SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa subito capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, solo se capace di perdersi per amore (cfr Mt 10,39). Così fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia … vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso …

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione, appunto “pastorale”, per parlare della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero della Incarnazionedi Dio. Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana … non lo farei anche perchè – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo  parlato di “famiglia” e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo; quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia. E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo, è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perché lo cerchino giorno per giorno.

Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne. L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima Lettera che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano: è un passo direi “unico”. “Unico” perché pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; “unico” perché è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano … e questa “unicità” ci suggerisce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente. Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio (“si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi cui è consegnato l’Evangelo.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo quando, in un’altra Pasqua, Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina. Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” cfr Lc 23,46), sia nel giorno della risurrezione (“io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” cfr Lc 24, 49) … e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evangelo di Luca sono un rinvio al Padre! Inoltre c’èancora un parallelismo che va colto con i racconti pasquali di Luca: un parallelismo con il bellissimo racconto dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24, 13-35). Infatti lì, come nel passo di oggi, ci sono dueche cercano Gesù, non lo trovano e poi lo trovano incontrandolo …

In questa scena del ritrovamento nel Tempio il protagonista è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perché fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui ma non come di uno che agisce direttamente; ora no, ora per la prima volta Gesù parla. Insomma Gesù rivela di essere Figlio e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù: è del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio, scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1,14).

Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perché in Lui l’ ”esodo” è iniziato. Il “vecchio uomo”, in Lui, si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai ha iniziato a versarsi irreversibilmente nel “nuovo”! Tutto sarà costoso … ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.

Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

 

(Sofia Novelli: Il ritrovamento di Gesù nel Tempio)

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

Ger 33,14-16; Sal 24; 1 Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28,34-36

            Inizia l’Avventoin questo nuovo anno di grazia che ci è donato! Un tempo che purtroppo, per una lettura svisata e malamente semplificata, ma pure per una vera debolezza della più autentica fede cristiana, è diventato risibilmente il “tempo di preparazione al Natale” (persino in certi testi liturgici; ad esempio in un prefazio leggiamo: “lo stesso Signore che ci invita a preparare il suo Natale”!)!

            In modo più veritiero dovremmo dire che il Natale viene dopo l’Avventoa confermare la sensatezza di quell’ attesa che l’Avventoci invita ad esercitare. Insomma l’Avvento è un tempo annuale in cui ci esercitiamo a fare e ad esserequalcosa che è davvero essenziale per l’identità cristiana: attendiamoil Signore Gesù che è il Veniente, siamo il popolo che con gioia, con fatica, con speranzainfinita e lottando per questa speranzalo attende! Di conseguenza la Chiesa è sempre un popolo di pellegrini (cfr Eb 11,13 e 2Pt 2,11), un popolo sa di avere patria altrove, un popolo che non può essere sazio del presente e del possesso. Paradossalmente, però, è un popolo che, mentre è rivolto al futuro di Dio, alla sua promessache deve compiersi, vive con piena responsabilità (sa che deve risponderne!) la storia con tutte le sue esigenze, contraddizioni, fatiche! La Chiesa è il popolo che sa che in questo oggi della storia, in ogni oggi della storia, deve accendere la luce della speranza! La corona d’Avventoche lodevolmente da qualche decennio anche la Chiesa cattolica ha preso ad allestire nelle sue assemblee, vuol dire proprio di questa luce di speranzache noi credenti in Cristo ci impegniamo ad accendere in ogni oggi della storia! Anche oggi: in questo oggi che è l’Avvento dell’anno di grazia 2018!

            Nelle contraddizioni spesso mortifere di quest’oggi storico in cui particolarismi, difese egoistiche del “nostro”, ipocrita mascheramento di tutto ciò con le menzogne allettanti e seducenti dei “piani di sicurezza”, in questo oggi noi discepoli di Cristo dobbiamo accendere luci di speranza. Non una vaga speranzadi un mondo migliore! No! È troppo poco! Anzi, è nulla! La nostra speranza, quella che dobbiamo gridare al mondo e quella in cui noi, per primi, dobbiamo esercitarci, è quella generata dal SignoreVeniente! Una venuta tremenda e misericordiosa; una venutain cui ci sarà detta una parola di giudizio sul mondo e sulle sue ipocrite vie di morte; una venuta nella quale, mentre si farà chiaro dove è la giustizia, la verità e l’umano, sarà pure mostrata tutta la morte che alberga nel cuore della mondanità!

            L’evangelo di Luca, che oggi iniziamo a leggere e che ci accompagnerà nel “viaggio” liturgico di quest’anno, ci invita all’inizio dell’Avvento ad alzare il capo che in fondo significa “guardare per davvero”; insomma l’Evangelo oggi dice a noi che ci dichiariamo discepoli di Gesù di Nazareth che noi abbiamo la vera possibilità di vedere ciò che a molti, a troppi, resta invisibile; e cioè che tra le sofferenze della storia la promessa del Signore è salda! La sua promessa di salvezza non teme le abbondanti macerie della storia, le abbondanti macerie delle nostre vite e dei nostri progetti. Si badi non è invito ad uno stupido ottimismo quantomeno ingenuo … non è una fuga per trovare conforti in vie religiose rassicuranti, è invece invito a volgere lo sguardo verso al meta della storia che è la Venuta del Signoreche tutto verrà a compiere e a consegnare al Padre (cfr Ef 1,10); per volgere lo sguardo al Venientetutti dobbiamo sapere che c’è il rischio enorme di essere vinti e schiacciati dalla storia e dalle sue sofferenze; è un rischio per tutti! Anche per la Chiesa! Guai se la Chiesa smarrisce la speranza nel Signore Veniente! Non è più la Chiesa! La Chiesa riceve oggi riceve un comando preciso: vigilare! Un comando che nell’Avventoè esercizio per impoarare a viverlo sempre!

            Vigilare! Cioè? Stare attenti a che l’angoscia non la afferri … quanta gente angosciata preda di paure, di superstizioni, di credenze che nulla hanno a che vedere con l’Evangelo! Vigilare è “non smarrirsi”; l’espressione greca en aporíache in italiano è tradotto con “in ansia” (e sulla terra angoscia delle genti in ansia), sarebbe meglio tradurla con “nello smarrimento”, “nella confusione” … si tratta cioè del disorientamento che fa perdere la strada, si tratta di quell’essere presi dagli eventi che accadono e restarne schiacciati piombando nella paura che agghiaccia e che conduce alla morte (gli uomini verranno meno– in greco “apopsiuchónton” – per la paura).

            La vigilanza è impedire al cuore di essere pesante fino a perdere lucidità; la vigilanza è non anestetizzare il proprio cuore chiudendolo in armature che paiono difenderlo! Lo smarrimento, l’angoscia, la paura, che prendono chi non vigila, possono portare a voler esorcizzare tutte queste cose in ubriachezzee orgeche pare allontanino la morte! Chi non vigila è esposto al terribile rischio della philautìache vuole sempre e solo una cosa: salvare noi stessi!      

            Se si vigila si vive invece l’oggi ben protesi al futuro della promessa e l’attesa diviene l’ “habitus” quotidiano che nutre di senso e di speranza la vita del credente.

            Chi attende il Signore già lo fa regnare nell’oggi del suo cuore; chi lo attende ha già, nel proprio profondo, un “trono” che attende il Veniente.

            Vegliate e pregate, ci chiede il Signore … verifichiamo la nostra attesa e la nostra preghiera … capiremo che spessore ha la nostra fede cristiana e che qualità ha davvero la nostra vita di uomini!

            L’Avventoci pone in questa prospettiva; al termine dell’Avvento verrà il Natale a rassicurarci: se è venuto a Betlemme, mantenendo e superando le promesse fatte alla Prima Alleanza, verrà come ha promesso quando camminava sulle nostre strade, nella nostra carne!

            Natale verrà a confermarci: Dio è fedele! Il nostro è un Dio affidabile che mantiene – anzi supera! – le sue promesse! Se è così attendere non è né insensato, né è evasione dall’oggi!

            Attendere è dare luce e forma ad ogni oggi!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano

 

(Il Salvatore Veniente tra le Potenze; icona russa sec. XV; Mosca: Galleria Tretjacov

DOMENICA DEL CRISTO RE (2018)

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’ UNIVERSO

Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

L’anno liturgico termina con questa domenica mostrandoci il senso di tutta la storia che noi viviamo; un anno è un tratto di storia e, al termine di questo ulteriore pezzo di cammino che ci è stato dato, questa liturgia ci ripete dove risiede e la meta e il senso della storia stessa, di tutta la storia.

La regalità di Cristo, la sua signoria sulla storia è ciò per cui noi discepoli possiamo essere certi che un “porto” esiste per l’approdo, che una dimora verso cui la storia cammina c’è per davvero.

La sua signoria contraddice tutte le presunzioni dei poteri di questo mondo. Non a caso il Papa Pio XI volle questa solennità nel 1925 mentre i totalitarismi iniziavano a mostrare il volto disumano e mortifero e tanti uomini e donne (troppi anche tra quelli che si dicevano cristiani!) erano disposti ad applaudire, ad acclamare, a riempire le piazze, addirittura esano disposti a dare la vita per logiche nazionalistiche, particolaristiche, fondate sul “contro” gli altri, i supposti diversi … si pensi all’italianità di triste memoria fascista, o alla grandezza della razza germanica di stampo nazista, al “messianismo” comunista e proletario sovietico!

In tempi ambigui come i nostri (non temiamo di dircelo!) è salutare non solo non essere dimentichi della storia (che stoltezza minimizzare i segni che vediamo ed obliare gli orrori del passato!) ma soprattutto è salutare volgere lo sguardo a Gesù il Cristo, il solo che, con la sua logica, davvero può dare al mondo un volto umano, un volto umano per tutti!

Il tema del Regno è essenziale per i tre Evangeli sinottici soprattutto nella predicazione di Gesù, per il Quarto Evangelo questo tema ha un rilievo straordinario solo alla fine della vicenda storica di Gesù, infatti nel racconto della Passione Giovanni fa riapparire il tema del Regno per ben dodici volte. Nel brano evangelico di questa solennità di Cristo Re ecco uno di questi casi. È una scena questa che ha per protagonisti Gesù e il Procuratore romano Pilato.

Anche gli altri evangelisti riportavano la domanda di Pilato sulla pretesa regalità di Gesù … lì la risposta suona secca ed essenziale: Tu lo dici. Giovanni invece ci pone dinanzi ad un dialogo vero e proprio con una chiara definizione di cosa sia questo Regno di Gesù. Una definizione su cui bisogna fermarsi; è in due dimensioni. Una prima definizione e al negativo: Il mio regno non è di questo mondo, non è di quaggiù. Gesù vuole che a Pilato sia chiaro: il Regno di cui stanno parlando non è un progetto politico, né tantomeno un sistema di potere e di poteri che si intersecano, non è una strategia economica o militare, non è un piano sociale. Gesù sottolinea le suo Regno alla dimensione militare per significare tutto ciò che questo Regno non è … è in questa estraneità che si vede quanto questa regalità sia radicalmente altro rispetto a quelle mondane: non ci sono guardie del corpo, legioni terrene, eserciti … tutte cose estranee al Regno e Gesù contrappone tutto questo terribile armamentario alla sua solitaria debolezza che è lì dinanzi a Pilato.

Ah, se la Chiesa avesse sempre colto questa estraneità! Quanti sentieri perversi e sviati avrebbe evitato, quante menzogne avrebbe evitato di avallare, quante complicità mondane avrebbe fuggito e quanta verità di se stessa avrebbe saputo proclamare! Di certo avrebbe avuto meno prestigio presso i regnanti di questo mondo, forse non avrebbe vestito i paludamenti del potere ammantandoli di sacralità … la storia però non si fa con le ipotesi e con i “se” … è tempo però di spogliare la regalità di Cristo da ogni trionfalismo becero e complice dei poteri del mondo!

La regalità di Cristo si fonda su qualcosa di diverso; ed è la seconda dimensione della definizione del suo Regno che Gesù dà a Pilato: la sua regalità si fonda sulla testimonianza resa alla verità. Per la Scrittura tutta e per Giovanni in particolare, e con una tonalità tutta sua, la parola “verità” (in ebraico hemet, in greco alethèia) ha risonanze molteplici. È la bontà del Padre, è la sua fedeltà alle promesse di salvezza, è la conoscenza che ci è data del vero volto di Dio, è annunzio di questo Regno; la verità è l’Evangelo che Gesù è venuto a portare, la verità è Gesù stesso (Io sono la verità cfr Gv 14,6).

Comprendiamo allora perché Giovanni ci presenti questo confronto nell’ora culmine della vita di Gesù: è il confronto tra due regni antitetici. I due regni antitetici e inconciliabili sono, da un lato quello imperiale che continua ad esistere e ad opprimere l’umanità fino ad oggi in forme diverse. Questo regno imperiale, di cui Pilato è rappresentante, per esistere, per fondarsi e durare ha bisogno di sangue, di lacrime, di menzogne, di rabbia dei poveri oppressi, di sopraffazione; ha bisogno di creare continuamente nemici da odiare e combattere (attenti a noi oggi!!).

Dall’altro canto c’è il Regno altro di quel Galileo prigioniero che dice di testimoniare la verità … un Regno che si fonda su un’impensabile alleanza tra Dio e uomo che ha bisogno solo di adesione colma d’amore … solo così si entra in questo Regno! Un Regno che paradossalmente non ha bisogno di sangue se non quello del suo Re e Signore!

Gesù scardina tutte le sensate proposte della secolare logica di Roma, logica che per il mondo è quella vincente!

La verità che Gesù propone non solo Pilato non la conosce ma non la vuole e non la può conoscere, In tutto l’Evangelo, infatti, Gesù proclama una logica che è totalmente opposta a quella dell’Impero e degli imperi che con mille e molteplici facce hanno preteso di fare la storia dell’umanità. Per Gesù la verità, la radice di ogni bene, è nel dono di sé, nel perdersi per amore, nel consegnarsi non salvando se stessi. Il Regno, di cui Gesù stesso è il volto, ha come legge il servizio colmo di amore e non il dominio, non si edifica prevaricando e distruggendo i sogni degli uomini ma si edifica sulla giustizia e fiorisce dando all’ uomo la forza e la concreta possibilità di realizzare i suoi sogni di vera umanità. Il suo è un piccolo Regno, è un seme che sarà sempre nascosto nella terra della storia … però viene da Dio e perciò è indistruttibile.

Tutta la liturgia di questa domenica lo dice con fermezza: nella visione apocalittica del Libro di Daniele c’è un Figlio dell’uomo rivestito da Dio di un potere eterno che mai tramonterà e mai sarà distrutto. Lo stesso Salmo 92 (93) parla di un trono che è saldo fin dal principio e che è eterno. Il Cristo della visione dell’Apocalisse di Giovanni, nella seconda lettura, si presenta come Alfa e Omega della storia! Che consolazione! È Lui la prima e l’ultima parola della vicenda umana; Lui è Colui che è, che era e che viene! Capite? In Lui tutte e tre le dimensioni del tempo sono abbracciate: presente, passato e futuro.

Nessun trionfalismo in tutto ciò! Questo Regno è un regno che ha un trono paradossale: la croce! Se preso sul serio questo Regno ha però una possibilità incredibile: pur senza eserciti, senza potere politico né potere economico può seminare terrore tra le file del male. Sì, se ci voltiamo a guardare anche solo i mesi trascorsi di questo anno che si sta chiudendo vediamo che la storia continua ad essere un groviglio di contraddizioni, continua ad essere il teatro dei giochi delle potenze e delle superpotenze, continua ad essere il luogo in cui si gioca sulla pelle dei poveri e dei deboli, è il triste teatro di sofismi più o meno raffinati in cui si osa affermare che la tenebra è luce e la luce tenebra (cfr Is 5,20) … e oggi ci sarà pure qualcuno (Dio ne scampi!) che oserà predicare la regalità di Cristo contro gli altri, contro le altre fedi! … Eppure la solennità di oggi ci dice che dentro questo fango della storia c’è una logica misteriosa, quella del Regno di Cristo, che agisce paziente!

Dove?

Nel cuore di quelli che dicono sì a questo Regno e non agli imperi mondani, nel cuore di quelli che per questo Regno sono disposti a pagare un prezzo per essere come il Signore e Maestro testimoni di una verità in cui vince solo chi è capace di perdersi!

Dove si collocheranno le Chiese? Noi stessi dove ci collochiamo?

Abbiamo davvero il coraggio di non stare dalla parte degli infiniti Pilato che, con il loro “buon senso” mondano, si oppongono al Regno di Cristo?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Nikolay Nikolaevich Ge: “Cos’è la verità?”( 1890)

TRENTATREESIMA DOMENICA ORDINARIA 2018

TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dn 12, 1-3: Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

Il traguardo della storia o è qualcosa che si tiene presente sempre, in ogni generazione, o si rischia di restare imprigionati nelle reti di un oggi che non sazia! Che non può saziare!

Il dramma è quando ci si illude d’essere sazi dell’“oggi” e si scherniscono quelli che pensano all’oltre tacciandoli di essere degli “evasori” dalla storia … E così tanti si saziano di quel che sono, di quel che hanno, di quel che vedono. Sono i sazi dell’“oggi”! Sarebbe terribile rimanere sazi dell’“oggi”!

Sarebbe … ed è terribile! Lo è ogni qual volta noi credenti in Cristo pensiamo che l’orizzonte sia solo quello che vediamo e, in qualche modo, possediamo. Lo è ogni qual volta siamo troppo “contenti” del nostro oggi e siamo incapaci di desiderare altro ed oltre. Lo è quando noi credenti ci accontentiamo, e il presente “ci basta”.

Non si può non considerare l’esito della storia se non imminente, e non perché dobbiamo avere predicazioni e preoccupazioni millenaristiche – quasi che la “fine del mondo” fosse databile ed incombente – ma perché ogni generazione deve fare i conti con il limite del tempo e con la Venuta del Signore Gesù nella sua Parusìa. Una venuta che, d’altro canto, invochiamo in ogni Eucaristia («nell’attesa della tua venuta», «nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo»)!

Ogni generazione deve vivere questa tensione verso il Suo ritorno, e deve riconoscere nel proprio tempo quei segni che la annunziano, che ne proclamano la necessità. Ogni generazione deve ravvisare nel suo tempo quei limiti che sono “grido” verso la sua venuta, quelle povertà che sono invocazione al suo ritorno, quelle “impossibilità” o “incapacità” che domandano quell’unico compimento che è pienezza d’ogni compimento: il Suo ritorno!

Nell’Evangelo di oggi ascoltiamo che Gesù prende in prestito dal linguaggio apocalittico del suo tempo (di cui abbiamo avuto un saggio nella Prima lettura di oggi tratta dal Libro di Daniele) dei segni che evocano quei limiti, quei dolori, quelle “potenze” che sovrastano l’uomo e le sue pretese potenze. Nei versetti precedenti aveva parlato di guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tempi oscuri e disperati ma qui aggiunge altri segni che mostrano anche la caducità di quelle cose che a noi paiono fisse ed immutabili: il sole e la sua luce, gli astri che per gli antichi erano fissi nella gran volta del cielo … eppure il sole si spegne, la luna non dà più il suo chiarore e gli astri cadono. Tutto questo accade non perché l’uomo l’ha prodotto, e neanche l’ha provocato con le sue dissolutezze e con i suoi peccati; no! La fine del mondo non è un castigo! La fine del mondo è il fine del mondo, e questo appartiene al progetto di Dio. E’ la volontà di Dio, fuori della storia, a determinare questo fine e a mettere fine a ciò che noi conosciamo e in cui abbiamo realizzato l’essere uomo, in cui abbiamo costruito le premesse di quel Regno eterno in cui tutto deve acquistare senso e bellezza!

Se le potenze dei cieli cadono (è al plurale: “ai diunámeis”) è perché deve venire la sola potenza che ha senso e stabilità, quella del Figlio dell’uomo che è la potenza di Dio (al singolare: “metà diunámeos”, “con potenza”!).

Il Figlio dell’uomo è colui che sta andando verso la croce ma che qui si autorivela come colui che ancora verrà a dire l’ultima parola di Dio sulla storia, sugli uomini!

Il discorso escatologico, di cui oggi leggiamo un breve tratto, era iniziato quando i discepoli avevano posto a Gesù una domanda: «Quando accadrà questo e quale sarà il segno che questo starà per compiersi?» (cfr Mc 13,4) ma Gesù ancora non ha risposto al “quando” e non lo fa neanche in questo passo. Usa la parabola del fico per chiedere la capacità di leggere la storia, leggere l’oggi per poter essere protesi verso il futuro che Dio sta preparando.

Se si sanno leggere i segni come quelli del germogliare del fico è necessario imparare a leggere anche i segni che la storia offre per capire che non tutto è in essa e per essa!

Gesù non dà tempi, e non si tenti di decifrare un tempo e un’ora: il Messia (che Lui è) non è onnisciente come noi vorremmo nei nostri deliri “religiosi” …è invece un Messia fragile e vicino (tanto è vero che sta per andare in croce!), ma nella sua umanità – piena e senza sconti – c’è tutto il senso della storia che va vissuta senza millenarismi e ossessioni, ma con lucidità per discernere ciò che ci conduce all’oltre e ciò che ci libera dalle catene del tempo.

Se Gesù non dà indicazioni di tempo, dà però ai suoi tre parole con cui li rassicura circa la certezza della sua Parusia, del suo ritorno glorioso. Il Figlio dell’uomo verrà per quella generazione perversa che continua a fare ciò che avvenne durante l’esodo: tentare Dio e disobbedire, verrà perché Dio non si fa fermare dalle nostre miserie e infedeltà; verrà di sicuro perché le sue parole non passeranno perché non sono come le parole che diciamo noi e che spesso sono senza stabilità e fondamento. Le sue parole non passeranno perché provengono da Dio, e Dio è fedele. Infine assicura che verrà anche se non si sa il “quando”, ma quel “quando” – essendo custodito nel cuore del Padre -, è promessa certa che sarà rivelata al tempo opportuno.

Intanto? Intanto bisogna impostare i propri giorni con una tensione autentica verso l’oltre: è necessario vivere il tempo in pienezza ma senza chiudersi negli orizzonti del tempo … è qui che l’uomo deve sentire il “profumo” dell’eterno; un profumo che non lo disamora della storia, e delle lotte della storia e nella storia, ma che gli fa vivere la storia senza sconti, con lo sguardo capace di scrutare – proprio nella storia – i segni dell’approssimarsi del giorno di Dio.

In questa domenica l’Evangelo ci ricorda che dobbiamo respirare ampio, che siamo fatti per questo. La storia non è meta della storia, il tempo sarà dilatato nell’eterno e se non si vive in questa tensione si rischia di fare della fede una “religione” che assicura il presente e ci tiene ben accomodati in un oggi tanto soddisfacente quanto imprigionante.

In fondo oggi Gesù ci dice: “Vivi il presente e leggi in esso i segni continui che ti richiamano a slanciarti verso l’oltre!”

Gesù l’ha fatto, e dopo di Lui la Chiesa nascente. Poi l’hanno fatto i santi e con loro tanti cristiani che hanno saputo coniugare storia ed Evangelo senza farsi intrappolare dalle reti del mondo. Oggi se c’è bisogno di una cosa nella Chiesa è di uomini e donne così.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano