Domenica di Pentecoste (B) – Fare l’unità

La Pentecoste, Beato Angelico

La Pentecoste, Beato Angelico


UNITA’ IN SE STESSI, CON GLI ALTRI E CON DIO

  At 2, 1-11; Sal 103; Gal 5, 16-25; Gv 15, 26-27; 16, 12-15 

 

Nel compiersi pieno della Pasqua con l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ogni carne, la liturgia punta, in questo santo giorno, sul dono-segno supremo dell’unità. Nel racconto di Luca negli Atti degli Apostoli l’accento è posto precipuamente su diversità e unità: sono queste le parole chiave per cogliere nel profondo la missione dello Spirito nella storia. Nel racconto lucano i diversi, radunati a Gerusalemme nel giorno del compiersi della Pentecoste, sono capaci di ravvisarsi stretti in un’unità di comprensione attorno ad una parola che tutti possono intendere, comprendere. L’unica parola pronunciata da Pietro è udita ad accolta dalle diverse lingue: «Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».

Ciò che accadde a Babele (cfr Gen 11, 1-9), estremo avamposto della storia di peccato dell’umanità che – salvata dal diluvio – ancora decide di percorrere vie di perversione e di potere diabolico, qui viene capovolto: cessa, infatti, la confusione delle lingue perché in Cristo è stata proclamata una nuova Signoria. Lui, che non ha elevato torri superbe, segno di delirio di un potere imperialistico e mortifero, ma si è lasciato liberamente e per amore elevare da terra sul legno degli schiavi, diviene canale di Grazia e di unità.

Lo Spirito, effuso sugli Apostoli per il mondo, è l’Amore di Dio che oramai non trova più dighe e barriere tra Lui e noi: Cristo ha tutto abbattuto, ed ha fatto l’unità tra noi e Dio, ha fatto l’unità tra noi uomini. Ora all’umanità  è possibile percorrere una nuova strada, quella di Cristo Gesù, anzi quella che è Cristo Gesù.

Lo Spirito che il Risorto ha soffiato sulla Chiesa nascente (cfr Gv 20, 23) è remissione dei peccati, è capacità di perdono, è dunque riconciliazione ed unità…
E’ la remissione dei peccati ciò che rende gli uomini dei risorti; è la remissione dei peccati, che lo Spirito del Risorto dona al mondo degli uomini, ciò che produce unificazione in se stessi, con gli altri, con Dio!
Nello Spirito che il Risorto ha promesso e donato, i diversi ed i separati sono resi all’unità; così anche lo Spirito, come il Verbo fatto carne in Gesù, racconta Dio (cfr Gv 1, 18).
Nei discorsi di addio del quarto evangelo (cfr Gv 13-17) Gesù aveva detto che i segni dell’amore e dell’unità avrebbero rivelato l’identità dei suoi discepoli. Ora lui è stato elevato da terra per riunire insieme i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11, 52), per attirare tutti a sé (cfr Gv 12, 32) e lo Spirito compie l’opera del Figlio con il fuoco dell’Amore che Egli è, fuoco che brucia il peccato e che fa l’unità rispettando assolutamente l’alterità: lo Spirito, infatti, è principio di unità non di uniformità, il suo è un amore che unifica, non un amore fusionale in cui l’uno si perde nell’altro smarrendo il proprio volto.
Lo Spirito è proprio questo nel seno della Trinità, ed è ciò che compie nella storia, dando alla Chiesa la profezia di questa via di unità nell’alterità: l’unica via che può fare, nell’amore, di questa umanità un’umanità nuova.

Oggi l’alleluia della Pasqua giunge ad un canto pieno di splendore, in cui le voci diverse, risuonando in unità, creando bellezza: un’unità in cui ciascuna confluisce con la sua melodia; e lo Spirito è l’armonia: Lui così, e solo così, porta in questa storia la bellezza della polifonia dell’unità.

La Chiesa sia questo canto!
Lo sia nel suo interno, per poi mostrarla al mondo e proporla come via maestra per un’umanità riconciliata. In un tempo in cui pare che tutto sia rissa e dissonanze è oltremodo necessaria l’armonia dello Spirito!
Noi ne siamo i testimoni?

Oggi è necessario gioire per il dono di Dio, ma pure è necessario chinare il capo penitente per implorare lo Spirito di fare unità là dove noi produciamo lacerazione, fare armonia là dove noi non sappiamo fare altro che dissonanze, creando nemici e opposizioni mortifere.

Lo Spirito venga ancora sulla Chiesa, Sposa del Cristo, per ridarle il coraggio dell’Evangelo, il coraggio dell’unità, il coraggio di dimenticarsi per volgersi all’unico Signore.

Dal Mistero della Pentecoste il credente sa che la storia è abitata ormai dallo Spirito di Dio che è unità, amore, forza, fuoco di passione, coraggio; il credente sa che le sue scelte costose per l’Evangelo sono sostenute da Colui che Cristo ci ha donato come compagno di viaggio per tutti i giorni della storia. Questo nostro compagno di viaggio, lo Spirito Santo, è Colui che ci dona la presenza del Risorto, è colui nel quale ci sono rimessi i peccati, è Colui che ci fa uno per testimoniare al mondo il volto dell’umanità nuova che Gesù ha conquistato per noi nella sua Pasqua.
Solo chi è dimora di Dio è abitato dall’unità, e volge le spalle a ciò che rende l’uomo malato e ferito: la divisione da se stesso, dai fratelli, da Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VI Domenica di Pasqua (B) – Rimanere nel suo amore

 

CON UN NOME NUOVO, AMICO!

At 10, 25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

 

 

Icona dell'amicizia

Icona dell’amicizia

Questa domenica siamo condotti ad una cima altissima della rivelazione di Dio in Cristo Gesù; o meglio, siamo condotti ad una profondità inaudita su cui è tanto difficile dire parole. Sia il tratto della Prima lettera di Giovanni che il passo del Quarto Evangelo, che oggi risuonano nelle nostre assemblee, avrebbero bisogno solo d’essere ripetuti nel cuore, masticati, “ruminati” perché lo Spirito ci faccia assaporare il senso più profondo e vitale che essi possono avere per noi uomini, per le nostre vite, per la possibilità di attraversare questa storia concreta in modo altro, diverso, sensato…gioioso!

Al centro del passo del Quarto Evangelo, infatti, c’è la gioia… la gioia di Gesù, la gioia eterna del Figlio che Lui vuole sia la nostra! La gioia! Parola difficile in ore di crisi, di dolore, di dubbi, di delusioni, di stanchezze, di peccato, di solitudine, di morte.
Eppure per Giovanni tutto deve condurre lì…alla gioia…a quella gioia che è il senso della vita, che è pienezza della vita. Il Quarto Evangelo fa dire a Gesù proprio di questa pienezza di gioia, e lo fa con il verbo greco “pleròo”, che è un verbo di compimento, per dirci che la gioia è meta e “compimento” di ogni vita.

Gesù, con la sua rivelazione di Dio, con il suo amore, non solo ci ha narrato l’amore ma ce lo ha anche dato; ci ha dato la possibilità di vivere una vita nella gioia più vera!

Le parole della Scrittura che oggi ci vengono consegnate sono una grande meta di tutta la rivelazione di Dio…parole non da capire intellettualmente, ma da farsi entrare dentro, parole da sussurrarsi nel cuore, da ripetersi incessantemente perché plasmino il nostro mondo interiore: «amatissimi, amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio…perché Dio è amore».
Ecco la “casa” dell’uomo, l’amore di Dio!
E’ da lì, da quella “casa” che noi proveniamo, ed è a quella “casa” che è necessario tornare per rimanervi, per dimorarvi, appunto!

All’inizio del capitolo, con l’allegoria della vite e dei tralci che la scorsa domenica abbiamo meditato, Gesù ha cominciato, nel Quarto Evangelo, a proclamare la assoluta necessità a rimanere in Lui, a dimorare in Lui per prendere vita da Lui…
Oggi la Chiesa ci propone di continuare la lettura di quel capitolo, e qui il Gesù di Giovanni ci dice cosa è concretamente questo rimanere, quale è questa “casa”.
Il rimanere è rimanere nel suo amore.
Un’espressione, questa, di una profondità grande; pensiamoci bene: ha detto nel mio amore! Non cioè in un amore qualsiasi, che potrebbe avere le facce infinite delle nostre mistificazioni e dei nostri interessi, no! Nel suo amore…è lì che bisogna rimanere.
In primo luogo nell’amore con cui ci ha amati, il che significa che è necessario rimanere nella capacità di lasciarsi amare: rimanere nel suo amore è allora lasciarsi avvolgere dal primato del suo amore.
Nella sua Prima lettera Giovanni lo ha ribadito: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi»; tutto questo ci libera da ogni atteggiamento “religioso” per cui vogliamo fare delle cose per Dio, per essere amati e beneficati; ma Dio non ha bisogno di queste miserie, fatte di calcolo; il suo è amore che previene, e Gesù ne è icona lampante.

Dio non ha aspettato la nostra conversione per inviare il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati, ma – direbbe Paolo – mentre eravamo ancora peccatori Cristo morì per noi (cfr Rm 5, 8). Nell’ Evangelo di oggi Gesù ci conduce a questo stesso primato dell’amore parlando della nostra elezione, della nostra chiamata a Lui: non noi abbiamo scelto Lui ma Lui ha scelto noi

Rimanere nel suo amore allora è dare questo primato al suo amore per noi, lasciandosi amare e plasmare ogni giorno dalla sua presenza nelle nostre vite; significa riconoscere la nostra chiamata all’intimità con Lui come assolutamente gratuita. Tutto questo, però, in una condizione stabile, dimorando, restando in Lui!

Rimanere nel suo amore, poi, vuol dire che bisogna rimanere in quell’amore che ama fino all’estremo: solo quello così è il suo amore; non ha misura! La misura di quel suo amore è colma solo all’estremo; il suo amore è quello che lo ha condotto fino ai piedi dei suoi suoi, a contatto con le loro miserie e vergogne, è quello che sulla croce gli farà gridare “tetélestai” (“è compiuto” che è come dire “fino all’estremo”).  Il suo amore è quello che dà la vita; Gesù ha detto, nel testo giovanneo di oggi, «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita».

Rimanere nel suo amore è entrare in questa dinamica di amore che nasce dall’essere amati fino all’estremo, ed essere amati così nella più pura gratuità preveniente; rimanere nel suo amore è dimorare in questa “casa” dell’amore di Gesù, che è “casa” dell’amore che è la vita stessa di Dio…

In questo testo di Giovanni c’è continuamente un come: Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi… Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato il comandamento del Padre mio e rimango nel suo amore…e più avanti: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi…
Questo “come” non è un invito all’imitazione, ma è rivelazione di una fonte: l’amore del Padre è fonte dell’amore del Figlio, l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre è fonte di una nostra rinnovata possibilità di obbedienza, l’amore del Figlio per noi è fonte del nostro amore reciproco!

Comprendiamo allora che in questa via dell’uomo nuovo non è il volontarismo che ci salva, ma è l’accoglienza di ciò che Dio ha “nel cuore” per noi, di ciò che il Figlio ha immesso nelle “vene” della storia, e nelle “vene dell’umanità!

L’uomo nuovo è colui che accoglie il “nome nuovo” che il Figlio gli dà: amico!

Davvero straordinario! L’amico è chi è ammesso nell’intimità dei propri pensieri, dei propri sogni, dei propri progetti; l’amico è colui per cui si dà la vita! Sentire su di sè questo nome nuovo di amico può rivoluzionare la nostra esistenza, perchè questo ci fa conoscere e sperimentare la fonte di una possibilità nuova e concreta di umanità…

In questo nome di amico, che è nome dato dall’amore, bisogna rimanerequesta è la “casa” del discepolo di Cristo!

Il nostro profondo ripeta con stupore: Amatevi come io vi ho amati!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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V Domenica di Pasqua (B) – Dimorare in Cristo

 

VIVERE DELLA SUA STESSA LINFA 

 

At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3, 18-24; Gv 15, 1-8

 

VignaIl cammino nella Pasqua di Cristo che abbiamo celebrato ci conduce oggi ad una parola di Gesù che ci rivela quale deve essere il segreto profondo del vivere quotidiano del discepolo.

Con l’allegoria della vite Gesù ancora ci rivela se stesso, per rivelarci ancora noi stessi; dove ci vuole Gesù? Non dinanzi a Lui e neanche più dietro di Lui…ci vuole in Lui!
E così ci parla di una vite; e non come pure avevano fatto i profeti (cfr Is 5, 1-7; Ger 2, 21) che avevano paragonato Israele ad una vigna, spesso deludente e capace solo di fruttificare uva aspra e selvatica; o una vigna che aveva di continuo bisogno d’essere visitata dal Signore, come a tal proposito dice il Salmo: «Dio potente, ritorna e visita questa vigna» (Sal 80, 15).
Ora, nel testo giovanneo che oggi ascoltiamo, sulle labbra di Gesù risuona una parola in cui Egli si autodefinisce proprio a partire da questa categoria: «Io sono la vite»!
Si badi: non dice di essere la vigna, ma la vite.
Mi pare che tutto si faccia chiaro: il Figlio di Dio, nella visione del Quarto Evangelo, si è fatto vite nella vigna infedele perchè  tutta la vigna stessa possa prendere vita nuova da Lui.

Da sè quella vigna darebbe solo frutti aspri e selvatici, da sè diverrebbe (e di fatto è avvenuto, ed avviene!) luogo di devastazione di ogni “cinghiale” selvaggio, di ogni mondanità che travolge e calpesta tutto (cfr Sal 80, 13-14)…
Gesù, vite vera, è venuto a rendere possibili i frutti, a rendere possibile il vino della gioia, il vino delle nozze (non a caso l’Evangelo di Giovanni si era aperto con il segno di Cana, e con l’abbondanza del vino messianico!).

La vite vera è Lui, e rende fecondi i tralci che hanno il coraggio di farsi alimentare dalla sua stessa linfa! Sì, il coraggio! Coraggio perchè quella linfa vitale è esigente, li rende simili a Lui, li conduce ad essere dono, ed essere pronti a farsi espropriare.

Se non si dimora in Lui, che è il ceppo vitale, ci si secca, si diviene non solo infecondi ma anche totalmente inutili e “buoni solo per essere bruciati”…e si badi che qui non c’è alcuna minaccia dell’inferno – come qualcuno vorrebbe vedere! – c’è solo l’amara affermazione che si vignaiolo, proclama con tutta la forza: è Lui, infatti, che toglie questi tralci che non hanno avuto il coraggio di vivere della stessa linfa del Figlio suo Gesù…e Lui, il Padre, che non riconosce in quei tralci il volto amato e tutto fatto dono del Figlio! Il discorso, naturalmente, è tutto rivolto a chi è nella Chiesa, non è per quelli “di fuori”…il rimanere è per i discepoli, il rimanere è per chi Cristo l’ha incontrato, è per chi presume di stare “dentro” ma poi con il “cuore” è fuori, latita e cerca vie continue di fuga dall’Evangelo.

Il Padre che «viene e visita questa vigna», come dice il Salmo, fa però anche un’altra operazione; un’operazione dolorosa per chi ha avuto il coraggio di rimanere nella vite che è Gesù: pota!
Che sono queste potature? Sono quelle diminuzioni, quelle richieste di tagli, di rinunzie; sono quei “no” necessari a chi ha il coraggio di rimanere in Cristo! Quali siano specificamente le potature non si può dire in astratto e in assoluto…non c’è un elenco di potature!
Ciascuno si deve, e si può porre davanti alla sua esistenza per riconoscere quelle potature che già il Padre ha operato, e per rendersi disponibile poi a quelle ancora necessarie ed ulteriori.
Come fa in natura la vite: chi è potato piangerà, ma vedrà aumentare i suoi frutti e si renderà conto che quei frutti derivano solo da Colui che è la vita, e che fa scorrere verso ogni tralcio, in ogni tralcio, la sua stessa vita!

Capiamo bene allora che i frutti che Gesù ci permette non sono i frutti che il mondo si attende: un uomo che porta frutto, per il mondo, è un uomo di successo, un uomo che possiede, un uomo che ha fatto carriera, che tutti guardano con ammirazione, invidia e – perchè no? – con timore… Paolo parlerà in tal senso di opere della carne opposte ai frutti dello Spirito (cfr Gal 5, 19-26).
I frutti dello Spirito vanno in tutt’altra direzione da quella del mondo: si deve essere disposti a farsi perdenti per il mondo! Ecco perché ci vuole coraggio per rimanere innestati in Gesù, vera vite!

L’uomo è stolto e miope, e tante volte preferisce la secchezza dell’immediato, dell’effimero ai frutti che rimangono: l’uomo vuole gustare nell’oggi il frutto delle sue scelte e dei suoi successi, non importa che siano effimeri.
L’uomo mondano eleva a legge quell’invito del poeta latino Orazio: «Carpe diem», “afferra il giorno, l’attimo, l’immediato, il fruibile, il visibile!” E così ci si ritrova nelle fiamme del non-senso più bruciante, quello senza domani, quello che non rimane!

Il Quarto Evangelo sa invece che la vita con Cristo o si versa in una scelta di stabilità in Lui o, prima o poi, svanisce. Solo chi rimane, chi trova davvero e per sempre dimora in Gesù porta frutto e può fare tutto; non nel senso che diventa “onnipotente”, ma nel senso che può vivere ogni vita, può gustare la sola cosa che importi veramente: il senso del vivere! E questo perchè sa dove vivere!

Il rimanere ci conduce ad un “grembo” caldo in cui l’uomo nuovo può essere formato; fuori dal grembo – per passare ad un’altra metafora – si diventa “aborti” informi e senza vita!

Dimorare in Cristo Gesù! E’ aver scelto la propria casa e averla scelta in modo irrevocabile! Le nostre vite cristiane, ecclesiali, comunitarie sono piene di uomini e donne che, non avendo ancora fatta questa scelta del rimanere, hanno sempre le “valige pronte” per andarsene, per sbattere la porta, magari in nome di una libertà che non hanno (ma ne mancano dentro!), o di una delusione subita da parte degli altri, senza tuttavia soffermarsi a pensare alla delusione che essi stessi infliggono agli altri!.
Sono quelli che non hanno il coraggio di rimanere, e non portano frutto, e non sono mai diventati davvero discepoli.

Rimanere è vivere della stessa linfa vitale di Gesù, e in Gesù scorreva solo il “” al Padre, (cfr 2Cor 1, 19-20), il “” agli uomini suoi fratelli…fino a dare la vita!

Il punto è sempre e solo lì!
Porta frutto solo chi, con Gesù, e in forza di Lui, in Lui dà la vita (cfr Gv 12, 24)!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Pentecoste – Lo Spirito abita la storia

TRASFIGURARE LA STORIA IN STORIA D’AMORE 

At 2,1-11; Sal 103; Gal 5, 16-25; Gv 15, 26-27; 16, 12-15

 

 

Se con l’Ascensione l’ esodo è compiuto, la carne dell’uomo è giunta alla Terra promessa che è il grembo trinitario di Dio, se l’Ascensione è il “già ” della salvezza, la Pentecoste apre la possibilità del “non ancora ” …il “già” della carne di Cristo apre il “non ancora ” della nostra carne; dal compimento di quel “già ” iniziano a scorrere i giorni, gli anni, i secoli in cui l’umanità avrà bisogno di essere innervata dalla forza di Dio, dall’Amore che è Dio, per giungere, nella piena libertà, a quella Terra promessa di cui Cristo Gesù è la certa caparra!

La nostra fede è così: promesse che si compiono e rilanci della promessa…di rilancio in rilancio si perviene alla Terra promessa !

Pentecoste compie la Pasqua perché lo Spirito, dono estremo e pieno del Risorto, innerva i credenti e li fa Chiesa; Pentecoste è l’ora in cui lo Spirito inizia ad abitare la storia per trasfigurarla in storia di amore! Pentecoste compie la Pasqua perchè lo Spirito è colui che è dato ai credenti perchè entrino con coraggio nella dinamica pasquale fino in fondo, senza sconti o diminuzioni senza viltà e nascondimenti, senza addolcimenti o raffreddamenti.

