IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

 Gen 3, 9-15.20; Sal 97; Ef 1, 3-6.11-12 (Rm 15, 4-9); Lc 1, 26-38  –

 

Quest’anno la seconda domenica di Avvento coincide con la Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria … la Chiesa ha concesso che in questa domenica si celebri questa festa così cara al cuore dei credenti, ma con la possibilità di conservare la seconda lettura della Seconda Domenica d’Avvento …

Guardare a Maria, in questo nostro percorso d’Avvento, ci permette di volgere lo sguardo su quella “terra” che Dio scelse per piantare la sua tenda tra noi uomini … in Maria si incontrano le speranze messianiche della Prima Alleanza che la Promessa del Signore aveva messo in cuore al suo popolo, e lo sguardo di Dio.

Maria, la piccola donna di Nazareth, diviene il crogiuolo di questo incontro, terreno preparato dalla grazia. Maria incontra Dio, accoglie dalla bocca dell’Angelo una parola nuova, sconvolgente, dura, difficile, che certamente porterà lotte e incomprensioni che potrebbero sommergerla, ma Maria prende una decisione dinanzi a quella parola, in quella parola, e così genera la Parola!

Maria non resta nei “limbi” che tanti cristiani sanno crearsi per non compromettersi con Dio e le sue domande. Si fa interpellare davvero da Dio, e non rimane paralizzata dinanzi alle domande di Dio rimandando all’infinito le risposte: Maria ha la forza, il coraggio e l’onestà di prendere una decisione.

Nella vita di un credente non basta fare esperienza di Dio; a volte esperire la sua presenza amorosa e concreta può rimanere nell’ambito delle cose “romantiche”, “sentimentali”; magari appaganti per quell’ora, e appaganti nei momenti di memoria di quell’ora … questo non basta! Potrebbe diventare un rifugio ben caldo, rifugio che ci mette al riparo da Dio stesso, un rifugio in cui è facile vivere il limbo dell’irresponsabilità … Maria all’annunzio di Gabriele vive una vera esperienza di Dio, conosce un Dio che la chiama;  non relega quell’ esperienza in un’aura di sentimento, ma la trasforma subito in un  che ingloba tutta la sua vita, il suo cuore, il suo corpo, i suoi progetti, i suoi sogni … nulla lascia fuori da quella Parola che ora deve avvenire in Lei, e dice il suo .

Non è un sì “titanico”, di chi si sente forte e “collaboratore” (!) di Dio, ma un sì che sa attraversare domande (Come avverrà?), e che si lascia attraversare da domande … la sua stessa verginità, lungi dall’essere un prodigio straordinario per destare stupore, è invece luogo di povertà e di “impotenza” (lo stato di verginità è incapacità assoluta a generare!) … così diviene terreno per l’avvento del Santo!

Il tempo di Avvento oggi è illuminato dalla presenza umile e forte di Maria, una presenza che ci richiama al fatto che l’Avvento è sì tempo di attesa, di vigilanza, di speranza, ma contemporaneamente è tempo concreto di vita, tempo che vuole decisioni per Dio, decisioni sulla sua Parola. L’Avvento è tempo di fiducia in cui, dicendo i nostri  scopriamo sempre che l’amore di Dio ci ha prevenuti! Il mistero dell’Immacolata che oggi celebriamo è proprio questo: amore che precede e che prescinde da ogni merito … Maria nasce “tutta santa” dal grembo di sua madre, immacolata; questo però non è un’astratta “impeccabilità”, non è un privilegio accecante, è invece scoperta di essere stata preceduta, è scoperta che, prima del “fiat” di Maria, c’è già e sempre il “fiat” di Dio che è sempre Colui che ama per primo!

Se Maria ci fa fare questa scoperta in questo cammino di Avvento ci avrà consegnato una grande forza, una parola su cui scommettere per dire anche noi i nostri , su cui decidersi per il Regno.

Lui viene e provoca già il nostro oggi mostrandoci in Maria un amore preveniente, assolutamente gratuito, un amore che ci grida “nulla è impossibile a Dio”!

E allora ci si può fidare…

Bisogna fidarsi!

P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

La Panaghia (La “Tutta santa”), Icona slava del XIII secolo (Mosca, Galleria Tret’jakov).

