SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

Is 40,1-5.9-11; Sal 84; 2 Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

                  La prima lettura di questa domenica ed il passo dell’Evangelo sono strettamente connessi; in ambedue c’è una figura di profeta che si presenta come araldo dell’arrivo del Signore in mezzo ai suoi: è l’autore dell’oracolo che leggiamo nel Libro di Isaia che si pone idealmente sul monte degli Ulivi dinanzi alle rovine di Gerusalemme distrutta in un terribile giorno del 587 a.C. da Nabucodonosor e contemporaneamente si pone tra gi ebrei esuli in Babilonia che vedono innanzi a loro l’insperata possibilità, grazie al nuovo Re Ciro, di tornare nella loro terra. Il profeta è lì per consolare ed incoraggiare … è finito il tempo della rovina … ormai il giudizio del Signore è chiaro; il Signore vuole continuare a camminare con il suo popolo. Che fare? Si deve preparare una grande via per il ritorno, quasi una via sacra, come se ne vedevano a Babilonia dinanzi ai templi; una via diritta e pianeggiante … una via che, partendo da Babilonia, dalla terra dell’esilio, giungerà a Gerusalemme. Una strada di speranza e di gioia in cui il Signore camminerà davanti al suo popolo, Lui il Pastore di Israele. Che deve fare il popolo? Lasciarsi alle spalle le catene e le suggestioni delle catene, lasciarsi alle spalle gli immobilismi delle paure che agghiacciano e le comodità che tanti avevano conquistato anche in terra d’esilio … avrà questo coraggio? Pochi,lo faranno storicamente: un piccolo resto!

            L’altro profeta-araldo è il Battista; è davvero un indice puntato verso il venire definitivo di Dio nella storia degli uomini; davvero il Signore percorre le strade del mondo in Gesù Cristo; in Lui, infatti si realizza la presenza suprema di Dio tra gli uomini. Ina presenza da riconoscere, una presenza a cui aprire totalmente noi stessi. L’Evangelo di oggi è l’incipit del libro di Marco che ci accompagnerà per tutto questo anno, un

incipit che ci mostra Colui che riempirà tutto l’Evangelo e che è di per se stesso la buona notizia: Inizio dell’Evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Le parole di Giovanni il Battista immediatamente ci disegnano il Volto di Lui: è il forte ed è il Signore: Infatti Giovanni dice: Dietro di me viene uno che è più forte di me … e poi dice di non essere degno di sciogliere i legacci dei suoi sandali, azione questa che i vinti, i sottomessi dovevano  fare ai re vincitori; così Giovanni riconosce in Gesù, che era sto suo discepolo (Colui che mi veniva dietro, espressione tecnica per dire il discepolato), una regalità altissima, quella stessa di Dio … ma il Battista va oltre: Gesù immerge nello Spirito e non solo nell’acqua come faceva lui … immerge cioè nella potenza di Dio che trasforma e dona vita nuova; Cristo Gesù, ci annunzia il Battista, è svolta radicale per l’umanità, per la nostra umanità di oggi. Il suo volto che Giovanni annunziò e mostrò sulle rive del Giordano è il volto di Colui che oggi ci immerge nella potenza di Dio; se lo vogliamo, se il nostro desiderio è verso di Lui, può esserci svolta seria e liberante nella nostra esistenza concretissima. Cielo e terra si incontrano in Gesù e noi possiamo partecipare di questo incontro … in Lui, il Figlio, finisce il tempo dell’orfanità per l’uomo. In Gesù si riassumono tutte le visite di Dio nella storia, c’è in Lui il compimento delle promesse fatte all’uomo ma anche delle speranze più profonde che il suo cuore nutre. In Gesù le speranze non possono essere più deluse.

            Bisogna avere lo sguardo come quello del Battista: tutto rivolto verso il Signore che viene! LA speranza non è rigenerata se guardiamo altrove! E’ questo il senso dell’Avvento: preparare un via oggi a Lui che viene, nutrendo il nostro cuore di vera speranza, guardando a Lui, desiderando Lui, invocando Lui! Questo darà volto nuovo alla storia! C’è bisogno d’un’avanguardia di speranza! I cristiani hanno questa vocazione! L’Avvento affina questa nostra vocazione!

