TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA 

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

 

            Nel passo evangelico di questa domenica alcuni riferiscono a Gesù un’atroce episodio di cronaca: un eccidio ordinato da Pilato per sterminare un gruppo di ribelli galilei; si vorrebbe che Gesù prendesse una posizione per condannare l’iniquità del potere e la sua violenza, Gesù. però, non cade in questa trappola e, come sempre, conduce tutti all’oltre, all’ oltre di Dio. In quei tempi era facile dare ad eventi come questo narrato a Gesù un’interpretazione politicao religiosa; quella politica divide il mondo in buoni e cattivie quella religiosa è capace di vedere in uno sterminio (o in incidente mortale come quello che Gesù stesso cita subito dopo) una punizione di Dio per il peccato, punizione che pure paleserebbe dei peccatori (quelli colpiti) e dei giusti (gli altri, come il fariseo della parabola del Fariseo e del Pubblicano in Lc18, 9-14, che magari ringrazianoDio di non essere come quei peccatori!)

            Gesù rifiuta nettamente queste due vie: pur sottolineando l’orrore commesso da Pilato che ha mescolato sacrilegamente sacrificio ed eccidio, non divide il mondo in buoni e cattivi, né in senso politico, né in senso religioso. Gesù si rifiuta di avallare un volto pervertito di un Dio giustiziere e pieno di astio in attesa solo di regolare i conti senza alcuna pietà; si rifiuta di dare a suo Padre questo volto orrendo in cui gli uomini religiosiamano compiacersi. Gesù sa altro del Padre, ben altro. Si rifiuta inoltre di entrare in polemiche politiche in cui Pilato è il cattivo ed i ribelli sono i buoni: anche questi sono certamente peccatori perché hanno l’assurda pretesa di fare giustizia dell’ingiustizia e della violenza con le armi e il sangue. Per Gesù il problema è altrove: che lettura siamo capaci di fare della storia?

            Alla fine del capitolo precedente Gesù aveva invitato a guardare e osservare con discernimento i segni dei tempi(Lc 12,54-59), ora qui Luca ci mostra Gesù  che indica due eventi storici precisi da cui è possibile trarre un appello pressante, due eventi da cogliersi come segni dei tempi. Non sono punizioni di Dio ma segno della nostra fragilità, della nostra caducità, segno di un tempo che è breve che grida un’urgenza: è necessario convertirsi, è necessario volgersi a Dio seriamente rigettando ciò che ci rovina, rigettando le illusorie libertà che invece ci incatenano. E’ urgente decidersiper intraprendere quella lottaper un vero esodo verso la libertà. Nella prima lettura di  il Dio dei padri chiama Mosè a decidersi per questo esodo; il nostro Dio si presenta a Mosè come un fuoco ardente che brucia di un’urgenza: la salvezza; il Dio del Sinai è lì ad attendere la decisione di Mosè e la sua disponibilità a rischiarelasciando le sue acquisite sicurezze. Mosè, pur tra le sue resistenze, riconosce il tempo di Dio per la salvezza ed intraprende l’impensabile.

            Gesù oggi ci invita a scegliere: è l’ora!

            L’urgenza della scelta da compiersi non è in contrasto con il seguito della pagina evangelica di questa domenica; la parabola del ficosembra suggerire una pazienzache incoraggi a rimandare qualsiasi urgenza; sembra che si possa aspettare a portare frutti. In realtà la misericordia paziente di Dio non può spegnere l’urgenza, è solo l’alveo meraviglioso che, una volta conosciuto, non ci fa tollerare più rimandi. In fondo chi rimanda mostra di non conoscere la qualità della misericordia di Dio, il suo caro prezzo.

            Per alcuni quei tre anni in cui il padrone è venuto a cercare invano dei frutti sono il tempo di Gesù, il tempo del suo ministero, l’anno supplementare che il vignaiolo chiede ancora è tutto il tempo della storia in cui la pazienza (alla lettera la macrotimìa) di Dio pazienta (cfr 1Pt3,20)finché gli uomini si decidano per lui.

            La misericordia allora non spegne l’urgenza di conversione, di decisione, di risposta alle chiamate di Dio;  La nostra debolezza, fragilità e caducità non sono ostacolo all’urgenza della conversione ma la profonda ragione di essa. Insomma non si può perdere tempo perché la vita passa e il tempo non va sprecato: si perde senso, gioia, vita vera! Si spreca la grazia “a caro prezzo” per cui Cristo ha versato il suo sangue.

            La parabola del fico pieno di foglie e senza frutti non contrappone la giustizia del Padre e la  misericordiadel Figlio, non oppone quel Taglialo!al Perdonalo ancora per un anno!(così alla lettera quel lascialo; sorprendentemente è lo stesso verbo che nel Padre nostroserve a dire perdona a noi i nostri peccati); in Dio giustizia emisericordia sono sempre in dialogo misterioso ma vero; se per noigiustizia emisericordiasono una tensione insolubile, in Dio esse sono misteriosamente una sola realtà ma senza annullarsi reciprocamente.

            Di contro non ci si può prendere gioco della sua paziente misericordia per sfuggire alla decisone, è invece necessario riconoscere nella bontà di Dio che Cristo Gesù ci ha narrato la più grande spinta alla conversione e alla sua urgenza.

 

      P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

Al principio della Quaresima i passi della Santa Scrittura che ci vengono proclamati in questa domenica sono di grande consolazione; sono davvero pane di fortezza per il cammino che abbiamo appena intrapreso da qualche giorno anche in questo anno: il testo tratto dal Deuteronomio, mentre ci ricorda la nostra condizione di schiavitù, quella da cui proveniamo, ci ricorda anche che ne siamo stati liberati; già oggi la Scrittura ci canta quell’Esodo verso la libertà che Cristo Gesù ha iniziato per noi e con noi nella sua Pasqua. E’ come se la Scrittura oggi volesse rassicurarci sull’esito del nostro percorso: una terra di vera libertà! Come Israele anche noi siamo invitati a presentare a Dio le primizie di quella terra di libertà: la giustizia, la condivisione, la pace, l’amore vicendevole, in una parola, l’uomo nuovo, quello creato in Cristo Gesù.

Paolo nel brano della Lettera  ai Romani che oggi passa nella liturgia ci proclama anch’egli con forza che chi aderisce a Cristo non resterà deluso; Cristo con la sua parola ci è davvero vicino in questa lotta per l’uomo nuovo!

Il racconto delle tentazioni è ancora narrazione di una vittoria di Cristo, vittoria per noi, vittoria anche per quelle volte che nella lotta restiamo a terra sconfitti; in quei giorni cattivi di lotta perduta, in cui la tentazione l’avrà vinta su di noi, è necessario che non rimaniamo prostrati nella polvere ma che alziamo il nostro sguardo su Gesù che ha vinto anche per noi, anche per quei giorni cattivi.

L’Evangelo oggi ci invita appunto a tenere fisso lo sguardo su Gesù (Eb 12,2), sulla sua vera umanità senza sconti, quell’umanità che ha subito ogni nostra tentazione (cfr Eb 4,15): spinto nel deserto da quello Spirito nel quale aveva udito la voce del Padre: Tu sei il Figlio mio, l’amato!, Gesù va nel deserto, in una solitudine in cui ci sia solo lui e Dio ma scopre abitata anche dalle dominanti mondane che emergono pure in lui e che vorrebbero dividerlo da Dio. Il divisore (non a caso Luca definisce cosi il nemico: il diavolo, appunto il divisore) cerca di insinuare in Gesù il dubbio sulla sua filialità divina e lo sfida  a cercare delle prove, lo sfida ad uscire dalla fede per nutrirsi di pretese evidenze. Gesù però si riconduce sempre ad una fede che si nutre della Parola, senza pretese di visioni o di prove; l’unica prova che Gesù accoglie è per se stesso: la prova della fedeltà totale al Padre, costi quel che costi.

La tentazione di divisione percorre prima le strade brutali dei bisogni elementari: la fame; la risposta di Gesù proclama che c’è altro che sazia la fame dell’uomo: la Parola di Dio; poi la tentazione imbocca la strada del possesso che rassicura ma a prezzo di una avvilente idolatria; e Gesù non si prostra davanti a Satana: il Figlio amato dal Padre, in modo stupefacente, si inginocchierà solo dinanzi a poveri uomini da amare e a cui laverà i piedi in un dono d’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1 e ss.).

