III Domenica di Pasqua (Anno C) – E’ il Signore!

E’ L’AMORE!

At 5, 27-32.40-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

Il racconto evangelico di oggi è esposto a tantissime letture, a partire dalla sua origine che è certamente legata alla volontà della Chiesa giovannea di essere accettata dalla grande Chiesa, di non venir espunta per la propria diversità dall’organismo ecclesiale e di poter, di conseguenza, consegnare a tutti credenti in Cristo il grande patrimonio rivelativo che faceva capo al Discepolo Amato ed alla sua Chiesa. Purtroppo, la pericope di questa domenica taglia la finale del capitolo circa il rapporto tra Pietro ed il Discepolo Amato; su quest’ultimo, il Risorto pronuncia la sua precisa volontà: “Voglio che egli rimanga”. Se questo ci toglie la possibilità di leggere la Chiesa come una comunità plurale in cui le forme di Chiesa non implicano la verità dell’essere Chiesa, ci dà però l’opportunità di appuntare la nostra attenzione sul racconto che il testo ci presenta, scevro dalle problematiche che l’hanno generato e colmo, invece, delle grandi suggestioni rivelative che esso ci offre.

E’ un racconto, tra i più suggestivi e cari dell’intero Evangelo, che fa parte delle narrazioni delle apparizioni del Risorto; il tutto parte da una pesca miracolosa ordinata dal Risorto non ancora riconosciuto; un segno che palesa la sua identità.

Il Quarto Evangelo ci ha tenuto tanto a mostrarci una serie di segni che indicavano l’identità di Gesù come Messia sposo (cfr 2, 1-12), parola di vita (cfr 4, 46-54), via (cfr 5, 1-9), pane di vita (cfr 6, 1-15), dominatore delle potenze del male (cfr 6, 16-21), luce del mondo (cfr 9, 1-41), risurrezione e vita (cfr 11, 1-44) … ora qui ci viene dato un estremo segno della sua presenza di Risorto che rende feconda la “pesca” della Chiesa … il grido del Discepolo Amato che riconosce per primo la presenza è quasi un riassunto di tutti gli esiti dei segni che nell’Evangelo si erano incontrati: un dito puntato che dice: E’ il Signore!

Tutto deve essere teso a riconoscere una presenza che salva, una presenza che dona senso, una presenza che offre perdono e vita.

Pietro, che si getta in acqua per raggiungerlo, diventa, da un certo punto in poi, il protagonista di questo incontro pasquale … quasi che tutto il racconto precedente volesse agglomerarsi qui in quel dialogo suggestivo e profondo tra il Risorto e Pietro.

La scelta dei verbi e delle parole mostra una grande cura, non solo letteraria e stilistica, ma soprattutto teologica e rivelativa. La nuova versione in italiano cerca di rendere giustizia a questa diversità di verbi: “agapào” e “filèo” per “amare”, e che certo hanno un loro significato nel loro alternarsi. Gesù chiede “agàpe” e Simone risponde con la “filìa”, finché alla fine Gesù scende alla comprensione di Pietro e chiede “filìa” tanto che il discepolo si avvede di questo cambiamento (Si addolorò che per la terza volta dicesse «mi vuoi bene?») e risponde con tutta la sua verità: Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene! Pietro si è lasciato condurre da Gesù alla conoscenza della sua verità personale e della sua concretezza umana. E’ da lì che si parte per l’“agàpe”. Notiamo che Gesù si rivolge a Pietro col suo nome anagrafico, Simone di Giovanni, e non con il nome di vocazione che gli ha dato (cfr Gv 1, 42) e questo non perché la vocazione sia venuta meno ma perché Pietro deve partire dal suo reale, dalla sua concretezza carnale e lasciarla tutta permeare dall’amore con cui è amato e con cui è stato cercato nel suo peccato, nella sua distanza, nel suo “non essere”. Ricordiamo che nella scena dei rinnegamenti, Giovanni aveva fatto ripetere a Pietro “non sono” che è il perfetto contrario del Nome di Dio con cui Gesù aveva iniziato tutte le sue auto-rivelazioni (Io sono la luce del mondo, per esempio). Pietro può ritrovare ciò che Gesù, chiamandolo, ha fatto di lui solo attraverso l’amore … l’amore con cui Gesù l’ha amato, e l’amore che lui dovrà vivere riversandolo su coloro che Gesù gli affida; dovrà amare il gregge di Gesù, guidandolo e nutrendolo (anche qui il testo usa due verbi per l’azione pastorale che Pietro dovrà compiere: “bósko” che sottolinea il “nutrire” e “poimaíno” che sottolinea il “guidare”).
Così Pietro imparerà l’“agàpe” che Gesù gli aveva chiesto, e a cui Simone di Giovanni non sapeva rispondere, e sarà capace, condotto da un “Altro” (che nel IV Evangelo è lo Spirito cfr Gv 14, 16) di farsi condurre dove non avrebbe voluto e stendere le braccia

Scrive Agostino, nel suo commento all’Evangelo di Giovanni, che questa è la Pasqua di Pietro, ed è dunque icona della Pasqua del cristiano. Gesù era morto sulla croce, ma Pietro era morto rinnegando; Gesù era risorto nella carne e Pietro qui risorge nel cuore, lasciandosi inondare dall’amore e iniziando a vivere l’amore!

Così seguirà davvero Gesù. Per Giovanni la sequela deve diventare rimanere, dimorare e si rimane, si dimora quando si fa corpo unico con il Signore Risorto che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20). Il rimanere è il contenuto della vera sequela, è il suo esito più vero.

Pietro dovrà imparare l’arte di una sequela che non si stanca e che mai recede.

Questo è possibile solo se Gesù ha un assoluto primato nella vita del discepolo: «Mi ami tu più di tutte queste cose?» (quel “toùton” può essere tradotto anche così, al neutro, più che con un maschile che raffronterebbe l’amore di Pietro a quello degli altri e quindi con un più di costoro).

Il discepolo che proclama il primato di Gesù è colui che si è sentito amato e perdonato prima di ogni sua azione, di ogni suo “merito”, di ogni sua risposta!

Se Simone lo ama più di tutto allora potrà essere Pietro, e vivere a pieno la sua vocazione!
Così per noi!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

III Domenica di Pasqua – Solo l’Amore

MI AMI PIU’ DI TUTTO?

 At 5, 27-32.40.41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

 

Pagina carica di suggestioni e di luce questo capitolo ventunesimo dell’Evangelo di Giovanni che in questa domenica risuona nelle nostre assemblee. Inizia tutto in una notte infeconda che si apre ad un’alba in cui si fa chiara una presenza: “All’alba Gesù stette sulla riva”. E’  proprio come avvenne nel cenacolo “a porte chiuse”; i discepoli devono accorgersi che Gesù sta nella sua Chiesa … nel capitolo venti Gesù li va a cercare nelle nelle loro “porte chiuse”, qui nella loro notte infeconda.

Questi capitoli del Quarto Evangelo hanno chiaramente un intento, certo pasquale e testimoniale, relativamente all’evento della Risurrezione del Crocefisso, ma hanno anche – e forse soprattutto – l’intento di affermare con forza ai credenti che Cristo Risorto è presente nella Chiesa. Egli sta lì dove sono i suoi, e li incontra e li salva con la potenza della sua Pasqua lì dove essi si dibattono con le loro paure, le loro incredulità, le loro notti,  le loro infecondità, i loro “poveri” amori. Capitolo complesso questo capitolo ventunesimo di Giovanni, con una sua lunga storia di formazione e di tradizione, ma oggi qui questo importa poco; siamo infatti chiamati a coglierne, nel suo risuonare nella liturgia, non le complesse motivazioni, ma la Parola che esso vuole comunicare alle nostre esistenze di credenti che si “giocano” la vita sulla Pasqua di Gesù!

Questa pagina di Giovanni ci dice che la testimonianza pasquale della Chiesa sarà credibile  solo nell’amor,e il quale esaurisce, e deve esaurire, tutte le dinamiche all’interno della comunità di Gesù.