            Marco comincia il suo scritto dicendo “Inizio dell’ Evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”.

            E’ proprio un bella notizia che apre i cuori!
Lo straordinario di questa storia è che non è una storia del passato ma è una storia “in atto”: è oggi che deve irrompere il grido del Battista perché le strade siano preparate , i colli abbassati e le valli riempite … e questo perché c’è una venuta attuale di quel “più forte” di cui parla Giovanni e c’è una venuta ulteriore di compimento che a tutto darà senso. Lo straordinario è che, dice l’autore della Seconda lettera di Pietro che pure ascoltiamo questa domenica, la nostra santità “affretta la venuta del Signore ” … i nostri cuori aperti alla libertà e disposti ad essere terreno di avvento “affrettano ” quella venuta che tutto compirà e che è la nostra comune “beata speranza”.
Il Battista indirizzando a Gesù quelli che si rendono disponibili, nella vera libertà, ad essere uomini nuovi emersi dalle “acque di morte” (ecco il segno dell’immersione!) indica in Gesù il compimento pieno dell’uomo nuovo! Lui è veramente l’uomo nuovo. Guardare a Lui, sperare in Lui, attendere Lui significa puntare non solo al modello dell’uomo nuovo ma soprattutto alla “causa” dell’ uomo nuovo in noi.
L’Avvento è allora un tempo sì di impegno ad aprire le porte della nostra libertà sempre schiava di qualcosa, è sì tempo di lavoro per verificare se quel principio dell’Evangelo che è venuto a noi siamo aperti a farlo diventare vita, ma è soprattutto tempo di disponibilità all’azione ed al lavoro di un Altro più forte ! “Più forte” di chi? Il Battista intende “più forte di me ” … anche noi però dobbiamo intendere lo stesso; ciascuno deve poter dire “io attendo uno più forte di me che tutto compirà nella mia povera vita, intanto gli apro la porta della mia libertà lottando per spianargli i colli e lottando per riempire le valli perché possa essere tracciata una via di libertà a Lui che vuole venire a me!” E se questo lo può e deve dire ciascuno, altrettanto dobbiamo dirlo come concreta comunità cristiana, deponendo ogni presunzione di autosufficienza e vivendo e lavorando sempre con lo sguardo fisso a uno più forte, forte della debole forza di Dio, quella che si è manifestata da Betlemme al Golgotha. Lui attendiamo e solo in Lui speriamo.

       P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

(Philippe de Champaigne  – 1602 – 1674 – San Giovanni Battista indica Gesù Cristo)




Leggi anche:

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V.M. 2017

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38

Oggi la Chiesa contempla uno dei privilegi di Maria … una contemplazione che può ingannare se produce nel credente solo ammirazione ed esclamazioni di meraviglia, come diceva con grande sapienza spirituale S. Teresa di Lisieux; una contemplazione autentica di questo privilegio è leggerlo come mistero, cioè come evento che riguardi la nostra salvezza, come evento che ci conduce a Dio e ci narra la nostra verità di creature.

Al dogma si giunse dopo secolare dibattito teologico e fu soprattutto il sensus fidei del popolo cristiano suggerire al papa Pio IX il passo decisivo in quel 1864…ma questo ha poca importanza in questa nostra riflessione … oggi celebriamo questo mistero e siamo chiamati a leggerlo nella fede soprattutto a partire dai testi della Santa Scrittura che la Chiesa ci propone.

I testi odierni mirabilmente intrecciano la vocazione dell’umanità a quella della Chiesa, e a quella di Maria.

In Maria ci è dunque donata una rivelazione che riguarda l’uomo e la sua destinazione nel sogno di Dio e quindi il ministero, il servizio, che la Chiesa deve svolgere per l’umanità tutta essendo fino in fondo ciò che deve essere.

Nel cosiddetto protoevangelo di Genesi 3 l’umanità è chiamata da Dio ad una lotta di umanizzazione, di liberazione, ad una lotta con il male che la abita e l’insidia; una lotta dura e compromettente ma che è già promessa come vittoriosa alla stirpe della donna … insomma, la prima promessa della Santa Scrittura contiene una rivelazione: noi uomini siamo una stirpe resa capace di schiacciare il capo del serpente antico; in Cristo, nato da donna, nuovo Adamo, l’umanità vincerà la lotta e potrà ingaggiarla giorno dopo giorno nello scorrere della storia con la forza d’amore del Crocefisso Risorto … la Chiesa, suo Corpo, è primizia di questa umanità che lotta e vince, è seme del Regno veniente.

E Maria? Maria è icona mirabile della via quotidiana di questa lotta. In lei ci è offerto un futuro, un futuro che è grazia e dono di Dio … anzi Maria ci dice che questo futuro è Dio stesso che si fa grazia e dono. Quale via ci indica Maria per affrontare quella lotta per la santità, cioè per la realizzazione piena dell’essere uomo?

Il discorso è sottile ma limpido e luminoso … Nell’Evangelo di Luca la chiamata di Maria (tale è la scena dell’Annunciazione, una vera narrazione di vocazione) è preceduta dall’incontro tra Zaccaria, padre del Battista, e lo stesso angelo Gabriele … lì c’è una coppia sterile a cui è concesso di concepire … insomma è dato successo ad un’azione umana senza successo … qui, in Maria non c’è la sterilità, ma la verginità. Che vuol dire?

La verginità è rinuncia ad agire. In Maria, insomma, non c’è azione umana, in Maria è solo dato campo libero all’azione di Dio.

Comprendiamo, guardando a Maria, che l’attitudine più alta dell’uomo è la passività, la povertà totale di chi rinuncia all’agire proprio per lasciare posto all’agire di Dio. Un discorso questo oggi davvero duro dinanzi alle stolte presunzioni di “onnipotenza” dell’uomo. Proclamare la necessità di questo vuoto è più che mai necessario per smascherare le patetiche illusioni di un uomo che si crede capace di salvarsi da sé, un vuoto in cui riecheggia solo una piccola parola: fiat, sì. Il vuoto abitato dai nostri sì è l’unico luogo in cui l’Assoluto può entrare incredibilmente tutto!

Nella sua vocazione Maria è figura di ogni uomo e di tutta la Chiesa: nella fede, nell’adesione, Maria concepisce l’inconcepibile. E noi Chiesa di Cristo dobbiamo farci oggi una grande domanda: ma noi concepiamo l’inconcepibile o concepiamo e poi partoriamo solo lo scontato, il buon senso che non ha bisogno dell’Evangelo, il concepibile dal mondo egoista e calcolatore?

Maria è Colei che ci dice in umiltà e verità che solo credendo alla propria incapacità ci si rende capaci di Dio!

Per questo Maria è invitata da Gabriele (nome che significa “forza di Dio” e cioè la sola che conti per la salvezza!!) a gioire; è l’ora della gioia per l’umanità perché è ora di gioia per Dio che finalmente può prendere casa con l’uomo suo figlio che da sempre ha desiderato, con l’uomo che gli sfuggiva fin dal giardino dell’in- principio … ora il Messaggero può dire in piena verità: il Signore è con te! Colei che è riempita di grazia è invitata a gioire e nella responsabilità pienamente umana e nella libertà d’amore Maria si fa terra di Dio per tutta l’umanità.

La Chiesa guarda a Lei, la Figlia di Sion, Terra Santa per la tenda del Santo, per scoprire e riaffermare la sua vocazione, quella che l’Autore della lettera agli Efesini canta nel testo che è stato proclamato: la Chiesa è stata scelta da sempre per la santità, la filialità e l’adempimento della Promessa. Così la Chiesa sarà primizia di salvezza … e la primizia chiama un raccolto.

Vocazione della Chiesa è questo raccolto tra tutte le genti per quella vittoria sognata da Dio fin dall’in-principio e che ci è stata donata in Cristo Gesù che ha posto la sua tenda di grazia e di misericordia in quella Terra santa che è Maria, icona di ogni via della Chiesa!

Noi, Chiesa di Cristo, abbiamo la stessa vocazione di Maria: essere terra santa per la venuta del Santo e questo sarà possibile solo se avremo il coraggio di fare spazio all’agire di Dio rinunziando al nostro agire, se avremo il coraggio di quel vuoto in cui la Grazia potrà avere, con l’assenso pieno della nostra libertà, campo libero per la sua azione.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(ULISSE SARTINI: L’Arcangelo Gabriele)




Leggi anche:

Prima Domenica di Avvento

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

Is 63,16-17.19; 64, 1-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

            Il nuovo anno liturgico inizia con una invocazione accorata, con un desiderio profondo; un desiderio ed un’invocazione che devono esser fatti nostri, devono essere l’anima della Chiesa; li esprime l’oracolo di Isaia che è la prima lettura di questa prima domenica d’Avvento: Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

            Queste parole del Libro di Isaia esprimono bene l’identità più vera di questo tempo di Avvento: non il tempo di preparazione al Natale, ma il tempo in cui la Chiesa è chiamata a rinfocolare il suo desiderio del ritorno di Cristo ed elevare la sua invocazione al Veniente … il nostro Avvento culminerà con il Natale perché la memoria della prima venuta del Cristo, in qualche modo ci deve rassicurare sul fatto che la nostra attesa sarà colmata. L’Avvento, potremmo dire, precede il Natale in modo “strategico” … quando, con commossa gioia celebreremo la Natività di Gesù nella nostra carne, ne riceveremo l’assicurazione che ogni nostro desiderio, ogni nostra invocazione sarà compiuta dalla sua fedeltà; se Dio è stato fedele rispondendo già a quell’invocazione del profeta che dava voce al resto di Israele colmo di speranza, sarà fedele alla promessa che Gesù Signore ci ha fatto prima di salire al Padre dopo la sua Pasqua: ritornerà!

            E allora sia chiaro: non si attende il Natale, questo è avvenuto nella pienezza dei tempi, come scrive Paolo (cfr Gal 4, 4), il Natale lo celebreremo, introdurremo cioè, nella nostra vita quotidiana quel mistero della carne di Dio che contempleremo a Betlemme; celebrare non è semplicemente ricordare ma è un ricordare che attualizza nel nostro oggi il mistero che si contempla; dunque non attendiamo il Natale ma il ritorno di Cristo Gesù.

            L’attesa del suo ritorno ha una potenza straordinaria nella vita del credente e nella vita stessa della Chiesa; un credente che non attende più nulla, che non attende il Signore si ritroverà prigioniero della ragnatela di un oggi soffocante perché senza sbocchi (lo vedevamo già qualche domenica fa nelle ultime domeniche dell’anno liturgico!); una Chiesa che abbia smarrito l’attesa del suo Signore diviene pericolosamente autoreferenziale e sicura del possesso e della sua posizione nella storia cose che facilmente divengono tentazioni di potere. Questo è avvenuto troppe volte perché noi possiamo essere leggeri o superficiali su questo reale pericolo. Tutto si gioca, per la nostra autenticità ed identità di discepoli del Signore, sulla nostra relazione con Lui facendo memoria del suo amore crocefisso e risorto, vivendo la sua sequela nell’oggi ma soprattutto lasciandoci “tirare” nel futuro di Dio dalla “beata speranza del suo ritorno nella gloria”.

            Da questa domenica saremo accompagnati, per tutto l’anno liturgico, dall’Evangelo di Marco, il più antico degli evangeli; la prima domenica d’Avvento ci costringe ad iniziare questa lettura di Marco dal fondo del testo. Il brano di oggi, infatti, fa parte di quei discorsi che Marco costruisce attorno a quelle parole che Gesù ha consegnato ai suoi, alla fine della sua vicenda, prima della Passione. Parole sul senso ultimo della storia umana e dell’intera creazione. Ritroviamo in queste parole di Gesù due movimenti: il primo è quello che già Isaia ci ha mostrato in quell’invocazione, in quell’evento sospirato: è il venire del Signore. Dio, in Cristo Gesù, è uscito dal silenzio, ha squarciato quei cieli già chiusi nell’in-principio quando fu posto il cherubino con la spada di fuoco dinanzi alle porte dell’Eden (cfr Gen 3,24). Con il suo venire, in Cristo, Dio si è mostrato definitivamente non indifferente alle speranze, ai dolori, ai crimini dell’uomo … tutto ha preso su di sé, tutto è venuto a condividere. Il testo di Marco, nella parabola che è inserita nel discorso di Gesù, descrive con tinte efficacissime il secondo movimento, quello dell’uomo. C’è un imperativo significativo: State attenti! Vigilate! Anche l’oracolo di Isaia mostra la reazione che l’uomo deve avere dinanzi al venire del Signore: Non vagheremo più lontano dalle tue vie … ci ricorderemo delle tue vie … diremo: abbiamo peccato, siamo stati ribelli!

            Marco ha espresso questa tensione tra il venire del Signore e l’azione che ne deve conseguire da parte dell’uomo creando un’atmosfera “notturna”; la venuta del Signore sarà una sorpresa: potrà avvenire mentre il crepuscolo scende sulla terra, o nel pino della tenebra della notte ma non si può escludere neanche che avvenga quando il sole brilla nel cielo … come ci troverà questa venuta? Ecco il problema. Giovanni dirà che il Signore “venne tra i suoi” e non fu accolto (Gv 1,11) … sarà ancora così? Come troverà i “suoi”? È forte questa suggestione circa “i suoi”; certo, perché “i suoi” è la Chiesa, cioè la comunità di coloro che lo dovrebbero attendere per tutti, a nome di tutti, perché è la comunità di coloro che lo conoscono e che sanno della fedeltà delle sue promesse, sanno che davvero tornerà. Se non lo attenderà la sua Chiesa nessuno lo attenderà! Questa è una tragica verità! Ci troverà ne sonno, nell’indifferenza, nella distrazione, nella pigrizia, nella sazietà di chi crede di tutto possedere e di non dover attendere più nulla perché pago dell’oggi? Per Paolo il cristiano è l’uomo “del giorno e non delle tenebre” (cfr    ), dovrebbe essere come la sposa del Cantico che dice: “Io dormo, ma il mio cuore veglia! Un rumore! E’ il mio amato che bussa …” (cfr Ct 5,2).

            Poco dopo Marco dovrà raccontare con sconcerto che, nella notte del Getsemani, notte di una grande “venuta” di Dio in mezzo agli uomini, notte di una venuta di un Dio che si fa sfigurato per stare con gli sfigurati, di un Dio che si fa tremante con i tremanti, che si fa piangente con i piangenti e che si offre alle loro mani, il discepoli cadranno nel buio del sonno, non sapranno rendersi conto di quella venuta … e sentiranno risuonare queste stesse parole di Gesù: “Non siete riusciti a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate …” (cfr Mc 14, 37-38).

            Dobbiamo farci convinti di una cosa: Gesù si avvicina sempre di più! Gli anni che passano ci fanno andare sempre più vicini all’incontro con Lui. Certamente, però, l’ora resta nascosta … è un’ora che conosce solo il Padre; scrive Andrè Luof: “è il segreto d’amore e di misericordia del Padre per ciascuno di noi!” … sappiamo solo che arriverà l’ora della sua venuta … per chi è disattendo e dimentico “come un ladro” (cfr Mt 24,43), per chi attende e veglia “come uno sposo” (cfr Mt 25, 1ss) … infatti, si attende e si veglia solo per amore. Chi non ama non attende tanto che Tonino Bello poteva scrivere: “Attendere: voce del verbo amare”! Se la nostra attesa è debole interroghiamoci sulla nostra relazione d’amore per il Signore! Nell’amore che si raffredda c’è il dramma della non attesa e della mancanza di vigilanza. L’Avvento sia tempo per riaccendere il fuoco dell’amore per il Veniente; infiammato l’amore si incendierà immediatamente l’attesa e la vigilanza. 




Leggi anche:

XXXIV Domenica del tempo Ordinario (B) – Dunque tu sei re?

 

E’ RE!

Dn 7, 13-14; Sal 92; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che sorge sulle labbra di Pilato nel dialogo tra lui e Gesù nel IV Evangelo, e che oggi è il cuore della liturgia di quest’ultima domenica dell’anno.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che il romano, gonfio del potere del mondo, rivolge a quello strano Galileo che, in catene e percosso dai suoi, ora gli sta davanti con una presenza che da sola lo interpella e lo stupisce.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che ogni uomo si deve fare e deve fare guardando negli occhi il Galileo che regnama in un modo così diverso da come noi immaginiamo i re e i dominatori di questo mondo.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che io devo farmi dinanzi a Lui che, con i segni di quelle trafitture, si presenta a me chiedendomi la vita, chiedendomi di seguirlo, chiedendomi di prendere con coraggio la sua stessa strada, anzi presentandosi a me come via Lui stesso (cfr Gv 14, 6).
Se davvero gli faccio questa domanda la risposta del Cristo sarà simile a quella che diede a Pilato in quel 14 di Nisan dell’anno 30: “Tu lo dici io sono re … per questo sono venuto presso di te, per questo posso chiederti di consegnarti a me; per questo posso chiederti la vita per ridartela in pienezza, per questo ti ho cercato: per comunicarti la verità”.

Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, è re perché amando fino all’estremo, non si è lasciato dominare dalle logiche mondane di vendetta, di rivalsa, di una giustizia che misura e retribuisce o punisce; è re perché non si è lasciato dominare, ma ha dominato, e il mondo con i suoi meccanismi e i meccanismi che si muovono in ogni cuore umano, ed anche nel suo di vero figlio di Adam.
E’ re perché ha fermato l’“ingranaggio” che da sempre fa muovere il mondo e le cose degli uomini, l’“ingranaggio” del male che genera male, della morte che genera morte, dell’odio che genera odio. Per fermare quell’ingranaggio Gesù di Nazareth vi si è gettato dentro, se ne è fatto “schiacciare” (“E’ stato schiacciato per le nostre iniquità” cfr Is 53, 5), ed ha pagato il prezzo dell’amore che si dona senza riserve.

Così dà testimonianza alla verità. Quale verità?
La verità su Dio e la verità sull’uomo.
Dio è un Dio che non ha nulla di perverso, è un Dio che è un Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (cfr Gv 3, 16); è un Dio che si china ai piedi dell’uomo per toccarlo nelle sue miserie e nel suo peccato di cui si fa carico; è un Dio che regna in un modo altro rispetto ai regni del mondo, e che tuttavia dirà una parola di verità e di senso sulla storia.
L’uomo è creatura infinitamente amata da Dio, da quel Dio che lo chiama figlio nel Figlio e che si è unito, in Gesù, per sempre a lui; l’uomo è un essere che viene dall’Amore e che si realizza nell’amore; è una creatura che, per essere nella verità, è chiamato a ripresentare alla storia, sul proprio volto, il volto di Gesù nel suo “amore fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1), per essere uomo deve regnare come Lui, dominando le logiche mondane e chinandosi ai piedi dei fratelli amandoli, non nonostante le loro miserie, ma nelle loro miserie. Gesù dice la verità sull’uomo perché in sé ci mostra una via di vera e piena umanizzazione. Lo stesso Pilato lo dirà qualche riga dopo il passo di questa domenica, nell’Evangelo di Giovanni: “Ecco l’uomo!” (cfr Gv 19, 5).

La solennità di oggi deve essere allora sottratta ad ogni trionfalismo e deve essere posta sotto il segno della rivelazione piena del volto di Dio e del volto dell’uomo. E’ una solennità in cui bisogna contemplare per leggere il senso della storia alla luce di questa rivelazione.

Dunque tu sei re?
Sì, Lui è re capace di rivelare a tutti i popoli, a tutte le genti, a tutte le lingue e culture la verità più profonda, quella cui ogni uomo anela, quella verità che non è saccente, arrogante o schiacciante ma è la verità che dà senso a tutte le fatiche della storia e che mostra orizzonti di luce e di speranza anche lì dove pare regnare il buio e dove pare esistano solo sentieri tortuosi e incomprensibili.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           




Leggi anche: