UNDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2018

UNDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ez 17, 22-24; Sal 91; 2Cor 5, 6-10; Mc 4, 26-34

Parabole potentemente umili … come al solito è un paradosso ma funzionale a condurci nell’altrove” di Dio; con queste parabole, che sono nel quarto capitolo dell’Evangelo di Marco, Gesù vuole farci capire che le “cose” del Regno di Dio non funzionano con i meccanismi soliti, quelli del mondo; non funzionano con i tempi del mondo, con i suoi ritmi, con le sue proporzioni. Insomma, sbaglia molto chi, nelle “cose” di Dio, nelle “cose” del Regno, volesse applicare quei parametri mondani; chi lo facesse, alla fin fine non solo rimarrebbe deluso ma soprattutto rischierebbe di snaturare le opere dell’Evangelo, rischierebbe di far diventare le opere per il Regno, le opere della Comunità cristiana, opere meramente mondane, misurate con i criteridel numero, del successo,del “marketing”,della popolarità, della visibilità … opere misurate tremendamente come “eventi” (parola terribile e sviante del vuoto linguaggio dei media per cui ogni stupidaggine è “evento”!)…

La prima parabola, che riprende il linguaggio di Ezechiele dell’oracolo che è stato la prima lettura di questa domenica, ci dice che il Regno è “fuori” dalla nostra potenza e dal nostro protagonismo; i servi del Regno sono quelli che soprattutto sanno seminare il Regno nei solchi della storia e sanno vivere e mostrare la capacità dell’ attesa.

In primo luogo devono seminare il Regno … non altro! A volte si corre il gran rischio, come Comunità cristiana, di seminare altre cose, altri “semi”, altre attese; si rischia (o peggio si sceglie deliberatamente!) di mettersi al servizio di ciò che è gradito al mondo, di ciò che serve alla propria visibilità, al proprio prestigio; si seminano parole banali e “religiose” dette per dovere e per … “mestiere”; si seminano catechesi a cuori non evangelizzati e riti ad assemblee che hanno perduto – o mai avuto! – il “brivido” della risurrezione e la passione per l’Evangelo. Questi sono semi infecondi perché non sono semi del Regno; i veri semi del Regno hanno una potenza che non dipende più dal seminatore, hanno il potere di germinare, a loro tempo, con fioriture inaspettate e di bellezza imprevedibile.

Non può, a tal proposito, non venirci in mente la vicenda del Beato Charles De Foucauld: la sua intuizione, tutta evangelica, lo vide morire da solo, senza nessun seguace, senza nessuno che allora avesse il coraggio di condividere il suo ideale; Fratel Charles, però, aveva seminato nei solchi della storia il suo sì, la sua obbedienza, la sua sottomissione…tutti veri semi del Regno … dopo decenni dalla sua morte (che era apparsa allora come la fine di un eroico “sognatore” dell’impossibile …) la sua esperienza è fiorita in migliaia di vocazioni di uomini e donne che hanno raccolto quel suo sì; Fratel Cahrles aveva seminato il Regno, non “altro”, non se stesso … “Dorma o vegli …” E’ così!

La Parola dell’Evangelo oggi ci chiede di aver fiducia nel Regno, nelle sue vie, e di lanciare quelle nei solchi della storia; d’altro canto il Regno è Gesù. Lui è il “chicco di grano che caduto in terra muore e produce frutto” (cfr Gv 12 24).

L’altra parabola è quella del seme di senape e della sua piccolezza … il Regno è così! Dovremmo lasciarci istruire e toccare nel profondo da questa parola di Gesù per abbandonare ogni pretesa di grandezza, di visibilità a tutti i costi, ogni pretesa di “contare” per il mondo, di avere appariscenza, ogni pretesa di agire nella storia grazie alla potenza dei mezzi e delle strutture!

