TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

2Sam 5, 1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43

            La liturgia della Chiesa è davvero una grande “parabola” che vuole farci compiere dei passi, ogni anno, per avvicinarci al Regno, perrealizzare il Regno, per giungere alfine al Regno; la meta dell’anno liturgico è, in tal senso, la Solennità di Cristo Re dell’universo.

Certamente è una festa che è nata in un clima storico particolarissimo, infatti Papa Pio XI la introdusse, con l’enciclica “Quas Primas” dell’ 11 dicembre del 1925: mentre si affermavano e nascevano i totalitarismi la Regalità di Cristo voleva gridare ad un mondo, che pareva impazzito,nostra che i regni e i poteri di questo mondo che pretendevano dall’uomo adesioni personali assolute, sono relativi.

Al di là di questo (che comunque è sempre bene tenere ben chiaro nel cuore di ogni vero discepoli di Cristo!) la Solennità di quest’ultima domenica dell’anno ci dice che la meta della nostra vita credente è l’affermazione della Signoria di Cristo nella nostra vita, una meta che non è solo una meta finale ma, dobbiamo dire, è una meta da prefiggersi ogni giorno. Al termine di ogni giorno dobbiamo chiederci con coraggio: “Chi è stato oggi il mio Signore?”, “Chi ha avuto l’ultima parola sulle mie scelte, le mie azioni, le mie parole?”  Quanto più si afferma la Signoria di Cristo nelle nostre vite tanto più viene il Regno … allora stiamo lottando perché quella domanda del “Pater” sia vissuta sì come dono ma anche come responsabilità: “Venga il tuo regno!

Il regnare di Dio nella storia è l’opera di ricapitolazione che Cristo Gesù ha realizzato con la su avita e con la sua Pasqua; Gesù, cioè, è venuto a reintestare (il verbo greco “anakephalèo”) tutto al Padre, a reindirizzare tutto a Colui che è il fine di tutto … l’uomo aveva voluto intestare tutto a se stesso ed il peccato era stato la via di questa deviazione della destinazione originale del creato; Gesù con il sangue della sua croce, con il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1), ha reindirizzato tutto di nuovo a Dio (cfr Ef 1,10); questo senso della reintestazione, purtroppo,  è del tutto perduto, a mio modesto avviso, nella nuova traduzione italiana di questa pagina paolina.

Cristo è fatto Signore dell’universo perché tutta quest’opera di salvezza, di reintestazione, possa avvenire. Riconoscendolo Signore e Re la storia si plasma verso il Regno di Dio.

L’evangelo di questa solennità in questo ciclo C (che oggi si conclude) ci dice che la  regalità di Gesù si può riconoscere solo sulla Croce e può essere riconosciuta solo da chi ha il coraggio di stare accanto a Lui sulla croce.

La scena della crocifissione di Luca ha una sua logica stringente, una logica che ci mette con le spalle al muro. L’umanità schernisce il Crocefisso, tutta l’umanita! Infatti troviamo come schernitori i rappresntanti di Israele, popolo santo di Dio ed i soldati che sono romani e dunque rappresentano le genti; la cosa terribile è che lo scerniscono su ciò che davvero il Crocefisso è: il Salvatore! Non capiscono;  non non riescono ad accedere alla verità incredibile che il Salvatore sia uno che non salva se stesso.

I capi del popolo lo sfidano ricordando le sue azioni miracolose (Ha salvato gli altri, salvi se stesso …), i soldati lo deridono proprio sulla sua pretesa regalità (Se sei il re dei Giudei, salva te stesso …). E’ quella regalità proclamata dal titulum posto sul suo capo: Questi è il Re dei Giudei! Una grande, infinita verità ma posta in una logica paradossale: un re crocefisso è un assurdo perché la croce è il supplizio dello schiavo. Gesù è re perché si fa schiavo per amore.

Chi è che capisce questa regalità paradossale è uno dei malfattori appesi anch’essi alle loro croci. Uno di loro si unisce agli insulti di tutti e anche lui ripete le parole di sfida circa la salvezza: Gesù salvi se stesso e loro che sono crocefissi come Lui.

L’altro malfattore è diverso!

