QUARTA DOMENICA DI AVVENTO 2018

QUARTA DOMENICA DI AVVENTO

Mic 5,1-4a; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45

La quarta domenica di Avvento ci conduce al termine di questo tempo che, come dicevamo all’inizio, non ci prepara al Natale ma alla Venuta del Signore!

È allora un tempo teso costantemente al futuro di Dio e alla Parusia misericordiosa e temibile di Gesù, ma è un tempo che, su quell’attesa e quella certa venuta, non canta “Maranathà” solo con la voce, ma lo prepara e canta proponendo con forza nuova ai discepoli una concretissima vita, una vita di uomini e donne che, come si diceva domenica scorsa, sono disposti a lasciarsi bruciare dal fuoco di Cristo che, mentre purifica da ogni scoria, mostra la luce e il calore dell’Evangelo e questo pagandone il prezzo con gioia.

L’Evangelo di questa domenica credo che riguardi proprio e fortemente il frattempo della Chiesa … quel tempo che va dalla pasqua di Gesù fino al suo ritorno. La scena della “Visitazione” non va letta né in modo meramente devozionale (quanti “fervorini” sulla carità di Maria che va a servire l’anziana parente Elisabetta! Cosa questa che svia dall’intento di Luca che scrive questa pagina!), né come preparazione al Natale …

Il testo deve essere letto, in primo luogo, in questa domenica, in maniera ecclesiologica. Certo la grande rivelazione che Luca ci sta dando è che Maria, gravida del Figlio dell’Altissimo (cfr Lc 1,32), è l’Arca Santa che porta in sé la presenza di Dio (cfr 2Sam 6, 1-15); Luca desidera dirci la realtà davvero stupefacente dell’Incarnazione … realtà che deve riverberarsi sulla Chiesa e la sua vita e questo per quel principio che si evince chiaro dal Nuovo Testamento e che i Padri ripeteranno con lucidità per cui tutto ciò che accade a Maria e in Maria è vocazione della Chiesa.

Al termine dell’Avvento, dunque, questa pagina non può che essere letta così, in modo ecclesiale, in chiave ecclesiale.

Il tempo dell’attesa, che è tutto il frattempo della storia, vede sulla scena del mondo la Chiesa “gravida” di Cristo. Dove la Chiesa giunge lì è chiamata a suscitare gioia, danza, presenza dello Spirito!

La scena della Visitazione, che è l’Evangelo di quest’ultima domenica d’Avvento, è scena di incontro tra due donne gravide: Maria, gravida del Figlio dell’Altissimo, Elisabetta, gravida del Profeta precursore … Le due donne sono entrambe un richiamo alla Chiesa e alla sua identità, nonché alla sua missione nella storia. Essa è chiamata a generare la profezia e non spegnerla mai, è chiamata a generare il Messia e tenerne viva l’attesa perché tornerà. Sì, il Messia Gesù tornerà ma la Chiesa già ne è “gravida”! La Parusia sarà un portare a pienezza, alla luce, questa presenza di Cristo che, affidata alla Chiesa dopo la Pasqua, essa è stata chiamata a custodire e a portare. La Chiesa, però, è pure chiamata, come dicevamo, a generare la profezia; in altre parole la Chiesa deve essere, in questo frattempo, “contemplativa”, cioè capace di leggere la storia che essa attraversa, alla luce di quel Cristo che porta in sé e contemporaneamente attende. Ecco il suo ministero profetico! Il battista che “danza” nel grembo della madre nell’ora dell’incontro di Ain Karim, sarà colui che, grazie a quella gioia, saprà dire le esigenze anche compromettenti dell’Evangelo del Veniente.

La Chiesa, “gravida” di Cristo, deve incarnare una profezia che non tema il mondo! La Chiesa “gravida” di Colui che verrà in piena luce nell’ultimo giorno, non può che essere profeta coraggiosa. Ci sono ore in cui la Chiesa dovrà essere voce di profezia che consola e contraddice le disperazioni che tentano l’umanità e ci sono ore in cui la Chiesa dovrà dire parole nette e chiare per

difendere i poveri, gli schiacciati, i curvati della storia, dovrà mettersi dalla loro parte come fece il suo Signore che mai si alleò con i carnefici ma scelse di morire vittima tra le vittime per far brillare il mondo nuovo!

Come potremo essere cantori del mondo nuovo, noi suoi discepoli, noi sua Chiesa, se pensiamo ancora di poter rimanere neutrali in questa guerra di disumanizzazione che la mondanità sta combattendo senza esclusione di colpi?

La profezia che la Chiesa deve incarnare in questo frattempo grida speranza ma lottando per la giustizia e la verità!

Il Veniente tornerà e la sua Sposa dice “Vieni!” assieme allo Spirito che la anima: Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! (cfr Ap 22,17) e il Veniente risponde: Sì, vengo presto! (cfr Ap 22,20) … ma come possiamo dire “Vieni!”? Solo con il coraggio della profezia che è l’incarnare l’Evangelo prendendo seriamente posizione nella storia per quello stesso Evangelo!

Tra qualche giorno il Natale verrà per rassicurarci che Dio è fedele e alla fedeltà si risponde solo con la fedeltà!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Arcabas: Visitazione)

TERZA DOMENICA DI AVVENTO 2018

TERZA DOMENICA D’AVVENTO

Sof 3,14-18a; Is 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

Strana la domenica della gioia di quest’anno … strana perché è fatta di due tonalità che paiono contrastanti, stonate se messe assieme. In realtà se leggiamo bene ci accorgiamo che questi due colori, queste due melodie, sono capaci di intrecciarsi in un’armonia calda, capace di farci leggere tutte le esigenze e le proposte della fede.

C’è una melodia aspra, addirittura spaventosa … ed è la prima che dobbiamo ascoltare; viene dal Battista: annunzia il Veniente, che in quel momento storico era Gesù di Nazareth che stava per rivelarsi come il Cristo di Dio, e lo presenta come il più forte che dà un battesimo di fuoco, un’immersione nel fuoco che purifica e toglie le scorie. Il Battista proclama che il Cristo viene con un’azione violenta come il vento che spazza via ciò che non è per il Regno veniente. Giovanni Battista usa un’immagine agricola, quella della trebbiatura che già i profeti avevano usato nella Prima Alleanza per parlare del giudizio del Signore: come il contadino che solleva alto in aria la pula e gli scarti per distinguerli dal grano, così farà il Cristo veniente!

Spesso si dice che qui il Battista si inganna perché Gesù, al contrario delle sue parole, sarebbe venuto non con questa violenza e nettezza ma con l’arma della misericordia … Penso che sia una lettura edulcorata e da immaginetta devozionale, un’immagine di Gesù dolciastra, sentimentaloide … il Battista lotta contro siffatte immagini “religiose” e rassicuranti; sono queste, infatti, immagini riduttive che conducono inesorabilmente ad un solo frutto terribile: la mediocrità di chi vuole vivere sommando l’insommabile!

Giovanni sta dicendo che il Cristo è esigente, che le sue domande sono compromettenti, che le sue richieste non ammettono edulcorazioni … alle tre classi di persone che lo interrogano il Battista risponde con quelle che saranno le esigenze imprescindibili dell’Evangelo: giustizia e amore.

È vero: Cristo ci pone delle richieste che ci lacerano, ci sconquassano, ci contraddicono! Nell’Evangelo di Matteo c’è quel detto di Gesù che turba tanto i “quietisti” di tutti i tempi: Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace ma una spada (cfr Mt 10,34). La spada è quella a doppio taglio tante volte citata nella Scrittura per dire come la Parola giudichi, distingua, chieda scelta di campo(cfr Is 49,2; Sal 149,6; Sap 18,15; Eb 4, 12; Ap 1, 16; 2, 12; 19, 15.21). tanto è vero che Luca riferirà lo stesso detto specificando cosa è la spada: è la divisione tra quelli che scelgono il Regno e quelli che scelgono il mondo. Nello stesso Evangelo di Luca, dopo le dolci scene del Natale, siamo condotti al Tempio dove il vecchio Simeone non usa mezzi termini per descrivere quel Bambino che ha tra le braccia: Sarà segno di contraddizione e svelerà i segreti di molti cuori, sarà pietra di inciampo; attraverso di Lui alcuni cadranno ed altri risorgeranno e aggiunge che una spada trafiggerà l’anima della Madre del Messia; e certo in Maria si adombra Israele che ha generato il Messia ma che per quel Messia si dividerà, in quel Messia Gesù troverà quel segno di contraddizione su cui operare scelte coraggiose e definitive (cfr Lc 2, 34-35).

Gesù non è venuto con un Evangelo dolciastro e rassicurante e non verrà così alla fine della storia! Gesù non lascia spazi aperti ad alcun compromesso con la mondanità e le sue potenze che sono quelle di Mammona: ricchezza, potere, possesso, orgoglio, disprezzo dei poveri.

Non si può essere di Cristo e non bruciare di quel fuoco che Lui è venuto a portare. Quel fuoco di cui bisogna ardere vigilando nell’attesa del suo giorno; quel fuoco che deve essere la scelta del “frattempo” che la Chiesa vive nell’attesa che si compia la beata speranza della sua venuta.

Chi non è disposto a bruciare fino a consumarsi per l’Evangelo è lontano dal Regno e non è un uomo dell’Avvento.

I rappresentanti de popolo che vanno dal Battista gli fanno la solita domanda: Che cosa dobbiamo fare? Il Battista risponde con chiarezza: bisogna prendere una decisione dinanzi a Colui che viene; questo valeva allora ma vale ancor più per noi che attendiamo il suo ritorno e sappiamo del suo amore fino all’estremo e sappiamo della vittoria del suo amore; una decisione che deve essere cosciente che il progetto della nostra vita attende una conclusione. Alla conclusione noi non vogliamo pensare e crediamo di poter

protrarre il “gioco” all’infinito per poter fare le nostre mosse a nostro piacimento. È proprio vero quello che Dostoevskij scrive nel suo romanzo “Memorie dal sottosuolo” (1864): L’uomo è un essere frivolo e incongruo e forse, come il giocatore di scacchi, ama solo lo svolgimento del gioco e non la conclusione. Pensiamoci … è davvero così! L’Avvento è un tempo per guardare alla conclusione; uno sguardo non terroristico ma consapevole e responsabile. Uno sguardo che può e deve trasformare il “gioco”!

Questa domenica è però detta domenica “Gaudete” perché in essa c’è un’altra melodia: appunto la melodia della gioia!

È vero: chi decide, guardando alla conclusione, per le esigenze nette e non equilibristi che del Cristo, prova in se stesso una pace e una serenità grandi. La paura non prende il sopravvento, è sopraffatta dalla fiducia nel Veniente. La melodia della gioia la intona in questa domenica già il profeta Sofonia con uno splendido canto in cui le parole che ricorrono e si rincorrono sono: gioisci, esulta, rallegrati, esulterà di gioia, si rallegrerà con grida di gioia come nei giorni di festa!

Sofonia annunzia che nella Gerusalemme rinnovata dalla scelta di fedeltà al Signore si ritroveranno, come in un grembo fecondo,, il Signore e gli uomini che hanno fatto del Regno la ragione delle loro scelte, della loro vita!

