II Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Unum necessarium

 

FACENDO SI ASCOLTA

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-12

 

Dal giorno dell’Epifania abbiamo contemplato le tre epifanie di Dio in Cristo Gesù: la prima ai Magi, segno di tutte le gente chiamate all’incontro con Lui (cfr Mt 2, 1-12); la seconda al Giordano, in cui la manifestazione del Dio Trino giunge a pienezza nel Figlio in fila con i peccatori ed ormai consapevole a pieno di essere il Figlio amato, manifestazione a Gesù stesso che giunge al culmine della sua ricerca di una vocazione e di una identità (cfr Lc 3, 21-22); la terza a Cana di Galilea, in cui il Figlio si manifesta quale Sposo innamorato ed in cammino verso l’ora.

L’oracolo di Isaia che oggi è la prima lettura ha un vertice di grandissima tenerezza, un vertice che dovremmo ripeterci ogni qual volta sperimentiamo solitudine e devastazione nelle nostre vite: «Non ti si chiamerà più ‹Abbandonata›, né la tua terra sarà più detta ‹Devastata› … la tua terra sarà detta ‹Sposata› perché il Signore tuo Dio si compiacerà di te e la tua terra avrà uno Sposo … così ti sposerà il tuo Creatore … come gioisce lo sposo per la sposa così il tuo Dio gioirà per te!» A Cana viene fatto manifesto che lo Sposo giunge!

Comprendiamo bene allora che questa domenica non deve essere svilita con delle “catechesi prematrimoniali” che, per quanto nobilissime ed utilissime, non hanno diretta correlazione con i testi di oggi, se non per il fatto che le nozze umane hanno radice nell’amore sponsale di Dio, che il sacramento nuziale è tale perché il nostro Dio in Gesù si è manifestato quale Sposo.
E’ allora Cristo Sposo che oggi celebriamo e contempliamo; il testo di Giovanni è carico di valore simbolico e di rimandi teologici. Guai a leggerlo sono come un “miracolo” … a volte anche come un miracolo per buontemponi che hanno finito il vino (a tal proposito ricordo una tirata “comica” di Dario Fo!). Giovanni qui, invece, ci sta consegnando ancora un “archè”, un principio: è il principio dei segni, quelli che devono condurre al segno supremo della croce, luogo dell’amore estremo di Dio, luogo dell’ora del Messia che qui a Cana è solo annunziata; i segni che dovranno condurre i discepoli e poi i lettori dell’Evangelo a contemplare quel Dio che dona la vita per la sua sposa che è l’umanità («Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» cfr Gv 3, 16). Giovanni, ricordiamolo, non chiama mai “miracoli” i “miracoli”, ma sempre segni, cioè atti, gesti che rimandano ad una realtà ulteriore. Il fine non è il prodigio, ma è indicare l’identità di Gesù … tutti i segni di Giovanni indicano chi è Gesù: è lo Sposo, è la Parola cui bisogna consegnarsi fidandosi (cfr Gv 4, 46-54 La guarigione del figlio del funzionario del re), è la via che ci toglie da ogni immobilismo (cfr Gv 5, 1-9 Il paralitico alla piscina); è il pane che viene dal cielo (cfr Gv 6, 1-13 La moltiplicazione dei pani); è colui che domina le acque di morte (cfr Gv 6, 16-21 Il cammino sul mare), è la luce del mondo (cfr Gv 6, 1-41 Il cieco nato), è la risurrezione e la vita (cfr Gv 11, 1-44 La risurrezione di Lazzaro) … Un percorso dunque con cui Gesù ci conduce a contemplare il prezzo d’amore che il Figlio eterno di Dio paga per condurci in questo esodo verso l’uomo nuovo.

All’uomo manca la gioia: non hanno vino, dice la Madre! La Madre è qui più di Maria: è Israele che presiede alle nozze tra il Messia e la sua Comunità; è Israele che, immerso nel mondo, fa esperienza del bisogno di un Salvatore; è Israele che sa che la gioia è impossibile senza l’intervento del Salvatore … una gioia che verrà consegnata all’umanità nella Pasqua del Figlio, ma qui Israele chiede, per bocca della Madre, che sia un segno che conduca a quella pienezza di nozze. D’altro canto, in tutto l’Antico Testamento il vino era stato segno della Parola che salva e che dà gioia, e quella Parola il Figlio già la sta pronunciando; il vino è l’Evangelo che ora il Figlio consegna all’umanità, e già tutti i gesti e le parole che il Figlio compie e dice sono la buona notizia che la Pasqua compirà e realizzerà.

E’ vero che l’ora non è ancora giunta, ma già c’è un’ora: l’ora dell’Evangelo che comincia a correre … le definitive saranno sul Golgotha, quando il Figlio innalzato attirerà tutti a sé (cfr Gv 12, 32), quelle nozze – scriveva Caterina da Siena – saranno nozze di sangue … a Cana c’è l’epifania di quest’amore di sposo che si incammina verso le nozze di sangue, nozze in cui canterà la gloria del Padre offrendosi a tutti e senza riserve.
A Cana di Galilea c’è un archè dei segni, ma c’è anche l’archè della fede della Chiesa … è qui che la comunità di Gesù che ha – secondo il racconto di Giovanni, appena una settimana di vita – (cfr Gv 1, 19-2,1), inizia a credere, a fidarsi di Lui …

Certamente poi la fede sarà passata nel crogiuolo, sarà passata nel torchio dell’abbandono, del non capire, del rifiuto, del rinnegamento, del tradimento … Quella che però sarà purificata è già la fede, ed è sorta a Cana dove la Chiesa nascente ha sentito di essere amata, sposata, non più abbandonata!

La Figlia di Sion, Gerusalemme, adombrata dalla Madre, conduce lo Sposo-Messia alla Chiesa e chiede di fare tutto quello che Lui dirà … E’ la via che Israele ha sempre percorso, la via di ascolto che diviene immediatamente vita: «Tutto ciò che il Signore da detto noi lo faremo e lo ascolteremo» (così alla lettera!) dice il popolo alla stipula dell’Alleanza nel deserto (cfr Es 24, 7); facendo si ascolta, facendo si adempie, facendo si comprende la volontà di Dio.

«Fate tutto quello che vi dirà» … sono le parole con cui la Madre, nel Nuovo Testamento, parla per l’ultima volta (mi viene da pensare con qualche perplessità alle “Madonne” che parlano tanto!?): è Israele che consegna a tutti gli uomini l’“unum necessarium” (cfr Lc 10, 42) che è l’ascolto obbediente. Un ascolto obbediente che permette di gustare il vino buono che è l’Evangelo, che permette di entrare nella gioia delle nozze, un ascolto obbediente che deve divenire sequela sulle vie dell’Esodo Pasquale che il Figlio dovrà realizzare per compiere l’ora che a Cana è solo annunziata. La Madre-Israele è lì presente quando la Chiesa inizia a credere e sarà presente alla fine del Quarto Evangelo ai piedi della croce, all’ora; lì sarà con il Discepolo amato, consegnati l’uno all’altra, nell’ora delle nozze di sangue; sono il principio della nuova umanità.

Cana: epifania di Dio nel Cristo Sposo. Il fine dell’Incarnazione è questo fine sponsale che avrà la sua pienezza nell’eterno: dalle nozze annunziate a Cana, alle nozze di sangue sul Golgotha, fino alle nozze eterne con il Veniente principio e meta della storia: «Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!» (cfr Ap 22, 17).

Colui che verrà è lo Sposo innamorato già segnato dalle stigmate dell’amore e pronto ad accogliere la Sposa nel suo abbraccio eterno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

III Domenica di Quaresima (B) – Le Dieci Parole

 

PROMESSA DI UN DIO GELOSO

 Es 20, 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

 

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Dopo le tentazioni nel deserto, dopo la Metamorfosi che mostra la bellezza del Padre sul volto del Figlio, il nostro cammino quaresimale ci chiede di andare ancora più in profondità. Se le prime due domeniche sono state di contemplazione cristologica, ora ci è posta una domanda: “E’ efficace l’Alleanza di Dio nella tua vita? Che spazio reale ha?