La parola sul granellino di senape è parola di rivelazione: ci dice cosa è davvero il Regno e in che parametri deve misurarsi chi vuole essere del Regno! E’ veramente necessario che ci convinciamo di questa piccolezza, di essere “piccolo gregge” (cfr Lc 12,32). E’ una piccolezza che genera Grazia; è una piccolezza che diviene rifugio dei deboli, è una piccolezza che offre “casa” (gli uccelli fanno il nido), è una piccolezza che accoglie! Sì, perché solo la piccolezza sa accogliere davvero; la grandezza, abbagliata da se stessa, spesso ne è incapace ed alza muri di indifferenza e di sospetto, non ha rami capaci di aprirsi a farsi “nido” per chi nido non ha! Oggi viviamo un tempo di riduzione nella Chiesa … si è davvero minoranza … non ci si lasci ingannare dalle folle delle grandi occasioni! Una piccolezza che può essere oggi una grazia, grazia di veri ricominciamenti e di scelte serie e concrete.

Il Regno di Dio viene ogni qual volta la piccolezza si fa accoglienza di Dio e dei suoi progetti e si fa accoglienza dell’altro e del suo bisogno! Ogni qual volta la piccolezza dei mezzi e delle apparenze non è vista con disprezzo dai credenti, ogni qual volta dinanzi alla piccolezza del “visibile” ci si ricorda che Colui che chiamiamo Signore è nato tra l’indifferenza dei grandi e dei potenti ed è morto disprezzato e “maledetto” condannato da grandi e potenti.

Per il mondo tutto questo è stoltezza (cfr 1Cor 1, 22-25), è piccolezza ed insignificanza ma gli occhi di Dio guardano in modo del tutto diverso e, dove c’è piccolezza vedono grandezza e dove c’è pretesa grandezza e arroganza vedono miseria!

La domanda da farsi con sincerità è dunque: “Da chi vogliamo essere guardati? Sotto quale sguardo vogliamo camminare?”

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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DECIMA DOMENICA TEMPO ORDINARIO 2018

DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gn 3,9-15; Sal 129; 2 Cor 4,13-5,1; Mc 3,20-35.

Ricomincia il Tempo ordinario; un tempo che non è un tempo vuoto ma è il tempo in cui vivere davvero ciò che nei cosiddetti tempi forti abbiamo celebrato. La liturgia di queste domeniche ci accompagna dandoci degli imput fecondi per questo quotidiano; il colore verde dei paramenti ci dice che in questo cammino di ogni giorno siamo accompagnati da una grande speranza: tutto sarà possibile perché Gesù è con noi fino alla fine dei secoli (cfr Mt 28, 20).

La pagina di Marco che oggi è il cuore di questa liturgia è pagina complessa ma certo colma di una luce che bisogna saper individuare.

La prima cosa da dire è che qui Marco usa una sua tecnica narrativa, una tecnica che possiamo definire “a sandwich”; il paragone pare un po’ irrispettoso ma ci fa capire il modo di procedere di Marco; è un modo di narrare fatto così: ci sono due elementi simili che racchiudono al centro un alro elemento; esempio chiarissimo o è il racconto della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5) che inizia ad essere narrata, poi è interrotta dall’episodio della donna con perdite di sangue, e si conclude con il seguito del racconto della risurrezione della bambina.

Qui è lo stesso: la pagina inizia con il racconto terribile dei parenti di Gesù che si muovono per andarlo a prendere perché lo vogliono far passare per pazzo e, dopo la polemica con gli scribi, si conclude ancora con dei parenti di Gesù che vanno a cercarlo.

Il cosiddetto schema “a sandwich” rivela dove andare a cercare il cuore della narrazione e questo è dato dall’intima connessione tra cornice e centro (per esempio nel racconto della figlia di Giairo e dell’emorroissa il problema è quello dell’impurità che Gesù è venuto a prendere su di sé). Qui mi pare che lo schema voglia dirci che tutto si deve inquadrare e comprendere all’interno della relazione con Gesù. È il tipo di relazione con Gesù che salva e dona senso. Il rifiuto di una vera relazione di fiducia con Gesù è luogo abissale di morte.

La polemica tra Gesù r gli scribi contiene una di quelle parole di Gesù che sempre ha sollevato interrogativi, che sempre ha impressionato i lettori dell’Evangelo. Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno? Che cosa è? Marco la risposta ce la dà: poiché dicevano: è posseduto da uno spirito immondo. Se l’Evangelo, come dice di continuo, è annunzio di perdono di tutte le miserie, vergogne e abiezioni dell’uomo, cosa è mai questo peccato che non può essere perdonato? Gesù qui dice che c’è una barriera che si eleva, una barriera che non sta in Dio perché il suo desiderio di perdono è infinito, una barriera che è nell’uomo e nella sua ostinazione. È l’ostinazione a vedere il bene operato da Gesù, è cogliere la via di liberazione dal male che Lui offre, conoscere lo Spirito di salvezza che Lui mette nei cuori degli uomini e, per motivi egoistici, di interesse, di autotutela del proprio potere o per gelosia, si chiama l’opera di Dio male e frutto diabolico e le proprie vie di morte luogo di bene! Il peccato contro lo Spirito Santo è di chi scarta Dio dalla propria vita sapendo di scartare Dio. È un po’ il peccato del Grande Inquisitore nel celbre racconto di Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov”. Ivàn Karamàzov espone dunque al fratello Aleksej (Alëša) un racconto allegorico di sua invenzione, ambientato in Spagna ai tempi della Santa Inquisizione.

Dopo quindici secoli dalla morte, Cristo fa ritorno sulla terra. Non viene mai menzionato per nome, ma sempre chiamato indirettamente. Pur comparendo furtivamente, viene misteriosamente riconosciuto da tutti, il popolo lo riconosce e lo acclama come salvatore, tuttavia egli viene subito incarcerato per ordine del Grande Inquisitore, proprio mentre ha appena realizzato la resurrezione di una bambina di sette anni, nella bara bianca ancora aperta, pronunziando le sue uniche parole di tutta la narrazione: “Thalità kum”.

L’Inquisitore « è un vecchio di quasi novant’anni, alto e diritto, con il viso scarno e gli occhi infossati, nei quali però riluce una scintilla di fuoco… »

È lo stesso Inquisitore a fare arrestare Gesù e subito dopo a recarsi presso di lui nella prigione in cui è stato rinchiuso esordendo con queste parole:

« “Sei tu? Sei tu?” Non Ricevendo risposta, aggiunge rapido: “Non Rispondere, taci! E poi, che cosa potresti dire? So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai cosa accadrà domani? Io non so chi tu sia ne voglio sapere se sia proprio lui o se gli somigli, ma domani ti condannerò ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici…” » È cecità voluta e cosciente, è una menzogna professata sapendo di professare una menzogna, è dire che il giudizio di Dio è errato e il proprio è quello giusto, è dire che il male è bene e che il bene è male; già Isaia (5,20) aveva condannato con veemenza atteggiamenti come questi. Questa polemica, con queste parole durissime di Gesù, come dicevo, è racchiusa tra due scene in cui appaiono dei parenti di Gesù … se nella prima si dice semplicemente che “i suoi” volevano andare a catturarlo perché lo dicevano fuori di sé, nella seconda si dice che a Gesù viene annunziata la visita di sua madre e dei suoi fratelli; Gesù reagisce con fastidio a questa richiesta di incontrare la madre e i fratelli: Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Ancora parole dure, parole che certo devono aver colpito Maria e il suo amore materno; parole in cui però Gesù desidera delineare l’identità della “vera parentela” con Lui e lo fa con estrema chiarezza: Chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre. Non bastano titoli di appartenenza, fossero anche di sangue, quello che conta è che tipo di relazione si è instaurata con Lui; è una relazione che passa per la stessa via che Lui persegue? Passa per la via del fare la volontà di Dio? Notiamo che qui Gesù usa il verbo greco “poièo” che ha in sé l’idea di qualcosa di molto fattuale, concreto, di qualcosa da produrre costruendolo, plasmandolo; qualcosa, direi, che si fa “artigianalmente”, sporcandosi le mani! Insomma la vera pietra di paragone è la vita! La parola che Gesù pronunzia – come dicevo – deve aver colpito Maria nella sua maternità carnale ma che certo anche a lei ha insegnato qualcosa … Maria comprende ancora più che ciò che più è importante per lei non è l’averlo generato nella carne ma l’essere sua discepola, il mettersi davvero sulle sue orme … e Maria lo farà fino alla croce … lì ancora farà la volontà del Padre. Una pagina dura dunque questa, una pagina colma di rifiuti e aggressioni, colma dell’incomprensione e dell’ostilità della gente … una pagina in cui Gesù ci fa cogliere che solo nella piena e vera accoglienza di Lui e della sua parola si può fuggire il terribile rischio di mettere noi davanti a Dio, le nostre idee e i nostri desideri davanti all’Evangelo! Solo se si vive in un ascolto mite e obbediente si riesce a cogliere come Lui sia vera libertà da ogni potere demoniaco che vuole inchiodare l’uomo su se stesso e sulle vie meschine dei propri orizzonti ristretti!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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CORPO E SANGUE DI CRISTO 2018

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

La possibilità radicale di vivere il Mistero Pasquale, di vivere la comunione con il Dio Trinitario, fonte della nostra salvezza, è tutta racchiusa qui, nel Mistero della Cena del Signore che la solennità del Corpus Domini mette dinanzi ai nostri occhi, in questa domenica, in modo tutto particolare. Il Mistero del suo Corpo e del suo Sangue … la Chiesa ha ritenuto di porre, possiamo dire al termine delle liturgie pasquali, la solenne memoria di questo dono che ci fa non solo spettatori ammirati di quell’ amore fino all’estremo che abbiamo contemplato nel Crocefisso, di quella vittoria dell’Amore che abbiamo cantato con la Risurrezione, ma partecipi di quella realtà nuova che fa nuovo l’uomo.

Senza il Mistero del Corpo e del Sangue di Gesù il Mistero pasquale rischia di diventare o sublime memoria di un infinito evento di condiscendenza oppure ideale moralistico di bel comportamento da avere imitando l’amore del Crocefisso! No! Il Mistero pasquale vuole afferrare la nostra vita! Tutta! E lo fa per grazia … per la via del dono! Un dono da accogliere! Ecco il nostro spazio: l’accoglienza del dono!

Sullo sfondo dell’ Ultima Cena, di cui oggi leggiamo il racconto dell’Evangelo di Marco, la liturgia di questa Solennità, in quest’anno, pone la grande scena dell’Alleanza al Sinai. Nel Libro dell’Esodo leggiamo di un rito che è descritto con solennità: il sangue è simbolo di vita, l’altare è segno della presenza di Dio e il popolo radunato è una comunità che si sta formando. Mosè versa il sangue del sacrificio sull’altare e sul popolo: su Dio e sull’uomo. È il sangue dell’Alleanza che Dio ha stretto con voi, così dice Mosè. È un patto di sangue che ormai lega Dio e il suo popolo; sorge una relazione di intimità e di amore.

Gesù, in quell’ultima sera con i suoi, rimanda proprio a quelle parole del Sinai! È la notte della Pasqua e il capofamiglia ancora oggi prende il pane non lievitato e lo spezza dicendo: “Sii lodato Signore, Dio nostro, re del mondo, che hai fatto nascere il pane dalla terra”. In quella notte Gesù, che pure seguiva l’antico rituale, dice qualcosa di nuovo, di sorprendente; nello spezzare quel pane dice: Prendete questo è il mio corpo! Cioè: “Questo sono io!” Si dà loro da mangiare perché essi entrino nella sua stessa vita, nella su stessa morte, nella sua via di obbedienza amorosa. Ma non finisce qui; nel rito pasquale ebraico si bevono quattro coppe di vino, l’ultima è la più solenne e si beve dopo la cena; anche qui Gesù sorprende: Questo è il mio sangue, il sangue dell’Alleanza, versato per moltitudini. Chiaramente riecheggia le parole di Mosè al Sinai. È ancora un patto di sangue, è alleanza piena e perfetta tra Dio e l’umanità. Un’alleanza che nulla potrà più infrangere! Una sola vita: Cristo Gesù e noi, Dio e noi! Un dono grande che però non esaurisce le nostre attese … è un compimento ma che grida ancora desiderio di compimento. Infatti, nel racconto di Marco, Gesù annunzia che non berrà più del frutto della vite finché non lo berrà nuovo nel regno di Dio. Gesù qui parla di quel banchetto di

perfetta comunione di cui già cantava Isaia (25,8) e che l’Apocalisse di Giovanni vede come culmine di tutta la storia, oltre la storia (cfr Ap 21,4).

Allora comprendiamo una cosa che è essenziale: la cena eucaristica che noi celebriamo è un pregustare un’intimità senza incrinature, senza frontiere e senza fine in Dio e quindi tra di noi che per sempre ci riconosceremo fratelli. Allora ogni Eucaristia è annunzio di un’attesa, l’attesa di una venuta che tutto compirà definitivamente.

L’Eucaristia ci pone allora in una condizione straordinaria: Attendiamo sempre un novum! Mai nulla per noi discepoli di Cristo è rinchiuso in un presente senza futuro! Abbiamo sempre un futuro, sempre un’attesa, sempre un sogno! Qui nella storia, perché siamo un popolo in cammino e oltre la storia ove Cristo ci donerà quella pienezza di comunione che qui abbiamo sempre gustato imperfetta!

Tutto questo fa di noi discepoli uomini e donne impregnati della Pasqua e delle sue logiche di comunione! O la Chiesa coincide con la fatica di assunzione vera di quel Corpo e quel Sangue o si condanna alle mezze misure e ad un’inesorabile, miserrima mediocrità. Un’assunzione di quel Corpo e di quel Sangue che è un atto grave e non devozionale, un atto che impegna a pagare dei prezzi e non consolatorio, un atto che crea una vera intimità ma che ci porta lì dove è Lui; nella gloria ma prima ancora sulla croce.

Dette queste cose mi pare necessario dire ancora una cosa: se l’Eucaristia è rendimento di grazie, oggi dovremmo sentire lo slancio a fare eucaristia dell’Eucaristia … fare eucaristia di questo grande dono che Gesù ci ha lasciato, un dono che ci rende davvero discepoli perché fatti capaci di dare la vita come Lui, un dono che ci fa una cosa sola con Dio e tra di noi, che ci rende uomini di attesa gioiosa di una pienezza che neanche sappiamo immaginare.

La cena pasquale ebraica viene chiusa con un inno meraviglioso che è davvero un’eucaristia, un rendimento di grazie di una forza straordinaria. Forse potremmo dire quest’inno, come ci suggerisce il Card. Ravasi, con i nostri fratelli ebrei, pensando al grande dono del Corpo e Sangue del Signore che in ogni Eucaristia ci viene donato: “Anche se la nostra bocca fosse piena di inni come il mare è pieno di acqua, la nostra lingua di canti come sono numerose le sue onde, le nostre labbra di lodi come esteso è il firmamento, i nostri occhi luminosi come il sole e la luna, le nostre braccia estese come le ali delle aquile del cielo e i nostri piedi veloci come quelli dei cervi, non potremmo ringraziarti, o Signore Dio nostro, e benedire il tuo Nome, o nostro re, per uno solo delle mille migliaia e miriadi di benefici, di prodigi e di meraviglie che tu hai compiuto per noi e per i nostri padri lungo la storia. Perciò le membra che tu hai distribuito in noi, l’alito, il respiro che hai soffiato in noi, la lingua che tu ci hai posto in bocca ti ringrazino, ti benedicano, ti lodino, ti esaltino e cantino il tuo nome per sempre”.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Ulisse Sartini (n.1943): Ultima cena




