non dire niente al alcuno. Su quella loro ambigua conoscenza Gesù pianta il primo annunzio della croce: se è vero che è il Cristo Egli lo è nella logica della croce, dell’offerta di sè non nelle logiche di potenza e di vittoria che albergano nel cuore di Pietro e degli altri (i figli di Zebedeo al capitolo 10 – vv.35-37 – sono ancora fissi su questa idea mondana di un Cristo vittorioso e potente, capo di eserciti e dominatore politico). Questo annunzio di Gesù è il primo bagliore di vera luce nel viaggio che Marco fa fare ai suoi lettori.

In questo annunzio appare una parola che, cara alla Chiesa nascente, deve diventare cara sempre più anche a noi: “parresía”; Gesù dice questa parola esigente sulla croce con “parresía”, con franchezza, senza infingimenti o edulcorazioni; sì, va bene anche “apertamente” ma in cui bisogna cogliere il totale rifiuto di ogni volontà di blandire gli ascoltatori o di attrarli mostrando vie facili. Marco, alla lettera, scrive che Gesù “con parresía diceva la parola”.

E’ questo il primo annunzio della passione che l’Evangelo registra ed è introdotto da quel “dei” (“è necessario”, “bisogna”) che ha fatto nascere fiumi di interpretazioni a volte anche fortemente svianti. “È necessario” non significa che Dio ha voluto la croce di Gesù per essere “soddisfatto” dell’offesa arrecatagli con il peccato dell’uomo, non è un destino con cui Gesù è segnato da una “perversa volontà divina” (un Dio così non è il Padre delle misericordie che Gesù ha narrato con tutta la sua vita!); “è necessario” perché una violenza inaudita sta per abbattersi sull’Inviato di Dio perché in questo mondo ingiusto il giusto è condannato perché il giusto è condanna per il mondo con la sua sola esistenza (cfr Sap 2,12-20). Ma non basta questo a spiegare quel “dei”. C’è altro: è necessario perché Dio ha deciso di rivelarsi nella croce. Non può e non vuole farlo altrove: sarebbe travisato, come al solito, dalle perversioni “religiose” degli uomini. “È necessario” che Dio si riveli accettando su di sé la violenza

inaudita del mondo. Il Dio che Gesù narrerà con la Passione non è il Dio che sopprime la violenza degli uomini con un atto di potenza, ma è il Dio che, in Gesù, sceglie di consegnarsi a quella violenza per dichiarare quanto essa sia mortifera, assurda e cieca. La attraverserà con amore e ad essa risponderà con la vita: “e il terzo giorno risusciterà!” Si badi e non “ma il terzo giorno risusciterà”! La Resurrezione non è un “ma”, la Risurrezione è invece la risposta impensabile di vita a un’opera di morte; così, in Gesù, Dio ha salvato il mondo: “inceppando” il meccanismo della violenza e rispondendo alla violenza con la tenerezza, all’odio con l’amore, alla morte con la vita.

Dio ha deciso di rivelarsi proprio lì sulla croce che gli uomini preparano per il Figlio amato che così, e solo così, sarà il Cristo!

Pietro non può capire e “minaccia” Gesù, lo ammonisce a non dire quelle cose! Rimprovera la sua parresía! Marco usa qui lo stesso verbo che aveva usato per Gesù che ammoniva Pietro e gli altri di non parlare della sua messianicità (è il verbo “epitimáo” che esprime fermezza e minaccia ed anche biasimo); Pietro ha osato lasciare il suo posto di discepolo alla sequela di Gesù e gli è passato avanti per “minacciarlo” ed insegnare a Lui come essere il Cristo. Questo suscita ancora una “minaccia” (ancora il verbo “epitimáo”!) da parte di Gesù che non dice a Pietro di allontanarsi, come pure alcune traduzioni fanno intendere, ma di “tornare dietro di lui”, di tornare alla sua posizione di discepolo. Solo da lì potrà seguirlo fino a Gerusalemme e capire chi davvero sia Gesù, come sia il Cristo!

Rispondere alla domanda circa l’identità di Gesù è di capitale importanza per ogni vita cristiana in quanto ogni inganno su quella identità diventa inganno nella sequela e nel volto di Chiesa che si propone. La vera conoscenza dell’identità di Gesù fonda tra noi e Lui una relazione autentica e Marco in questo testo è chiarissimo: non può esserci relazione con Cristo che si fondi sul desiderio di potere e sulla pretesa di sapere tutto. L’Evangelo è fortemente critico su queste vie! Sono quelle che Pietro sogna e sono quelle del mondo e non quelle scelte da Dio.

Chi vuole essere discepolo di Gesù di Nazareth dovrà passare attraverso il sonno del Getsemani, attraverso la fuga, attraverso i rinnegamenti, attraverso la paura che impedisce di salire al Golgotha; passando per queste vie fallimentari il discepolo diventerà discepolo per davvero perché capirà che il Cristo, quello vero, il solo vero, si incontra solo quando si assume la debolezza, quando si capisce che si è impotenti e poveri, quando si capisce che da soli non si può neanche accedere alla fede. Altre vie sono diaboliche, in senso letterale, in quanto separano, dividono da Cristo!

Per poter capire chi è davvero Gesù è allora necessario fare solo quello che Gesù stesso ha chiesto perentorio a Pietro: “ìupaghe opíso mou!”, “passa dietro di me”.

Solo da quella posizione di vera sequela si può contemplare il suo cammino verso Gerusalemme; lo si seguirà forse a tentoni, forse tra tante cadute, ma poi si contemplerà la Croce e da lì si potrà ripartire! Certo, la via della croce è dura, disorientante e richiede lotta!

Dinanzi alla croce resta impassibile e sereno, senza disorientamenti e tentennamenti, solo chi, abituato al racconto dell’Evangelo, ne ha fatto una “storia religiosa” su cui, tutt’al più, versare qualche lacrimuccia come a teatro e non capisce più che Gesù ed il suo Evangelo sono un interrogativo radicale e compromettente sull’esistenza dell’uomo.

“Voi chi dite che io sia?”

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Geroges Rouault: Cristo e i discepoli (ca. 1931) (New York, Metropolitan Museum)