Le tre letture di questa domenica sono in questa linea interpellante: il testo del libro di Esodo è parola di benedizione e promessa di fedeltà, e chiede subito un giudizio su di noi, se siamo cioè in cammino con il Signore, e lo fa rimettendoci sulle tracce di Israele nel deserto… La domanda che ci pone il celebre passo che leggiamo è se i nostri tratti si avvicinano a quelli del Signore; le Dieci Parole, infatti, ci disegnano i tratti di un volto umano che sono quelli di Dio! Incredibile, ma è così!

Il testo dell’Evangelo di Giovanni (la cacciata dei mercanti dal Tempio), superando tutte le letture moralistiche che si son fatte di questa pagina, mostra il Figlio che rivela il volto geloso del Padre: Gesù si presenta come divorato dallo zelo per il Padre… E’ ancora, dunque,  una parola che chiede giudizio su di noi.

Il passo della Prima lettera ai Cristiani di Corinto ci fa ascoltare Paolo che chiede, senza mezze misure, se la nostra fede è frutto di miracoli o di sapienza umana, o se ci basta la parola della croce. Si è discepoli di Cristo solo se si riconosce – e non a parole – che la «parola quella della croce» (così alla lettera il testo paolino) è l’unica fonte di vita. Per caso abbiamo altre fonti di vita?
In fondo il tutto è domanda forte sulla reale Signoria di Cristo nelle nostre vite, e al centro della Quaresima non c’è domanda più opportuna. La Scrittura oggi ci chiede una coraggiosa verifica della nostra sequela e della nostra gelosia per il Signore!

Il testo di Esodo bisogna saperlo leggere, altrimenti il suo senso più profondo ci sfugge. Non è un elenco di “comandamenti” come li abbiamo sempre chiamati, ma siamo dinanzi a Dieci Parole (in ebraico d’varim)! Non parole che limitano, ma parole che plasmano, creano l’esistenza del credente! Parole non da “osservare” ma da custodire (così il verbo ebraico!). Parole rivolte ad un “tu”, e non parole generiche…
Non sono comandi, e dunque grammaticalmente non sono all’imperativo ma nell’ebraico “incompiuto”, che è una specie di futuro che andrebbe tradotto con “tu sarai capace di…”. E’ chiaro così che si tratta di una promessa di Dio, una promessa che ha una premessa: “Poiché ti ho fatto uscire dall’Egitto e sono il Signore tuo Dio, se tu rimarrai con me in alleanza sarai capace di…”

Se si vive nella libertà che Dio ha donato, allora si diviene capaci di vivere in modo altro. Se si rimane nello spazio della salvezza e della libertà si è capaci di custodire le Parole che Dio ha pronunziato su di noi, si riesce a fare spazio al dono di Dio.
Custodia delle Parole è risposta all’Alleanza, anche se deve essere chiaro che non è la nostra risposta che sostiene l’Alleanza: dinanzi al Vitello d’oro, infatti, Dio rinnovò l’Alleanza…Dunque, è sempre la fedeltà di Dio che sostiene l’Alleanza.

Le Dieci Parole chiedono di custodire la memoria di Dio, il senso della sua presenza; chiedono di dargli spazio nella nostra vita. Le Dieci Parole mostrano il volto di Dio, sono rivelazione di chi Lui sia. Ne consegue che custodire le Dieci Parole è via di assunzione del suo volto…
Dio chiede di vivere secondo le Dieci Parole perchè è geloso ed esigente, e la sua è una gelosia che non tende, come le nostre gelosie, a difendere se stesso ma a difendere noi affinché non ricadiamo sotto il potere di nessun Egitto. E’ una gelosia liberante, una gelosia che fa crescere. Le Dieci Parole sono allora il risultato dell’azione liberatrice di Dio, ma sono contemporaneamente via di liberazione e di custodia della libertà. Parole che ci rendono capaci di custodire in noi il volto di Dio.

Nel passo di Giovanni Gesù ancora ci narra la gelosia di Dio: per Giovanni Gesù compie questo gesto scandaloso non alla fine della sua vita, alla vigilia della Passione (per gli altri Evangeli quest’episodio fu una delle accuse nel processo), ma all’inizio della sua vita pubblica. E’ la prima Pasqua che l’Evangelo narra; è un’azione profetica in cui però l’Evangelo riconosce un segno: il vero Tempio è il suo corpo! Entrando nel Tempio Gesù proclama un giudizio: non vuole una riforma della liturgia del Tempio, non vuole una moralizzazione del Tempio (!) ma vuole gridare che bisogna dare spazio a Dio! Il Tempio era un segno di questo spazio per Dio nel mondo, nella storia, nella vita…ora questo spazio è ingombro da altro…
Gesù vuole ristabilire lo spazio di Dio in mezzo al suo popolo! Gesù proclama che il Padre vuole dimorare in mezzo agli uomini (e il Quarto Evangelo arriverà a proclamre che vuole dimorare dentro gli uomini! – cfr Gv 14, 23). La scena della Purificazione del Tempio ci mostra che il Figlio è venuto a rimuovere ciò che impedisce il dimorare di Dio nell’uomo…

Il gesto di Gesù è simbolico, e rinvia al vero segno: questo sarà la distruzione del Tempio del suo corpo…il vero zelo di Gesù sarà il dono di sè “fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1).
Il vero segno che cambierà e purificherà i cuori sarà la sua Pasqua; d’altro canto il Gesù di Giovanni compie in quella Pasqua (e la datazione non è casuale!) un gesto preciso: scaccia i mercanti di animali e i cambiavalute (che servivano a cambiare le monete “impure” con monete lecite perchè senza immagini, con cui acquistare gli animali per i sacrifici) perchè vuole dire che d’ora in poi non ci sarà più bisogno di quei sacrifici di animali perchè è venuto il vero agnello.

La Parola ci chiede, dunque, un cuore unificato in cui Dio possa dimorare, e di questo ci rende capaci solo una cosa: l’accoglienza della libertà pasquale che Gesù ci dona. Una libertà che ha una sua espressione straordinariamente paradossale: è libero chi si fa dono; è libero chi si consegna totalmente, come Gesù.

Nel testo della Prima Lettera ai Corinzi che si legge oggi, Paolo lo riafferma con forza: solo la Croce di Cristo dà a Dio il giusto spazio nelle nostre esistenze. Paolo afferma che la Croce è l’unica sua sapienzami proposi di non sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e questi crocefisso»), proponendo se stesso quale immagine di Cristo (venni a voi in debolezza). La Chiesa che ne deve risultare è una Chiesa che può essere immagine di Cristo solo se mostra la sua debolezza («non ci sono in mezzo a voi sapienti, nobili…»). L’unica via è la «Parola, quella della croce» che è la logica della sconvolgente debolezza di Dio che si rivela nel Figlio: via di novità e via per verificare a chi si appartiene, chi si segue, che alleanza ci segna…

La gelosia di Dio che Esodo ci ha mostrato, lo zelo di Gesù che vuole che l’uomo sia spazio di Dio, trovano nello scandalo della Croce l’immagine più eloquente…lì è il segno dell’Alleanza, lì è il luogo dell’unificazione e della manifestazione di quest’unità. Lì, dove il Figlio si è fatto pienamente obbediente al Padre facendosi spazio per Dio e spazio per tutti gli uomini.

Questa Quaresima ci conduca alla nudità della Croce…con lo sguardo fisso alla Croce, sapremo rispondere alle domande che verificano la nostra autenticità nel discepolato.

Via dura? Via necessaria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

Dedicazione della Basilica Lateranense – Essere Chiesa

 

CHIAMATI AD ESPRIMERE IL VOLTO MATERNO DELLA CHIESA

 

Ez 47, 1-2.8-9.12; Sal 45; 1Cor 3, 9c-11.16.17; Gv 2, 13-22

 

Abside e Cattedra papale della Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Abside e Cattedra papale della Basilica di San Giovanni in Laterano – Roma

Ancora una festa particolare che quest’anno cade di domenica: è la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense.  La Basilica di san Giovanni in Laterano, edificata da papa Milziade, fu dedicata ai tempi di San Silvestro I, che fu papa dal 314 al 335; la Basilica è la Cattedrale di Roma, luogo in cui il successore di Pietro siede come Vescovo di Roma e come c

olui che presiede tutte le Chiese nella carità. In questo luogo il Vescovo di Roma insegna e custodisce la fede, in obbedienza alla vocazione ricevuta da Gesù per mezzo di Pietro di confermare i fratelli nella fede (cfr Lc 22, 32). La Basilica del Laterano è perciò considerata la madre di tutte le chiese di Roma e del mondo.

