QUARTA DOMENICA DI PASQUA 2018

QUARTA DOMENICA DI PASQUA

At 4, 8-12; Sal 117; 1Gv 3, 1-2; Gv 10, 11-18

È la domenica del pastore buono o bello (il significato principale della parola greca “kalós” è infatti “bello”); al centro di questa domenica c’è questo pastore bello di quella bellezza che è armonia, assoluto rifiuto di doppiezza, assoluto rifiuto di ogni ricerca di interesse personale … questo pastore è solo Gesù!

Con questo tratto dell’evangelo di Giovanni oggi ci viene data una chiave interpretativa ulteriore per leggere la Pasqua di Gesù; perché quella croce? perché quella tomba vuota? perché quelle ferite che vanno a cercare gli uomini nelle loro fragilità e paure? Il “perché” è in questa “identità” di Gesù; infatti il protagonista di quella storia pasquale è pastore bello-buono … il suo “segreto” sta tutto nel dare la vita . E’ un pastore che si può seguire, di Lui ci si può fidare perché non è mercenario , non vuole, cioè, salvare se stesso e non fugge dinanzi ai lupi!

La passione di Gesù ce l’ha confermato: non solo non è fuggito ma, nel Getsemani, ha chiesto esplicitamente a quelli che erano venuti a catturarlo di prendere lui e di lasciar andare i suoi (cfr Gv 18, 8); non li ha abbandonati nelle mani dei lupi anche se le pecore lo hanno abbandonato e si son lasciate disperdere ha continuato ad amarle e a dare per loro la vita.

Così Gesù si presenta come colui che, a “caro prezzo”, conduce chi gli appartiene ad un’unica meta; l’“ovile” di questo pastore bello è l’intimità con il Padre, la sua stessa intimità, quella che Egli vive eternamente; il pastore bello non è geloso di quell’intimità e della conoscenza che ne deriva, non la ritiene un tesoro da custodire con gelosia (cfr Fil 2, 6), ma una “casa” da aprire a tutti e senza limitazioni di alcun tipo: ci sono altre pecore che non sono di questo ovile, pure quelle devo condurre …

La conoscenza che il pastore ha delle sue pecore è una conoscenza personale, penetrativa, compromettente; questa conoscenza non è né superficiale, né utilitaristica, è una conoscenza amorosa tanto che è modellata nientemeno che sulla conoscenza che Gesù ha del Padre suo! Straordinario! Lui riversa su di noi quella stessa conoscenza e intimità , stende su di noi quella stessa logica di amore scevra di possesso soffocante che egli vive nell’eterno con il Padre. La sua relazione con le “pecore” è relazione di possesso, infatti ripete più volte “le mie pecore”, ma di un possesso che non le soffoca, non le schiavizza, non le rende numero senza volto. Infatti per le sue pecore egli depone la sua vita! Notiamo che qui Giovanni usa lo stesso verbo che, nella scena della lavanda dei piedi , userà per dire che Gesù “depone le sue vesti” (cfr Gv 13,4), vesti che significano lì, in quella vigilia della Pasqua, proprio la vita deposta per amare fino all’estremo !

Gesù che, liberamente, depone la sua vita ci apre dinanzi una prospettiva di libertà grande e totale, della libertà più grande e totale … ci mostra una via su cui ci invita a seguirlo. A noi che spesso siamo portati a subire un “destino” o a lottare per schivare i cosiddetti “colpi della sorte”, Gesù mostra un’altra possibilità: vivere la vita in pienezza di libertà dandole sempre il sapore del libero dono; dalle piccole morti quotidiane alla morte finale è possibile trasformare tutto in atto libero nell’amore!

Il pastore bello-buono è tale perché fa della sua vita un dono; e questo non in modo ideale o intenzionale ma in modo concreto, giorno dopo giorno … e lo farà fino alla croce! La garanzia dell’autenticità del pastore buono è tutta lì: dà la vita! In questo le sue pecore lo riconoscono ed imparano a fidarsi di Lui.

