V Domenica di Pasqua (Anno C) – Mandatum Novum


CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI

 

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33. 34-35

Domenica “importante” questa!
La si dovrebbe tenere in gran conto nella vita della Chiesa e nel ciclo omiletico da offrire alle nostre assemblee.
Come si dà gran risalto alla “Domenica del Buon Pastore”, banalizzandola spessissimo con intenti solo vocazionali; come si è voluta creare la “Domenica della Divina Misericordia”, quasi che tutta la celebrazione della Pasqua non fosse stata il grande canto alla misericordia del Signore, così si dovrebbe sottolineare che questa Quinta domenica del ciclo C è la “Domenica del Mandatum Novum”! In greco Giovanni fa dire a Gesù “entolènkainèn” e noi traduciamo spesso con “comandamento nuovo”; in realtà sarebbe più preciso e più chiaro se noi traducessimo con “incarico definitivo”, “incarico ultimo”, “ultimo compito”.

Sì, si tratta di un compito, di un mandato, di un incarico che il Signore dà alla sua Chiesa … l’ultimo. Un incarico che la riguarda nel suo profondo, nella sua identità e poi nella sua missionarietà! E’ davvero l’ultimo compito che il Signore dà ai suoi prima della Pasqua; è quello che dovrebbe guidare sempre l’essere e l’agire della Chiesa: «Un ultimo compito vi do: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri». E poi aggiunge: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

E’ bene che collochiamo questo mandatum novum all’interno del testo, per comprenderne e la portata e le implicanze. Siamo dopo la lavanda dei piedi che ha mostrato con un “mimo” l’amore crocefisso, l’amore fino all’estremo, l’amore che prende la forma di schiavo; un amore che Gesù vuole che i suoi colgano: i piedi li ha lavati a loro, ai Dodici, al primo nucleo della Chiesa, non a quelli di fuori, non ai lontani!
Dalla comprensione della lavanda dei piedi, che è narrazione della Croce, i suoi dovranno essere il nucleo di una fraternità e di un amore che si dovrà espandere a tutti. Il mandatum novum, e la lavanda dei piedi che lo significa, non è un invito ad un amore generale, un amore “pratico” (a volte, anzi spessissimo, mi pare che così venga letto anche al Giovedì Santo, quasi come una banale propaganda caritativa!), ma riguarda l’amore intra-ecclesiale, l’amore che i discepoli, che si sono sentiti toccare i piedi, le loro miserie, i loro peccati e sporcizie dall’amore inginocchiato del Signore, sono chiamati a vivere tra di loro, nella Chiesa, nella Comunità dei credenti in Gesù.

Solo un amore intra-ecclesiale renderà possibile la conoscenza del discepolato e di Colui di cui si è discepoli; solo un amore intra-ecclesiale, che incarna quell’amore del Cristo fattosi schiavo per amore, renderà possibile l’annunzio e la predicazione …
Solo un amore intra-ecclesiale autentico, una vera fraternità mediata da Gesù Cristo, racconterà Cristo e renderà la Chiesa credibile e vera Chiesa di Cristo: «conosceranno che siete miei discepoli» non “conosceranno che siete amici tra di voi” oppure “conosceranno che siete dei filantropi”! Ecco perché allora il mandatum novum riguarda l’identità della Chiesa! Solo così si è Chiesa, e se si è davvero Chiesa si è capaci di raccontare Cristo al mondo!

D’altro canto la logica del Quarto Evangelo è che Cristo racconta il Padre (cfr Gv 1,18) e che la Chiesa deve raccontare Cristo (cfr 1Gv 4, 12). Qui si gioca tutta l’autenticità della Chiesa, la sua affidabilità e credibilità… qui si gioca la sua identità!
C’è poco da fare!
La Chiesa è una Comunità di fratelli che si amano e che lottano per amarsi, e lottano perché nulla si opponga all’amore fraterno che è la sola realtà che può cantare radicalmente il volto di Dio! Si lotta per la fraternità perché la fraternità è una sfida alla nostra mondanità, la fraternità è sì una gioia ma all’interno di una fatica senza sconti.

Il mandatum novum è dato alla Chiesa. Gesù parla dell’amore nella Chiesa e non dell’amore che la Chiesa deve al mondo! Quest’ultimo è più che doveroso, è la sua grande testimonianza ma non ha radice se non questa del mandatum novum. Solo una Chiesa al cui interno c’è amore può dare amore al mondo e dunque ai lontani!

E’ l’amore di Cristo che tocca la Chiesa e la converte; la Chiesa deve riconoscere sempre più quanto questo amore è costoso e sanguinante!

Vorrei notare che Gesù dà il mandatum novum solo dopo che Giuda è uscito per andarlo a consegnare e Lui non l’ha fermato! Questo non perché Giuda non ne fosse degno: anche questa baggianata si è detta… poveri noi se fosse così!
Chi di noi infatti è degno per le sue azioni, le sue intenzioni, i suoi pensieri e le sue “notti” di ricevere il mandatum novum?
No! Gesù dà il mandatum novum quando Giuda esce perché, solo quando Giuda è uscito, la Passione è davvero iniziata! Solo quando Giuda è uscito, e Lui non l’ha fermato, Gesù può dire d’averci amato! Prima dell’uscita di Giuda, Gesù avrebbe dovuto dire: «Amatevi come io vi amerò» … e a Gesù solo il “futuro” non basta a fondare la sua richiesta, una richiesta così grave e grande; quando invece Giuda è uscito Gesù può dire «Come vi ho già amati» perché si è messa in moto la terribile macchina della Passione!

Quando nella Chiesa non paghiamo un prezzo per l’amore fraterno, quando nella Chiesa vogliamo sempre e a tutti i costi difendere noi stessi, preservarci dalla compromissione seria con gli altri fratelli, allora dimentichiamo quell’amore che si è consegnato al tradimento, alla solitudine, ai flagelli, alla derisione, all’ingiustizia, alla croce, alla morte … oserei dire che una Chiesa che non prende sul serio il mandatum novum, per quel che significa in termini di amore intra-ecclesiale, rende “vana la croce di Cristo” (cfr 1Cor 1, 17).

Nella seconda lettura abbiamo ascoltato una straordinaria pagina dell’ultimo capitolo dell’Apocalisse che ci riempie il cuore di speranza; quella Gerusalemme ultima che scende dal cielo è la Chiesa fedele al suo Signore; è la Sposa ormai pronta per lo Sposo; è la Sposa che si ritrova tale perché santificata da Dio, da quel Dio che la abita e che, attraverso di lei, vuole fare nuove tutte le cose. Tutto questo accadrà, per la grazia di Dio, ma a partire da una comunità di poveri uomini e povere donne che, per quell’Amore crocefisso che hanno conosciuto, scelgono di camminare nell’amore reciproco, scelgono la via dell’amore fraterno per cantare la grande novità dell’Evangelo.

Forse, se come Chiesa non abbiamo credibilità e vediamo sempre meno uomini attratti dalle nostre comunità e quindi dall’Evangelo, è perché noi non ci amiamo come Lui, Gesù, aveva sognato!

Pensiamoci seriamente!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IL COMANDAMENTO NUOVO 

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33; 34-35

 

La gloria! Credo che i cristiani ne abbiano una visione distorta!

Si usa questa parola come un “applauso” a Dio…come qualcosa da aggiungere a Dio! La gloria è, in realtà, alla lettera, il “peso che Dio ha”! E’ il “peso” che noi gli riconosciamo, che noi gli accordiamo nella nostra libertà! La croce di Gesù fu gloria di Dio perché raccontò il vero volto di Dio; fu gloria perché Gesù con la sua croce disse che “peso” aveva Dio per Lui e che “peso” avevamo noi per Lui! La croce di Gesù fu gloria perché mostrò l’amore fino all’estremo…mostrò la presenza di questo amore di Dio, presenza che salva! Ecco che allora la gloria si configura come riconoscimento di una presenza che “pesa”, che ha un primato e che mostra tale primato!

Ecco che allora capiamo perché nel passo dell’Evangelo di Giovanni di questa domenica le parole di Gesù seguono l’affermazione “dopo che Giuda fu uscito”. Infatti, solo dopo che Giuda è uscito per consegnarlo, e Gesù non l’ha fermato, anzi in qualche modo gli ha fornito anche un plausibile pretesto per uscire, Gesù può dire che è iniziata davvero l’ora della gloria, l’ora cioè nella quale – attraversando la passione e lasciandosi innalzare sulla croce -, racconterà che “peso” ha l’amore del Padre, mostrerà che “peso” ha la stessa presenza del Padre per Lui e che “peso” ha l’umanità tutta nel suo cuore!

Il Gesù di Giovanni ha una certezza: il Padre mostrerà la gloria del Figlio! Mostrerà quanto il Figlio obbediente ed amante “pesi” per Lui, e lo farà nella Risurrezione! E’ questa la grande visione teologica di Giovanni che, da questo straordinario movimento, fa scaturire il comandamento nuovo che è il punto di arrivo di questa breve e intensissima pagina evangelica; un comandamento estremo, ultimo, definitivo (la parola “nuovo” deve essere così intesa!) che in poche righe Gesù qui ripete due volte (e più avanti nei “Discorsi di addio” ancora lo ripeterà).

Si può mai comandare l’amore? Gesù può comandare l’amore perché lo ha mostrato; può comandare l’amore a chi è stato avvolto dal suo amore. Insomma, si può amare come Lui ha amato, solo se si è sperimentato su di sè quell’amore! “Amati amiamo” scriverà Giovanni nella sua Prima lettera (cfr 1Gv 2,19). E’ vero! Per questo Gesù può dare il comandamento dell’amore solo dopo che ha lasciato uscire Giuda … non avrebbe potuto dire “Amatevi come io vi amerò”! Ora invece può dire come io vi ho amati perchè ormai si è consegnato. Con l’uscita di Giuda tutto è all’opera per la passione, e Lui vi sta andando incontro con suprema libertà ed amore!

Questo comandamento ultimo, definitivo è quello che deve dilatare la gloria della croce nella storia degli uomini: come Gesù ha raccontato con la croce l’amore del Padre, così i discepoli racconteranno, con il loro amore reciproco, la possibilità vera di salvezza che l’amore è per l’umanità! Il discepolo di Gesù è tale solo se vive in una concreta comunione di fratelli che si amano radicalmente. Il comandamento nuovo, ricordiamolo, è un comandamento intra-ecclesiale! E’ il comandamento che devono vivere quelli che si riconoscono discepoli di Gesù, quelli che lo hanno incontrato e vogliono fare di Lui la via da seguire … solo se i discepoli si ameranno davvero di quello stesso amore con cui Gesù ha amato ne mostreranno il volto, ne narreranno l’Evangelo, daranno al mondo la buona notizia che ci sono uomini che “amati amano” … che ci sono uomini che hanno sperimentato nelle loro vite un amore tanto grande e gratuito da esserne afferrati e di averlo colto come comandamento ineludibile! Gesù può comandare l’amore!

Infatti il discepolo che ha sentito radicalmente di essere amato, sa e comprende che l’amore è ormai pure la sua via … non può essere diversamente! Il discepolo che ha sperimentato l’amore sa che il suo discepolato nasce dall’essere stato amato e scelto (cfr Gv 15, 16) e non da una sua decisione … il discepolo sa così che il suo discepolato non si esplica nel fare delle cose ma nell’essere amore!

Il comandamento dell’amore apre all’umanità una via di assoluta novità … il comandamento “nuovo”, ultimo apre al “nuovo” , all’impensabile a all’incredibile;  nel testo dell’Apocalisse che oggi si legge, il Signore dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose …” quest’opera di rinnovamento è già iniziata da quando alcuni uomini hanno cominciato a prendere sul serio il comandamento dell’amore. Chi ama come Gesù ha amato, comincia a condurre tutte le cose verso l’assoluta novità! Una novità che contraddice il “vecchiume” del mondo con le sue solite strade di morte e di autoaffermazione fondate sul possesso, sul potere e sull’uso strumentale degli altri uomini!

Gesù aprì questa strada di novità amando fino all’estremo … Lui ci chiede di essere con Lui in questa opera di salvezza.

In fondo, pensiamoci, è l’unica cosa che ci ha chiesto: amare per annunciare l’Evangelo, annunciare l’Evangelo amando!

E con il nostro povero amore, reso sempre più somigliante al suo, Lui farà nuove tutte le cose! E’ straordinario, sì, ma può essere il nostro ordinario! E’ l’ordinario del discepolo che così, e solo così, mostrerà la gloria di Dio. Narrerà il vero volto di Dio!




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V Domenica di Pasqua – Il comandamento nuovo

NON UNA LEGGE MA UN DONO!

At 14, 21b-27: Sal 144; Ap 21,1-5a; Gv 13, 31-33a.34-35

 

In queste domeniche del tempo di Pasqua la contemplazione del mistero del Figlio di Dio crocefisso e risorto, il mistero di Gesù, Figlio dell’uomo che racconta nella sua carne il volto autentico di Dio, si dispiega con ampie volute in tutta la sua bellezza e in tutti i suoi frutti.

I testi della Santa Scrittura che oggi vengono proclamati in tutta la Chiesa ci fanno soffermare su un dono, anzi sul dono pasquale più autentico: il comandamento nuovo. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Non è questa una legge ma un dono, un dono radicato però in un altro dono, nel dono di Gesù che consegna la sua vita in un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1). E’ un dono che ha radici profonde nel dono del Padre al mondo, un mondo tanto amato da Lui, un mondo per cui ha dato (lo stesso verbo che Gesù usa per dire che ci un comandamento nuovo) il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3, 16). Un dono che è un concreto consegnare la propria vita per amore…  E’ necesario, infatti, notare che il comandamento nuovo è dato da Gesù solo dopo che Giuda fu uscito e lui non lo ha fermato; quell’amore, dunque, che Gesù dona ai suoi nel comandamento nuovo è ormai già reale e attuale in lui: Giuda sta precipitando nella notte del mondo in cui trascinerà anche Gesù che liberamente si lascerà afferrare dalle tenebre per raggiungere nell’amore ogni uomo che è nelle tenebre.  Il comandamento è detto nuovo nel senso di definitivo, di ultimo; sì, è l’estremo dono di cui saranno capaci i discepoli per l’invio dello Spirito che Gesù promette (la prossima domenica ascolteremo questa promessa di Gesù nel quarto Evangelo). Lo Spirito ricorderà loro Gesù ed il suo donarsi, ricorderà loro che il volto di Dio è visibile solo nell’amore estremo di Gesù e comprenderanno che è quella l’unica via per narrare Dio al mondo.  L’amore estremo di Gesù è un amore fedele che ama anche quell’amico che sta precipitando nella notte ed anche per lui si offre, quell’amore fedele non si spaventa dell’infedeltà e del tradimento, non si spaventa delle impressionanati debolezze degli uomini, ma tutti avvolge e tutti attira a sé (cfr Gv 12, 32). Questo amore è gloria di Dio, è cioè narrazione, epifanìa del peso (questo il significato originario della parola ebraica) che Dio ha per Gesù e di contro del peso che Gesù ha per Dio… Per il IV Evangelo il mistero della Pasqua è mistero di gloria in quanto la croce è la via con cui il Figlio dice Padre! nell’amore offrendosi e la resurrezione è la via con cui il Padre dice Figlio! risuscitandolo.

In questo movimento di amore e di gloria Gesù vuole che entriamo anche noi! Il comandamento nuovo è il dono che è porta a questo mistero tenerissimo della gloria. Solo amando, i suoi discepoli saranno riconoscibili perché a lui somigliantissimi. Non saranno gli atteggiamenti pii o religiosi a dare identitàai discepoli di Gesù ma solo quell’amore che li fa simili al loro Signore e Maestro. E’ inutile cercare altrove l’identità cristiana, questa è possibile solo a chi accetta il dono dell’amore e vive nel comandamento nuovo.  O la Chiesa di Cristo è questo o si smarrisce in mille e mille rivoli stravolti e stravolgenti che nulla hanno più di Cristo e che non hanno luce e sapore di definitivo ma avranno sempre il tanfo di morte del caduco e del transitorio. Quando i cristiani smarriscono il comandamento nuovo ammantano il transitorio di eterno e divengono idolatri delle opere delle loro mani e questo è tremendo.

La parola di Gesù che questa domenica risuona in tutta la Chiesa è carezza sul cuore mostrandoci la semplicità estrema della via di Gesù! Via umanissima e perciò divina! Ecco l’uomo! dirà Pilato dinanzi al volto di Gesù sfigurato per amore; Ecco l’uomo! dovrebbe poter dire il mondo con stupore e speranza dinanzi al volto d’amore dei discepoli di Gesù.

Così, solo così, si cammina nella storia verso quel nuovo cielo e nuova terra che, con infinita nostalgia d’eterno, canta Giovanni nel passo dell’Apocalisse che è proclamato oggi.

Così, solo così, l’umanità si potrà presentare come sposa adorna e pronta per il suo sposo.

Così, solo così, solo nell’agàpe del comandamento nuovo la Chiesa sarà dimora del Dio-con-noi!

Solo questa è la via per condurre umilmente la storia a quel giorno benedetto e nuovo (definitivo perché giorno senza tramonto) in cui il Signore tergerà ogni lacrima e ne abbatterà per sempre le atroci cause: la morte, il lutto, il lamento ed il dolore! Giorno benedetto in cui si abbracceranno l’infinita grazia di Dio e l’umile amore che la Chiesa avrà saputo vivere a partire dal dono del Crocefisso Risorto.

L’agàpe fa nuove tutte le cose!

Gesù in questa via ha creduto, l’ha vissuta e l’ha cantata! Gesù l’ha sognata anche per noi: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Semplice!

 




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