Questa festa, al di là della sua origine storica e simbolica, ci dà occasione di riflettere sul nostro essere dimora di Dio in mezzo agli uomini. I credenti sono Chiesa perchè il Signore li chiama ad offrirsi con gioia a Lui, affinché ne faccia la sua dimora.

Già il Targum (traduzione e interpretazione rabbinica) del Sal 132 così traduceva, con grande profondità spirituale, i versetti 4 e 5: “Non concederò il sonno ai miei occhi…finchè non sarò diventato luogo per il Signore, una dimora al Potente di Giacobbe”. (Il testo originale dice invece “finchè non avrò trovato un luogo per il Signore”…).
Straordinario!

Il desiderio del credente di essere spazio per il Signore nella storia diventa poi la vocazione del popolo radunato dalla Pasqua di Gesù.
La Chiesa è la dimora di Dio in mezzo agli uomini, e l’edificio in cui essa si raduna ne è simbolo, sia esso una modesta chiesetta di campagna, un’umile cappella monastica o una grande Basilica come quella del Laterano.

Celebrare la Dedicazione di una Basilica, come di ogni chiesa, è fare memoria di un evento storico del passato, ma è anche e soprattutto risentire il “grido” di Dio che, in Cristo, ci chiede di essere uno e ci proclama capaci di Lui.

Il Signore ci chiama all’unità perché solo così la Chiesa racconterà Dio, come ha pregato Gesù nell’ultima sera: “Padre…che siano uno come noi…così il mondo creda” (cfr  Gv 17, 11.21).
Il Signore dichiara poi che l’uomo, come già diceva S. Agostino, è un essere “capax Dei”, un essere cioè creato per essere “luogo” di accoglienza di Dio, “luogo” di riposo di Dio, “luogo” in cui Dio può vivere e regnare.

Essere Chiesa è allora una vocazione straordinaria, è vocazione alla tensione all’uno, che negli Atti degli Apostoli viene definita con quell’“essere un cuore solo e un’anima sola” (cfr At 4, 32) con cui i credenti sperimentano la potenza della Pasqua di Gesù e ne diventano testimoni. E’ infatti la potenza della Pasqua che raduna i dispersi (cfr Gv 11, 52) e ne fa un popolo, come la Pasqua di liberazione dall’Egitto aveva fatto degli schiavi ebrei il popolo di Dio.

La Chiesa, come d’altro canto Israele, è popolo non perché protagonista di un patto orizzontale tra quelli che ne fanno parte; la Chiesa è popolo perché radunata dalla grazia, e chiamata ad essere segno tra tutte le genti di una possibilità di relazione tra gli uomini fondata su una fraternità non fittizia o simbolica, ma reale perché creata da Cristo a prezzo del suo sangue.

Questo ci fa capire che essere Chiesa è cosa grandemente seria, è cosa “grave” perché la Chiesa è impastata con il sangue di Cristo. Sì, in essa c’è anche il nostro fango, la nostra terra, ma impastati con il sangue prezioso del Figlio di Dio che ci ha amati fino all’estremo, lasciandoci così l’estremo dei comandamenti, quello dell’amore reciproco, che è l’unica credibile narrazione di Dio che noi possiamo rendere.

