PRIMA DOMENICA DI AVVENTO 2016

PRIMA DOMENICA D’AVVENTO

Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13, 11-14a; Mt 24, 37-44

Inizia un nuovo anno, un nuovo cammino nella ricerca appassionata di Dio … l’anno liturgico che finisce e riinizia ci rimette in marcia verso Lui e nella passione per Lui … Solo così ha senso la ripresa del cammino in un nuovo anno liturgico che ci farà ripercorrere tutti i misteri della nostra fede, tutte quelle azioni di Dio con cui Lui ci ha cercati e salvati, tutte quelle azioni di Lui che culminano nell’invio del Figlio suo Gesù nella nostra carne di uomini e nel suo amore fino all’estremo narrato nell’ora della Croce in una morte che non resta morte ma si spalanca alla vita senza fine del Risorto ed in quell’amore ci raduna in quella casa comune che è la Chiesa che, con la forza di Cristo, lotta per permettere alla storia di essere trasfigurata dallo stesso amore del Padre, del Figlio e dello Spirito.

Camminiamo in questo anno liturgico con passione per l’Evaangelo, con passione epr la Chiesa, con passione per la lotta per la nostra santità. Mettiamo passione a partire da questo inizio dell’anno, in questo Avvento dell’anno di grazia 2016!

Non stiamo qui a celebrare una preparazione al Natale…no! Avvento è tempo di attesa di un compimento che, nel Natale, ha una sua rassicurazione. Dio è sempre fedele alle sue promesse e fu fedele alle promesse fatte ad Israele e superò, con la sua venuta nella carne ogni più audace speranza.

Chi, infatti, avrebbe mai potuto solo ipotizzare l’incarnazione? Chi avrebbe potuto pensare che la promessa dell’Emmanuele (cfr Is 7, 14) sarebbe giunta ad un “con noi” tanto radicale e sconvolgente?

Quel che a Natale contempliamo a Betlemme ci riempie ancora di stupore ma vuole soprattutto gridarci che ci si può fidare di dio e delle sue promesse. Esse sempre si compiono e si compiono anche e soprattutto al di là delle nostre capacità di immaginarne l’ampiezza e la profondità.

L’Avvento è tempo di sguardi che devono andare lontano, devono penetrare nel profondo il futuro di Dio, quello che appartiene solo a Lui e che Lui ha promesso. Quel futuro di Dio che è il ritorno di Gesù Signore e Messia. I cristiani non sono gente che si crogiola di un apssato glorioso e che fa sforzi morali in un presente che cerca di rendere migliore! No! E’ poco! I cristiani sono gli uomini dell’attesa di un ritorno che sarà un futuro di bellezza, di giustizia, e di pace (l’ha detto con il suo linguaggio l’oracolo del Libro di Isaia che oggi si legge quale prima lettura); non però le bellezze che noi sappiamo plasmare, non la giustizia che sappiamo realizzare noi che, come dice la sapienza biblica, è sempre “un panno immondo” (cfr Is 64,5), non la pace mondana che è, nella migliore delle ipotesi, solo assenza di guerra …

L’Avvento ci pone in istato di vigilanza dell’opera di compimento che Dio farà nella nostra storia attraverso Gesù Cristo e la sua signoria sulla storia, quella signoria conquistata a “caro prezzo” nel suo sacrificio d’amore. “Se è risorto tornerà – cantiamo in un inno pasquale – e allora ogni creatura il volto suo conoscerà”! Sì, tornerà. L’Avvento è tempo in cui la Chiesa è chiamata a scuotersi dalla tentazione del “presente”; dalla tentazione, cioè, di rinchiudersi in un presente in cui tutto si risolva divenendo orizzonte dei propri orizzonti. La liturgia della Parola di questo Anno A (in cui ci sarà guida l’Evangelo di Matteo) si apre con le parole del Libro di Isaia: “Alla fine dei giorni” … è necessario puntare lo sguardo al compimento per sentirne tutto il peso di salvezza per il presente, affondando le radici della fiducia nel passato in Dio ha sempre trasceso inimmaginabilmente le sue promesse adempiendole.

