XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re

IL VESSILLO DELLA CROCE

   –  2Sam 5, 1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43   –

  

Crocifissione bianca (Marc Chagall, 1938)

Crocifissione bianca (Marc Chagall, 1938)

Nulla a che vedere tra questo re che oggi è al centro della nostra liturgia ed i re che dominano la scena di questo mondo, i potenti (oggi i “re” sono pochi, ma i “potenti” sono sempre tanti!) che hanno nelle mani le sorti dei popoli.

La regalità di Cristo Gesù, infatti, la si può leggere correttamente solo sullo sfondo della Passione, anzi la si può leggere nella sua verità solo nella Passione; è vero che il Risorto, il Veniente come Giudice escatologico è Signore, è re, ma lo splendore del Risorto e del Giudice della storia proviene dalla vittoria del Crocefisso! Il suo ritorno glorioso, il giudizio che il Risorto pronuncerà sulla storia, non sostituirà la logica dell’amore con la logica della potenza. Il Risorto, il Veniente, grida che la logica della croce è paradossalmente vincitrice; non dice al mondo che viene un’ora in cui quella logica “perdente” verrà sostituita dalla logica “vincente” della potenza e della forza arrogante, anzi affermerà per sempre la logica dell’amore mostrando per sempre che ciò che davvero ha retto la storia non sono stati gli intrighi e gli accumuli dei potenti, ma l’amore di Dio che a pieno si è manifestato nel re crocefisso sul Golgotha.

La regalità mondana, la potenza mondana si rivela nella violenza, nel generare paura e sottomissione, si rivela nel’imposizione e nella salvezza del potente stesso … non a caso sulla croce Gesù riceverà davvero l’ultima tentazione con quel tremendo “salva te stesso!” ripetutogli dai notabili (cfr Lc 23,35), dai soldati (cfr Lc 23, 37) e poi da uno dei malfattori crocefissi (cfr Lc 23, 39). E’ la tentazione che vorrebbe trasformare quel re crocefisso in un re secondo i canoni del mondo, un re che “salva se stesso”. Gesù è però un re che salva gli altri e non se stesso, anzi, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Colossi nell’inno che costituisce oggi la seconda lettura, nel sangue della sua croce il Padre ha rappacificato tutte le cose e tutto ha riconciliato a sè … è un re che ha il primato su tutte le cose, ma un primato che non ha conquistato uccidendo e facendo stragi (come fanno i potenti del mondo per acquisire potenza), ma dando la sua stessa vita, senza nulla trattenere per sè.

Un re Gesù che non tiene chiuse gelosamente le porte del suo regno, del suo “paradiso” (che è sinonimo di intimità; il “paradesha ”(in sanscrito) – da cui paradiso – è il giardino intimo del re in cui venivano ammessi solo pochi!), ma lo apre a tutti: non ai grandi di questo mondo, ma agli ultimi, come ultimo è quel povero brigante crocefisso che è riuscito in un’impresa straordinaria: intravedere in quel Crocefisso al suo fianco una regalità tale che può anche concedere grazia!

Che sguardo penetrante ha questo ladro crocefisso: riesce a vedere in Gesù, crocefisso con lui, un volto tanto umano da rivelargli tutto il senso dell’umano, di quell’umano che lui, come tutti noi, tanto spesso abbiamo calpestato e misconosciuto in noi stessi e negli altri uomini … Questo condannato a morte sente che quel Crocefisso gli è accanto senza giudizio o condanna sul suo passato, sente che quel Crocefisso mite, che non grida nè maledice, ma pronunzia parole “inverosimili” di perdono, gli racconta di un mondo, forse sognato ma creduto inaccessibile alla nostra carne di uomini!