Altre cose non vanno mostrate…noi mostriamo, e pretendiamo di mostrare, sempre altre cose al mondo: è comodo mostrare dei simboli o dei “trionfi”; mostrare invece la nostra carne segnata dall’amore è scomodo perché è difficile e costa.
Mostrare l’amore senza pretese di contraccambio è costoso; mostrare il perdono e l’accoglienza dell’altro che “invade” i miei spazi e i miei privilegi è costoso, condividere quello che si è, e che si ha, è costoso…

E’ però l’amore costoso che Cristo chiede di mostrare al mondo, solo quello; un amore che è certo quello personale di ciascun battezzato, ma che è anche l’“abito” di cui deve essere rivestita la Chiesa.
Solo una Chiesa rivestita dell’abito dell’amore costoso si può presentare al mondo come Madre; diversamente rischia di indossare gli abiti ambigui della matrigna, che pretende di essere chiamata madre ma che di fatto non lo è, e lo dimostra con gesti e parole che una vera madre non farebbe e non direbbe.

Queste riflessioni devono toccare ciascun credente e non solo le gerarchie e le organizzazioni istituzionali; devono toccare noi, chiamati ad esprimere il volto materno della Chiesa, sempre…

Quelli che scoprono, dunque, di essere capaci di Dio si aprono all’essere “luogo per il Signore e dimora per il Potente di Giacobbe”, e questo li conduce ad essere testimoni di unità e di amore, e disposti a pagarne un prezzo.

Questo è essere Chiesa!

La festa di oggi, lungi dal farci pensare alle venerabili pietre dell’edificio che è al cuore della Chiesa di Roma, ci conduca ad una coraggiosa revisione della nostra identità ecclesiale nella costruzione del Regno di Dio giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, prezzo dopo prezzo…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

II Domenica del Tempo Ordinario – Il principio dei Segni

 QUANDO MANCA L’AMORE E LA GIOIA, MANCA L’UOMO 

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-11

 

Le nozze di Cana (Icona, Monastero di Ruviano)

Dopo l’epifania a tutte le genti incontrate dal “Re dei Giudei” attraverso i Magi venuti dall’oriente, e  dopo l’epifania avvenuta al Giordano, in cui il Padre si manifesta e dona lo Spirito al Figlio, ecco oggi la terza epifania a Cana di Galilea in cui il Figlio manifesta la sua gloria a quella piccola comunità di discepoli che è appena nata attorno a Lui. Una manifestazione che avviene in un contesto preciso ed altamente simbolico, quello delle nozze.

Il matrimonio in Cana di Galilea ci racconta l’inizio di quei segni che Gesù offre, nel Quarto Evangelo, affinchè gli uomini riconoscano la sua vera identità; il matrimonio in Cana ci annunzia un tempo nuovo che Gesù è venuto ad inaugurare per il Popolo della Prima Alleanza e per tutti gli uomini!

In tal senso, già il nome della località in cui Giovanni ambienta questo primo segno ha per molti un’eco simbolica: “Cana”, infatti, deriverebbe dal verbo ebraico “qanah” che significa “acquistare”, e ci porterebbe a contemplare quel “popolo che Dio si è acquistato” (cfr Es 15, 16; Dt 32, 6 oppure ancora il Sal 72, 4)…il popolo di Israele, depositario dell’Alleanza, e qui rappresentato dalla Madre di Gesù, la “Figlia di Sion”, e dai discepoli tratti da quel popolo santo e seme della comunità di Gesù appena nata…Questo popolo, “acquisizione” di Dio, ora deve iniziare a vedere la gloria del Figlio! Ed ecco questo sposalizio in Cana che predispone uno “scenario” ed un “tempo” che annunziano che è “ora” di nozze tra Dio e l’umanità attraverso “la Parola, carne divenuta” (cfr Gv 1,14) che si manifesta qui attraverso “l’acqua, vino divenuta” (cfr Gv 2,9)!

Le nozze! Ci riportano subito all’amore e alla gioia…e la Prima Alleanza aveva usato tante volte la metafora delle nozze per parlare dell’amore del Signore per il Popolo, del desiderio di Dio di un vincolo saldo e tenerissimo, fatto di fedeltà e di dono! I profeti avevano parlato di nozze con linguaggio amoroso, nostalgico, forte, ma anche con toni di promessa.

