PASQUA DI RISURREZIONE

PASQUA DI RISURREZIONE

At 10, 34a-37-43; Sal 117; Col 3, 1-4; opp. 1Cor 5, 6b-8; Gv 20, 1-9 opp. Lc 24, 1-12

 

            La gioia di Pasqua!

     Le campane che stanotte hanno finalmente suonato con canto festoso hanno proprio ragione … la gioia della Pasqua che stanotte è fiorita deriva da una consapevolezza che ci dà la Risurrezione di Gesù: qualunque cosa accada, comunque sia la nostra vita, comunque vada, da quell’ora in cui la vita è “esplosa” dal sepolcro di Gerusalemme, ce ne possiamo accorgere o no, tutto va verso una pienezza che, anche se fatichiamo a vedere, anche se non la sperimentiamo a pieno, anche se non ha chiarezza e netti contorni, è vera, è reale! Perché Cristo è veramente risorto! È risorto in verità!

            Sì, se la meta non è una tomba e basta, la vita non può essere più valutata con il metro solamente umano … se è risorto in verità noi siamo uomini e donne pasquali! Cioè segnati dalla luce della Pasqua! Noi cristiani siamo quelli che lo sappiamo e abbiamo un compito: dirlo al mondo, agli uomini nostri fratelli!

       Troppi si credono ancora prigionieri del carcere buio della morte senza scampo, del non-senso e invece da quell’alba del 9 aprile dell’anno 30 il carcere è aperto! Chi è ancora prigioniero è perché non lo sa! È perché non conosce il Dio del mistero pasquale di Gesù di Nazareth, figlio dell’uomo e figlio di Dio! E non è questione di conoscenza intellettiva ma di conoscenza esperienziale, vitale, direi di conoscenza carnale … la Pasqua o ci “brucia” o non la conosciamo! Quel fuoco che stanotte le Comunità cristiane hanno acceso e da cui è stato acceso il Cero, segno del Risorto, è il fuoco che ci deve bruciare, scottare, segnare! Una bruciatura che non fa male, che non uccide ma che segna la nostra concreta umanità con un marchio che non si può più dimenticare! Così è la vera esperienza di Dio!

        La Risurrezione ci dice che la nostra gioia non sta solo in quello che appartiene a questa terra, pure bellissima e straordinaria … se la nostra gioia non è solo nelle dinamiche terrene, che oggi ci rendono lieti e domani ci deludono, allora la vita ha un altro sapore!

        Perché cercate tra i morti colui che è vivo? È risorto! Non è qui! Ricordatevi come vi parlava! Ecco cosa sentono le donne, nel racconto di Luca, in quell’alba del primo giorno della settimana. Cercano il Crocefisso, Gesù … e Lui non è più tra i morti! Devono ricordarsi di Lui, di come era, di come parlava, della sua vita … se si ricordano capiranno che un Uomo così non poteva restare nella morte! Certo, alle spalle di quell’alba c’è la notte del tradimento, la paura dell’Orto, la violenza irragionevole della Passione, l’dio senza nome che ha colpito il mite e umile di cuore (cfr Mt 11,29), alle spalle di quell’alba ci sono le parole di Gesù … straordinarie ma che sembrano sconfessate dal fallimento della croce … alle spalle c’è Gesù che è ormai chiuso in una tomba. Ma proprio lì il fallimento è sconfessato, o meglio: il fallimento si rivela luogo di luce perché, come ascoltavamo dal racconto lucano della crocefissione, “il Re dei Giudei: questo”. Perché Luca ci consegna così il “titulum crucis”? E’ come se dicesse: se cercate il Messia, se cercate il Re dei Giudei, quello atteso secondo le Scritture, sappiate che è “questo”! E’ il crocefisso, è il fallito reso impotente dai chiodi, è il maledetto appeso, è l’insultato … è uno che pare smentire con il suo fallimento tutte le parole meravigliose che aveva dette!

        Il fallimento, allora, più che sconfessato è dichiarato luogo di verità e di luce. È luogo che rivela il vero volto di Dio, senza più nessuna possibilità di equivoco. “Il Re dei giudei: questo!” e di conseguenza “Dio: questo!”.

