XVI Domenica del Tempo Ordinario – Marta, “affannata e agitata per molte cose”

Cristo in casa di Marta e Maria (Diego Velázquez)

L’ESSENZIALE. QUELLA PARTE BELLA CHE NON DEVE ESSERE TOLTA!         

 Gen 18, 1-10; Sal 14; Col 1, 24-28; Lc 10, 38-42

 

Cristo in casa di Marta e Maria (Diego Velázquez)

Cristo in casa di Marta e Maria (Diego Velázquez)

Ecco questa domenica un testo evangelico tra quelli celeberrimi, ma anche tra quelli abusatissimi e letti quantomeno con parzialità, se non ideologicamente. Il più delle volte, infatti, si è letto questo testo come contrapposizione tra vita attiva e vita contemplativa, idea già di per sé peregrina e ristretta, ma anche anacronistica per le preoccupazioni ecclesiali dell’evangelista Luca. La lettura del testo, allora, va fatta liberandolo da queste idee preconcette, e cercando di andare al cuore di un racconto che Luca pone all’inizio del grande viaggio di Gesù a Gerusalemme (Lc 9, 51).

Al capitolo precedente (Lc 9,52-53), lo leggevamo qualche domenica fa, l’evangelista ci aveva narrato del rifiuto dei samaritani di ospitare Gesù; qui invece c’è una donna che ospita Gesù nella sua casa, e al capitolo diciannovesimo (Lc 19, 1-10), al termine del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, troviamo Zaccheo che ospita Gesù in casa sua: comprendiamo allora che si tratta di una grande inclusione che ha come tema l’ospitalità.

Non si tratta però di una generica ospitalità, che pure è un tema importante sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, si tratta invece dell’ospitare, dell’accogliere Gesù! Un’ospitalità, questa, che per essere vera richiede un atteggiamento di fondo particolarissimo: essere disposti a lasciarsi capovolgere! Gesù porta “in casa” una parola che mette sottosopra il modo di vivere, di pensare…una parola che sconvolge schemi, abitudini e ritmi, ma soprattutto una parola che capovolge il “cuore” dell’uomo stesso.

I samaritani, che avevano rifiutato Gesù, non erano stati disposti a lasciarsi mettere in crisi dalla sua presenza “altra”, dalla sua presenza di “straniero”, dalla sua parola diversa che avrebbe contraddetto le loro tradizioni e credenze, che avrebbe messo in crisi le loro radicate inimicizie. Zaccheo, alla fine del grande viaggio in cui Gesù ha “indurito la sua faccia verso Gerusalemme” (cfr Lc 9,51), accogliendo Gesù nella sua casa muta tutto ciò che lui è stato fino a quell’ora, tutto quello in cui lui ha messo fede e per cui ha iniquamente lottato … e “la salvezza entra in quella casa” (cfr Lc 19,9).

Lo stesso racconto tratto dal Libro della Genesi, che in questa domenica costituisce la prima lettura, è sì un racconto di ospitalità ma di ospitalità di Dio e, quando si accoglie Dio, succede sempre qualcosa che muta l’andamento della propria storia: Abramo e Sara, ormai vecchi e senza speranza, ricevono l’annunzio di una nascita in cui Isacco (il “figlio del sorriso”) sarà capovolgimento delle loro vite ed adempimento della promessa.

Qui, dunque, Marta ascolta da Gesù una parola che esalta ciò che lei criticava, una parola che le rivela la miseria della sua accoglienza che dimentica l’essenziale; Marta deve mutare prospettiva: non c’è una parte migliore ed una peggiore (d’altro canto Luca non scrive che “Maria ha  scelto la parte migliore” ma “ha scelto la parte bella, buona”!), ma ci sono delle priorità, delle essenzialità che vanno capovolte.

Quello che è essenziale, e che innerva tutta la vita del credente, è l’ascolto del Signore. Siamo alle solite: l’ebreo Gesù non può non proclamare con forza che il comandamento primordiale del popolo santo di Dio è lo “Shemà”: “Ascolta!”. Senza ascolto non c’è amore, senza ascolto si smarrisce tutto e si rischia, come Marta – che pure con gioia ha spalancato la sua casa a Gesù – di essere distratti. Marta sta facendo un errore grossolano: ha accolto Gesù, ma ha dimenticato l’essenziale di quell’accoglienza. Il verbo greco “perispáomai” significa proprio “essere distratto”, cioè essere rivolto ad un altrove che non è primario! Questo è un rischio continuo che può inverarsi anche con le migliori intenzioni. C’è un motto di spirito di un rabbino che, a tal proposito, dice parlando di un suo illustre collega: “Quel rabbi è tanto indaffarato a parlare di Dio che dimentica che Dio esiste davvero!” E’ certo un motto paradossale, ma mi pare una “icona” di tanti affanni ecclesiali che incredibilmente distraggono da Dio, dalla sua conoscenza, dal suo ascolto.

Marta è “affannata e agitata per molte cose”, e qui Luca usa il verbo greco “merimnào” che precedentemente Gesù aveva usato per dire ai discepoli di “non agitarsi per il cibo, per il vestito, per il domani” (cfr Lc 12,22ss), e – sempre in quel discorso – Gesù con lo stesso verbo aveva affermato che l’agitarsi è proprio dei pagani (Lc 12,30)!

E’ incredibile, ma anche l’agitarsi per Dio e per il prossimo (in questo secondo caso, quanti “iperattivi” nella Chiesa!) rischia di diventare pagano! Questo certo non significa che non bisogna consumarsi e “bruciare” nell’amore, ma che bisogna saper cogliere l’essenziale; e non solo coglierlo, ma anche non stigmatizzarlo, per giustificare se stessi ed i propri vuoti attivismi in chi lo ha colto o cerca di coglierlo. Quante volte, nella vita della Chiesa, i “faccendoni” stigmatizzano quelli che “perdono tempo” sulla Parola o nella preghiera! E’ una delle derive più tristi nella vita della Chiesa! Una di quelle derive mascherate di bene e generate dalle “urgenze”; le urgenze però non sempre (quasi mai!) portano all’essenziale.

Tante volte, invece, le urgenze ingannano e allontanano dall’essenziale. Per esempio: è certo urgente lavorare e guadagnare il pane, ma è essenziale instaurare relazioni vere, profonde, umane in famiglia, nel mondo, nelle vite comunitarie, con gli altri uomini … se per l’urgenza del lavoro smarrisco l’essenziale, tutto diventa brutto, cattivo…E’ allora necessario scegliere la parte bella perché tutto divenga bello.

Marta ha rischiato di vivere in modo “brutto” (“abbrutito”!) il suo lavoro “per Gesù” (!), di viverlo addirittura nel rancore e nell’arroganza verso la sorella e verso Gesù stesso (a cui osa dare ordini a causa della sua irritazione: “Dille!”); il rimprovero di Gesù, carico di verità e di affetto, deve riportarla all’essenziale.

Certo, “fare molto” è segno di amore, ma può essere anche via che fa morire l’amore; Marta potrebbe giungere a sera senza accorgersi che Gesù è stato là, senza cogliere nulla di quello che Gesù dice ed è…potrebbe riempirlo di cibo preparato bene ed anche con l’intenzione dell’amore, ma potrebbe smarrire il cuore dell’amore che è “stare con”, che è l’ascolto.

Marta deve lasciarsi capovolgere da Gesù: lei ha accolto Gesù nella sua casa, ma Maria lo ha davvero ospitato cogliendo il “novum” che Gesù ha portato nella storia. Un “novum” di cui è piccolo segno quel volere un donna nella posizione di discepolo (“ai piedi” è espressione tecnica per dire “essere discepolo”; cfr At 22,3), cosa assolutamente non ammessa da nessun rabbi.

Maria si è invece lasciata prendere per mano da quel “novum” che ha colto nel suo ascolto di Gesù, tanto da lasciarsi condurre in una posizione “nuova” per una donna di quel tempo; Maria saprà cogliere da questo ascolto il “novum” profondo di Gesù, e saprà prendere posizione in quel capovolgimento che Gesù propone alla vita dei credenti. Per il Quarto Evangelo, Maria, alla fine della vicenda di Gesù, riempirà di profumo quella stessa casa diventando “profetessa” della Pasqua di Gesù, con quel vaso spezzato e con quell’unzione, segni della morte e sepoltura di quel Rabbi che aveva già inondato la sua vita con il profumo di una parola “nuova”, e perciò capace di ribaltarle l’esistenza.

L’evangelo di questa domenica allora, lungi dal contrapporre contemplazione ed azione, proclama con ferma certezza la necessità di partire sempre dall’essenziale. E’ quella la parte buona e non deve essere tolta!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XV Domenica del Tempo Ordinario – Farsi prossimo, via di ogni scelta di fraternità

LASCIARSI CONDURRE NELLA LOCANDA

 Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37

 

Il Buon Samaritano (Van Gogh)

Il Buon Samaritano (V. Van Gogh)

Nel passo evangelico di questa domenica, allo scriba che lo interroga, Gesù risponde che è capace di amare davvero il prossimo colui che ama Dio con tutto se stesso, colui che vive in pienezza il comandamento contenuto nello Shemà (cfr Dt 6, 4-9) e non ne ripete solo le parole in modo rituale.

Il Libro del Deuteronomio aveva posto lo Shemà subito dopo il dono delle Dieci Parole che si aprivano con la memoria dell’amore di Dio per il popolo, un amore per il quale Dio aveva compiuto grandi cose; lo Shemà, dunque chiede di amare perché amati: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore (cioè con tutta la profondità di cui sei capace), con tutta l’anima (con tutta la propria vita), con tutta la mente (mettendo al servizio dell’amore anche le proprie conoscenze) e con tutte le forze (che poi significa “con tutti i propri beni”, con quello che si ha, “con le proprie sostanze”). Chi ama Dio in questo modo è perché è stato amato e, se davvero è così, saprà riconoscere l’altro nel suo bisogno, nelle sue ferite …

Lo scriba ha posto a Gesù una domanda impegnativa la cui risposta implica davvero dei mutamenti di prospettiva e di stile di vita. Il prossimo è una nozione di ambito ristretto? Per molti si poteva arrivare a considerare “prossimo” tutt’al più i “proseliti”, cioè i non ebrei che avevano deciso di osservare la legge mosaica in cui riconoscevano una via di senso; per altri si doveva estendere la nozione di “prossimo” a tutti gli uomini. Una cosa era chiara: bisognava amare chi Dio ama. A questo punto la domanda è: ma Dio ama tutti o solo i “nostri” (gli ebrei…i cristiani…)? Dio ama solo il suo popolo o tutti i popoli? O ancora: Dio ama solo i giusti e detesta gli iniqui? Insomma tutto il problema nasce dalla concezione che si ha di Dio.

Già i profeti avevano detto a tale proposito parole sorprendenti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (cfr Is 19, 25). Una parola davvero straordinaria che accomuna ad Israele, porzione eletta del Signore (mia eredità), i due popoli nemici storici di Israele!

Gesù qui mostra come l’amore di Dio che è venuto a raccontare non abbia confini né di gente, né di fede … non c’è purità o impurità che conti dinanzi all’amore!

La parabola del Buon Samaritano, mentre cerca di stravolgere la visuale dello scriba sulla questione di chi sia il prossimo, dandogli occhi per leggere le prossimità con il metro dell’amore che si sporca le mani, gli racconta una vicenda rivelativa di qualcosa di più profondo che davvero può essere fondamento nelle relazioni tra gli uomini che, in fondo, è il cuore della domanda dello scriba. Il racconto della parabola contiene una vicenda-specchio della vicenda stessa di Gesù: leggere così questa parabola la libera da ogni strettoia moralistica in cui è stata troppo spesso racchiusa, e le dà quel vero sapore rivelativo che può diventare fondamento di una vera prassi evangelica.

Farsi prossimo è, infatti, la scelta del Figlio di Dio…una scelta che è via di ogni scelta di fraternità! Tuttavia, contemporaneamente, la vicenda del Buon Samaritano chiede allo scriba di identificarsi con chi ama ma, ancor prima, di identificarsi con chi si lascia amare e servire: lasciandosi condurre da Gesù nella locanda che “tutti accoglie” (questo il significato letterale della parola greca che Luca usa per dire “locanda”: “pandocheíon”); lasciandosi curare da ogni arroganza, autosufficienza, e da ogni pretesa di giustizia; avendo il coraggio di riconoscersi ferito e bisognoso di salvezza perché incappato nelle mani di vari “briganti”. Solo così lo scriba, nel mettersi generosamente attivo nei panni del soccorritore, può cambiare la sua collocazione: deve prima mettersi sul ciglio della strada nudo e ferito, senza né ricchezze, né cavalcatura … lasciando che Gesù si chini su di lui. Prima di vestire i panni del Samaritano pietoso, quello strano “buono” che Gesù pone nella scena, da tutti disprezzato e considerato empio, lo scriba deve dunque lasciarsi accogliere e curare dal vero Samaritano: Gesù!

Che il Samaritano della parabola adombri sottilmente Gesù ci è detto, oltre che da tutto il racconto, in cui già i Padri ravvisavano una sorta di “allegoria” della Storia della Salvezza, anche da un altro particolare: “Un Samaritano che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione“, scrive Luca…e qui l’evangelista usa lo stesso verbo che avevamo ascoltato per Gesù già nell’episodio della risurrezione del figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,13), lo stesso verbo che addirittura ritroveremo nella parabola del Padre misericordioso, in cui leggiamo che il Padre vedendo il figlio ne ebbe compassione (cfr Lc 15,20). E’ quella compassione viscerale che somiglia all’amore materno, e che già nella Prima Alleanza è uno dei modi di manifestarsi dell’amore di Dio. E’ quella compassione che ha portato il Figlio di Dio a farsi prossimo, vicino, compromesso con l’uomo e la sua storia;. E’ quella compassione per cui il Figlio è venuto a cercare l’uomo piagato e ferito sulle strade cattive della storia. Si noti, a tale proposito, che in questa parabola tutti hanno un nome (i briganti, il sacerdote, il levita, il samaritano, l’albergatore), solo il ferito è designato semplicemente  come “un uomo”… è l’uomo e basta!

L’uomo che si lascia incontrare dal Cristo presentandosi a Lui con le sue ferite ed i suoi laceranti abbandoni farà esperienza di un amore che lo segnerà e lo spingerà ad amare. Scriverà, infatti Paolo: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti” (cfr 2Cor 5, 14). Abbiamo ascoltato nella prima lettura tratta dal Libro del Deuteronomio che la “parola” che è l’amore di Dio, in Gesù si è fatta vicina, prossima … anzi addirittura intima all’uomo: “nella bocca e nel cuore” perché divenga la sua stessa vita (“perché tu la metta in pratica”).

E’ chiaro allora che la parabola che Gesù racconta altro non è che il racconto della sua stessa vicenda: sulla strada della storia, infatti, disprezzato come un Samaritano (cfr Gv 8,48), Gesù si è fatto vicino all’uomo percosso e abbandonato, è entrato nei suoi infiniti dolori e ha preso su di sé quelle ferite per dare guarigione e vita.

Il problema allora è lasciarsi trovare da questo Samaritano compassionevole, offrirgli le ferite, i fallimenti e le nudità … è l’unica via per imparare a essere prossimo dei fratelli senza sconti e senza riserve. Come Lui e con Lui.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XIV Domenica del Tempo Ordinario – Senza borsa, né sandali né bisaccia

 IL NUMERO MINIMO DELL’AMORE

Is 66, 10-14; Sal 65; Gal 6, 14-18; Lc 10, 1-12.17-20

 

Agnus Dei by Francisco De Zurbaran

L’Evangelo è annunzio di gioia e di pace per tutto l’uomo e per ogni uomo. E’ una gioia, cioè, che vuole afferrare tutto l’uomo nella sua interezza; nessuna scissione nell’uomo dinanzi a questo annunzio di gioia…il testo di Isaia con cui si apre la liturgia della parola di questa domenica, già ci ha fatto sentire il sapore dolce di questa gioia grande…una gioia che afferra tutto l’essere dell’uomo: la sua carne, i suoi pensieri, i suoi progetti, i suoi sogni, il suo passato, il suo futuro … è talmente grande questo annunzio di gioia dell’Evangelo che non può restare chiuso in pochi; l’Evangelo ha l’esigenza di essere “gridato” a tutti gli uomini!