In questa domenica si ascolta il passo tratto dagli oracoli di Isaia in cui risuonano con chiarezza temi dell “amore” e della “gioia”: Per amore di Gerusalemme non tacerò”, “come gioisce lo sposo per la sposa così gioirà il tuo Dio per te”. Pensiamoci: amore e gioia! Qui a Cana il Dio fatto carne rivela, manifesta la sua gloria con un segno, quello dell’acqua diventata vino, dicendoci che è venuto a salvarci da quel male terribile e strisciante che annienta la nostra umanità, e che è simboleggiato dall’assenza di vino alle nozze: la mancanza di amore e di gioia! Diciamoci la verità, quando queste due cose mancano, manca l’uomo!

Gesù qui rivela di essere lo sposo venuto a dire l’amore e a dare l’amore, di essere lo sposo che gioisce per la sposa e le dona gioia e fecondità.

Quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini sentiamo di essere stati “derubati” dell’essenziale; quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini diventiamo cattivi ed egoisti, e siamo disposti a metterci anche al servizio della “morte” nell’illusione di raggiungere quegli scopi…è tremendo ma è così!

L’Evangelo di Giovanni pone come principio dei segni questo delle nozze in Cana, un segno che è annunzio di gioia e di amore! Il vino delle nozze che il Messia dona è buono (in greco “kalòs” che significa anche “bello”) ed è abbondante (più di seicento litri di vino!!)…il Messia è lo sposo capace di donare amore e gioia in abbondanza, è lo sposo capace di trasfigurare nella bellezza le vite degli uomini attraverso il suo amore! Insomma, attraverso Gesù, la Parola fatta carne, ogni uomo può gustare questo vino inebriante dell’amore e della gioia!

Certamente questo segno di Cana conduce all’“ora” in cui il segno diverrà realtà palpabile, visibile, pienamente accessibile…l’annunzio di Cana richiama all’”ora” in cui le vere nozze saranno celebrate sulla croce e saranno nozze di sangue in un “amore fino all’estremo” gridato dal Crocefisso nell’ora suprema del Golgotha (“tetélestai”, cioè “fino all’estremo”, fino al “télos”, fino, cioè, al pieno compimento!).

La Donna, la “Figlia di Sion”, la Madre presente a Cana, icona del popolo che Dio si è acquistato, sarà anche, con il Discepolo amato, presente nell’ora, e sarà segno di quella comunità credente che nasce dall’amore fino all’estremo del Figlio, nella duplice polarità di “Madre” e “Discepolo amato”.

Vorrei notare però ancora una cosa: l’epifania dell’“acqua, vino diventata” avviene a Cana di Galilea e non a Gerusalemme, o magari sul colle del Tempio; e neanche presso il monte Garizim, dove avviene il dialogo con la Samaritana, luoghi considerati, dai credenti,  “santi” e di culto…questa epifania in cui è offerto il vino del Messia, vino di gioia per l’amore sponsale di Dio, avviene in un luogo marginale, semplice, quotidiano, umile…di quella umiltà che è quotidianità anche ripetitiva…come le nostre vite! E’ lì che si dipana la vita della Chiesa sotto lo sguardo dello Sposo innamorato…è lì, e non nei “grandi eventi” (come orribilmente si usa dire oggi!), è lì, nel grigio quotidiano, che siamo amati e quindi abbiamo possibilità di accesso alla gioia che proviene da Dio!

Accogliere l’epifania dello Sposo, in attesa dell’ora delle nozze di sangue, è principio di un cammino di gioia nella certezza della promessa di una gioia più grande, senza confini: quella gioia che sgorgherà dall’amore pasquale del nostro Dio. E tutto questo siamo chiamati a viverlo e a portarlo nella storia concreta e contraddittoria di ogni giorno, quella nella quale viviamo, quella nella quale l’Evangelo ci vuole a lottare per l’ “uomo” che significa sempre, non dimentichiamolo mai, lottare per Dio!

Appena concluso il tempo di Natale, già si staglia all’orizzonte, nel segno di Cana, l’ombra amorosa della croce e la luce di speranza della risurrezione…e allora, come ha scritto Isaia, non saremo più chiamati “abbandonati”, né devastati”…ma saremo chiamati dal Signore “mio compiacimentoe la nostra terra “sposata”!

La Chiesa, sposa amata, annunzi questo al mondo e annunzierà vita, gioia, senso! Questo annunzio è il principio dei segni!




Leggi anche: