MARIA SS. MADRE DI DIO – CIRCONCISIONE DI GESÙ

MARIA SS. MADRE DI DIO – CIRCONCISIONE DI GESÙ

 Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2, 16-21

Il nuovo anno solare inizia con una liturgia piena di luce per la nostra umanità, per la storia … un nuovo anno è ancora un pezzo di storia che si dischiude innanzi a noi uomini. Su questa storia è spalancata una luce che è più forte di tutte le tenebre che pure paiono incombenti …

La prima lettura che oggi la liturgia propone è tratta dal Libro dei Numeri, ed è la benedizione che i sacerdoti di Israele dovevano (e devono) pronunciare sul Popolo Santo di Dio; una benedizione che è presenza del Signore ed è la luce del suo volto che brilla per il popolo … la luce del volto è il sorriso, è quel sorriso di benevolenza e di amore che Dio ha per il suo popolo … Nella notte di Natale però abbiamo sentito che gli angeli hanno cantato una nuova benevolenza di Dio, una benevolenza estesa a tutti gli uomini. Ecco la luce con cui inizia questo nuovo anno: è l’amore di Dio che brilla per tutti gli uomini, un amore che è benedizione e pace! La benedizione riservata a Israele è ora estesa a tutti gli uomini e questo meraviglioso dispiegamento dell’amore di Dio è avvenuto in Gesù Cristo, Dio nella nostra carne: In lui sono benedette tutte le famiglie della terra (cfr Gen 12,3). La promessa fatta ad Abramo è adempiuta in Gesù con fedeltà … Gesù, Figlio di Dio, figlio di Maria, figlio di Abramo è per noi benedizione, luce, pace, via nuova e definitiva di umanità!

 La solennità di questo primo giorno dell’anno ha preso, dopo la riforma liturgica, un sapore mariano. A questo il Papa San Paolo VI aggiunse il tema della preghiera per la pace nel mondo … tutto questo, però, ha messo un po’ da parte il sapore fortemente cristologico che deve avere questa ottava del Natale. Oggi, infatti, l’attenzione è da porre sulla circoncisione di Gesù la quale, secondo l’Evangelo di Luca che si legge in questo giorno, avvenne all’ottavo giorno dalla sua nascita, come prescritto nella Torah.

La contemplazione del mistero della circoncisione di Gesù all’inizio dell’anno credo sia importante per contemplare la fedeltà di Dio; una fedeltà che attraversa la storia e compie sempre le sue promesse. Dietrich Bonhoeffer poté scrivere a tal proposito: “Dio non sempre esaudisce le nostre preghiere ma è sempre fedele alle sue promesse”!

Le promesse fatte al popolo santo di Dio si adempiono tutte in Gesù! In Lui, figlio di Abramo, si compiono le benedizioni: la sua circoncisione ci ricorda con forza (ed è gravissimo dimenticarsene!) che Gesù ci salva perché la sua carne, quella nata da Maria Vergine e concepita per opera dello Spirito Santo, è carne di ebreo circonciso! Se così non fosse, in Lui non ci potrebbe essere quella pienezza di benedizione per tutte le genti promessa ad Abramo (cfr Gen 12, 3); se così non fosse, Lui non sarebbe il Messia figlio di Davide il cui regno non avrà fine (cfr 2Sam 7, 11.16). Gesù stesso, a tale proposito, dirà nel Quarto Evangelo: “La salvezza viene dai Giudei” (cfr Gv 4, 22).

La sua circoncisione è allora mistero essenziale perché la fede cristiana possa affondare le sue radici nella Prima Alleanza senza la quale essa non ha storia, non ha fondamenta!

Uno dei peccati più stolti che hanno potuto fare le Chiese è stato quello di voler obliare o mettere da parte tutto questo. E’ la presunzione arrogante che spesso abbiamo avuto di accentuare tanto la “novità” cristiana da farla diventare “assoluta”, cioè “sciolta” da una storia che la precede, la prepara, le dà consistenza! Senza Israele è inconcepibile Cristo, senza Israele si contraddice uno dei pilastri caratterizzanti la fede biblica: la storicità. Noi, infatti, non crediamo in un Dio che si rivela in modo atemporale, ma in un Dio che si rivela tramite la storia e nella storia!

Il suo Figlio, nato da donna, è nato sotto la legge, come scrive Paolo ai cristiani della Galazia; è nato, cioè, in un contesto storico e culturale ben preciso, e come risposta ad una storia attraversata dalla promessa!

La circoncisione di Gesù collega Gesù stesso a questa storia, ed è mistero di salvezza perché così e solo così anche noi, inseriti in Lui dal Battesimo, siamo fatti parte di quel popolo santo di Dio a cui Egli apparteneva per quel segno nella carne! Tutto questo è molto importante rimarcarlo proprio all’inizio di un nuovo tempo di storia, il nuovo anno! Un anno è un tratto di storia, ed è un “luogo” in cui Dio continua a parlare, in cui vuole essere ravvisato e in cui ancora compie le sue promesse.

Quel Gesù, che è venuto nella nostra carne, che ha assunto la storia del suo popolo per assumere la storia e la carne di tutti gli uomini, è colui che si è dichiarato presente in ogni giorno della storia (cfr Mt 28, 20)! Lì va ravvisato, lì va riconosciuto … nella “mangiatoia” del nostro quotidiano va incontrato questo Dio vicino. La vocazione più grande del cristiano è avere occhi e cuore per scrutare la storia senza ingenuità ma senza pessimismi; senza cinismo ma anche senza fatalismi; con la fede ma senza fideismi che conducono alla morta passività! Chi dimentica la storia, chi se ne tira fuori, chi non ha il coraggio di sentire sulla propria pelle e nella propria carne il peso bruciante della storia non è davvero discepolo di Cristo! Non bisogna aver timore di affermarlo!

Questo nuovo anno, allora, sia sotto questo segno: avere sguardo capace di ravvisare il Cristo vivente nell’oggi, pure così pieno di contraddizioni; avere sguardo capace di leggere, senza illusioni, i  segni dei tempi per comprendere dove l’Evangelo oggi ci vuole condurre!

I cristiani vivano il tempo non come uno scorrere inesorabile di sabbia nella clessidra, ma come una “casa” grande che bisogna arredare di bellezza; una “casa” nella quale riconoscere una presenza capace di far diventare quella stessa “casa” una casa comunein cui condividere, in cui custodirsi reciprocamente, in cui custodire il dono di questa terra che Dio ci ha fatto. Il tempo per il discepoli di Gesù è segnato dalla benedizione che è la sua presenza!

Nella benedizione del Libro dei Numeri notiamo che per tre volte sul popolo viene pronunziato il Nome di Dio! Quel nome che è presenza e benedizione! Quel Nome di promessa, la rivelazione cristiana lo sa, ha un volto: il volto di Gesù! Il suo volto brilli su di noi durante questo anno che si apre dinanzi a noi; brilli su di noi quel volto in cui c’è promessa e assicurazione di fedeltà; quel volto ci inondi di fedeltà perché i giorni possano essere riempiti di Evangelo. Costerà! Sarà lotta contro la mondanità seducente e dilagante, ma abbiamo una certezza: Dio è fedele alle sue promesse! Lo è stato nella carne circoncisa del Figlio suo, e lo sarà per noi in questo tempo che ci è dato, un tempo da Lui abitato e santificato ogni giorno!

Sulla sua fedeltà noi possiamo costruire rischiando ogni giorno! Così saremo costruttori di pace!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano 

 

(Giovanni Bellini (1433-1516): Circoncisione di Gesù. Napoli, Pinacoteca di Capodimonte)

 

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa subito capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, solo se capace di perdersi per amore (cfr Mt 10,39). Così fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia … vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso …

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione, appunto “pastorale”, per parlare della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero della Incarnazionedi Dio. Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana … non lo farei anche perchè – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo  parlato di “famiglia” e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo; quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia. E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo, è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perché lo cerchino giorno per giorno.

Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne. L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima Lettera che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano: è un passo direi “unico”. “Unico” perché pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; “unico” perché è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano … e questa “unicità” ci suggerisce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente. Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio (“si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi cui è consegnato l’Evangelo.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo quando, in un’altra Pasqua, Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina. Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” cfr Lc 23,46), sia nel giorno della risurrezione (“io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” cfr Lc 24, 49) … e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evangelo di Luca sono un rinvio al Padre! Inoltre c’èancora un parallelismo che va colto con i racconti pasquali di Luca: un parallelismo con il bellissimo racconto dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24, 13-35). Infatti lì, come nel passo di oggi, ci sono dueche cercano Gesù, non lo trovano e poi lo trovano incontrandolo …

In questa scena del ritrovamento nel Tempio il protagonista è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perché fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui ma non come di uno che agisce direttamente; ora no, ora per la prima volta Gesù parla. Insomma Gesù rivela di essere Figlio e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù: è del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio, scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1,14).

Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perché in Lui l’ ”esodo” è iniziato. Il “vecchio uomo”, in Lui, si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai ha iniziato a versarsi irreversibilmente nel “nuovo”! Tutto sarà costoso … ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.

Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

 

(Sofia Novelli: Il ritrovamento di Gesù nel Tempio)

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

Ger 33,14-16; Sal 24; 1 Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28,34-36

            Inizia l’Avventoin questo nuovo anno di grazia che ci è donato! Un tempo che purtroppo, per una lettura svisata e malamente semplificata, ma pure per una vera debolezza della più autentica fede cristiana, è diventato risibilmente il “tempo di preparazione al Natale” (persino in certi testi liturgici; ad esempio in un prefazio leggiamo: “lo stesso Signore che ci invita a preparare il suo Natale”!)!

            In modo più veritiero dovremmo dire che il Natale viene dopo l’Avventoa confermare la sensatezza di quell’ attesa che l’Avventoci invita ad esercitare. Insomma l’Avvento è un tempo annuale in cui ci esercitiamo a fare e ad esserequalcosa che è davvero essenziale per l’identità cristiana: attendiamoil Signore Gesù che è il Veniente, siamo il popolo che con gioia, con fatica, con speranzainfinita e lottando per questa speranzalo attende! Di conseguenza la Chiesa è sempre un popolo di pellegrini (cfr Eb 11,13 e 2Pt 2,11), un popolo sa di avere patria altrove, un popolo che non può essere sazio del presente e del possesso. Paradossalmente, però, è un popolo che, mentre è rivolto al futuro di Dio, alla sua promessache deve compiersi, vive con piena responsabilità (sa che deve risponderne!) la storia con tutte le sue esigenze, contraddizioni, fatiche! La Chiesa è il popolo che sa che in questo oggi della storia, in ogni oggi della storia, deve accendere la luce della speranza! La corona d’Avventoche lodevolmente da qualche decennio anche la Chiesa cattolica ha preso ad allestire nelle sue assemblee, vuol dire proprio di questa luce di speranzache noi credenti in Cristo ci impegniamo ad accendere in ogni oggi della storia! Anche oggi: in questo oggi che è l’Avvento dell’anno di grazia 2018!

            Nelle contraddizioni spesso mortifere di quest’oggi storico in cui particolarismi, difese egoistiche del “nostro”, ipocrita mascheramento di tutto ciò con le menzogne allettanti e seducenti dei “piani di sicurezza”, in questo oggi noi discepoli di Cristo dobbiamo accendere luci di speranza. Non una vaga speranzadi un mondo migliore! No! È troppo poco! Anzi, è nulla! La nostra speranza, quella che dobbiamo gridare al mondo e quella in cui noi, per primi, dobbiamo esercitarci, è quella generata dal SignoreVeniente! Una venuta tremenda e misericordiosa; una venutain cui ci sarà detta una parola di giudizio sul mondo e sulle sue ipocrite vie di morte; una venuta nella quale, mentre si farà chiaro dove è la giustizia, la verità e l’umano, sarà pure mostrata tutta la morte che alberga nel cuore della mondanità!

            L’evangelo di Luca, che oggi iniziamo a leggere e che ci accompagnerà nel “viaggio” liturgico di quest’anno, ci invita all’inizio dell’Avvento ad alzare il capo che in fondo significa “guardare per davvero”; insomma l’Evangelo oggi dice a noi che ci dichiariamo discepoli di Gesù di Nazareth che noi abbiamo la vera possibilità di vedere ciò che a molti, a troppi, resta invisibile; e cioè che tra le sofferenze della storia la promessa del Signore è salda! La sua promessa di salvezza non teme le abbondanti macerie della storia, le abbondanti macerie delle nostre vite e dei nostri progetti. Si badi non è invito ad uno stupido ottimismo quantomeno ingenuo … non è una fuga per trovare conforti in vie religiose rassicuranti, è invece invito a volgere lo sguardo verso al meta della storia che è la Venuta del Signoreche tutto verrà a compiere e a consegnare al Padre (cfr Ef 1,10); per volgere lo sguardo al Venientetutti dobbiamo sapere che c’è il rischio enorme di essere vinti e schiacciati dalla storia e dalle sue sofferenze; è un rischio per tutti! Anche per la Chiesa! Guai se la Chiesa smarrisce la speranza nel Signore Veniente! Non è più la Chiesa! La Chiesa riceve oggi riceve un comando preciso: vigilare! Un comando che nell’Avventoè esercizio per impoarare a viverlo sempre!

            Vigilare! Cioè? Stare attenti a che l’angoscia non la afferri … quanta gente angosciata preda di paure, di superstizioni, di credenze che nulla hanno a che vedere con l’Evangelo! Vigilare è “non smarrirsi”; l’espressione greca en aporíache in italiano è tradotto con “in ansia” (e sulla terra angoscia delle genti in ansia), sarebbe meglio tradurla con “nello smarrimento”, “nella confusione” … si tratta cioè del disorientamento che fa perdere la strada, si tratta di quell’essere presi dagli eventi che accadono e restarne schiacciati piombando nella paura che agghiaccia e che conduce alla morte (gli uomini verranno meno– in greco “apopsiuchónton” – per la paura).

            La vigilanza è impedire al cuore di essere pesante fino a perdere lucidità; la vigilanza è non anestetizzare il proprio cuore chiudendolo in armature che paiono difenderlo! Lo smarrimento, l’angoscia, la paura, che prendono chi non vigila, possono portare a voler esorcizzare tutte queste cose in ubriachezzee orgeche pare allontanino la morte! Chi non vigila è esposto al terribile rischio della philautìache vuole sempre e solo una cosa: salvare noi stessi!      

            Se si vigila si vive invece l’oggi ben protesi al futuro della promessa e l’attesa diviene l’ “habitus” quotidiano che nutre di senso e di speranza la vita del credente.

            Chi attende il Signore già lo fa regnare nell’oggi del suo cuore; chi lo attende ha già, nel proprio profondo, un “trono” che attende il Veniente.

            Vegliate e pregate, ci chiede il Signore … verifichiamo la nostra attesa e la nostra preghiera … capiremo che spessore ha la nostra fede cristiana e che qualità ha davvero la nostra vita di uomini!

            L’Avventoci pone in questa prospettiva; al termine dell’Avvento verrà il Natale a rassicurarci: se è venuto a Betlemme, mantenendo e superando le promesse fatte alla Prima Alleanza, verrà come ha promesso quando camminava sulle nostre strade, nella nostra carne!

            Natale verrà a confermarci: Dio è fedele! Il nostro è un Dio affidabile che mantiene – anzi supera! – le sue promesse! Se è così attendere non è né insensato, né è evasione dall’oggi!

            Attendere è dare luce e forma ad ogni oggi!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

 

(Il Salvatore Veniente tra le Potenze; icona russa sec. XV; Mosca: Galleria Tretjacov

DOMENICA DEL CRISTO RE (2018)

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’ UNIVERSO

Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

L’anno liturgico termina con questa domenica mostrandoci il senso di tutta la storia che noi viviamo; un anno è un tratto di storia e, al termine di questo ulteriore pezzo di cammino che ci è stato dato, questa liturgia ci ripete dove risiede e la meta e il senso della storia stessa, di tutta la storia.

La regalità di Cristo, la sua signoria sulla storia è ciò per cui noi discepoli possiamo essere certi che un “porto” esiste per l’approdo, che una dimora verso cui la storia cammina c’è per davvero.

La sua signoria contraddice tutte le presunzioni dei poteri di questo mondo. Non a caso il Papa Pio XI volle questa solennità nel 1925 mentre i totalitarismi iniziavano a mostrare il volto disumano e mortifero e tanti uomini e donne (troppi anche tra quelli che si dicevano cristiani!) erano disposti ad applaudire, ad acclamare, a riempire le piazze, addirittura esano disposti a dare la vita per logiche nazionalistiche, particolaristiche, fondate sul “contro” gli altri, i supposti diversi … si pensi all’italianità di triste memoria fascista, o alla grandezza della razza germanica di stampo nazista, al “messianismo” comunista e proletario sovietico!

In tempi ambigui come i nostri (non temiamo di dircelo!) è salutare non solo non essere dimentichi della storia (che stoltezza minimizzare i segni che vediamo ed obliare gli orrori del passato!) ma soprattutto è salutare volgere lo sguardo a Gesù il Cristo, il solo che, con la sua logica, davvero può dare al mondo un volto umano, un volto umano per tutti!

Il tema del Regno è essenziale per i tre Evangeli sinottici soprattutto nella predicazione di Gesù, per il Quarto Evangelo questo tema ha un rilievo straordinario solo alla fine della vicenda storica di Gesù, infatti nel racconto della Passione Giovanni fa riapparire il tema del Regno per ben dodici volte. Nel brano evangelico di questa solennità di Cristo Re ecco uno di questi casi. È una scena questa che ha per protagonisti Gesù e il Procuratore romano Pilato.

Anche gli altri evangelisti riportavano la domanda di Pilato sulla pretesa regalità di Gesù … lì la risposta suona secca ed essenziale: Tu lo dici. Giovanni invece ci pone dinanzi ad un dialogo vero e proprio con una chiara definizione di cosa sia questo Regno di Gesù. Una definizione su cui bisogna fermarsi; è in due dimensioni. Una prima definizione e al negativo: Il mio regno non è di questo mondo, non è di quaggiù. Gesù vuole che a Pilato sia chiaro: il Regno di cui stanno parlando non è un progetto politico, né tantomeno un sistema di potere e di poteri che si intersecano, non è una strategia economica o militare, non è un piano sociale. Gesù sottolinea le suo Regno alla dimensione militare per significare tutto ciò che questo Regno non è … è in questa estraneità che si vede quanto questa regalità sia radicalmente altro rispetto a quelle mondane: non ci sono guardie del corpo, legioni terrene, eserciti … tutte cose estranee al Regno e Gesù contrappone tutto questo terribile armamentario alla sua solitaria debolezza che è lì dinanzi a Pilato.

Ah, se la Chiesa avesse sempre colto questa estraneità! Quanti sentieri perversi e sviati avrebbe evitato, quante menzogne avrebbe evitato di avallare, quante complicità mondane avrebbe fuggito e quanta verità di se stessa avrebbe saputo proclamare! Di certo avrebbe avuto meno prestigio presso i regnanti di questo mondo, forse non avrebbe vestito i paludamenti del potere ammantandoli di sacralità … la storia però non si fa con le ipotesi e con i “se” … è tempo però di spogliare la regalità di Cristo da ogni trionfalismo becero e complice dei poteri del mondo!

La regalità di Cristo si fonda su qualcosa di diverso; ed è la seconda dimensione della definizione del suo Regno che Gesù dà a Pilato: la sua regalità si fonda sulla testimonianza resa alla verità. Per la Scrittura tutta e per Giovanni in particolare, e con una tonalità tutta sua, la parola “verità” (in ebraico hemet, in greco alethèia) ha risonanze molteplici. È la bontà del Padre, è la sua fedeltà alle promesse di salvezza, è la conoscenza che ci è data del vero volto di Dio, è annunzio di questo Regno; la verità è l’Evangelo che Gesù è venuto a portare, la verità è Gesù stesso (Io sono la verità cfr Gv 14,6).

Comprendiamo allora perché Giovanni ci presenti questo confronto nell’ora culmine della vita di Gesù: è il confronto tra due regni antitetici. I due regni antitetici e inconciliabili sono, da un lato quello imperiale che continua ad esistere e ad opprimere l’umanità fino ad oggi in forme diverse. Questo regno imperiale, di cui Pilato è rappresentante, per esistere, per fondarsi e durare ha bisogno di sangue, di lacrime, di menzogne, di rabbia dei poveri oppressi, di sopraffazione; ha bisogno di creare continuamente nemici da odiare e combattere (attenti a noi oggi!!).

Dall’altro canto c’è il Regno altro di quel Galileo prigioniero che dice di testimoniare la verità … un Regno che si fonda su un’impensabile alleanza tra Dio e uomo che ha bisogno solo di adesione colma d’amore … solo così si entra in questo Regno! Un Regno che paradossalmente non ha bisogno di sangue se non quello del suo Re e Signore!

Gesù scardina tutte le sensate proposte della secolare logica di Roma, logica che per il mondo è quella vincente!

La verità che Gesù propone non solo Pilato non la conosce ma non la vuole e non la può conoscere, In tutto l’Evangelo, infatti, Gesù proclama una logica che è totalmente opposta a quella dell’Impero e degli imperi che con mille e molteplici facce hanno preteso di fare la storia dell’umanità. Per Gesù la verità, la radice di ogni bene, è nel dono di sé, nel perdersi per amore, nel consegnarsi non salvando se stessi. Il Regno, di cui Gesù stesso è il volto, ha come legge il servizio colmo di amore e non il dominio, non si edifica prevaricando e distruggendo i sogni degli uomini ma si edifica sulla giustizia e fiorisce dando all’ uomo la forza e la concreta possibilità di realizzare i suoi sogni di vera umanità. Il suo è un piccolo Regno, è un seme che sarà sempre nascosto nella terra della storia … però viene da Dio e perciò è indistruttibile.

Tutta la liturgia di questa domenica lo dice con fermezza: nella visione apocalittica del Libro di Daniele c’è un Figlio dell’uomo rivestito da Dio di un potere eterno che mai tramonterà e mai sarà distrutto. Lo stesso Salmo 92 (93) parla di un trono che è saldo fin dal principio e che è eterno. Il Cristo della visione dell’Apocalisse di Giovanni, nella seconda lettura, si presenta come Alfa e Omega della storia! Che consolazione! È Lui la prima e l’ultima parola della vicenda umana; Lui è Colui che è, che era e che viene! Capite? In Lui tutte e tre le dimensioni del tempo sono abbracciate: presente, passato e futuro.

Nessun trionfalismo in tutto ciò! Questo Regno è un regno che ha un trono paradossale: la croce! Se preso sul serio questo Regno ha però una possibilità incredibile: pur senza eserciti, senza potere politico né potere economico può seminare terrore tra le file del male. Sì, se ci voltiamo a guardare anche solo i mesi trascorsi di questo anno che si sta chiudendo vediamo che la storia continua ad essere un groviglio di contraddizioni, continua ad essere il teatro dei giochi delle potenze e delle superpotenze, continua ad essere il luogo in cui si gioca sulla pelle dei poveri e dei deboli, è il triste teatro di sofismi più o meno raffinati in cui si osa affermare che la tenebra è luce e la luce tenebra (cfr Is 5,20) … e oggi ci sarà pure qualcuno (Dio ne scampi!) che oserà predicare la regalità di Cristo contro gli altri, contro le altre fedi! … Eppure la solennità di oggi ci dice che dentro questo fango della storia c’è una logica misteriosa, quella del Regno di Cristo, che agisce paziente!

Dove?

Nel cuore di quelli che dicono sì a questo Regno e non agli imperi mondani, nel cuore di quelli che per questo Regno sono disposti a pagare un prezzo per essere come il Signore e Maestro testimoni di una verità in cui vince solo chi è capace di perdersi!

Dove si collocheranno le Chiese? Noi stessi dove ci collochiamo?

Abbiamo davvero il coraggio di non stare dalla parte degli infiniti Pilato che, con il loro “buon senso” mondano, si oppongono al Regno di Cristo?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Nikolay Nikolaevich Ge: “Cos’è la verità?”( 1890)