SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2018

SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Lv 13,1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1, 40-45

Dopo la “giornata tipo” di Gesù, che si era conclusa con la partenza verso nuovi villaggi dove annunziare ancora l’Evangelo, il primo incontro che Gesù fa, nel racconto di Marco, è con questo lebbroso.

Un lebbroso è già un morto per la legislazione ebraica; è uno che vede con i suoi occhi quello che ogni uomo teme: il disfacimento della propria carne. Un lebbroso è l’impurità della morte che cammina per le strade del mondo e può incontrare altri uomini. Il primo e il solo precetto della Torah che un lebbroso deve osservare è quello di isolarsi , di segregarsi. Un lebbroso incontrando i “viventi”, cioè quelli che lebbrosi non sono, ha il dovere di gridare: “Impuro! Impuro!” (abbiamo ascoltato questa prescrizione nel testo del Libro del Levitico che è oggi la prima lettura). Qui però troviamo un lebbroso che, incontrando Gesù, non gli grida “impuro!” perché si allontani, ma fa un atto inaudito: gli si avvicina e lo supplica in ginocchio con un’espressione che oggi la Scrittura ci consegna come un dono per la nostra vita interiore: Se vuoi puoi purificarmi! L’Evangelo ci consegna qui una via unica e straordinaria per incontrare davvero Gesù, per accogliere in verità il suo Evangelo e per non fare dell’Evangelo un’ulteriore “via di religione” in un rapporto “malato” con Dio; la prima che il lebbroso dice incontrando Gesù non è “voglio essere purificato!” ma “se vuoi puoi purificarmi”. Se vuoi … l’attenzione del lebbroso non è puntata solo sul suo bisogno, sulla sua mortificante vergogna, sul suo legittimo desiderio di essere un uomo e non un morto vivente, la sua attenzione è invece tutta puntata su ciò che Gesù vuole. Il lebbroso fa un’affermazione di fiducia nella “potenza” di Gesù ma anche di affidamento nelle sue mani. Se vuoi … il lebbroso non grida la sua volontà ma si apre alla volontà di Gesù … Mette quella lebbra che è morte dinanzi a Colui che è venuto per la vita. Gesù poco prima aveva dichiarato d’essere venuto proprio per annunciare l’Evangelo (cfr Mc 1,38) e l’Evangelo è buona notizia … in fondo l’unica buona notizia che è davvero tale, e che ogni uomo attende, è una notizia di vita, una notizia che apra alla vita e doni la vita. La morte può essere sconfitta solo dalla volontà di salvezza di Dio ed infatti Gesù dichiara: Lo voglio, sii purificato! Se il lebbroso dichiara la sua fede nella potenza di Gesù ed il suo affidarsi al suo volere, Gesù afferma qui che la sua volontà è davvero la purificazione dell’uomo, una purificazione radicale che significa essere luogo di vita e di vita vera. “Impuro”, “immondo”, per la Bibbia, è tutto ciò che attiene alla morte e dunque, “essere purificato” significa in pratica passare alla vita gettandosi alle spalle la morte. Gesù è venuto a portare questa purificazione che riguarda tutto l’uomo, che riguarda tutto ciò che l’uomo fa ed è; nel giardino dell’in-principio l’uomo fu creato con il soffio di Dio che lo fece diventare un vivente (cfr Gen 2,7), ma questo vivente si è gettato subito nelle braccia della morte “creando” lui stesso la morte con il suo carico di lacerazione e di odio (cfr Gen 4,8) non è infatti certo un caso che la morte irrompa sulla “scena” del mondo per mano di un uomo, per mano di Caino. Gesù è venuto ad annunziare un Evangelo che è purificazione, dono di vita per tutti gli uomini; una purificazione di cui i riti e le osservanze della Torah (così attenta al puro ed all’impuro) erano annunzio e preparazione. Ora, con Gesù, è giunta l’ora della pienezza di quella

