SETTIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SETTIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1Sam 26, 2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor 15, 45-49; Lc 6, 27-38

            Questa settima domenica del tempo ordinario che difficilmente si celebra nell’anno liturgico, quest’anno, data la Pasqua così bassa, ci è data con le sue letture così, direi, “di frontiera”.

            Sì, “di frontiera” perché l’Evangelo di questa domenica, correlata alla prima lettura tratta dal Primo Libro di Samuele, ci conduce ad uno dei confini più difficili da valicare, a uno dei confini più repellenti per il nostro istinto di conservazione: la frontiera del nemico; l’Evangelo chiede di amare il nemico. Qualcosa di in sensato e, vien voglia di dire, “contro natura”!

            Il testi di oggi vogliono farci capire che varcare quella frontiera che tanto ci ripugna è, in verità, una straordinaria conquista di libertà del cuore.

            Il racconto del Primo Samuele ci mostra la straordinaria capacità di David di non voler approfittare del fatto che Saul, il nemico che vuole la sua morte, cade, per una serie di circostanze, nelle sue mani … David fuggiasco e perseguitato, ingiustamente odiato e condannato a morte, non dà la morte al suo nemico che dorme e, dandogli la prova di questa sua scelta, gli grida che non ha voluto stendere la mano sul consacrato del Signore. David è rimasto fedele a Saul, al consacrato del Signore pur se macchiato da iniquità ed ingiustizia.

            Il testo dell’Evangelo riprende questo tema e lo porta fino all’estremo! È il seguito del discorso della pianura di cui leggevamo l’inizio domenica scorsa. Matteo aveva posto questo discorso inaugurale di Gesù su di una montagna per il suoi motivi teologici, Luca pone invece Gesù in basso, in posizione di “sottomissione”, tanto che per parlare, scrive l’evangelista, deve alzare lo sguardo sugli astanti. Il discorso della pianura si apre, come scrive Daniel Attinger, con un “portale” che è dato da quella contrapposizione tra quattro beatitudini e quattro lamenti; Luca, diversamente da Matteo, pone subito, dopo il “portale” le parole di Gesù sull’amore terribile per il nemico.

            Parole queste che suonano, in questa posizione, come una forte provocazione; rispetto a Matteo Luca aggiunge subito “fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per quelli che vi insultano”; il tutto preceduto da un’ espressione che ci fa pensare: “Dico a voi che mi ascoltate”; si rivolge, cioè, a quelli che tra tutti gli astanti intendono essere obbedienti (ascoltanti!), cioè a quelli che vogliono essere suoi discepoli … le folle sono testimoni che questo, proprio questo, è richiesto al discepolo; chi è disposto a prendere quella via così antimondana delle beatitudini e chiamato proprio a questa frontiera che pare invalicabile ad ogni uomo di buon senso: amare il nemico.

            Seguono tre esemplificazioni durissime … esemplificazioni che troppo spesso sono state declassate ad iperboli, ma iperboli non sono! Sono semplicemente delle concretizzazioni di quell’amore di frontiera che è l’amore per il nemico: a chi percuote una guancia porgere anche l’altra che è la scelta di fermare la violenza su di sé perché non si propaghi e corra per il mondo; porgere l’altra guancia è impedire all’inimicizia di farla da padrona nelle relazioni umane; sarà la scelta di Gesù che, alla fine dell’Evangelo, subirà la violenza senza rigettarla sui violenti e dandoci così la via per fermare il male. C’è poi la richiesta insensatissima per il mondo di donare a chi ruba; questo perché si fermi la violenza verso le cose e a causa delle cose: A chi ti toglie il mantello dagli anche la tunica (che significava restare nudo!). In ultimo chiede di dare a chi chiede ma senza pretendere una restituzione! Incredibile!