Gesù, nella pagina di oggi di Matteo, inizia il suo discorso riferendosi ai tempi di Noè; lì il racconto del Genesi si riferisce subito alla malvagità degli uomini, a quella malvagità che sta per “sommergere” tutta la storia; qui però Gesù non fa riferimento alla malvagità dell’uomo ma al fatto che spesso l’uomo vive superficialmente e “senza sospetto”. Come ai tempi di Noè c’è rischio – dice Gesù – che si viva preoccupandosi poco (o niente!) del fondamentale che è la relazione con Dio e dunque del senso, e ci si preoccupi invece molto (o solo!) del cosiddetto maledetto “pratico” … il rischio è farsi “affogare” dalle preoccupazioni quotidiane che non sono Dio ed a cui, invece, si dà un culto che è vera offerta della vita. Incredibile! Si ricusa di dare la vita a Dio che puntualmente  ce la restituisce carica di senso e di bellezza e la si offre in olocausto alle cose, agli affanni della vita …

Il rischio – ci dice Gesù all’inizio di questo nuovo Tempo d’Avvento – è vivere ignari del “giudizio” di Dio e tranquilli nelle nostre tranquillità sepolcrali!

Il ritorno del Signore, infatti, ci avverte l’Evangelo, sarà una cernita tra coloro che hanno vigilato e coloro che non si sono accorti di nulla. Ecco allora il richiamo alla vigilanza! Vigilante è chi sta di continuo in uno stato di “all’erta”! E’ la condizione di chi è attento; il vigilante è, chiaramente, all’opposto, di chi non si accorge di nulla e vive “dormendo”. Paolo esorta i cristiani di Roma ad uscire dal pericoloso sonno dell’incoscienza che facilmente diviene abito di tenebra! La vigilanza, ci suggerisce sempre Paolo, è un atteggiamento sobrio, un atteggiamento di chi non siperde nel non essenziale, di chi non anestetizza il proprio profondo, al propria coscienza umana e cristiana. Luca, in un suo passo parallelo circa la vigilanza (siamo in altro contesto) richiama non a Noè ma alla moglie di Lot: “Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà e chi invece la perde la salverà” (cfr Lc 17, 25-33). Luca lì ci suggerisce – e Paolo nel suo testo di questa domenica lo dice con forza – che la vigilanza è la via della croce perché è un rivestirsi di Cristo che tutto si è offerto perdendo se stesso per amore del mondo e del Padre.

Lo sguardo allora deve essere puntato su Colui che attendiamo e sul suo stile … su Colui che verrà come un ladro; la sua venuta imprevedibile ed improvvisa ci deve far vivere ogni giorno colmo della sua santa attesa.

Il testo evangelico di quest’inizio dell’Avvento ha certo una sua durezza; Gesù qui condanna senza appello la cultura dell’indifferenza, della confusione tra bene e male, della stolta miopia che fa del presente l’unico orizzonte di cui teenr conto … Se ci viene da pensare che la misericordia copra tutto, anche le nostre irresponsabilità, tendiamo l’orecchio a questa parola di gesù di oggi che ci vuole porre in una santa inquietudine, che ci dice che la vita è cosa seria perché “passa presto e noi ci dileguiamo” (cfr Sal 90,10). L’Avvento ci dice che la vigilanza è questione di direzione: verso l’incontro con il Veniente, il Figlio dell’Uomo che è venuto e verrà! Sulla “barca” della nostra vita non conta solo remare e faticare, occorre anche dare la giusta direzione.

Mentre si dice maranathà si punti anche, con la vita e non solo con le parole, verso di Lui, verso il Cristo Veniente … verso Lui che ci prende sul serio!

 

  1. Fabrizio Cristarella Orestano



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TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2Sam 5, 1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43

            La liturgia della Chiesa è davvero una grande “parabola” che vuole farci compiere dei passi, ogni anno, per avvicinarci al Regno, perrealizzare il Regno, per giungere alfine al Regno; la meta dell’anno liturgico è, in tal senso, la Solennità di Cristo Re dell’universo.

Certamente è una festa che è nata in un clima storico particolarissimo, infatti Papa Pio XI la introdusse, con l’enciclica “Quas Primas” dell’ 11 dicembre del 1925: mentre si affermavano e nascevano i totalitarismi la Regalità di Cristo voleva gridare ad un mondo, che pareva impazzito,nostra che i regni e i poteri di questo mondo che pretendevano dall’uomo adesioni personali assolute, sono relativi.

Al di là di questo (che comunque è sempre bene tenere ben chiaro nel cuore di ogni vero discepoli di Cristo!) la Solennità di quest’ultima domenica dell’anno ci dice che la meta della nostra vita credente è l’affermazione della Signoria di Cristo nella nostra vita, una meta che non è solo una meta finale ma, dobbiamo dire, è una meta da prefiggersi ogni giorno. Al termine di ogni giorno dobbiamo chiederci con coraggio: “Chi è stato oggi il mio Signore?”, “Chi ha avuto l’ultima parola sulle mie scelte, le mie azioni, le mie parole?”  Quanto più si afferma la Signoria di Cristo nelle nostre vite tanto più viene il Regno … allora stiamo lottando perché quella domanda del “Pater” sia vissuta sì come dono ma anche come responsabilità: “Venga il tuo regno!

Il regnare di Dio nella storia è l’opera di ricapitolazione che Cristo Gesù ha realizzato con la su avita e con la sua Pasqua; Gesù, cioè, è venuto a reintestare (il verbo greco “anakephalèo”) tutto al Padre, a reindirizzare tutto a Colui che è il fine di tutto … l’uomo aveva voluto intestare tutto a se stesso ed il peccato era stato la via di questa deviazione della destinazione originale del creato; Gesù con il sangue della sua croce, con il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1), ha reindirizzato tutto di nuovo a Dio (cfr Ef 1,10); questo senso della reintestazione, purtroppo,  è del tutto perduto, a mio modesto avviso, nella nuova traduzione italiana di questa pagina paolina.

Cristo è fatto Signore dell’universo perché tutta quest’opera di salvezza, di reintestazione, possa avvenire. Riconoscendolo Signore e Re la storia si plasma verso il Regno di Dio.

L’evangelo di questa solennità in questo ciclo C (che oggi si conclude) ci dice che la  regalità di Gesù si può riconoscere solo sulla Croce e può essere riconosciuta solo da chi ha il coraggio di stare accanto a Lui sulla croce.

La scena della crocifissione di Luca ha una sua logica stringente, una logica che ci mette con le spalle al muro. L’umanità schernisce il Crocefisso, tutta l’umanita! Infatti troviamo come schernitori i rappresntanti di Israele, popolo santo di Dio ed i soldati che sono romani e dunque rappresentano le genti; la cosa terribile è che lo scerniscono su ciò che davvero il Crocefisso è: il Salvatore! Non capiscono;  non non riescono ad accedere alla verità incredibile che il Salvatore sia uno che non salva se stesso.

I capi del popolo lo sfidano ricordando le sue azioni miracolose (Ha salvato gli altri, salvi se stesso …), i soldati lo deridono proprio sulla sua pretesa regalità (Se sei il re dei Giudei, salva te stesso …). E’ quella regalità proclamata dal titulum posto sul suo capo: Questi è il Re dei Giudei! Una grande, infinita verità ma posta in una logica paradossale: un re crocefisso è un assurdo perché la croce è il supplizio dello schiavo. Gesù è re perché si fa schiavo per amore.

Chi è che capisce questa regalità paradossale è uno dei malfattori appesi anch’essi alle loro croci. Uno di loro si unisce agli insulti di tutti e anche lui ripete le parole di sfida circa la salvezza: Gesù salvi se stesso e loro che sono crocefissi come Lui.

L’altro malfattore è diverso!

Luca sottilmente ci dice che non basta essere crocefissi per riconoscere il Crocefisso, è necessario qualcos’altro. E’ necessario riconoscere una vicinanza e riconoscere un altro tipo di salvezza. Il cosiddetto buon ladrone prima cosa ha accesso alla verità su di sé e sulla propria storia disgraziata, sa d’aver bisogno di essere salvato non dalla croce in primo luogo ma dalla sua fragilità e miseria, dai suoi peccati … il buon ladrone è l’ultimo di una galleria che Luca ci ha presentato in tutto il suo evangelo dal pubblicano della parabola (cfr 18,9-14) al cieco di Gerico (cfr 18, 35-43), a Zaccheo (cfr 19, 1-10) … fa parte di quella galleria di poveri che hanno accompagnato il cammino dell’Evangelo da Zaccaria ad Elisabetta (cfr 1,5ss), al vecchio Simeone (cfr 2,25-35), a Pietro (cfr 5, 1-11) … è parte di quei piccoli a cui è rivelato il Regno (cfr 10, 21-24); ai grandi il Regno resta nascosto ed infatti i capi ed i soldati sono incapaci di leggere il paradossale Re crocefisso … è nascosto anche al primo ladrone che vuole una salvezza secondo i suoi parametri perché è uno che si fa grande persino sulla croce tanto da voler insegnare e dettare le sue leggi …

L’altro ladrone sente che quel Crocefisso accanto a lui è vicinissimo, è prossimo tanto che è l’unico in tutti gli evangeli che chiama Gesù semplicemente per nome e contemporaneamente sente che è davvero re nonostante le beffe che ascolta sulla sua pretesa. E’ un re che può aprirgli l’oltre, è uno che, incredibilmente, ha un regno. Per sé questo ladro chiede solo una cosa semplice ma grandissima: Ricordati di me!

Ricordate Zaccheo? Nel suo nome, nel significato del suo nome, portava questa certezza: Dio si è ricordato; quel Dio l’è andato a cercare sul suo albero di sicomoro perché si è ricordato di lui. Il buon ladrone dall’albero della sua umile croce chiede al Re Crocefisso di ricordarsi di lui misero ladro perduto … e Gesù gli spalanca un oggi di paradiso; Gesù trasforma quell’oggi di orrore fatto di insulti, sofferenza, sangue e morte in un oggi di pace, di intimità con il Re dell’universo, con il Re che dà senso a tutto. Il “paradiso”, nella tradizione dell’antico vicino oriente, era il giardino intimo del re, il luogo di delizie in cui hanno accesso i familiari, gli amici, gli amati.

Il primo santo entra nella gloria del Signore e a noi è indicata una via per riconoscere la signoria di Cristo nelle nostre vite, una signoria che ci spalanta le vie del senso, dell’intimità con Cristo … attraverso la via costosa della croce. Per entrare nella sua signoria è necessario essere crocefissi non per morire soffocati dalle proprie pretese grandezze e dai propri peccati, come il ladrone che insulta, ma per far morire l’uomo vecchio, quelloc he si oppone a Dio e all’amore fino all’estremo. La croce del primo ladrone è una croce di buio e disperazione, quella del secondo ladrone è una croce, certo dolorosa e costosa, ma che apre l’immenso perché è davvero quella di Cristo, quella su cui Lui è venuto ad inchiodare la nostra condanna; amandoci e dando senso a tutta la storia.

Ad un Re così ci si può e ci si deve consegnare!




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TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

“Ci si salva solo donando la vita!”

 

Mal 3,3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

 

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia.

Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto e la vita della Chiesa è sì fiorente ma minacciata; già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo)…la fine del Tempio per Luca (come per tutto il NT) è segno doloroso ma potente della novità che è Cristo e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo Tempio che è il Cristo crocefisso e risorto vivente nella Chiesa.

Il discorso di Gesù nel passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per grandiosità del Tempio e per le sue bellezze ed è detto “grande apocalisse lucana” mentre al capitolo 17 avevamo incontrata la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude con la morte.

Certamente è il discorso più difficile dell’Evangelo lucano; per il suo linguaggio, per il suo genere letterario ma la difficoltà è aggravata dal fatto che si legge spesso con un’angolazione sbagliata. Si pensa di dover andare con la mente ai soli fatti conclusivi della storia; in realtà il discorso parte sì dal ritorno certo del Signore e dal suo giudizio ma poi punta l’attenzione sul presente in cui vivono i cristiani. Il ritorno del Signore dà luce a tutto ma, sul quell’evento, c’è poco da dire, bisogna solo attenderlo con fiducia. Quello che invece importa a Luca e dire qualcosa di importante sul “frattempo” che la Chiesa vive e vivrà fino a quel ritorno. Come affrontare la storia? Come viverla? Ecco il modo per leggere questo testo!

Tutto parte da una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni in ogni “oggi” della storia, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere; qui Gesù ci narra come sarà la storia e come in essa dovranno vivere coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo, come potranno e dovranno camminare.

La storia certo ha un senso, cioè una direzione, e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma neanche parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole di promessa di una vicinanza provvidente che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Questa salvezza ha dunque il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne e questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che anestetizza i credenti e li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede.

La prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno…menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio; pensiamoci… il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente presentandosi come un dio che chiede adesione: Molti verranno nel mio nome dicendo IO SONO…NON SEGUITELI!

Io sono”: è il santo nome di Dio ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare.

Gli idoli chiedono sequela (e lo fanno con seduzione potente e noi tutti lo sperimentiamo ogni giorno!) ma Gesù ammonisce: Non seguiteli! Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo Seguitemi! (cfr 5,11.27; 9,59; 14,27…) qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo a tale proposito è l’uso del suo nome; il credente può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo invece di farsi servo di quel santo nome. Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati “a causa del mio nome“. E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4,12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro…

Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione, se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo, ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, la parola quella della croce (cfr 1Cor 1,18) allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da un tanfo diabolico, quello della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante e sicure che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli…dagli amici. E’ terribile ma a tal segno arriva l’odio del mondo per chi lo contraddice! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: come dicevamo, quando scrive l’Evangelo, è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli) e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti (l’ “iupomonè” di cui Gesù oggi parla è proprio la pazienza perseverante che è il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno, è la “resistenza”); insomma è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita! (cfr Lc 9,24)

Questa fu la via di Gesù e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona, capace di perdere la vita.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

 

 

 

 

 

 

 




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TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Di chi sarà moglie nella risurrezione visto che tutti e sette l’hanno avuta in moglie?

2Mac 7, 1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2, 26-3,5; Lc 20, 27-38

            Al cuore di questa liturgia c’è la fede nella risurrezione che, per noi discepoli di Cristo è il cuore della fede. Dalla nostra fede nella risurrezione, e quindi dalla nostra concezione della morte, dipende tutto il senso del quotidiano; c’è poco da fare. Che senso avrebbe una vita che finisce nel nulla, nella polvere come esito ultimo e definitivo dell’esistenza di ogni uomo? Possibile che tutti i nostri sogni, tutti i nostri desideri di voli alti e luminosi, tutti i nostri amori, tutta la bellezza che sentiamo annidarsi dentro di noi, tutti i nostri legami, tutta la nostra sete di verità e di giustizia possano finire in un nulla senza remissione?

La grecità con il suo dualismo esasperato aveva pensato all’immortalità dell’anima; prima una forma di sopravvivenza umbratile e indifferenze (pensiamo alla scena dell’Odissea della discesa di Ulisse negli inferi e al suo incontro con la madre), poi col passare dei secoli giunse ad una sopravvivenza legata ai meriti e ai demeriti vissuti nella propria storia.

Il mondo biblico pure vive un’evoluzione: dalla negazione di un’oltretomba, alla percezione di uno sheol (gli inferi) indifferenziato, fino ad una retribuzione post-mortem; ma tutto è teso all’idea radicale della riserruzione; questa idea scaturisce direttamente dalla concezione unitaria dell’uomo, che la mentalità semitica ha nel profondo. L’uomo è il suo corpo e la vita dopo la morte non può che tendere a questa unità perché noi siamo questo.

Ai tempi di Gesù i sadducei (classe aristocratica sacerdotale da cui uscivano sempre i Sommi Sacerdoti, per lo meno dal 6 a.C. al 70 d.C.) negavano la risurrezione, come negavano tutte le realtà spirituali (per esempio gli angeli); la loro era una concezione molto materialistica della fede: tutto si risolveva qui ed il benessere qui è frutto della vita di pietà e di obbedienza alla Torah. Sono questi sadducei che, nell’Evangelo di questa domenica, Luca pone dinanzi a Gesù per provocarlo … con la loro razionalità cercano di mettere in difficoltà Gesù portando al ridicolo qualunque fede nella risurrezione. Evidentemente sanno che Gesù, come i farisei, loro “nemici”, ha fede nella risurrezione della carne. La via che usano è un esempio: una donna che sposa sette fratelli secondo la legge del “levirato” (cfr Dt 25,3ss; da “levir” che significa “cognato”).

Di chi sarà moglie nella risurrezione visto che tutti e sette l’hanno avuta in moglie?

            Gesù è molto originale nella sua risposta; non percorre l’usuale metodo rabbinico che oppone parola a parola sullo stesso tema; non cita testi che alludano alla risurrezione, come il famosissimo testo di Giobbe in 10,11 o quello di Ezechiele in 37,8 o anche quello dal Secondo libro dei Maccabei che oggi costituisce la prima lettura. Niente di tutto questo. Gesù va invece, al cenro della Scrittura, ad un testo che ha al cuore Dio e la sua rivelazione. E’ il testo del Roveto ardente in Esodo 3.

Per Gesù la risurrezione non può essere ridotta ad una questione di esegesi e di dispute tra diversi pensieri, opinioni o diverse scuole. Per cogliere la verità della risurrezione si deve andare a contemplare Dio ed il suo amore fedele. Gesù, infatti, parte dalla fedeltà di un Dio che si rivela a Mosè come il Dio dei Patriarchi che chiama per nome: Abramo, Isacco e Giacobbe. La “prova” della risurrezione (se di “prova” si può parlare!) è Dio stesso ed è il legame che Lui ha voluto creare con l’uomo. Dio è pienezza di vita ed ha voluto condividere questa vita con l’uomo al quale chiede di conoscerlo, di servirlo e di amarlo. Questa creatura straordinaria che è l’uomo, a tal punto legata a Dio, non può cessare di esistere con la morte. Una creatura così partecipa della pienezza della vita; una pienezza di vita che non può non toccare tutto ciò che l’uomo è, tutte le sue fibre, tutto il suo corpo. L’uomo, così ci dice Gesù, oltre il buio passaggio della morte, è chiamato all’eternità.

Per Gesù la certezza della risurrezione riposa in Dio stesso e nel suo amore fedele con cui si è voluto legare a noi uomini fin dall’ “in-principio”. Fin dalla creazione questa è stata la via di Dio per l’uomo; all’epoca dei Patriarchi, ci suggerisce Gesù con la sua citazione, questa fedeltà era già consegnata all’uomo; non importa che gli uomini non ne avessero colto tutte le sfumature.

Certamente non è un caso che ai Sadducei (che per le loro dottrine si rifacevano alla sola Torah) Gesù opponga un testo che citi i Patriarchi e che è rivelato a Mosè, “autore” della Torah.

L’Evangelista, che scrive il racconto di questa disputa  con la brillante risposta di Gesù, in più ha una coscienza che in quella disputa non poteva entrare: la Croce e la Risurrezione di Gesù! Nella Croce e nella Risurrezione quell’amore fedele di Dio risplendette in tutta la sua ampiezza … il Dio narrato sulla Croce e nella Risurrezione di Gesù è fedele all’uomo tanto da scendere nelle profondità buie ed abissali della sua morte; come credere ancora alla morte dopo la sua vittoria?

I discepoli di Gesù possono dire, all’indomani della Pasqua, “vivo ma non vivo più io, ma Cristo vive in me” (cfr Gal 2,20) e l’uomo, a cui è data questa incredibile possibilità, può mai finire nella morte?

Certo, la risurrezione, dinanzi alla fredda ragione, resta indimostrabile ed inverosimile … è il legame d’amore che lega il credente a Gesù che impone, dall’interno, questa fede. Quel Gesù che è sceso agli inferi a cercarci nella nostra morte e che da lì è risorto per l’amore fedele del Padre suo, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, un giorno ci porterà con Lui, attraversando col suo amore fedele la nostra morte, verso la vita senza fine che afferrerà tutta la nostra carne! Nel Quarto Evangelo Gesù dice con ferma chiarezza che dove Lui sarà, sarà anche il suo discepolo, il suo amico (cfr Gv 12,26; 14,3).

Che consolazione! Lui verrà e ci porterà con sé. Il discepolo ha questa speranza: qualunque cosa succeda noi apparteniamo a Gesù. “Chi potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù?”(cfr Rm 8,38). Lui ha legato per sempre gli uomini a sé … e se noi discepoli lo sappiamo e lo sperimentiamo già qui, noi sappiamo pure che questo si dilata a tutti gli uomini, quelli di ieri, quelli di oggi e quelli di domani, a quelli che non lo hanno conosciuto o non lo conoscono, a quelli a cui abbiamo impedito l’accesso alla fede con la nostra poca credibilità … a tutti …

Scriveva von Balthasar: “Noi dobbiamo sperare per tutti” e questo perché contemporaneamente crediamo per tutti ed amiamo per tutti.

Il Salmo 136 canta con meravigliosa monotonia: “Eterno è il suo amore” … dunque se il suo amore è così, se il suo amore è eterno, noi che siamo amati dureremo, con Lui, nei secoli dei secoli.




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