purificazione annunziata ed agognata dalla Torah. Il problema è la “religione” degli uomini; “religione” che riduce la purificazione (che è l’accesso alla vita) al compimento di riti ed osservanze di precetti; contro la “religione” Gesù ingaggiò una battaglia tremenda fino ad essere appeso alla croce proprio dagli uomini “religiosi”; paradossalmente, però, proprio quella croce, luogo impuro per eccellenza, diverrà luogo di purificazione per tutti gli uomini perché luogo dell’amore pieno e incondizionato di Dio; luogo di purificazione perché l’amore è vita. La guarigione del lebbroso, nell’Evangelo di Marco, apre una serie di cinque polemiche tra Gesù e i Farisei; polemiche incentrate proprio sulle osservanze dei precetti e quindi su ciò che è puro o impuro secondo la Torah. Gesù non nega la Torah, per carità! Non si facciano mai affermazioni così stupide; Gesù è un ebreo osservante e proprio per questo porta la Torah ad un pieno compimento ed annunzia una purificazione dai confini inimmaginabili. L’umile lebbroso di questo racconto di Marco ci dice quale sia la strada per accedere a Colui che dà la vera e radicale purificazione, cioè l’accesso alla vita piena; la via è quella del fidarsi della volontà di Colui che può … la via è mettere la volontà di quest’Altro in cima alle proprie scelte. In fondo la purificazione definitiva, nell’opera di Gesù, avverrà per la stessa via; infatti, alla fine dell’Evangelo, la Passione si aprirà con un’eco di quest’umile parola del lebbroso : Gesù stesso, nell’orto di Getsemani, dirà al Padre: Non ciò che io voglio ma quello che tu vuoi (cfr Mc 14,36). La via è fidarsi della volontà di Dio che è volontà di vita. Il lebbroso dell’Evangelo di questa domenica è già annunzio di quella via che Gesù stesso percorrerà fino all’estremo. Una via costosa che per Gesù significherà il farsi carico dell’impurità per inchiodarla alla croce (cfr Col 2,14); in questo testo, infatti, Gesù tocca il lebbroso: un atto inaudito che taglia chiunque fuori dalla purezza legale; toccando quell’uomo Gesù prende su di sé la sua impurità (la sua morte) come farà con l’emorroissa da cui si lascerà toccare, e come farà con la bambina morta che Lui stesso toccherà prendendola per mano (cfr Mc 5,21-43); tutti gesti che facevano contrarre impurità. Per Marco è chiaro: Gesù sta prendendo su di sé ogni impurità dell’uomo per liberare l’uomo e così il lebbroso sarà purificato, la donna sanata, la bambina restituita alla vita … e sulla croce, lasciandosi “toccare” dalla morte, dall’estrema impurità , donerà a tutti noi, impuri perché segnati dalla morte, la vita vera e piena. Nel suo racconto Marco aggiunge un particolare che non può essere casuale: da quel momento Gesù non può più entrare in città ma se ne stava fuori in luoghi deserti. Riflettiamoci: è la stessa sorte del lebbroso. Ha preso su di sé quella segregazione, quella esclusione. E’ chiaramente un’annotazione sottile ma mi pare potentemente rivelativa della vicenda di Gesù che per santificare il popolo con il proprio sangue, sopportò la passione fuori della porta della città (cfr Eb 13,12). Ecco l’Evangelo: in Gesù Dio cerca la nostra impurità e la nostra morte e la porta su di sé per darci la vita. Chiediamo alle nostre concrete esistenze se ci fidiamo di questa vita che Gesù ci offre. troppo spesso ci fidiamo di più di pseudo-vite che portano in giro la morte camuffata da vita e avvolta di menzogna, vite finte che non sono capaci di gridare la propria verità: “Impuro! Impuro!” Vite finte che sono incapaci di fidarsi di quel “se vuoi tu puoi purificarmi” dell’umile lebbroso di Galilea. Cogliere questo Evangelo è gettarsi con fiducia nelle braccia del volere di Gesù.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Gesù monda il lebbroso – Mosaico Duomo di Monreale)




