Tutti i Santi – Pienezza dell’umanità

ESSERE SANTO NON ALTRO DALL’ESSERE UOMO

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5, 1-12a

 

Quando pensiamo ai “Santi” siamo tentati di pensare ai perfetti, a cristiani angelici, liberi dalle pastoie della nostra fragile umanità. E’ una delle vie con cui il cristianesimo è stato reso innocuo dagli stessi cristiani; è stato addolcito perché non  ferisse il cuore; perché l’uomo vecchio rimanesse ben saldo e piantato nella storia a fare i suoi affari più o meno loschi rimanendo con l’etichetta di cristiano. E così la santità è diventata l’eccezione, la straordinarietà. Quante volte sentiamo la stolta espressione Sono un uomo non sono un santo! Come se si potesse essere davvero uomo senza essere santo!

Essere santo non è altro dall’essere uomo, vorrei dire che la santità è la pienezza dell’umanità; Gesù non è venuto a indicarci una via sovrumana ma una via umanissima, quella che Lui stesso ha percorso!

Oggi la Chiesa contempla la Communio sanctorum: noi i santi in cammino nella storia, contemplando quelli che hanno compiuto il loro cammino e sono alla meta, sentiamo con loro una straordinaria cosa in comune: noi e loro  apparteniamo a Dio, siamo altro dal mondo, siamo distinti. E questo non in maniera arrogante o elitaria, ma per grazia, per essere seme di santità per il mondo. Santo (in ebraico kadosh) significa “altro”, “distinto”, “separato” (la kedushà è il taglio del cordone ombelicale!)… Il santo, come Dio (Lv 19,2) è  altro rispetto al mondo e alle sue logiche.

La pagina evangelica delle Beatitudini nella versione di Matteo, che oggi si proclama in tutta la Chiesa, è una pagina che certo non risponde alle attese che tanti avevano su Gesù. Dinanzi a Lui c’erano attese e domande morali… Gli stessi apostoli, dopo la Risurrezione, ancosra mostrano queste attese: Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? (At 1,6) o altri avevano chiesto Che debbo fare per avere la vita eterna? (Mt 19,16) quasi volendo dei  precetti che potessero instaurare un alto ordine morale.

Gesù con le Beatitudini non intende fare nulla di ciò; non è il proclama di un ordine nuovo nella storia, non è risposta alla “maledetta” ansia di fare degli uomini religiosi. Gesù qui rivela. Rivela l’uomo nuovo e la qualità della vera gioia. Gesù rivela quello che fa di Lui stesso il Santo di Dio (cfr Gv 6,69), in una gioia diversa da quella del mondo, che lo rende l’uomo nuovo in cammino verso Dio (secondo Andrè Chouraqui la parola greca màkarios, “beato”, corrisponde all’ebraico ashrei che evoca il cammino retto che conduce direttamente al Signore).

Il beato è “in primis” Gesù. E’ Lui il povero, l’afflitto, l’affamato e assetato di giustizia; è Lui il misericordioso (interessante anche qui la versione francese di Chouraqui che traduce Beati i materni, cioè quelli capaci di un amore viscerale, senza ragioni; un amore tanto grande da essere capace di perdono come quello di una madre. D’altro canto chi è misericordioso dona e custodisce la vita, proprio come una madre!); è Lui il puro di cuore che guarda gli altri non per posederli ma con sguardo trasparente…il  puro di cuore che non ha il cuore diviso; e Lui il costruttore di pace perché con la sua vita e la sua croce ha fatto pace tra cielo e terra; è Lui il perseguitato per la giustizia perché per realizzare la giustizia del Padre (il suo progetto di amore) si è lasciato oltraggiare e inchiodare alla croce.

Le Beatitudini allora, svelando il volto di Cristo, svelano una via di gioia paradossale di cui i mondo ride. Il mondo però non sa che c’è una moltitudine immensa di uomini e donne che, come scrive Giovanni nel testo del Libro dell’Apocalisse che oggi si legge, seguendo Gesù, il Santo di Dio, sono stati resi vittoriosi (hanno le palme nelle mani) e seme di novità per tutta l’umanità da cui provengono senza distinzione di razza, di popolo, di lingua. Il mondo, scrive sempre Giovanni, ma nel passo della sua Prima lettera, che pure oggi la Chiesa propone, non conosce i santi perché non conosce Dio; per questo il paradosso che essi portano è per il mondo incomprensibile: il mondo non può comprenderlo, né conoscerlo. Il mondo non può immaginare che poveri, afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri, pacifici, perseguitati siano beati, siano gente che avrà la vittoria, siano gente che ha trovato senso…il mondo pensa che la terra è dei ricchi, degli arroganti, di coloro che schiacciano i poveri per i loro interessi, di chi non perdona, di chi è lussurioso, guerriero, persecutore…

Eppure i santi, dice Gesù,  possederanno la terra! E’ lo stesso  paradosso che il Crocifisso ha mostrato al mondo con la sua vittoria! Il Risorto, il Signore è il Crocifisso! Lui il Cristo sulla croce ha sperimentato la povertà, l’afflizione, la mitezza; è stato sulla croce perché affamato e assetato di giustizia; lì, sulla croce, è stato misericordioso perdonanado ed amando fino all’estremo, lì è stato puro di cuore, con il cuore unificato dall’amore, senza doppiezze o ambiguità; lì, sulla croce, ha operato la pace (cfr Ef 2,15), lì ha sperimentato l’ingiusta persecuzione.

Il problema della santità (l’unico serio problema per un cristiano!!) è se crediamo che la via debole della croce sia davvero via di sapienza di Dio, se crediamo davvero che la via debole di Cristo con la sua mitezza ed umiltà, sia una via vincente proprio perché così altra da quelle del mondo. Il problema della santità è se questo mondo con le sue vie tortuose, perverse e mortifere, con le sue vie arroganti e “vittoriose” (sempre ammantate di buon senso) ci stia stretto o se, alla fin fine, ci stiamo comodi perché ci siamo adeguati…

Oggi la solenne memoria di  Tutti i Santi ci indica un’altra strada, una strada di compromissione con Colui che chiamiamo Signore, una via che Lui ci indica come beatitudine e che Lui per primo ha percorso…gli prestiamo fede?

Se gli crediamo stiamo nella storia seguendo Lui ed il suo Evangelo , quando sperimenteremo i no del mondo che i porranno ai margini, che ci faranno sentire l’amaro sapore del rifiuto, dell’irrisione quando non quello della persecuzione, allora sapremo che, se per il mondo siamo dei perdenti, per Cristo saremo dei beati perché la storia  darà ragione al Crocifisso perché la sua è via umanissima, perché via d’amore. Costosa ma umanissima. In fondo, infatti, l’unica cosa che davvero importa all’uomo per essere uomo è amare ed essere amato.




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XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re

LA SIGNORIA DI CRISTO

2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43

Oggi si parla di un re…una figura un po’ anacronistica…in ribasso sulle quotazioni del mondo…ormai i re sono sempre più pochi sui troni politici del mondo e questo, da un lato rischia di farci sembrare questo titolo dato a Cristo strano e fuori dalle nostre categorie culturali, un titolo quasi da fiaba, da un altro lato però, se i re umani scompaiono o sono solo figure rappresentative e simboliche dove ancora ci sono, questo ci dà la possibilità di guardare alla regalità del Cristo come a qualcosa di davvero diverso e altro. Se i credenti ancora chiamano Gesù re è perché vogliono dire qualcosa di certamente diverso rispetto a tutte le regalità pensabili.

Già il Nuovo Testamento parla di una regalità altra che supera le regalità mondane ed anche quelle messianiche che Israele aveva sperimentato. Nella prima lettura, tratta dal Primo libro di Samuele ci è stata ricordata la regalità messianica di Davide. Le tribù di Israele la riconoscono mettendosi in alleanza con lui riconoscendo la vocazione che Dio gli ha dato di pascere il suo popolo. Ai tempi del Nuovo Testamento però l’esperienza monarchica di Israele è miseramente fallita e la regalità davidica è, per l’Israele fedele, solo una memoria di una promessa che la supera. Il re veniente sarà altro da quello che Israele ha sperimentato, da quello che i popoli sperimentano.

Ma che alterità?

Per comprendere dobbiamo prima porci un’altra domanda: chi è un re? Certamente è uno che guida, che pasce, come  già diceva il testo del Primo libro di Samuele con tutta la tradizione profetica; è poi uno nel quale possiamo dire si riassume la totalità del popolo…ma è soprattutto uno che ha l’ultima parola su coloro che lo chiamano re; è il Signore. La festa di oggi allora potremo chiamarla Solennità della Signoria di Cristo. Una signoria che va riconosciuta e accolta per quello che essa è nella sua alterità.

La liturgia di oggi ci propone con crudo realismo questa alterità liberando la regalità di Cristo Gesù da ogni esito trionfalistico, di dominio…liberando la sua Chiesa dalla tentazione di farsi regno mondano stendendo tentacoli di supremazia sui regni e sugli uomini.

Il Cristo è davvero re perché ha parole definitive sulla storia, è davvero re perché tutto regge con la sua parola potente (cfr Eb 1,3), è davvero re perché ha conquistato alla luce del Padre il mondo che si era gettato nelle tenebre di morte. Non bisogna dimenticare che è Gesù stesso che afferma la sua regalità. Nel Quarto Evangelo lo dice con chiarezza: Io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo. Se ci fermassimo qui sarebbe rischioso ma Gesù aveva anche detto, a scanso di ogni possibile equivoco: Il mio regno non è di questo mondo…non è di quaggiù (cfr Gv 18, 36-37) ed il passo dell’Evangelo di Luca che oggi si proclama lo mostra con una chiarezza limpida e spiazzante.

Questo re è altro perché non salva se stesso! Salva gli altri, i suoi torturatori, quelli che lo insultano…salva noi! Per ben tre volte la tentazione lo aggredisce sul paradossale trono della croce: Salva te stesso! La tentazione gli ricorda che ha già operato la salvezza di tanti infelici, di tanti poveri, di tanti disprezzati…e davanti ai suoi occhi di crocefisso sono passati certamente i volti della peccatrice con il vasetto di profumo, del cieco che riapre gli occhi alla luce, dei lebbrosi con la loro pelle risanata, degli ossessi umanizzati, di Zaccheo raggiante di gioia e di speranza, dei suoi discepoli pieni di fiducia in un mondo diverso..li ha salvati! La tentazione gli ricorda che Lui può ma Gesù sa che è re, e anche i suoi uccisori l’hanno scritto in cima alla croce, ma è un re che salva il mondo perdendo se stesso.

Gesù aveva annunciato questo paradosso per tutta la sua vita, con tutta la sua vita: solo chi perde la propria vita la ritrova (cfr Lc 9,24)…e ora è lì a perdere la sua vita; se salvasse se stesso rinnegherebbe quel paradosso…e così da re paradossale rimane lì, confitto alla croce in un’impotenza totale e sceglie di salvare e non di salvarsi. Come ultimo atto della sua storia su questa nostra terra salva un povero, il più povero…uno a cui si è fatto simile fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Sulla croce, perdendo se stesso e donando salvezza senza salvare se stesso, Gesù è davvero re, domina davvero. Domina quella tremenda “filautìa” che è amore di sé fino alla dimenticanza degli altri e di Dio; domina con l’amore e la misericordia l’odio che lo sta aggredendo inchiodandolo al legno dei maledetti; è re perché si fa ponte tra la terra dei poveri e degli ultimi ed il “paradiso” di Dio…nell’Evangelo di Giovanni Gesù dice: Io sono la via (cfr Gv 14,6) e qui vediamo come Egli sia davvero via; via per chi riconosce nel paradosso la sua regalità, via per chi, come il ladro crocefisso, non ha paura del suo peccato e sa consegnarlo a quelle mani inchiodate apparentemente impotenti ma paradossalmente capaci di aprire quel “paradiso” che l’uomo chiuse con la sua disobbedienza e dinanzi al quale saettava la spada di fuoco dei tremendi cherubini posti a guardarne la soglia (cfr Gen 3,24).

Fu la negazione della signoria del Creatore a chiudere quelle porte che ora vengono spalancate all’ultimo dei figli di Adam, al più reietto e  misero, a questo ladro crocefisso che però riconosce, nel Crocefisso che gli sta accanto, il Signore che ha le chiavi della morte e dell’inferno (cfr Ap 1,18) e perciò è la chiave di Davide, se egli apre nessuno chiuderà (cfr Is 22,22).

La Chiesa oggi, al culmine dell’Anno liturgico, contempla questo re che è ragione di ogni lotta quotidiana per la santità e la giustizia, questo re che le dà la forza per costruire il Regno sapendo che esso è sempre dono dall’alto, questo re che mette in crisi tutti i regni del mondo e tutte le pretese di potere, questo re che regna dalla croce.

Alla fine dell’Anno liturgico la meta non è un compiacimento trionfalistico ma, ancora una volta, è una via contraddittoria alle nostre vie, la meta è una Signoria che non ci mette al riparo in una religione rassicurante ma ci chiede di rischiare di persona,  a caro prezzo (cfr 1Cor 6,20).

Alla fine dell’Anno liturgico questo re si mostra a noi come possibilità di un modo pieno per essere uomini, vorrei dire del modo pieno per essere uomini: nell’amore che si dona, che non salva se stesso ma salva l’altro!

Questo re è credibile perché senza svendere la sua Signoria si è fatto vicinissimo a noi ed alla concretezza della nostra umanità, fino alle nostre croci. Tanto vicino e prossimo che il ladro crocefisso lo può chiamare semplicemente Gesù (è l’unico in tutto l’Evangelo che lo chiama solo così, senza titoli…) e fa fiorire sulle nostre labbra quello stesso nome santo ogni giorno, nella confidente certezza che Lui è il Signore  che a tutto dona senso!

Il Buon Samaritano termina così il suo viaggio, quello che Luca ci ha narrato in tutto il suo Evangelo durante quest’anno ed il finale è sconvolgente: è ferito come colui che ha soccorso! Ha le stesse piaghe e le avrà per sempre (cfr Lc 24,39) non per raccontare un eterno dolore ma per narrare un amore eterno…

Di un Signore così ci possiamo fidare e possiamo camminare, pur tra le contraddizioni della storia, con l’ardente desiderio di pronunciare, come ultima parola delle nostre labbra, proprio come il ladro crocefisso, primo Santo del Regno, il nome del re fattosi compagno delle nostre vite:  Gesù! 




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Il fine della storia

 

LA STORIA E IL SUO SENSO

Mal 3, 3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19

 

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico, la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto e la vita della Chiesa è sì fiorente, ma minacciata; già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo)…
La fine del Tempio per Luca (come per tutto il Nuovo Testamento) è segno potente della novità che è Cristo, e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè segno rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo Tempio, che è il Cristo crocefisso e risorto vivente nella Chiesa.

Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per la grandiosità del Tempio e per le sue bellezze, ed è detto “grande apocalisse lucana”; al capitolo 17 avevamo incontrata invece la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia, mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude cioè con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose, e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere. Qui Gesù narra come sarà la storia e come in essa, coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo, potranno e dovranno camminare.

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non sono parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma non sono neppure parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole di promessa di una vicinanza provvidente, che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Una tale salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne, e tutto questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che anestetizza i credenti e li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno…menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio. Pensiamoci… il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente, presentandosi come un idolo che chiede adesione: «Molti verranno nel mio nome dicendo IO SONO…NON SEGUITELIIo sono”: è il santo nome di Dio, ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare.
Gli idoli chiedono sequela, e lo fanno con seduzione potente che noi tutti sperimentiamo ogni giorno, ma Gesù ammonisce: «Non seguiteli!».
Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo, Seguitemi! (cfr Lc 5, 11.27; Lc 9, 59; Lc 14, 27), qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo, a tale proposito, è l’uso del suo nome: il credente cioè può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo, invece di farsi servo di quel santo nome.
Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati «a causa del mio nome». E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo, o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4, 12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro. Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione; se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo. Ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, la parola quella della croce (cfr 1Cor 1, 18), allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore, che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli…dagli amici.
E’ terribile, ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: quando scrive l’Evangelo è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli); e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni, ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti; l’“iupomonè” di cui Gesù oggi parla è infatti proprio la pazienza perseverante, il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno.
Insomma, è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù, e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla, ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXII Domenica del Tempo Ordinario – La sfida sulla morte

IL NOSTRO TESORO DI SPERANZA

  –  2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38  –

 

La morte: la grande contraddizione. L’orrore che fa da muro ad ogni nostra presunzione, la diga che argina ogni nostra autosufficienza, la domanda che cerca instancabilmente un senso alla storia ed alle nostre piccole storie.

Gesù, nel passo dell’Evangelo di questa domenica, viene sfidato proprio sul terreno terribile della morte: su quel terreno su cui avverrà lo scontro finale tra l’amore misericordioso di Dio e l’odio del mondo che inchioderà il profeta di Nazareth, per la morte, su di una croce.

Questa volta, in questo episodio del racconto di Luca, la domanda da cui tutto scaturisce è posta a Gesù non dai soliti Farisei ma dai Sadducei; sono loro i provocatori: uomini di una classe ricca, aristocratica, fatta prevalentemente da sacerdoti del Tempio che credono più all’oggi pieno del loro potere politico ed economico che a qualunque altro futuro affidato ad altre mani, siano pure quelle di Dio. Questi non perdevano occasione per mettere in ridicolo l’“assurda” credenza nella risurrezione dei morti. Cosa c’è di più evidente della morte e della sua definitività? Ecco ancora un’occasione per mettere in ridicolo i loro avversari; lo fanno con un esempio “grottesco”: una donna, sette fratelli che tutti la sposano…”se si risorge di chi sarà moglie?” I Sadducei si basano qui su una parola della Torah che nel Libro del Deuteronomio (25,5ss) stabilisce la cosiddetta legge del “levirato” (dalla parola ebraica “levir” che significa “cognato”); una legge tesa a garantire a tutti una discendenza, anche a chi ne moriva privo: e questo, sia per motivi religiosi (partecipare alla benedizione di fecondità data ad Abramo) sia per motivi più terreni come la conservazione dell’eredità.

Di fronte alla loro domanda tesa a screditare sia i nemici Farisei, sia lo stesso Gesù, questi risponde affermando il loro errore, sia dimostrandolo con un procedimento tipicamente rabbinico ma non privo di forza. Gesù, per prima cosa, mostra ai suoi interlocutori che il loro parlare è davvero banale e risibile. Non è risibile la fede nella risurrezione ma è risibile il loro pensare ad una risurrezione come prolungamento ed estensione del presente della storia; l’eternità cui l’uomo, tutto l’uomo (perciò si parla di risurrezione e non di immortalità dell’anima!), è chiamato dall’amore fedele di Dio, non è a “immagine e somiglianza” della storia…è una dimensione oltre la storia in cui non ci sarà più bisogno del matrimonio per garantire la  vita. La vita sarà custodita non dalla generazione ma dall’amore di Dio, sarà una vita che più non passa. La morte esige il generare, oltre la morte non occorre più generare. Si badi bene che il discorso di Gesù non svaluta il matrimonio ma lo pone con la sua grandezza al suo posto reale, all’interno della storia. Il matrimonio è profezia dell’amore e della vita e nell’eterno non avranno più bisogno d’essere profetati perché li possederemo.

Poi Gesù trae dalla Scrittura un argomento che sente come una prova: si rifà alla scena del Libro dell’Esodo in cio il Signore, dal roveto ardente, parla a Mosè e si definisce Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Per Gesù lì è la forza della certezza della risurrezione: Dio ha un legame così straordinario con gli uomini da farsi chiamare Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! L’argomento di Gesù è netto: Dio non avrebbe mai detto così riferendosi ad uomini precipitati per sempre nella morte…se così fosse sarebbe un Dio dei morti e non dei viventi. La Scrittura invece ci narra di un Dio creatore della vita, amante della vita e custode delle vita degli uomini e del cosmo; il Dio, fedele all’alleanza che ha stretto con quegli uomini, è il Dio d’una fedeltà che non può essere vinta neanche dalla morte. Il Dio dell’Alleanza fa dell’uomo una creatura capace di conoscerlo, di amrlo, di costruire la sua esistenza attorno a Lui e finalizzata a Lui. Se l’uomo è così legato a Dio, se l’uomo appartiene così a Dio, se l’uomo è colui che di Dio può dire E’ Lui il mio Dio! (cfr Es 15,2), questa creatura non può cessare di esistere. Questa creatura straordinaria che è l’uomo non può non partecipare alla pienezza di vita che Dio ha, che Dio è. Questa creatua è tanto amata che Dio non può permettere che sia caduca tanto da affondare in una morte senza scampo.

Per Gesù la certezza della risurrezione è fondata sul legame d’amore con cui Dio ci lega a sé.

Certo, noi cristiani abbiamo un argomento in più rispetto a Gesù, anzi, abbiamo l’argomento decisivo e definitivo: la sua stessa Risurrezione! Nella Risurrezione di Gesù il Padre dà la risposta a tutte le paure dell’uomo di rimanere per sempre prigioniero della morte, nella Risurrezione di Gesù il Padre ci ha detto che dalla morte ci salva solo l’amore: l’amore che Lui ha per noi, l’amore come quello di Gesù suo Figlio, che è tale da non poter finire nella morte! Perché più forte della morte è l’amore: infatti la morte è disgregazione, spezzamento di vicinanze, l’amore invece è unità, è comunione, è dono dall’alto che vuole solo la vita dell’altro

Se qui Gesù proclama che Dio è il Dio dei viventi, nella sua Risurrezione ci porta per mano per farci attraversare la morte con amore, nell’ amore, nell’offerta di sé, nella restituzione puntuale a Dio di ciò che noi siamo, ci porta per amno in una terra di vita in cui Dio tutto ci restituirà: pienezza di vita, il nostro corpo, i nostri amori, le persone e le realtà che abbiamo amate…tutto, tutto…il Dio della vita ama tutto ciò che vive e tutto custodisce per la vita, nulla vuole che sia consegnato per sempre alla morte.

E’ questa la speranza che nutre i nostri cuori di credenti, è questa la consolazione che in Cristo Gesù ci è data in modo definitivo, come scrive Paolo nel tratto della Seconda lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi abbiamo letto. L’Apostolo qui è certo della fedeltà del Signore che conferma la sua Chiesa, ma è certo anche di un’altra cosa “realistica” e “misteriosa”: Non di tutti è la fede. Sì, se siamo capaci di credere, di  fidarci, di aderire vitalmente a Lui anche nel buio della storia, anche nell’attraversare la valle scura della morte, è solo per un dono di Grazia; un dono che ci rende depositari di una grande responsabilità. Una certezza, quella della nostra fede, che non ci deve vedere arroganti o destinatari di un aristocratico privilegio, ma umilmente chini nello stupore di qualcosa che abbiamo solo ricevuto in dono. Tanti nostri fratelli per la loro vita, per le loro vicende, per i loro pesi, per i loro dolori, per le loro umane incapacità strutturali “non possono credere”…questo noi dobbiamo saperlo per essere anche per loro umanità nuova e, come diceva il grande von Balthassar, per credere per tutti, amare per tutti, sperare per tutti!

La morte: muro terribile di fronte al quale si gioca la nostra capacità di credere per davvero, di fidarsi del Dio della vita che è più potente dei vincoli orrendi della morte. Noi cristiani abbiamo un tesoro di speranza da consegnare al mondo. Un tesoro che Gesù ci ha messo nelle mani non per possederlo come nostra consolazione ma per farci essere consolazione per il mondo che non crede, non spera, non ama.




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