Il divisore infine imbocca la strada della tentazione la più sottile, quella della religione; il culmine delle tentazioni per Luca è questa tentazione che è ambientata nientedimeno che nel Tempio, il luogo santo per eccellenza! Gesù è tentato di disumanizzarsi e dividersi dal Padre attraverso  le vie perverse di una religione del meraviglioso, del dominio sugli uomini che salta la libertà della fede e li costringe in una adorazione piena di paura perché nata dalla paura. Gesù al divisore grida il suo no. Non si deve tentare Dio per usarlo per i propri scopi! Per Luca il luogo culmine di ogni tentazione è proprio la religione!

In fondo a Gesù che, nel battesimo al Giordano, ha scoperto la vertigine della sua identità (è il Figlio amato!), la tentazione chiede di saltare l’umano, di farne a meno; se è il Figlio può saltare la fatica di essere uomo e può fare pane dalle pietre; se è Figlio di Dio può saltare i limiti dell’umano e possedere tutto; se è Figlio di Dio può usare i poteri di Dio e sottomettere con la paura del miracolo tutti gli uomini! La tentazione contrasta così lo straordinario dell’incredibile via che Dio ha scelto: quella dell’incarnazione! Se Gesù saltasse l’umano vanificherebbe l’incarnazione! Se saltasse l’umano non immetterebbe nell’umano, in ogni uomo, questa possibilità di lotta e di vittoria!

Gesù resta sottomesso nell’amore al Padre…è veramente il Figlio in cui il  Padre può deporre ogni gioia e compiacimento…si appresta a percorrere la strada di obbedienza, di libertà ed amore con cui potrà narrare nella sua carne il Padre tenerissimo, la sua misericordia, il suo primato.

Il divisore promette di tornare, e lo farà fino alla croce usando, usando la voce degli astanti, ancora  cercherà di insinuare nel Crocifisso il dubbio sulla sua vocazione identitàSalvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto! (Lc 23,35). Ecco che Luca ci narra l’ultima vittoria di Gesù sull’ultima, estrema tentazione ponendo, come ultime parole sulle labbra del Crocifisso, una citazione del salmo 31 ma con un vocativo assente nel salmo: Padre. Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito! (Lc 23, 46) Così il Crocifisso confessa ancora umilmente la sua qualità di Figlio, rimane nella fede consegnandosi, al buio, in mani paterne che non pretende di vedere.

La vittoria di Gesù sulla tentazione, vittoria che è costata il suo sangue, immette nella nostra fragilità una vittoria che ormai ci appartiene; non è una vittoria moralisticamente esemplare, è una vittoria per noi, una vittoria che ci dà la forza di lottare, certamente in modo costoso, ma con piena fiducia in un esito che ci sarà donato al di là di ciò in cui davvero vinceremo.

L’ultima domanda del Padre nostro è allora fondata non su una vaga speranza ma su una speranza certa: nella tentazione possiamo davvero essere liberati dal male (cfr. Mt 6,13).

Coraggio per la lotta e buona Quaresima!

P.Fabrizio Cristarella Orestano

Eric Armusik (1973 – vivente): Gesù tentato nel deserto

MERCOLEDÌ DELLE CENERI

MERCOLEDÌ DELLE CENERI

Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

 

E’ ancora Quaresima! Non solo un tempo austero, non solo un tempo di penitenza, ma soprattutto un tempo di grazia!

Tra quaranta giorni è ancora Pasqua! Tra quaranta giorni canteremo ancora l’Alleluia della vittoria … in questi giorni sospendiamo questo canto di giubilo, lo sospendiamo solo perché abbia nuova forza in quella santa notte di resurrezione. Se l’Alleluia è canto di gioia ed esultanza per una vittoria, ogni vittoria è preceduta da una battaglia, da una lotta. La Quaresima è appunto tempo di lotta, tempo di verifica, tempo di prova! Una verifica coraggiosa e veritiera della nostra fedeltà all’Evangelo, una prova della nostra capacità di scegliere Cristo e di voltare le spalle agli idoli.

Tempo, come scriveva Origene, in cui è necessario allenarci in quella lotta essenziale in ciascun giorno della vita del cristiano: la lotta a quella tentazione di sempre che vorrebbe che noi prendessimo per Dio ciò che Dio non è! Una lotta a volte brutale, a volte sottile ma una lotta che costa. La Quaresima è la santa palestra per imparare quest’arte ed impararla di nuovo ogni anno con quello che siamo, che siamo divenuti in quest’altro anno di cammino della nostra vita.

Che siamo? Fragilità! Senza illusioni dobbiamo dirlo: fragilità!

Il segno della cenere che oggi la Chiesa ci pone sul capo è memoria austera ed eloquente della nostra fragilità: l’Adam è fatto della polvere della terra ma non rimane polvere! E’ vero, siamo fragilità ma siamo una fragilità amata infinitamente da Dio, una fragilità assunta a pieno da Dio … in Gesù Dio si è compromesso con questa fragilità, l’ha assunta fino a scendere lui stesso in un sepolcro: ha voluto la nostra fragilità senza sconti, fino alla morte: anche quest’anno al Venerdì santo la Chiesa canterà con stupore dinanzi al Crocifisso antiche parole in greco: Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, pietà di noi! Uno stupore grande che mai la Chiesa dovrà addomesticare: il Santo si è fatto maledetto, il Forte si è fatto impotenza, l’Immortale è precipitato nell’ombra di morte, nel ventre della terra, in un sepolcro come tutti gli uomini!

Una lotta costosa quella della Quaresima, costosa perché è lotta già vinta a prezzo del sangue di Cristo; la nostra polvere, allora, può entrare in quella vittoria che è nostra!

La nostra fragilità è stata resa leggera dall’amore di Dio, Lui ne ha preso sulla croce il peso schiacciante e paralizzante; sul capo non ci è posto un macigno ma un po’ di polvere che, mentre ci ricorda chi siamo nella nostra fragilità, ci narra anche di un Dio che ci dichiara che non permetterà al peccato di schiacciarci!

Tutto questo è per noi non solo consolazione ma pure forza per la lotta. Sulla Quaresima si proietta l’ombra della croce di Cristo, anzi la croce stende il suo riparo su di essa: a quell’ombra possiamo camminare senza timore di cadere assetati sotto un sole immoto ed impietoso … Quella croce in questo tempo santo non sarà, però, solo riparo, sarà per noi tutti anche richiesta e viarichiesta a compiere anche noi, con Cristo Gesù, l’ascesa alla croce perché sia ucciso l’uomo vecchiovia perché camminare nella sua logica di amore e libertà ha un esito: la luce della resurrezione. Non solo allora con-morti insieme al Cristo, come direbbe Paolo, ma anche con-risorti insieme a Lui (cfr. Rm 6,1-4; Col 2,12).

Gli strumenti per compiere questo cammino ce li ha dati l’Evangelo che oggi è proclamato: la preghiera, la condivisione, il digiuno. Il digiuno fa spazio a Dio e ci aiuta a conoscerci nelle nostre debolezze, la preghiera ci conduce a dimorare in Dio, la condivisione è l’atteggiamento essenziale per vivere da uomini veri in questo mondo.

Il frutto di una Quaresima vissuta senza sconti? Un passo ulteriore verso quell’uomo nuovo che la Pasqua di Cristo ci dona la possibilità di essere.

Come si sa le ceneri vengono fatte con i rami della Domenica delle Palme e questo non per un ecologico senso del riciclo ma per una ragione simbolica: con quei rami un anno fa abbiamo detto “Osanna al Figlio di David! Benedetto il Veniente nel nome del Signore!” Con quei rami abbiamo accolto il Messia Gesù nelle nostre comunità e nelle nostre vite personali come Signore! Tante volte però quell’ “Osanna” è diventato cenere … si è volatilizzato nelle nostre scelte dissipate e di morte … e abbiamo rinnegato il Veniente! La cenere di questo giorno ci ricorda anche questa fragilità ma senza minacciarci, anzi rassicurandoci che Cristo la impasterà ancora con il suo sangue, con il suo amore e l’uomo nuovo sarà possibile, ancora e ancora! Si dovrà lottare per accogliere il dono!

Buona lotta!

Buona Quaresima!

 

          P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

OTTAVA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

OTTAVA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sir 27, 4-7; Sal 91; 1Cor 15, 54-58; Lc 6, 39-45

            Una domenica questa, l’ultima prima dell’inizio della Quaresima, che ci offre l’occasione di fare un discorso serio sul parlare umano; la parola, lo sappiamo, ha infinite possibilità ma anche infiniti rischi; il passo evangelico di questa domenica, che è la conclusione del Discorso della pianuradi Luca che abbiamo iniziato a leggere due domeniche fa, ci permette di riflettere sulla parola di giudizio e di condanna che spesso emettiamo e soprattutto sulla parola doppia, ipocrita; Luca, però, non si ferma qui; infatti affronta anche i temi della parola che istruisce  e della relazione che la parola instaura tra maestro e discepolo.

            Certo è che la parola, l’atto di parlare, rivela il cuore dell’uomo, come ha detto il sapienteSiracidenella prima lettura; nel parlare dell’uomo c’è il vaglio, lì c’è la prova. Il testo è molto forte e netto: è il parlare di un uomo che ci permette di lodarlo o di biasimarlo; è dinanzi al parlare dell’uomo che chi è sapiente riesce a scrutare il cuore.

            Il parlare è un atto serio e grave! Noi siamo responsabili delle parole che pronunziamo; non si possono dire parole e poi ritirarle dicendo banali e magari reiterati “scusa”, “ho sbagliato, non volevo dire … non intendevo …”. Davvero bisogna farsi convinti che quando si consegna la parola all’altro, chiunque egli sia, essa appartiene a chi l’ha ascoltata! Aver pronunziato una parola ci rende responsabili di essa e per essa dinanzi agli altri.

            La Scrittura sa che tutto nasce dall’ascolto e il credente, quando ascolta la parola contenuta nelle Scritture, sa che essa non solo insegna a parlare con Dio nella preghiera, ma insegna, se l’ascolto è vero, a parlare con gli altri. Insegna a comunicare. Nella vita di ogni società umana (e anche nella Chiesa) la qualità dipende dalla qualità della comunicazione. D’altro canto il Nuovo Testamento ci dice che è la Parola fatta carne la definitiva rivelazione di Dio. Tutto in Gesù fu comunicazione: i suoi gesti, le sue parole, le sue scelte … tutto però profondamente unificato. Nessuna parola, nessuna scelta, nessun gesto comunicativo di Gesù era altro rispetto a quello che Lui era nel profondo.

            Possiamo dire che questo discorso sulla parolaci deve far riflettere sull’accordo necessario, vitale, tra interno ed esterno nell’uomo!

            Per la Scrittura il centro intimo dell’uomo da cui tutto proviene è il cuore(in ebraico “lev”), sede della volontà, dell’intelligenza, della ragione, fonte delle decisioni, delle emozioni e dei sentimenti; dal cuore salgono le parole. Gesù fa molta attenzione al cuoredell’uomo in tal senso; in Mc 7,21 dice: “è dal cuore che escono i propositi di male”. È vero! Dal profondo, dal cuore, possono sorgere parole che sono capaci di dare la vita o dare la morte. La parola ha un potere straordinario.

            Quante parole mortifere! Pensiamo alla menzogna, alla calunnia, all’adulazione, alla parola che plagia o mistifica … c’è poi ancora un rischio, un grande rischio: parole grandi, alte e vite piccole e basse! La parola, infatti, la si può usare per mostrarci per quello che non siamo … e questo accade nella vita di fede, nella politica, nella vita sociale. Quanti discorsi alati, belli! Sembra che tanti uomini, dicendo belle parole, si esentino da una vita altrettanto bella. È terribile dover constatare che tanti che dicono parole grandi come “Dio”, come “libertà”, come “giustizia” smentiscano queste parole grandi con un’assoluta distanza tra le parole dette e le vite concrete! Questo non solo per fragilità (chi è esente da questo!) o per l’umano limite ma per scelte palesemente ipocrite!

            Chi non accorda parole e vita, chi non lotta per farlo, è un uomo frammentato, cieco, falso … è la grande fatica che spetta a tutti gli uomini e che i discepoli di Gesù non possono e non devono eludere, è la fatica di accordare il cuore, il profondo, al parlare, al dire e poi al vivere.

            Prima di presentarsi con parole che diano un’immagine bella di sé, è necessario avere in sé luce e ricchezza, è necessario sapersi vedere, vedere i propri difetti, i propri peccati.

            Le parole di Gesù sul cieco che pretende di guidare un altro cieco certamente riguardano chi, nella comunità, è chiamato ad avere autorità ma riguardano anche ogni credente! La cecità di cui dice Gesù, infatti, è l’incapacità o il rifiuto di guardarsi in verità. Come curare i mali e i difetti dell’altro se prima non curo i miei, se prima non lotto contro i miei? Diversamente capita di togliere la pagliuzza dall’occhio dell’altro non vedendo (o fingendo di non vedere!) la trave conficcata, paradossalmente, proprio nel proprio occhio! Chi fa così resta cieco e schiavo. Chi fa così è un ipocrita!

            Gli ipocriti sono l’unica categoria contro cui Gesù davvero ha tuonato ed ha detto parole durissime. L’ “ipocrita” in greco è l’ attore, il commediante, uno che simula, uno che finge di essere un altro! È terribile! Gesù grida questa parola a chi non vede la sua trave e va a scovare le pagliuzze negli occhi del fratello.

            L’Evangelo di oggi chi chiede di avere il coraggio della verità in primo luogo su di noi! Ci chiede di portare frutto con la parola … le parole senza frutto sono come le foglie di un albero sterile … quell’albero pare rigoglioso per le tante foglie ma le tante foglie stanno solo lì a nascondere l’assenza di frutti! Le tante parole nascondono tremende sterilità!

            L’uomo veramente buono trae da sé parole buone e azioni buone … il cattivo trae da sé parole che generano morte; non si danno attenuazioni a questa semplice constatazione di Gesù.

            Non è che non si debbano dire parole alte ma esse ci obbligano ad avere vite alte, tendenti all’alto, che lottano per l’alto! Per chi vuole essere discepolo del Messia Gesù né parole di basso profilo, né parole alte ma vuote; Gesù non ha mai detto parole di basso profilo, né ha mai detto parole che poi non siano diventate davvero vita, a qualunque costo … pensiamo alle parole sull’amore per il nemico che ascoltavamo domenica scorsa … sono diventate per Gesù tutte vita fino all’estremo della croce.

            Un discepolo capace di ascoltare un maestro come Gesù diventerà un uomo sincero, umile e giusto, un uomo che vuole lottare per essere così!

 Un discepolo di Gesù non si arrogherà il diritto di giudicare gli altri lanciando frecce avvelenate … certo sarà un uomo di discernimento per cui dovrà giudicare il bene distinguendolo dal male e distinguendo chi fa il male da chi fa il bene ma questo discernimento sarà privo di veleno; il Signore Gesù non ci vuole buonisti ma buoni! Ecco perché un suo discepolo non si ergerà sull’altro uomo ma si piegherà “sino alla condizione di schiavo” (cfr Fil 2, 7) proprio come fece Gesù per salvarci.

Un discepolo di Gesù dal tesoro del suo cuore non trarrà veleni di morte ma dolcezza e mitezza, il suo “albero” non metterà solo foglie di parole vuote, né frutti mortiferi, ma frutti che tolgono la sete di vita degli altri uomini.

Un discepolo di Gesù non dirà parole che feriscono, uccidono e annientano e neanche parole che spaventano … le sue saranno parole di vita.

            Dietrich Bonhöffer scriveva, nella sua Etica: “la bontà non è una qualità della vita ma la vita stessa ed essere buono significa vivere”

            Pensiamoci.

 

               P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Pieter Bruegel il Vecchio: Può un cieco guidare un altro cieco?(1568) (Napoli, Museo nazionale di Capodimonte)