SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO C)

VIVERE LE RELAZIONI UMANIZZANDOLE

 

Pr 8, 22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

 

Festa strana quella di questa domenica, strana perché diversa dalle altre. Non è, infatti, una festa che ci fa fare memoria di un evento di salvezza; tutte le feste cristiane sono storiche, nel senso di essere legate inscindibilmente ad un’azione di salvezza puntuale nella nostra storia di salvati. Oggi no…oggi la liturgia ci fa contemplare la fonte abissale di tutti gli eventi di salvezza. Oggi la liturgia, con questa festa fa, in modo particolare, ciò che in fondo fa sempre: volgere lo sguardo al Volto di Dio che è un Volto trinitario.

            Dopo aver celebrato la Pasqua, cuore del mistero di salvezza che ha afferrato la nostra esistenza, contempliamo con stupore la fonte di quell’Amore che ci ha cercati e ci ha conquistati a caro prezzo (cfr 1Cor, 6,20); la fonte non è una solitudine innamorata ma una comunione innamorata, la fonte è un amore eterno che vive di amore e vuole traboccare amore: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

            Ecco la fonte della creazione, ecco la fonte della bellezza, ecco la fonte di ogni salvezza, ecco la fonte dell’uomo, creatura meravigliosa e terribile. L’uomo, meraviglia di un cuore palpitante immagine di Dio; l’uomo terribile nella sua vera libertà che gli può far salire vette impensabili o precipitarlo in abissi di non senso; l’uomo, bisognoso di una misericordia senza limiti, l’uomo, bisognoso di una meta che risponda alla sua sete di infinito.

            La Trinità che è Dio è fonte e meta, è misericordia e compagnia nel quotidiano camminare nella storia.

Narrare il Dio trinitario è il nostro modo di balbettare quel Dio che Gesù ci ha mostrato.

Nel Quarto Evangelo, in quella lunga sezione che va sotto il nome di “Discorsi di addio”, possiamo dire che c’è tutto il fondamento della rivelazione trinitaria.

            Contemplare oggi questo mistero (ma mi pare poco dire questo mistero, quasi fosse uno come gli altri! In realtà è il mistero fontale della nostra fede!), al termine delle celebrazioni pasquali, è possibile per queste pagine profonde e bellissime di Giovanni di cui oggi leggiamo un breve tratto del capitolo sedicesimo.

            Per il Gesù di Giovanni è fondamentale la “conoscenza” di questa dinamica trinitaria di Dio in cui Egli, il Figlio, ci inserisce con il suo amore “glorioso” (cioè che racconta Dio perché ne mostra il “peso”!) e di cui lo Spirito è garante di verità nel cuore dei credenti. Il Padre è allora fonte di una parola che nel Figlio ha preso carne e che lo Spirito radica nel cuore dell’uomo.

            Se Gesù ha narrato il Padre con il suo mistero pasquale, lo Spirito conduce chi gli si fa docile a conoscere, sperimentare, fare suo quell’amore pasquale di Cristo.

            Tutto questo, come scriveva un teologo, “non è un astruso teorema celeste” senza incidenze sulla nostra vita, ma è rivelazione e consegna di Dio alla storia degli uomini; una rivelazione che non esaurisce Dio ed il suo mistero, ma ci conduce a contemplare la vita stessa di Dio. Un mistero che ci dice che Dio è in se stesso dinamica vitale, relazione che è vita di persone fatta di amore che ama, si lascia amare e si dona.

            Il mistero trinitario ci dice che tutto in Dio è relazione e che quindi l’uomo, creato a sua immagine, non può che realizzarsi nella relazione con se stesso, con Dio, con l’altro, con il mondo. Senza relazioni il Dio cristiano non sussiste e non sussiste neanche la salvezza perchè questa, nella rivelazione cristiana, è realizzata dal Figlio che è venuto nella nostra carne per opera dello Spirito Santo, ha condotto, nel suo mistero pasquale, l’uomo alla piena comunione con il Padre. Il discepolo di Cristo non può non essere che un uomo che specchia il suo essere nelle relazioni trinitarie trovando lì la ragione, la fonte e la forza delle sue relazioni, quelle grazie alle quali si vive e grazie alle quali si realizza la vera umanità.

