III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Servo della Parola

 

 UNA PAROLA DIVENTATA AVVENIMENTO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21

 

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda; come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome: Teofilo, in greco “che ama Dio”; questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi ama Dio, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un Teo-evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato servo della Parola…è strano che Luca qui usi, per “servo” la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”: forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea per iniziare da lì. E a Nazareth, proprio a Nazareth dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola («Avvenga in me secondo la tua parola» cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta; attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati, silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola”, ma anchefatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perchè dice qualcosa ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: «Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…».

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: «Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore», a proclamare cioè che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!
Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero… Vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario, la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù, e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù!
Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo: il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo: l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù; e bisogna farlo oggi!
Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”, al passato e al futuro: i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni.
Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi; l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste! Domani non c’è, e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta, ma di bellezza; tempo di verità costose, ma anche tempo di luce e di liberazione!
Gesù è venuto per questo!
E’ il Salvatore…ma per davvero!

Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?
Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.
Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!
Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Avvento (Anno C) – Il viaggio di Maria

 

RIVELAZIONE DI COLUI CHE E’ VENUTO, VIENE E VERRA’

Mi 5, 1-4a; Sal 79; Eb 10, 5-10; Lc 1, 39-45

 

Siamo all’apice dell’Avvento di quest’anno e l’Evangelo della quarta domenica ci conduce ad Ain Karim, la terra del Battista … ci conduce ad un incontro tra due madri, Maria ed Elisabetta; ci conduce ad un’aria di vigilia forte, tenera ed allo stesso tempo esigente. Vigilia del Natale? Certo, anche questo, ma soprattutto vigilia significa veglia, attesa di qualcosa che è imminente e grandemente desiderato, e questo qualcosa non può che essere la rivelazione finale del Signore Gesù, nell’ultimo giorno! Oggetto dell’Avvento è sempre e solo questo: il suo ritorno!

Quella della visitazione è una pagina di rivelazione: sgombriamo il campo da ogni lettura moralistica di questo racconto così suggestivo e così caro al nostro cuore di credenti; nell’Evangelo di Luca non è detto mai che Maria vada da Elisabetta per un atto di carità, che vada cioè per aiutare la sua parente nell’inatteso frangente di una gravidanza ormai non più sperata né attesa; e questo anche perché dalla narrazione di Luca pare che Maria riparta prima della nascita del Battista. Comunque sia, non è questo assolutamente l’interesse dell’Evangelista.
Luca è invece interessato a farci cogliere ancora le profondità del mistero di Cristo e, solo per questo, ci mostra le grandi cose che il Potente compie in Maria. Questa della visitazione è una pagina di rivelazione di Gesù attraverso Maria, è una vera e propria teofania, luogo in cui Dio si mostra.

In primo luogo Maria parte in fretta da Nazareth perché ha ricevuto dall’Angelo la notizia della gravidanza incredibile di Elisabetta, detta “la sterile”. Maria non ha chiesto un segno, non ha chiesto una prova della veridicità delle parole di Gabriele, ma il segno le è stato offerto e gratuitamente … e quando un segno è offerto bisogna leggerlo, bisogna contemplarlo, bisogna accoglierlo. E’ un dono gratuito di Dio e Maria parte per ricevere questo dono che non ha chiesto.
Nel libro di Isaia, l’iniquo re Acaz non vuole accogliere il segno che Dio vuole offrirgli perché receda dalle sue alleanze mondane, e per far questo si nasconde dietro una falsa “pietas”: «Non tenterò il Signore». Dio però il segno vuole darglielo, e gli manda Isaia a rivelarglielo in pienezza: «Il Signore stesso vi darà un segno, casa di David» (cfr Is 7, 10-14). I segni di Dio vanno accolti e letti! Ecco che Maria parte per obbedire al Signore che le offre il segno, per contemplarlo, per averne conforto, per ricevere quella “carezza” di Dio, per custodire il dono ed il suo sì.
Il segno e la sua “verifica” fanno parte della logica delle rivelazioni: Dio mostra la sua verità, e non vuole che l’assenso della fede avvenga in un buio completo; il segno è una piccola luce che brilla e lo si accoglie con gratitudine, senza pretenderlo, ma sempre accogliendolo.
In Maria il segno della gravidanza di Elisabetta è un dono ulteriore che le accende il cuore di ulteriore fidarsi, di un fidarsi che è già in lei cominciato in pienezza, tanto che il suo si è fatto carne nel suo grembo.

Per Luca, insomma, il viaggio di Maria è in funzione della rivelazione di Gesù; non è in funzione di un servizio da rendere ad Elisabetta, e neanche in funzione di un servizio alla fede di Maria che c’è già, e che qui – come si diceva – è solo pronta ad accogliere il dono gratuito di un segno non richiesto.
Il viaggio di Maria è solo al servizio di Gesù. Egli “è nascosto in Maria ed agisce all’ombra della Madre … nel seguito dell’Evangelo poi sarà Maria a camminare all’ombra del Figlio come discepola” (Bruno Maggioni).

Gesù dunque conduce tutto il racconto: se il testo è tutto costruito sul racconto del Secondo libro di Samuele – in cui David trasporta l’Arca Santa a Gerusalemme (cfr 2Sam 6, 2-11) – è per dirci che Maria è l’Arca Santa, ma lo è perché contiene Dio, perché «il Santo che nascerà sarà Figlio dell’Altissimo» (cfr Lc 1, 34) …
L’interesse è su Gesù, non su Maria.

E’ vero… “sulla scena” ci sono le due madri, ma protagonisti veri del racconto sono i due figli: uno che è riconosciuto ed uno che riconosce; uno che è presente ed uno che danza di gioia nel grembo di sua madre per quella presenza; uno che santifica ed uno che è santificato; uno che gioisce ed uno che è causa di quella gioia.

Certamente qui Maria è riconosciuta con il titolo più alto che ella possa avere “Madre del mio Signore” – come dice Elisabetta piena di stupore – ma questo ancora rinvia a quel Signore che si è fatto incredibilmente carne in quel grembo di donna.

Allora davvero questo è un racconto rivelativo che ci porta dinanzi a Colui che è venuto, viene e verrà, e che dobbiamo riconoscere nel suo vero volto di Dio fatto uomo! In Lui Dio si è reso accessibile, nella sua vera umanità … se il racconto del Secondo libro di Samuele narrava la “terribilità” dell’Arca, tanto che al solo toccarla Uzzà rimane fulminato (cfr 2Sam 6, 6-7), qui l’Arca è divenuta la tenera carne di una madre che dà carne al figlio suo, il Figlio dell’Altissimo!
Lo stupore di Elisabetta è pienamente giustificato: Dio si è reso accessibile, toccabile; si renderà visibile, e anche quando lo “toccheranno” per ucciderlo, nessuno di quelli cadrà fulminato, ma tutti saranno iNvece perdonati ed amati.

In questo racconto che quest’anno è al culmine del nostro Avvento, Maria ci è proposta da Luca come icona del vero discepolo: portatore di Cristo, beato perché crede nella Parola del Signore, capace di lodare e rendere grazie. Maria, icona dell’uomo in perpetuo stato di Avvento, che si muove in fretta per lasciarsi investire dalla piena rivelazione di Dio e che poi rimaneMaria rimase tre mesi presso di lei»). Questo muoversi in fretta e questo rimanere davvero ci rinviano alla dinamica essenziale di chi vuole essere nella storia in stato di avvento: senza mai nessun rinvio e con la ferma volontà di rimanere, di dimorare, di non essere l’uomo di una stagione!

Mentre si compie l’Avvento di questo anno di grazia 2015 ci apprestiamo ad arrivare al Natale che ci dirà con la sua dolce radicalità che il nostro Dio è affidabile, che ogni attesa dinanzi alle sue promesse riceve risposta e compimento … Il Figlio di Dio è affidabile perché tutto si è dato, come abbiamo sentito nel passo della Lettera agli Ebrei: «Non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi hai preparato…ecco io vengo per fare la tua volontà».

Allora verrà il Natale e ci dirà: vivere in stato di avvento ha un senso, ne vale la pena perché Lui è fedele e, come già è venuto, davvero verrà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Immacolata Concezione (Anno C) – Maria, terra di Dio

 

L’IMPOSSIBILE CHE SI FA POSSIBILE

 

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11.12; Lc 1, 26-38

 

Secondo il racconto di Genesi, che oggi si ascolta, Eva aveva peccato perché aveva creduto ad una menzogna insinuante del tentatore: il serpente striscia e si insinua, proprio come la tentazione, specie la più sottile!
«Puoi non essere più creatura e puoi diventare come Dio …» e il “terreno” di Eva diventa “terreno” di morte e di miseria, di dolore e di maledizione, parole queste che il testo di Genesi enumera con sgomento!
Tuttavia il “terreno” di Eva non è un terreno primordiale, un’origine infausta che sta solo in un “in-principio” di cui portiamo nostro malgrado i segni. Non è così! Una tale lettura di queste pagine forti e paradossalmente luminose del Libro della Genesi è un vero errore, un errore che in qualche modo potrebbe deresponsabilizzarci. Il “terreno” di Eva è il nostro “terreno” quotidiano, è il “terreno” infestato dai nostri “no” alla creaturalità, dai nostri “no” a Dio e alla sua signoria, “no” sottili e, a volte, inconfessati e inconfessabili. I nostri “terreni” generano morte perché è vero che noi vogliamo essere come Dio, noi stessi misura del bene e del male, del vivere e del morire, dei tempi e degli spazi che appartengono solo a Dio. Eva è figura potente che evoca il buio dell’uomo, di quell’uomo che, creato per generare vita (il nome di Eva è evocativo di vita!) finisce per generare morte.

Oggi Eva è posta dalla liturgia della Chiesa a fare da sfondo antitetico all’icona di Maria, la Vergine di Nazareth.

Al cuore dell’Avvento, oggi Maria ci è posta innanzi come “terra” feconda perché accoglie il seme di Dio e così genera Dio nella carne, rimanendo con fermezza creatura e creatura umile e colma di stupore. Se Eva agisce e, con le sue mani, strappa il frutto di morte e disobbedienza, Maria sceglie di “non agire” per permettere a Dio la sua azione, la sua opera. Maria, nel notissimo passo di Luca dell’Annunciazione, fa domande, chiede, ma lo fa solo per essere più obbediente, chiede per mettere tutte le sue azioni solo sotto il segno della più vera obbedienza.
Maria scopre che c’è un primato di Dio nella sua vita, che Dio ha guardato a Lei “prima”, e non rispondendo a sue azioni di “giustizia”. Maria si sente chiamata da Gabriele colmata di grazia con un nome cioè che rivela un “prima” in cui lei stessa non ha parte. In fondo, dire che Maria è l’Immacolata è affermare questo “prima” gratuito di Dio.

Maria, diversamente da Eva, diversamente da noi, non ha la presunzione di avere tutto nelle sue mani, non ha la presunzione di voler controllare tutte le possibilità, non ha la presunzione del potere “assoluto”, sciolto cioè dalla coscienza di essere creatura.

La sua verginità, paradossalmente feconda, ci racconta con fermezza che nulla è impossibile a Dio. La verginità di Maria, così come la sterilità di Elisabetta che genera il Battista, o – prima ancora – quella di Sara che genera Isacco, e quella di Anna che genera Samuele, ci spalanca dinanzi l’impossibile che Dio fa possibile con la sua grazia e la sua misericordia.

