TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mal 3,3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto (siamo dopo il 70) e la vita della Chiesa è sì fiorente ma minacciata, già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo) … la fine del Tempio per Luca (come per tutto il NT) è segno potente della novità che è Cristo e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo tempio che è il Cristo crocefisso, risorto e vivente nella Chiesa.

            Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per grandiosità del Tempio e per le sue bellezze ed è detto “grande apocalisse lucana” mentre al capitolo 17 avevamo incontrata la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere; qui Gesù ci narra come sarà la storia e come in essa coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo potranno e dovranno camminare.  

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma neanche parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole che promettono una vicinanza provvidente che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Questa salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne e questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che da un lato anestetizza i credenti e dall’altro li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno … menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio; pensiamoci … il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente presentandosi come un idolo che chiede adesione: Molti verranno nel mio nome dicendo io sono … non seguiteli!Io sono”: è il santo nome di Dio ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare; gli idoli chiedono sequela (e lo fanno con seduzione potente e noi tutti lo sperimentiamo ogni giorno!) ma Gesù ammonisce: Non seguiteli! Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo Seguitemi! (cfr 5,11.27; 9,59; 14,27…) qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo a tale proposito è l’uso del suo nome; il credente può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo invece di farsi servo di quel santo nome. Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati “a causa del mio nome“. E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4,12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro …

Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione, se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo, ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, “la parola quella della croce” (1Cor 1,18) allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli … dagli amici. E’ terribile ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: come dicevamo, quando scrive l’Evangelo, è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli) e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti (l’ “iupomonè” di cui Gesù oggi parla è proprio la pazienza perseverante che è il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno, è la “resistenza”); insomma è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

 

                                            P.Fabrizio Cristarella Orestano

Rovine del Tempio di Gerusalemme (foto)

 

 

 

TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38

La morte: la grande contraddizione. L’orrore che fa da muro ad ogni nostra presunzione, la diga che argina ogni nostra autosufficienza, la domanda che cerca instancabilmente un senso alla storia ed alle nostre piccole storie.

Gesù, nel passo dell’Evangelo di questa domenica, viene sfidato proprio sul terreno terribile della morte: su quel terreno su cui avverrà lo scontro finale tra l’amore misericordioso di Dio e l’odio del mondo che inchioderà il profeta di Nazareth, per la morte, su di una croce.

Questa volta, in questo episodio del racconto di Luca, la domanda da cui tutto scaturisce è posta a Gesù non dai soliti Farisei ma dai Sadducei; sono loro i provocatori: uomini di una classe ricca, aristocratica, fatta prevalentemente da sacerdoti del Tempio che credono più all’oggi pieno del loro potere politico ed economico che a qualunque altro futuro affidato ad altre mani, siano pure quelle di Dio. Questi non perdevano occasione per mettere in ridicolo l’ “assurda” credenza nella risurrezione dei morti. Cosa c’è di più evidente della morte e della sua definitività? Ecco ancora un’occasione per mettere in ridicolo i loro avversari; lo fanno con un esempio “grottesco”: una donna, sette fratelli che tutti la sposano …”se si risorge di chi sarà moglie?” I Sadducei si basano qui su una parola della Torah che nel Libro del Deuteronomio (25,5ss) stabilisce la cosiddetta legge del “levirato” (dalla parola ebraica “levir” che significa “cognato”); una legge tesa a garantire a tutti una discendenza, anche a chi ne moriva privo; questo sia per motivi religiosi (partecipare alla benedizione di fecondità data ad Abramo) sia per motivi più terreni come la conservazione dell’eredità.

Di fronte alla loro domanda tesa a screditare sia i nemici Farisei, sia lo stesso Gesù, questi risponde prima affermando il loro errore, sia dimostrandolo con un procedimento tipicamente rabbinico ma non privo di forza.