PRIMA DOMENICA D’AVVENTO

Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24, 37-44

 

            Ecco l’Avvento! Tutto ricomincia per poterci condurre alla meta … inizia un altro anno liturgico che subito ci pone dinanzi alla più vera identità cristiana: siamo il popolo dell’attesa.

            Certo, condividiamo questo atteggiamento spirituale con Israele che pure è il popolo della speranza dell’adempimento della Promessa, ma la nostra attesa attende un volto preciso ed amato, noi attendiamo Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, attendiamo il suo ritorno, attendiamo che Lui tutto reintesti al Padre (cfr Ef 1, 9-10), che tutto in Lui ritrovi la sua destinazione che è il Padre.

            L’Avvento è allora un tempo a sé; è davvero segno di debolezza di fede dire che l’Avvento è il tempo di preparazione al Natale, il tempo in cui si attende il Natale. Il Natale del Signore è già avvenuto e non si attende ciò che è nel passato; noi attendiamo, invece, il ritorno glorioso del Cristo, di Gesù che tutto ha conquistato nella sua Pasqua con il suo amore fino all’estremo. Il Natale verrà dopo l’Avvento per dirci che ciò che Dio ha promesso davvero lo fa! Il Natale verrà per dirci che il Signore è fedele e che, come venne allora nell’umiltà di Betlemme, così verrà nella gloria, nell’ultimo giorno. Il Natale verrà per rassicurarci che attendere, accesi dalla sua promessa, non è insensato perché Colui che è stato fedele – oltre ogni nostra immaginazione – facendosi davvero l’ Emmanuele nella nostra vera carne, sarà fedele tornado alla fine della storia.

            L’Avvento ci pone il problema di come riempire questa attesa, di come colmare di senso questo “frattempo” tra la sua Pasqua e il suo ritorno.

            Insomma: come si attende?

            La liturgia di questa prima domenica di Avvento ci dice ancora la promessa e lo fa facendoci ascoltare un oracolo di Isaia in cui ci è annunziataa un’opera del Signore che porterà un volto nuovo alla storia, all’umanità, al mondo tutto, un’opera del Signore che ci chiede di camminare andandole incontro.

            Promessa, attesa, movimento. Se infatti la promessa genera attesa, questa, l’attesa, va vissuta andando incontro al Signore Veniente che ci chiama ad essere orecchio teso al suono dei passi del suo ritorno, ad essere vita compromessa con il suo amore che testimonia al mondo che, attendendo Lui, si riempie la storia di novità.

            L’atteggiamento da cui la Chiesa è chiamata a farsi plasmare i giorni è quello della vigilanza. È necessario che la Chiesa, per essere davvero Chiesa, popolo che attende il suo Signore, popolo di fratelli che condividono con gioia e amore l’attesa del Signore, smetta i panni del sonno e dell’intontimento. È necessario scrollarsi di dosso tutto ciò che ottunde cuore e mente; è necessario rivestirsi di quello stesso Signore che si attende. Sembra quasi che quel rivestirsi di Cristo sia via che acceleri il ritorno del Signore; quanto più ci si riveste di Lui, tanto più si fa pronta la storia a giungere ad una pienezza che avrà bisogno poi solo del di Dio. Rivestirsi di Cristo con un assenso pieno e cosciente è opera di ogni giorno per il discepolo, è opera di libero assenso. Se nel Battesimo realmente siamo rivestiti di Cristo questo non è un mero automatismo, è dono che chiede, esige risposta; rivestiti di Cristo nel Battesimo è necessario che liberamente desideriamo rivestirci di Lui in una vita che abbia davvero il sapore della differenza.

            La vigilanza è qualcosa di semplicissimo e di grandissimo … il testo di Matteo (quest’anno liturgico sarà questo evangelo ad accompagnarci) che oggi si proclama in questa Prima domenica d’Avvento è straordinario … Gesù non parla di un tempo di particolare iniquità, di un tempo di grandi peccati, di dissolutezze, non sottolinea dei concreti peccati o dei delitti o delle palesi empietà; dei giorni di Noè sottolinea una cosa tremenda che noi conosciamo bene: l’eccesso di “quotidiano”. Cioè? Il lasciarsi vivere, il vivere immersi in una vita di cui non si conoscono più le reali coordinate, in una vita non scelta, di cui non si conoscono i motivi profondi … Gesù stigmatizza una vita in cui tutto è divorato da un fare che annienta la vita stessa. Gli uomini e le donne descritti in questa parole di Gesù che Matteo ci consegna non sono malvagi … sono uomini e donne che non vivono più, che hanno fatto della loro vita una “routine” che li vive! Sono vite senz attesa, senza profezia, vite indifferenti a ciò che davvero conterebbe … i giorni di Noè allora quali sono? Sono i giorni in cui smetto di attendere e sognare, sono i giorni in cui hanno la meglio i bisogni primordiali, sono i giorni in cui “mi accontento” (terribile!) e io mi basto … sono i giorni in cui non so andare a nessun “oltre” … sono i giorni in cui voglio “pascolare” nel mio piccolo e sicuro fraticello e non me ne importa nulla delle infinite praterie che sono oltre la mia siepe e che potrebbero scomodarmi. I giorni di Noè sono i giorni sprecati e senza Dio … i giorni in cui, anche se qualche voce profetica si leva, preferisco sbeffeggiarla e volgermi alle cose che il mondo ritiene “concrete”! E se il profeta continua  a parlare gli grido di stare “con i piedi per terra” e di non volare con la fantasia! Ecco i giorni di Noè!

            Per uomini così il ritorno del Signore non ha senso … non lo si attende, non lo si vuole attendere … lo si relega tra i miti. Eppure verrà quando meno lo si attende … come un ladro … in situazioni di ottundimento e grettezza, come quelle che prima cercavo di descrivere, bisognerebbe augurarsi che il Signore venga come un ladro, come un ladro che porti via da noi tutto ciò che ci stordisce, che porti via ciò che non è essenziale! Venga come un ladro a renderci capaci di non mettere il cuore in ciò che non è l’Evangelo, la bellezza, l’umano; venga come un ladro per restituirmi a me stesso, alla mia vita, per restituirmi alla verità ed alla semplicità delle relazioni … venga come un ladro a dire a ciascuno di noi che non abbiamo bisogno di altro che della nostra verità umana, ci restituisca a noi stessi e ci tolga dall’essere ostaggio del superfluo e dell’inutile …

            Saremo uomini dell’Avvento se, per sua grazia, riusciremo a calarci nel nostro umano d’origine.

            Il “frattempo” allora va riempito di questa vigilanza capace di riconoscere il Signore che viene a prendere da me tutto ciò che non è essenziale al mio umano e al mio essere suo.

            Forse questa lettura del Signore che viene come un ladro non è strettamente esegeticamente corretta da un punto di vista scientifico ma mi pare una metafora fortemente significativa della capacità di vigilanza che ci è richiesta. Direi, paradossalmente, che saremo vigilanti se ci lasciamo derubare dal Ladro Veniente tutto ciò che ci impedisce d’essere uomini liberi, veri uomini, uomini convinti del primato del Cristo che è venuto a far nuove tutte le cose e che verrà per portare tutto a compimento.

            Se ci abbandoniamo a Lui e alle sue mani saremo uomini e donne di attesa pura … mai prigionieri di un presente senza sbocchi … diversamente, come nei giorni di Noè, si rischia di affogare!  

 

           P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

TRENTATREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mal 3,3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto (siamo dopo il 70) e la vita della Chiesa è sì fiorente ma minacciata, già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo) … la fine del Tempio per Luca (come per tutto il NT) è segno potente della novità che è Cristo e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo tempio che è il Cristo crocefisso, risorto e vivente nella Chiesa.

            Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per grandiosità del Tempio e per le sue bellezze ed è detto “grande apocalisse lucana” mentre al capitolo 17 avevamo incontrata la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere; qui Gesù ci narra come sarà la storia e come in essa coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo potranno e dovranno camminare.  

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma neanche parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole che promettono una vicinanza provvidente che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Questa salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne e questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che da un lato anestetizza i credenti e dall’altro li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno … menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio; pensiamoci … il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente presentandosi come un idolo che chiede adesione: Molti verranno nel mio nome dicendo io sono … non seguiteli!Io sono”: è il santo nome di Dio ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare; gli idoli chiedono sequela (e lo fanno con seduzione potente e noi tutti lo sperimentiamo ogni giorno!) ma Gesù ammonisce: Non seguiteli! Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo Seguitemi! (cfr 5,11.27; 9,59; 14,27…) qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo a tale proposito è l’uso del suo nome; il credente può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo invece di farsi servo di quel santo nome. Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati “a causa del mio nome“. E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4,12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro …

Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione, se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo, ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, “la parola quella della croce” (1Cor 1,18) allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli … dagli amici. E’ terribile ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: come dicevamo, quando scrive l’Evangelo, è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli) e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti (l’ “iupomonè” di cui Gesù oggi parla è proprio la pazienza perseverante che è il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno, è la “resistenza”); insomma è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

 

                                            P.Fabrizio Cristarella Orestano

Rovine del Tempio di Gerusalemme (foto)

 

 

 

TRENTADUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38

La morte: la grande contraddizione. L’orrore che fa da muro ad ogni nostra presunzione, la diga che argina ogni nostra autosufficienza, la domanda che cerca instancabilmente un senso alla storia ed alle nostre piccole storie.

Gesù, nel passo dell’Evangelo di questa domenica, viene sfidato proprio sul terreno terribile della morte: su quel terreno su cui avverrà lo scontro finale tra l’amore misericordioso di Dio e l’odio del mondo che inchioderà il profeta di Nazareth, per la morte, su di una croce.

Questa volta, in questo episodio del racconto di Luca, la domanda da cui tutto scaturisce è posta a Gesù non dai soliti Farisei ma dai Sadducei; sono loro i provocatori: uomini di una classe ricca, aristocratica, fatta prevalentemente da sacerdoti del Tempio che credono più all’oggi pieno del loro potere politico ed economico che a qualunque altro futuro affidato ad altre mani, siano pure quelle di Dio. Questi non perdevano occasione per mettere in ridicolo l’ “assurda” credenza nella risurrezione dei morti. Cosa c’è di più evidente della morte e della sua definitività? Ecco ancora un’occasione per mettere in ridicolo i loro avversari; lo fanno con un esempio “grottesco”: una donna, sette fratelli che tutti la sposano …”se si risorge di chi sarà moglie?” I Sadducei si basano qui su una parola della Torah che nel Libro del Deuteronomio (25,5ss) stabilisce la cosiddetta legge del “levirato” (dalla parola ebraica “levir” che significa “cognato”); una legge tesa a garantire a tutti una discendenza, anche a chi ne moriva privo; questo sia per motivi religiosi (partecipare alla benedizione di fecondità data ad Abramo) sia per motivi più terreni come la conservazione dell’eredità.

Di fronte alla loro domanda tesa a screditare sia i nemici Farisei, sia lo stesso Gesù, questi risponde prima affermando il loro errore, sia dimostrandolo con un procedimento tipicamente rabbinico ma non privo di forza.

Gesù, prima cosa, mostra ai suoi interlocutori che il loro parlare è davvero banale e risibile. Non è risibile la fede nella risurrezione ma è risibile il loro pensare ad una risurrezione come prolungamento ed estensione del presente della storia; l’eternità cui l’uomo, tutto l’uomo (perciò si parla di risurrezione e non di immortalità dell’anima!), è chiamato dall’amore fedele di Dio, non è a “immagine e somiglianza” della storia … è una dimensione oltre la storia in cui non ci sarà più bisogno del matrimonio per garantire la  vita. La vita sarà custodita non dalla generazione ma dall’amore di Dio, sarà una vita che più non passa. La morte esige il generare, oltre la morte non occorre più generare. Si badi bene che il discorso di Gesù non svaluta il matrimonio ma lo pone con la sua grandezza al suo posto reale, all’interno della storia. Il matrimonio è profezia dell’amore e della vita e nell’eterno non avranno più bisogno d’essere profetati perché li possederemo.

Poi Gesù trae dalla Scrittura un argomento che sente come una prova: si rifà alla scena del Libro dell’Esodo in cui il Signore, dal roveto ardente, parla a Mosè e si definisce Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (cfr Es 3, 15). Per Gesù lì è la forza della certezza della risurrezione: Dio ha un legame così straordinario con gli uomini da farsi chiamare Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! L’argomento di Gesù è netto: Dio non avrebbe mai detto così riferendosi ad uomini precipitati per sempre nella morte … se così fosse sarebbe un Dio dei morti e non dei viventi. La Scrittura invece ci narra di un Dio creatore della vita, amante della vita e custode delle vita degli uomini e del cosmo; il Dio, fedele all’alleanza che ha stretto con quegli uomini, è il Dio d’una fedeltà che non può essere vinta neanche dalla morte. Il Dio dell’Alleanza fa dell’uomo una creatura capace di conoscerlo, di amarlo, di costruire la sua esistenza attorno a Lui e finalizzata a Lui. Se l’uomo è così legato a Dio, se l’uomo appartiene così a Dio, se l’uomo è colui che di Dio può dire E’ Lui il mio Dio! (cfr Es 15,2), questa creatura non può cessare di esistere. Questa creatura straordinaria che è l’uomo non può non partecipare alla pienezza di vita che Dio ha, che Dio è. Questa creatura è tanto amata che Dio non può permettere che sia caduca tanto da affondare in una morte senza scampo. 

Per Gesù la certezza della risurrezione è fondata sul legame d’amore con cui Dio ci lega a sé.

Certo, noi cristiani abbiamo un argomento in più rispetto a Gesù, anzi, abbiamo l’argomento decisivo e definitivo: la sua stessa Risurrezione! Nella Risurrezione di Gesù il Padre dà la risposta a tutte le paure dell’uomo di rimanere per sempre prigioniero della morte, nella Risurrezione di Gesù il Padre ci ha detto che dalla morte ci salva solo l’amore: l’amore che Lui ha per noi, l’amore come quello di Gesù suo Figlio, che è tale da non poter finire nella morte! Perché più forte della morte è l’amore: infatti la morte è disgregazione, spezzamento di vicinanze, l’amore invece è unità, è comunione, è dono dall’alto che vuole solo la vita dell’altro

Se qui Gesù proclama che Dio è il Dio dei viventi, nella sua Risurrezione ci porta per mano per farci attraversare la morte con amore, nell’ amore, nell’offerta di sé, nella restituzione puntuale a Dio di ciò che noi siamo, ci porta per mano in una terra di vita in cui Dio tutto ci restituirà: pienezza di vita, il nostro corpo, i nostri amori, le persone e le realtà che abbiamo amate … tutto, tutto … il Dio della vita ama tutto ciò che vive e tutto custodisce per la vita, nulla vuole che sia consegnato per sempre alla morte.

E’ questa la speranza che nutre i nostri cuori di credenti, è questa la consolazione che in Cristo Gesù ci è data in modo definitivo, come scrive Paolo nel tratto della Seconda lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi abbiamo letto. L’Apostolo qui è certo della fedeltà del Signore che conferma la sua Chiesa, ma è certo anche di un’altra cosa “realistica” e “misteriosa”: Non di tutti è la fede. Sì, se siamo capaci di credere, di  fidarci, di aderire vitalmente a Lui anche nel buio della storia, anche nell’attraversare la valle scura della morte, è solo per un dono di Grazia; un dono che ci rende depositari di una grande responsabilità. Una certezza, quella della nostra fede, che non ci deve vedere arroganti o presuntuosi destinatari di un aristocratico privilegio, ma umilmente chini nello stupore di qualcosa che abbiamo solo ricevuto in dono. Tanti nostri fratelli per la loro vita, per le loro vicende, per i loro pesi, per i loro dolori, per le loro umane incapacità strutturali “non possono credere”… questo noi dobbiamo saperlo per essere anche per loro un umanità nuova e , come diceva il grande von Balthassar, per credere per tutti, amare per tutti, sperare per tutti!

La morte: muro terribile di fronte al quale si gioca la nostra capacità di credere per davvero, di fidarsi del Dio della vita che è  più potente dei vincoli orrendi della morte. Noi cristiani abbiamo un tesoro di speranza da consegnare al mondo. Un tesoro che Gesù ci ha messo nelle mani non per possederlo come nostra consolazione ma per farci essere consolazione per il mondo che non crede, non spera, non ama.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Artisti vari e maestranze: Abramo, Isacco e Giacobbe (mosaico nella cupola del Battistero di San Giovanni, Firenze) (1225-1330)