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SANTISSIMA TRINITÀ

SANTISSIMA TRINITÀ

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

Tutte le feste cristiane fanno riferimento ad un evento di salvezza che è accaduto nella storia, ad eventi puntuali in un tempo ed in un luogo precisi; così le feste ebraiche, così le feste cristiane: l’incarnazione, la Natività del Signore, la sua Pasqua di croce e risurrezione (questa addirittura sottolineata, nei simboli di fede, con “sotto Ponzio Pilato” per collocarla precisamente nella storia!), l’Ascensione del Signore, la Pentecoste. Oggi no. Nella festa di oggi non c’è la celebrazione di un evento di salvezza, ma la contemplazione della fonte di tutti gli eventi di salvezza, della fonte della storia stessa: la Trinità Santissima .
Ecco il nostro Dio! Eterna circolarità di vita e di amore , eterno abbraccio di un Padre che sempre inizia ad amare, di un Figlio che si lascia generare ed amare, di uno Spirito che è l’Amore spirato dal Padre e che il Figlio gli ridona in un abbraccio di eterna unità!
Ecco il nostro Dio! Ma, per quanto cerchiamo di entrare nel Dio “in sè” questo ci riconduce sempre al Dio “per noi”, “con noi”! Infatti la meraviglia straordinaria è che l’Eterno Amore di questo Dio-Comunione si dona tutto a noi e, in Gesù Cristo, si è mostrato, si è narrato e ha preso casa per sempre in noi …