E invece eccolo lì quel Gesù: carne e sangue, dolore e lacrime come tutti, ma splendente della luce dell’amore… Un amore così è regale perchè regge il senso della storia e della vita; è un amore che non crea distanze per la sua bellezza e splendore … e quel ladro giustiziato lo comprende con stupore: è infatti lui l’unico personaggio del Nuovo Testamento che si rivolge a Gesù chiamandolo semplicemente Gesù, senza nè titoli, nè altri attributi (perfino Maria nell’Evangelo stesso di Luca, si rivolge a Gesù dicendogli “Figlio, perchè ci hai fatto questo?” cfr Lc 2, 48) … quest’uomo in croce coglie una vicinanza senza limiti; nulla li separa: gli stessi chiodi, gli stessi spasimi, lo stesso odio che li circonda, la stessa solitudine … vorrei dire lo stesso “inferno” … accanto a lui, però, c’è uno che in quell’ “inferno” sta portando una luce, la luce dell’amore capace di trasformare gli inferni in paradisi!

Gesù è un re così, non in altri modi! “Christus vincit!” canterà la Chiesa sua Sposa, ma essa deve sempre ricordare che “Christus vincit” nella debolezza estrema della croce pervasa però dall’amore di Dio; nessun trionfalismo nel canto di vittoria del Cristo, nessun trionfalismo nella sua regalità!

Sulla croce Gesù sperimenta la debolezza dell’amore e la sua sconfitta, ma si abbandona ugualmente e totalmente all’amore … gli uomini lo inchiodano alla croce, e Lui muore per loro amandoli,  perdonandoli e tutto consegnando alle mani del Padre (cfr. Lc 23,46). Chi coglie questo comprende che nulla ha senso fuori da questa via di amore costoso e, allora, riesce a dire a questo Re: portaci con Te, dove sei Tu voglio essere anche io!

Il paradiso, per chi scopre questa regalità, inizia già nella storia perché già nella storia entra nell’intimità profonda con il Figlio di Dio, con la sua umanità nuova e rinnovante e, camminando nella storia, nell’oggi di cui Gesù dice anche al ladro in croce, ne sa e la meta e il senso!

Si conclude così il viaggio in questo anno liturgico: innanzi a noi è innalzato il vessillo della Croce, vessillo di un re che ci chiede di seguirlo e restare con Lui, di proclamarlo Signore delle nostre vite perchè in questa signoria, Lui lo sa, potremo trovare vera libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Nel nome di Gesù

CHIAMATI AD ABITARE LA STORIA

  –  Mal 3, 19-20; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19   –

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

Oggi non si parla della fine del mondo … si parla, nell’Evangelo come nelle altre letture che la Chiesa ci propone, della storia … della storia e del suo cammino faticoso, contraddittorio, a volte sanguinoso, a volte luminoso, a volte grigio e spento … si parla della storia. In questa storia ci sono i discepoli di Gesù; essi devono sapere delle cose e devono essere avvertiti su altre. E’ quello che fa Gesù in questo tratto dell’Evangelo di Luca che fa parte della cosiddetta “grande apocalisse” del terzo evangelo. “Apocalisse” significa “rivelazione” … su cosa riceviamo qui una rivelazione?

Gesù prende le mosse da espressioni colme di ammirato stupore che alcuni hanno pronunziato dinanzi al Tempio ed alla sua magnificenza. Gesù interviene con una parola davvero scioccante per ogni pio ebreo … come Geremia, Gesù non si fa affascinare dalla grandiosità del Tempio, nè crede che esso sia indistruttibile (cfr Ger 7,4); quello che conta è altro! Nulla è sottratto al giudizio divino, neanche il Tempio del Signore. Bisogna stare attenti – dice Gesù – a non lasciarsi ingannare da parole false che metterebbero il Tempio al di sopra della Parola del Signore! Da questa affermazione sul Tempio, Gesù passa a dare delle notizie ai suoi discepoli e a dare degli avvertimenti, degli ammonimenti

Quali le cose che accadranno?

Sono le notizie: la prima è la distruzione del Tempio, ma poi ci sono altri fatti che segneranno la storia in cui i discepoli vivono; ci saranno guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie e pestilenze, e ci saranno anche fenomeni spaventosi nel cielo; ancora più impressionante sarà però il sopravanzare della menzogna e della falsità anche dentro la Chiesa, dentro la Comunità credente …ci saranno anche lì degli ingannatori che si paluderanno di maschere false, addirittura usando non solo il nome ma anche l’identità del Cristo.

Sono profezie? A parte l’annunzio che riguarda Gerusalemme (che realmente deve essere stato più un monito circa un fatto prevedibile, dato l’andamento delle relazioni con Roma, e chiaramente una profezia “ex eventu”, messa cioè sulle labbra di Gesù dopo che la distruzione del Tempio è avvenuta) non si tratta di profezie, ma di una descrizione della storia per come è, per quello che la storia riserva sempre e sempre riserverà fino alla fine … certo i “ fatti terrificanti nel cielo” sono fuori dell’ordinario male quotidiano, e vogliono richiamare sul piano cosmico la caducità delle cose come, sul piano particolare, tale caducità Gesù l’aveva già sottolineata circa il Tempio di cui non rimarrà pietra su pietra

Insomma mi pare che il discorso vada nel senso che la storia, anche dopo la venuta di Gesù, rimarrà piena di contraddizioni e piena di dolori … la novità, nella storia, sono proprio i discepoli!

La storia, così segnata da male e dolore, così capace di perseguitare e accusare i giusti, i discepoli del Regno, avrà dentro di sè un seme di salvezza e paradossalmente questo seme di salvezza sono proprio quei perseguitati, quegli accusati, quei trascinati dinanzi ai tribunali del mondo …

Il Signore affida ai suoi, assieme a queste notizie circa la storia, su cui non bisogna farsi illusioni, anche dei moniti, degli avvertimenti: dinanzi a tutto questo, il rischio è avere una paura che raggeli (non vi terrorizzate), o cadere preda di inganni (non lasciatevi ingannare), o mettersi a seguire dei “salvatori” che rispondono alle attese di ore di pressura e terrore con false promesse (non seguiteli!). Rischio è, pensando che la fine sia imminente, mettere termine alla lotta, alla testimonianza, all’annunzio di quella parola paradossale dell’Evangelo che contraddice il mondo e la sua storia di morte (non sarà subito la fine) … Rischio grande potrebbe essere, nel corso della storia, il pretendere di salvarsi da soli con le armi della propria eloquenza e delle proprie ragioni … il Signore dice con chiarezza: “Io vi darò lingua e sapienza”, cioè: “non fidatevi della vostra lingua e della vostra sapienza” …

Fuggendo questi rischi il discepolo, immerso nella storia, deve proclamare Gesù come suo unico Maestro e Signore, e non seguire altri (non seguiteli!); il discepolo è chiamato a perseverare (con la vostra perseveranza salverete le vostre anime; in greco “iupomonè” cioè “resistenza”) … Questa perseveranza-resistenza è dimostrazione che ci si fida della parola di Gesù e della sua presenza, che ci si affida alla sua forza, e con quella presenza e quella forza è possibile camminare nella storia nonostante le sue contraddizioni. Anzi Gesù, in questo testo di Luca, ci dice che è possibile trasformare contraddizioni e persecuzioni in occasioni di vita, di testimonianza, di annunzio di novità in una storia malata di vecchiaia, di decadenza, di vie sempre uguali a se stesse in cui il male la vince sempre (questo vi darà occasione di testimonianza).

Il discepolo può essere allora una “parola nuova” per annunziare tempi nuovi, per annunciare la caducità del mondo e delle cose che il mondo più apprezza; il discepolo è testimone di uno sguardo che va oltre la storia, ma che non dimentica la storia nel suo concreto fluire; il suo sguardo all’oltre non gli fa abdicare dalla responsabilità verso questa storia, in cui egli è chiamato ad essere seme di vita.

Più volte in questo Evangelo si parla di nome di Gesù: Alcuni verranno falsamente nel mio nomesarete trascinati davanti a re e governatori a causa del mio nome…sarete odiati da tutti a causa del mio nome…

E’ il nome che salva (cfr At 4,12) e che il discepolo deve custodire nel profondo di sè; è quel nome che non deve essere mistificato e che, custodito, fa somigliare il discepolo al suo Signore il quale fu odiato, interrogato da tribunali perversi, trascinato dinazi a re e governatori (proprio in Luca, Gesù è portato davanti a Erode e a Pilato!), tradito ed abbandonato dagli amici…

Il Signore si è fidato del Padre fino alla fine, trasformando quell’orrore nel luogo supremo di testimonianza di Dio e nel luogo supremo dell’amore.