Questa vita deposta è il comando del Padre, dice Gesù; è lì, cioè, la volontà del Padre. Lui è venuto per questo. Certamente non è venuto per morire ma certo è venuto per fare della sua vita un dono senza remore e senza risparmi. La Pasqua di Gesù è questo!

Essere uomini pasquali significa allora ascoltare la voce di questo pastore e seguirlo. Dove? Sulla via del dono, sulla via dell’unità: Ascolteranno la mia voce e diverranno un sol gregge e un solo pastore ! Pensiamoci: l’ unità è possibile solo nell’ottica del dono ! Infatti per essere uno con i fratelli devo essere disposto a donare, a deporre, tutto ciò che proclama il mio io a discapito dell’altro, tutto ciò che “grida” me e le mie idee e visioni tanto da diventare diaframma con l’altro … devo deporre quella terribile volontà di salvare me stesso (ricordiamo che fu l’estrema tentazione di Gesù che si senti gridare, stando in croce, “salva te stesso”… cfr Mc 15,30), di salvare i miei interessi. Solo chi è capace di deporre così la sua vita sarà discepolo del pastore bello-buono ! Solo così si brilla della sua bellezza .

Un giorno Dostoevskij, nel suo romanzo “L’idiota” scrisse: “La bellezza salverà il mondo” e questa espressione, che è stata detta e ridetta, si è letta sempre in chiave estetico-artistico (che sarà pure vero!) ma mi piace leggervi un di più!

Quale la bellezza che davvero “salverà il mondo”? E’ la bellezza di questo pastore che è tutto per l’altro, per gli altri , che non si preoccupa di salvare se stesso ma di salvare gli altri! C’è una bellezza incommensurabile in questo vivere così la propria vita; Gesù è stato capace di questa bellezza e perciò ha salvato il mondo, questo mondo afflitto dalla “bruttezza”, dalla bruttezza del profitto, del calcolo, del contraccambio, del “salvare se stessi” crocifiggendo di continuo gli altri e soprattutto i deboli! Questa bruttezza ogni giorno uccide il mondo e lo inonda di lacrime e sangue! La bellezza che davvero salverà il mondo è quella del Cristo crocefisso, luce di speranza che accende il fuoco dell’amore sulla terra resa fredda da ogni ripiegamento su se stessi, da ogni scelta egoistica ed escludente, da ogni scelta di morte al servizio del profitto ad ogni costo!

E’ la bellezza di quell’evangelo che Pietro proclama dinanzi al Sinedrio nel passo di Atti che oggi si ascolta: In nessun altro – se non in Gesù! – c’è salvezza! E’ vero! E’ così perché Lui è bellezza assoluta perché Lui è dono assoluto!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Michel Pochet (n. 1940): Il pastore bello




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TERZA DOMENICA DI PASQUA 2018

TERZA DOMENICA DI PASQUA

At 3, 13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2, 1-5; Lc 24, 35-48

Nel testo di Atti Pietro ripete con coraggio al popolo il kerygma della Pasqua di Gesù di Nazareth con una parola chiara e anche compromettente: Il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù che voi avete consegnato e rinnegato davanti a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete ucciso l’autore della vita … ma Dio l’ha risuscitato e di questo noi siamo testimoni. Una chiarezza che non è un’accusa per accusare ma un’accusa che vuole salvezza per gli uditori, infatti Pietro conclude dicendo: pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati. Per questa proclamazione Pietro e Giovanni subiranno un arresto e delle minacce, per quell’annunzio al capitolo successivo saranno fustigati e ne saranno lieti perché “avevano subito oltraggio per amore del nome di Gesù” (cfr At 5,41). Il kerygma pasquale genera questo amore che deve diventare il centro della vita del discepolo.

Nel passo sempre di Luca ma tratto dall’ultimo capitolo dell’Evangelo il kerygma è annunziato da Gesù stesso in tutti i modi, con tutto quello che è: rivelando il suo essere in mezzo a loro (stette, scrive Luca, e non venne o apparve, cioè: Lui è ormai sempre nella sua comunità, si deve solo avere la fede per coglierne la presenza!), mostrando loro le ferite della croce, annunziando così la pace … mangiando con loro. Quelle ferite non sono accusa ma sono il modo in cui ormai Dio si dice e si mostra al mondo! Sono le ferite di un amore che per rimanere tale ha patito odio, oltraggio e morte! Se in Atti si dirà che Pietro e Giovanni saranno lieti di patire oltraggi per amore del nome di Gesù questo è perché essi compresero, fin da quella sera di Pasqua, che Colui, di cui sono fatti testimoni per sempre, aveva patito oltraggi, ferite e morte per amore del nome dell’uomo, per amore del loro nome! Mi pare straordinario!

La scena del Cenacolo, in questo racconto di Luca, ci mostra un Gesù che agisce da solo: Lui saluta, Lui parla, Lui mostra le ferite, Lui chiede cibo, Lui spiega le Scritture, Lui dà ai suoi l’incarico della testimonianza, Lui promette lo Spirito (a tal proposito è incomprensibile perché la pericope proposta per questa domenica ometta il versetto 49 con la promessa dello Spirito!).

In tutto questo racconto i discepoli sono fermi e silenziosi … solo offrono il cibo a Gesù che l’ha richiesto … attorno a quello stare di Gesù in mezzo a loro si genera un silenzio e una sospensione di tutto … di loro sono detti, invece, i sentimenti: sconcerto, paura, turbamento, dubbio, stupore, incredulità, gioia … tutti sentimenti che denunciano la difficoltà a credere nella risurrezione. È così! Dinanzi alla risurrezione l’uomo resta dubbioso e incredulo, sia perché è fatto impensabile e fuori d’ogni orizzonte storico, sia perché ci si imbatte in una cosa troppo bella … si direbbe “troppo bello per essere vero!” Ecco la gioia di cui ci dice Luca che mette limiti alla fede: per la grande gioia ancora non credevano … la risurrezione è troppo bella, è troppo liberante, è troppo luminosa; è oltre ogni più felice ipotesi!

In questa scena Gesù si mostra in tutta la sua concretezza; Luca ci tiene molto ad affermare questa cruda corporeità della risurrezione non solo per contrastare le idee del suo ambiente greco per cui una risurrezione della carne non solo era impensabile ma anche disdicevole (ricordiamo che il pensiero greco di quel tempo era imbevuto di platonismo e neoplatonismo con tutto il disprezzo per la materia!), non solo per affermare la continuità tra il Crocefisso e il Risorto, ma anche per dirci che la risurrezione di Gesù afferra l’uomo in tutta la sua globalità e concretezza.

Tutto ciò, però, è coglibile solo da chi si fa aprire la mente all’intelligenza delle Scritture; proprio perché la risurrezione è tanto oltre il pensabile e il dicibile dall’uomo, solo la Scrittura e la memoria di Gesù possono far esplodere la vera fede nella risurrezione. La memoria di Gesù, di che uomo fosse, delle sue parole, dei suoi gesti, del suo amore, messa a confronto con la “memoria Scripturarum” fa cogliere la conformità e la coincidenza di Gesù e della sua vicenda, fino alla croce e risurrezione, con le promesse di Dio.

La Chiesa si è sempre compiaciuta di ripetere nel simbolo di fede questa conformità: secondo le Scritture. Un’espressione che bisogna saper leggere: vuol dire che tutta la vicenda di Gesù, dal principio alla risurrezione, è compimento delle Scritture che, proprio in quella vicenda, trovano a loro volta luce, ragione e pienezza. Non si tratta, dunque, di semplici compimenti puntuali di questa o quella profezia, ma si tratta di qualcosa di infinitamente più grande e più vasto.