L’Evangelo di Matteo si apre e si chiude allo stesso modo, con un’affermazione, una promessa, una certezza, un qualcosa che l’umanità, a partire dall’evento Gesù, potrà sperimentare: Dio è con noi!
Al principio del suo Evangelo, infatti, Matteo, narrandoci la concezione verginale di Maria, ci dice: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» che significa “Dio-con-noi”» (cfr Mt 1, 22-23).
Alla fine dell’Evangelo, Gesù stesso, nel passo che oggi si legge, promette: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli». Il Dio nascosto nel grembo di Maria all’inizio dell’Evangelo è nascosto, nel finale dello stesso Evangelo, nel grembo della Chiesa, e lì resta per tutti i secoli della storia; nascosto nel grembo della Chiesa perché la Chiesa lo annunzi e lo faccia conoscere, sperimentare. Perché la Chiesa lo consegni all’uomo, consegnando l’uomo a Dio.
La festa della Santissima Trinità, con i testi scritturistici che la liturgia oggi proclama, vuole che ci soffermiamo su questa presenza di Dio nella storia. Una presenza che ha bisogno di essere scoperta, vissuta, conosciuta. Una presenza a cui ci si può affidare.
Il passo di Deuteronomio di oggi è tutto pervaso dallo stupore di una presenza inimmaginabile di Dio; una presenza che assolutamente non è statica ma davvero operante e liberatrice; una presenza che il popolo ha sperimentato nei fatti dell’esodo.
Una presenza che si è fatta udire con una parola viva e creatrice, una parola che non annienta l’uomo: Israele infatti sa di aver ascoltato la voce di Dio dal fuoco, e di essere rimasto vivo dinanzi a cosa così grande! Una parola che, anzi, lo fa vivere perché gli consegna una via di vita, la Torah, una via di gioia …
Questa vicinanza di Dio, che già la Prima Alleanza proclama con stupore, nell’Incarnazione si è fatta appunto “carnale” e dunque palpabile in Gesù (cfr 1Gv 1, 1), ma con la sua Pasqua si è fatta addirittura intima all’uomo.
Paolo, infatti, nello straordinario testo tratto dalla sua Lettera ai cristiani di Roma, ci conduce al mistero trinitario che inabita il credente: questi, dice l’Apostolo, ha ricevuto uno «spirito da figli […] nel quale grida “Abbà, Padre” […] e lo Spirito attesta che, se figlio è anche coerede di Cristo», e quindi capace di partecipare alla sua dinamica pasquale.
Il Dio trino, il Dio che è amore (cfr 1Gv 4, 8) non è un Dio lontano e inesistente per le cose dell’uomo e della storia.
Non solo, infatti, Dio è entrato nella storia, ma ora la innerva con la sua presenza; e la vivifica non in modo miracolistico, ideale o – peggio ancora – disincarnato, ma attraverso un popolo che ha una precisa vocazione; una vocazione che Gesù, in questa finale di Matteo che abbiamo ascoltato, dice chiaramente!
Nel suo ultimo discorso, il Risorto ci permette un triplice sguardo: a Dio e al suo mistero trinitario, ai discepoli e alla loro inaudita missione, agli orizzonti sconfinati della salvezza che il Cristo ha realizzato nella sua Pasqua; una salvezza che si estende sia spazialmente che temporalmente («tutte le genti […] fino alla fine dei secoli»).
L’Evangelo di oggi ci dice chi siamo in quanto Chiesa.
In primo luogo siamo una comunità adorante: il primo atto che i discepoli fanno, infatti, dinanzi al Risorto è il prostrarsi in adorazione, ed a Matteo questo verbo piace molto! Anche qui crea infatti un’“inclusione” con il racconto dell’infanzia: lì c’erano i Magi che si prostrano in adorazione (cfr Mt 2, 11).
E’ la fede il primo e fondamentale atto che la Chiesa deve fare per essere Chiesa, e questo anche per il Quarto Evangelo: «Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6, 28-29). Una fede che non priva di dubbio («alcuni però dubitavano»), perché la fede vera non è mai meridiana ma sempre vespertina, o – come qualcuno preferisce – aurorale; il dubbio, che qui è anche simbolo e sintomo della ineludibile fragilità della Chiesa, non impedisce però l’adorazione e l’ascolto delle parole del Risorto.
La Chiesa è poi partecipe della missione di Gesù: una missione che si estende lungo i secoli e lungo tutta la faccia della terra. Gesù usa qui quattro verbi che ci fanno tremare i polsi: andate, ammaestrate, battezzando, insegnando … il Risorto imprime con il fuoco questi imperativi, queste priorità, nella “carne” della Chiesa …
Questa Comunità, inoltre, è permanentemente in stato di esodo: la Chiesa appartiene alla Trinità! E’ lì, in quel grembo santissimo di amore, che ha la sua destinazione; se custodisce la presenza di Dio nel suo grembo di sposa, deve sapere che la sua meta è il grembo d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Perché?
Perché è comunità di battezzati, chiamata a sua volta a «battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
“Nel nome” è un’espressione questa che indica destinazione, indica la consegna. La Chiesa, cioè, è destinata alla Trinità! Quella è la meta, ed è consegnata alla Trinità: è, insomma, di Dio ed è per Dio; la Chiesa ha la missione di destinare e consegnare l’umanità al Dio Trino che Gesù ha raccontato.
Andando, ammaestrando, battezzando e insegnando la Chiesa deve consegnare a Dio il mondo che Cristo ha salvato; la salvezza operata da Gesù, che nel Mistero Pasquale abbiamo contemplato, è affidata alla Chiesa perché la Chiesa la doni all’umanità, facendo dell’umanità un popolo in cammino verso Dio, non disinteressato alla storia ma con lo sguardo fisso sull’oltre della storia.
Lì, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito c’è la nostra unica e sola patria!
La Chiesa conosce questa destinazione perché sperimenta la presenza di questo Dio che davvero è l’Emmanuele!
Questa presenza è l’unica forza che la Chiesa deve avere! Guai quando confida in altre forze! Questa presenza è la consegna del Dio trino alla storia degli uomini! E’ la via incredibile. ma umanissima, per cui l’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo cercherà nei secoli i cuori di tutti gli uomini !
I Tre si affidano a fragili mani, rese forti dalla certezza stessa di quell’esserci di Dio.
E’ solo chi crede davvero a queste parole di Cristo Gesù che riesce, nella Chiesa, a realizzare la propria vocazione e nonostante le sue ombre e fragilità; solo chi crede davvero a questa promessa del Risorto riesce a far brillare sul proprio viso un riflesso della Trinità Santissima, del suo mistero di amore; solo una Chiesa che si fida di quella promessa può essere capace di mostrare alla storia le strade dell’Evangelo, le strade dell’eterno.

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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