            Queste tre terribili esemplificazioni si concludono con la versione al positivo di un antico detto sapienziale presente anche nel buddismo come negli antichi testi rabbinici e, nella Scrittura nel Libro di Tobia (4,15); testi concordi nel dire che non si deve fare agli altri quello che non si vuole sia fatto a sé. Qui Luca pone sulle labbra di Gesù la versione positiva di questo detto, definito spesso come “regola d’oro”: Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Notiamo un particolare sottile: non si parla né di prossimo, né di fratelli ma semplicemente ed immensamente di uomini!

            In tutto questo c’è uno sfondo straordinario che Gesù, qui in Luca, grida con la forza della sua mitezza: la gratuità! Gesù chiede di allontanarsi da qualsiasi idea di contraccambio:  si deve amare il nemico e non si spera nulla in cambio; non si deve amare il nemico perché diventi amico, perché si converta e ci ami! Questo, d’altro canto, è inverosimile; bisogna anzi dire che spesso (così è l’uomo, purtroppo!) all’amore il nemico risponde con un accrescimento di odio! Insomma, dice Gesù, il tutto deve avere per sfondo e motivo la gratuità: Se amate quelli che vi amano … se fate del bene a quelli che vi fanno del bene … se date a coloro da cui sperate di ricevere … che grazia è per voi? E Luca usa qui il termine greco “chàris”; che vuol dire “dov’è la vostra grazia?”, “dov’è la vostra gratuità?”; potremmo ancora dire: “dov’è l’oltre del vostro comportamento?”

            Amare chi  ama, beneficare quelli che beneficano e dare con la speranza di riceverne un ritorno (a volte … anzi sempre … pure con l’interesse!) è la logica del mondo! È il buon-senso del mondo! Matteo nel suo evangelo aveva scritto: Che salario ne avete? ed aveva usato il termine “misthòs” che purtroppo spesso è tradotto con “merito”! Per Luca non è questione di accumulare “meriti” ma di mostrare la gratuità assoluta dell’amore del discepolo di Gesù. Alla fine, sulla croce, come dicevamo, Gesù farà proprio così: amerà i non amabili, pregherà per i crocifissori, perdonerà senza nulla chiedere in cambio! Gesù non chiede mai nulla che Lui stesso non faccia!

            Il passo di oggi si conclude con una promessa da parte di Gesù di una ricompensa e pare che questo contraddica tutto quanto detto sulla gratuità. In realtà, se vediamo bene, la “ricompensa” è l’essere figli dell’Altissimo! In fondo non è qualcosa che si riceve come un pagamento, è qualcosa che si riceve perché si è accolto un dono, il dono dell’Evangelo che fa discepoli di Gesù, il dono straordinario e impegnativo di una parola che ci chiede quell’amore gratuito con cui per primi siamo stati amati quando eravamo ancora nemici (per dirla con Paolo in Rm 5,10), quell’amore che ci fa capaci di varcare la tremenda frontiera dell’amore per il nemico.

            Dobbiamo dirci che questo testo di Luca è estremamente semplice ma pure tremendamente duro per il nostro egoismo e per quella visione del mondo sempre più chiusa, prepotente e prevaricante che troppe volte contamina e contagia anche quelli che si proclamano discepoli di Gesù.

            Come più volte ci stiamo dicendo, viviamo un tempi difficili e pericolosi, tempi in cui i nemici si creano per secondi, sporchi fini! Viviamo in un’Italia in cui si dà credito a chi prima ha creato il nemico del meridionale sporco, rozzo e invadente le industriose terre del nord ed ora ha creato ad arte il nemico dell’immigrato … sempre sporco, delinquente e per giunta anche terrorista … Come gridare no non solo all’odio per il nemico ma ancor prima alla creazione del nemico? Terribile è ergere la croce per creare ed additare nemici! Il Signore ci perdoni e ci liberi ma soprattutto  dia la forza ed il coraggio al “piccolo gregge” di resistere alla barbarie! E bisognerà fare anche la fatica di amare questi nuovi “barbari” che vogliono imbarbarirci approfittando delle paure di tanti e blaterando di “confini di patria” e di “porti da sigillare”!

