SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO C)

VIVERE LE RELAZIONI UMANIZZANDOLE

 

Pr 8, 22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

 

Festa strana quella di questa domenica, strana perché diversa dalle altre. Non è, infatti, una festa che ci fa fare memoria di un evento di salvezza; tutte le feste cristiane sono storiche, nel senso di essere legate inscindibilmente ad un’azione di salvezza puntuale nella nostra storia di salvati. Oggi no…oggi la liturgia ci fa contemplare la fonte abissale di tutti gli eventi di salvezza. Oggi la liturgia, con questa festa fa, in modo particolare, ciò che in fondo fa sempre: volgere lo sguardo al Volto di Dio che è un Volto trinitario.

            Dopo aver celebrato la Pasqua, cuore del mistero di salvezza che ha afferrato la nostra esistenza, contempliamo con stupore la fonte di quell’Amore che ci ha cercati e ci ha conquistati a caro prezzo (cfr 1Cor, 6,20); la fonte non è una solitudine innamorata ma una comunione innamorata, la fonte è un amore eterno che vive di amore e vuole traboccare amore: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

            Ecco la fonte della creazione, ecco la fonte della bellezza, ecco la fonte di ogni salvezza, ecco la fonte dell’uomo, creatura meravigliosa e terribile. L’uomo, meraviglia di un cuore palpitante immagine di Dio; l’uomo terribile nella sua vera libertà che gli può far salire vette impensabili o precipitarlo in abissi di non senso; l’uomo, bisognoso di una misericordia senza limiti, l’uomo, bisognoso di una meta che risponda alla sua sete di infinito.

            La Trinità che è Dio è fonte e meta, è misericordia e compagnia nel quotidiano camminare nella storia.

Narrare il Dio trinitario è il nostro modo di balbettare quel Dio che Gesù ci ha mostrato.

Nel Quarto Evangelo, in quella lunga sezione che va sotto il nome di “Discorsi di addio”, possiamo dire che c’è tutto il fondamento della rivelazione trinitaria.

            Contemplare oggi questo mistero (ma mi pare poco dire questo mistero, quasi fosse uno come gli altri! In realtà è il mistero fontale della nostra fede!), al termine delle celebrazioni pasquali, è possibile per queste pagine profonde e bellissime di Giovanni di cui oggi leggiamo un breve tratto del capitolo sedicesimo.

            Per il Gesù di Giovanni è fondamentale la “conoscenza” di questa dinamica trinitaria di Dio in cui Egli, il Figlio, ci inserisce con il suo amore “glorioso” (cioè che racconta Dio perché ne mostra il “peso”!) e di cui lo Spirito è garante di verità nel cuore dei credenti. Il Padre è allora fonte di una parola che nel Figlio ha preso carne e che lo Spirito radica nel cuore dell’uomo.

            Se Gesù ha narrato il Padre con il suo mistero pasquale, lo Spirito conduce chi gli si fa docile a conoscere, sperimentare, fare suo quell’amore pasquale di Cristo.

            Tutto questo, come scriveva un teologo, “non è un astruso teorema celeste” senza incidenze sulla nostra vita, ma è rivelazione e consegna di Dio alla storia degli uomini; una rivelazione che non esaurisce Dio ed il suo mistero, ma ci conduce a contemplare la vita stessa di Dio. Un mistero che ci dice che Dio è in se stesso dinamica vitale, relazione che è vita di persone fatta di amore che ama, si lascia amare e si dona.

            Il mistero trinitario ci dice che tutto in Dio è relazione e che quindi l’uomo, creato a sua immagine, non può che realizzarsi nella relazione con se stesso, con Dio, con l’altro, con il mondo. Senza relazioni il Dio cristiano non sussiste e non sussiste neanche la salvezza perchè questa, nella rivelazione cristiana, è realizzata dal Figlio che è venuto nella nostra carne per opera dello Spirito Santo, ha condotto, nel suo mistero pasquale, l’uomo alla piena comunione con il Padre. Il discepolo di Cristo non può non essere che un uomo che specchia il suo essere nelle relazioni trinitarie trovando lì la ragione, la fonte e la forza delle sue relazioni, quelle grazie alle quali si vive e grazie alle quali si realizza la vera umanità.

            Bonificare le relazioni rendendole autentiche, veritiere è opera altissima di umanizzazione ed il discepolo di Gesù, immerso nelle relazioni trinitarie fin dal suo Battesimo (“Io ti immergo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, cioè è immerso nelle relazioni trinitarie perchè immerso nella morte e risurrezione di Gesù!) è chiamato a vivere le sue relazioni umanizzandole, liberandole dalle sovrastrutture della “philautìa” che è quell’amore di sè che non dà spazio all’altro, che ignora volutamente la costruzione di vere relazioni e le calpesta allo scopo di “salvare se stesso”.; è chiamato a vivere l’amore in quella comunione fraterna capace di dare all’uomo un respiro ampio e non claustrofobico, che restituisce all’uomo quella fraternità ferita e compromessa dal peccato di cui è “icona” già l’omicidio di Abele (cfr Gen 4, 1-16)!

            Il mistero trinitario radica allora nei credenti la necessità di relazioni umane e fraterne non in ragione semplicemente etica o psicologica ma nelle profondità stesse di Dio e quindi nelle profondità stesse del nostro essere uomini creati ad immagine di un Dio che non è un Dio solitario ma un Dio trino, un Dio che è comunione e quindi può essere amore!

            Contemplare la Trinità è poi contemplare, come dicevamo, la fonte del Mistero Pasquale che domenica scorsa, nella celebrazione della Pentecoste, è giunto alla sua meta. La fonte è lì, nel Dio che Gesù ci ha raccontato che è Padre, è Figlio, è Spirito Santo e che desidera attrarre l’uomo sua creatura amata e vertice di questo mondo bellissimo, non vicino a sè ma dentro di sè e che per far questo non solo non ha disdegnato l’Incarnazione del Figlio ma ha voluto prendere dimora nell’uomo! Sì, nell’uomo, unica vera degna dimora del Dio Trino nella storia … nessun Tempio fatto da mano d’uomo può uguagliare la bellezza del cuore umano per poter essere dimora di Dio!

            Da quando il Figlio, inviato dal Padre, per opera dello Spirito Santo ha iniziato a dimorare nella carne dell’uomo, è questa nostra carne che Dio desidera e viene ad abitare! Chi scopre in sè questa dimora di Dio, chi scopre in sè questo spazio per Dio che è opera dello Spirito, può davvero iniziare a vivere da uomo nuovo “creato secondo Dio” (cfr Ef 4, 24).

            Il mistero della Trinità è allora il mistero dolcissimo di una dimora verso cui tendere e di cui, incredibilmente, noi stessi siamo fatti dimora.

            La Trinità è meta e presenza, è promessa ma anche “atmosfera” che già respiriamo perchè in essa immersi dalla misericordia di Cristo crocefisso e risorto!

            La Trinità che si è rivelata a pieno nel mistero della Croce e Risurrezione di Gesù diviene per noi rivelazione della nostra identità più radicale di esseri fatti dalla comunione e per la comunione.

            E’ chiaro allora che il Dio dei cristiani, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio che Gesù ha narrato, può essere rinarrato alla storia solo dalla comunione fraterna, solo dall’unità che no sopprime le differenze; in questa dinamica la Chiesa si può porre dinanzi al mondo come umile ma vera alternativa alla disumanizzazione dell’uomo che è sempre tentativo del mondo di fare dell’uomo ciò che l’uomo non è; la comunione trinitaria ci dice allora da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo; ci dice dunque la nostra origine, il nostro cammino e la nostra meta.




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Domenica di Pentecoste (B) – Fare l’unità

La Pentecoste, Beato Angelico

La Pentecoste, Beato Angelico


UNITA’ IN SE STESSI, CON GLI ALTRI E CON DIO

  At 2, 1-11; Sal 103; Gal 5, 16-25; Gv 15, 26-27; 16, 12-15 

 

Nel compiersi pieno della Pasqua con l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ogni carne, la liturgia punta, in questo santo giorno, sul dono-segno supremo dell’unità. Nel racconto di Luca negli Atti degli Apostoli l’accento è posto precipuamente su diversità e unità: sono queste le parole chiave per cogliere nel profondo la missione dello Spirito nella storia. Nel racconto lucano i diversi, radunati a Gerusalemme nel giorno del compiersi della Pentecoste, sono capaci di ravvisarsi stretti in un’unità di comprensione attorno ad una parola che tutti possono intendere, comprendere. L’unica parola pronunciata da Pietro è udita ad accolta dalle diverse lingue: «Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».

Ciò che accadde a Babele (cfr Gen 11, 1-9), estremo avamposto della storia di peccato dell’umanità che – salvata dal diluvio – ancora decide di percorrere vie di perversione e di potere diabolico, qui viene capovolto: cessa, infatti, la confusione delle lingue perché in Cristo è stata proclamata una nuova Signoria. Lui, che non ha elevato torri superbe, segno di delirio di un potere imperialistico e mortifero, ma si è lasciato liberamente e per amore elevare da terra sul legno degli schiavi, diviene canale di Grazia e di unità.

Lo Spirito, effuso sugli Apostoli per il mondo, è l’Amore di Dio che oramai non trova più dighe e barriere tra Lui e noi: Cristo ha tutto abbattuto, ed ha fatto l’unità tra noi e Dio, ha fatto l’unità tra noi uomini. Ora all’umanità  è possibile percorrere una nuova strada, quella di Cristo Gesù, anzi quella che è Cristo Gesù.

Lo Spirito che il Risorto ha soffiato sulla Chiesa nascente (cfr Gv 20, 23) è remissione dei peccati, è capacità di perdono, è dunque riconciliazione ed unità…
E’ la remissione dei peccati ciò che rende gli uomini dei risorti; è la remissione dei peccati, che lo Spirito del Risorto dona al mondo degli uomini, ciò che produce unificazione in se stessi, con gli altri, con Dio!
Nello Spirito che il Risorto ha promesso e donato, i diversi ed i separati sono resi all’unità; così anche lo Spirito, come il Verbo fatto carne in Gesù, racconta Dio (cfr Gv 1, 18).
Nei discorsi di addio del quarto evangelo (cfr Gv 13-17) Gesù aveva detto che i segni dell’amore e dell’unità avrebbero rivelato l’identità dei suoi discepoli. Ora lui è stato elevato da terra per riunire insieme i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11, 52), per attirare tutti a sé (cfr Gv 12, 32) e lo Spirito compie l’opera del Figlio con il fuoco dell’Amore che Egli è, fuoco che brucia il peccato e che fa l’unità rispettando assolutamente l’alterità: lo Spirito, infatti, è principio di unità non di uniformità, il suo è un amore che unifica, non un amore fusionale in cui l’uno si perde nell’altro smarrendo il proprio volto.
Lo Spirito è proprio questo nel seno della Trinità, ed è ciò che compie nella storia, dando alla Chiesa la profezia di questa via di unità nell’alterità: l’unica via che può fare, nell’amore, di questa umanità un’umanità nuova.

Oggi l’alleluia della Pasqua giunge ad un canto pieno di splendore, in cui le voci diverse, risuonando in unità, creando bellezza: un’unità in cui ciascuna confluisce con la sua melodia; e lo Spirito è l’armonia: Lui così, e solo così, porta in questa storia la bellezza della polifonia dell’unità.

La Chiesa sia questo canto!
Lo sia nel suo interno, per poi mostrarla al mondo e proporla come via maestra per un’umanità riconciliata. In un tempo in cui pare che tutto sia rissa e dissonanze è oltremodo necessaria l’armonia dello Spirito!
Noi ne siamo i testimoni?

Oggi è necessario gioire per il dono di Dio, ma pure è necessario chinare il capo penitente per implorare lo Spirito di fare unità là dove noi produciamo lacerazione, fare armonia là dove noi non sappiamo fare altro che dissonanze, creando nemici e opposizioni mortifere.

Lo Spirito venga ancora sulla Chiesa, Sposa del Cristo, per ridarle il coraggio dell’Evangelo, il coraggio dell’unità, il coraggio di dimenticarsi per volgersi all’unico Signore.

Dal Mistero della Pentecoste il credente sa che la storia è abitata ormai dallo Spirito di Dio che è unità, amore, forza, fuoco di passione, coraggio; il credente sa che le sue scelte costose per l’Evangelo sono sostenute da Colui che Cristo ci ha donato come compagno di viaggio per tutti i giorni della storia. Questo nostro compagno di viaggio, lo Spirito Santo, è Colui che ci dona la presenza del Risorto, è colui nel quale ci sono rimessi i peccati, è Colui che ci fa uno per testimoniare al mondo il volto dell’umanità nuova che Gesù ha conquistato per noi nella sua Pasqua.
Solo chi è dimora di Dio è abitato dall’unità, e volge le spalle a ciò che rende l’uomo malato e ferito: la divisione da se stesso, dai fratelli, da Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santissima Trinità – Dimora di Dio

TRINITA’: META, PRESENZA E PROMESSA

Pr 8, 22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

 

Nel Quarto Evangelo, in quella lunga sezione che va sotto il nome di “Discorsi di addio”, c’è tutto il fondamento della rivelazione trinitaria. Contemplare oggi questo mistero  al termine delle celebrazioni pasquali, è possibile per queste pagine profonde e bellissime di Giovanni di cui oggi leggiamo un breve tratto del capitolo sedicesimo; ma dire “questo mistero” mi pare poco, quasi fosse un mistero come gli altri: in realtà è il mistero fontale della nostra fede!

Per il Gesù di Giovanni è fondamentale la “conoscenza” di questa dinamica trinitaria di Dio in cui Egli, il Figlio, ci inserisce con il suo amore “glorioso” (cioè che racconta Dio!) e di cui lo Spirito è garante di verità nel cuore dei credenti. Il Padre è allora fonte di una parola che nel Figlio ha preso carne, e che lo Spirito radica nel cuore dell’uomo.

Se Gesù ha narrato il Padre con il suo mistero pasquale, lo Spirito conduce colui che gli si fa docile a conoscere, sperimentare e fare suo quell’amore pasquale di Cristo. Tutto questo, come scriveva un teologo, “non è un astruso teorema celeste” senza incidenze sulla nostra vita, ma è rivelazione e consegna di Dio alla storia degli uomini; una rivelazione che non esaurisce Dio ed il suo mistero, ma ci conduce a contemplare la vita stessa di Dio. Un mistero che ci dice che Dio è in se stesso dinamica vitale, relazione, che è vita di persone fatta di amore che ama, si lascia amare e si dona. Il mistero trinitario ci dice che tutto in Dio è relazione, e che quindi l’uomo, creato a sua immagine, non può che realizzarsi nella relazione con se stesso, con Dio, con l’altro, con il mondo. Senza relazioni il Dio cristiano non sussiste, e non sussiste neanche la salvezza perché questa – nella rivelazione cristiana – è realizzata dal Figlio che è venuto nella nostra carne per opera dello Spirito Santo, e ha condotto, nel suo mistero pasquale, l’uomo alla piena comunione con il Padre. Il discepolo di Cristo non può non essere che un uomo che specchia il suo essere nelle relazioni trinitarie, trovando lì la ragione, la fonte e la forza delle sue relazioni, quelle grazie alle quali si vive e grazie alle quali si realizza la vera umanità.

Bonificare le relazioni rendendole autentiche e veritiere è opera altissima di umanizzazione: il discepolo di Gesù è immerso nelle relazioni trinitarie fin dal suo Battesimo, e vi è immerso perché immerso nella morte e risurrezione stessa di Gesù (Io ti immergo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”) e, in quanto tale, il discepolo è chiamato a vivere tutte le sue relazioni umanizzandole, liberandole cioè dalle sovrastrutture della “philautìa”, che è quell’amore di sè che non dà spazio all’altro, che ignora volutamente la costruzione di vere relazioni e le calpesta allo scopo di “salvare se stesso”. L’uomo perciò è chiamato a vivere l’amore in quella comunione fraterna capace di dare all’uomo un respiro ampio e non claustrofobico, che restituisce all’uomo quella fraternità ferita e compromessa dal peccato di cui è “icona” già l’omicidio di Abele (cfr Gen 4, 1-16)!

Il mistero trinitario radica allora nei credenti la necessità di relazioni umane e fraterne non in ragione semplicemente etica o psicologica, ma nelle profondità stesse di Dio e quindi nelle profondità stesse del nostro essere uomini creati ad immagine di un Dio che non è un Dio solitario  ma un Dio trino, un Dio che è comunione e, quindi, può essere amore!

Contemplare la Trinità è poi contemplare la fonte del Mistero Pasquale che domenica scorsa, nella celebrazione della Pentecoste, è giunto alla sua meta. La fonte è lì, nel Dio che Gesù ci ha raccontato che è Padre, è Figlio, è Spirito Santo e che desidera attrarre l’uomo – sua creatura amata e vertice di questo mondo bellissimo – non vicino a sè ma dentro di sè, e che per far questo non solo non ha disdegnato l’Incarnazione del Figlio, ma ha voluto prendere dimora nell’uomo! Sì, nell’uomo, unica vera degna dimora del Dio Trino nella storia … nessun Tempio fatto da mano d’uomo può uguagliare la bellezza del cuore umano per poter essere dimora di Dio!

Da quando il Figlio, inviato dal Padre, per opera dello Spirito Santo ha iniziato a dimorare nella carne dell’uomo, è questa nostra stessa carne che Dio desidera e viene ad abitare! Chi scopre in sé questa dimora di Dio, chi scopre in sé questo spazio per Dio che è opera dello Spirito, può davvero iniziare a vivere da uomo nuovo “creato secondo Dio” (cfr Ef 4, 24).

Il mistero della Trinità è allora il mistero dolcissimo di una dimora verso cui tendere e di cui, incredibilmente, noi stessi siamo fatti dimora.

La Trinità è meta e presenza, è promessa ma anche “atmosfera” che già respiriamo perché in essa immersi dalla misericordia di Cristo crocefisso e risorto!

La Trinità che si è rivelata a pieno nel mistero della Croce e Risurrezione di Gesù diviene per noi rivelazione della nostra identità più radicale di esseri fatti dalla comunione e per la comunione.

E’ chiaro allora che il Dio dei cristiani, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio che Gesù ha narrato, può essere rinarrato alla storia solo dalla comunione fraterna, solo dall’unità che non sopprime le differenze; in questa dinamica la Chiesa si può porre dinanzi al mondo come umile ma vera alternativa alla disumanizzazione dell’uomo che è sempre tentativo del mondo di fare dell’uomo ciò che l’uomo non è; la comunione trinitaria ci dice allora da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo: ci dice dunque la nostra origine, il nostro cammino e la nostra meta.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santissima Trinità – La fonte abissale di tutti gli eventi di salvezza

FONTE DELLA CREAZIONE, DELLA BELLEZZA, DI OGNI SALVEZZA E FONTE DELL’UOMO

Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

 

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca, Galleria statale di Tret’jakov)

Festa strana quella di questa domenica, strana perché diversa dalle altre. Non è, infatti, una festa che ci fa fare memoria di un evento di salvezza; tutte le feste cristiane sono storiche, nel senso di essere legate inscindibilmente ad un’azione di salvezza puntuale nella nostra storia di salvati. Oggi no…oggi la liturgia ci fa contemplare la fonte abissale di tutti gli eventi di salvezza. Oggi la liturgia, con questa festa fa, in modo particolare, ciò che in fondo fa sempre: volgere lo sguardo al Volto di Dio che è un Volto trinitario. Dopo aver celebrato la Pasqua, cuore del mistero di salvezza che ha afferrato la nostra esistenza, contempliamo con stupore la fonte di quell’Amore che ci ha cercati e ci ha conquistati a caro prezzo (cfr 1Cor 6,20); la fonte non è una solitudine innamorata ma una comunione innamorata, la fonte è un amore eterno che vive di amore e vuole traboccare amore: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. Ecco la fonte della creazione, ecco la fonte della bellezza, ecco la fonte di ogni salvezza, ecco la fonte dell’uomo, creatura meravigliosa e terribile. L’uomo, meraviglia di un cuore palpitante immagine di Dio; l’uomo, terribile nella sua vera libertà che gli può far salire vette impensabili o precipitarlo in abissi di non-senso; l’uomo, bisognoso di una misericordia senza limiti, l’uomo, bisognoso di una meta che risponda alla sua sete di infinito.
La Trinità che è Dio è fonte e meta, è misericordia e compagnia nel quotidiano camminare nella storia. Narrare il Dio trinitario è il nostro modo di balbettare quel Dio che Gesù ci ha mostrato.
Il testo dal Libro dei Proverbi che oggi ci introduce nella ricerca della Parola di Dio, ci mostra la Sapienza di Dio che, fin dall’in-principio, è mezzo di creazione e luogo di delizia di Dio…da sempre la Chiesa riconosce nella Sapienza,nella Santa Sofìa (quate chiese e basiliche sono dedicate alla Santa Sofìa!) il volto del Figlio per mezzo del quale tutto è stato creato (cfr Col 1,15-20; Gv 1,2-3; Eb 1,2) e tutto è stato redento; la Sapienza, si dice nel Libro del Siracide (24,8) ha ricevuto un ordine da Dio: Fissa la tenda in Giacobbe; e, nella pienezza dei tempi, davvero pose la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv 1,14) e ci narrò del Padre nel suo amore fino all’estremo, fino alla croce e, risuscitato al terzo giorno, effuse sui suoi e sul mondo lo Spirito, il Terzo dell’Amore eterno; Paolo, nel breve tratto della Lettera ai cristiani di Roma che oggi ascoltiamo, ci dice con forza rivelativa ma pieno di pudore per l’indicibilità del mistero, che questo Amore eterno, lo Spirito, è stato versato nei nostri cuori.

In questa straordinaria dinamica lo Spirito ancora conduce a Cristo, la Verità e, nella Verità, attingiamo alla tenerezza del Padre. Scopriamo così che la Trinità Santissima non è solo la fonte e la meta meravigliosa del nostro cammino storico, ma è anche il cammino stesso…può essere il cammino stesso, può essere l’atmosfera nella quale vivere ed operare (cfr At 17,28: in Dio viviamo, ci muoviamo ed esistiamo). Il discepolo di Cristo, frutto della sua croce e risurrezione, è chiamato a vivere respirando l’Amore trinitario.

Lo Spirito che il Figlio promette verrà a donare ciò che appartiene al Figlio ed al Padre, donerà se stesso e sarà nel discepolo principio di verità. Lo Spirito, dice Gesù nelle parole dell’Evangelo di Giovanni che la liturgia oggi propone, annunzierà le cose future non nel senso che sarà rincipio di divinazione trasformando i discepoli in indovini, ma nel senso che sarà capacità per interpretare la storia alla luce di Gesù; lo Spirito sarà guida perché i discepoli sappiano decifrare il senso della storia. Lo Spirito è il dono del Figlio che ci rende possibile il leggere i segni dei tempi (cfr Mt 16, 2-3; Lc 12, 54-57). Lo Spirito così è fonte della nostra fedeltà di credenti alla storia; una fedeltà alla storia da viversi con una vera adesione all’Evangelo di Gesù.

Ecco che il mistero trinitario non è solo una luce da contemplare ma è il mistero del senso ultimo della storia, mistero che concretamente dirige i nostri passi, le nostre scelte di credenti nel fuoco dell’amore che è il nostro Dio: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.




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