            Bonificare le relazioni rendendole autentiche, veritiere è opera altissima di umanizzazione ed il discepolo di Gesù, immerso nelle relazioni trinitarie fin dal suo Battesimo (“Io ti immergo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, cioè è immerso nelle relazioni trinitarie perchè immerso nella morte e risurrezione di Gesù!) è chiamato a vivere le sue relazioni umanizzandole, liberandole dalle sovrastrutture della “philautìa” che è quell’amore di sè che non dà spazio all’altro, che ignora volutamente la costruzione di vere relazioni e le calpesta allo scopo di “salvare se stesso”.; è chiamato a vivere l’amore in quella comunione fraterna capace di dare all’uomo un respiro ampio e non claustrofobico, che restituisce all’uomo quella fraternità ferita e compromessa dal peccato di cui è “icona” già l’omicidio di Abele (cfr Gen 4, 1-16)!

            Il mistero trinitario radica allora nei credenti la necessità di relazioni umane e fraterne non in ragione semplicemente etica o psicologica ma nelle profondità stesse di Dio e quindi nelle profondità stesse del nostro essere uomini creati ad immagine di un Dio che non è un Dio solitario ma un Dio trino, un Dio che è comunione e quindi può essere amore!

            Contemplare la Trinità è poi contemplare, come dicevamo, la fonte del Mistero Pasquale che domenica scorsa, nella celebrazione della Pentecoste, è giunto alla sua meta. La fonte è lì, nel Dio che Gesù ci ha raccontato che è Padre, è Figlio, è Spirito Santo e che desidera attrarre l’uomo sua creatura amata e vertice di questo mondo bellissimo, non vicino a sè ma dentro di sè e che per far questo non solo non ha disdegnato l’Incarnazione del Figlio ma ha voluto prendere dimora nell’uomo! Sì, nell’uomo, unica vera degna dimora del Dio Trino nella storia … nessun Tempio fatto da mano d’uomo può uguagliare la bellezza del cuore umano per poter essere dimora di Dio!

            Da quando il Figlio, inviato dal Padre, per opera dello Spirito Santo ha iniziato a dimorare nella carne dell’uomo, è questa nostra carne che Dio desidera e viene ad abitare! Chi scopre in sè questa dimora di Dio, chi scopre in sè questo spazio per Dio che è opera dello Spirito, può davvero iniziare a vivere da uomo nuovo “creato secondo Dio” (cfr Ef 4, 24).

            Il mistero della Trinità è allora il mistero dolcissimo di una dimora verso cui tendere e di cui, incredibilmente, noi stessi siamo fatti dimora.

            La Trinità è meta e presenza, è promessa ma anche “atmosfera” che già respiriamo perchè in essa immersi dalla misericordia di Cristo crocefisso e risorto!

            La Trinità che si è rivelata a pieno nel mistero della Croce e Risurrezione di Gesù diviene per noi rivelazione della nostra identità più radicale di esseri fatti dalla comunione e per la comunione.

            E’ chiaro allora che il Dio dei cristiani, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio che Gesù ha narrato, può essere rinarrato alla storia solo dalla comunione fraterna, solo dall’unità che no sopprime le differenze; in questa dinamica la Chiesa si può porre dinanzi al mondo come umile ma vera alternativa alla disumanizzazione dell’uomo che è sempre tentativo del mondo di fare dell’uomo ciò che l’uomo non è; la comunione trinitaria ci dice allora da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo; ci dice dunque la nostra origine, il nostro cammino e la nostra meta.




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Pentecoste (Anno C) – Incendiare il mondo di amore

 

MISTERO INDICIBILE MA “MISURABILE”

 

At 2, 1-11; Sal 103; Rm 8, 8-17; Gv 14, 15-16.23-26

 

Cinquanta giorni dopo Pasqua Israele celebrava la festa delle primizie o della mietitura … offriva al Tempio i pani fatti con il grano nuovo appena raccolto. Era detta la Festa delle settimane, “Shevuot” che la Torah prescrive di celebrare allo scadere delle sette settimane dal giorno del sacrificio di Pasqua; in seguito i rabbini associarono a questa festa la celebrazione del dono della Legge al Sinai avvenuto cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto.

La Chiesa vide coincidere al cinquantesimo giorno dalla Pasqua di Gesù il dono dello Spirito che Luca racconta in Atti, come si ascolta oggi nella prima lettura.

Pentecoste diviene così il giorno celebrativo del dono dello Spirito fatto alla Chiesa e diviene così festa delle “primizie” della Chiesa … la Chiesa celebra così il compimento della Pasqua!

Scrive Agostino: “Pasqua è stata l’inizio della Grazia e Pentecoste è il coronamento! Tutte le promesse hanno ricevuto il loro totale compimento; la Grazia dei cinquanta giorni rifulge in tutta la sua pienezza e la gioia giunge a perfezione” (Sermone XLIV).

Che celebriamo allora a Pentecoste?

Celebriamo lo Spirito che fa della Chiesa, di noi, il luogo dove è possibile incontrare il Vivente! Lo Spirito dà ai discepoli, a noi, la capacità di fare ciò che Gesù fece: dare la vita! E così accade che realizziamo già una Parusia, cioè la perfetta visibilità di Dio e del suo amore crocefisso e risorto! Lo Spirito rende possibile a pieno il Comandamento nuovo e “Colui che c’è” (cfr Es 3, 14) continua a narrarsi, a mostrarsi, a venire!

Questa Parusia, che avviene nella Chiesa grazie allo Spirito, prepara la Parusia dell’ultimo giorno della storia.

Oggi possiamo sentire lo Spirito che fa eco al Figlio crocefisso e che dice con Lui: “Tutto è compiuto!”(cfr Gv 19, 30).

Lo Spirito oggi rende capace ciascun discepolo di offrirsi come punto di visibilità del Signore Risorto!

Per lo Spirito anche noi siamo fatti capaci di essere pietra di contraddizione per mostrare a pieno libertà e amore in una carne d’uomo.

Al mercoledì delle ceneri guardammo un fuoco che produceva cenere, la cenere dei nostri “no”, la cenere dei nostri “osanna” caduti nel vuoto, la cenere dei nostri “osanna” divenuti “crucifige!”.

Oggi passiamo da quel fuoco delle ceneri al fuoco dello Spirito che arde come il Roveto del Sinai e che non si consuma … la nostra umanità condannata ad essere polvere (cfr Gen 3, 19) Dio l’ha fatta sua; nel Cristo asceso al cielo l’ha divinizzata … non resta cenere!

La Pentecoste rende i discepoli di Gesù uomini di fuoco per incendiare il mondo di amore.

Nell’Ascensione Gesù sembra andato via, partito; in realtà era solo andato a ricevere un Regno ed ora, nello Spirito, lo partecipa a noi!

La Pentecoste ci rende, per la forza dello Spirito, capaci di comprendere l’intimo delle cose, della storia. La Pentecoste è giorno in cui la Chiesa esce allo scoperto nel mondo ed inizia la missione, la testimonianza.

La Pentecoste allarga all’infinito i confini dell’uomo, di ogni uomo!

La Pentecoste rende possibile incamminarsi verso quella parola di Gesù: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (cfr Mt 5,48).

La Pentecoste rende piena l’incarnazione del Verbo. Lo Spirito, ci aveva detto Luca all’inizio del suo Evangelo, è sceso sulla Vergine di Nazareth permettendole di dare carne al Figlio di Dio (cfr Lc 1, 35); ora lo Spirito scende sulla Chiesa, all’inizio del secondo libro di Luca, gli Atti, e rende piena l’incarnazione; i discepoli divengono luogo dell’incarnazione del Verbo fino alla fine della storia. La carne di Cristo provoca la carne dei discepoli e lo Spirito rende possibile questa pienezza dell’incarnazione.

La Chiesa scopre che lo Spirito le dà un cuore nuovo e scopre che è un cuore antico: quello di Dio!

Pentecoste, indicibile mistero! Mistero però “misurabile” nella nostra carne concretissima, nel nostro assenso al Regno, nella nostra obbedienza a rendere presente la salvezza nelle nostre parole, nelle nostre opere, nei nostri gesti!

Lo Spirito, che ha dato Cristo al mondo, ancora continua a donare Cristo e renderlo presente ma nella carne della Chiesa, la Sposa che sempre il suo fuoco rinnova, che sempre la sua unzione santifica, che sempre nella sua forza d’amore è perdonata.




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VI Domenica di Pasqua (Anno C) – Custodire la Parola della Croce

 


L’INABITAZIONE DI DIO

 

At 15, 1-2.22-29; Sal 65; Ap 21, 10-14; 22-23; Gv 14, 23-29

 

Nel comandamento nuovo Gesù non aveva chiesto nulla per sé e nulla per il Padre: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi»! Nel capitolo quattordici e anche in quello successivo dell’Evangelo di Giovanni, Gesù chiede di essere amato … o meglio, non lo chiede, ma pone l’amore che il discepolo ha per Lui come condizione perché possa irrompere nell’uomo la novità più sorprendente che si possa immaginare: la presenza di Dio non accanto all’uomo ma dentro di lui!

Se la Prima Alleanza partiva da un Nome che conteneva una promessa, «Io ci sono» (cfr Es 3, 14), la Nuova, Definitiva Alleanza spalanca dinanzi all’uomo un orizzonte che era inimmaginabile: questo esserci di Dio è nel credente, è nel discepolo, è in chi ha conosciuto Gesù che è la piena ed ultima rivelazione di Dio; la presenza di Dio è in chi si è innamorato di Gesù!
Questo non vuole essere un linguaggio mellifluo, sdolcinato; vuole essere un tentativo di dire la totalità e l’avvolgenza di questo amore per Gesù. Un amore che deve essere qualcosa che afferra tutto l’uomo, dal pensiero al palpito del cuore, dal corpo al sentire, dal sapere al volere, dal desiderare allo scegliere … solo chi ama così desidera “conservare” la parola dell’amato; sì, una parola da osservare, da serbare, da custodire perché non sia dimenticata; questo può avvenire solo nell’amore per colui che quella parola ha pronunziato!

Chi custodisce la Parola di Gesù (ricordiamo che il Quarto Evangelo era iniziato con la solenne affermazione che Gesù è la Parola! cfr Gv 1, 1ss) diventa “luogo” di Dio! Ecco la grande rivelazione di questo passo dei “Discorsi di addio” che oggi si legge: è possibile entrare in una circolarità di amore in cui si ama il Cristo e si conservano le sue parole diventandone “scrigno” e “tesoro”; questo permette al Padre di riconoscere, nel discepolo “innamorato” di Cristo e custode della sua Parola, il volto del Figlio amato e ciò produce l’inabitazione di Dio in quel credente! Sembra difficile ma non lo è; è invece molto lineare.

Il Padre ed il Figlio desiderano essere abitatori di quel cuore … colui che opera tutto questo; chi realizza questo desiderio del Padre e del Figlio è lo Spirito, il Parácletos, il Soccorritore, il Difensore il quale, poiché difende i diritti di Dio nel cuore del credente, lo fa nel modo più efficace possibile: ricordando Gesù ai discepoli! Il Paraclito insegnerà ogni cosa ma ricordando Gesù, ricordando tutto ciò che Lui ha detto e fatto!

Se si ricorda Gesù non si può evitare di “innamorarsene” sempre più…così tutto diventa possibile!

Da queste poche righe del Quarto Evangelo noi credenti riceviamo una rivelazione immensa che è capace di cambiare il volto della nostra interiorità, dei nostri slanci, il sapore delle nostre speranze; tutto possiamo fondare non su noi stessi, ma su un Dio in noi!

Possiamo così, e solo così, gustare la pace che è il biblico “shalom” che è concetto che contiene più del nostro concetto di pace; o forse è invito a scavare profondo all’interno di questo grande dono pasquale che è la pace.
Un dono che non si può cogliere superficialmente: a volte è colto solo come assenza di guerre, altre volte come quietismo, altre volte come repressione di moti violenti … no! La pace, lo shalom è unificazione del volere e del sentire, è unificazione del pensiero e dei gesti, è unificazione di sé con se stessi, è unità con Dio e con il creato … lo shalom è armonia, è pace su scala totale; è, in fondo, l’essere pienamente se stessi nell’amore e nella libertà, realizzando l’uomo che Dio ha “sognato nell’in-principio! Comprendiamo che questa pace può essere solo dono di Dio … nel Quarto Evangelo la pace (come anche la gioia cfr Gv 15, 11 e 17,13) può essere solo quella di Gesù: «Vi lascio la pace, vi dò la mia pace»! Ed è una pace tanto diversa da quella che può dare il mondo con i suoi inganni e le sue ambiguità.
E’ questa una pace che è il limpido prodotto della presenza di Dio nella nostra vita concreta, del suo aver preso dimora in noi!

Dio in noi genera la pace e libera dalla paura e dal turbamento! La paura è la grande nemica della pace perché è la grande nemica dell’amore («L’amore perfetto scaccia il timore» cfr 1Gv 4, 18), e solo l’amore può vincerla.

Dinanzi a questa prospettiva infinita che oggi la Santa Scrittura ci apre si può rimanere sbigottiti e si può avere l’impressione che tutto questo sia troppo! E’ vero! E’ troppo ma è per noi!

La visione finale del Libro dell’Apocalisse, che è oggi la seconda lettura, ci dice di una città risplendente di gloria perché è abitata da Dio, dal Suo Agnello! Credo che quella città, la Gerusalemme celeste, sia sì la città degli uomini che alla fine Dio realizzerà in pienezza, ma sia anche ogni credente che, essendo dimora dell’Agnello, è dimora di Dio, avvolto della gloria dell’Agnello che è la gloria dell’amore fino all’estremo, dell’amore senza condizioni e senza limiti!

Chi è “innamorato” dell’Agnello e lo lascia dimorare in sé, diviene “luogo” della gloria di Dio, “luogo” in cui si canta la presenza di Dio che ha un “peso”, un primato assoluto su tutto: sui pensieri, sulle scelte, sugli affetti, sulle vie da imboccare, sui sì e i no da dire per non conformarsi al mondo e per essere “custodi” di quella parola dell’Amato, che ci ha afferrato e che ci ha trasformati in uomini nuovi che sanno dove è la loro luce, che sanno che la lampada è l’Agnello!
E’ questa una parola compromettente: La lampada è l’Agnello! E l’Agnello è Cristo Gesù mite, umile, trafitto per amore ma vittorioso; l’Agnello sgozzato ma in piedi di Ap 5, 6!.

La luce in cui cammina il discepolo, insomma, è sempre quella della Pasqua: una luce “costosa”, passata per la croce, che custodisce in primo luogo la «parola quella della croce» (cfr 1Cor 1, 18): chi ama il Cristo custodisce “in primis” la “parola della croce” perché quella è la parola del suo amore senza condizioni!

La lampada, la luce in cui camminare, costi quel che costi, è dunque l’Agnello, solo l’Agnello!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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V Domenica di Pasqua (Anno C) – Mandatum Novum


CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI

 

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33. 34-35

Domenica “importante” questa!
La si dovrebbe tenere in gran conto nella vita della Chiesa e nel ciclo omiletico da offrire alle nostre assemblee.
Come si dà gran risalto alla “Domenica del Buon Pastore”, banalizzandola spessissimo con intenti solo vocazionali; come si è voluta creare la “Domenica della Divina Misericordia”, quasi che tutta la celebrazione della Pasqua non fosse stata il grande canto alla misericordia del Signore, così si dovrebbe sottolineare che questa Quinta domenica del ciclo C è la “Domenica del Mandatum Novum”! In greco Giovanni fa dire a Gesù “entolènkainèn” e noi traduciamo spesso con “comandamento nuovo”; in realtà sarebbe più preciso e più chiaro se noi traducessimo con “incarico definitivo”, “incarico ultimo”, “ultimo compito”.

Sì, si tratta di un compito, di un mandato, di un incarico che il Signore dà alla sua Chiesa … l’ultimo. Un incarico che la riguarda nel suo profondo, nella sua identità e poi nella sua missionarietà! E’ davvero l’ultimo compito che il Signore dà ai suoi prima della Pasqua; è quello che dovrebbe guidare sempre l’essere e l’agire della Chiesa: «Un ultimo compito vi do: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri». E poi aggiunge: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

E’ bene che collochiamo questo mandatum novum all’interno del testo, per comprenderne e la portata e le implicanze. Siamo dopo la lavanda dei piedi che ha mostrato con un “mimo” l’amore crocefisso, l’amore fino all’estremo, l’amore che prende la forma di schiavo; un amore che Gesù vuole che i suoi colgano: i piedi li ha lavati a loro, ai Dodici, al primo nucleo della Chiesa, non a quelli di fuori, non ai lontani!
Dalla comprensione della lavanda dei piedi, che è narrazione della Croce, i suoi dovranno essere il nucleo di una fraternità e di un amore che si dovrà espandere a tutti. Il mandatum novum, e la lavanda dei piedi che lo significa, non è un invito ad un amore generale, un amore “pratico” (a volte, anzi spessissimo, mi pare che così venga letto anche al Giovedì Santo, quasi come una banale propaganda caritativa!), ma riguarda l’amore intra-ecclesiale, l’amore che i discepoli, che si sono sentiti toccare i piedi, le loro miserie, i loro peccati e sporcizie dall’amore inginocchiato del Signore, sono chiamati a vivere tra di loro, nella Chiesa, nella Comunità dei credenti in Gesù.

Solo un amore intra-ecclesiale renderà possibile la conoscenza del discepolato e di Colui di cui si è discepoli; solo un amore intra-ecclesiale, che incarna quell’amore del Cristo fattosi schiavo per amore, renderà possibile l’annunzio e la predicazione …
Solo un amore intra-ecclesiale autentico, una vera fraternità mediata da Gesù Cristo, racconterà Cristo e renderà la Chiesa credibile e vera Chiesa di Cristo: «conosceranno che siete miei discepoli» non “conosceranno che siete amici tra di voi” oppure “conosceranno che siete dei filantropi”! Ecco perché allora il mandatum novum riguarda l’identità della Chiesa! Solo così si è Chiesa, e se si è davvero Chiesa si è capaci di raccontare Cristo al mondo!

D’altro canto la logica del Quarto Evangelo è che Cristo racconta il Padre (cfr Gv 1,18) e che la Chiesa deve raccontare Cristo (cfr 1Gv 4, 12). Qui si gioca tutta l’autenticità della Chiesa, la sua affidabilità e credibilità… qui si gioca la sua identità!
C’è poco da fare!
La Chiesa è una Comunità di fratelli che si amano e che lottano per amarsi, e lottano perché nulla si opponga all’amore fraterno che è la sola realtà che può cantare radicalmente il volto di Dio! Si lotta per la fraternità perché la fraternità è una sfida alla nostra mondanità, la fraternità è sì una gioia ma all’interno di una fatica senza sconti.

Il mandatum novum è dato alla Chiesa. Gesù parla dell’amore nella Chiesa e non dell’amore che la Chiesa deve al mondo! Quest’ultimo è più che doveroso, è la sua grande testimonianza ma non ha radice se non questa del mandatum novum. Solo una Chiesa al cui interno c’è amore può dare amore al mondo e dunque ai lontani!

E’ l’amore di Cristo che tocca la Chiesa e la converte; la Chiesa deve riconoscere sempre più quanto questo amore è costoso e sanguinante!

Vorrei notare che Gesù dà il mandatum novum solo dopo che Giuda è uscito per andarlo a consegnare e Lui non l’ha fermato! Questo non perché Giuda non ne fosse degno: anche questa baggianata si è detta… poveri noi se fosse così!
Chi di noi infatti è degno per le sue azioni, le sue intenzioni, i suoi pensieri e le sue “notti” di ricevere il mandatum novum?
No! Gesù dà il mandatum novum quando Giuda esce perché, solo quando Giuda è uscito, la Passione è davvero iniziata! Solo quando Giuda è uscito, e Lui non l’ha fermato, Gesù può dire d’averci amato! Prima dell’uscita di Giuda, Gesù avrebbe dovuto dire: «Amatevi come io vi amerò» … e a Gesù solo il “futuro” non basta a fondare la sua richiesta, una richiesta così grave e grande; quando invece Giuda è uscito Gesù può dire «Come vi ho già amati» perché si è messa in moto la terribile macchina della Passione!

Quando nella Chiesa non paghiamo un prezzo per l’amore fraterno, quando nella Chiesa vogliamo sempre e a tutti i costi difendere noi stessi, preservarci dalla compromissione seria con gli altri fratelli, allora dimentichiamo quell’amore che si è consegnato al tradimento, alla solitudine, ai flagelli, alla derisione, all’ingiustizia, alla croce, alla morte … oserei dire che una Chiesa che non prende sul serio il mandatum novum, per quel che significa in termini di amore intra-ecclesiale, rende “vana la croce di Cristo” (cfr 1Cor 1, 17).

Nella seconda lettura abbiamo ascoltato una straordinaria pagina dell’ultimo capitolo dell’Apocalisse che ci riempie il cuore di speranza; quella Gerusalemme ultima che scende dal cielo è la Chiesa fedele al suo Signore; è la Sposa ormai pronta per lo Sposo; è la Sposa che si ritrova tale perché santificata da Dio, da quel Dio che la abita e che, attraverso di lei, vuole fare nuove tutte le cose. Tutto questo accadrà, per la grazia di Dio, ma a partire da una comunità di poveri uomini e povere donne che, per quell’Amore crocefisso che hanno conosciuto, scelgono di camminare nell’amore reciproco, scelgono la via dell’amore fraterno per cantare la grande novità dell’Evangelo.

Forse, se come Chiesa non abbiamo credibilità e vediamo sempre meno uomini attratti dalle nostre comunità e quindi dall’Evangelo, è perché noi non ci amiamo come Lui, Gesù, aveva sognato!

Pensiamoci seriamente!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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