            La frontiera da dover valicare per obbedire a questo Evangelo di oggi ha ancora nuovi orizzonti!

 

     P.Fabrizio Cristarella Orestano

SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SESTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ger 17, 5-8; Sal 1; 1Cor 15, 12.16-20; Lc 6, 17.20-26

In Gesù Dio si è fatto vicino agli uomini e tra gli uomini ha fatto una scelta, quella dei poveri, degli ultimi, di quelli non possono accampare proprie grandezze e meriti, di quelli che non possono essere pieni di altro se non del loro bisogno di altro!

Luca è particolarmente impegnato a farci giungere questo messaggio: l’Evangelo di Betlemme è cantato dagli angeli ai poveri pastori chiamati a riconoscere un segno povero e contraddittorio di ogni fantasia su Dio; al Tempio al quarantesimo giorno dalla sua nascita Gesù è accolto dai poveri che attendono la redenzione di Gerusalemme, fragili e forti nella loro vecchiaia, nella Sinagoga di Nazareth Gesù si presenta come il profeta inviato ad evangelizzare i poveri e viene subito annoverato tra i perseguitati tanto che vogliono ucciderlo; al Giordano Gesù si mette, senza timore, nella fila della povertà più estrema, in fila con i peccatori … Oggi ascoltiamo la beatitudine dei poveri che apre il discorso fondativo di una comunità che voglia seguirlo.

Tutto l’Evangelo di Luca proseguirà così in una lettura commossa della scelta d’amore di Gesù per i poveri … i poveri sono coloro che Gesù incontra (i tanti ammalati, la peccatrice del capitolo 7 e così via fino al ladrone appeso con lui alla croce), di poveri sono le figure che fioriscono dalla sua fantasia quando narra tante delle sue parabole (pensiamo al povero Lazzaro in 16,19-31; ai poveri chiamati al banchetto rifiutato in 14,21; alla vedova che non riesce ad ottenere giustizia in 18, 1-7; al pubblicano al Tempio in 18, 9-14 e così via). Per Luca i poveri sono “i poveri” e basta, senza altra specificazione come aveva scritto Matteo dicendo i poveri nello spirito. Luca intende per poveri curvati, gli oppressi … la parola greca che è usata significa nullatenenti, chi è “ptochòs” è chi non ha davvero nulla e per quanto possa affaticarsi rimane sempre senza alcun possesso … di conseguenza vive di dipendenza e sottomissione, è in una condizione che lo porta a nascondersi, a rannicchiarsi su di sé: il verbo da cui deriva il termine “ptochòs” (povero, pitocco appunto) ha questo significato. Insomma sono poveri reali, che hanno fame, piangono, sono in balìa di tutti, oppressi, deboli e sfruttati; sono incapaci di difendere la loro dignità. Su di loro, però, Dio ha posato il suo sguardo, per loro interviene; per questo sono beati!

Gesù non proclama beatitudine la miseria che è sempre frutto della malvagità dell’uomo ma causa della beatitudine è la scelta di Dio che li fa protagonisti di una nuova storia.

I grandi, i ricchi, i potenti, gli arroganti, i violenti, i sazi, i gaudenti, gli idolatri dell’effimero e gli schiavi del mondo credono di essere loro i costruttori e i padroni della storia, il mondo li applaude e li fa ciechi e sordi  incapaci di rendersi conto di essere loro stessi gli alleati più formidabili di ciò che più di tutto temono: la morte; il Regno di Dio è invece di coloro che essi tengono sotto i piedi …

La contrapposizione tra la beatitudine e quel “guai” (che dovremo cercare di capire) è che le due categorie vivono diversamente il rapporto con la loro vita, con il presente, con al storia: Per quelli che sono ricchi, sazi, gaudenti il presente è chiuso in sé, basta a sé; non hanno mancanze, non hanno vuoti e, di conseguenza, non hanno neppure attese, desideri, speranze … la loro situazione di sazio benessere li rende maledettamente idolatri, la loro idolatria imprigionante è paradossalmente la loro autosufficienza! Gli altri, quelle che Gesù proclama beati, sono quelli che, sperimentando dei vuoti, delle mancanze vivono, anche questi paradossalmente, un presente aperto perché colmo del desiderio, dell’attesa, dell’appassionata ricerca del cambiamento, della disponibilità a lottare per questo. In chi è così si sviluppa la capacità di fidarsi, di affidarsi; chi è sazio e ricco si chiude in se stesso e crede di essere onnipotente, chi è povero è aperto e disposto a fidarsi.

La  miseria di questi ricchi è paradossale e Gesù non può che dire il suo Ahimè su di loro; forse è meglio tradurre così invece di guai … è infatti un lamento pieno di pietà per chi vive e vuole vivere nell’inganno; è un grido pieno di dolore che desidera far breccia in quei cuori induriti. Già i profeti usavano questa espressione per indicare che sta per incombere un giudizio che però può ancora essere evitato se ci si converte … è dunque un ahimè, è come dire poveri voi!  Gesù sa che anche ai ricchi è possibile una conversione se si lasciano incontrare da lui: Zaccheo ne sarà l’esempio lampante. Sceso dal suo sicomoro Zaccheo, il ricco pubblicano, condividerà e farà giustizia e allora la salvezzaentrerà sotto il  suo tetto (cfr Lc 19, 1-10).

Già Geremia aveva proclamato (prima lettura) l’infelicità di coloro che confidano in se stessi, nel mondo; un uomo così ha radici senza speranza, il povero, invece, può confidare solo in Dio e questo è la sua salvezza.

Questa è una verità di salvezza e l’Evangelo proclama con chiarezza che Gesù stesso è il povero, il perseguitato, è l’ affamato di giustizia, è colui che già in questo discorso delle beatitudini è il piangente per la miseria dei ricchi, dei sazi, dei ridenti, di quelli a cui tutti si inchinano. È il piangente che sa dire ahimè. Gesù è l’icona delle beatitudini, è il povero che nell’estrema povertà della croce si consegnerà tutto al Padre; Luca pone sulle labbra del Crocefisso quel dolcissimo Padre, nelle tue mani consegno la mia anima. Certo, per Luca, Gesù è il povero che non ha rifugio se non in quelle mani paterne che egli sa che ci sono anche se lì sul Golgotha non le vede … Gesù nella povertà estrema della croce è lui stesso il Regno! Un Regno che si consegna  a quelli che lo seguono in una via di umile ma vera alternativa al mondo e alle sue vacuità.

La beatitudine che Gesù pronuncia per i poveri  non è al futuro, è al presente: già oggi i poveri hanno il Regno! Hanno il Regno perché, fiduciosi di Dio, gli danno spazio e trono nella loro vita, una vita in cui non c’è altra possibilità di senso se non in Dio.

Questa parola che oggi viene a cercarci è una parola radicale, è un aut-aut. Va presa così altrimenti il rischio è immenso: è il rischio tutto mondano di pretendere di conciliare le proprie vedute, esigenze e conquiste con l’ Evangelo.

L’alternativa è o conciliare scegliere!

Oggi il mondo suggerisce che lo scegliere è integrista, che bisogna sempre rimanere sulla soglia per non essere giudicati  fanatici; il mondo ama le mezze misure perché quando diventa impossibile conciliare l’inconciliabile diviene inevitabile voltare le spalle al Cristo ed al suo Evangelo o renderlo irriconoscibile in una contraffazione vergognosa.

Oggi viviamo un tempo in cui alcuni si parano dietro all’Evangelo per scacciare i poveri, per respingerli, per chiudere le porte e i porti! Vergogna! Non si può mischiare l’Evangelo e la bieca volontà di salvare se stessi… ci si prepara a creare leggi per autorizzare a “difendersi”, ad “armarsi” contro l’altro, il diverso … foss’anche un aggressore … l’Evangelo non dice così! L’Evangelo è netto … non concilia l’inconciliabile! Ci chiede di scegliere!

La sfida è grande: scegliere o la pretendere di conciliare! Che faremo?

La scelta è tra una parola che ci porta a casa: Beati! ed una parola che ci proclama dolorosamente abitanti di un freddo lago di non-senso: Ahimè.

Il problema è credere che la ricchezza del mondo è miseria e la vera povertà fatta di condivisione e giustizia è beatitudine, il problema è credere al mondo o all’Evangelo.

 

    P.Fabrizio Cristarella Orestano

Rembrandt: Volto di Cristo (1640 ca.)

 

QUARTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

QUARTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4, 21-30

Nel brano evangelico di oggi, in continuità con quello della scorsa domenica, riascoltiamo Gesù che proclama, nella Sinagoga di Nazareth, un oggi in cui si attua quella parola di Isaia che aveva letto nel rotolo: “Oggi si è compiuta questa parola che avete udita nelle vostre orecchie”. Gesù non solo spiega la Santa Scrittura ma la attualizzaAttualizzare la Parola ascolta dalla Scrittura non significa adattarla al proprio tempo, alle mentalità nuove o ai modi di sentire e vivere di un’epoca o di un luogo … rendere attuale la Parola significa compiere la Parola con la vita; significa obbedire a quella Parola e darle spazio pieno e senza addolcimenti nel proprio oggi. Per noi attualizzare la Parola è ascoltare l’Evangelo e, prestandogli vera obbedienza, divenire noi stessi attuali all’oggi di Dio, capaci di trasportare in questo nostro oggi, che così spesso ci sta stretto, gli infiniti orizzonti dell’oggidi Cristo.

Dinanzi all’affermazione di compimento di Gesù sorge lo stupore di coloro che ascoltano … lo stupore può avere due esiti: o il salto della fede o l’indurimento incredulo. Lo stupore ci può far esultare di gioia perché vediamo delle vie incredibili e impensabili di Dio che si attuano e questo stupore ci conduce alla lode e all’abbandono, all’obbedienza di quella Parola che ci ha appunto stupiti; c’è però quell’altro stupore, quello che genera incredulità, sdegno e ostilità … a Nazareth pare che i due stupori stiano assieme: alcuni – scrive Luca –  si stupivano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, altri fremono d’ira … a Nazareth fu vincente questo secondo stupore che divenne incredulità dinanzi al figlio del falegname che dice parole grandi su se stesso e sul mondo, su un oggi che deve e può aspirare all’oltre.

I nazaretani hanno una pretesa tremenda: che Gesù sia tutto loro; hanno la pretesa di voler disporre di Lui … avevano iniziato bene, tenendo gli occhi fissi su di lui ma poi li hanno distolti da lui per volgerli a loro stessi e al loro bisogno, alle loro aspirazioni grette. Invece di aprire lo stupore alla fede, invece di accogliere con stupore il dono di Dio si chiudono su se stessi. Conoscono i prodigi che Gesù ha operato a Cafarnao ed ora vogliono solo una cosa: “confiscare” Gesù ed i suoi segni miracolosi a loro vantaggio; i doni che Dio vuole fare al mondo intero li vogliono per loro; anzi il dono che è Gesù vogliono possederlo accampando diritti su di Lui. Nessun dono può essere preteso … questa della pretesa è la via della distruzione del dono.

Come tutti i profeti Gesù subisce rifiuto dai suoi, subisce il loro odio … come Geremia, però, fa l’esperienza di una guerra che, mossa contro di lui, non lo vince perché Dio è con lui.

I nazaretani hanno la solita logica dell’Adam peccatore: stendere la mano avida per rapire e non per aprire la mano disarmata e debole perché vuota per ricevere un dono. Cristo invece è l’Adam obbediente che tutto riceve dal Padre, che attua la Parola ascoltata e la porta fino all’estremo dell’amore facendosi totalmente dono. Uno così non può essere compreso da chi è nell’ottica della rapina, uno così suscita sdegno.

Gesù si è presentato a Nazareth, nello Spirito Santo, ad annunciare che la Scrittura è ormai piena (così alla lettera), e i nazaretani si fanno invece pieni di ira (“peplérotai”, “si è fatta piena” la Scrittura; eplésthesan”, “furono pieni” di ira). La durezza dei cuori dei suoi concittadini diviene omicida perché vogliono ucciderlo addirittura; la più cattiva delle durezze di cuore è quella degli uomini religiosi che accampano sempre pretese presso Dio. Così Gesù è respinto.

In questo inizio dell’Evangelo Luca ci dà già un anticipo della fine: lo conducono fuori della città come avverrà a Gerusalemme, quando la croce verrà piantata fuori dalle mura della città santa … (cfr Eb 13,12);  lo stesso Evangelo, sempre nel racconto di Luca negli Atti, verrà rifiutato con violenza: Paolo nella Sinagoga di Corinto subirà insulti e bestemmie e dovrà rivolgersi ai pagani (cfr At 18,6).

Nei suoi di Nazareth è adombrata la realtà dei suoi di ogni tempo. Essi sono esposti sempre al rischio di proclamarsi possessori di Gesù, di indurire il cuore in una religione fatta di pretese; sono esposti di continuo al rischio di scandalizzarsi di lui e del suo Evangelo tentando  adattamenti che piacciono al mondo e non lottando per attualizzazioni costose della Parola. Quei suoi, insomma, possiamo essere noi.

Addirittura viviamo un tempo in cui ci sono alcuni che osano impugnare l’Evangelo contro gli altri, contro i diversi, contro i poveri … ci sono alcuni che osano dirsi difensori delle tradizioni cristiane colpendo i deboli, i poveri, quelli che bussano alle nostre porte privi di tutto; guai ad impugnare l’Evangelo e Dio per fini diversi dal Regno, guai a farlo strumento per far pagare dei prezzi agli “altri” per non pagarli noi i prezzi della serietà della scelta di Cristo! Attualizzare l’Evangelo e coglierlo nell’oggi con le sue esigenze scomode, controcorrente, in cui si impara ad essere dei “perdenti” con Gesù e per Gesù! Poveri noi cristiani, povere Chiese quando hanno voluto essere dei “vincitori”, dei “trionfanti”: non si è stati dalla parte del Signore Gesù!

Nella scena odierna dell’Evangelo Gesù però passa in mezzo a loro (ai suoi di allora, come ai suoi di oggi) e attraversa il mare della violenza e della morte … non è ancora l’ora a Nazareth, diremmo con linguaggio giovanneo, o forse è una prefigurazione della sua resurrezione, vittoria d’amore di Colui che continua il suo cammino in mezzo agli uomini facendo del bene e risanando quelli che sono sotto il potere del nemico (cfr At 10,38). Gesù è Colui che è capace di camminare sulle onde tumultuose del mare della morte e del peccato, perché Dio è con lui ed ogni suo passo è narrazione di Dio, della sua paternità, delle sue vie altre … ogni passo di Cristo è canto di quell’agàpe che Paolo canta nel celebre inno all’amore della prima lettera ai Corinti che oggi la liturgia ci ha riproposto: un amore che provoca all’amore, un amore che ci mette stupore, un amore che è Gesù stesso … ecco la via migliore per far diventare attuale ogni parola della Scrittura. Quando amiamo di quell’agàpe di Cristo, di quell’ agàpe che è Cristo, possiamo anche noi proclamare, senza tema di mentire: Oggi si compie quella Scrittura che è nelle vostre orecchie. Allora la Parola si è fatta attuale perché dalla Parola ci si è fatti afferrare e non si è afferrata per usarla.

 

P. Fabrizio Cristarella Orestano

 

TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4.4, 14-21

 

I testi biblici di questa domenica ci permettono di fare una riflessione essenziale per la nostra vita di uomini e di uomini cristiani.

Luca scrive il suo Evangelo per i cristiani della terza generazione che provengono dal paganesimo; la prima generazione aveva conosciuto Gesù e questo gli bastava; la seconda aveva conosciuto quelli che lo avevano incontrato e lo aspettava presto; la terza  non ha conosciuto né Gesù,  né quelli che lo avevano incontrato e ormai non attende una sua venuta imminente; la terza generazione cristiana sa che Cristo Gesù ha annunziato un’ultima venuta ma questa non è così imminente come pareva. E allora? Deve fare i conti con la quotidianità; la terza generazione cristiana a cui Luca si rivolge comincia a chiedersi cosa significhi che Dio ci ha salvato dato che tutto appare come prima, comincia a chiedersi cosa voglia dire vivere la salvezza in una storia che scorre indifferente all’annunzio della novità cristiana, comincia a domandarsi come intendere quello che Gesù pure aveva detto (cfr Lc 17,21): Il Regno di Dio è in mezzo a voi. Come mettere radici in un passato sempre più lontano e come camminare verso un futuro anch’esso sempre più lontano? E’ possibile che dei fatti del passato abbiano una forza di salvezza per l’oggi e preparino il domani?

L’oggi tante volte è buio ed il futuro è oscuro … questo era il sentire dei cristiani a cui Luca si indirizza, ma questo è anche il nostro scenario perché noi siamo come i cristiani della terza generazione:  è il problema della storia; non un problema astruso, ma un problema reale e fortemente esistenziale … un problema che pone domande al nostro vivere concretissimo: cogliere nell’oggi un passato che abbia rilevanza e senso per il futuro; questo per vivere sensatamente l’oggi e preparare il domani.

L’uomo è un animale storico; ha dei limiti ma si sente costretto in quei limiti; l’uomo di continuo cerca se stesso e così cerca altro e si scopre, tante volte, cercatore dell’Altro … Certamente la morte è il suo limite immenso … l’uomo, troppo grande per bastare a se stesso, come scriveva Pascal, sa che dovrà scontrarsi con la morte. L’angoscia è inevitabile.

Qui si pone la promessa di Dio; il Dio della Bibbia promette all’uomo salvezza… Dio gli sussurra che è possibile un mondo buono, con il cielo aperto, è possibile quell’oltre che l’uomo neanche osava sognare; Dio si è accostato all’uomo promettendogli salvezza, educandolo ad una vera speranza; il Dio biblico chiede all’uomo fiducia perché possa accogliere la salvezza. In Israele, Dio si è scelto un lembo di terra in cui ha seminato la parola della speranza, della salvezza; lì l’ha coltivata e ad un certo momento ha aperto una breccia nel muro della storia. Di questa fatica di Dio nessuno se ne è accorto, neanche i vicini: la grande storia ha soffocato con i suoi frastuoni la storia di Dio con noi! Dio è venuto nella storia ma non si è imposto alla storia; ha agito, anzi, in modo tale da essere facilmente rifiutato: un povero Rabbi di Galilea, uomo tra gli uomini, capace anche di parole affascinanti e forti ma facilmente derubricabili a chimere di un illuso, rifiutato dai grandi del suo popolo fino a farlo uccidere per mano dei potentissimi padroni del mondo … davvero pare abbia fatto di tutto per non essere accolto!

Eppure Dio ha davvero aperto una breccia nel muro della storia … bisogna avere occhi e cuore per accorgersene e così, all’inizio del suo Evangelo, Luca ci prende per mano e ci conduce a quell’apertura: è la storia di Gesù di Nazareth … lì il muro è stato abbattuto! Lì c’è una porta per uscire dall’angoscia. Luca sa che per mezzo di Gesù c’è un oggi di salvezza. Per questo inizia il suo racconto presentandosi come uno storico della salvezza: ci sono delle cose accadute “fin dall’inizio” che Luca intende raccontare (e si riferisce ai due primi capitoli che riguardano l’infanzia di Gesù) e poi ci sono degli “eventi che si sono compiuti tra di noi come ce li hanno trasmessi quelli che divennero testimoni oculari e servi della Parola” e questi sono i discepoli che seguirono Gesù dal suo ministero in Galilea fino alla sua Pasqua. I discepoli che Luca chiama servidella Parola, di quella Parola di promessa che ora ha un volto ed una carne: Gesù! In Lui ogni oggi può essere luogo dell’adempimento della promessa; in Lui ogni oggi può conoscere la salvezza.

Il passo evangelico di questa domenica pone sulle labbra stesse di Gesù l’annunzio di questo oggi di salvezza; durante la liturgia sinagogale a Gesù tocca leggere la seconda lettura (la “haptarah” normalmente scelta tra i testi profetici; la prima lettura, la “parashah” è invece presa dalla “Torah”) … è la “haptarah” prevista dal calendario delle letture. Dopo aver letto Gesù pronunzia una brevissima omelia: Oggi si è compiuta questa Scrittura nei vostri orecchi. È il tema dell’ oggi certamente riecheggia un tema già presente in tutto il Libro del Deuteronomio(in cui la parola “oggi” è detta ben 65 volte!). Per Luca è un tema di capitale importanzada questo momento nella sinagoga di Nazareth, all’incontro con il piccolo pubblicano Zaccheo (Lc 19,9:  Oggi la salvezza è entrata in questa casa) e fino al ladro appeso alla croce (Lc 23,43: Oggi sarai con me nel Paradiso) ma ancora prima gli angeli del Natale dicono ai pastori: Oggi nella città di David vi è nato un Salvatore che è il Messia Signore(cfr Lc 2, 10).

La salvezza che la Scrittura ci annunzia non è una teoria di salvezza, la nostra salvezza è un avvenimento, una persona: Gesù di Nazareth. In Lui si adempiono le parole della promessa; in Lui è data all’uomo, immerso nelle tenebre ed angosciato nel vicolo cieco della morte, la vera luce; in Lui è data una liberazione dalle catene che disumanizzano l’uomo pretendendo di essere vie di salvezza.

La storia allora non è più un groviglio cieco e disperato; si spalanca alla storia un oggi nuovo che apre le vie del futuro mostrando la saldezza delle radici di una storia in cui Dio ha fatto irruzione con la sua promessa e con l’adempimento di essa.

L’oggi nuovo ha un volto, ha il sapore di una vicenda: il volto di Gesù di Nazareth, la sua vicenda che narra Dio ed il suo amore. Il terzo evangelo dice ai cristiani della terza generazione e di tutte le generazioni che seguiranno che se il Regno di Dio è giàvenuto in Gesù, se è giàcompiuto in Lui, attende di venire e di compiersi in noi, nei nostri oggi; ogni “oggi” può essere, in Gesù, nell’ascolto compromettente della sua Parola, “oggi di Dio”. La Parola ancora attende di farsi carne e storia in noi.

L’irruzione di Dio, l’irruzione della sua Parola, come già narra il Libro di Neemianel celebre tratto che oggi passa nella liturgia, conduce alla gioia e alla comunione; passa certo per lacrime di compunzione su un passato segnato da morte e infedeltà, ma approda alla gioia di un banchetto festoso che si fa comunione con i poveri; la Parola accolta trasforma l’oggi in un tempo santoquesto giorno è consacrato al Signore (Ne 8,10). L’oggi in cui Dio abita, dall’oggi di Gesù di Nazareth, ha una nuova forza: la gioia che proviene dal Signore (Ne 8,10).

I presenti nella sinagoga di Nazareth in quel giorno della visita di Gesù sono per noi un’icona di ciò che ci è richiesto perché tutto questo ci tocchi: gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi sopra di lui. Ecco, non si può distogliere lo sguardo da Lui: solo Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne, è il liberatore e il salvatore. Non ce ne sono altri! Lui, l’inviato a portarci un Evangelo che ci deve e può far esultare.

Teniamo fisso – dunque – lo sguardo su di Lui (cfr Eb 12,2)!

 

P.Fabrizio Cristarella Orestano