V Domenica di Quaresima – Il segno di Lazzaro

 

UN BALZO VERSO IL FUTURO DI DIO

  –  Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45  –

 

La resurrezione di Lazzaro, Caravaggio

La resurrezione di Lazzaro (Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1609-Museo Nazionale di Messina)

La morte è la comune eredità di tutti gli uomini, dice la liturgia della Chiesa: è l’eredità che ci accomuna e che si profila all’orizzonte di ogni uomo, e con cui tutti devono fare i conti. Tra tutti i viventi l’uomo è l’unico che sa di dover morire e questo è tremendo, ma può essere anche fecondo.

E’ tremendo perchè la morte fa paura, e non lo si deve negare: anche Gesù ebbe paura nell’orto di Getsemani! E’ tremendo perchè la paura della morte ci fa cattivi, come scive l’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 2, 15); il sapere della morte può essere però fecondo perchè, alla luce di questa coscienza, la vita dell’uomo può diventare ricerca di senso e di ulteriore; perchè può diventare lotta per sconfiggere la morte, e tutto ciò che le somiglia.

Il problema è però spesso la rimozione della morte dall’orizzonte dell’uomo, una rimozione stolta che tende a fare dell’uomo un essere che vive solo per quello che riesce a godere nella vita. Questo, per lo meno, fino a quando non si scontra con il dolore e con il morire.

Nell’Evangelo di Giovanni l’ultimo segno che Gesù compie è la risurrezione dell’amico Lazzaro. Questo segno apre il racconto del Quarto Evangelo alla sua ultima fase: la passione, morte e risurrezione di Gesù. Il segno di Lazzaro è dato da Giovanni, anzi, come la causa ultima e scatenante dell’ ira-paura dei nemici di Gesù, che porterà alla decisione di ucciderlo. E’ un segno che riguarda questa nostra comune, terribile eredità che è la morte. L’Evangelo è buona notizia  solo se raggiunge questo orizzonte buio che è la morte, illuminandolo di vita.

Questo è quello che accade nel racconto giovanneo che la liturgia di quest’ultima domenica di Quaresima ci propone; ancora un racconto del Quarto Evangelo lungo e profondo, in cui Giovanni ci conduce a contemplare Gesù come risposta alla nostra umanità in cerca di senso.

Nelle due precedenti domeniche Giovanni ci ha indicato in Gesù Colui che con la sua parola potente è capace di liberarci dai legami e dalle catene della morte: “Scioglietelo!” ordina Gesù, quando Lazzaro esce dalla tomba ancora legato con i bendaggi funebri! Gesù è capace di liberarci dalla morte, ma a prezzo della sua morte. “Con la morte calpesta la morte”, canta un tropario pasquale della Chiesa d’oriente: Gesù ha “le chiavi della morte e degli inferi” (cfr Ap 1, 18) ma a prezzo del suo sangue … Giovanni ci terrà a precisare, infatti, che a causa di questa risurrezione Gesù sarà ucciso (cfr Gv 11, 46-54).

Il racconto è costruito dall’evangelista su quattro incontri di Gesù: il primo è quello che Gesù fa, in compagnia dei suoi discepoli, con la notizia della malattia di colui che egli ama; ne segue un dialogo con i discepoli che, come sempre, non capiscono le profondità di quello che Gesù dice, ed anche di ciò che Gesù fa, e qui volutamente ritarda ad andare a Betania. Gesù alla fine parte deciso per andare in aiuto di Lazzaro, un aiuto che vuole dare in quell’estremo momento in cui tutto pare impossibile all’uomo. Gesù vuole aiutare Lazzaro raggiungendolo nelle profondità dell’abisso in cui è caduto; non a caso il nome Lazzaro (in ebraico “Eleàzar”) significa “Dio aiuta”!

Il secondo incontro-dialogo è quello con Marta. In questo incontro c’è un vertice di tutto il racconto e di tutto il Quarto Evangelo: nell’Evangelo di Giovanni ci sono, infatti, molte autorivelazioni di Gesù, e tutte iniziano con “Io sono” (il nome salvifico di Dio così come è rivelato nella Prima Alleanza a Mosè al Sinai). Qui però si giunge ad una dichiarazione vertiginosa, una dichiarazione che coinvolge tutto il “destino” umano: “Io sono la risurrezione e la vita”; Gesù dichiara con certezza potente che chi aderisce a Lui anche se muore, vivrà! E’ una promessa infinita! E’ una promessa che può abbattere quella paura della morte che ci fa cattivi; è una promessa di cui il segno di Lazzaro sarà solo, appunto, un segno … Lazzaro verrà raggiunto nella sua morte e nel suo disfacimento (“già manda cattivo odore”), ma poi morirà di nuovo come tutti gli uomini. A Lazzaro Gesù farà fare un salto all’indietro, verso la sua vita di prima; ma poi a Lazzaro, e a tutti quelli che muoiono, Gesù farà il dono più grande: con la sua Pasqua – risorgendo – consegnerà ad ogni carne la possibilità di fare un balzo non verso il passato, ma verso l’eterno di Dio, verso il futuro di Dio.

Il terzo incontro che Gesù fa in questa narrazione è con Maria che non gli è andata incontro con la sorella Marta, ma che è rimasta seduta nel suo dolore … anche a Maria – come tra poco farà con Lazzaro nella tomba! – giunge la voce di Gesù che chiama (“Il Maestro è qui e ti chiama”) per farla uscire dalla tenebra della disperazione e del vuoto. E Maria gli corre incontro, con un immediato rimprovero nel cuore e sulle labbra: “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù accetta la sua parola dolente, ed anzi si fa prendere il cuore da quel pianto di Maria che fa affiorare il suo stesso pianto: Giovanni, infatti, dice che fu sconvolto nello spirito, e che scoppiò in pianto! E’ il pianto dell’amico per l’amico (Vedete come lo amava, dicono i presenti), è il pianto dell’uomo dinanzi all’ingiustizia della morte e al suo orrore; è il pianto di Dio che è la vita e che non sopporta il tanfo della morte! E Gesù, piangendo, prega, comunica con il Padre riaffermando la sua fede: Gesù è certo, nella fede, che il Padre lo ascolta. Questo è il fondamento di ogni preghiera; se non c’è questa certezza, non si prega, se non si vive di questa certezza è impossibile vivere di preghiera e nella preghiera. E’ una certezza che si raggiunge nella fede e per la fede, è una certezza che ci permette di attraversare la storia andando oltre la storia; è una certezza che ci permette di attraversare la storia non restando prigionieri della storia, vivendo la storia ma portando nella storia il sapore dell’eterno. E’ quanto fa Gesù che, in questa certezza, fa irrompere nella storia, ed in una storia di morte, la libertà della vita.

Da questa preghiera Gesù fa scaturire un grido verso l’abisso della tomba del suo amico: è un ordine secco, un ordine che, contrariamente a quanto si sente dalle traduzioni correnti di questa pagina, non ha verbo: “Lazzaro, qui fuori!”. Gesù ha fatto rimuovere la pietra che rende prigioniero l’uomo del tanfo della morte e grida quel “qui”! Ci chiedamo: “qui” dove? Presso di Lui! A Lazzaro giunge l’ordine di recarsi presso di Lui; deve passare dall’ombra di morte alla luce della sua presenza, deve passare dalla prigionia alla libertà! Gesù, con il suo grido potente, squarcia il silenzio della morte. Agostino scriverà nelle sue “Confessioni”: “Hai gridato e hai infranto la mia sordità”. E’ vero, quando abitiamo le regioni di morte non solo siamo nelle tenebre, ma siamo anche nell’incapacità di ascoltare, siamo nella sordità.

Il grido di Gesù, in quest’ultima domenica di Quaresima, squarci la nostra sordità e faccia irrompere la luce nei nostri cuori perchè nei giorni santi della Pasqua possiamo ascoltare la Parola di salvezza, e possiamo camminare, alla luce di Cristo, verso la pienezza della vita che la Croce e la Risurrezione ci hanno donato.

Usciamo fuori dalle tombe, dai nostri lezzi di morte, dai silenzi mortiferi in cui la mondanità ci conduce. Cristo Gesù pronunzia il nostro nome con forza e con tenerezza: Lui è la risurrezione e la vita per le morti quotidiane nelle quali cadiamo e che qui ci imprigionano … Lui è la risurrezione e la vita per la morte finale a cui possiamo giungere consolati dalla  sua compagnia e dalla sua promessa: Chi crede in me anche se muore vivrà!

Una promessa che, come Chiesa, dobbiamo far giungere al cuore del mondo … una promessa che è cuore dell’Evangelo che può rinnovare la faccia della terra!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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NON IMMORTALITA’ MA RESURREZIONE

 Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45

 

Prima di entrare nell’attesa della Grande Settimana, oggi la liturgia ci conduce all’ultima tappa del cammino quaresimale … l’ultima sosta è presso una tomba, è lì dove si sprigiona tanfo di morte! E’ lì perché un percorso di liberazione, di novità di vita, se non giunge ad un faccia a faccia con la morte rischia di diventare pericolosamente “disincarnato”, cioè dimentico del fatto tragico che noi siamo fatti di materia peribile! La morte è quella realtà che di continuo ci tiene in pugno, è quella realtà che ci minaccia di continuo e che, alla fine, ci vincerà; per quanto possiamo sforzarci di dimenticarla, di rimuoverla, di ironizzarci, di allontanarla con mille espedienti patetici, per quanto possiamo diventare cattivi  perché ne abbiamo paura(cfr Eb 2,15), alla fine la morte verrà … è cosi! Un vero percorso di libertà deve allora condurci dinanzi al suo orrore perché se veniamo liberati da tutto ma non dalla morte nulla avrà senso e la libertà non sarà vera libertà.

In questa domenica “di Lazzaro” il nostro cammino quaresimale ci mostra Gesù che pronuncia una parola di vita non per prevenire la morte ma nella morte.

Il racconto di Lazzaro inizia, infatti, con quel rinviare di Gesù l’arrivo presso l’amico malato … una scelta che pare incomprensibile ad una lettura superficiale; in realtà a Gesù non interessa più fare un miracolo che scampi dalla morte, a Gesù (al Quarto Evangelista ed al suo progetto teologico) interessa mostrare di essere capace di raggiungerci e salvarci nella morte. La morte di Lazzaro è per la vita perché solo se si attraversa la morte si può approdare alla resurrezione. Ricordiamo che il cristianesimo non è annunzio di immortalità ma di resurrezione! Lazzaro, per essere il segno che Gesù voleva darci,  non doveva essere preservato dal sepolcro e dal suo orrore, doveva scendervi; è lì, infatti, che il Salvatore deve andarlo a cercare. Nel capitolo precedente dell’Evangelo di Giovanni Gesù aveva detto di essere il Pastore bello-buono che chiama le sue pecore per nome e le fa uscire … (cfr Gv 10,3), si è presentato come quel pastore che è venuto perché le sue pecore abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza (cfr Gv 10, 10); ecco che ora qui c’è una “pecora”, una “pecora” amata che è preda della morte e che è precipitata nell’ombra della tomba;  Lazzaro, l’ amico amato è  questa “pecora” e Gesù farà per lui quanto aveva detto: gli griderà di uscire fuori e lo farà chiamandolo per nome dandogli la vita

Questo segno di Lazzaro per il Quarto Evangelo è un segno grandioso perché pone Gesù già faccia a faccia con la morte … è un segno grandioso perché anticipa quello scontro che avverrà alla fine dell’Evangelo e nel quale la morte sarà inghiottita dalla vittoria (cfr 1Cor 15,54).

Perché questo faccia a faccia sia possibile Gesù non può preservare Lazzaro dal morire ma lo deve chiamare dalla morte. Penso che questo sia fondamentale per capire l’ “umanità” dell’Evangelo di Gesù: è dell’uomo passare per la morte, è disumana l’immortalità! E’ nel passare per la morte che si “vince” la morte ed è quanto farà Gesù che, sul morire, non pretenderà sconti; nel capitolo successivo dell’Evangelo, dinanzi all’“ora” che sta per scoccare Gesù dirà: Ora l’anima mia è turbata; che dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! (cfr Gv 12,27)

L’ultima domenica di Quaresima ci mostra il Figlio di Dio che piange sulla nostra morte e questo ci colma di speranza perché le nostre lacrime si confondono con le sue; anche noi piangiamo sulla morte di chi amiamo e sulla nostra (non atteggiamoci ad eroi misticheggianti che non temono la morte!! La morte – la nostra – ci fa paura e ci fa versare lacrime di dolore e di paura!) e ascoltare oggi il singhiozzare di Gesù ci consegna un grande dono: la compagnia di Dio nel nostro pianto.

Nella domenica della Samaritana potemmo contemplare la stanchezza di Cristo seduto al nostro pozzo, e quella stanchezzaper noi” ci narrava la sua ricerca dei nostri passi perduti verso la morte e l’idolatria, oggi il suo pianto ci racconta la sua ricerca dei nostri passi perduti addirittura nel buio della morte.

Il racconto della resurrezione di Lazzaro è veramente il grande preludio alla sua discesa all’inferno per cercare quell’Adam che nella morte precipita ogni giorno.

Per darci un segno, l’estremo, Gesù va cercare Lazzaro nella sua morte e da quel momento, nel Quarto Evangelo, i segni terminano perché finalmente si giunge a quello che i segni tutti indicavano: il mistero della morte e risurrezione di Gesù. E’ l’ora ormai in cui Gesù scenderà nella morte per cercarci, scenderà nella valle oscura dei nostri passi per ricondurci alla luce (cfr Sl 23,4).

Marta e Maria sono accompagnate da Gesù nella lettura del gran segno che si compie sotto i loro occhi e per coglierlo dovranno imparare a distogliere lo sguardo da Lazzaro e dalla sua tomba inattesamente svuotata e dovranno volgerlo a Gesù, solo a Lui: Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me anche se morisse vivrà! Come al solito l’Evangelo ci chiede di puntare a Lui il nostro profondo. L’uscita dalle tenebre e dall’ombra di morte è possibile solo in un’ adesione vitale a Lui: Credi tu?

La domanda finale di questa Quaresima credo che sia proprio questa: Credi tu? Ti fidi di questa via nella quale è possibile fare Pasqua con Cristo crocifiggendo l’uomo vecchio e dando spazio all’uomo nuovo, senza l’illusione di saltare a piè pari l’umano, il suo dolore ed il suo morire?

La risurrezione di Lazzaro, secondo il racconto del Quarto Evangelista, costerà la vita a Gesù (cfr Gv 11,47; 12,10). E’ proprio così: lottare con la morte “costa la vita” ed è quanto chi si fa discepolo di Cristo Gesù deve saper mettere in conto. Il discepolo di Cristo deve saper dire, senza la spavalderia arrogante ma fragile di Tommaso: Andiamo anche noi a morire con lui!

Sia questa Pasqua un andare a morire con Lui non per amore della morte e del soffrire ma per amore della vita che non è mai a basso prezzo; sia un passare coraggioso per la morte ma certi che la voce di Cristo griderà il nostro nome chiedendoci di uscir fuori e liberandoci!




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