Nelle notti infeconde solo l’amore può riconoscere il Signore presente: l’amore da cui ci si riconosce amati che diviene scaturigine di amore per il Signore e per il mondo! Il Discepolo amato riconosce il Risorto che sta sulla riva di quel loro lago … lui grida la verità della sua presenza: “amati amiamo” (1Gv 4, 11.19) scriverà l’autore della Prima Lettera di Giovanni! E’ vero! Solo chi ha sperimentato l’amore su di sé riesce a credere all’amore anche nelle notti buie e senza frutti … solo chi è capace di sentire su di sé quell’amore può trasformarsi in “grido” di Evangelo per chi è schiacciato dal peccato, dalla paura, dalla notte: E’ il Signore! E’ quel grido dell’amato che induce Pietro a gettarsi nella storia per incontrare l’Amante, il Vivente capace di dire parole di vita a chi sperimenta la morte: “in quella notte non presero nulla”!

Nel passo di Atti che oggi leggiamo quale prima lettura, Pietro e gli altri apostoli hanno la capacità di testimoniare senza paura la Pasqua di Gesù … ne pagano le conseguenze … si consegnano al mondo, per amore del mondo e per amore del nome di Gesù. Quando si vive di questo amore del nome di Gesù si affronta la notte della persecuzione come la notte dell’infecondità; si è lieti di una letizia non mondana (lieti di essere stati oltraggiati); ci si gioca tutto su quella presenza che fa sorgere l’alba nelle notti della Chiesa come nelle notti  della storia. Una presenza che chiede l’amore come “unum necessarium” per stare nel mondo in modo significativo. E dico significativo nel senso stretto del termine: non nel senso di avere peso per il mondo, avere una dignità ed un ruolo riconosciuti e magari applauditi, ma nel senso di avere realmente la capacità di significare Gesù ed il suo amore nella storia! O la Chiesa significa Cristo o smarrisce il suo ruolo, e verrà posta dagli uomini tra gli enti di gestione e di potere, di “significanza mondana” che desidera preminenze … e non racconterà più Cristo! Chi cerca Dio non troverà la via perché quella via si è resa irriconoscibile: una via, infatti, per essere percorsa non può essere ingombra di costruzioni mastodontiche e mondane, deve essere libera, vasta, chiara! La Chiesa sarà una via così solo grazie all’agàpe … solo grazie all’amore che è primato di Cristo nella sua vita! E’ quanto Gesù chiede a Pietro: un amore che dia a Lui un vero primato: “Mi ami tu più di tutto?” (“toùton” può essere anche neutro ed in tal caso indicherebbe non gli altri discepoli, con cui Pietro viene messo in comparazione, ma le cose, tutto il resto: Mi ami tu più di tutto?).

Insomma Gesù qui non vuole tanto dare un primato a Pietro chiedendo se Pietro lo ama di più degli altri (tra questi altri c’è anche il Discepolo amato, e mi pare per lo meno improbabile che l’autore di questo capitolo voglia poter subordinare il Discepolo amato a Pietro nell’amore!), ma vuole sapere se nel cuore di Pietro Lui ha un vero primato! Vuole sapere se Pietro ama Lui prima e più di tutte le cose, più di tutto…solo se è così Pietro può pascere e guidare i fratelli in qualunque modo essi siano; per parlare del gregge affidato a Pietro l’Evangelo usa tre parole: agnelli, pecore, pecorelle … cioè i piccoli, i grandi, i deboli … tutti devono essere nutriti e guidati dall’amore di Pietro e della Chiesa.

Pietro sarà capace di tanto, fino a dare la vita, se si consegnerà, tendendo le mani, per obbedire a quell’amore che ha assoluto primato nella sua vita e che sempre più dovrà prendere spazio. Se parte da un voler bene (verbo “philéo”) dovrà giungere davvero all’amore (verbo “agapáo”). La via? Una sola: amare, consegnando la propria vita ai fratelli; pascendo e guidando, Pietro – come la Chiesa – imparerà l’amore, imparerà quell’amore per cui Gesù diede la vita! Quando la Chiesa coglie questa dinamica, al suo interno e nelle sue relazioni con il mondo, racconta alla storia il Cristo che è l’unica narrazione di Dio!

Non abbia paura delle notti e dei tradimenti perché Cristo è sulle sue rive e fa diventare alba ogni notte con la sua presenza. Chi coglie il Cristo vivente e presente, ed è disposto a seguirlo, sarà nella storia sentinella pasquale che annunzia albe nuove di speranza, lì dove pare che la notte sia incombente, immobilizzante e senza sbocchi.

La Pasqua vuole riempire di speranza la storia degli uomini e questo può farlo solo attraverso noi credenti, attraverso il nostro amore umile ma compromesso con quello di Gesù. L’opera pasquale può essere compiuta solo da chi, come scrive Benedetto nella sua Regola, “nulla antepone all’amore di Cristo” (RB IV,21). Così, come il Discepolo amato sapremo gridare “E’ il Signore!”, così, come Pietro sapremo imparare sempre di più l’amore fino all’auto-consegna! Così la Chiesa significherà Cristo crocefisso e risorto nelle notti della storia.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

III Domenica di Pasqua – Gettiamo la rete

UN INVITO A DEPORRE IL NOSTRO BUONSENSO

At 5, 27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

 

Credere nella risurrezione non è atto intellettuale o dottrinale…d’altro canto credere nella Santa Scrittura è aderire vitalmente al Signore, è adesione di tutto l’uomo, compromissione esisistenziale con il Signore della storia. Dunque anche il credere al Risorto è necessariamente un aderire a Lui, è un compromettersi reale e vitale; per questo è un girare le spalle per sempre al buon senso del mondo. Il buon senso del mondo è quello che fa di tanti cristiani i campioni di una capacità straordinaria: sommare parole di fede, parole cristiane ad un quieto vivere, adeguato a ciò che al mondo piace, a quel che piace ai suoi meccanismi perversi, a quello non sporcarsi ma ile mani perché andare in chiesa va bene ma poi non bisogna esagerare; questo buon senso difende se stesso dicendosi che essere cristiani va anche bene ma senza essere fanatici o integristi.

L’evangelo di questa domenica ci fa virare in tutt’altra direzione; è costituito da gran parte del capitolo ventunesimo di Giovanni, quel capitolo che la Chiesa giovannea sentì il bisogno di aggiungere all’evangelo per affidare integralmente alla grande Chiesa quel deposito di cui essa era custode grazie al Discepolo amato; è una scena straordinaria che ci riporta sulle rive di quel lago di Galilea dove tutto era iniziato per i discepoli…

Tornati a pescare devono constatare la loro infecondità; il Risorto dalla spiaggia grida loro una parola che è carica di affetto (li chiama paidìa, cioè figli, ragazzi) ma anche invito a deporre il buon senso per aprirsi ad altro; gettare la rete dalla parte destra della barca non ha alcun significato per l’ordinario buon senso non solo di qualunque esperto pescatore, ma di chiunque…eppure i discepoli lo fanno e devono constatare la fecondità dell’obbedienza ad una parola di cui si son fidati senza alzare il baluardo del buon senso. Chi poteva dire una parola così potente e così altra? Solo Lui, Colui che senza alcun buon sensoli aveva amati fino all’estremo, fino a stare ai loro piedi come uno schiavo, fino a quelle piaghe che, senza arroganza o rimprovero, aveva mostrato loro…E’ il Signore! grida il Discepolo amato a Pietro…e questi comincia ad imboccare le vie altre che sono fuori dal buon senso…comincia finalmente a capire che con Gesù si deve andare per altre strade…e così si getta in mare…Non solo il Risorto c’è e ci viene a cercare sulle rive delle nostre infecondità, del nostro peccato, delle nostre autosufficienze…ma è necessario anche andargli incontro; è necessario cioè andargli incontro a costo di qualsiasi cosa; lo si incontrerà nelle lotte della storia; quelle acque in cui Pietro si getta diventano il mezzo per raggiungere il Risorto; è solo tuffandosi nella storia a capofitto, senza remore e senza buon senso che si può arrivare al banchetto dell’Agnello… Sulla spiaggia Gesù ha preparato infatti un banchetto che ha sapore eucaristico e attorno a quel banchetto Giovanni registra un silenzio straordinario che ci pare quasi di toccare; da quel silenzio in cui i discepoli non hanno domande ulteriori scaturisce la voce del Risorto, l’unico in grado di fare ancora e sempre le grandi domande: Simone di Giovanni, mi ami tu più di tutto? Fa tenerezza questo Signore che ha  amato fino all’estremo che chiede amore; chiede a Pietro e a noi, per cui risuona oggi questo Evangelo, un amore personale che sappia dargli un primato, amore che abbia la bellezza e la forza del suo stesso amore; il Risorto parla a Pietro di agàpe, usa il verbo dell’agàpe, il verbo con cui in tutto l’Evangelo Egli ci parlato dell’amore di Dio, dell’amore che è in Dio, dell’amore che è Dio (cfr Gv 4, 8). Pietro risponderà con un altro verbo, quello dell’amicizia (philèo), del voler bene; l’alternanza di verbi non può essere solo una variazione stilistica, cone vorrebbero alcuni: l’agàpe di cui Gesù domanda è quel di più che ha già chiesto a Pietro, è quel di più che sempre l’amore vero, quello che ha girto le spalle al buon senso, desidera; un amore appagato a pieno, che non sogni e desideri un di più non è più neanche amore. Quel di più dell’amore conduce i nostri orizzonti fuori dal buon senso degli uomini; quel di più dell’agàpe è la meta con cui ogni giorno deve misurarasi il povero amore di Pietro (la sua philìa carica anche delle sue miserie, dei suoi peccati e rinnegamenti…) Un amore povero che ancora non è agàpe ma che Pietro ormai afferma in verità per quel che è, non fidandosi di sé ma di Gesù…nel Cenacolo si era fidato solo di sé ed aveva detto parole grosse ma senza fondamento: Perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te! (cfr Gv 13, 37) Ora non si fida più di sé, si fida del sapere di Gesù: Signore tu sai tutto, tu sai che io ti voglio bene. Pietro ha sperimentato che non è sto lui a dare la vita per Gesù, ma Gesù l’ha data per lui; qui sulla riva del lago, su quella spiaggetta che oggi viene chiamata Tabga, Pietro sa tutta la verità sull’amore di Gesù e sul suo povero amore

Su quel povero amore di Pietro però Gesù ancora scommette: Pasci i miei agnelli, guida le mie pecore, pasci le mie pecore…Obbedendo a questa richiesta del Risorto, con il suo povero amore, Pietro imparerà ad amare di più, imparerà quell’agàpe che lo farà sempre più somigliantissimo al suo Signore…fino a lasciarsi cingere da un Altro che lo condurrà dove non avrebbe mai voluto  o saputo andare; quell’Altro che lo condurrà per la teologia del quarto Evangelo è lo Spirito, l’altro Consolatore; lo condurrà  ad amare con lo stesso amore di Dio, quello che dona la vita, ad amare con l’agàpe a cui Gesù in qust’alba lo sta chiamando…

L’agàpe è dono dall’alto, cui un Altro ci conduce, ma è anche un dono che si accetta liberamente lasciandosi plasmare il cuore dalla pazienza di Dio. L’avventura meravigliosa di Pietro sarà questa, così potrà davvero seguire il suo Signore; non a caso l’ultima parola che il Risorto pronunzia nell’Evangelo è Tu seguimi! La sequela non può essere, dietro a Gesù, un’azione a metà: o lo si segue fino a tendere le mani sulla croce, o rimane una misera contraffazione dell’Evangelo, del discepolato. Bisogna però lasciarsi condurre dall’agàpe fino all’agàpe.




Leggi anche: