IV Domenica di Pasqua (Anno C) – La Sua promessa

 

SIAMO NELLA SUA MANO

At 13, 14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10, 27-30

 

La riflessione sul mistero pasquale continua questa domenica con l’icona del buon pastore; quest’anno passa un brano brevissimo del decimo capitolo dell’evangelo di Giovanni, brano forse troppo breve che, estrapolato dal suo ampio contesto, rischia di aprire a discorsi generici e moralistici…magari di tipo vocazionale per l’uso invalso di fare di questa domenica un momento di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Credo che bisogna leggere questo testo in una più ampia prospettiva, in un’ottica certamente rivelativa del volto di Dio mostrato in Gesù e nella sua croce e risurrezione.

Il quarto Evangelo ha chiarissima questa prospettiva: Gesù è la narrazione, la spiegazione del Padre (Gv 1, 18); questa narrazione sarà per Giovanni il motivo della condanna di Gesù: la verità che ha narrato è la sua identità di Cristo e di Figlio di Dio, egli è il Cristo perché è Figlio di Dio; sarà ucciso perché presenta un Cristo altro e un Dio altro rispetto a quello che si pensa. Gesù narra un Dio che non risponde alle attese e ai timori degli uomini; quello che Gesù narra con tutto se stesso non è un Dio potente che si impone e vince, che esonera i suoi dal dolore, dalla malattia e dalla morte. E’ Signore perché si fa schiavo con gli schiavi (e questo fin dal tempo dell’Esodo era chiaro: è il Dio degli schiavi e non del Faraone!), è pastore perché agnello mansueto ed offerto. E’ salvatore perché perde la sua vita.

Noi abbiamo idee ambigue sul Cristo, ma anche sulla vita, anche sulla morte…abbiamo idee falsate anche su Dio e di conseguenza anche sull’uomo.
Gesù si presenta a noi come colui capace non di compiere le nostre attese – che spesso si volgono verso orizzonti miopi e fallaci – ma di compiere le sue promesse!
La promessa che questo Evangelo di oggi tratteggia è la promessa di una vicinanza straordinaria tra noi e lui; una vicinanza che siamo capaci di cogliere perché è la vicinanza di chi si è fatto davvero nostro compagno nella sofferenza e nella morte; è la vicinanza di chi ci precede nel cammino di umanità, ci precede proprio come il pastore che nell’uso orientale procede sempre avanti al gregge. Bevendo il calice della nostra umanità dolente Gesù ha creato un legame indistruttibile ed assoluto con ogni essere umano. Ecco cosa rende la voce e la parola di questo pastore inconfondibili; chi appartiene al suo gregge le riconosce! Il battezzato ha dentro di sé come un senso ulteriore capace di riconoscere quella voce e quel volto ogni qual volta Gesù lo sfiora più da vicino…come il discepolo amato ha la vocazione di gridare «E’ il Signore» a quanti non sanno cercarlo e sono raggelati nelle loro infecondità (cfr Gv 21, 7).
Chi è capace di riconoscere la sua voce  appartiene al suo gregge, come Maria di Magdala che nel giardino riconosce la sua voce che la chiama per nome e, come Maria di Magdala, non deve pretendere di afferrarlo con le proprie mani (Cfr Gv 20 ,17), ma deve cominciare a vivere nelle mani di Lui; in questo testo evangelico mi pare davvero straordinaria questa immagine delle mani di Cristo pastore, un’immagine che si dilata fino a mostrare altre mani ancora, quelle del Padre; mani che si sovrappongono in una rivelazione grandiosa che questa pagina giovannea ci consegna: «Io ed il Padre siamo uno»!  Abitando le mani del Figlio si abitano le mani del Padre!

“Mano” indica la forza, il potere, la capacità di agire…le pecore dovranno passare attraverso uno scandalo che capovolge tutte le logiche di buon senso: dovranno capire che quella mano in cui si sono rannicchiate è potente perché ha scelto l’impotenza di essere inchiodato ad una croce; quella mano ferita per l’amore, dopo la Pasqua radunerà le pecore disperse, le stringerà a sé, le farà diventare suo gregge per sempre, e nulla le potrà strappare da quella mano. E’ ancora la rivelazione di un paradosso incredibile, di un amore più forte della morte, un amore che non è forte, come dicemmo a Pasqua, perché evita la morte ma perché l’attraversa. Gesù è pastore bello-buono perché nel suo agire paradossale dona la vita per le sue pecore, dona la vita perché esse abbiano la vita eterna!
Tutto questo ha un terreno meraviglioso, un luogo caldo: la mano di Dio, che la mano trafitta del Figlio ci ha narrato in una scandalosa alterità.

Come non fidarsi di una mano trafitta per me? Dove trovare un luogo più sicuro se non in quelle mani? Lui, il Cristo, le mani per il gregge se l’è sporcate! Nel suo sangue!

Affidarsi a quelle mani sarà per noi fonte ulteriore di vera conoscenza del Dio narrato a pieno nella Pasqua di Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Pasqua (B) – Conoscere Dio

 

VIA DI SALVEZZA

At 4, 8-12; Sal 117; 1Gv 3, 1-2; Gv 10, 11-18

 

Gesù buon pastore, icona (Monastero di Ruviano)

Gesù buon pastore, icona (Monastero di Ruviano)

C’è una conoscenza che passa da Dio al mondo, e che dal mondo dovrebbe tornare a Dio. La conoscenza fa il discepolo; il mondo, di contro, è caratterizzato dalla non-conoscenza di Dio! Da questa non-conoscenza nascono tutte le derive del mondo.

Purtroppo, nella predicazione e nella prassi cristiana, da un certo momento in poi si è voluto saltare “a piè pari” la necessità della conoscenza; e per paure legate all’eresia gnostica, che ad un certo punto parve dilagare, la comunità cristiana cominciò a non parlare più di “gnosis” (cioè,  di “conoscenza”), e a non parlare più della necessaria relazione di conoscenza tra il credente ed il Signore. Nel tempo, si è creato così un cristianesimo in cui si è obliato che per una vera fede, per una vera adesione al Dio dell’Evangelo, è necessaria al primo posto la conoscenza di Lui.
Una conoscenza che certamente non è nè conoscenza intellettuale nè conoscenza filosofica, quella cioè che la gnosis ereticale predicava, ma una conoscenza “penetrativa”, esistenziale, esperienziale! Non si può cioè appartenere al Dio della storia se non si è fatta esperienza storica, concreta, e vitale di Lui. Il Dio della storia è Colui che ha una tale relazione con la storia degli uomini da assumerla definitivamente nell’Incarnazione del Figlio.

La testimonianza apostolica, così come la testimonianza dei padri nella fede di Israele, è testimonianza di un incontro che salva, di un incontro che fonda una conoscenza, la nostra, e si fonda sulla conoscenza che Dio ha di ciascuno di noi.
Non si può essere autenticamente discepoli di Cristo se non si mettono le fondamenta su questa conoscenza.

I testi della Scrittura di questa domenica mi pare che abbiano uno sfondo comune: la conoscenza di Cristo è via di salvezza; ma l’espressione “conoscenza di Cristo bisogna intenderla in due direzioni: la conoscenza che Cristo ha di me, e la conoscenza che io posso avere di Lui.

Pietro, nel racconto di Atti che è la prima lettura di oggi, annunzia un nome in cui c’è salvezza: il nome di Gesù, il Crocefisso Risorto. Chi conosce quel nome, chi conosce la sua storia pasquale, può sperimentare la salvezza. Pietro lo dice chiaramente: non ci si può affidare ad altri nomi, ad altre conoscenze: «Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».

Al cuore del passo di Giovanni che oggi si proclama c’è Gesù che si auto-rivela come il Pastore bello, un pastore bello-buono perché capace di fare una cosa straordinaria: dare la vita per le pecore! Un dare la vita che non è però per un tutti indistinto, ma per ognuno: perchè Lui conosce le sue pecore, e questa conoscenza apre alla conoscenza di Lui. Il Quarto Evangelo – come spesso accade! – diventa qui davvero vertiginoso, poiché fa riferimento ad una reciproca conoscenza, calcata sulla conoscenza che il Padre ha del Figlio ed il Figlio ha del Padre.
La comunione trinitaria, la vita trinitaria, è dunque la conoscenza che il Padre ha del Figlio ed il Figlio del Padre; e una conoscenza così è quella a cui sono chiamati coloro che appartengono al gregge del Pastore bello-buono!

Lo sguardo del Pastore si allarga ad ogni uomo, come ci dice Giovanni fin dal secondo capitolo dell’Evangelo: «Egli conosceva ciò che c’è in ogni uomo» (cfr Gv 2, 25); i confini della conoscenza del Pastore sono infatti grandi come quelli dell’umanità: «E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore».
L’ascolto genera la conoscenza, e la conoscenza genera l’amore: questa è una via chiara per il discepolato, ed il Quarto Evangelo lo sottolinea con vigore.
La conoscenza spalanca le porte ad un Signore che dona la vita: quando si conosce un Signore così, cosa fare se non aprirgli le porte? Giovanni per ben due volte in questi pochi versetti di questa domenica ci dice che il «Pastore bello offre la vita», ed è questo ciò che lo rende kalòs, cioè bello-buono.

E’ una bellezza strana, una bellezza che non “convince” razionalmente, ma che ci vince! In fondo il mistero pasquale vuole questo: che ci lasciamo vincere da quell’amore tanto oltre ogni nostra immaginazione, oltre ogni logica “convincente”.

Chi riesce a conoscere questa bellezza entra nella novità di vita che è la salvezza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Pasqua – Io sono il Buon Pastore


CHIAMATI PER NOME

At 2, 14.36-41; Sal 22; 1Pt 2, 20b-25; Gv 10, 1-10

 

Gesù buon pastore, Monastero di Ruviano

Gesù buon pastore, Monastero di Ruviano

La cosiddetta domenica del “buon pastore”… se leggiamo bene i primi versetti del decimo capitolo di Giovanni, ci accorgiamo che non c’è, sulle labbra di Gesù, l’espressione di auto-rivelazione così tipica del Quarto Evangelo: “Io sono il buon pastore”.

La prima parte del discorso lascia a noi la responsabilità di comprendere di cosa Gesù stia parlando, di chi Gesù stia parlando con la similitudine del pastore e, di contro, con la similitudine del ladro e poi del mercenario.

L’inizio del capitolo mette in scena due figure (il pastore e il ladro), e ce ne mostra il comportamento: uno, il ladro (“kléptes”) che è un brigante, un predone, un lestofante (“lestés”) entra in modo furtivo e furbesco,  si arrampica (“anabaίnov”) da un’altra parte, e non passa dalla porta; l’altro, il pastore, riceve invece la possibilità di entrare da guardiano. Chi è il guardiano? Dice il salmo 121, 4-5 che il “Signore è il custode di Israele e che non si addormenta nè prende sonno Lui che è il custode di Israele”. Ora, al di là delle parole che sono diverse (Giovanni dice “thuroròs” cioè “portinaio”, e il salmo usa la parola ebraica “somer” che significa appunto “custodente”), il senso è lo stesso; dunque questo guardiano-custode-portinaio adombra il Padre, il Dio dei Padri che ha inviato suo Figlio; è Lui il custode che apre la porta perché il pastore possa giungere presso le pecore… e il pastore chiama ciascuna per nome. Un chiamare per nome che fa scoprire alle pecore di essere amate e conosciute; le pecore scoprono poi che questo pastore sempre le conduce e  sempre le precede. E’ questo un comportamento strano per un pastore che, in genere, segue il gregge per controllarlo; questo pastore, invece, non è un controllore, ma una guida, è uno che precede, è uno che non fa andare avanti le pecore ma le precede in tutto; affronta per primo lui i rischi del terreno e i rischi dei possibili nemici; è sempre davanti!

La comunione tra il pastore e il gregge è affidata al seguire ed al riconoscere la voce; insomma è parte del gregge di questo pastore colui che si fida dei suoi passi e lo segue, e chi riconosce la sua voce. Questo pastore somiglia tanto al Pastore di Israele che guidò i figli di Israele nel cammino verso la libertà; Lui chiedeva ad Israele solo due cose: fidarsi dei suoi passi e dei suoi cammini e riconoscere la sua voce, riconoscere cioè la sua presenza (cfr Sal 95, 8-9); ricordiamo, infatti, che l’esperienza di riconoscere la voce precede sempre quella di comprendere le parole; se non si riconosce la voce, se non si sa cioè dinanzi a chi ci si trova, non è possibile  neanche comprendere a pieno quello che ci viene detto.

Questo pastore, di cui Gesù sta parlando, ha i tratti di Dio, ed è terribile che Giovanni dica che gli astanti non compresero quella similitudine: non riescono cioè a riconoscersi e a riconoscere, non riescono a riconoscere che il Pastore di Israele si è fatto presente in Gesù di Nazareth;  non riescono quindi a riconoscersi suo gregge, non lo seguono e non riescono a sentire la sua voce e a riconoscerla.

