XXI Domenica del Tempo Ordinario – Bruciare di passione per il Regno

 NON UN PO’ DI MENO! 

  –  Ger 38, 4-6.8-10; Sal 39; Eb 12, 1-4; Lc 12, 49-57  – 

 

L’Evangelo di questa domenica è una pagina di sapore apocalittico. L’apocalittica ha l’intenzione di rivelare realtà essenziali per la vita del credente, affinché questi sappia leggere la storia che vive all’interno della Parola di Dio e, per noi cristiani, all’interno di quella Parola definitiva che è stato Cristo Gesù. L’apocalittica cristiana ha chiaro un fatto: questo mondo è ormai indelebilmente segnato dalla venuta di Cristo.

La rivelazione che questa pagina ci offre, però, non riguarda un futuro lontano. Cosa è, infatti, questo fuoco che Gesù è venuto a portare e che vorrebbe che già divampasse? E’ un fuoco che produce delle cose “d’ora innanzi”. E’ dunque qualcosa che non riguarda un futuro escatologico di là da venire, in un compimento definitivo. Si tratta di un modo nuovo di essere della storia, dalla venuta di Cristo fino alla fine.

La venuta di Cristo, la proclamazione del suo Evangelo, ha cambiato per sempre le cose nella storia; non nel senso che il mondo vada in un altro modo, ma nel senso che ormai nulla può più essere letto e giudicato allo stesso modo; che ormai tutto va letto e interpretato alla luce di quell’amore “fino all’estremo” che il Crocefisso di Gerusalemme ha narrato con la sua vita, le sue parole e la sua morte.

Cosa può rappresentare nel parlare di Gesù questo fuoco che dovrà divampare, e che Luca ci presenta nel suo Evangelo? Potrebbe essere lo Spirito Santo che lo stesso Luca descriverà nel suo secondo libro (cfr At 2,3) come fuoco che scende dal cielo, e potrebbe significare, poi, la “lotta” che i cristiani sono chiamati a sostenere con la mondanità, una “lotta” che si insinuerà inevitabilmente persino nei rapporti più profondi che esistono tra gli esseri umani; Gesù, infatti, parla di relazioni domestiche!

D’altro canto le due cose sono connesse; negli Atti degli Apostoli, infatti, dopo il dono del fuoco dello Spirito a Pentecoste subito si opera una scissione: ci sono quelli che credono e si compromettono per il Crocefisso Risorto, e ci sono quelli che induriscono il loro cuore. L’Evangelo, che lo Spirito viene a radicare nei cuori dei discepoli e di coloro che alla loro testimonianza credono, genera delle prese di posizione, che creano un discrimine tra gli uomini! Il fuoco che Gesù allora desidera che divampi è l’Evangelo del Regno, che Lui stesso dona pagando l’alto prezzo del suo sangue.

Gesù sa che il Regno si farà strada nel cuore dell’umanità grazie a uomini e donne capaci di assumersi con piena responsabilità la scelta per Lui. L’Evangelo, infatti, non tollera atteggiamenti neutrali, di bieco sincretismo: sono necessari, cioè, degli aut-aut che rigettino quella quietistica volontà di sommare l’insommabile, di mettere assieme l’inconciliabile.

Il fuoco che deve divampare è quel fuoco del Regno che in ciascun credente deve bruciare proprio ciò che al Regno non appartiene e non può appartenere.

La divisione che consegue non è condanna delle persone, ma netta scelta di campo … per Gesù non ci sono vie mediane o vie tiepide … per Gesù è necessario bruciare di passione per il Regno! Non un po’ di meno! La venuta di Gesù, le sue parole, il suo amore fino all’estremo chiedono agli uomini di pronunziarsi, chiedono all’uomo di prendere chiara posizione “pro” o “contro”.

Per il passo dell’Evangelo di questa domenica è chiaro che chi non discerne la novità che è Gesù per la storia è colpevole! Infatti Gesù pone una domanda retorica preceduta da un giudizio nettamente severo: Ipocriti! Sapete discernere l’aspetto della terra e del cielo, e come mai non sapete discernere questo tempo? Luca usa per due volte prima il verbo greco “dokimàzo” che significa “distinguere”, “valutare” in vista di un progetto o di una decisione; poi usa il verbo “kìno” che significa “giudicare moralmente”…in più Gesù per dire “tempo” usa il termine “kairòs”, cioè, un “tempo opportuno”, decisivo, un tempo che non è il semplice scorrere di giorni o di ore, ma luogo in cui ormai Dio abita con tutta la sua novità liberante.

Chi non sa compiere questo discernimento per Luca è un cieco irresponsabile, è colpevole di ipocrisia, cioè di finzione.

Insomma il discernimento vuole non solo intelligenza, ma anche limpidezza, sincerità profonda ed allontanamento da ogni finzione interessata a mascherare mediocrità, viltà ed incapacità di scegliere le vie costose del Regno.

Per Luca è chiaro che chi non discerne è perchè non vuole farlo; è perchè “finge” di non vedere dove la Parola dell’Evangelo voglia spingerlo; chi non discerne è perchè non vuole operare una scelta di campo … è perchè non vuole spendere la vita per il Regno. Spendere la vita…per Gesù e per il Regno o si spende davvero la vita o si resta, come cristiani, in quei tiepidi limbi “religiosi” rassicuranti che nulla hanno a che vedere con l’Evangelo, con la rivoluzione incendiaria che Gesù è venuto a portare nella storia, per fare degli uomini davvero degli uomini!

Come cristiani dobbiamo smetterla di gettare acqua di mediocrità su quel fuoco che Gesù ha desiderato accendere con tutto se stesso, e che ha fatto divampare “a caro prezzo” con la sua Pasqua.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIX Domenica del Tempo Ordinario – Nell’ora che non pensate

COGLIERE NELL’OGGI IL TEMPO DI GRAZIA

 Sap 18,3.6-9; Sal 32; Eb 11, 1-2.8-19; Lc 12, 32-48

 

L’Evangelo di questa domenica è il seguito di quello della scorsa settimana, ed il tema rimane sempre quello dell’atteggiamento del discepolo circa le priorità.

Fare la scelta di fidarsi davvero di Dio e delle logiche del Regno produce certamente un effetto “setaccio”, e c’è il “rischio” di restare piccolo gregge; la proposta radicale, compromettente dell’Evangelo di Gesù genera di certo una riduzione … c’è poco da fare: si resta in pochi. Il piccolo gregge non è però una “casta” chiusa … al piccolo gregge appartengono uomini e donne di ogni ambiente ecclesiale, il piccolo gregge è trasversale: si tratta della categoria del “resto di Israele” reinterpretata dall’Evangelo. Questo “resto” si troverà in tutti gli ambiti della vita ecclesiale: ci sarà un “resto” tra il clero, un “resto” tra i monaci, un resto tra i religiosi, ci sarà un “resto” tra quelli che sono impegnati per l’Evangelo, ci sarà un “resto” perfino tra quelli che lottano per la giustizia e per l’umanità e che sono fuori dalla Chiesa … ci sarà certo un “resto” fatto di quelli che, nella Chiesa, decidono davvero non per un’appartenenza “da religione”, ma per un’ appartenenza esistenziale e compromettente, senza mezze misure e disposti a pagare un “alto prezzo”!    Questo “resto” non deve temere, dice Gesù, perché il Regno è nelle loro mani … il mondo certo riderà di questo “resto”, lo prenderà per uno sparuto drappello di illusi, di sconfitti, di perdenti, magari di deboli … in realtà questo “resto”, questo piccolo gregge, sarà via di una nuova umanità.

 Appartiene a questo piccolo gregge colui il quale sa dove sono le priorità, e non si isola … resta tra gli uomini, lì dove gli uomini dibattono, lottano e si scontrano quotidianamente … lì, nella polis il piccolo gregge custodisce le vie del Regno che, apparentemente perdenti, torneranno poi a vantaggio di tutti.