Luca sottilmente ci dice che non basta essere crocefissi per riconoscere il Crocefisso, è necessario qualcos’altro. E’ necessario riconoscere una vicinanza e riconoscere un altro tipo di salvezza. Il cosiddetto buon ladrone prima cosa ha accesso alla verità su di sé e sulla propria storia disgraziata, sa d’aver bisogno di essere salvato non dalla croce in primo luogo ma dalla sua fragilità e miseria, dai suoi peccati … il buon ladrone è l’ultimo di una galleria che Luca ci ha presentato in tutto il suo evangelo dal pubblicano della parabola (cfr 18,9-14) al cieco di Gerico (cfr 18, 35-43), a Zaccheo (cfr 19, 1-10) … fa parte di quella galleria di poveri che hanno accompagnato il cammino dell’Evangelo da Zaccaria ad Elisabetta (cfr 1,5ss), al vecchio Simeone (cfr 2,25-35), a Pietro (cfr 5, 1-11) … è parte di quei piccoli a cui è rivelato il Regno (cfr 10, 21-24); ai grandi il Regno resta nascosto ed infatti i capi ed i soldati sono incapaci di leggere il paradossale Re crocefisso … è nascosto anche al primo ladrone che vuole una salvezza secondo i suoi parametri perché è uno che si fa grande persino sulla croce tanto da voler insegnare e dettare le sue leggi …

L’altro ladrone sente che quel Crocefisso accanto a lui è vicinissimo, è prossimo tanto che è l’unico in tutti gli evangeli che chiama Gesù semplicemente per nome e contemporaneamente sente che è davvero re nonostante le beffe che ascolta sulla sua pretesa. E’ un re che può aprirgli l’oltre, è uno che, incredibilmente, ha un regno. Per sé questo ladro chiede solo una cosa semplice ma grandissima: Ricordati di me!

Ricordate Zaccheo? Nel suo nome, nel significato del suo nome, portava questa certezza: Dio si è ricordato; quel Dio l’è andato a cercare sul suo albero di sicomoro perché si è ricordato di lui. Il buon ladrone dall’albero della sua umile croce chiede al Re Crocefisso di ricordarsi di lui misero ladro perduto … e Gesù gli spalanca un oggi di paradiso; Gesù trasforma quell’oggi di orrore fatto di insulti, sofferenza, sangue e morte in un oggi di pace, di intimità con il Re dell’universo, con il Re che dà senso a tutto. Il “paradiso”, nella tradizione dell’antico vicino oriente, era il giardino intimo del re, il luogo di delizie in cui hanno accesso i familiari, gli amici, gli amati.

Il primo santo entra nella gloria del Signore e a noi è indicata una via per riconoscere la signoria di Cristo nelle nostre vite, una signoria che ci spalanta le vie del senso, dell’intimità con Cristo … attraverso la via costosa della croce. Per entrare nella sua signoria è necessario essere crocefissi non per morire soffocati dalle proprie pretese grandezze e dai propri peccati, come il ladrone che insulta, ma per far morire l’uomo vecchio, quelloc he si oppone a Dio e all’amore fino all’estremo. La croce del primo ladrone è una croce di buio e disperazione, quella del secondo ladrone è una croce, certo dolorosa e costosa, ma che apre l’immenso perché è davvero quella di Cristo, quella su cui Lui è venuto ad inchiodare la nostra condanna; amandoci e dando senso a tutta la storia.

Ad un Re così ci si può e ci si deve consegnare!




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TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

“Ci si salva solo donando la vita!”

 

Mal 3,3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

 

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia.

Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto e la vita della Chiesa è sì fiorente ma minacciata; già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo)…la fine del Tempio per Luca (come per tutto il NT) è segno doloroso ma potente della novità che è Cristo e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo Tempio che è il Cristo crocefisso e risorto vivente nella Chiesa.

Il discorso di Gesù nel passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per grandiosità del Tempio e per le sue bellezze ed è detto “grande apocalisse lucana” mentre al capitolo 17 avevamo incontrata la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude con la morte.

Certamente è il discorso più difficile dell’Evangelo lucano; per il suo linguaggio, per il suo genere letterario ma la difficoltà è aggravata dal fatto che si legge spesso con un’angolazione sbagliata. Si pensa di dover andare con la mente ai soli fatti conclusivi della storia; in realtà il discorso parte sì dal ritorno certo del Signore e dal suo giudizio ma poi punta l’attenzione sul presente in cui vivono i cristiani. Il ritorno del Signore dà luce a tutto ma, sul quell’evento, c’è poco da dire, bisogna solo attenderlo con fiducia. Quello che invece importa a Luca e dire qualcosa di importante sul “frattempo” che la Chiesa vive e vivrà fino a quel ritorno. Come affrontare la storia? Come viverla? Ecco il modo per leggere questo testo!

Tutto parte da una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni in ogni “oggi” della storia, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere; qui Gesù ci narra come sarà la storia e come in essa dovranno vivere coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo, come potranno e dovranno camminare.

La storia certo ha un senso, cioè una direzione, e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma neanche parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole di promessa di una vicinanza provvidente che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Questa salvezza ha dunque il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne e questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che anestetizza i credenti e li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede.

La prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno…menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio; pensiamoci… il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente presentandosi come un dio che chiede adesione: Molti verranno nel mio nome dicendo IO SONO…NON SEGUITELI!

Io sono”: è il santo nome di Dio ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare.

Gli idoli chiedono sequela (e lo fanno con seduzione potente e noi tutti lo sperimentiamo ogni giorno!) ma Gesù ammonisce: Non seguiteli! Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo Seguitemi! (cfr 5,11.27; 9,59; 14,27…) qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo a tale proposito è l’uso del suo nome; il credente può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo invece di farsi servo di quel santo nome. Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati “a causa del mio nome“. E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4,12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro…

Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione, se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo, ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, la parola quella della croce (cfr 1Cor 1,18) allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da un tanfo diabolico, quello della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante e sicure che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli…dagli amici. E’ terribile ma a tal segno arriva l’odio del mondo per chi lo contraddice! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: come dicevamo, quando scrive l’Evangelo, è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli) e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti (l’ “iupomonè” di cui Gesù oggi parla è proprio la pazienza perseverante che è il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno, è la “resistenza”); insomma è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita! (cfr Lc 9,24)

Questa fu la via di Gesù e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona, capace di perdere la vita.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

 

 

 

 

 

 

 




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TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Di chi sarà moglie nella risurrezione visto che tutti e sette l’hanno avuta in moglie?

2Mac 7, 1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2, 26-3,5; Lc 20, 27-38

            Al cuore di questa liturgia c’è la fede nella risurrezione che, per noi discepoli di Cristo è il cuore della fede. Dalla nostra fede nella risurrezione, e quindi dalla nostra concezione della morte, dipende tutto il senso del quotidiano; c’è poco da fare. Che senso avrebbe una vita che finisce nel nulla, nella polvere come esito ultimo e definitivo dell’esistenza di ogni uomo? Possibile che tutti i nostri sogni, tutti i nostri desideri di voli alti e luminosi, tutti i nostri amori, tutta la bellezza che sentiamo annidarsi dentro di noi, tutti i nostri legami, tutta la nostra sete di verità e di giustizia possano finire in un nulla senza remissione?

La grecità con il suo dualismo esasperato aveva pensato all’immortalità dell’anima; prima una forma di sopravvivenza umbratile e indifferenze (pensiamo alla scena dell’Odissea della discesa di Ulisse negli inferi e al suo incontro con la madre), poi col passare dei secoli giunse ad una sopravvivenza legata ai meriti e ai demeriti vissuti nella propria storia.

Il mondo biblico pure vive un’evoluzione: dalla negazione di un’oltretomba, alla percezione di uno sheol (gli inferi) indifferenziato, fino ad una retribuzione post-mortem; ma tutto è teso all’idea radicale della riserruzione; questa idea scaturisce direttamente dalla concezione unitaria dell’uomo, che la mentalità semitica ha nel profondo. L’uomo è il suo corpo e la vita dopo la morte non può che tendere a questa unità perché noi siamo questo.