L’Evangelo di oggi ci consegna una parola nella quale il Signore confida di averci compagni in quest’opera strordinaria di abitare la storia,  con i suoi dolori e contraddizioni, da testimoni di un’alternativa e di una speranza!

La caducità delle cose e del mondo non ci pongono, come Giona, sotto un ricino in attesa di un grande rogo punitivo (cfr Gion 4, 5-11), ma in una compassione attiva per gli uomini nostri fratelli che, anche se si presentano con il volto di nemici, hanno diritto di avere da noi la testimonianza di una perseveranza amorosa che affonda le sue radici nel nome di Gesù nostro fratello e Signore, “autore e perfezionatore della nostra fede” (cfr Eb 12,2).




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XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Dio dei vivi e non dei morti

LUI E’ UN DIO FEDELE 

  –  2Mac 7, 1-2. 9-14; Sal 16; 2Ts 2, 16-3, 5; Lc 20, 27-38   –

 

Cappella Sistina (particolare) - Michelangelo

Cappella Sistina (particolare) – Michelangelo

Queste ultime domeniche dell’anno liturgico ci fanno volgere lo sguardo al senso ultimo della storia. Al senso ultimo della storia personale di ciascuno, e a quello di tutto il cosmo. Quando si cerca il senso è inevitabile scontrarsi con quel qualcosa che mai si vorrebbe incontrare, che ma i si vorrebbe neanche sfiorare: la morte.

La morte è certo appello al senso perché essa è segno inequivocabile del limite con cui bisogna misurarsi. La morte dichiara ridicola ogni nostra presunzione ed ogni autosufficienza. L’evangelo di oggi fa entrare “in scena” la morte attraverso una disputa tra Gesù e i Sadducei. Avversari diversi rispetto ai soliti Farisei, e probabilmente i veri avversari storici di Gesù che ebbe a scontrarsi più con questa classe sacerdotale aristocratica e potente (Caifa era di questa classe!) che con i Farisei con i quali (al di là della loro tendenza a cadere nella “religione” delle osservanze) condivideva certamente la ricerca del Regno e della volontà di Dio. I Sadducei ritenevano di non poter accettare nella loro fede il dato della risurrezione dei morti; per loro, la vita finiva con la morte fisica nella quale si dissolveva tutto ciò che l’uomo è, anche quella che noi chiameremmo “anima”.

La domanda che fanno a Gesù vuole innescare una disputa teologica, come erano soliti fare, ma il loro scopo non è la teologia, non è avere una vera risposta da Gesù, lo scopo è metterlo in ridicolo, mettendo in ridicolo la fede nella risurrezione, che sapevano che Gesù condivideva con i Farisei. Usando argomenti come quello che usano qui con Gesù, i Sadducei riuscivano a portare dalla loro parte gli spiriti liberali e critici, gli intellettuali che immediatamente sentivano il limite di ogni concezione materialistica,  banale e ingenua della risurrezione.

E’ il caso di questo esempio grottesco della donna che sposa sette fratelli per la legge del “levirato” (da “levir” = “cognato”), per la quale, quando un uomo moriva senza discendenti – in obbedienza a Dt 25, 5 – il fratello del morto doveva sposare la vedova, ed il primo figlio era considerato legalmente figlio del morto. E’ palese l’ironia che mette in ridicolo una concezione materialistica della risurrezione come un tornare indietro, alla condizione storica di prima … in questo caso di chi sarà moglie colei che ebbe sette fratelli tutti per marito?

Gesù, al solito, non cade nel tranello e non si reca sul loro terreno per rispondere; infatti Gesù non si mette a citare i passi (come Ez 37, 8 o Gb 10, 11) che i Farisei usavano per combattere i Sadducei a colpi di citazioni … a Gesù questa via non interessa … riporta, invece, tutto al cuore della fede biblica … non si mette a parlare e disputare circa la risurrezione, parla solo di Dio! E’ straordinario! Usa sì la Scrittura, ma per andare al cuore della rivelazione (sottilmente è un passo della Torah che per i Sadducei aveva un’autorità quasi assoluta!); addirittura cita l’incontro tra Mosè ed il Signore al roveto ardente: una pagina santissima e fondativa della fede di Israele. Partendo proprio da lì, Gesù fa risuonare le parole dell’autopresentazione del Signore: “Sono il Dio di tuo padre, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”… (cfr Es 3, 6). L’argomento di Gesù è limpido: se Dio si è autodefinito a partire da quei tre nomi di uomini concreti (tutti morti da molti secoli già ai tempi di Mosè!) vuol dire che quei tre non sono morti caduti nel nulla, nella polvere del non ritorno … Se Lui si è definito il loro Dio, Lui è un Dio fedele che non permette che i “suoi” siano preda della nullificazione … Lui, dice Gesù, non è il Dio dei morti, ma dei vivi!

Per Gesù è chiaro che la risurrezione non è questione di qualcosa che dipenda dall’uomo; la risurrezione è dono del Dio fedele, che è Dio dei vivi e non dei morti; Luca ci tiene molto a sottolineare questa dimensione, in quanto la sua Chiesa proviene da ambiente ellenistico in cui l’immortalità dell’anima è dato acclarato…ma la risurrezione è altro: è salvezza di tutto l’uomo, non solo del suo principio spirituale; è tutto l’uomo, con tutta la sua storia ad essere assunto e trasfigurato nell’eterno di Dio!

La risposta che Gesù dà alla provocazione che ha ricevuto fa saltare il piano dei Sadducei di metterlo in ridicolo mostrandolo come un venditore di favole materialistiche; Gesù chiarisce con fermezza che la risurrezione non è prolungamento del presente, del modo di essere in questo presente; ecco che Gesù distingue con precisione questo mondo e l’altro mondo (i figli di questo mondo e i figli della risurrezione!). In pratica Gesù conferma il ridicolo e l’ingenuo di ogni visione materialistica della risurrezione; il tornare all’esistenza di prima, o il prolungarla in eterno, non ha senso; quello che invece ha senso, anzi dona senso a tutto, è una nuova esistenza in cui la vita non è più affidata al matrimonio con cui essa è trasmessa in questo mondo (“non possono più morire” dice Gesù dei figli della risurrezione!); l’uomo entrerà invece nella vita fatta a somiglianza di Dio; la risurrezione è fare un balzo innanzi, e non un passo indietro verso un prolungamento mostruoso dell’esistenza attuale!

Dopo la Pasqua di Gesù la Chiesa annunzierà con tutta se stessa che la risurrezione dai morti è fondata sulla vittoria del Crocefisso sulla morte, ma Gesù qui ci dice dove riposa il fondamento di quella vittoria: sulla fedeltà dell’amore di Dio! La Prima Alleanza (quella con Abramo, Isacco e Giacobbe!) non si fondava su di un patto con persone scomparse per sempre ma su di un patto con uomini partecipi della vita del Dio vivo: Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi!

In questa domenica siamo provocati a pensare all’eterno, siamo provocati a pensare all’uomo in un’ottica altra, un’ottica che allarga i confini dei nostri orizzonti; le parole di Gesù non dicono il come della risurrezione, ma ci dicono che essa è altro; è oltre ogni idea che possiamo farci di essa; è realtà che riguarda tutto l’uomo, e che ha radici solo nella fedeltà di Dio!

Il Nuovo Testamento ci annunzierà che la fedeltà del Dio fedele è già all’opera nel mondo dall’ora della Pasqua del Figlio; infatti “Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali” (cfr Rm 8, 11). Il Dio fedele è Colui che prende per mano l’uomo e lo accompagna con tenerezza ad attraversare la morte ed il suo dramma per condurlo alla vita nuova in Lui, vita che tutto lo afferra e lo ricrea.

Nell’Evangelo di oggi ancora una volta Gesù grida il suo “no” agli orizzonti ristretti degli uomini che si fanno stoltamente prigionieri di un “oggi” senza respiro … Gesù vuole uomini e donne capaci di vivere invece ogni oggi nel grande e libero respiro di una speranza infinita che riposa su un Dio fedele e innamorato dell’uomo, tanto fedele ed innamorato da non rifiutare la croce per donargli la risurrezione! Questa è la nostra fede, questo fonda ogni speranza, questo dona forza di  amare!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – La gioia del convertito

CERCATI E TROVATI DALL’AMORE DI DIO 

  –  Sap 11, 22-12, 2; Sal 144; 2Ts 1, 11-2,2; Lc 19, 1-10  –

 

Zaccheo, Miniatura di Cristoforo De Pretis (1476)

Zaccheo, Miniatura di Cristoforo De Pretis (1476)

Il pubblicano della parabola della scorsa settimana era un’invenzione letteraria, un personaggio uscito dalla fantasia di Gesù per parlarci della via di salvezza che si può aprire alla venuta di Dio, se ci si presenta a Lui con le proprie povertà, con i propri peccati … Ora “quel pubblicano” è in carne ed ossa, è una figura reale … ha un nome, Zaccheo ed ha una “patria”, Gerico … ne abbiamo perfino – cosa rarissima negli evangeli – una descrizione fisica: era piccolo di statura … Il suo nome è una forma grecizzata di un nome ebraico che significa “Dio si è ricordato”, e la vicenda che Luca racconta è proprio una vicenda in cui si vede come Dio si ricorda di questo piccolo uomo, grande peccatore che però cerca qualcosa di più rispetto alla sua vita di ricco e di potente: perchè, infatti, dovrebbe salire su di un sicomoro uno soddisfatto di sè e basta? … perchè dovrebbe esporsi anche alla derisione di una città che già lo disprezza mentre trema di lui? … Zaccheo ha sete di qualcosa che forse neanche sa … non sa di cosa, ma ha sete! Come sarebbe difficile per Dio fare breccia nel cuore di uno che non ha sete; ma Zaccheo è assetato, e questo gli permetterà di spalancare la sua vita all’opera di quel Dio che, da sempre, si ricordava di lui e lo cercava.

Il passo del Libro della Sapienza che apre la Liturgia della Parola di questa domenica, ci offre un quadro limpido e caldo di quell’amore di Dio che tutto custodisce e tutto difende dal nulla, perchè tutto ama; una pagina che davvero dona grande consolazione, mostrandoci un volto di Dio tanto distante da quei volti “religiosi” e perversi che l’uomo gli ha attribuito.

E’ proprio questo Dio, innamorato della sua creatura, che Zaccheo incontra sulle vie della sua città, sulle vie di quel suo quotidiano fatto di peccato, di noncuranza degli altri, ma anche di sete di ulteriore.

Luca, con questo racconto di Zaccheo, ci mostra poi come sia vera una frase che risuona fin dal principio del suo Evangelo: “Nulla è impossibile a Dio!” (cfr Lc 1, 37). Poche pagine prima di questo racconto, Gesù aveva incontrato un altro ricco a cui aveva fatto una proposta di sequela radicale, e quell’uomo era restato triste e incapace di un perchè era ricco; Gesù aveva osservato che difficilmente un ricco entra nel Regno, ma aveva anche aggiunto che “nulla è impossibile a Dio”; ed ecco che in Zaccheo si dimostra che anche un ricco può diventare discepolo e testimone del Regno.

Zaccheo incontra Gesù, che pure aveva cercato (certo, forse solo per vederlo spinto da quella sua sete indefinita), e Gesù con lui è di una delicatezza incredibile: “Scendi subito perchè oggi devo fermarmi a casa tua”! Badate che Gesù non dice: “Scendi subito perchè devo convertirti”! Gesù gli chiede di accoglierlo come suo ospite, si mette nella condizione non di uno che deve dare, ma di uno che chiede perchè bisognoso. E’ vero: Gesù è bisognoso di accoglienza per poter donare, per poter riempire le vite di novità e di gioia.

Gesù nulla dice a Zaccheo della sua vita di peccato, gli chiede solo una porta aperta, ma Zaccheo comprende che quella porta aperta si spalancherà non solo sulla sua casa per accogliere quell’Ospite benevolo e discreto che non lo ha nè giudicato nè disprezzato, ma si spalanca anche su una vita nuova; i principi che hanno guidato la sua esistenza fino a quel giorno sono capovolti. Infatti, il danaro, attorno a cui tutta la sua vita aveva ruotato (era esattore per Roma e ladro per sè e per il suo lusso!), ora viene decentrato e diviene “segno” di quella vita nuova; è incredibile ma proprio quel danaro diventa segno di novità, perchè restituito e donato; diventa segno della concretezza di quella vita nuova. Non si tratta di belle parole e di bei propositi … implica la “tasca”! Diciamocelo: troppi credenti corrono sulle vie delle parole belle ed alate, ma poi si fermano e si voltano indietro dinanzi alla “tasca”: tutto va bene con l’Evangelo e con Dio, ma finchè non si tocchino le sicurezze, il danaro, i possessi … quella è l’ora in cui si dice: “va bene, ma non bisogna esagerare; poi si diventa integristi, fanatici…”. Per Zaccheo non è così: è immediata nel suo cuore la relazione stretta tra conversione e “tasca”!

Nell’Evangelo di Luca la conversione ha necessariamente delle dimensioni che puntualmente  ritroviamo qui: l’urgenza, la rinuncia e la gioia!

L’urgenza è detta fortemente in questo racconto. Gesù infatti dice: “Zaccheo, scendi subito, perchè oggi devo fermarmi a casa tua” e il racconto prosegue dicendo che “Zaccheo in fretta scese e lo accolse con gioia”! “Subito”,  “oggi”, “in fretta” … tutto dice di una impellenza, perchè l’opera di Dio bussa a quella vita e non tollera rimandi … ogni ora perduta è ora sottratta al Regno!

La rinuncia è racchiusa in quel dare ciò che per lui poco prima era essenziale, e forse scopo di vita; con questo dare Zaccheo non solo fa giustizia perchè restituisce, ma fa anche dono in modo gratuito e “non dovuto”: dà la metà dei suoi beni ai poveri, ed in più quello che ha frodato lo restituisce con ampio risarcimento (quattro volte ciò che ho frodato) …

Tutto questo è vissuto in un vero clima di gioia! Se al capitolo qundicesimo Luca aveva insistito sulla gioia di Dio dinanzi al peccatore convertito, qui Luca ci mostra la gioia del convertito! Zaccheo, proprio come l’amministratore disonesto della parabola, “si fa amici con la ricchezza disonesta” (cfr Lc 16, 1-8), e permette addirittura a quella ricchezza disonesta di raccontare un Evangelo, un mutamento di campo nella vita di chi accoglie Gesù.

Questa pagina è un racconto “sorridente” in cui due sorrisi si incontrano: quello di Dio sul volto di Gesù, e quello del peccatore perdonato che scende gioioso da quello strano sicomoro! Una sola ombra in questo racconto: quel mormorare degli immancabili “benpensanti” che non sanno leggere mai l’uomo come uomo e basta, ma gli devono sempre attaccare etichette incancellabili: un pubbicano è sempre e solo un pubblicano! Non così per Gesù: Zaccheo per Lui ha fatto il pubblicano, ma è figlio di Abramo, e lo è comunque; è figlio di un’alleanza che ora, in Lui, in Gesù, è giunta al suo culmine; il tempo di Gesù, per quella stessa alleanza, sarà tempo di ricerca incessante di “perduti”… Gesù lo farà fino alla fine quando, sulla croce, farà scoccare un altro oggi, quello del Buon ladrone che pure è salito su un “albero”, quello della croce, ma che, a differenza di Zaccheo che Gesù dovrà cercare alzando lo sguardo, si troverà innalzato assieme a Gesù che lo potrà guardare ed amare “dallo stesso livello” … e la casa che si spalancherà sarà la casa del Paradiso che quel povero ladro, che ormai nulla può restituire, si vedrà aprire con uno stupore ancor più grandi di quello di Zaccheo …

Ecco a cosa arriva il cuore innamorato del nostro Dio: è quando siamo perduti che veniamo cercati e trovati dall’amore di Dio, come Zaccheo, come il ladro del Calvario; il nostro problema è troppo spesso quello di non volerci annoverare tra i “perduti”, e così rischiamo davvero di perderci!…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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