La gioia è anche il tema del cantico del Libro di Isaia che oggi ha il posto del consueto salmo responsoriale e la gioia è addirittura il comando di Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Filippi, un testo che nella traduzione latina della Vulgata ha dato il nome a questa terza domenica di Avvento: Gaudete in Domino semper. Iterum dico: Gaudete! (“ Gioite nel Signore sempre! Ve lo ripeto: Gioite!”)

L’uomo, pervaso da questa gioia, scrive Paolo, ha il dovere di mostrare l’ affabilità (in greco è “tò epieikés”). Che significa? Serenità, amabilità, tranquillità, bontà, dolcezza! Insomma chi è pervaso da questa gioia deve essere uno specchio di Dio.

Noi discepoli di Cristo, in questo mondo cupo, non dobbiamo aggiungere tristezze ma dobbiamo far esplodere la gioia! Non una gioia a basso prezzo ma scaturente dalle scelte radicali che si fanno nella sequela di Colui che attendiamo e che verrà con il fuoco e che ci chiede di vivere di fuoco!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Alexander Ivanov (1806-1858): Il Battista indica il Cristo presente (olio su tela, dipinto dal 1837 al 1857) (Mosca, Galleria Tretyakov)

SECONDA DOMENICA AVVENTO 2018

SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6,8-11; Lc 3,1-6

Questa seconda tappa di Avvento ci pone dinanzi tre testi della Scrittura che vogliono scuotere i nostri cuori di credenti di fronte all’opera di salvezza di Dio in questo oggi della storia. Sono testi che ancora ci invitano, come già Gesù nell’evangelo di Luca della scorsa settimana ad alzare il capo (cfr Lc 21,28) per vedere davvero come Dio è all’opera ed è fedele. È necessario rendersi conto che il Signore opera e bisogna dargli credito ed accogliere il suo venire.

La venuta finale del Figlio dell’Uomo, che attendiamo con vivo desiderio, è preparata in ogni oggi della storia dagli uomini e dalle donne che si rendono conto per davvero dell’opera di Dio e che tutto predispongono in loro per l’avvento promesso. Sono gli uomini e le donne così che “accelerano” la venuta del Signore.

Già il profeta Baruc nel suo oracolo, che oggi costituisce la prima lettura, annunzia che Dio, nel suo amore, opera su quel territorio che separa la terra dell’esilio dalla Terra Promessa; siamo al tempo della deportazione in Babilonia e l’oracolo di speranza di Baruc proclama al popolo che il Signore ha stabilito di riempire le valli e di abbassare i colli che si frappongono tra Lui e il suo popolo che è nel dolore dell’esilio.

L’Evangelo riprende questo tema mostrandoci Giovanni il Battista, una delle grandi figure dell’Avvento. Giovanni è colui che ci è dato, in questa seconda domenica di Avvento, come icona potente dell’atteggiamento che il discepolo di Cristo deve assumere per preparare il terreno per la Venuta del Signore. Se è vero, come diceva Baruc, che è il Signore che prepara il suo venire, è vero anche che la venuta misericordiosa e liberatrice del Signore necessita dell’apertura della nostra libertà alla sua opera.

Il testo dell’Evangelo di Luca inizia con un ampio preambolo storico; come mai? Perché Luca ci tiene tanto a collocare storicamente l’apparire del Battista? L’Evangelo ci mostra un mondo problematico in cui la politica è oppressione e sfruttamento, in cui i potenti si spartiscono la terra del popolo (i figli di Erode posti da Roma a godere dei privilegi e ad esercitare un potere!), da un punto di vista religioso c’èun sacerdozio corrotto e complice dei poteri mondani in cui allignano intrighi e compromessi (Luca allude ad Anna che rimane come una “eminenza grigia” dietro al genero Caifa). Insomma una situazione generale veramente avvilente …

In questa situazione c’è però una cosa nuova che Dio fa: La parola di Dio cade su Giovanni, figlio di Zaccaria. Insomma c’è un uomo, Giovanni, che non si lascia trascinare da quel fiume di fango e di miseria della storia in cui vive; c’è un uomo, Giovanni, che non si tira indietro dinanzi alla Parola che cade su di lui, un uomo che non ricusa di abitare nel deserto per poter essere terreno per la Parola di Dio, per viverla ed annunziarla agli altri.

Così il Battista sarà capace, in quel luogo marginale che è il deserto, di dire una parola che chiede conversione e vie aperte al venire di Dio. Per lui Luca cita un oracolo dal Libro di Isaia che risale al tempo dell’esilio babilonese, un oracolo che spalanca le porte della speranza su di una possibilità: il ritorno! Un ritorno che certo sarà dono di Dio ma che ha bisogno di una parte che il popolo deve fare. Guardi a Giovanni e il popolo vedrà una via: Giovanni è uno che ha osato, in quella storia di dolore e di lontananza da Dio, mettere il proprio cuore alla dura scuola del deserto. Lì, nel deserto, in un luogo marginale rispetto ai grandi centri del potere politico e religioso, la voce di Giovanni risuonerà; nel deserto, luogo carico di memorie di salvezza in cui conta l’affidarsi

pienamente a Dio, luogo in cui non si è distratti dalla mondanità. Dal deserto in cui Giovanni alza la sua voce ci sarà una “ripartenza”, un nuovo inizio della storia di salvezza.

L’oracolo di Isaia che si rende visibile in Giovanni il Battista risuona oggi per noi e ci grida che ciò che ostacola Dio, la sua opera di salvezza, il mondo nuovo, non è fuori di noi (certo, le situazioni politiche ed “ecclesiastiche” pesano e sono colme di principi di morte!), ma è dentro di noi!

È lì che Giovanni chiede a chi lo ascolta di lavorare: dentro! Insomma i monti da abbassare e i burroni da riempire ci riguardano. Sono rischi e pericoli da affrontare personalmente; quei monti e quei burroni sono l’orgoglio e la depressione che ci afferrano tante volte! Chi entra nell’orgoglio o nella depressione di un “io minimo” è in condizione di menzogna e di cecità. Un’idea superba di sé o un “io minimo” hanno la stessa terribile origine: non vedere Dio e la sua opera.

È nel cuore di ciascuno che deve iniziare la rivoluzione che diventa il terreno di accoglienza al Veniente.

Le parole di Isaia con cui Luca legge la figura e la missione del Battista hanno una meta ben precisa: rendere diritte le vie. Cioè? Ci vuole un cuore retto, un cuore purificato per poter vedere la salvezza e il Dio veniente (cfr Mt 5,8)!

Chi ascolta questa parola “dal deserto” ha una responsabilità e nei confronti della Parola stessa che gli è andata incontro e verso ogni carne (così alla lettera Luca 3,6: E ogni uomo (ogni carne) lo vedrà!).

Ciascuno di noi deve farsi convinto che la sua mancanza di conversione, i suoi colli elevati o le sue valli depresse sono ostacolo alla salvezza. Sono ostacolo a che ogni carne veda l’opera di Dio e la desideri per sé, per la sua vita. Un cuore convertito, un cuore capace di lasciarsi afferrare dalla Parola, come quello di Giovanni il Battista, è invece narrazione di Dio e della salvezza che Li può operare.

Convertirsi è preparare la venuta del Signore, è essere pronti per Lui!

Siamo pronti per Lui?

Lui verrà ma noi, oggi, siamo pronti?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Voce di uno che grida nel deserto, affresco seconda metà del sec XIII.

(Parma, cupola del Battistero)

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Gen 3, 9-15.20; Sal 97; Ef 1, 3-6.11-12; Lc 1, 26-38

Appena iniziato l’Avvento, oggi la Chiesa sosta a fissare lo sguardo sulla Figlia di Sion, su Maria, il “terreno” umanissimo di questo Avvento di Dio. Un “terreno” che la fede della Chiesa ha riconosciuto immacolato “per grazia” e non per merito, immacolato per dono e non per altro, immacolato, in definitiva, in modo totalmente gratuito e senza alcuna “necessità”! Sì, anche questo mistero di Maria non è generato da “necessità”: infatti, non era per nulla necessario che la Madre del Messia fosse “immacolata” e neanche che fosse “vergine”! La Chiesa, cercando di entrare discretamente, in punta di piedi nel pensiero di Dio, dirà semplicemente “era conveniente”… non di più!

In Maria splende la “pura grazia” e così ci viene presentato il motivo più radicale dell’Incarnazione di Dio: l’amore che, per sua natura, è totalmente gratuito. In Maria si compie il mistero altissimo dell’incontro definitivo tra storia ed eterno, tra terra e cielo, tra Dio e uomo; in Lei si compie il mistero altissimo che ci rivela quanto le vie di Dio superino le nostre vie, quanto i suoi pensieri i nostri, quanto il suo amore ecceda ogni nostro pensare all’amore.

Dinanzi a questo mistero, chi non lo sa leggere parlerà di “mito”: un figlio di Dio nella carne dell’uomo, una madre vergine! Il mondo sorride di questo annunzio che sta al cuore della fede cristiana. Il racconto di Luca, che oggi si ascolta nelle assemblee cristiane, suona per tanti come una bella favola, dipinta a colori pastello (magari come le bellissime “Annunciazioni” del Beato Angelico!), ma nulla più che un bel “mito”… noi cristiani, invece, continuiamo a dire: “Non mito, ma mistero!” Mistero di un incontro tra Dio e uomo, narrato per quel che è narrabile, taciuto per ciò che dicibile non è!

Maria è presentata da Luca in tutta la sua piena umanità: non una “super-donna” ma è un’umile donna plasmata dalla Grazia, una ragazza con un umanissimo amore per il suo promesso, che – colta da questa vocazione unica – chiede le modalità in cui il suo “sì” deve incanalarsi.

A differenza di Zaccaria (Lc 1,11-20) Maria non dubita ma chiede la modalità; ascolta e risponde con un “Eccomi!” pieno di abbandono: infatti, l’ultima parola che Luca fa dire a Maria in questo racconto è “avvenga a me secondo la tua parola”! E cosa avverrà? Maria non lo sa; sa solo che in Lei verrà quel Figlio non atteso così, quel Figlio non del suo Giuseppe ma di Uno tanto più grande di tutti e due … tutto il resto Maria non lo sa … davanti a Lei l’incognito di mille e mille “come”…

Maria ci è mostrata oggi per dirci – come sempre – che tutto quello che ella vive è vocazione della Chiesa; tutto quello che a Lei è donato è dono per la Chiesa! Maria, la piccola ragazza di Nazareth, è nella Chiesa, ed è icona della Chiesa …

Come Lei, noi discepoli di Cristo siamo chiamati a rallegrarci di Dio; siamo chiamati a riconoscere il Dio-con-noi; siamo chiamati ad essere uomini responsabili e senza pretese di esenzioni e sconti nel reale; siamo chiamati a riconoscere in noi una grazia che ci “precede” e ci inonda al di là dei nostri meriti; siamo chiamati a dire un “sì” pieno ma tante volte al buio ed in abbandono; siamo chiamati, come Lei, a generare il Figlio di Dio alla storia degli uomini, nostri fratelli.

Noi, chiamati a mostrare nella nostra carne il volto del nuovo Adamo, il volto di Gesù! Se il primo Adamo tutto pose sotto il segno della rapina, il nuovo Adamo tutto pone sotto il segno del dono e del dono di sé, del dono d’amore fino all’estremo! Il nuovo Adamo, c’è poco da fare, oggi sarà visibile solo se noi avremo il coraggio di mettergli a disposizione la nostra vera carne di uomini!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

(Aurelio Bruni: Annunciazione)