Ai tempi di Gesù i sadducei (classe aristocratica sacerdotale da cui uscivano sempre i Sommi Sacerdoti, per lo meno dal 6 a.C. al 70 d.C.) negavano la risurrezione, come negavano tutte le realtà spirituali (per esempio gli angeli); la loro era una concezione molto materialistica della fede: tutto si risolveva qui ed il benessere qui è frutto della vita di pietà e di obbedienza alla Torah. Sono questi sadducei che, nell’Evangelo di questa domenica, Luca pone dinanzi a Gesù per provocarlo … con la loro razionalità cercano di mettere in difficoltà Gesù portando al ridicolo qualunque fede nella risurrezione. Evidentemente sanno che Gesù, come i farisei, loro “nemici”, ha fede nella risurrezione della carne. La via che usano è un esempio: una donna che sposa sette fratelli secondo la legge del “levirato” (cfr Dt 25,3ss; da “levir” che significa “cognato”).

Di chi sarà moglie nella risurrezione visto che tutti e sette l’hanno avuta in moglie?

            Gesù è molto originale nella sua risposta; non percorre l’usuale metodo rabbinico che oppone parola a parola sullo stesso tema; non cita testi che alludano alla risurrezione, come il famosissimo testo di Giobbe in 10,11 o quello di Ezechiele in 37,8 o anche quello dal Secondo libro dei Maccabei che oggi costituisce la prima lettura. Niente di tutto questo. Gesù va invece, al cenro della Scrittura, ad un testo che ha al cuore Dio e la sua rivelazione. E’ il testo del Roveto ardente in Esodo 3.

Per Gesù la risurrezione non può essere ridotta ad una questione di esegesi e di dispute tra diversi pensieri, opinioni o diverse scuole. Per cogliere la verità della risurrezione si deve andare a contemplare Dio ed il suo amore fedele. Gesù, infatti, parte dalla fedeltà di un Dio che si rivela a Mosè come il Dio dei Patriarchi che chiama per nome: Abramo, Isacco e Giacobbe. La “prova” della risurrezione (se di “prova” si può parlare!) è Dio stesso ed è il legame che Lui ha voluto creare con l’uomo. Dio è pienezza di vita ed ha voluto condividere questa vita con l’uomo al quale chiede di conoscerlo, di servirlo e di amarlo. Questa creatura straordinaria che è l’uomo, a tal punto legata a Dio, non può cessare di esistere con la morte. Una creatura così partecipa della pienezza della vita; una pienezza di vita che non può non toccare tutto ciò che l’uomo è, tutte le sue fibre, tutto il suo corpo. L’uomo, così ci dice Gesù, oltre il buio passaggio della morte, è chiamato all’eternità.

Per Gesù la certezza della risurrezione riposa in Dio stesso e nel suo amore fedele con cui si è voluto legare a noi uomini fin dall’ “in-principio”. Fin dalla creazione questa è stata la via di Dio per l’uomo; all’epoca dei Patriarchi, ci suggerisce Gesù con la sua citazione, questa fedeltà era già consegnata all’uomo; non importa che gli uomini non ne avessero colto tutte le sfumature.

Certamente non è un caso che ai Sadducei (che per le loro dottrine si rifacevano alla sola Torah) Gesù opponga un testo che citi i Patriarchi e che è rivelato a Mosè, “autore” della Torah.

L’Evangelista, che scrive il racconto di questa disputa  con la brillante risposta di Gesù, in più ha una coscienza che in quella disputa non poteva entrare: la Croce e la Risurrezione di Gesù! Nella Croce e nella Risurrezione quell’amore fedele di Dio risplendette in tutta la sua ampiezza … il Dio narrato sulla Croce e nella Risurrezione di Gesù è fedele all’uomo tanto da scendere nelle profondità buie ed abissali della sua morte; come credere ancora alla morte dopo la sua vittoria?

I discepoli di Gesù possono dire, all’indomani della Pasqua, “vivo ma non vivo più io, ma Cristo vive in me” (cfr Gal 2,20) e l’uomo, a cui è data questa incredibile possibilità, può mai finire nella morte?

Certo, la risurrezione, dinanzi alla fredda ragione, resta indimostrabile ed inverosimile … è il legame d’amore che lega il credente a Gesù che impone, dall’interno, questa fede. Quel Gesù che è sceso agli inferi a cercarci nella nostra morte e che da lì è risorto per l’amore fedele del Padre suo, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, un giorno ci porterà con Lui, attraversando col suo amore fedele la nostra morte, verso la vita senza fine che afferrerà tutta la nostra carne! Nel Quarto Evangelo Gesù dice con ferma chiarezza che dove Lui sarà, sarà anche il suo discepolo, il suo amico (cfr Gv 12,26; 14,3).

Che consolazione! Lui verrà e ci porterà con sé. Il discepolo ha questa speranza: qualunque cosa succeda noi apparteniamo a Gesù. “Chi potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù?”(cfr Rm 8,38). Lui ha legato per sempre gli uomini a sé … e se noi discepoli lo sappiamo e lo sperimentiamo già qui, noi sappiamo pure che questo si dilata a tutti gli uomini, quelli di ieri, quelli di oggi e quelli di domani, a quelli che non lo hanno conosciuto o non lo conoscono, a quelli a cui abbiamo impedito l’accesso alla fede con la nostra poca credibilità … a tutti …

Scriveva von Balthasar: “Noi dobbiamo sperare per tutti” e questo perché contemporaneamente crediamo per tutti ed amiamo per tutti.

Il Salmo 136 canta con meravigliosa monotonia: “Eterno è il suo amore” … dunque se il suo amore è così, se il suo amore è eterno, noi che siamo amati dureremo, con Lui, nei secoli dei secoli.




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TUTTI I SANTI

TUTTI I SANTI

 

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5, 1-12a

 

Quando pensiamo ai “Santi” siamo tentati di pensare ai perfetti, a cristiani angelici, liberi dalle pastoie della nostra fragile umanità.

E’ una delle vie con cui il cristianesimo è stato reso innocuo dagli stessi cristiani; è stato addolcito perché non ferisse il cuore; perché l’uomo vecchio rimanesse ben saldo e piantato nella storia a fare i suoi affari più o meno loschi rimanendo con l’etichetta di cristiano. E così la santità è diventata l’eccezione, la straordinarietà. Quante volte sentiamo la stolta espressione “Sono un uomo non sono un santo!” Come se si potesse essere davvero uomo senza essere santo!

Essere santo non è altro dall’essere uomo, vorrei dire che la santità è la pienezza dell’umanità; Gesù non è venuto a indicarci una via sovrumana ma una via umanissima, quella che Lui stesso ha percorso!

Oggi la Chiesa contempla la Communio sanctorum: noi i santi in cammino nella storia, contemplando quelli che hanno compiuto il loro cammino e sono alla meta, sentiamo con loro una straordinaria cosa in comune: noi e loro apparteniamo a Dio, siamo altro dal mondo, siamo distinti. E questo non in maniera arrogante o elitaria, ma per grazia, per essere seme di santità per il mondo. Santo (in ebraico kadosh) significa “altro”, “distinto”, “separato” (la kedushà è il taglio del cordone ombelicale!)…Il santo, come Dio (Lv 19,2) è altro rispetto al mondo e alle sue logiche.

La pagina evangelica delle Beatitudini nella versione di Matteo, che oggi si proclama in tutta la Chiesa, è una pagina che certo non risponde alle attese che tanti avevano su Gesù. Dinanzi a Lui c’erano attese e domande morali… Gli stessi apostoli, dopo la Risurrezione, ancora mostrano queste attese: “Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?” (At 1,6) o altri avevano chiesto “Che debbo fare per avere la vita eterna?” (Mt 19,16) quasi volendo dei precetti che potessero instaurare un alto ordine morale.

Gesù con le Beatitudini non intende fare nulla di ciò; non è il proclama di un ordine nuovo nella storia, non è risposta alla “maledetta” ansia di fare degli uomini religiosi. Gesù qui rivela. Rivela l’uomo nuovo e la qualità della vera gioia. Gesù rivela quello che fa di Lui stesso il Santo di Dio (cfr Gv 6,69), in una gioia diversa da quella del mondo, che lo rende l’uomo nuovo in cammino verso Dio (secondo Andrè Chouraqui la parola greca màkarios, “beato”, corrisponde all’ebraico ashrei che evoca il cammino retto che conduce direttamente al Signore).