Al capitolo seguente Gesù ci mostrerà subito uno del suo gregge che riconosce la sua voce e lo segue; e lo segue uscendo dalle ombre della morte, passando attraverso di Lui dalle tenebre alla luce della vita: “Lazzaro, qui fuori!” (cfr Gv 11, 43). Lo chiama per nome, e Lazzaro esce, riconosce la vocepassando dalla schiavitù della morte e dalle tenebre della tomba alla libertà della vita! Lo stesso avverrà alla fine dell’Evangelo, quando un’altra “pecora” del gregge si sentirà chiamare per nome e passerà, attraverso Gesù, dalla notte della disperazione e del pianto al giorno luminoso di Pasqua: “Maria!” dirà il Risorto, e la Maddalena riconoscerà la voce, e lo seguirà, annunziando ai fratelli che Lui li precede presso il Padre (cfr Gv 20, 11-18).

Lazzaro di Betania e Maria di Magdala comprendono la similitudine e passano attraverso Gesù alla vita nuova; si inserisce a questo punto il secondo paragone che Gesù qui “accumula”: c’è anche una porta e qui c’è l’auto-rivelazione: Io sono la porta delle pecore; prima di auto-rivelarsi quale pastore bello (“o kalòs poimén”, il “pastore bello-buono”) Gesù ci dice che Lui è la porta. Per seguirlo, cioè, si deve passare per Lui, ed è un’accumulazione questa che non ci deve nè confondere nè meravigliare. Si passa attraverso Gesù per poi mettersi a seguirlo. Se si passa attraverso di Lui si comprende la similitudine; se si è disposti a far passare la propria vita per quella porta che Lui è, si giunge a quei pascoli di vita in cui Lui sempre ci precede.

Negli Evangeli di Matteo e di Luca si parla di una porta stretta (cfr Mt 7, 13-14 e Lc 13,24) attraverso cui si deve passare, e bisogna lottare per passarvi. Il Quarto Evangelo è come se facesse una “omelia” su quei testi sinottici, spiegandoci cosa sia quella porta stretta di cui ci parlano: quella porta stretta non è “qualcosa”, ma è “Qualcuno”; certamente è l’Evangelo ma l’Evangelo è Gesù, è Lui! L’Evangelo è la sua strada, una strada che passa per la porta stretta del voltare le spalle a se stessi, del “dare la vita”.

L’Evangelo di questa domenica si conclude con le parole di Gesù che, spiegando la differenza tra il ladro-brigante e il pastore, parla di sé: è venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. E noi conosciamo quale sia il prezzo della vita donata a noi abbondantemente: il prezzo è la sua stessa vita! Vita per vita! E’ quanto abbiamo celebrato a Pasqua! La porta stretta è “solo” questo, dare la vita…dare la vita per trovare vita; chi passa per Gesù passa per la porta del dono della vita ma ritrova la vita in abbondanza.

Se si è disposti a comprendere questo, allora si dice al “pastore bello-buono” e se ne scoprono i tratti: sono quelli di Gesù di Nazareth, il Messia crocefisso e risorto che ci precede presso il Padre. Chi riconoscerà i tratti del pastore bello-buono la smetterà di seguire i mercenari ed i ladri che indicano vie larghe e facili, ma che conducono al non-senso ed al vuoto.

Il pastore bello conduce alla bellezza e alla vita! Consegniamoci a quelle mani che ci tengono stretti senza soffocarci, mani che ci indicano una via sulla quale abbiamo una grande certezza, Lui ci precede. Sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Pasqua – Il Pastore “buono-bello”

A CHI APPARTENIAMO? CHI ASCOLTIAMO?

At 13, 14.43-52; Sal 99; Ap 7, 9.14-17; Gv 10, 27-30

 

A chi apparteniamo?
Chi ascoltiamo?

L’alternativa è appartenere a se stessi e ascoltare se stessi, oppure appartenere a Cristo e ascoltare Lui. Tra questi due poli una gamma di varianti in cui l’appartenenza a se stessi si declina con varie e molteplici consegne a idoli di diverso genere. Il mondo è il grande “amplificatore”, in cui le voci del proprio egoismo si mescolano con le voci mondane; una mescolanza di voci che vogliono solo una cosa: convincerci a seguire falsi pastori su vie ed “ideali” che illudono ed imprigionano.

Il breve passo di Giovanni che oggi ascoltiamo, tratto dal capitolo decimo dell’Evangelo, fa parte del cosiddetto discorso sul “buon pastore” e parte proprio dalla sottolineatura dell’appartenenza a Lui. Il criterio per verificare l’appartenenza al pastore “buono-bello”, il metro cioè per definirsi sue pecore sta nella capacità che si ha di ascoltare la sua voce e di seguirlo. Ascoltare la sua voce rimanda ad una relazione che viene prima dei contenuti dell’ascolto; infatti Gesù non ha detto “ascoltano la mia parola” ma “ascoltano la mia voce”: si tratta allora di un lasciarsi “avvolgere” dalla sua persona, lasciarsi avvincere da Lui. Ascoltare la voce è seguirlo per stare con Lui, e basta!

Dopo che lo si è contemplato sulla croce (cfr Lc 23, 48) nell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1), questo pastore ha offerto agli uomini tutta la sua affidabilità! A Lui ci si può consegnare … ora basta il suono della sua voce, basta cioè la sola sua presenza per credere e affidarsi. Chi appartiene a Lui desidera solo una cosa: stare nelle sue mani! Sono mani affidabili, tanto che per noi si sono lasciate trafiggere; e sono mani affidabili perchè ci conducono alle fonti dell’acqua della vita, come leggiamo nell’Apocalisse. Lui è un pastore affidabile perché non è estraneo al gregge: si è fatto uno di loro! È straordinaria quella sovrapposizione che l’Autore dell’Apocalisse ci fa balenare innanzi: è l’Agnello divenuto pastore! È pastore perché si è fatto Agnello che ha dato la vita, ed è Agnello che sa dove sono le fonti della vita, sa che, paradossalmente, quelle fonti sono solo là dove si dà la vita, là dove si è capaci di perdere la vita!

La Pasqua ci ha proclamato proprio questa verità: solo chi dà la vita trova la vita, e la vita senza fine, una vita che spalanca all’eterno … ecco perché solo l’Agnello può essere il pastore “buono-bello”! La vita eterna che il pastore-Gesù può e sa dare non è solo la vita oltre la morte, ma è la vita dell’uomo che, nell’oggi della sua storia, vive la vita di Dio, vive quella vita che ha il sapore di Dio. Il pastore-Gesù, infatti, già oggi la vita eterna: la dà a chi sta nelle sue mani, a chi decide di appartenergli. Anche qui, come sempre nel Quarto Evangelo, il seguirlo si versa in quella situazione stabile di appartenenza che è il rimanere. L’abitare, il dimorare nelle sue mani è la meta di chi ascolta la voce e lo segue …

Nel passo dell’Evangelo di oggi la fatica del rimanere è confortata da una certezza: questa dimora nelle mani del Figlio è un dimorare nelle mani del Padre, e questa è una condizione stabile! Che significa che nessuno può rapire le pecore dalle mani del Figlio e del Padre? Significa che la nostra stabilità è determinata dalla fedeltà di Dio, dal suo amore che non viene meno … da quell’amore che ha “conquistato” le pecore, e lo ha fatto con il sangue della Croce del Figlio! Quell’amore è una certezza che non viene meno, e su questo amore fedele si può scommettere seguendo, rimanendo e lottando per il Regno!

Questa stabilità nelle mani del Figlio e del Padre ci dà conforto e calore, ma non ci esime dalla lotta per voler rimanere in quelle mani, dalla lotta per voler rimanere in quell’appartenenza, dal porsi di continuo con l’“orecchio del cuore” teso a percepire le vibrazioni di quella voce che ci attira, ci “vince” e ci lega a sè con i dolci vincoli dell’amore. Si sta davanti al trono dell’Agnello divenuto Pastore, come ci suggerisce la visione dell’Apocalisse che ascoltiamo, con i rami di palma tra le mani: la palma è segno di vittoria, e la vittoria si ottiene dopo la lotta! Chi segue l’Agnello divenuto Pastore non può che stare con Lui anche nella tribolazione, non può che stare con Lui nel dare la vita!

Ecco che così comprendiamo una cosa: l’unità tra Padre e Figlio, che questi pochi versetti ridicono con forza sorprendente, si riflette immediatamente nell’unità che il credente sperimenta con l’Agnello! È così! Se ascoltiamo davvero la sua voce, e ci sentiamo conosciuti e riconosciuti dall’Agnello mettendoci alla sua sequela, non possiamo che fare delle nostre vite un dimorare nelle Sue mani, scegliendo senza paura le stesse vie d’amore costoso dell’Agnello. Così, in quelle mani, staremo sicuri, ma anche forti nella lotta e senza più né fame né sete, perché nutriti e dissetati di quella vita eterna che è vita nell’amore, già qui ed ora. Una vita che sazia e disseta perchè ricolma di senso!

            “Riconosciamo che il Signore è Dio,

            egli ci ha fatti e noi siamo suoi,

            suo popolo e gregge del suo pascolo”!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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