Il racconto di Luca ha chiara la consapevolezza di questa destinazione universale di un simile annunzio. Luca fin dall’inizio del suo Evangelo ci ha fatto sentire il canto degli angeli del Natale: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore!” …ora, questi uomini amati dal Signore, sono tutti destinatari dell’Evangelo che Gesù è venuto a portare. Per questo motivo, Luca, oltre all’invio dei Dodici (cfr 9, 1-6), pone un altro invio, quello dei Settantadue discepoli: l’annunzio del Regno non è solo affidato agli Apostoli, ma a tutti i discepoli tutti i discepoli per tutti i popoli. Il numero settantadue (che è sempre un multiplo di dodici) è, per la Bibbia, il numero di tutti i popoli che ci sono al mondo.

Gesù però qui non si accontenta di inviare, ma indica con precisione anche il modo in cui l’inviato deve andare nel mondo, indica come l’inviato renderà credibile quell’annunzio di gioia, di pace, di umanità nuova. Gli inviati, in primo luogo, devono sempre ricordare di essere solo dei “precursori”, uomini cioè che precedono l’arrivo dell’unico Inviato che salva; il momento in cui, allora, gli inviati giungono presso gli uomini non è un punto di arrivo, di conclusione, è invece un punto che apre a quell’ulteriore che compirà solo la venuta di Colui che deve venire. E’ solo Gesù che venendo compie la salvezza.

Gli inviati devono poi sapere che c’è sempre una sproporzione tra l’immensità della messe e la pochezza degli operai, e per questo ricevono un primo imperativo: “Pregate!”  Chi prega sa che non tutto è nelle sue povere mani; chi prega non si fida di sé; chi prega è davvero lontano da ogni arroganza e autosufficienza; non può essere autosufficiente chi deve annunziare un Regno che viene: l’autosufficiente si nutre di possesso, l’uomo del Regno è proteso verso verso un futuro in cui tutto gli verrà donato. Gesù inoltre chiede di pregare perché arrivino altri operai nella messe; il che significa che l’uomo del Regno dichiara di avere bisogno di fratelli, dichiara di non essere bastevole da solo a realizzare il progetto di Dio. In verità, fin dal principio, Gesù aveva inviato i discepoli due a due: gli inviati, cioè, non sono schegge impazzite, eroi solitari in viaggio per il mondo…no! Sono uomini costitutivamente bisognosi dell’altro; sono uomini che dichiarano di essere poveri senza l’altro. In più S. Agostino, con grande intuizione spirituale, spiegherà che sono inviati due a due perché “due è il numero minimo dell’amore”: il Regno non può che essere annunziato da chi mostra l’amore!

Ancora, in questa pagina di Luca, Gesù dichiara che annunziare l’Evangelo richiede il coraggio dell’inadeguatezza: non può andare ad annunziare un Regno altro chi è come il mondo. Non si possono usare i mezzi del mondo per salvare il mondo! Chi volesse annunziare il Regno usando mezzi potenti con questa stessa prassi smentirebbe il Regno; chi facesse così, mostrerebbe di credere più ai mezzi che al Regno veniente. Una riflessione, questa, che mi pare oggi davvero urgente dinanzi al gran parlare che si fa di “nuova evangelizzazione”!

La prima sproporzione anti-mondana che Gesù mette subito avanti è il dover andare nel mondo da agnelli e non da lupi! In un mondo di lupi, in un mondo che crede alla potenza e all’efficacia della forza, il discepolo di Gesù è inviato in debolezza, come agnello perché discepolo dell’Agnello.

Il discepolo di Gesù è chiamato a credere ad un amore disarmato per annunziare un amore disarmato fino alla croce! Il discepolo di Gesù annunzia il Regno annunziando la pace, e non può essere allora lupo avido e violento, non può usare i mezzi dei lupi per gettarsi nell’agone del mondo; la tentazione di usare i mezzi mondani per essere accetti al mondo a buoni fini non può essere la via del discepolo di Gesù. Purtroppo tante volte noi cristiani abbiamo fatto invece proprio così: per il fine buono dell’Evangelo abbiamo osato vestire pelli da lupo e usare le strategie del dei lupi…abbiamo pensato che all’Evangelo facesse gioco il potere, il prestigio, perfino l’arroganza, il danaro, gli imperi economici. No, dice Gesù, bisogna andare da agnelli senza borsa (non è il danaro il canale per l’Evangelo!), nè bisaccia (l’accumulo che crea sicurezze non è via per il Regno!), nè sandali (chi è scalzo non può camminare con arroganza, ma deve essere umilmente cauto!). Bisogna andare, inoltre, senza perdere tempo in saluti che fermano la corsa urgente e pressante della Parola.

Il discepolo di Gesù porta l’essenziale della Parola e si fida dell’essenziale, non è appesantito da cose che potrebbero rallentare la corsa della Parola; ha uno stile di verità franca e fraterna: siede a mensa con gli uomini e porta lo stile della pace ad un mondo continuamente tentato di guerra; porta la guarigione ad un mondo malato; annunzia il Regno che è vicino perché il Signore, in Gesù, si offre a tutti gli uomini…basta accoglierlo!

Quella polvere scossa dai sandali è un segno che vuole richiamare la responsabilità di chi rifiuta una parola di vita … la polvere è segno di morte, di immobilità … in più l’evangelizzatore dichiara, con questo gesto, una presa di distanza da chi ha scelto di rifiutare una via di vita e di umanità, una via di pace. E’ certo un gesto forte, ma che vuole sottolineare che è giunto il momento di non essere neutrali dinanzi a questo Regno che viene.

I discepoli, tornando da Gesù dopo la missione, ci dice Luca, sono pieni di gioia; sono felici di aver visto come i demoni erano sottomessi dinanzi alla potenza della Parola del Regno, e Gesù non spegne la loro gioia, ma la indirizza verso una meta più alta: Rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli. Bisogna, cioè, che si rallegrino perché, come discepoli del Regno e annunziatori del Regno, essi fanno parte di un progetto di salvezza grande che è scritto nel cuore stesso di Dio. Fanno parte di un mondo nuovo che può cambiare la faccia dell’umanità…ecco il vero motivo di gioia!

Il discepolo va così per le strade del mondo…diversamente la Parola del Regno non giunge ai cuori.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVI Domenica del Tempo Ordinario – Marta e Maria

RINVIARE L’UTILE A FAVORE DEL NECESSARIO

Gen 18,1-10; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10, 38-42

Ancora una pagina provocatoria per la nostra vita di credenti, per la nostra vita ecclesiale; una pagina anche questa spesso letta in una sterile quanto infondata contrapposizione tra vita attiva e vita contemplativa.

Lo sfondo di questo racconto della sosta di Gesù in casa di Marta e Maria è sempre quello della parabola che l’ha preceduto, quella del Buon Samaritano. Il racconto si apre, infatti, con una esplicazione del contesto: il viaggio verso Gerusalemme (Mentre erano in viaggio …); è il viaggio del Samaritano verso quell’esodo pasquale che lo porterà ad amare più di se stesso.

Il racconto ha il sapore di una parabola … Marta e Maria sintetizzano il come porsi dinanzi a questo Signore che dona la sua vita (è notevole che nel passo, Gesù è chiamato sempre Kyrios, il che dà un sapore pasquale alla narrazione).

Una, Marta, crede in un fare affannoso, crede che accogliere il Signore-Samaritano sia fare tante cose utili … l’altra, Maria, è convinta dell’unum necessarium: l’ascolto docile, silenzioso, fatto ai piedi del Signore. Marta sottolinea i servizi che crede di dover fare cui crede doveroso obbligare anche la sorella; Maria non sottolinea nulla, non pretende, non si vanta, è solo accoglienza. Marta chiede a Gesù di rimproverare Maria chiedendole di imitare il suo fare; Gesù in fondo farà perfettamente l’opposto: inviterà Marta ad imitare Maria. Il problema qui non è, come dicevamo, una contrapposizione tra ciò che è migliore o peggiore e, d’altro canto, il testo greco non dice affatto che Maria ha scelto la parte migliore ma che ha scelto la parte buona (anche nella versione in latino di San Girolamo, infatti, non c’è nessun comparativo, e vi possiamo leggere optimam partem). Allora non è questione di comparazioni, è questione di necessità. L’ascolto è necessario, è la parte assolutamente buona (ecco l’optimamam partem di san Girolamo!), assolutamente necessaria. Il resto, le molte cose, i molti servizi di Marta, eventualmente sono utili, non necessari. Non comparazioni allora, ma priorità!

Maria, dando questa priorità al “perdere tempo” con Gesù, ascoltandolo e sostando ai suoi piedi, trasgredisce ogni formalità: alle donne, infatti, era vietato essere discepole di un Rabbi; Maria, invece, si fa discepola, permette alla Parola di compiersi in lei, come l’altra Maria, la Madre del Signore, che nell’in-principio dell’Evangelo aveva spalancato al Signore le porte della storia dicendo si compia in me la tua Parola. L’attenzione al necessario assoluto permette di scavalcare le formalità. A volte è davvero triste vedere come noi cristiani ci lasciamo imprigionare dalle formalità, dai vari “non sta bene” , dalle stupide preoccupazioni che tutto vada bene, che nessuno si turbi, che l’“immagine” sia salvata e preservata! No! La necessità di portarci ai piedi dell’Evangelo ci deve far guardare all’essenziale, e non a perderci nei mille meandri delle formalità e degli affanni dei molti servizi.

Marta è agitata e, vorrei dire, dilaniata da tutto ciò che deve fare secondo la Legge e secondo la convenienza. Marta deve capire che la verità, l’accoglienza, la dignità le dona solo l’ascolto del Signore. Maria, invece, è la prima che obbedisce alla voce che sul Tabor, al capitolo precedente, aveva detto Questo è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo! (cfr Lc 9,35). La contrapposizione tra Marta e Maria non è definitiva perchè, come dicevamo prima, Marta è invitata espressamente da Gesù a diventare come Maria. E’ invitata a rinviare l’utile a favore del necessario. Il grande rischio che Marta corre, come spesso lo corrono tanti credenti nella Chiesa, è quello di smarrire le fondamenta, è quello di farsi soffocare dalle preoccupazioni (mèrimna in greco) che diventano un labirinto da cui non si sa più uscire. Preoccupazioni che affogano, che tolgono il respiro o fanno vivere in una sorta di anestesia, in una meccanicità che fa smarrire il senso della vita. Il rischio è il chiasso scelto come habitat… Marta si preoccupa e si agita per molte cose. L’agitarsi è detto da Luca con un termine che significa atteggiamento chiassoso, un muoversi frenetico… non a caso da questo verbo che usa Luca è derivato il termine che in greco moderno indica il traffico caotico che c’è nelle nostre città. Gesù ha definito Marta con queste due parole: preoccupazioni e agitazioni; preoccupazioni soffocanti e chiasso stordente. E’ facile immaginare quanto resti in una vita così per l’ascolto. Marta deve approdare alla pacificazione, all’armonia ed alla serenità dell’unum necessarium. Nel suo commento a questa pagina di Luca, S. Agostino fa dire da Gesù a Marta: Tu navighi, essa è in porto! Maria si è lasciata trovare dal Samaritano, e si è lasciata condurre al porto dell’ascolto; forse Maria è una Marta convertita che ha trovato la parte buona che non le deve essere tolta. Nessuna Marta tolga a Maria l’ascolto pacificante; nessuna Marta, armata di buone ragioni ed ingannata che l’utile prema e sia urgente!

Urgente è altro, dice oggi il Signore! Urgente è accogliere Dio come Dio, come fa Abramo alle querce di Mamre (prima lettura); quando si accoglie Dio, e si ascolta la sua Parola, si diventa fecondi per davvero come il vecchio Abramo; si diviene fecondi perché l’ascolto genera vita, dona il discernimento per comprendere la misura dell’utile, l’ascolto mette in moto la Chiesa ma su un fondamento solido (non nell’attivismo stordente e chiassoso!), l’ascolto è la sola cosa che permette all’agire della Chiesa nella storia, alla sua presenza nella storia, di essere profezia coraggiosa, traccia di senso fuori da ogni formalismo “ecclesiastico” nell’autentica fedeltà all’Evangelo. Questo può accadere solo ai piedi di Gesù il Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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