Gesù, nelle cose che dice ai suoi, mette in stretta connessione le sue parole e la sua vita con loro (Era questo che vi dicevo mentre ero ancora con voi) con le Scritture … le due dimensioni si illuminano a vicenda … ora bisogna che si compia – dice il Risorto – tutto quanto Lui già diceva riferendosi alle Scritture. Il verbo greco “pleròo” (“compiersi”) è usato al passivo per dire che è un compimento che opera Dio. La croce e la risurrezione sono il culmine di questo compiersi, senza di esse tutto sarebbe rimasto incompiuto e la vita di Gesù, e le sue parole di rivelazione del Padre e anche le Sante Scritture.

Perché tutto prenda luce, in quella sera di Pasqua, Gesù apre la loro mente all’intelligenza delle Scritture; ai due discepoli di Emmaus aveva “spalancato le Scritture” (Cfr Lc 24,27) ora apre le menti. Insomma senza l’intelligenza delle Scritture la storia dell’umanità, e la stessa storia di Gesù, restano oscure. Nel capitolo 5 del Libro dell’Apocalisse è mostrato l’Agnello che solo può aprire i sette sigilli di quel rotolo che è la Prima Alleanza ma è anche la storia dell’umanità. Tutto questo, però, riguarda anche le nostre personali vicende; senza questa intelligenza delle Scritture restiamo ciechi. L’autore della Seconda lettera di Pietro lo dirà a chiare lettere: “La parola dei profeti è una lampada che brilla in un luogo oscuro” (2Pt 1,19).

La Parola contenuta nelle Scritture è il criterio con cui giudicare il quotidiano e intelligere la storia e le nostre personali vicende … quella Parola consegnata dal Risorto che è, a sua volta, il criterio per leggere le Scritture. Il confronto con questa Parola ci sottrae al rischio di costruirci a partire da noi stessi e di costruire Dio allo stesso modo. La Parola ci sottrae alle valutazioni mondane dei fatti della storia, ci dice di guardare tutto attraverso lo sguardo di Dio, la Parola smaschera le nostre menzogne interiori.

Con questa consegna il Risorto invia la Chiesa a testimoniare la Pasqua che è remissione dei peccati ed è speranza nuova. Sì, perché annunziare la remissione dei peccati è annunziare una grande libertà, è affermare che l’amore di Dio, che Cristo ci ha rivelato nella sua carne, è più grande del nostro male.

Per poter annunziare la conversione e la remissione dei peccati il Gesù di Luca chiede di fidarsi di un dono che viene dall’alto, il dono dello Spirito. Per questo i discepoli devono “sedere” in città (“kathísate”). Infatti lo Spirito è dono all’umile attesa di chi siede nella città, non è prodotto o pretesa dell’uomo. È dono dall’alto! È il dono necessario per la testimonianza e per continuare a scrutare le Scritture e ricordare la vicenda di Gesù! Senza lo Spirito promesso, atteso e donato la Chiesa non può essere testimone; ecco perché questo versetto 42 è importante all’economia di questo racconto e non si può omettere.

Nello Spirito l’evento Gesù, circoscritto nel tempo e nello spazio può diventare l’oggi della Chiesa di sempre. È questo oggi, colmo di Cristo e di amore per il suo nome, che la Chiesa deve realizzare e mostrare al mondo.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Icona contemporanea del Piccolo eremo delle querce (Caulonia – RC)




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SECONDA DOMENICA DI PASQUA 2018

SECONDA DOMENICA DI PASQUA At 5, 12-16; Sal 117 ; Ap 1, 9-11.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

Il Risorto viene a cercare i suoi nelle loro paure e nelle loro “chiusure” … li viene a cercare in quello spazio asfittico e colmo di terrori e di dubbi, in quello spazio di non-senso (“… mentre erano chiuse le porte per timore dei giudei”). Giovanni nel passo evangelico di oggi ci dice che Gesù entra a porte chiuse: è una notazione sottile e precisa. Lui è uscito dalla tomba, e quell’ingresso sbarrato dalla gran pietra è stato aperto … i suoi amici, però, sono ancora in una “tomba” fatta di paure, fallimenti, tradimenti, dubbi, incredulità (sì, incredulità perché Maria di Magdala ha già incontrato il Risorto, ma loro non le hanno creduto!) … ora, la sera di quel giorno di risurrezione, Gesù va a liberarli!

Il Signore è risorto ma la sua vittoria e la sua risurrezione sono per noi … a Pasqua non si ricorda una gran vittoria individuale, non si ricorda che Dio s’è presa una rivincita sugli uomini cattivi che hanno crocefisso il Figlio, la Resurrezione di Gesù assolutamente non è la “vendetta” di Dio ma è atto di risurrezione, di vittoria che desidera fortemente entrare nelle infinite porte chiuse di cui sono malate le nostre vite …

Gesù vi entra con le sue piaghe! Che strano! La risurrezione non ha guarito quelle ferite? Perché il Risorto le ha ancora sul suo corpo? Qualcuno ha detto che è per rendersi riconoscibile, per affermare una indubitabile continuità tra il Crocefisso ed il Risorto! E’ vero, ma mi sembra troppo poco! Mostra quelle ferite, con cui certo lo riconoscono, non come semplice “segno distintivo”, ma come segno dell’amore! Li ha amati così, “fino all’estremo” (cfr Gv 13,1).

Gesù entra in quello spazio chiuso e porta lì, proprio lì, le “cose” che aveva promesso: la gioia (cfr Gv 16,22), la pace (cfr Gv 14, 27), lo Spirito Santo (cfr Gv 15, 26-27).

E così vediamo che quando Gesù mostra le sue piaghe essi gioirono: gioiscono certo non per le piaghe in sé, ma per l’amore che leggono in esse; gioiscono perché quelle piaghe sono ormai gloriose, sono cioè narrazione di Dio e del suo Amore che davvero “pesa” (“gloria” vuol dire “peso”!). Le piaghe di Gesù sono narrazione di quanto noi “pesiamo” per Dio, “pesiamo” tanto per Lui che si è lasciato ferire per noi, e ferire di ferite che non scompaiono, di ferite che entrano nell’eterno di Dio perché davvero, come canta il Salmo “Eterno è il suo amore” (cfr Sal 136); ecco di cosa gioiscono i discepoli: si gioisce solo dall’essere amati!

Gesù, poi, entra dicendo semplicemente shalom … pace: se essi sono nella paura vedendo le loro vite in pericolo, se sono attanagliati dal non-senso apparente di tutto quel che è accaduto, Gesù dona loro la pace … è la pace biblica, la quale non è sospensione delle guerre, ma è pace-unificazione con se stessi, con il mondo, con Dio. La pace è il grande bene che rende l’uomo davvero uomo! E’ dono pasquale perché essa si raggiunge solo se si trova il senso profondo del vivere e della storia, un senso che è dischiuso solo dal Cristo Risorto!

Ed ecco che poi Gesù soffia lo Spirito: è Colui che aveva promesso, è Colui che impedirà di essere orfani (cfr Gv 14,17); è Colui che porterà a pienezza quei doni pasquali della gioia e della pace; è Colui che, consegnato alla Chiesa in quel giorno pasquale, sarà causa di gioia e di pace perché porta la remissione dei peccati. Lo Spirito è soffiato da Gesù Risorto perché trasformi quei paurosi, chiusi ancora nel loro “sepolcro”, in testimoni di pace e di gioia. Ma come saranno testimoni così? Solo in un modo: essendo portatori della remissione dei peccati … se non annunzieranno la remissione dei peccati non potrà esserci nel mondo né gioia vera e profonda, né pace radicale e duratura.

La Chiesa è posta nel mondo per essere luogo di perdono: troppe volte noi Chiesa ci siamo messi ad annunciare solo i peccati e non la remissione dei peccati. Pensiamoci: in questo modo non abbiamo portato né gioia né tanto meno pace … e non abbiamo mostrato

neanche le piaghe gloriose di Gesù! Queste non vanno mostrate per accusare gli uomini, ma per salvare gli uomini raccontando loro Dio! Le piaghe di Gesù sono e restano gloriose per l’eternità perché sono le ferite che narrano di un Dio che s’è lasciato ferire dall’amore per le sue creature … narrano di un Dio che così ci ha guariti e ci guarisce (cfr Is 53,5).

Nel testo dell’Evangelo di oggi vediamo proprio come quelle piaghe guariscono: infatti guariscono quei prigionieri paurosi e disorientati, per poi andare a cercare Tommaso e guarirlo dalla sua autosufficienza ed incredulità. Il Risorto va a cercare proprio lui, Tommaso! Le piaghe del Crocefisso non sono un amore generico; sono un amore che cerca i nostri singoli volti, le nostre singole e personali storie: che manchi Tommaso a quel primo incontro la sera di Pasqua non è, per Gesù, un fatto secondario o trascurabile … e così, otto giorni dopo, lo va a cercare con quelle ferite che, raccontando Dio, guariscono e portano gioia, pace, perdono. E da allora, di otto giorni in otto giorni, il Risorto viene a cercare i suoi: gli smarriti, gli infedeli, i distratti, ma anche i cercatori appassionati di Dio, gli innamorati di Lui … li va cercare per guarirli, per confermarli, per dare loro la forza dell’Evangelo … per dare loro quella forza che, paradossalmente, è capacità di essere deboli e feriti come Lui per amore del mondo.

Tommaso è nostra “icona”: è il discepolo del dubbio ma anche, alla fine, della fede più audace! Tommaso è colui che chiede di mettere brutalmente il dito nelle ferite del Risorto, ma è anche colui che pronunzia la formulazione di fede cristologica più alta di tutto il Nuovo Testamento: Mio Signore e mio Dio! Tommaso arriva a comprendere che quelle mani ferite e quel fianco trafitto da una ferita mortale sono le mani ed il fianco di Dio! Per credere ad un Dio così non bastano le vie e gli strumenti “intelligenti” del razionale Tommaso, è necessario arrendersi dinanzi ad un Dio talmente altro ed impensabile che non può che essere il vero Dio!

Quando ci si arrende al Crocefisso è possibile la fede … e ci si arrende al Crocefisso quando si è visitati dalle sue piaghe gloriose! Quelle piaghe che “parlano” con la loro verità che è storia di un dolore assunto liberamente e per amore!

Tommaso percepisce che Gesù cercava proprio lui, l’incredulo, l’autosufficiente che pensava di stare al di sopra degli altri creduloni e deboli … sente che Gesù cercava proprio lui con quelle piaghe aperte, disponibili ad essere toccate purché lui si lasci vincere! Così Tommaso fu vinto … e, vinto, è divenuto “via” per tutti quelli che, come lui, nei secoli, crederanno di essere troppo intelligenti per credere, per arrendersi a qualcosa che travalica le vie del solito “buon senso” e del “credibile”!

Se l’ha fatto Tommaso può farlo ogni uomo: piegare il capo in un’obbedienza di fede che, da ora in poi, dovrà deporre la pretesa di vedere, di pesare, di quantificare, di dimostrare, di dedurre … una fede che è beatitudine perché è credere a quelle mani ferite e a quel fianco aperto, in cui si spalancano vie “incredibili” di perdono, di gioia, di pace!

La Pasqua è questo!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Matthias Stomer (1600-1650): L’incredulità di Tommaso (Madrid, Museo del Prado)




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PASQUA 2018

PASQUA DI RISURREZIONE

Veglia

Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14;Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4;

Ez 36,16-28; Rm 6,3-11; Mc 16, 1-8

Messa del giorno

At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (opp.1Cor5,6b-8); Gv 20,1-9 (sera Lc 24,13-35)

È la Pasqua del Signore!

È la Pasqua del Signore Gesù e di tutto il creato!

È la pasqua di ognuno di noi, piccoli frammenti che passano nel grande fiume della storia …

La Pasqua, culmine e cuore di tutta la fede cristiana, è l’irrompere dell’eterno nel fluire della storia, nei suoi infiniti ruscelli di vite, di storie, di dolori, di conquiste, di miserie, di grandezze, di bellezze, di iniquità, di rimpianti, di vite vissute fino in fondo, di vite mai vissute, di “sì” che hanno prodotto vita e di “no” che hanno portato morte, di “sì” che ci hanno perduti e di “no” che ci hanno preservato e salvato … nel fluire della storia che è fatta di grandi movimenti di popoli e di idee e di piccoli movimenti che contengono però tutto l’universo vasto e “piccolo” di ogni uomo che è passato su questa terra. La Risurrezione di Gesù porta in questo fiume bellissimo e terribile, effimero ma mai da disprezzare o dimenticare, il presente eterno di Dio! Cristo Risorto è eterno presente: Vi precede in Galilea! Così dice il giovane seduto sulla destra vestito di veste bianca, nel racconto di Marco!

Precede … sì, anticipa nell’eterno ogni uomo. Nulla è perduto di quel fluire e scorrere che poteva sembrare insensato e solo effimero! Il Crocefisso è risorto! Ha vinto la morte e l’ha vinta con la sola arma che è capace di immobilizzarla, renderla mansueta, renderla “altro”: l’amore capace di perdersi!

Le tre donne che Marco pone in iscena all’alba del primo giorno della settimana, andate a compiere dei riti funebri incompleti, andate a venerare un cadavere, si incontrano con l’inaudito: una tomba vuota, un giovane misterioso che dice parole che non hanno senso per quel fiume incessante della storia, per quei fatti che si accumulano e che riempiono i giorni. L’inaudito: È risorto!

Queste donne, che Marco ci mostra al sepolcro in quel mattino di Pasqua, sono il volto di ogni discepolo di Cristo di tutti i secoli che verranno: uomini e donne che, incamminati su vie che conducono alla morte e alla certezza sensata di una tomba, vengono ribaltati da una parola veramente folle: Il Crocefisso è risorto! Non è qui! Uomini e donne che, tra quel cammino al buio e con il buio in cuore ed una vita nuova fatta di speranza e di luce, hanno travato un annunzio di vita che ha acceso quell’elemento straordinario e incredibile che è la fede.

La parola dell’annunzio fa scattare la fede che non ha altro appoggio che la parola stessa dell’annunzio! Guai a chi volesse prove della Risurrezione del Crocefisso … la “prova” è Gesù stesso!

Nell’evangelo di Luca in modo particolare (ma anche qui nel racconto di Marco questo elemento c’è: Vi precede in Galilea, lì lo vedrete come vi ha detto!) alle donne andate al sepolcro viene detto: Ricordatevi di Gesù! (cfr Lc 24,6). Se ci si ricorda di Gesù, di chi fosse, del suo vivere, del suo parlare, del suo amore, si “comprende” che un uomo così non poteva restare nella tomba, che la morte non poteva tenerlo! Ecco l’unico accesso alla risurrezione: Gesù stesso!

Solo la memoria di Lui, solo la parola di Lui che affiora al cuore, solo la memoria di questo assieme alla memoria delle promesse della Scrittura, ci possono far accedere alla Risurrezione nella fede. Quando avviene questo ingresso nella fede subito si trasforma in incontro con Lui e allora non si torna più indietro, allora la risurrezione non è solo una notizia ma diviene vita, diviene ingresso dell’eterno nel fluire dei giorni.

Questo però con tutte le lotte e senza nessuna pretesa di “mari tranquilli”! Nella storia i mari sono spesso agitati e torbidi; nella mia storia affiorano fanghiglie e rimpianti che tali non

dovrebbero essere … Marco, infatti, con la sua teologia, ci fa intravedere il convivere dell’annunzio della Risurrezione con le paure che ci abitano.

Oggi sappiamo bene che l’Evangelo di Marco si concludeva proprio con l’ultimo versetto che si legge in questa notte pasquale (il versetto 8); il seguito fu aggiunto da una mano ignota – ma ispirata – in un secondo momento; dopo l’annunzio del giovane biancovestito, Marco scrive: Ed esse (le donne, naturalmente), uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e stupore. E non dissero niente a nessuno perché avevano paura. Strano finale! Pare che la corsa dell’Evangelo si sia fermata lì … le evangelizzatrici hanno paura e tacciono … che ne sarà di quell’annunzio? Perché timore, paura e non gioia? Perché silenzio e non grido di annunzio? Dobbiamo dire, in primo luogo, che certo si tratta di un artificio letterario: Marco ci tiene a sottolineare questo silenzio dopo ogni opera di Gesù … è il cosiddetto segreto messianico che qui porta fino all’estremo “segno” di Gesù che è la Risurrezione. Il significato di questo silenzio è un invito al lettore dell’Evangelo che deve dare una risposta personale agli eventi che l’Evangelo narra … qui è come se Marco portasse il lettore dinanzi alla tomba vuota e gli dicesse: Vedi? Hai ascoltato l’annunzio del giovane messaggero di Dio? Che dici? Accedi alla fede?

Poi però dobbiamo dire ancora una cosa: quel silenzio e quella paura delle donne ci mettono davanti un aspetto importante della fede e del suo sorgere nel cuore: l’essere davanti a Dio e alla sua azione misteriosa ma reale non può che generare timore. E’ il timore di tutti gli uomini della Bibbia toccati dalla presenza di Dio.

L’annunzio pasquale è sì gioioso ma è anche temibile, è temibile perché ci afferra la vita e la capovolge, perché ci apre sentieri di senso ma anche di lotte con un mondo ostile e che ci abita. Dire sì al kerygma della Pasqua di Gesù è dire sì a tutto un mondo nuovo che deve far morire sempre più il mondo vecchio nel quale siamo ben adusi a vivere. La paura delle donne in quell’alba pasquale ci mostra, in fondo, la paura di chi sa che dire sì alla Pasqua è chiudersi alle spalle e per sempre il Mar Rosso e le sicurezze dell’Egitto … di chi sa che dire sì alla Pasqua è dire sì alla vita ma è dire prima sì al Crocefisso! E il Crocefisso che è risorto! Notiamo che in nessuno degli Evangeli si dice semplicemente che Gesù è Risorto, ma sempre: Gesù, il Crocefisso, è risorto!

Chi è Colui al quale il Padre ha detto il suo amen con il risuscitarlo dai morti? È il Crocefisso, uno che ha dato la vita e l’ha data in modo tale da apparire per il mondo un fallito! Chi è Colui a cui diciamo il nostro amen nella fede pasquale? È il Crocefisso che ci chiede di “fare questo in memoria di Lui” … ci chiede di seguirlo su quella stessa via di perdita di sé! Fede pasquale è fede liberante e gioiosa ma fede costosa! L’ “Alleluia” non si canta a basso prezzo!

Come non avere timore?

Assumiamoci questo timore, così non faremo della Risurrezione un trito “lieto fine” ma l’inizio di una storia meravigliosa che ci coinvolge, che ci afferra, che ci costa; una storia di eterno nella storia che scorre ma che chiede alla storia, alla mia storia di pagare il prezzo di quel canto di libertà …

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Michail Nesterov (1862-1942): Al sepolcro vuoto (1889)




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