Il piccolo gregge non deve aver paura di essere minoranza: non ne deve aver paura perché quando si ha paura di essere minoranza si inizia a puntare sui “numeri” per diventare maggioranza, per diventare folla … e Gesù non ci ha promesso le folle! Quando si vogliono le folle grande è il rischio (ed è reale!) che si svenda l’Evangelo … e non bisogna fare uno sforzo per immaginare uno scenario del genere, perché questo già è avvenuto troppe volte nella vita della Chiesa … Se sappiamo invece leggere la storia della Chiesa ci accorgiamo che sono sempre stati i piccoli greggi a custodire il soffio dello Spirito, i sogni di ulteriore, la novità graffiante e scomoda dell’Evangelo … Sono stati sempre i piccoli greggi a lottare per le vere riforme della Chiesa …

Vendere, dare in elemosina, svuotare le borse sono azioni che non convincono … per farle bisogna che ci si fidi, bisogna mettersi sulle orme di chi davvero si è fidato di Dio, e la Lettera agli Ebrei nel suo celebre undicesimo capitolo ci elenca dei modelli di fede: uomini e donne che si sono fidati, e per questo hanno vissuto e fatto l’”impossibile”. Per fare quelle azioni di spoliazione e di decentramento è necessario fidarsi di un altro tesoro … sì, un tesoro … l’uomo ha bisogno sempre di un tesoro per poter dare la vita! Il problema è trovare tesori che non invecchiano, che non si consumano e che non consumano chi li possiede. L’unico “tesoro” che ha queste caratteristiche è il “tesoro” del Regno, è il “tesoro” che ha il volto di Cristo … per Lui vale la pena “vendere”, “perdere”, fare della propria vita un’attesa ed un luogo di speranza.

Come si dà la vita?

Alimentando il “dono” con la speranza che è una virtù per il futuro … ed ecco che Gesù racconta le due parabole sulla vigilanza, e poi ne aggiunge una terza, quella del padrone che ritarda, per far comprendere bene che la speranza vigilante non esime dal vivere il presente con piena responsabilità.

Nelle prime due Gesù dichiara che c’è un futuro di Dio che è imprevedibile, e per il quale bisogna essere pronti, e soprattutto bisogna avere lo sguardo puntato all’“oltre” … se ci si ferma a quel che banalmente appare si resta intrappolati in letture miopi e limitate della storia.

Questa venuta del Figlio dell’uomo nell’ora che non pensate non è un invito a pensare alla morte (che certo, pure, è un accadimento imprevedibile!), ma un invito a saper leggere la venuta del Figlio dell’uomo nel quotidiano del vivere, a saper leggere quelle occasioni in cui il Regno va colto con le sue domande, con le sue urgenze vere, le sue esigenze senza sconti … E’ invito, cioè, a cogliere nell’oggi il “kairós”, il “tempo opportuno”, il “tempo di grazia” che può attraversare il “krónos” che scorre … quel “krónos”, quel tempo materiale nel quale si può vivere con le lucerne spente e il cuore assopito o ubriaco … quel “krónos” che può essere vissuto solo per se stessi (come il servo della terza parabola che è capace solo di angariare i suoi con-servi), o può essere vissuto per il Signore che viene e che verrà!

C’è una condizione che conduce alla vera vigilanza (e che poi sarà anche il “metro” del giudizio di Dio!): la conoscenza di Lui. Come sempre: chi conosce si è sentito amato, chi ha provato su di sè l’amore ama, e chi ama dona senso alla propria vita ed alla storia.

Conoscere” Dio e la sua volontà è, alla fine, “conoscere” Gesù! E’ aver sperimentato che Lui è vivente e operante nelle nostre vite! Da questa “conoscenza” scaturisce la capacità di vigilare, di cogliere cioè i suoi passaggi tra di noi; anzi di desiderare quei suoi passaggi che compromettono.

Chi è “ubriaco” di sé, chi è “ubriaco” di possesso, non guarderà mai verso l’orizzonte e non si accorgerà che il “kairós” di Dio non solo viene, ma anche lo cerca proponendo vie di giustizia e di vera umanità. E non solo queste vie le mostra, ma dona anche la capacità e la forza per percorrerle!

Il piccolo gregge è allora fatto di uomini e donne capaci di futuro, uomini e donne compromessi e quindi con le “mani sporche” per la storia e nella storia; il piccolo gregge non è asettico ed impermeabile! No! Nessuna evasione per vigilare, ma piuttosto sguardo fisso all’oltre e mani impastate con la storia!

Gesù di Nazareth, nostro Signore, visse così!

Lui crede davvero che noi possiamo fare lo stesso!   

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario – La vita non dipende dai beni

SAPIENZA E’ ARRICCHIRE IN UN’ALTRA DIREZIONE 

Qo 1,2; 2, 21-23; Sal 94; Col 3, 1-5. 9-11; Lc  12, 13-21

 

Rembrandt - Parabola dell'uomo ricco

Rembrandt – Parabola dell’uomo ricco

Nell’Evangelo di oggi Gesù fa come al solito: dinanzi ad una domanda non dà la risposta che ci si aspetterebbe, non entra nelle questioni in cui lo si vorrebbe trascinare, ma mette in crisi la domanda e ne mostra i limiti. Gesù è uno che ama le domande, ma è anche uno che ama cambiarci le domande, perché spesso noi esprimiamo domande che contengono in sé dei limiti che imprigionano ed incatenano la nostra umanità e la nostra libertà.

L’uomo che interroga Gesù vuole che Gesù si pronunci su una questione ereditaria che lo sta contrapponendo a suo fratello; vorrebbe cioè che Gesù entrasse nelle sue logiche litigiose e che desse torto ad uno (naturalmente a suo fratello!) e ragione all’altro (naturalmente a lui!) … Ma non può essere così: non Gesù deve entrare nelle nostre logiche, ma noi nelle sue …

Il problema per Gesù non è chi ha torto e chi ha ragione tra i due fratelli, poiché – in realtà – hanno torto entrambi: il torto è la cupidigia, il torto è il volere le cose, desiderare di possederle in modo smodato, e credere che la vita dipenda da questo! Ecco il grande inganno da cui Gesù vuole liberare quell’uomo, e noi tutti che oggi ascoltiamo questo Evangelo! “Questo Evangelo” … davvero un evangelo … è una bella notizia! Pensateci: la vita non dipende dai beni! Eppure quanti pensano il contrario!

È il rischio anche dei credenti!… Ed è terribile perché allora ci si deve chiedere: “ma allora in chi  si crede?

Gesù qui parla di vita, “sic et simpliciter” … non sta parlando di una sorte oltre la morte, di una salvezza escatologica. No, Gesù parla di vita: è la vita quotidiana, la vita di ogni giorno che non dipende dai beni! La qualità umana della nostra vita non dipende da quelli! I “beni”, anzi, possono far diventare la vita un inferno o un’illusione!

La parabola che Gesù racconta subito dopo è di una forza di misericordia straordinaria…Gesù racconta questa parabola per quell’uomo, perchè sia libero da quella diatriba con suo fratello che è luogo di prigionia della sua vita…

E così Gesù inizia a parlare di uno come lui: ricco e stolto come lo definisce Dio, e in greco “áfron”, significa “senza intelletto”, “senza avvedutezza”…! E’ stolto perchè la ricchezza lo ha ingannato (cfr Lc 8,14!), e pone la sua vita lì dove non può essere nè custodita, nè preservata, nè salvata. È stolto perché pensa di avere tutto nelle sue mani, e che il “futuro” sia solo suo e dipendente dalle sue descrizioni. E’ stolto perchè si sta affannando per qualcosa che poi “di chi sarà?”.

Già il disincantato autore di quel libro straordinario che è il Qoelet aveva detto che comportarsi così è “vanità” (in ebraico “avél”, cioè “soffio”, “vento”, “vuoto”), cioè è stoltezza, è senza contenuti …

Per Gesù la stoltezza è tutta racchiusa in quel “per sè” del versetto 20: il ricco accumula “per sè”; la sapienza è invece arricchire in un’altra direzione

Sì, si tratta proprio di “direzione”: Luca, infatti, scrive che il contrario di chi accumula tesori “per sè” è chi arricchisce verso Dio (in greco: “eis theòn”)! Luca esprime qui un moto a luogo: non si tratta di arricchirsi in favore di Dio, ma farsi ricchi di ciò che conduce a Lui, alle sue “regioni” di pensiero altro, al suo “paese” in cui non vige la logica di “buon senso”, del pensare al domani e di fidarsi assolutamente del proprio provvedere a se stessi…

L’Evangelo chiede questa fiducia vera in quel Dio che Gesù ci ha raccontato come Padre; un Dio che, poiché è nostro Padre, non può che avere figli “nuovi” rispetto ai “figli del mondo”, come ha scritto l’autore della Lettera ai Colossesi di cui abbiamo ascoltato oggi un tratto.

Certo, l’assunzione di questa via, se presa seriamente e senza i mille accomodamenti ed addolcimenti che abbiamo permesso e voluto noi credenti, facendo dell’Evangelo uno strano codice pieno di “chimere”, farà di noi un piccolo gregge” (cfr Lc 12,32) … ma già Gesù lo aveva annunziato …e noi non dobbiamo averne paura.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIX Domenica del Tempo Ordinario – Cosa attendiamo?

SIAMO FIGLI DELLE NOSTRE ATTESE

Sap 18, 6-9; Sal 32; Eb 11, 1-2.6-19; Lc 12, 32-48

 

Il Gesù di Luca continua a parlare alle nostre vite anche in questa domenica d’estate, per condurci a pensare seriamente alla nostra posizione dinanzi a Lui ed al Regno che è venuto a proporre alle nostre concrete esistenze.

Fidarsi di Dio è l’opera essenziale alla nostra salvezza (cfr Gv 6,29), e di Lui ci fidiamo se facciamo memoria della sua storia con noi, come fa il testo del Libro della Sapienza che abbiamo ascoltato: ricordarsi della sua azione che ci ha cercati, salvati e condotti su vie di speranza. E qui ognuno di noi deve compiere una calda ricognizione della sua personale storia con Cristo inserendola nella storia più ampia della chiesa che lo ha generato concretamente alla fede e nella storia degli uomini suoi fratelli. L’autore della Lettera agli Ebrei ci ricorda, nel passo che ha costituito la seconda lettura, la fede di Abramo e ce la offre come una “parabola” (cosi alla lettera Eb 17,19) per la nostra vita.

Su questo sfondo di fede le parole di Gesù nell’Evangelo di oggi ci chiedono di prendere una posizione. Posizione rispetto all’oggi, posizione di fronte ad un’attesa che è quanto mai necessario verificare perché determina il presente e ci porta verso il futuro.

Cosa attendiamo?

Noi siamo figli delle nostre atteseciò che attendiamo ci determina! Chi non attende altro che la morte diviene figlio della morte, e vive una vita da morto. E’ paradossale ma è così! Chi attende i beni, il possesso diventa statico e gelido come il vitello d’oro che ha bocca e non parla (Sal 115), non può camminare ed è di gelido metallo, chi attende il Signore invece inizia a vivere della sua stessa vita e delle sue stesse speranze che aprono orizzonti che mai potremmo immaginare. Chi attende il Signore è fedele al presente. Questo significa prima cosa rendersi conto che chi segue il Signore e lo attende necessariamente sarà parte di un piccolo gregge. E’ questo l’appellativo tenero, realistico e per nulla trionfalistico che Gesù dà ai suoi. Dovremmo ricordarcene sempre! E questo per non nutrire alcun sogno di potenza o di voler trasformare la Chiesa in gruppo di pressione…Un piccolo gregge è sempre un piccolo gregge e mai potrà diventare né lupo, né folla oceanica…se diviene lupo o folla oceanica bisogna esser certi che non è più Chiesa di Cristo…e se dice di esserlo lo è solo nell’apparenza. I veri discepoli sono questo e con questa consapevolezza devono vivere l’oggi e l’attesa del futuro.

Per questo Luca pone sulle labbra di Gesù tre parabole: le prime due sull’attesa del futuro e la terza incentrata sul presente.

La prima parabola parla di uno sposo che torna dalle nozze e bussa alla porta…questo Signore-sposo che troverà i servi vigilanti si metterà addirittura a servirli; quello che conta, insomma, è saper attendere e non scandalizzarsi del ritardo (tornerà alla seconda o terza veglia della notte, cioè o nel cuore della notte o mentre sta per albeggiare).

La seconda parabola è brevissima, quasi solo un paragone, e ribatte su questo tema avendo a protagonista un uomo che no sa quando verrà il ladro; questi viene quando nessuno se lo aspetta. Audace Gesù a paragonarsi ad un ladro

Due racconti che intrecciano il futuro più o meno prevedibile con un presente di vigilanza. La differenza con la terza parabola sta nel fatto che il servo di cui Gesù narra non attende più, ha scambiato il ritardo per infedeltà e quindi si sente autorizzato a dimenticare il padrone e ed a ricordare solo se stesso, i suoi bisogni ed i suoi desideri, facendo venir fuori il peggio di sé con violenza ed arroganza. Il ritardo del padrone è ingannevole e fa cadere nel cinismo, nella disillusione, in quella miopia che permette di vedere solo il concreto, l’utile, il materiale

La dimenticanza del servo che non attende più è, per Gesù, l’opposto di ciò che invece può trasformare la vita rendendola sensata perché radicata nel passato, protesa in un’attesa e feconda nel presente. Due sono gli atteggiamenti che il Signore dice necessari per questo: fedeltà e saggezza (Chi è l’amministratore fedele e saggio…? La nuova traduzione della CEI scrive fidato e prudente ma è lo stesso anche se mi pare che l’accento vada più su quel che il servo fa e non su  ciò che è). Fedeltà significa memoria costante del Signore, saggezza significa quella sapienza che ci fa pesare ciò che davvero vale.

Ecco il punto: cosa davvero vale? Il Regno di Dio è davvero il cuore delle nostre vite? Siamo capaci di custodire il Regno e le sue vie anche tollerando il ritardo de Signore ed i suoi silenzi?

A questo proposito l’ultima parabola che abbiamo ascoltato ci invita ad una riflessione ulteriore su come viviamo il nostro presente di credenti: nella nostra vita noi abbiamo memoria di un giorno radioso in cui abbiamo fatto esperienza viva e vivificante dell’incontro con Lui, con il Signore Gesù. Quei giorni, quei mesi che seguirono, forse anche alcuni anni furono tutti illuminati da quella presenza nuova, consolante, capace di aprire varchi enormi alla speranza, alla possibilità di amare, alla fiducia piena nel Dio della storia. Poi sono venuti i giorni del nascondimento, poi Lui è partito e tarda a venire; forse ci sono anche delle promesse di Lui che paiono esser venute meno, forse i tempi della realizzazione di certi sogni si sono allargati a dismisura, forse sono pure intervenuti dolori, peccati, tradimenti nostri e di chi ha camminato con noi…è storia di tutti e chi dice che per lui non è così credo non dica la verità o sull’autenticità dell’incontro o sul suo oggi! Sì, poi c’è il ricordo di quell’incontro, c’è la memoria che è bruciante ma non dà consolazione; inoltre ci sono le voci “ragionevoli” che suggeriscono che tutto fu un’illusione (magari giovanile!) e che il “reale” è ben altra cosa…e allora vale la pena fare quel che si può, vale la pena prendere quel che si riesce a prendere per star bene senza tante illusioni e proiezioni…e così eccoci nella condizione del servo della parabola: ha perso l’attesa e con essa ha perso tutto. Per quel servo c’è un’aggravante che le parole di Gesù ci suggeriscono: nella sua condizione di dimenticanza quel servo sapeva, conosceva la volontà del suo Signore…Insomma sapeva come è il cuore di quel suo Signore ma non gli è bastato a pazientare, non gli è bastato per porre al centro della sua vita l’attesa del Regno. Ha valutato tutto con i suoi tempi e non ha lasciato al Padrone la piena signoria sul quando e sul come.

Ecco allora la via che questo Evangelo di oggi ci traccia: fedeltà all’attesa per un presente fecondo secondo quella volontà del Signore che ci è stata fatta conoscere: volontà che è quel cuore dell’Evangelo in cui il primato va dato, senza sconti o infingimenti, al Signore ed al Regno. Con Lui e protesi verso il regno si possono gustare pace e vera libertà.

Se invece crediamo al mondo ed ai suoi orizzonti a due passi da noi, afferreremo anche dei beni e dei successi ma ne resteremo prigionieri e percossi.




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