Lo Spirito che oggi inizia ad essere effuso sui credenti diventa il compagno inseparabile della Chiesa di Cristo, come fu – lo scriveva San Basilio il Grande – compagno inseparabile di Gesù di Nazareth.

La Chiesa allora sa che, o sarà docile compagna dello Spirito del Risorto o rischia di divenire altra cosa: compagine sociale, fors’anche benemerita, ma solo compagine sociale. Nella realtà quando essa prende le distanze dallo Spirito e dalle sue istanze diventa neanché una benemerita associazione ma, il più delle volte, un mastodonte ingombrante che offusca l’Evangelo contraddicendolo perchè si lascia muovere da istanze sempre più simili a quelle del mondo.

La Pentecoste ci racconta la freschezza di una Chiesa invasa dalla potenza imprevedibile e non ingabbiabile dello Spirito, di una Chiesa che con franchezza grida l’Evangelo senza paure o limiti, senza calcoli di convenienze o di tempi; una Chiesa abitata da quella “parresia” che rende ragione dell’Evangelo e lo proclama senza arroganze ma con il fuoco della passione di chi la vita se l’é lasciata afferrare da Cristo!

La camera alta in cui i discepoli sono raccolti e luogo di attesa e di preghiera ma anche luogo che si lascia spalancare dall’imprevedibile di Dio!

I discepoli diventano pienamente uomini della Pasqua perché si lasciano afferrare dal turbine dello Spirito che ribatte nel loro cuore solo una parola che essi ripetono, e che tutti intendono nelle loro lingue. Quale questa Parola? Luca la metterà subito dopo sulle labbra di Pietro: quel Gesù che voi avete crocifisso… Dio l’ha resuscitato sciogliendolo dalle angosce della morte…e noi tutti ne siamo testimoni (cfr At 2, 23 – 24.32).

E’ l’Evangelo di Gesù che sulle labbra della chiesa sarà sempre Evangelo costoso e lo Spirito sarà la forza per pagare questo prezzo , la forza per fare ciò che Paolo dice nel testo della Lettera ai cristiani della Galazia che abbiamo ascoltato: Crocifiggere la carne con le sue passioni e i suoi desideri.

La Pentecoste è l’inizio di questa possibilità di lotta perchè l’uomo nuovo, nato dalla Pasqua di Gesù, possa prendere forza e vigore nel cuore dei credenti. Pentecoste è l’irruzione definitiva di Dio al cuore dell’umanità; è lo Spirito versato nei nostri cuori (cfr Rm 5, 5) perchè possa esplodere la “figliolanza” che ci fa gridare Abbà (cfr Rm 8,15).

E allora è chiaro che Pentecoste è compimento e rilancio della promessa. E’ compimento perchè lo scopo della salvezza era quello di dare accesso all’amore di Dio al cuore dell’uomo, è rilancio perchè dal dono nasce la lotta della libertà che di continuo deve aprirsi, in ogni credente, al dono di Dio.

La Pentecoste assicura al credente la presenza di un “Paraclétos”, un difensore; certo è lo Spirito che ci difende dagli attacchi del mondo, ma è soprattutto “Paraclètos” perchè difende Dio da noi stessi, o meglio, difende i diritti di Dio nella nostra vita di credenti e fa salire dalla storia i suoi gemiti inesprimibili (cfr Rm 8,26) per aiutarci a domandare ciò che davvero serve al regno di Dio e a fare delle nostre vite dei capolavori di pienezze.

Dal Mistero della Pentecoste il credente sa che la storia è abitata ormai dallo Spirito di Dio che è unità, amore, forza, fuoco di passione, coraggio; il credente sa che le sue scelte costose per l’Evangelo sono sostenute da Colui che Cristo ci ha donato come compagno di viaggio per tutti i giorni della storia. Questo nostro compagno di viaggio, lo Spirito Santo, è Colui che ci dona la presenza del Risorto, è colui nel quale ci sono rimessi i peccati, è Colui che ci fa uno per testimoniare al mondo il volto dell’umanità nuova che Gesù ha conquistato per noi nella sua Pasqua.




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