XXI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fino all’estremo

 

….E RIMANIAMO PER SEMPRE

 

Gs 24, 1-2a.15-17.18b; Sal 33; Ef 5, 21-32; Gv 6, 60-69

 

Siamo al termine del grande discorso sul Pane di vita; per cinque settimane abbiamo fatto un percorso sotto la guida del Quarto Evangelista che ci ha fatti partire dalla compassione di Gesù per quella folla con la sua quotidiana fatica del vivere, per poi condurci pian piano oltre: c’è un’altra fame, e per questa fame altra Gesù propone un pane che scende dal cielo, diverso anche dalla manna che ne era solo un segno…d’altro canto la manna, già nel cammino dell’Esodo, era contemporaneamente un atto di compassione ed un segno che voleva portare oltre, che voleva essere letto in profondità: la manna “gridava” al popolo che “non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (cfr Dt 8, 3). Ora nel discorso che Giovanni ha posto sulle labbra di Gesù si cerca di spingere all’estremo questo segno del pane che scende dal cielo, facendo fare un passaggio dal pane moltiplicato alla sua persona e finalmente alla sua carne ed al suo sangue.

Un percorso, dunque, che, partendo dalla compassione di Gesù fa giungere tale compassione ai suoi ultimi confini: l’essersi dato per noi totalmente, “fino all’estremo”, come scriverà Giovanni aprendo l’ultima sezione del suo Evangelo.

Ora, dinanzi a questo cammino che l’evangelo propone, si deve dare una risposta che può essere solo una risposta di fede, e di una fede difficile, faticosa, di una fede a cui non può bastare il seguire un uomo affascinante, “interessante”, una fede in uno che “viene dal cielo” ma mostra la sua sconcertante ordinarietà (“non è il figlio di Giuseppe?”), fede in uno che pretende di essere cibo che dà la vita e con la sua carne ed il suo sangue. Gesù non facilita le cose perché lo si segua; le ultime parole del discorso non sono assolutamente chiarificatrici, sono ancora più dure e difficili di quelle con cui aveva iniziato, parole intollerabili. Ma proprio davanti a queste parole intollerabili bisognerà prendere un decisione radicale…

Dio è così!

Chi pretendesse di dire i suoi a Dio ed al suo Cristo dinanzi a parole che si accordano con noi, al nostro sentire, al nostro modo di vedere le cose, al nostro buon-senso, ai nostri calcoli, non sarà mai capace di un vero ! Ricordiamo tutti quella scena misteriosa del capitolo quarto dell’Esodo, in cui il Mosè, che ha detto dinanzi al roveto ardente (un già di per sé assurdo e rischioso!), è chiamato a rinnovare quel sì dinanzi ad un Dio che gli si presenta, in quella notte, come nemico: “Il Signore gli venne contro e cercò di farlo morire” (cfr Es 4, 24). E’ terribile ma è proprio così! Fidarsi è rischioso, ed è perciò atto assolutamente libero, e dunque liberante.

La prima lettura di oggi, un celebre tratto del Libro di Giosuè, pone proprio l’accento sulla libertà assoluta della scelta che si è chiamati a fare: o per Dio, il Signore, o per gli idoli (“un terzo non è dato” si direbbe in filosofia!). Lo stesso fa Gesù: rimanere con Lui o andare altrove!

Volete andarvene anche voi?… Sembra quasi che Gesù scoraggi i suoi discepoli al rimanere con Lui, apre loro una porta di libertà e di verità. E’ notevole che, mentre fino a questo punto il discorso era rivolto alla folla dei Giudei, ora gli interlocutori si restringono al solo gruppo dei discepoli…ora è per loro la grande domanda; per loro che sono stati scelti e che ora devono scegliere; è per loro la grande domanda, per i Dodici; subito dopo Gesù dirà, nella finale del capitolo che non si capisce perché sia stata espunta dalla pericope di questa domenica, “Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!” Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici. Una finale che mostra la vera libertà dinanzi a quella domanda: uno non è rimasto!

Volete andarvene anche voi? Sì, tutti sono andati via, l’entusiasmo attorno a Lui si sta smorzando, le sue parole sono dure e sconcertanti, rimanere con Lui è difficile se non addirittura da pazzi…quelli che ha scelto che faranno? Gesù chiede sempre un consenso, un’obbedienza libera (già nei Sinottici Gesù dice al giovane ricco: “Se vuoi”…cfr Mt 19, 21); solo scegliendo Lui si diviene liberi…

E’ l’amore che è fatto così: attende il dell’altro, un che sia vero…per chi ama per primo questa legge dell’amore è dura, è esigente, vuole pazienza…l’amore deve essere libero, non può nascere dal “dovere”, non può nascere dalla “logica”, non può essere il prodotto di ragionamenti che tornano, limpidi e conseguenziali…il all’amore è un che deve sgorgare dal cuore, dal profondo.

Gesù aveva detto: “nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio” (cfr Gv 6, 44); la fede è atto liberissimo ma che nasce dal “tocco” del Padre…dinanzi alle parole “dure” dell’Evangelo, dinanzi alla sconcertante ordinarietà di Gesù, dinanzi ad un Dio che può apparire nemico perché tanto diverso dalle nostre aspettative, dai nostri desideri, solo la Grazia di dio può permetterci di spalancare il cuore ad un pieno e libero; solo la grazia di Dio, il “tocco” del Padre, può renderci capaci di correre il rischio mortale della fede in un Dio così altro.

Quando il Padre ci tocca con la sua Grazia, tutte le perplessità, le illogicità, le ordinarietà, i rischi, le contraddizioni, le durezze della Parola rimangono, non cambiano, ma è il nostro cuore a cambiare rispetto a quel Dio altro e così si cominciano a sentire le parole di Gesù non “secondo la carne ma secondo lo spirito, non “secondo la lettera ma secondo lo spirito” (cfr 2 Cor 3, 6). E si dice …e si dicono quelle parole grandi e forti di Pietro: Signore, da chi andremo?

Come è vero! Ma da chi andremo? Chi ci può dare il pane della vita, chi ci può dare la vita eterna, chi può donare senso pieno ai nostri giorni, alle nostre fatiche, alle nostre lacrime, ai nostri dolori? Chi ci può dare la capacità di accogliere anche i silenzi di Dio stesso e sopportare il peso delle domande che non ricevono riposta? Solo Lui che è il Santo di Dio e cioè Colui che narra l’assoluta alterità di Dio (la santità è l’alterità, non bisogna mai dimenticarlo!) e lo fa con tutta la sua persona, con tutta la sua carne donata, con tutto il suo sangue versato, con tutte le sue parole di cui possiamo nutrirci perché provenienti dalla bocca di Dio!

Quando il Padre ci tocca con la sua Grazia, e quando noi ci lasciamo toccare perché ci arrendiamo dinanzi alla bellezza incomprensibile di Cristo, allora tutto cambia e le parole di Pietro fioriscono nel luogo più profondo di noi: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio! E rimaniamo, per sempre!  

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abbandonate la puerilità

 

PER ESSERE CRISTIANI MATURI

 

Pr 9, 1-6; Sal 33; Ef 5, 15-20; Gv 6, 51-58

Nel testo del Libro dei Proverbi che oggi costituisce la Prima lettura c’è un invito che apre la liturgia della Parola per darci accesso ad una maggiore comprensione del mistero del Pane di vita che è al centro del grande discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni, e che in queste domeniche sta scorrendo; è la Sapienza che parla ed invita chi è inesperto a mangiare al suo banchetto, a mangiare del suo pane e  bere del suo vino. Poi aggiunge:« Abbandonate le puerilità e vivrete».

Abbandonare le puerilità, le fanciullaggini, nel senso deteriore del termine, è diventare adulti, maturi nella fede. Il Pane della vita è per la nostra pienezza! Per la nostra maturità di uomini e di credenti! Comprendiamo allora una cosa: Mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue è atto di responsabilità e di assunzione piena di una via che quella di Gesù Cristo!

Mangiare la sua carne e bere il suo sangue crea un’unità straordinaria tra Gesù ed il credente: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui».

Dimora! Il dimorare è del credente maturo! Per il Quarto Evangelo è chiaro che ogni sequela di Cristo è chiamata ad uscire dalle “fanciullaggini”, dagli entusiasmi passeggeri, dalle logiche di “stagioni della vita”, per entrare in una stabilità, in un dimorare da cui non ci può essere più ritorno, in un rimanere che è proprio del credente adulto. Un dimorare in cui si sancisce un’alleanza tra me che dimoro in Cristo e Cristo stesso che dimora in me! Il dimorare non “gioca” con i sì di Dio: se Lui dice il suo sì e rimane in me, io non posso diventare banderuola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, e dell’instabile!

Uscire dalla puerilità è assumere la responsabilità di quel pane “costoso” che è la carne del Figlio dell’uomo; “costoso” perché se c’è una carne ed un sangue, questo sangue è stato versato, quella carne immolata!

L’Eucaristia è sacramento dolcissimo di amore e di unità, ma è tale perché ci ripresenta l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che vuole fare dei dispersi unità in Dio per il mondo (Cfr Gv 11, 52), amore fino all’estremo, che è quello del chicco di grano che cade in terra per morire (cfr Gv 12, 24).

Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza di Dio (cfr 1Cor 1, 24), è sedere alla mensa in cui, condividendo il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue, si fa comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo, e si dichiara di essere pronti a dare il proprio corpo ed il proprio sangue come Lui e con la sua forza.
Questa è maturità cristiana, assunzione di responsabilità, uscita da ogni atteggiamento religioso rassicurante e deresponsabilizzante. L’Eucaristia, infatti, consegnando alla Chiesa il Corpo ed il Sangue di Cristo, consegna ai cristiani la possibilità di trasformare il mondo con le sue stesse “armi”, quelle paradossali di un amore controcorrente, di una pacifica opposizione alle vie del mondo, una pacifica opposizione che crea persecuzione ed incomprensione, ma che è pure quella che annunzia la novità dell’Evangelo di Gesù che non è mai innocua!

Chi si dice cristiano ed è puerilmente allineato con il mondo, per paura del mondo, mostra la sua immaturità e la sua stolta “fanciullaggine”…così diversa da quell’essere come bambini che Gesù chiede ai suoi (cfr Mt 18, 3).
Quello che chiede Gesù è quell’essere colmi di una fiducia piena e grande, quella che fa diventare “folli” sfidando anche il mondo perché si è completamente abbandonati nelle mani di Dio di cui mi fido e di cui riconosco la gratuità, per cui non accampo “meriti”.
La “fanciullaggine” da cui bisogna guardarsi è quella puerilità che è immaturità umana e di fede per cui, come bambini capricciosi ed egocentrici, ci si cura di sé nel disinteresse per tutto quello che è fuori di sé; questa “fanciullaggine” è atteggiamento di continua delega ad altri delle proprie responsabilità.

L’atto di mangiare la carne del Figlio dell’uomo è espresso da Giovanni con un verbo brutale, molto materiale: “trógo”, cioè “masticare”; Giovanni così ci rimanda alla corposità storica di quella presenza, di quel dono che deve e vuole invadere la nostra corposità concreta.
Il masticare è distruggere per trasformare ed assimilare. Cristo così ci racconta Dio, un Dio pronto a farsi assimilare ad ogni costo dagli uomini…l’atto di masticare ci conduce irresistibilmente a quel chicco di grano macerato nella terra, a quel corpo sceso nel sepolcro esposto alla decomposizione della morte…il masticare ci richiama poi alla nostra concretissima umanità che da quell’assunzione inizia a vivere “per mezzo” (“diá”) di Gesù, come Gesù vive “per mezzo” (“diá”) del Padre. L’offerta di quella carne e di quel sangue mirano a farci essere credenti responsabili nel mondo, nella storia, senza fughe in spiritualismi disincarnati!

L’Eucaristia è critica radicale ad ogni cristianesimo disincarnato, ad ogni distanza “spiritualizzante” da Cristo presente ancora nella storia con il suo Pane!
Certo, come scrive Luciano Manicardi in un suo libro (“Per una fede matura” ed. Elledici), l’impalpabile ostia che usiamo per l’Eucaristia, invece del concreto, usuale e manducabile pane, non aiuta la Comunità credente a cogliere tutta la forza di quel segno, di quella manducazione, di quella assimilazione “costosa” con cui Cristo ci unisce a Lui.

Chi assume la corposità della storia nell’incontro compromettente con Cristo Gesù e la sua carne ed il suo sangue diventa, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso nella Seconda lettura di oggi, capace di approfittare del tempo presente, di cogliere il tempo propizio (il kairós”) in cui Dio passa nella storia, e fa le domande dinanzi alle quali non è concessa alcuna evasione o “ubriacatura” che rende inconsiderati, incapaci di responsabilità autenticamente umana nella compagnia degli uomini.

Il dono di Cristo è capace di innervare la nostra umanità della vita di Dio, e ci slancia nella storia come portatori di vita nuova, di “vita eterna” cioè, come già dicevamo la scorsa domenica, portatori della vita di Dio nello scorrere della vita degli uomini!

E’ la grande richiesta che ci fa la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Gesù, dono del Padre

 

SACRIFICIO DI SOAVE PROFUMO

 

1Re 19, 4-8; Sal 33; Ef 4, 30-5,2; Gv 6, 41-51

 

 

Dopo il segno dei pani nel IV Evangelo inizia questo lungo discorso che stiamo leggendo in queste domeniche, in cui Gesù afferma di essere il pane che discende dal cielo così come la manna era discesa dal cielo, e successivamente il dono del Padre.
E’ il Padre fa al mondo questo dono che è Gesù, ed il pane è segno di Gesù; è dunque necessario cercare Lui, nutrirsi e saziarsi di Lui! Chi fa questo, accoglie il dono di Dio!
Il dono è Gesù e lo si accoglie nella fede.

La fede ha però una grande opposizione: la mormorazione. Questa è una critica sorda e sotterranea all’agire di Dio; chi ha ascoltato le parole di Gesù mormora contro di Lui perché ha ascoltato da Lui qualcosa che non collima con le sue conoscenze, con le sue idee, con i suoi giudizi e pregiudizi, con i suoi orizzonti ristretti e “a fiato corto”. L’Evangelista qui, è chiaro, continua con la sua narrazione a creare un parallelo con l’Esodo: prima il luogo deserto, poi la manna, ora la mormorazione (cfr Es 15, 24; Es 16, 7). Israele mormorò contro Mosè e contro il Signore, mormorò perché l’agire di Dio, in quel momento, non collimava con le sue attese, con le sue idee, con i suoi bisogni.
Mormora chi, come Israele nel deserto, riconduce tutto al “banale”, chi non sa leggere oltre nell’opera di Dio, nella sua rivelazione; nel deserto Israele rimpiangeva il cibo d’Egitto, il cibo di schiavitù, quel cibo che il Faraone gli dava perché voleva che i suoi schiavi sopravvivessero per essere ancora suoi schiavi…anche questa folla a Cafarnao mormora contro Gesù, riconducendo tutto all’ordinario, anzi invocando l’ordinario di Gesù per destituire Gesù stesso di credibilità: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre».
L’ordinarietà di Gesù, come già leggevamo in Marco qualche domenica fa, è scandalo ed inciampo per la loro fede; credono di “conoscere” Gesù…ma la “conoscenza” che di Lui bisogna avere non è quella miope e presuntuosa di questa gente, è necessaria una “conoscenza” altra. Una “conoscenza” che si raggiunge solo per dono, solo se ci si apre, senza il diaframma tremendo della mormorazione, al dono di Dio.
Gesù non si oppone alla mormorazione e neanche si giustifica, chiede, invece di accettare lo scandalo della sua ordinarietà, della sua carne, del suo essere “figlio di Giuseppe”; è uno scandalo necessario alla salvezza; se non si va a Lui nella sua verità “di carne” ordinaria, non si accede alla salvezza; Gesù lo dice con chiarezza: bisogna essere attratti a Lui dal Padre. E’ il Padre che dona la vera “conoscenza” di Gesù. E’ necessario deporre altre conoscenze, altre idee, altri mondi di pensiero per lasciare spazio in noi al mondo di Dio, alla sua rivelazione.

Il tratto di oggi del discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni, si conclude ancora con un paragone con la manna, ma un paragone che mostra un contrasto: la manna scendeva dal cielo e chi la mangiò pure morì, ma questo pane sceso dal cielo che è Lui darà la vita. Chi ne mangerà non morirà!
A questo punto Giovanni ci fa fare un ulteriore passaggio: se prima il pane (di cui era stato segno la moltiplicazione dei pani) è Gesù, e questo pane lo dà il Padre facendolo scendere dal cielo, ora questo pane lo dà Gesù stesso ed è la sua carne per la vita del mondo! Mi pare chiaro come Giovanni qui abbia creato un discorso “per accrescimento” di sensi: i pani moltiplicati sono segno di Gesù che bisogna cercare per saziarsene; Gesù è dono dall’alto del Padre; Gesù dà il pane che è la sua carne, cioè l’Eucaristia.

Il percorso è impressionante: il Padre, dall’eterno, fa il suo dono alla storia, in quella pienezza dei tempi, preparata dalla Prima Alleanza (esodo, manna…); Gesù è questo dono alla storia degli uomini, dono in una carne concretissima (“sarx”), ma perché il dono non rimanesse circoscritto a quel tempo e a quel luogo, Gesù dà l’Eucaristia che spande quel dono che dà la vita ad ogni tempo e ad ogni luogo.
Così, ogni tempo e ogni luogo potrà essere riempito di eterno, di una vita che abbia il sapore di Dio.
Così gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo potranno camminare nella storia per giungere alla meta che è Dio, che è il senso della storia.

Elia, nella Prima lettura tratta dal Primo Libro dei Re, è “icona” di questo popolo che percorre i deserti della storia, di un popolo che rischia di morire e d’essere sopraffatto, e che trova miseri ripari (una ginestra!). Elia riceve un pane che sarà forza per il suo cammino.
La liturgia di oggi ci suggerisce allora che Gesù è venuto ad essere questo pane che dà senso, sazia la fame e la sete che attanagliano l’uomo, e dà forza permettendo di camminare per terre accidentate e difficili: la metà sarà il “monte” di Dio!

L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso, scrive che il cammino del credente, nutrito di quel pane, è cammino nell’“agàpe”, cammino che ha al cuore l’amore di Cristo che si è offerto a Dio in sacrificio di soave profumo: quel pane ci mette in contatto con quel sacrificio di soave profumo.

L’Eucaristia è una via divina proprio perché è una via “ordinaria”; anche noi, dinanzi a quel pane sull’altare potremmo dire: ma noi sappiamo “di dove viene”!
In quell’“ordinarietà” c’è però l’infinito di Dio, come nel figlio del carpentiere si poteva incontrare il Figlio di Dio disceso dal cielo. Se si mormora contro quest’ordinario non si riuscirà a gustare quel “soave profumo” dell’amore di Cristo perché Dio sceglie l’ordinario: lì si rivela, lì ci cerca, lì ci attende!

Trovarlo nell’“ordinario” fa straordinaria la storia! La “vita eterna” che quel pane dona è lo straordinario di Dio nella vita dell’uomo; chi accoglie lo straordinario di Dio, che è il Figlio nella sua carne ordinaria, vive la sua stessa vita, la vita eterna.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fame di vita

 

…E DI VITA ETERNA

 

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

 

 

Che cerchiamo? E’ una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20, 15). Qui, al capitolo sesto, ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!”.
Dal cosa o chi si cerca, al perché cercare Gesù.
Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno, come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!

Il problema è cercare per poi credere, per poi andare a Lui! Cercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede, e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna!
Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.

In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo; la folla resta ad un primo livello, in cui quello che conta è ricevere solo risposte ai bisogni materiali, concretissimi; Gesù in questa visione della folla è solo un mezzo per avere quel che serve.

Gesù, invece, vuole portare la folla al livello di una fede radicale, che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire a Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma, e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.
Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si va da Gesù: chi va a Lui non ha più fame…chi aderisce a Lui, non ha più sete!

Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante…non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Lo dicevamo già domenica scorsa: il discepolo di Cristo, che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù, è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perché, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri.

Ma se questo è vero, e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo: qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!

Questa vita eterna, si badi, in linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem”: la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio; la vita eterna è assumere il comportamento, la vita di Gesù, quella vita che ha narrato Dio voltando le spalle a se stesso, che ha narrato Dio con un amore costoso, che ha scelto di darsi, e di perdersi per gli altri…

Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio, rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.
Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia; quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare, possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.
La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia, e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo che è tale perché ha assunto la vita stessa di Gesù.

La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere rivestiti di Cristo; vita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!

Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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