        Le donne in quell’alba di Pasqua diventano le prime testimoni di una notizia meravigliosa, che riavvia il cammino che pareva spezzato, che fa fuggire la paura della morte e ridona la speranza e la vita! La pietra che sigillava il sepolcro, segno della potenza inamovibile della morte, segno della condanna e di quella morte voluta, progettata e inflitta al Figlio di Dio, è stata rimossa. Il sepolcro è aperto! Si badi, non per far uscire Gesù ma perché sia accessibile agli uomini che vedano che la morte ha perduto la sua preda … ha perduto Gesù? Sì, ma con Lui ha perduto tutti gli uomini, tutto il creato! Questa è la grande speranza! Questo è l’annunzio che ci può rendere buoni … sì, perché noi siamo cattivi, scrive l’autore della Lettera agli Ebrei, perché abbiamo paura della morte (cfr Eb 2, 15). Se i discepoli di Cristo diventano testimoni della Risurrezione, hanno nelle mani, nel cuore e nelle vite il grande antidoto!

        Qui però, per non fare discorsi zuccherosi, bisogna chiedersi con coraggio se noi che cantiamo oggi l’ Alleluia del Risorto e per il Risorto abbiamo davvero fede nella Risurrezione. È facile verificarlo: siamo stati resi buoni? Ci sentiamo liberati dalla paura tremenda (non quella naturale che è umanissima!) della morte, quella che ci rende voraci della vita degli altri, voraci delle cose degli altri e delle cose del mondo, voraci di potere?

         Se non siamo in lotta contro queste voracità che ci rendono cattivi dobbiamo chiederci se davvero crediamo nella Risurrezione di Gesù e nelle energie di quella Risurrezione!

          La domanda è per me forte e direi “violenta” alla fine di questo santo Triduo … io che go celebrato, cantato la Pasqua di Gesù dal dono dell’Eucaristia al sepolcro vuoto e alla gloria del Risorto, sono per davvero un uomo pasquale o resto un uomo religioso che celebra riti rassicuranti e identitari ma che non compromettono?

          Dire: “è la pasqua del Signore!” significa ricordarsi del Crocefisso Risorto in cui l’amore si è mostrato in tutta la sua stupefacente gratuità, in tutta la sua capacità di “perdere la vita”, di “donarla”, di lasciarsela togliere pur di dare vita agli amati!

          Lo stupore è che questi amati siamo noi! Tutti noi! Noi adulteri, noi ladri, noi assassini, noi feroci, noi insensibili, noi carnefici dei deboli, noi avidi di potere e di oro, noi che calpestiamo la bellezza e l’integrità del creato, noi che per salvare noi stessi siamo capaci di desiderare che gli altri si perdano … noi perduti più di tutte le pecore perdute, noi prodighi e parricidi più del figlio minore della parabola, noi più arrogantemente “giusti” dei farisei e dell’altro figlio di quella stessa parabola, noi più traviati della donna adultera salvata dalle pietre, noi più vili di Pilato e più voltagabbana della folla di Gerusalemme, noi più traditori di Giuda e più fragili e vigliacchi di Pietro … Su tutti noi, su tutti noi, così, non buoni, non perfetti, non sani, oggi scende il perdono e la speranza; su tutti noi, tutti così perduti, il Risorto dice: Shalom! Pace!

          Accogliamo la pace pasquale, cantiamola con la vita e con la lotta, una lotta che lotta perché crede delle infinite energie della Risurrezione! La Resurrezione ci appartiene! Cristo Gesù non è risorto per una vendetta del Padre contro gli uomini che hanno crocefisso il Figlio, è risorto per immettere negli uomini, gratuitamente, assolutamente gratuitamente, la vita! In noi che l’abbiamo ucciso e che non l’aspettavamo più, in noi che, come le donne, credevamo di dover avere a che fare solo ormai con un cadavere sì da onorare ma po da chiudere ben bene e per sempre in un sepolcro che ci occultasse una verità scomoda e costosa: che l’uomo è “questo!” e cioè il Crocefisso che ama, perdona e dà la vita!