Come dicevamo, Gabriele chiama Maria “riempita di grazia”: è più esatto infatti tradurre il testo di Luca con «Rallegrati, riempita di grazia!» perché Maria è tale non per sua virtù, per suoi meriti, per sua potenza … è “piena di grazia” perché riempita di grazia.
Il primato è sempre di Dio, e Maria lo riconosce; diversamente da Eva, Maria si dichiara serva della Parola che in lei deve solo trovare il “terreno” per piantare la sua tenda di vera carne.
Maria offre al Messia, al Figlio dell’Altissimo, all’Atteso, la sua carne di creatura e, dalla sua carne, germina Dio! La sua carne di donna, fatta madre dalla grazia, diverrà in Gesù carne di Dio. E’ vertiginoso!

La solennità di oggi celebra dunque non tanto un privilegio di Maria ma soprattutto il sogno di Dio su di lei, il compimento in lei dell’evangelo della grazia. Nella sua “povera” carne di donna splende una possibilità offerta agli uomini: la possibilità di essere terra di Dio … rimanendo terra ma essendo tutta di Dio. Il mistero di oggi è la santità di Maria, è il suo essere stata “messa da parte” dal progetto di Dio. Il Signore l’ha prescelta e salvata, l’ha separata dal terreno “infestato” di Eva, l’ha fatta terreno santo, nuovo su cui il Figlio poteva piantare la sua tenda.

Maria è “tutta santa”, così come dicono le Chiese d’Oriente volgendo in forma positiva l’appellativo occidentale di Immacolata, perché Dio così l’ha voluta per l’incarnazione del Figlio. Gesù, che percorrerà le strade degli uomini facendosi carico di tutte le loro miserie, dei loro orrori, dei loro peccati, nasce da una carne come la nostra, ma tutta di Dio fin dal momento del suo concepimento.

Maria è tutta di Dio, e la sua verginità ne è conferma; e lo è cosciente e consapevole, felice della sua condizione di creatura e di chiamata: Maria obbedisce e non vuole fare né un po’ di più, né un po’ di meno di quanto Dio le chiede … Maria si fa disponibile a che la Parola avvenga in lei.

Nel nostro percorso di questi giorni Maria è per noi figura straordinaria dell’Avvento per il suo essere terreno libero, disponibile, accogliente e perciò fecondo della Parola. Maria è icona dell’Avvento perché la sua attesa è rivolta tutta, da quell’ora del suo , a Colui che cresce dentro di lei e da lì deve portare pace e salvezza a tutte le genti.

Così deve essere anche per noi che siamo chiamati a far crescere Cristo in noi (cfr Ef 4, 13) fino alla pienezza.

La Vergine Immacolata, Madre del Signore, la Figlia di Sion in cui si compie ogni promessa, ci insegni ad essere, con gioia e coraggio, terreno di un Avvento che è maturazione piena in noi di Cristo, compimento di ogni verità dell’uomo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Avvento (B) – Offrirsi interamente a Dio

NON UN POCO DI MENO

 

2Sam 7, 1-5.8-12.14.16; Sal 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38 

 

Annunciazione (Andrej Rublev)

Annunciazione (particolare), di Andrej Rublev

In quest’ultima domenica di Avvento leggiamo nuovamente la pagina ricchissima e bellissima dell’Annuncio a Maria.
Gli studiosi si sono chiesti spesso che genere di pagina sia; se un annunzio di nascita, come ce ne sono altre nella Prima Alleanza: si pensi a Isacco (cfr Gen 18), a Sansone (cfr Gdc 13), a Samuele (1Sam 1). O se piuttosto possa essere un racconto di vocazione per una missione, si pensi a Mosè al roveto ardente (cfr Es 3), a Gedeone (cfr Gdc 6), o a Geremia (cfr Ger 1); pare infatti che ce ne siano i tratti: iniziativa di Dio; timore del chiamato; l’offerta di una prova che convinca, seguita dalla promessa della presenza del Signore.
O piuttosto ci troviamo dinanzi ad una pagina di rinnovo dell’alleanza come in Gs 24? Anche questo pare convincente…
Tutte queste somiglianze, che farebbero collocare l’Annunzio a Maria tra gli annunzi di nascita, o tra le vocazioni ad una missione o anche tra i racconti di rinnovo di alleanza, si trovano tuttavia accanto a molte dissomiglianze: l’Annuncio a Maria pare infatti un annunzio di nascita, ma senza essere preceduto da una preghiera perché questa nascita avvenga; ha i tratti di una vocazione, ma senza che si dicano meriti o qualità del chiamato! Compare inoltre un evento mai contemplato prima: in nessuna pagina della Prima Alleanza si ritrova un concepimento senza concorso d’uomo.
Insomma ci accorgiamo che questa pagina di Luca è sì simile ad altre ma non coincide con nessuna! Certo è un racconto di vocazione, ma che contiene l’annunzio di una nascita che stipula una Nuova Alleanza. Capiamo allora – come scrive Bruno Maggioni – che la novità letteraria è indicativa di una novità teologica.

Oggi l’Avvento, con questa pagina lucana, ci presenta la Venuta del Signore nel quadro di una gratuità assoluta. Come già dicevamo, la venuta nella carne del Figlio dell’Altissimo non è preceduta nè da una domanda di Maria, nè da una sua particolare preghiera, nè tanto meno da alcun merito di Maria.

Questo tema centrale della gratuità viene ancor più in risalto se confrontiamo questo Annunzio a Maria con l’annunzio a Zaccaria, con cui Luca ha iniziato il suo evangelo (cfr Lc 1, 5-25). Incontriamo in quel racconto due sposi, Zaccaria ed Elisabetta, descritti come «giusti davanti a Dio»; due che osservano con fedeltà la Legge del Signore: pregano nel loro bisogno – la loro sterilità – e vengono esauditi. Nel racconto che riguarda Maria tutto questo non c’è: non si fa cenno alle virtù di Maria o alla sua giustizia; non si dice che attendesse qualcosa di particolare (e tanto meno una nascita, vista la sua condizione di “promessa sposa” non ancora convivente con Giuseppe!); non si dice che pregasse per avere un particolare ruolo o posto nella storia del suo popolo. Tutto qui è pura grazia!
Già S. Agostino lo sottolineava: «In Maria cerca il merito e non lo troverai, cerca la giustizia e non la troverai». In Lei tutto è pura gratuità.
Inoltre Luca dice di Zaccaria che «entrò nel Santuario del Signore», mentre di Maria che «l’angelo Gabriele fu mandato da Dio ad una vergine di nome Maria» e questi «entrò da Lei»: da un lato c’è l’uomo che entra nella casa di Dio, dall’altro c’è Dio che entra nella casa dell’uomo!

Zaccaria chiede un segno, Maria no…ed il segno le viene offerto gratuitamente (è proprio la gravidanza prodigiosa di Elisabetta!); Zaccaria fa una domanda con cui si rivela un incredulo, Maria fa anch’essa una domanda, ma solo per chiedere un come”…
La ragazza di Nazareth ci dice dunque che anche dinanzi a Dio c’è spazio per le domande… guai a chi non fa domande a Dio! Le prime parole di Maria, infatti, (delle pochissime che dice nell’Evangelo!) sono una domanda che chiede delle spiegazioni, delle luci sulla strada che Lei è già disposta ad intraprendere.

Proprio qui c’è l’annunzio della nascita verginale, un dato che ha una verità grande da consegnarci: un uomo come Gesù non ce lo potevamo dare da soli, un uomo come Gesù può essere solo un dono dall’alto; Lui è uno di noi ma è un dono dall’alto. Il Messia può essere solo dono della grazia e della potenza di Dio; e qui emerge ancora il tema della gratuità! Insomma per capire il santo che nascerà non basta guardare alla discendenza di David, ma bisogna sapere che Lui viene dallo Spirito. L’essere Figlio di David adempie alla promessa, fatta dal Signore tramite il profeta Natan al re David, che vorrebbe costruire il Tempio al Signore: non sarà David a costruire una casa al Signore – dice Natan – ma il Signore farà una casa a David, dandogli una discendenza…
E quest’ultima è solo la linea orizzontale con cui leggere Gesù; c’è poi l’altra linea che occorre cogliere per comprendere l’identità di Gesù: quella verticale, che viene dallo Spirito.

Le parole dell’angelo Gabriele sono un compendio delle Promesse della Prima Alleanza: c’è la profezia dell’Emmanuele (cfr Is 7, 14); c’è – come si diceva prima- la profezia di Natan a Davide (che è oggi la Prima lettura tratta dal Primo Libro di Samuele); c’è poi l’eco della promessa della nascita di Isacco (cfr Gen 18) ma soprattutto c’è l’allusione all’Arca dell’Alleanza: «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora» (cfr Es 40, 34) con cui si fa chiaro che il titolo di Figlio di Dio per Gesù non è solo un modo di dire, una metafora, ma è la sua realtà più profonda: Dio stesso riempirà la Dimora che Maria sta per diventare!
Le parole di Gabriele affermano che tutte le promesse di Dio ora sono compiute in quell’umile casa di Nazareth, dove Dio è entrato in modo assolutamente gratuito ed imprevedibile. E l’Avvento di Dio è così: gratuito ed imprevedibile!

Il nostro Avvento di quest’anno si chiude così, con questa dichiarazione assoluta di gratuità dinanzi a cui possiamo abbandonare ogni timore.
Alle prime parole dell’angelo, Maria è stata turbata e si faceva domande: si noti che il suo turbamento è riportato da Luca col tempo aoristo (dietaráchthe), ed il farsi domande è riportato all’imperfetto (dieloghίzeto) in quanto l’uno – il timore – è di un momento, l’altro – il farsi domande – dura nel tempo…
Tuttavia Maria riceve da Gabriele l’invito ad andare oltre la paura, perchè il divino, che sempre di primo acchito si teme, ha il volto della gratuità («Hai trovato grazia presso Dio») e la gratuità dà sicurezza, toglie ogni inquietudine perché ci dichiara che l’amore non è condizionato, non si conquista…
L’Evangelo allora è proprio e solo questo: l’amore di Dio è gratuito! Non occorrono meriti, si deve solo accogliere e lasciarlo operare in noi!

L’Avvento approda a questo, e approda ad una parola semplice e grande di Maria: «Avvenga di me secondo la tua Parola»! Il fiat di Maria, che in greco è riportato al tempo ottativo (ghénoito), contiene il senso di gioioso desiderio, e non è dunque un “sì” supino e rassegnato; è un “sì” non solo ad una missione da compiere, ma un fiat che riguarda tutta la sua persona: «Avvenga di me», dice Maria!
Ecco allora l’ultima esigenza dell’Avvento: non si tratta di fare delle cose per la venuta del Signore, per accelerare il suo ritorno, per rendere forte il nostro Maranathà… si tratta di offrirsi tutti interi a quella venuta; si tratta di dare la vita!

Siamo alle solite! Ci dobbiamo davvero convincere che il cristianesimo è questo: dare la vita…e non un poco di meno!
Appena si scende dal livello di questo tutto, l’Evangelo si trasforma in “religione” e si entra in multiformi perversioni che nulla hanno più a che vedere con la Lieta Notizia di Gesù, e con l’Attesa gioiosa del suo Ritorno, che sarà gratuito, liberante ed apportatore di senso pieno all’uomo ed alla sua storia.

Al Veniente che tutto si è dato, tutto si dà e tutto si darà, non si può rispondere se non con un dono totale, con l’offerta di tutto quel che siamo. Non un po’ di meno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 




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