II Domenica dopo Natale – Contemplare la Sapienza

 

 

PER ESSERE SANTI E IMMACOLATI

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …»
Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo, ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e dunque di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio, in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato …»

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che è Lui significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detto nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra” che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremoche è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive noi abbiamo visto la sua gloria intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare Tutto è compiuto (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria ma solo Gesù lo “canta” mostrando la gloria del Padre suo dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, portandovi il sapore della Sapienza di Dio; da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère”!).

Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio,e l’autentico sapore dell’umano e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!» (cfr Gv 6, 68).




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II Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abitare con Lui

 

IL CUORE DI OGNI DISCEPOLATO

 

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

1Sam 3, 3-10.19; Sal 39; 1Cor 6, 13-15.17-20; Gv 1, 35-42

 

Nei giorni scorsi, contemplando il mistero dell’Incarnazione, abbiamo letto più volte e con stupore quello straordinario ed icastico versetto di Giovanni: «Il Verbo divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (cfr Gv 1, 14); oggi, in questa domenica che segue il Tempo di Natale, l’Evangelo di Giovanni, riprendendo questo tema dell’“abitare”, ci dà ancora un suggerimento fondamentale per la nostra vita di discepoli.
Se Lui, il Verbo, è venuto «a piantare la sua tenda tra di noi», quello che conta per noi è il voler dimorare presso di Lui, con Lui, in Lui; quello che conta davvero è chiedere dove Lui dimori per stabilire con Lui la nostra dimora.
Il quarto evangelista ha caro questo tema perché ha caro il desiderio profondo che fu il senso di tutta la sua esistenza, del suo discepolato, del suo dare la vita.

Come si dà la vita per Gesù? Per Giovanni la risposta è semplice: stando con Lui, abitando presso di Lui. Nel Quarto Evangelo, Gesù stesso dirà: «voglio che dove sono io siano anch’essi con me»  (cfr Gv 17, 24; Gv 12, 26).

Il racconto di vocazione che il Quarto Evangelo ci trasmette nella pagina evangelica di questa domenica, così diverso da quello dei sinottici, sottolinea proprio questa dimensione: Andrea ed il discepolo amato (qui chiamato ancora “l’altro discepolo”), dopo la coraggiosa ed umile indicazione del Battista, seguono Gesù e ricevono subito una domanda: «Che cercate?»
E’ impressionante come la relazione con Gesù inizi con una domanda da parte di Lui; Gesù cerca subito di far venir fuori, da chi l’inizia a seguire, le ragioni più profonde che hanno mosso i suoi passi: che si cerca? E’ da lì che bisogna partire.

La domanda di Gesù riceve immediatamente una risposta: cercano il “luogo” in cui abita questo straordinario Rabbi… Si badi, non è solo la domanda discreta di un indirizzo; è la domanda che contiene, forse, già un desiderio: abitare con Lui; è la domanda che brucia il loro cuore, è la domanda sulla “dimora” dell’altro, sul luogo della sua intimità e profondità.

Non a caso qui Giovanni inizia ad usare il verbo che sarà il nerbo, nel suo Evangelo, di ogni discorso sul discepolato: il verbo “ménein”, la cui traduzione è “rimanere”, “dimorare”.
Gesù nei Discorsi di addio (cfr Gv 13-17) ne farà un vero e proprio ritornello: chi vuole essere suo discepolo deve trovare questa “dimora” (“moné” cfr Gv 14, 2); deve imparare a dimorare; deve desiderare di dimorare, di rimanere: “rimanere nel suo amore” (cfr Gv 15, 9b), “rimanere nella sua parola” (cfr Gv 8, 31), “rimanere in Lui come i tralci nella vite” (cfr Gv 15, 1ss).

La vita con Lui non è qualcosa di passeggero, di occasionale§; non è “una stagione della vita”. La vita del discepolo vuole invece una stabilità (parola cara alla vita monastica, che fa della “stabilitas” un luogo di profezia!); la vita del cristiano maturo è la vita di uno che ha cessato di “stare sulla soglia” ma che è entrato per sempre, stabilmente, nella casa. E’ la vita di uno che è disposto a stare con Lui, sempre! Non può fare più diversamente!

Il discepolo amato è il “discepolo che rimane” e, alla fine del Quarto Evangelo, Gesù risponderà esplicitamente a Pietro: “voglio che egli rimanga finchè io ritorni” (cfr Gv 21, 22). Quello che conta per ogni discepolo amato è dunque questo rimanere; per Giovanni fu questo il sale di tutta la sua vita…rimanere!
Ha provato la gioia di questo rimanere con Lui: prima di partire sulle strade del mondo, Giovanni ha gustato il vivere con Lui, l’essergli vicino, accompagnandolo ovunque, vivendo lì dove Lui viveva, rimanendo con Lui fino ai piedi della croce, lì sul Golgotha (cfr Gv 19, 26)…
Se Giovanni ci dovesse descrivere la sua vocazione, lo farebbe così: «da un giorno benedetto iniziai a dimorare con Gesù (ne ricorda dopo sessant’anni perfino l’ora: era l’ora decima!) e non ho più smesso!»

Quel dimorare materiale si versò poi in un dimorare profondo con Lui ed in Lui, di un dimorare di Gesù in lui, che fu il senso di tutta una lunga esistenza di fedeltà, di costosa fedeltà: fedeltà nella persecuzione e nel dolore, nei lavori forzati a Patmos, nel dolore di vedere i fratelli morire…Gesù fu la forza della sua vita, a partire da quel fare dimora assieme.

Così, forte di questa esperienza esistenziale, Giovanni consegna alla Chiesa questa via del rimanere…del trovare, giorno dopo giorno, la propria casa lì dove è la casa del Cristo, di Colui che si degnò di “abitare in mezzo a noi” (cfr Gv 1, 14) per giungere a “dimorare in noi” (cfr Gv 14, 23).

Straordinaria avventura quella del rimanere, del dimorare…un’avventura che ad un occhio superficiale potrebbe parere poco dinamica, ma che in realtà custodisce una forza dirompente. Come sono deboli certe appartenenze in cui non si passa mai dalla sequela difficile al rimanere a qualunque costo, anche nelle contraddizioni e nelle fragilità! Giovanni sogna una Chiesa così! Gesù voleva una Chiesa così! Non una Chiesa della “soglia”, ma una Chiesa del “dimorare”!

L’inizio di questo tratto di Tempo ordinario è segnato da questo tema del rimanere, per dirci come vivere il nostro tempo quotidiano: la strada è una sola, ed è quella del dimorare!
E’ lì, nel nostro rimanere, che Gesù opererà in noi le sue opere; lì ci darà un nome nuovo e ci renderà roccia, come farà con Simon Pietro; il fratello di Andrea è invitato anche lui ad iniziare quel dimorare: Gesù lo fissa con sguardo magnetico, con sguardo che attrae a quel rimanere con Lui, e gli fa una promessa: Sarai chiamato Kefas…una promessa che mette le sue radici in quel dimorare che inizia. Dimorando in Lui, Simone diverrà Roccia!

Questa è anche l’esperienza di Samuele che traspare dal suggestivo racconto del Primo libro di Samuele che oggi fa da prima lettura: Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, nè lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
Il segreto di Samuele era questo dimorare con il Signore; un dimorare che già era iniziato con quel suo stare, fin da piccolo, lì dove era l’Arca di Dio, che era il luogo della dimora di Dio in mezzo al suo popolo…

Dimorando presso il Signore si aprono le porte all’azione di Dio in noi, a quell’azione che è trasformazione e senso nuovo e pieno dell’esistenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica dopo Natale (B) – La Santa Sapienza

 

IL SAPORE DI DIO

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini, perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …».

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è «presso Dio»: a lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio!
Chi incontra Gesù, accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato» …
Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo), è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa: quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe”»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis”: chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza, questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive «noi abbiamo visto la sua gloria» intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare «Tutto è compiuto» (oppure potremmo tradurre: «Fino all’estremo»!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria; solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita, e narrando così il vero volto di Dio.
Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, che Gesù ha vissuto essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) …
Un tale confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la Sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti, riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui, che è la Santa Sapienza, a Lui, che è il Verbo fatto carne, le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». (cfr Gv 6, 68)

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

III Domenica di Avvento (B) – Mai credibili senza gioia!

 

TESTIMONI DI UNA PRESENZA

 Is 61, 1-2.10-11; Cant. Lc 1, 46-50.53-54; 1Ts 5, 16-24; Gv 1, 6-8.19-28

 

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani -  Serbia (XIV sec.)

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani – Serbia (XIV sec.)

L’Avvento certo è tempo di attesa ma di un’attesa nella gioiasiamo alla domenica “Gaudete”, detta così dall’incipit dell’Antifona di ingresso tratta dalla Lettera ai cristiani di Filippi di Paolo: “Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto, rallegratevi” (cfr Fil 4, 4-5), e tutto è pervaso da questo senso di gioia: il rosaceo dei paramenti che oggi si indossano per la liturgia ci mostra il colore dell’aurora di quel giorno nuovo e pieno di luce verso cui la storia è incamminata, il giorno del Signore che viene.

La Chiesa è chiamata sempre a mostrare questa gioia, una gioia che ha radici salde nell’evento Gesù, e che ha le ali forti della speranza che la conducono verso quella meta luminosa che è il ritorno del Signore che tutto porterà a pienezza e compimento.

Il canto del Libro di Isaia, che è oggi la prima lettura, deve diventare canto della Chiesa: è lei che deve sapere con gioia che lo Spirito del Signore è sopra di lei e che è consacrata con l’unzione; è lei che solo così può portare l’evangelo agli uomini, soprattutto a quelli curvati e senza speranza; è lei che è rivestita di vesti di salvezza, che è salvata dalla misericordia di Colui che l’ha visitata e la visita, di Colui che verrà a dare volto di senso definitivo a tutta la storia.
La Chiesa può essere allora davvero sempre lieta, come scrive Paolo ai cristiani di Tessalonica e, in quella letizia, annunzierà la speranza, porterà la gioia alla terra ed indicherà Colui che è presente misteriosamente nell’oggi e che tornerà al momento stabilito.

La Chiesa oggi riceve un modello del suo stato di Avvento nella figura straordinaria del Battista: lo incontriamo nella pagina di Giovanni che costituisce l’Evangelo di questa domenica. Per il Quarto Evangelista il Battista non è tanto il Precursore (come nei sinottici) ma è il Testimone. Testimone di cosa? In primo luogo della fedeltà di Dio che mantiene le sue promesse; è dunque testimone della luce che è più forte delle tenebre che  in tanti giorni sembra che vincano; è testimone quindi di una presenza nascosta ma vera.

Dobbiamo dircelo nella verità: se noi, Chiesa di Cristo, non mostriamo al mondo il volto della gioia per aver incontrato Gesù il Messia, della gioia per aver sentito su di noi l’amore gratuito e preveniente di Dio che ci perdona, ci sana e ci dona, in Gesù, grazia e verità (cfr Gv 1, 17), non potremo annunziare la Lieta Notizia, l’Evangelo…non saremo mai credibili senza gioia!

La letizia a cui oggi la liturgia ci invita non è quell’allegria spensierata di chi non vede il male (o non gli interessa in quanto non lo tocca direttamente!), e gode di un passeggero benessere perché tutto al momento gli va bene. No! La letizia di cui si parla è qualcosa di profondo, che ha radici nella certezza di una presenza di Dio che ci accompagna e che ci sostiene sempre; che ci rafforza per attraversare il buio ed anche il dolore e perfino la morte; è la letizia di sapere che tutto ha un senso, e che la nostra stessa vita è incanalata nella verità e che quindi ha senso; è la letizia di sapere perché si vive, e di sapere perché morire; è la letizia di sapere la direzione del cammino da percorrere e per cui lottare.

Il Battista è un uomo certo austero, ma è un uomo di letizia perché è uno che sa tutte queste cose, le sperimenta e le proclama. Mi pare proprio che la pagina di Giovanni che abbiamo letto ci mostri proprio un uomo così: lieto nella certezza di essere nell’obbedienza alla sua vocazione, e lieto di gridare una presenza che va oltre ogni speranza.
Le sue parole oggi ci raggiungono e ci interpellano: In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete! 

Quante volte questo è drammaticamente vero e perfino nella vita della Chiesa!
Quanta povertà nelle nostre vite ecclesiali proprio per questo sonno della coscienza!
Noi cristiani viviamo – possiamo dirlo – “gomito a gomito” con Dio e non ce ne accorgiamo: Lui è presente, sta nel cuore dell’uomo (nel mio cuore!), sta negli eventi della storia, sta nell’esistenza quotidiana, sta negli incontri che facciamo, sta nella sua presenza eucaristica, sta nell’amore di tanti uomini e donne che lo cercano e lo mostrano con il loro amore che sa sporcarsi le mani… Se ce ne accorgessimo esploderebbe subito la gioia, quella vera…quella che è solo di Cristo (cfr Gv 15, 11); quella gioia che il Battista aveva nel cuore e che l’ha reso testimone dell’Avvento di Dio nel mondo!

Oggi la Chiesa deve ritrovare questo ruolo di annunziatrice della gioia con la gioia, di speranza con la speranza, di presenza di Dio, lasciandosi afferrare giorno per giorno da quella presenza che oggi salva, e che è promessa per il futuro.

Una Chiesa in continuo stato di Avvento è una Chiesa nella gioia!

             

 p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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