         Amare, perdonare, dare la vita, cantare la gioia dell’uomo nuovo: ecco l’identità del vero discepolo del Crocefisso Risorto!

         Cantiamo l’Alleluia ma nella verità, scegliendo davvero di essere discepoli di “questo” Dio; non di un altro creato da noi, dalle nostre paure, dalle nostre proiezioni, dai nostri squallidi calcoli!

            “Il Re dei Giudei, il Messia, Dio: questo!”.

    Fabrizio Cristarella Orestano

 

Arcabas (1926-2018): Le mirrofore al sepolcro

DOMENICA DELLE PALME

DOMENICA DELLE PALME

 Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Lc 22,14-23,56

 Ognuno di noi è l’Adam fatto di no potenti a Dio e alle sue vie; la mano tesa dell’Adam dell’in-principio verso l’albero che proclamava il suo limite di creatura è storia di tutti i giorni; noi: una mano tesa a rapire per noi, per salvarci, per aver capacità di salvare la propria vita e di darle l’inebriante sapore della potenza senza limiti e senza barriere.

            La Passione di Cristo Gesù è argine alla deriva tremenda di ogni Adam. Gesù capovolge l’Adam, lo conduce al sogno di Dio; non in un in-principio di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma verso un futuro inimmaginabile in cui la storia, la nostra storia può essere trasfigurata. Dobbiamo essere convinti che Cristo non è venuto a riportarci al  passato perduto, ma è venuto a portarci al futuro di Dio che è futuro dell’uomo e della storia.

            La storia della Passione, che quest’anno leggiamo nella redazione dell’Evangelista Luca, è storia di un radicale rifiuto, Gesù rifiuta fino in fondo di salvarsi con le proprie mani e si getta nelle mani del Padre; mani che non vede ma che nella fede sa che vi sono oltre la cortina buia e tenebrosa della morte.

            La Passione trasfigura la storia! Non bisogna aspettare l’alba di Pasqua per essere avvolti in questa trasfigurazione; lì, nel sepolcro nel giardino, il Padre porrà il sigillo del suo amen sul Figlio eletto e sui suoi passi d’amore nella storia; all’alba di Pasqua coglieremo il frutto meraviglioso ed inaudito di una vittoria che ci schiude una possibilità infinita di vita che vince davvero la morte!

            La Passione è però già trasfigurazione! Letta senza Gesù questa storia che oggi la Chiesa fa risuonare in tutte le assemblee di credenti, che così entreranno nella Grande Settimana, potrebbe essere una solita storia: orrore, ingiustizia, perfidia, avidità, gratuita malvagità, accanimento contro un uomo solo, assenza totale di pietà, cosificazione di un uomo, tradimenti, viltà, fughe, calcoli di potenti, folle manipolate … è tutto l’arsenale di Satana promesso a Gesù fin dalle prime pagine dell’Evangelo: il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato (Lc 4,13); è tutto l’arsenale di male che ogni giorno l’uomo sperimenta da vittima e da carnefice, è tutto l’arsenale di odio e di rifiuto che appesta ancora oggi il nostro occidente “cristiano” (le virgolette sono d’obbligo!) fatto ormai di rifiuti, di particolarismi, di protezione dei propri interessi e perfino “dei sacri confini delle patrie” (incredibile!); è l’armamentario del Nemico che vuole solo una cosa: disumanizzare l’uomo! Nel racconto della Passione possiamo vedere che tutte le aberrazioni del cuore umano si concentrano contro Gesù; è il mistero del male annidato nel cuore della storia.

            Questo racconto della Passione sarebbe solo orrore se non ci fosse Gesù: lui trasforma tutto, trasfigura tutto … E fa questo solo con la misericordia e l’amore. Questo orrore è abitato dall’Amore di Dio mostrato a pieno a noi uomini in Gesù. Solo così esso diviene un Evangelo, una bella notizia! Dal pane spezzato come corpo dato e dal calice come sangue versato, fino all’estremo atto d’abbandono di quel Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito, è tutto dono di misericordia che trasforma gli orrori abitandoli di perdono! Tutto questo fino a quella vertigine che mai uomo religioso ha saputo pronunciare: Perdonali!

            Così la Passione è culla e origine di una storia nuova e trasfigurata … E’ una possibilità davvero offerta all’umanità, una possibilità di salvezza a caro prezzo (1Cor 6,20) data agli uomini per abitare anch’essi questa storia di amore e misericordia vicendevole.

            La Passione di Cristo, via di salvezza per la storia di ogni Adam; la Passione di Cristo, via da percorrere per i suoi discepoli; la Passione di Cristo è una consegna per noi che ci diciamo suoi discepoli.

            Questo Evangelo ci dice dove è la salvezza: ci si salva solo perdendo la vita: è il paradosso insostenibile dell’Evangelo, è la stoltezza e la follia (1Cor 1,25) dell’Evangelo … ma solo chi sostiene questo stolto e folle paradosso entra veramente in una sequela che lo salva e che, incredibilmente, salva il mondo.

            Con la Passione il cristiano sa come deve attraversare la storia: senza scorciatoie che evitano il Golgotha. Il cristiano sa dove attingere la vera gioia di una vita bella, buona e felice: nell’amore fino all’estremo (Gv 13,1), nella misericordia di Cristo sperimentata su di sé e perciò donata ancora.

            La Passione è una consegna che ci dà l’incredibile possibilità di salvare la storia; sì, lo possiamo, se abbiamo il coraggio di lasciarci immettere nell’Amore del Crocifisso. Tutto questo è dato e richiesto a noi cristiani: sanare con l’amore e la santità gli orrori della storia; le derive del mondo e quelle dolorosissime della Chiesa di Cristo possono essere sanate solo da uomini e donne che accolgono la consegna della Passione per essere altro! Per essere santi!

            Accoglieremo la santità, il gran sogno di Dio per noi, se accoglieremo la misericordia che ci salva, come il ladro appeso alla croce che si abbandona ad un perdono misericordioso che si getta alle spalle quell’orrore della storia che il ladro stesso aveva contribuito a costruire col suo coltello insanguinato e con la sua sete di oro. Quel ladrone, icona dell’Adam dell’in-principio che ruba e dà accesso alla morte, è redento e salvato dal nuovo Adam che non tende le mani all’albero per rapinare ma per farsi inchiodare all’albero della Croce per essere tutto dono!

            Entriamo così in questa Pasqua di quest’anno di grazia!

            Auguriamo a noi stessi e a tutti i credenti che in questi santi giorni le parole di Gesù non vengano ridette invano nelle nostre liturgie; che quelle parole ci spremano lacrime buone e ci conducano ad una gioia che non tema oscuramenti.

            Accogliamo il Signore che viene nelle nostre vite segnate dal male del mondo: Benedetto il Veniente nel nome del Signore! (Lc 19,38). Senza paura lasciamogli piantare la Croce nel nostro profondo, lasciamo che lì esploda l’Amore e la vita del Risorto!

            E’ ancora l’ora della Pasqua del Signore!

 

 

 

 

 

 

 

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA 

Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

Ormai il nostro itinerario quaresimale è quasi compiuto; domenica prossima dovremo essere pronti ad entrare con Gesù nella sua Passione … oggi, però, la liturgia ancora ci fa sostare per donarci delle parole che, entrando in noi, ci portino tutta la dolcezza e le esigenze della Buona Notizia.

Alla vigilia di questa Pasqua c’è un grande annunzio di misericordia, quella misericordia che guidò il popolo di Dio a libertà creando una novità in cui vivere e dimorare: il testo di del libro di Isaia che oggi si legge è una memoria ed un invitomemoria dei prodigi dell’Esodoinvito a lasciarsi definitivamente alle spalle l’Egitto ed i suoi dolori, l’Egitto e le sue catene idolatriche; lo sguardo, dice il profeta, va volto verso il Signore e la sua opera di salvezza. Questo tempo di Quaresima è servito anche a noi per lasciarci alle spalle un passato imprigionanate per aprirsi a quel novum che solo Dio sa compiere?

La Pasqua è alle porte ed è tempo di decidere per una riduzione di tutto all’essenziale; essenziale è esporre al Signore e alla potenza della sua Pasqua ciò che siamo in questo momento preciso della nostra vita di credenti; è tempo di rimanere davanti al Signore solamente con la nostra miseria e con la nostra fatica per lottare per l’Evangelo; proprio come la donna adultera di questo straordinario passo evangelico che, attraverso peripezie e rifiuti, ci è stato consegnato nell’evangelo di Giovanni (per gli esegeti non è un testo giovanneo, pare appartenere più al linguaggio, ai modi e alla teologia di Luca!); tanti, infatti, nei primi secoli, fecero fatica a considerarlo ispirato e vera parola dell’Evangelo … in tempi di grande lotta per un rigido rigore morale a tanti parve lassista, giustificante … Agostino così parla dei cristiani che eliminavano questo racconto dall’Evangelo: fedeli di poca fede o meglio nemici della fede che temono che l’accoglienza del Signore per la peccatrice desse la patente di impunità agli adulteri delle loro mogli.

Il testo che oggi la Chiesa legge nel quarto Evangelo realizza in pieno la parabola lucana che ascoltammo domenica scorsa: quello che Gesù ha narrato nella storia del Padre misericordioso lo ha realizzato davvero con questa povera donna.

C’è di più: questo straordinario racconto ci conduce al cuore dell’Evangelo di Gesù, il Figlio che non giudica nessuno (cfr. Gv 7, 19.23.24.51; 8, 15.17) ma che per questo sarà giudicato. Qui il vero imputato è Gesù, la donna è solo un pretesto per poter giudicare e condannare Lui; il perdono dei peccati costerà caro a Gesù: sarà ucciso Lui innocente per salvare dalla morte i colpevoli; già in questo stesso capitolo tenteranno di lapidarlo (8,59) e poi lo innalzeranno sulla croce. In Gesù ci è rivelato il vero volto di Dio, che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito (Gv 3,16).

Siamo noi la donna adultera; adulteri tutti perché non amiamo abbastanza il nostro Sposo; ogni giorno Lui però ci rinnova e noi siamo capaci di cogliere la sua parola rinnovante che ci libera dalle pietre del peccato che ci accusa e vorrebbe schiacciarci, quando abbiamo il coraggio e la grazia di restare soli davanti a Gesù. Allora, come scrive Agostino nel suo Commento all’Evangelo di Giovanni: relicti sunt duo: miseria et misericordia!  “Sono restati due soltanto: la miseria e la misericordia!” Io la miseria, Lui la misericordia; in fondo se celebriamo così questa Pasqua avremo accesso ad una verità grande e liberante:  la mia  miseria ha solo assoluto bisogno della misericordia del Cristo; la sua misericordia sarà vincente in un Amore che non si spaventa di pagare per me un caro prezzo (1Cor 6,20).

Il dito di Gesù che scrive per terra sul lastricato del Tempio (non si parla di polvere o di sabbia!) è forse il dito di Dio che scrive il compimento della Torah: la Legge si compie nella misericordia senza limiti, come scriverà Paolo: pieno compimento della Legge è l’amore(Rm 13,10b; Gal 5,14).

Questo scrivere di Gesù è allora un gesto profetico e l’autore dell’Evangelo non entra in merito a ciò che Gesù ha scritto (quante ipotesi sono state fatte su questo nei secoli!); capiamo che per l’evangelista è più importante che Gesù scriva che quello che scrive.

In questo racconto è chiara una cosa, che deve essere limpida per una fede matura ed autenticamente evangelica: Gesù perdona la donna senza chiederle previamente il pentimento … solo un perdono così genera il pentimento, solo un perdono così è creatore e liberante; solo un perdono così apre davanti al peccatore la via di un nuovo futuro che rende capaci di scegliere, nella libertà, di amare di più e di lottare per non peccare più.

Chi fa l’esperienza di questa misericordia preveniente ha la vera conoscenza di Gesù, quella conoscenza sublime di cui Paolo parla nell’illuminante passo della Lettera ai cristiani di Filippi che oggi passa nella liturgia. Paolo ha conosciuto sulla sua pelle questa gratuità di misericordia che lo aveva amato nel suo peccato, senza nulla chiedergli prima (cfr Rm 5,7-10); per Paolo questa fu esperienza lacerante ed assieme liberante, infatti dinanzi a questa conoscenza tutto si dilegua, soprattutto la nostra pretesa giustizia; l’unica giustizia che possiamo avere è quella derivante dalla fede, dall’adesione a Lui; resta poi il compito di lottare per custodire il dono di Dio e per affermare la signoria di Cristo e della sua misericordia nelle nostre vite. Paolo sa di poter lottare  perché si sente afferrato, conquistato, vinto da Cristo. L’amore preveniente, misericordioso e crocifisso di Cristo Gesù davvero ci vince se sappiamo rimanere con coraggio soli nella nostra miseria davanti alla sua misericordia. Il confronto sarà lì!

Nella Grande Settimana che tra poco inizia questo confronto potrà essere pieno: il solo Giusto non condanna, non scaglia pietre di odio ma farà cadere su di sé la condanna per il peccato!

Poniamoci allora, con tutto ciò che siamo, davanti a Lui! Soli davanti a Lui!

     P. Fabrizio Cristarella Orestano

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

 Gs 5, 9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5, 17,21; Lc 15, 1-3.11-32

E’ la domenica della gioia (“Laetare”) e, nel ciclo C del lezionario romano, siamo condotti alla contemplazione di Dio, a leggere Dio per ciò che davvero è, e non per quello che le nostre malevole e stolte presunzioni lo hanno voluto vedere e percepire.

Il capitolo 15 di Luca è un luogo rivelativo di altissimo spessore; Agostino diceva che questo capitolo è “l’Evangelo nell’Evangelo”. Il tema di questo capitolo di Luca, e quindi il tema di questa domenica “laetare”, non è il comportamento morale dell’uomo ma il comportamento di Dio.

Sul banco degli accusati, in fondo, c’è Dio e non l’uomo peccatore; questo lo è di partenza, ma il dibattito verte sul modo retto o meno di comportarsi di Dio. Gesù è accusato perché pretende di dire che Dio si comporta con misericordia e accoglienza verso i peccatori; Gesù ha una condotta che viene bollata come scandalosa in quanto, non solo accoglie i peccatori, ma addirittura li attrae: «Si facevano vicini a lui», scrive Luca e i farisei e gli scribi mormorano che il Rabbi di Nazareth siede con gli empi.
Già quel banchetto con cui inizia il capitolo è evangelo: il Figlio di Dio siede con i peccatori, condivide la vita con loro; già solo questo banchetto giustifica la letizia di questa domenica. Con quel sedere a mensa con i peccatori Gesù vuole essere trasparenza di Dio, vuol far presente la misericordia di Dio, vuole rivelare il vero comportamento di Dio; in fondo scribi e farisei si proclamano servi di Dio ma vorrebbero un altro Dio, non quello vero che ha inviato il suo Figlio proprio perché sedesse a quella mensa di peccatori.

Gesù spera che anche i cosiddetti “giusti” siedano a quella mensa, non per condiscendenza verso i peccatori ma mettendosi dalla parte dei peccatori; la parabola del Padre misericordiosoinfatti, termina proprio con questa speranza: il padre spera che il figlio maggiore si sieda alla mensa preparata per il figlio sciagurato! Finché i “giusti” non si sederanno a quella mensa assieme agli altri peccatori, peccatori con i peccatori, non conosceranno davvero Dio, anche se se ne proclamano interpreti e difensori! La misericordia di Dio fa paura ai “giusti” perché questi temono di perdere terreno, temono di essere equiparati ai reprobi, ai maledetti, a quelli sui quali amano ergersi con le loro vesti immacolate e con le loro mani pulite; e i “giusti, su chi si ergerebbero – superbi di loro stessi – se quelli che devono guardare loro con tremore e rispetto per la “santità” e la “giustizia” vengono elevati a loro da un Dio che non è quello che loro vogliono, un Dio sempre “a servizio” del loro primato?

Seguono le tre parabole della misericordia di cui oggi la liturgia ci fa leggere solo l’ultima, quella del Padre misericordioso, tralasciando quelle della Pecora smarrita e quella della Dracma smarrita. E’ difficile scinderle, e non lo farò neanche in questa sede. Tre parabole celeberrime e perciò tante volte abusate e lette in chiave moralistica; tre parabole che hanno premura di gridare con gioia la gioia di Dio per la conversione del peccatore, anzi la gioia e l’amore di Dio che lo spingono a lavorare, a perdonare, ad attendere, a cercare perché il peccatore si converta!

Lo scandalo delle tre parabole è proprio qui. Il discorso che Gesù vuole fare è chiaramente teologico e non morale! Noi poi lo abbiamo svilito tingendolo di bieco moralismo.
Dov’è l’ evangelo? Dov’è la buona notizia? Innanzitutto nel comportamento di Dio che Gesù mostra nella sua narrazione: un Dio che cerca e gioisce per il ritrovato!
Si badi che Gesù non si sofferma sulla modalità della conversione dell’uomo; la domanda su Dio viene prima della domanda morale: prima “chi è Dio?” e poi, eventualmente, “che devo fare per obbedire a Dio?”. E’ chiaro che, se non so chi è Dio, non so a quale Dio devo obbedire, e quindi quali sono i contenuti veri delle sue domande. Gesù ci chiede di guardare il tutto dalla parte di Dio.

La prima e la seconda parabola sono, in fondo, perfettamente uguali: due modi per dire la stessa cosa. Certo la parabola della Pecora perduta ha in più un grande retroterra nella Prima Alleanza, retroterra che fa grandemente gioco a Gesù ed al suo annunzio. Infatti già nella Prima Alleanza, di cui i mormoratori si dicono discepoli e custodi, si dice di pecore smarrite di cui Dio si fa cercatore; opporsi a questa icona di Dio che Gesù sta ripresentando è allora contraddire quelle stesse Scritture che dicono di amare e custodire; la polemica è sottile e pure irritante per i nemici di Gesù! In più tutti i testi sui pastori, in quella stessa Prima Alleanza, avevano un altro risvolto polemico: Dio è il pastore buono che si oppone ai cattivi pastori che cercano solo se stessi ed i loro privilegi, che cercano di esaltare la loro “giustizia” a discapito degli altri.

Notiamo che Luca nulla dice di ciò che deve fare la pecora perduta, ma ci dice cosa fa Dio per ritrovarla, e della sua gioia nell’ora in cui la trova.

Così preparati arriviamo alla terza parabola, quella dei Due figli, o meglio, del Padre misericordioso. Il tema è limpido: l’attenzione deve essere puntata sul padre e su come si pone verso i due figli – il figlio peccatore “prodigo” e il figlio “giusto” -,  e di come i due si pongono dinanzi a lui. Le storie dei due figli si devono scontrare con la novità della paternità di questo padre. Un padre che non cessa mai di amare: a questo padre non importa nulla del patrimonio perduto; quello che ha in cuore è la lontananza ed il dolore del figlio che ha sbagliato; lo attende nella sua lontananza e quando lo scorge gli corre incontro. Più di quella corsa, che pure è commovente e per noi foriera di grande gioia, più commozione e gioia deve produrre in noi la sua attesa contemporanea alla lontananza del figlio … Il padre è impaziente di ridire al figlio fuggito chi è per lui: «Presto! – dice ai servi – portate qui la veste più bella!» . Non gli dice “sei di nuovo figlio”, ma “sei sempre rimasto figlio, anche nella tua lontananza, anche quando figlio non ti sentivi!”.
Chiediamoci: quale era stato il vero peccato di questo figlio? Non la vita dissoluta, non la prodigalità, ma l’aver pensato alla casa del padre come ad una prigione, l’aver pensato che il padre fosse ingombrante: in fondo aveva detto, nell’andarsene, che avrebbe tanto voluto che il padre fosse morto: «Dammi la parte di eredità che mi spetta»; per avere un’eredità bisogna che il padre sia morto! Per lui la lontananza era stata una liberazione!