Il beato è “in primis” Gesù. E’ Lui il povero, l’afflitto, l’affamato e assetato di giustizia; è Lui il misericordioso (interessante anche qui la versione francese di Chouraqui che traduce Beati i materni, cioè quelli capaci di un amore viscerale, senza ragioni; un amore tanto grande da essere capace di perdono come quello di una madre. D’altro canto chi è misericordioso dona e custodisce la vita, proprio come una madre!); è Lui il puro di cuore che guarda gli altri non per possederli ma con sguardo trasparente…il puro di cuore che non ha il cuore diviso; e Lui il costruttore di pace perché con la sua vita e la sua croce ha fatto pace tra cielo e terra; è Lui il perseguitato per la giustizia perché per realizzare la giustizia del Padre (il suo progetto di amore) si è lasciato oltraggiare e inchiodare alla croce.

Le Beatitudini allora, svelando il volto di Cristo, svelano una via di gioia paradossale di cui il mondo ride. Il mondo però non sa che c’è una moltitudine immensa di uomini e donne che, come scrive Giovanni nel testo del Libro dell’Apocalisse che oggi si legge, seguendo Gesù, il Santo di Dio, sono stati resi vittoriosi (hanno le palme nelle mani) e sono seme di novità per tutta l’umanità da cui provengono senza distinzione di razza, di popolo, di lingua. Il mondo, scrive sempre Giovanni, ma nel passo della sua Prima lettera, che pure oggi la Chiesa propone, non conosce i santi perché non conosce Dio; per questo il paradosso che essi portano per il mondo è incomprensibile: il mondo non può comprenderlo, né conoscerlo. Il mondo non può immaginare che poveri, afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri, pacifici, perseguitati siano beati, siano gente che avrà la vittoria, siano gente che ha trovato senso…il mondo pensa che la terra è dei ricchi, degli arroganti, di coloro che schiacciano i poveri per i loro interessi, di chi non perdona, di chi è lussurioso, guerriero, persecutore…

Eppure i santi, dice Gesù, possederanno la terra! E’ lo stesso paradosso che il Crocifisso ha mostrato al mondo con la sua vittoria! Il Risorto, il Signore è il Crocifisso! Lui, il Cristo sulla croce, ha sperimentato la povertà, l’afflizione, la mitezza; è stato sulla croce perché affamato e assetato di giustizia; lì, sulla croce, è stato misericordioso perdonando ed amando fino all’estremo, lì è stato puro di cuore, con il cuore unificato dall’amore, senza doppiezze o ambiguità; lì, sulla croce, ha operato la pace (cfr Ef 2,15), lì ha sperimentato l’ingiusta persecuzione.

Il problema della santità (l’unico serio problema per un cristiano!!) è se crediamo che la via debole della croce sia davvero via di sapienza di Dio, se crediamo davvero che la via debole di Cristo con la sua mitezza ed umiltà, sia una via vincente proprio perché così altra da quelle del mondo. Il problema della santità è se questo mondo con le sue vie tortuose, perverse e mortifere, con le sue vie arroganti e “vittoriose” (sempre ammantate di buon senso) ci stia stretto o se, alla fin fine, ci stiamo comodi perché ci siamo adeguati…

Oggi la solenne memoria di Tutti i Santi ci indica un’altra strada, una strada di compromissione con Colui che chiamiamo Signore, una via che Lui ci indica come beatitudine e che Lui per primo ha percorso…gli prestiamo fede?

Se gli crediamo stiamo nella storia seguendo Lui ed il suo Evangelo, quando sperimenteremo i “no” del mondo che ci porranno ai margini, che ci faranno sentire l’amaro sapore del rifiuto, dell’irrisione quando non quello della persecuzione, allora sapremo che, se per il mondo siamo dei perdenti, per Cristo saremo dei beati perché la storia darà ragione al Crocifisso perché la sua è via umanissima, perché via d’amore. Costosa ma umanissima. In fondo, infatti, l’unica cosa che davvero importa all’uomo per essere uomo è amare ed essere amato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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