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QUARTA DOMENICA TEMPO ORDINARIO 2018

QUARTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Dt 18, 15-20; Sal 94; 1Cor 7, 32-35; Mc 1, 21-28

La liturgia di questa domenica ci chiede l’ascolto di Gesù; un ascolto che deve essere capace di incontrare la parola che Lui è venuto a pronunziare nella storia e sulla storia. Un insegnamento nuovo, dice la gente di Cafarnao (“didachè kainè”) e, ricordiamo che “kainòs” significa “ultimo”, “definitivo”; cioè vuol dire che in quello che dice Gesù c’è una novità che vale per sempre, che vale in modo definitivo per la storia, per l’umanità. Una dottrina (“didachè”) che non è una filosofia accattivante e ben pensata ma è una forza creatrice e liberatrice con cui bisogna fare i conti in modo vitale, esistenziale. Abbiamo bisogno di questa sua parola definitiva per sterminare il male che ci abita e che prende i mille nomi delle iniquità che abbiamo coltivato, creato e custodito gelosamente dentro di noi! Abbiamo bisogno di far entrare in noi quella parola nuova piena di “exousìa”, di autorità … Abbiamo bisogno anche noi, come Ezechiele (3,3) di mangiare il rotolo della parola di Cristo perché penetri nel profondo della nostra vita, delle nostre fibre.

La parola di Gesù è una parola definitiva perché pronunziata dal profeta perfetto, quello annunziato nel passo del Libro del Deuteronomio, che è la prima lettura di oggi, nel quale sulle labbra di Mosè è posta una promessa di un profeta grande; una promessa che già Israele leggeva come riferita l Messia.

Marco, di contro, sin dall’inizio del suo racconto, ci dice che l’ascolto di questo profeta grande, del Messia Gesù, è lento impegnativo, faticoso, non scontato; la comprensione di una parola come quella di Gesù, così “altra”, è costosa ed è esposta anche al rischio di deformare quella stessa parola; conoscere questo Messia Gesù che piazza, in qualche modo, ogni attesa immaginabile, è un percorso enigmatico, rischioso, fatto anche di tanti “silenzi”. Una delle caratteristiche, infatti, dell’Evangelo di Marco, è quella che gli studiosi, dall’inizio del novecento, hanno definito “segreto messianico”: l’identità di Gesù, cioè, non va ridetta facilmente dai testimoni; perché? Un po’ perché certamente, storicamente, erano possibili dei fraintendimenti della missione di Gesù, un po’ – e questo è l’intenzione più profonda di Marco – perché ciascuno deve dare la su risposta, una risposta vera, meditata; la “parola” che è Gesù va accolta e fatta scendere in profondo sconvolgendo la vita di chi da essa si fa toccare. Questa via Marco la percorre per tutto il suo racconto mostrandoci un Gesù che di continuo chiede il silenzio circa le sue azioni e la sua identità; l’evangelo terminerà perfino con le donne che, ricevuto l’annunzio della risurrezione dal giovane in bianca veste seduto nel sepolcro svuotato, non dicono niente a nessuno perché avevano paura (cfr Mc 16, 8). Ricordiamo che i versetti conclusivi di questo evangelo sono di una mano successiva; versetti certo “ispirati” ma nati dall’incomprensione di una finale tanto enigmatica.

Nella pagina di oggi c’è un racconto (è il primo “miracolo” di Gesù nell’evangelo di Marco) in cui questo “segreto” è chiaro; infatti Gesù sgrida lo spirito impuro che grida l’identità di Gesù stesso; lo chiama Santo di Dio, con un’espressione che non ha connotazioni morali: Gesù non è

santo perché fa il bene ma perché appartiene totalmente alla sfera del divino. Questo significa “Tu sei il Santo di Dio”! Anche nel Quarto evangelo Pietro dirà lo stesso dopo il fallimento della predicazione di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, quando tutti lo abbandonarono: “Da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (cfr Gv 6, 69).

Marco ha chiara un’idea: la vera, autentica conoscenza di Gesù non va gridata e non va legata alla forza dei miracoli; lo “sgridare” di Gesù, infatti, si contrappone al “gridare” dell’ossesso. La conoscenza di Gesù non passa né per i miracoli, né tantomeno per la paura che prova il demonio dinanzi alla sua presenza; è una conoscenza che si raggiunge con un lento e serio itinerario di ascolto e di ricerca; è un processo in cui bisogna “esporsi” a Lui, alla sua parola, alla sua presenza per lasciarsi penetrare da quel mistero che si svelerà a pieno solo nell’ora della croce. Lì, mentre Gesù muore in croce, dirà Marco, il centurione romano dirà la verità che, per tutto lo scorrere dell’evangelo, era da tenersi sotto segreto: “Davero quest’uomo era il Figlio di Dio!” (cfr Mc 15, 39). Scriverà Blaise Pascal: “La fede in Cristo è autentica non quando nasce dal miracolo ma in quanto è generata dalla croce”. Oh se davvero lo si capisse e lo si ripetesse più spesso in questo nostro strano tempo in cui si vuole tanta “religione” e poca fede, più miracoli e straordinario che ricerca faticosa e costosa del volto vero del Dio che si rivela nella Parola contenuta nelle Scritture.

In questa domenica, allora, siamo ancora una volta chiamati a metterci dinanzi a parola e ascolto! Nella vera fede cristiana si gioca tutto lì.

Per la mentalità semitica la parola non è un semplice “flatus vocis”, un soffio della voce, un soffio che passa, non è un chiacchierare e moltiplicare informazioni e notizie, come ci ha abituato l’attuale prassi di comunicazione malata. La parola, al contrario, è un atto solenne, efficace; è operante e tanto più lo è quanto più grande e veritiero è colui che la pronunzia.

La grande poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886) così scriveva: “Qualcuno dice che, una volta pronunziata, una parola è morta; io però dico che è il contrario: proprio in quell’istante che è pronunziata essa comincia a vivere!” Come è vero! E come è vero per la Parola di Dio, per la Parola di Cristo Gesù! Quando questa è detta non si spegne ma, da allora, comincia a incidere sul male, come una spada potente.

Il racconto di esorcismo, che oggi ascoltiamo dall’evangelo di Marco, ce lo mostra con limpidezza: una volta detta quella parola è tormento per il male, lavora, lotta, vince! Il demonio, infatti, per bocca dell’ossesso, non solo ha un’espressione di terrore circa l’identità di Gesù che è il Santo di Dio, ma si sente colpito e atterrato da Lui: Che hai da fare con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!

Parola che tragicamente potrebbe risuonare anche sulle nostre bocche; sì, potremmo ridirla anche noi: “E’ venuto a rovinarci!” E’ venuto a rovinare quell’uomo vecchio che vuole stare bene annidato dentro di noi per “salvare noi stessi” (cfr Mc 8,35), per ascoltare solo le nostre stesse parole che non ci mettono in discussione o in lotta!

Lasciamoci “rovinare” da Cristo! Così saremo liberi e salvi! Davvero!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Gesù libera l’ossesso di Cafarnao – pannello del soffitto della chiesa di San Martino a Zillis, nel Cantone dei Grigioni, in Svizzera)




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TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2018

TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

Ancora delle vocazioni.

La prima è quella di Giona; un libro, quello che va sotto questo nome, che non è un libro profetico per davvero; è una parabola, un racconto esemplare con varie tematiche tra cui spicca quella dell’universale desiderio di salvezza che abita il cuore di Dio; è la storia di un profeta renitente, di uno che fa fatica a dire “sì”, di uno che oppone le sue ragioni alle ragioni di Dio. Giona è “costretto” in qualche modo da Dio ad acconsentire a una missione che rifiuta con tutto se stesso perché non corrisponde all’idea di Dio che ha sempre avuto; Giona pensa a un Dio solo di Israele, un Dio dei “giusti”, a un Dio che “odia” gli empi, a un Dio che non può volere la vita e la pienezza di vita per quelli “di fuori” … in un tempo in cui Israele è tentato fortemente di integrismo, al ritorno da Babilonia, il breve Libro di Giona è di un graffiante e spiazzante tono polemico. Leggiamo nel Libro di Esdra (9,10) che, al ritorno dall’esilio, i giudei che avevano sposato donne straniere furono obbligati a ripudiarle perché Israele divenisse nuovamente “zerah akodesh”, “razza santa, pura”. Fu un’ora di fanatismo e integrismo … tanti rifiutarono e dovettero andare via rifugiandosi in Samaria (ecco la vera nascita dell’odiato popolo samaritano!); in questa temperie culturale e sociale uno scriba anonimo manifestò il suo dissenso con questo affascinante e fantasioso discorso, dandogli autorità nascondendosi sotto il nome di un profeta del preesilio. Nel suo racconto Giona deve proclamare una parola che non accetta. Il Signore è “furbo”: gli fa dire una parola a doppia faccia e Giona non comprende il gioco: Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta; il verbo però, in ebraico, può essere tradotto diversamente: Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta. Cioè? “Sarà mutata, sarà convertita”.

Straordinario! Giona crede di annunziare la vendetta di Dio e invece annunzia la misericordia. Annunzia la possibilità di conversione.

Obbedire a Dio, rispondere alla sua vocazione non è dunque solo dare senso alla propria di vita, non è solo fare della propria vita non perduta, non gettata a mare (Giona era stato gettato in mare dai marinai della nave con cui cercava di fuggire da Dio e dalla sua voce! Nel mare un “dag gadol”, un “pesce grande” lo aveva ingoiato per tre giorni e poi l’aveva portato sulla spiaggia di Ninive…); obbedire a Dio è anche divenire di certo strumento di luce e di salvezza per altri, arrivando persino ad “altri” impensabili.

E’ ciò che avviene anche per i primi chiamati da Gesù nel testo evangelico di questa domenica; i primi quattro chiamati non sono renitenti come Giona; tutt’altro! Subito lasciano le reti e seguono Gesù, lasciano il padre Zebedeo e il loro lavoro e seguono Gesù!

Il loro sì li porterà a una “professione” nuova, sorprendente; Gesù gliela spiega a partire da quello che loro già sono: continueranno a essere pescatori ma di uomini. Un’immagine strana che no ha precedenti nei testi della Prima Alleanza. Pescatori di uomini cioè capaci di togliere gli uomini dal male, dalle acque infide e torbide della mediocrità, della banalità, del perdersi, della morte!

Come faranno?

Marco fa precedere questa chiamata dei quattro dalle parole programmatiche della prima predicazione di Gesù. Essi pescheranno uomini dicendo quello che Gesù diceva già e che prima di Lui, in qualche modo, già diceva il maestro di Gesù, Giovanni il Battista.

Quale il kerygma che i pescatori di uomini useranno? Quale la rete per “prendere” uomini dal mare di morte? Il kerygma di Gesù, un annunzio che usa quattro “temi”; li abbiamo ascoltati e dobbiamo farli risuonare dentro di noi per assumerli e ancora annunziarli.

Il primo è: Il tempo è compiuto. Che significa? Significa che con Gesù la storia della salvezza, la storia dell’umanità ha raggiunto la sua pienezza; è come se la traiettoria della Prima Alleanza fosse giunta alla meta e la meta ha un volto, quello di Gesù! I progetti di Dio non vanno a vuoto; trovano il loro tempo giusto, il tempo della pienezza.

Il secondo è: Il Regno è vicino. In qualche modo il Regno è venuto sulla terra perché sulla terra ha camminato Gesù di Nazareth. Gesù, infatti, è il Regno perché in Lui Dio ha regnato, in Lui Dio ha avuto l’ultima parola, Dio è stato davvero Signore. Il testo però dice “il Regno di Dio è vicino”. Perché? Il Regno, piantato in Gesù nel terreno della storia deve crescere! E’ ancora futuro perché la storia è materia resistente, oscura, bagnata di sangue, di lacrime, di odio, di dolore! Quanto più ci saranno uomini che annunziano la vicinanza del Regno, cioè la vera possibilità del Regno, tanto più la storia potrà essere riplasmata dall’opera di Gesù, il Figlio amato venuto a condividere la nostra umanità. Canterà Isaia: “Come sono belli sui monti i piedi dell’evangelizzatore, di colui che porta il lieto messaggio, che proclama la salvezza e dice a Sion: regna il tuo Dio!” (cfr Is 52,7). C’è bisogno di araldi che con questa “rete” si avventurino sulle acque infide della storia per pescare uomini che vogliano accogliere questa possibilità.

E così eccoci al terzo tema del kerygma di Gesù che i “pescatori” dovranno assumere: Convertitevi. Era già l’esito della parola di promessa (che Giona credeva di minaccia e condanna) che ricevettero i niniviti: si erano convertiti dalla loro condotta malvagia. Il verbo greco che il Nuovo Testamento usa per dire la conversione (“teshuvà” dal verbo “shuv”) sottolinea non tanto, come l’ ebraico suggerisce un’inversione di rotta ma un cambiamento totale di “nous”, di “mente”: Metanoèite, cioè “cambiate nous, cambiate pensiero, togliete il vostro pensiero e sotituitelo con quello di Dio!”

Per fare questo è necessario il quarto tema: Credete all’Evangelo! Gesù chiedeva di fidarsi della bella notizia! Notate che non si dice quale sia il contenuto do questa bella notizia; non si tratta di idee, di bei pensieri, di un bel programma sociale, politico, caritativo (troppe volte anche nella Chiesa pare che l’Evangelo sia ridotto in piani pastorali fatti proprio di idee, programmi, politiche sociali e caritative … tante cose da fare, da realizzare) … l’Evangelo è una persona! Quando Marco scrive ormai sa che l’Evangelo è Gesù con tutta la sua vita, con tutte le sue lotte per essere l’uomo nuovo, con tutto il suo amore che è l’amore stesso di Dio capace di perdere se stesso per amore dell’uomo! Credere all’Evangelo è allora consegnarsi a Gesù e alla sua via. Se ci si fida di questo amore si inizia a vivere di questo stesso amore, di questo “nous” di Dio, si comincia a impastare la

storia con la materia del Regno e si permette alla storia di compiersi davvero secondo il sogno di Dio!

Chi risponde a Dio che passa sulla riva della propria vita, chi risponde a Dio che chiama, permette a Dio, nel suo Cristo, di cambiare la storia con l’amore, con la Bella Notizia che ha il volto, i gesti, le parole, il sangue e la carne di Gesù di Nazareth.

Così si “pescano” gli uomini dai gorghi di morte che il mondo rende mulinelli assetati di vita, mulinelli spietati che portano gli uomini giù, sui fondali senza vita del non-senso, dell’utile, del vuoto, del calcolo, del non-amore, dello spasmodico desiderio di salvare se stessi a ogni costo!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Giorgio Vasari: Chiamata di Pietro e Andrea – Arezzo, badia delle Sante Flora e Lucilla)




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SECONDA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 2018

SECONDA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1Sam 3,3b-10.19; Sal 39; 1Cor 6, 13c-15a.17-20; Gv 1, 35-42

Al centro della riflessione di questa domenica c’è un tema sul quale è bene che la Chiesa rifletta profondamente ed in modo nuovo e non appiattente: il tema della vocazione.

Un tema che certamente riguarda tutti gli uomini e tutti i battezzati ma che ciascuno deve poter e saper leggere in profondità dando a Dio la possibilità di chiedere qualcosa che esuli dall’ordinario. Nella comune vocazione alla vita, nella comune vocazione alla fede, alla santità, è vero anche che si muovono delle vocazioni particolari, personali, vocazioni che nella Chiesa raccontano i sogni altri che Dio fa su alcuni suoi figli!

Mi pare che la doverosissima riflessione sulla comune vocazione battesimale e sulla comune vocazione alla santità abbia oscurato la stima e l’altrettanto doverosissima riflessione sulle vocazioni particolari (vita monastica, religiosa, presbiterale)! La ricaduta sulla vita ecclesiale di questa depauperizzazione sia grave … mi pare che anche nella Chiesa a un certo punto sia apparso il “politicamente corretto” per cui guai a parlare di certe cose … come se il dire che ci sono delle vocazioni particolari da parte di Dio tolga qualcosa alla comune vocazione di tutti i discepoli di Cristo … certo il calo delle vocazioni è dovuto non solo a questo ma anche ad altri fattori: la “diminutio” della Chiesa, l’avanzare dell’indifferentismo religioso, il nostro deficit di autentica evangelizzazione. La Scrittura, di contro, ci narra di continuo di vocazioni “particolari” all’interno del popolo tutto eletto e vocato da Dio!

I testi di questa domenica ci pongono innanzi dei dati che, mentre valgono per tutti i battezzati, devono anche interpellare chi sente nel suo profondo una spinta, una voce che chiama ad un “oltre” non ordinario, verso la via di un sì a Dio che può chiedere di percorrere strade non comuni. Il percolo è appiattire tutto! E ci si trova più poveri e meno felici!

L’esperienza di Samuele e l’esperienza dei primi discepoli di Gesù nel IV Evangelo ci indicano proprio queste vie.

Dio si mostra, lo fa con ogni uomo, come Colui che sempre prende l’iniziativa; l’ha fatto con l’umanità intera chiamandola alla vita nella creazione, l’ha fatto con Abramo, con Mosè, con Samuele, con David, con i profeti, con Maria di Nazareth, con il Battista … è Lui che vede per primo e questo – lo ripeto – vale per ogni discepolo di Cristo, per ogni uomo; se è così questo tanto più vale per ogni vocazione particolare. Ci si deve riflettere personalmente; ciascuno nella propria storia e condizione. Tale primato di Dio fu espresso in modo chiarissimo dal grandissimo teologo evangelico Karl Barth che amava trasformare il celebre assunto di Cartesio, “cogito ergo sum” (“penso dunque sono”) con la semplice aggiunta di una “r”, in “cogitor ergo sum” e cioè “sono pensato (da Dio) dunque sono”, dunque esisto, vivo, credo!

Essere pensato da Dio! Riflettiamoci! Lui ci precede con il suo amore e la sua scelta; lo dirà chiaro a Geremia chiamandolo al ministero profetico: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo messo da parte” (cfr Ger 1, 5). E’ l’esperienza del piccolo Samuele che abbiamo ascoltata nella prima lettura; Samuele si ritrova nel pensiero e

nei sogni di Dio quando nulla si attende e deve comprendere di non essere un semplice servo di un sacerdote, ma servo del Dio vivente che desidera farlo suo profeta, portatore della sua parola. Da parte sua Samuele dovrà solo offrire un assenso all’ascolto: Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta! Come gli suggerisce il vecchio Eli. La scena evangelica inizia con una sequela indotta dal Battista ma si compie ancora per una sovrana iniziativa del Signore; è infatti Gesù che si volta e vede quei due discepoli del Battista che lo seguono e li interpella: Che cercate? Che domanda!

E’ interessante notare che, nel racconto giovanneo, come ci sia un gioco di sguardi assolutamente necessari; si badi che sono simbolici di un dover “vedere” in profondo, oltre il visibile, oltre il “somatico” (operazione questa che il IV evangelista ci fa fare di continuo!). Infatti tutto parte dal Battista che fissando lo sguardo su Gesù che passa lo indica ad Andrea e all’altro discepolo; poi Gesù si volta e vede i due che lo seguono invitandoli dicendo: venite e vedete; questi vanno e vedono dove Gesù dimora; c’è poi Andrea che vede suo fratello Simone e gli dice d’aver trovato il Messia; infine Gesù vede Simone e gli cambia la vita mutandogli il nome!

Il racconto di Giovanni è costruito in modo straordinario: ci mostra come l’incontro con Colui che da sempre li ha pensati ha una progressione di profondità. Il cercare diviene un trovare (Chi cercate? – Abbiamo trovato il Messia!); il seguire diviene un rimanere ( …i due discepoli seguirono Gesù – E quel giorno rimasero con lui); il rabbi diventa il Messia (Rabbi, dove dimori? – Abbiamo trovato il Messia.).

Un ultimo elemento di questi testi ci fa riflettere sulla ricerca vocazionale che tutti siamo chiamati a fare per scoprire sempre più quanto siamo pensati da Dio. Non è un dato marginale come potrebbe sembrare: per giungere a discernere la verità di Dio per noi, per giungere sulla via giusta della propria chiamata personale è prezioso e necessario l’aiuto di un fratello, di un amico, di un direttore spirituale, di un padre, di un maestro … dell’altro … Per Samuele sarà Eli che è capace di una cosa straordinaria: non si sostituisce a Samuele per rispondere a Dio ma lo guida ad aprirsi a quella voce misteriosa che risuona … Eli non banalizza, non incoraggia all’appiattimento, dà credito alla possibilità che ci sia una via altra e straordinaria nella vita di quel ragazzo che dorme presso l’Arca Santa. Per Andrea e l’altro discepolo c’è invece la presenza del Battista, un maestro che punta l’indice verso Gesù e lo definisce Agnello, Servo di Dio, è Lui ormai che bisogna seguire. Anche qui ci troviamo dinanzi ad una figura di spessore straordinario: il Battista è disposto a perdere se stesso come Maestro per indicare l’altro Maestro.

Per Simon Pietro ci sarà la presenza fraterna di Andrea che gli dice d’aver trovato Colui che tutti attendevano: Abbiamo trovato il Messia! Con la presenza di un padre, di un maestro, di un fratello i passi nel discernimento della propria verità e vocazione diventano più veri, più sicuri, più veloci! Il problema è dar credito a quelle parole che ci vengono da quelli che il Signore pone accanto ai cammini di vocazione!

La verità è che nessuno si salva da sé! Abbiamo bisogno prima di Uno che ci pensi prima che noi pensiamo e a Lui e a noi e abbiamo bisogno di uomini nostri fratelli che con il loro sguardo, il loro ascolto, il loro stesso amore per noi ci mostrino le vie di Dio!

Il Signore provvede per chi sinceramente è disposto a lasciarsi trovare da Dio e a seguire le sue vie, il Signore si fa presente; Dio non abbandona il suo eletto! Questo riguarda tutti e in modo proprio e sensibile riguarda chi è chiamato a fare scelte radicali, scelte di ulteriore.

Mi viene in mente ancora la chiamata di Geremia a cui il Signore mostra un ramo di mandorlo; in ebraico mandorlo si dice con una parola che significa anche vigilante! Questo perché il mandorlo è vigilante perché per primo fiorisce annunziando la primavera, la fine dell’inverno. Nella chiamata Dio non abbandona nessuno nel deserto della vita, anche se , a volte, pare così; sul cammino di chi è chiamato c’è sempre l’ombra di un ramo verde e fiorito, segno di un Dio vigilante e pronto a rinnovare il nostro cuore, le nostre energie, le nostre forze, a dire e a ripetere il nostro sì a un sogno più grande di noi.

Ci vuole solo coraggio!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Alexander Andrejevic Ivanov – 1806-1858 – Il Battista indica Gesù ai suoi discepoli)




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