Ecco il vero peccato. Quello che gli è accaduto nella lontananza non è castigo, ma condizione in cui lui stesso si è posto … è conseguenza della lontananza … certo servirà a dargli l’impulso per partire ed andare a contemplare il volto vero del Padre; un volto che lui non immagina neanche, finché non lo vedrà e non sentirà su di sé i baci e gli abbracci di quel padre che voleva morto! Finché non arriva a casa non conosce ancora suo padre: pensa d’averne perso l’amore a causa della sua condotta e crede di dover rimeritare l’amore lavorando come un servo. Questo figlio ha una concezione tutta errata di suo padre, una concezione moralistica e retributiva, ed è afflitto dalla terribile malattia dei “meriti”; ma quando arriva a casa capisce che l’amore del padre era prima del suo pentimento! E’ quell’amore che genera il suo pentimento e la sua conversione perché quell’amore gli dona la vera conoscenza di suo padre. L’amore lo ha guarito … ed esplode la gioia del padre che la esprime ordinando una grande festa. Il suo ritorno non gli ha ottenuto né l’amore, né il perdono; questi già erano suoi; il suo ritorno gli ha donato la rivelazione del vero volto di suo padre, gli ha donato la conoscenza del cuore vero del padre; perciò può intraprendere una vita nuova! Diversamente sarebbe sempre e solo la logica del “do ut des” e quella non è un evangelo, è la stessa solita storia che noi uomini recitiamo nelle nostre relazioni.

Ecco che, a questo punto di questa straordinaria narrazione di Gesù, entra in scena l’altro figlio, quello “buono”. Che fa? Si irrita e anche lui si pone lontano dal padre e dalla sua gioia; questo figlio maggiore è peggiore dell’altro. In fondo anche lui è lontano e vive lontano dal padre, ma fingendo di essere in casa e con il padre: neanche lui conosce suo padre, non ragiona né come figlio, né come fratello. Vede la sua fedeltà, il suo rimanere, come un peso e la sua obbedienza come una sudditanza. Il figlio maggiore somiglia al minore ma in peggio e soprattutto somiglia agli scribi e ai farisei mormoratori, somiglia a noi quando ci paludiamo di “giustizia” e disprezziamo chi è lontano, chi è peccatore palesemente, chi è segnato da una diversità irriducibile da noi.

Il dramma è che mentre il figlio minore, lo sappiamo ormai, è entrato alla festa, questo maggiore è ancora fuori; Gesù lo lascia al termine del racconto lì fuori ove sta trattenendo anche il padre che, come ha fatto per l’altro figlio, si è recato nella sua lontananza e nella sua durezza di cuore a raccontargli l’amore e la sua filialità («Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo»); il padre vorrebbe tanto che entrasse, e scoprendo il fratello come fratello, scoprisse la sua paternità.

Gesù lascia in sospeso la parabola ed anche la gioia piena del Padre! La conversione dei “giusti” è tanto più difficile di quella dei peccatori!

Domenica della gioia. Sì, la nostra gioia, la gioia di noi che riceviamo questo evangelo, questa buona notizia, ma gioia soprattutto di Dio che però noi dobbiamo rendere piena con il coraggio di sedere, anche noi, alla mensa dei peccatori, da peccatori con i peccatori!
Solo Gesù è giusto!
Lo capirà il ladro inchiodato alla croce nelle ultime pagine dell’Evangelo di Luca … se avessimo la sua sapienza e il suo coraggio nella verità!

 

P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Baccio Maria Bacci, Il figliol prodigo (1925 –  olio su tela, Museo del Novecento, Milano)