Gesù, prima cosa, mostra ai suoi interlocutori che il loro parlare è davvero banale e risibile. Non è risibile la fede nella risurrezione ma è risibile il loro pensare ad una risurrezione come prolungamento ed estensione del presente della storia; l’eternità cui l’uomo, tutto l’uomo (perciò si parla di risurrezione e non di immortalità dell’anima!), è chiamato dall’amore fedele di Dio, non è a “immagine e somiglianza” della storia … è una dimensione oltre la storia in cui non ci sarà più bisogno del matrimonio per garantire la  vita. La vita sarà custodita non dalla generazione ma dall’amore di Dio, sarà una vita che più non passa. La morte esige il generare, oltre la morte non occorre più generare. Si badi bene che il discorso di Gesù non svaluta il matrimonio ma lo pone con la sua grandezza al suo posto reale, all’interno della storia. Il matrimonio è profezia dell’amore e della vita e nell’eterno non avranno più bisogno d’essere profetati perché li possederemo.

Poi Gesù trae dalla Scrittura un argomento che sente come una prova: si rifà alla scena del Libro dell’Esodo in cui il Signore, dal roveto ardente, parla a Mosè e si definisce Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (cfr Es 3, 15). Per Gesù lì è la forza della certezza della risurrezione: Dio ha un legame così straordinario con gli uomini da farsi chiamare Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! L’argomento di Gesù è netto: Dio non avrebbe mai detto così riferendosi ad uomini precipitati per sempre nella morte … se così fosse sarebbe un Dio dei morti e non dei viventi. La Scrittura invece ci narra di un Dio creatore della vita, amante della vita e custode delle vita degli uomini e del cosmo; il Dio, fedele all’alleanza che ha stretto con quegli uomini, è il Dio d’una fedeltà che non può essere vinta neanche dalla morte. Il Dio dell’Alleanza fa dell’uomo una creatura capace di conoscerlo, di amarlo, di costruire la sua esistenza attorno a Lui e finalizzata a Lui. Se l’uomo è così legato a Dio, se l’uomo appartiene così a Dio, se l’uomo è colui che di Dio può dire E’ Lui il mio Dio! (cfr Es 15,2), questa creatura non può cessare di esistere. Questa creatura straordinaria che è l’uomo non può non partecipare alla pienezza di vita che Dio ha, che Dio è. Questa creatura è tanto amata che Dio non può permettere che sia caduca tanto da affondare in una morte senza scampo. 

Per Gesù la certezza della risurrezione è fondata sul legame d’amore con cui Dio ci lega a sé.

Certo, noi cristiani abbiamo un argomento in più rispetto a Gesù, anzi, abbiamo l’argomento decisivo e definitivo: la sua stessa Risurrezione! Nella Risurrezione di Gesù il Padre dà la risposta a tutte le paure dell’uomo di rimanere per sempre prigioniero della morte, nella Risurrezione di Gesù il Padre ci ha detto che dalla morte ci salva solo l’amore: l’amore che Lui ha per noi, l’amore come quello di Gesù suo Figlio, che è tale da non poter finire nella morte! Perché più forte della morte è l’amore: infatti la morte è disgregazione, spezzamento di vicinanze, l’amore invece è unità, è comunione, è dono dall’alto che vuole solo la vita dell’altro

Se qui Gesù proclama che Dio è il Dio dei viventi, nella sua Risurrezione ci porta per mano per farci attraversare la morte con amore, nell’ amore, nell’offerta di sé, nella restituzione puntuale a Dio di ciò che noi siamo, ci porta per mano in una terra di vita in cui Dio tutto ci restituirà: pienezza di vita, il nostro corpo, i nostri amori, le persone e le realtà che abbiamo amate … tutto, tutto … il Dio della vita ama tutto ciò che vive e tutto custodisce per la vita, nulla vuole che sia consegnato per sempre alla morte.

E’ questa la speranza che nutre i nostri cuori di credenti, è questa la consolazione che in Cristo Gesù ci è data in modo definitivo, come scrive Paolo nel tratto della Seconda lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi abbiamo letto. L’Apostolo qui è certo della fedeltà del Signore che conferma la sua Chiesa, ma è certo anche di un’altra cosa “realistica” e “misteriosa”: Non di tutti è la fede. Sì, se siamo capaci di credere, di  fidarci, di aderire vitalmente a Lui anche nel buio della storia, anche nell’attraversare la valle scura della morte, è solo per un dono di Grazia; un dono che ci rende depositari di una grande responsabilità. Una certezza, quella della nostra fede, che non ci deve vedere arroganti o presuntuosi destinatari di un aristocratico privilegio, ma umilmente chini nello stupore di qualcosa che abbiamo solo ricevuto in dono. Tanti nostri fratelli per la loro vita, per le loro vicende, per i loro pesi, per i loro dolori, per le loro umane incapacità strutturali “non possono credere”… questo noi dobbiamo saperlo per essere anche per loro un umanità nuova e , come diceva il grande von Balthassar, per credere per tutti, amare per tutti, sperare per tutti!

La morte: muro terribile di fronte al quale si gioca la nostra capacità di credere per davvero, di fidarsi del Dio della vita che è  più potente dei vincoli orrendi della morte. Noi cristiani abbiamo un tesoro di speranza da consegnare al mondo. Un tesoro che Gesù ci ha messo nelle mani non per possederlo come nostra consolazione ma per farci essere consolazione per il mondo che non crede, non spera, non ama.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Artisti vari e maestranze: Abramo, Isacco e Giacobbe (mosaico nella cupola del Battistero di San Giovanni, Firenze) (1225-1330)

TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

 Sap 11,2 -12,2; Sal 144; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10

 Eccolo qui il pubblicano della parabola di domenica scorsa … prende carne, identità … si chiama Zaccheo e non è solo pubblicano è addirittura “archipubblicano”, cioè capo dei pubblicani e abita a Gerico …

            Alla fine dal capitolo precedente Gesù è entrato a Gerico e ha fatto un miracolo fortemente simbolico, ha aperto gli occhi ad un cieco mostrando che la luce può far irruzione nelle tenebre e ora, attraversando la città, nell’incontro con Zaccheo, mostra come la luce può trasformare anche le tenebre più fitte o quelle che noi crediamo più fitte ed impenetrabili. Zaccheo, come il cieco, desidera vedere Gesù e per vederlo sale su di un sicomoro … Zaccheo è sì un “grande” nella sua città (è archipubblicano!) ma è piccolo di statura e cerca di superare il proprio limite e quello che gli altri (la folla) creano per lui per poter vedere Gesù. I verbi del “vedere” sono centrali in questa narrazione: Zaccheo vuole vedere Gesù e poi scoprirà di essere visto da Gesù, anzi il verbo che Luca qui usa si  può tradurre con  “sollevare lo sguardo osservando”

            Il desiderio rozzo di Zaccheo di vedere Gesù certo non è sufficiente per conoscere Gesù ma è sufficiente perché Gesù si faccia conoscere da lui. Il suo desiderio è comunque la porta aperta attraverso cui lo sguardo luminoso di Gesù può giungere a Zaccheo; era lontano e Gesù si è fatto vicino, era estraneo e Gesù desidera entrare nella sua intimità: Oggi devo fermarmi a casa tua. Tutto in questa espressione di Gesù è carico di senso: prima cosa c’è la connotazione dell’ “oggi”, tema carissimo a Luca che ne farà come un filo d’oro in tutto il suo Evangelo. Dall’ “oggi” degli angeli del Natale (Oggi è nato per voi un Salvatore che è Messia Signore 2,11) alla prima autopresentazione di Gesù a Nazareth quando, dopo aver letto il rotolo del profeta Isaia, dice Oggi si sono compiute queste parole che avete udite (4,21) e fino alla scena della croce in cui al ladro appeso accanto a Lui  Gesù dirà: Oggi sarai con me nel paradiso.

             Per Luca è un tema teologicamente carico: è l’ “oggi” di Dio in cui, nell’incontro con Lui, la storia di ogni uomo può prendere il sapore dell’eterno, il Regno si fa accessibile in un “oggi” che è svolta del tempo. Alla fine di questo episodio Gesù ribadirà la realtà di questo nuovo tempo per Zaccheo e per chiunque lo accolga: Oggi la salvezza è entrata in questa casa. Nella prima frase che Gesù rivolge a Zaccheo c’è ancora una parola densissima: Oggi devo fermarmi a casa tua. “Devo”… è la stessa parola che è usata per annunciare la necessità della passione. La necessità di Dio è stare presso l’amato, è la necessità della croce, della prossimità ai peccatori; questa è cosa essenziale alla missione di Gesù: Devo fermarmi a casa tua. Zaccheo assaggia le “primizie” di questa “necessitas passionis”!

            Anche l’ultima parola è bellissima: Oggi devo rimanere a casa tua. E’ il verbo (carissimo all’autore del IV Evangelo) che significa “restare”, “dimorare” e che Luca userà per le parole dei discepoli di Emmaus: Rimani con noi perché si fa sera (Lc 24,29)Non si tratta allora di un semplice fermarsi, di un “far tappa” da lui. Gesù entra in quella casa per rimanervi, per dimorarvi; ecco perché alla fine del’episodio potrà dire: Oggi la salvezza è entrata in questa casa! E’ la vicenda di ogni uomo che, consapevole o inconsapevole, cerca Dio perché cerca  altro e si serve di sicomori più o meno fortunosi; è quella ricerca in cui si fa strada un’altra ricerca, quella di Dio, che, preesistente a quella dell’uomo, finalmente trova una porta aperta attraverso cui far passare il suo sguardo e far sentire la sua voce che chiama per nome: Zaccheo!  Un nome che può avere un duplice significato: infatti può significare “puro” oppure, se diminutivo del nome Zekharyah, può significare “Dio ricorda”… Quando Dio si ricorda di noi ci fa puri, ci dona la possibilità di esserlo per sua grazia. Ed è quanto avviene a Zaccheo!

            Quando Gesù alza il suo sguardo su Zaccheo appollaiato sul sicomoro, non gli ha chiesto nulla se non ospitalità nella sua casa, chiedendo di entrarvi e rimanervi; non gli chiesto direttamente una conversione; questa sarà solo il frutto di quello sguardo (dal basso!) e di quelle parole cariche di promessa. Scendendo dal suo sicomoro Zaccheo rinasce; l’ archipubblicano muore e nasce il discepolo capace di sentirsi, come ogni vero discepolo, un “peccatore perdonato”; capace di separarsi da ciò che lo rendeva schiavo (il danaro che riscuoteva per Roma e che rubava per sé); capace di non lasciarsi neanche fermare dalle parole malevole della folla che, criticando Gesù, disprezza come sempre lui identificandolo con il suo peccato. Proprio dinanzi a questa folla che mormora e disprezza Zaccheo ha il coraggio di proclamare l’uomo nuovo che è: la sua ricchezza la condivide con i poveri e ciò che ha frodato lo restituirà al quadruplo  La parola di Zaccheo è piena di due cose: di verità e di fiducia in Dio. Benedetta verità! Così rara! Zaccheo non ammanta l’amara  verità delle sue frodi con belle parole e non la copre con la pur lodevole carità per i poveri; ormai lo sa: la carità è una cosa e ripristinare la giustizia è un’altra cosa! Con i suoi atti Zaccheo mostra che si fida di Dio: pensiamoci, gli resterà ben poco se la sua ricchezza era frutto delle sue frodi. Ma ormai Zaccheo è un uomo libero perché ha compreso che Dio si è davvero ricordato sempre di lui, anche nelle sue lontananze e iniquità.

            Anche in questo bellissimo episodio Luca ci mostra  che  il cammino del Buon Samaritano prosegue; infatti il Figlio dell’uomo salendo a Gerusalemme trova ancora un povero ferito (ironicamente è un ricco!) e se ne fa carico perché entri luce nelle sue tenebre e pace nel suo cuore. La scena che Luca ci consegna è tutta pervasa da una sottile aria di gioia: Zaccheo accoglie Gesù con gioia e ci pare quasi vedere Gesù afferrato dalla stessa gioia quando coglie l’irrompere della luce e della pace in quell’esistenza carica di possessi ma priva di vita.

            Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Solo se ci annoveriamo coraggiosamente tra i perduti saremo cercati e salvati; solo se avremo il coraggio di perdere la faccia dinanzi al mondo arrampicandoci su di un sicomoro.

 

                      P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

TUTTI I SANTI

TUTTI I SANTI

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5, 1-12a

Quando pensiamo ai “Santi” siamo tentati di pensare ai perfetti, a cristiani angelici, liberi dalle pastoie della nostra fragile umanità.

E’ una delle vie con cui il cristianesimo è stato reso innocuo dagli stessi cristiani; è stato addolcito perché non ferisse il cuore; perché l’ uomo vecchio rimanesse ben saldo e piantato nella storia a fare i suoi affari più o meno loschi rimanendo con l’etichetta di cristiano. E così la santità è diventata l’eccezione, la straordinarietà. Quante volte sentiamo la stolta espressione Sono un uomo non sono un santo! Come se si potesse essere davvero uomo senza essere santo!

Essere santo non è altro dall’essere uomo, vorrei dire che la santità è la pienezza dell’umanità; Gesù non è venuto a indicarci una via sovrumana ma una via umanissima, quella che Lui stesso ha percorso!

Oggi la Chiesa contempla la Communio sanctorum: noi i santi in cammino  nella storia, contemplando quelli che hanno compiuto il loro cammino e sono alla meta, sentiamo con loro una straordinaria cosa in comune: noi e loro  apparteniamo a Dio, siamo altro dal mondo, siamo distinti. E questo non in maniera arrogante o elitaria, ma per grazia, per essere seme di santità per il mondo. Santo (in ebraico kadosh) significa “altro”, “distinto”, “separato” (la kedushà è il taglio del cordone ombelicale!)… Il santo, come Dio (Lv 19,2) è  altro rispetto al mondo e alle sue logiche.

La pagina evangelica delle Beatitudini nella versione di Matteo, che oggi si proclama in tutta la Chiesa, è una pagina che certo non risponde alle attese che tanti avevano su Gesù. Dinanzi a Lui c’erano attese e domande morali … Gli stessi apostoli, dopo la Risurrezione, ancora mostrano queste attese: Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? (At 1,6) o altri avevano chiesto Che debbo fare per avere la vita eterna? (Mt 19,16) quasi volendo dei  precetti che potessero instaurare un alto ordine morale.

Gesù con le Beatitudini non intende fare nulla di ciò; non è il proclama di un ordine nuovo nella storia, non è risposta alla “maledetta” ansia di fare degli uomini religiosi. Gesù qui rivela. Rivela l’uomo nuovo e la qualità della vera gioia. Gesù rivela quello che fa di Lui stesso il Santo di Dio (cfr Gv 6,69), in una gioia diversa da quella del mondo, che lo rende l’uomo nuovo in cammino verso Dio (secondo Andrè Chouraqui, nella sua traduzione francese della Bibbia, la parola greca màkarios, “beato”, corrisponde all’ebraico ashrei che evoca il cammino retto che conduce direttamente al Signore). 

Il beato è “in primis” Gesù. E’ Lui il povero, l’afflitto, l’affamato e assetato di giustizia; è Lui il misericordioso (interessante anche qui la versione francese di Chouraqui che traduce Beati i materni, cioè quelli capaci di un amore viscerale, senza ragioni; un amore tanto grande da essere capace di perdono come quello di una madre. D’altro canto chi è misericordioso dona e custodisce la vita, proprio come una madre!); è Lui il puro di cuore che guarda gli altri non per possederli ma con sguardo trasparente … è Lui il  puro di cuore che non ha il cuore diviso; e Lui il costruttore di pace perché con la sua vita e la sua croce ha fatto pace tra cielo e terra; è Lui il perseguitato per la giustizia perché per realizzare la giustizia del Padre (il suo progetto di amore) si è lasciato oltraggiare e inchiodare alla croce.

Le Beatitudini allora, svelando il volto di Cristo, svelano una via di gioia paradossale di cui i mondo ride. Il mondo però non sa che c’è una moltitudine immensa di uomini e donne che, come scrive Giovanni nel testo del Libro dell’Apocalisse che oggi si legge, seguendo Gesù, il Santo di Dio, sono stati resi vittoriosi (hanno le palme nelle mani) e sono stati resi seme di novità per tutta l’umanità da cui provengono e questo senza distinzione di razza, di popolo, di lingua. Il mondo, scrive sempre Giovanni, ma nel passo della sua Prima lettera, che pure oggi la Chiesa propone, non conosce i santi perché non conosce Dio; per questo il paradosso che essi portano per il mondo è incomprensibile: il mondo non può comprenderlo, né conoscerlo. Il mondo non può immaginare che poveri, afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri, pacifici, perseguitati siano beati, siano gente che avrà la vittoria, siano gente che ha trovato senso … il mondo pensa che la terra è dei ricchi, degli arroganti, di coloro che schiacciano i poveri per i loro interessi, di chi non perdona, di chi è lussurioso, guerriero, persecutore …

Eppure i santi, dice Gesù,  possederanno la terra! E’ lo stesso  paradosso che il Crocifisso ha mostrato al mondo con la sua vittoria! Il Risorto, il Signore è il Crocifisso! Lui il Cristo sulla croce ha sperimentato la povertà, l’afflizione, la mitezza; è stato sulla croce perché affamato e assetato di giustizia; lì, sulla croce, è stato misericordioso perdonando ed amando fino all’estremo, lì è stato puro di cuore, con il cuore unificato dall’amore, senza doppiezze o ambiguità; lì, sulla croce, ha operato la pace (cfr Ef 2,15), lì ha sperimentato l’ingiusta persecuzione.

Il problema della santità (l’unico serio problema per un cristiano!!) è se crediamo che la via debole della croce sia davvero via di sapienza di Dio, se crediamo davvero che la via debole di Cristo con la sua mitezza ed umiltà, sia una via vincente proprio perché così altra da quelle del mondo. Il problema della santità è se questo mondo con le sue vie tortuose, perverse e mortifere, con le sue vie arroganti e “vittoriose” (sempre ammantate di buon senso) ci stia stretto o se, alla fin fine, ci stiamo comodi perché ci siamo adeguati …

Oggi la solenne memoria di  Tutti i Santi ci indica un’altra strada, una strada di compromissione con Colui che chiamiamo Signore, una via che Lui ci indica come beatitudine e che Lui per primo ha percorso … gli prestiamo fede?

Se gli crediamo stiamo nella storia seguendo Lui ed il suo Evangelo , quando sperimenteremo i “no” del mondo che ci porranno ai margini, che ci faranno sentire l’amaro sapore del rifiuto, dell’irrisione quando non quello della persecuzione, allora sapremo che, se per il mondo siamo dei perdenti, per Cristo saremo dei beati perché la storia  darà ragione al Crocifisso perché la sua è via umanissima, perché via d’amore. Una via costosa ma umanissima. In fondo, infatti, l’unica cosa che davvero importa all’uomo per essere uomo è amare ed essere amato.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Beato Angelico: Incoronazione della Vergine e santi (1432 ca.) (Firenze, Galleria degli Uffizi)