XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Sono in grado di costruire la torre?

Che posto ha il Vangelo?

 Sap 9, 13-18; Sal 89; Fm 1, 9- 10.12-17; Lc 14, 25-33

 

L'evangelista Luca in un manoscritto bizantino del X secolo

L’evangelista Luca in un manoscritto bizantino del X secolo

L’essere discepolo di Gesù è cosa estremamente seria! Certo non è far parte di una èlite ma è cosa assai seria perché chiede di mettere in gioco la vita! Che non sia questione di èlite, l’evangelo di questa domenica subito lo mette in chiaro: il testo, infatti, inizia dicendo che molta gente andava con Lui, ed è a questa molta gente che Gesù parla ponendo però delle nette condizioni per andare con Lui … nessuna èlite, ma una proposta per tutti…tutti però non significa una massa mediocre e di basso profilo!

Infatti è come se Gesù, vedendo tanta gente, voglia scoraggiare una sequela facile, e dettata magari da entusiasmo solo emozionale e temporaneo … per questo dice parole scioccanti: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo. Rispetto al testo parallelo di Matteo, Luca è più dettagliato nell’elencare i vincoli di parentela, ed inoltre fa un’aggiunta importante, terribile: la propria vita!

Luca usa il paradossale verbo “misein” (“odiare”) … è certo una scelta forte che Luca fa rispetto a Matteo, che diceva “chi ama suo padre…etc…più di me non è degno di me” (cfr Mt 10,37); non è invito all’odio, al disprezzo ma, come già avveniva nei Libri sapienziali, è invito a scegliere liberamente un distacco per amore di Dio che chiede, che chiama. E’ comunque un verbo forte, che non va neanche però edulcorato e reso “innocuo”! Infatti la forma “violenta” del verbo odiare vuole sottolineare la serietà della scelta di questa sequela. Insomma per Gesù la sequela di Lui non tollera mezze misure, non tollera legami che imprigionano o che tengano rivolti verso il passato. Anche la propria vita è messa in questo elenco!

Insomma il vero problema è chiedersi: che posto ha il Regno, l’Evangelo, Gesù rispetto a tutto il resto? E’ questione di vero primato, e non di un primato dichiarato a parole o con belle intenzioni; è un primato dichiarato con il portare la croce che, come più volte abbiamo riflettuto, non è il prendere le piccole o grandi sventure, i piccoli o grandi imprevisti, i piccoli o grandi dolori o limiti della vita ma è l’accettare l’esecuzione capitale del proprio uomo vecchio! Per Gesù si è disposti a questo? Chiunque sia disposto a questo può essere suo discepolochiunque!

Ecco che non è questione di èlite… può essere discepolo solo chi è disposto a prendere sul serio l’Evangelo e anche la propria vita! Nessuna “svendita” dell’Evangelo o delle sue esigenze, e soprattutto nessuna “svendita” del suo primato! E nessuna vita a metà con scelte ambigue o a “volo basso”!

Le due parabole, quella dell’uomo che vuole costruire la torre e quella del re che deve andare in battaglia, che Gesù narra immediatamente dopo, vogliono mettere in guardia da una sequela poco seria. Chi voglia intraprendere la sequela di Gesù deve calcolare le proprie forze per scegliere davvero quella sequela. Gesù non vuole sequele a metà! Questo deve essere chiaro…meglio una non-sequela che una sequela mediocre e fatta di compromessi e di “svendite”…

Questa posizione può sembrare dura e strana, specie dopo secoli in cui si è “benedetta” un’appartenenza cristiana nominale, sacramentale, “culturale” e minimalistica; dopo secoli in cui si è ridotto il discepolato al “precetto pasquale” e a pratiche “religiose” similari … Gesù però non è un minimalista (o peggio ancora un “buonista”), non è uno che voglia preservare i numeri a scapito della radicalità, non è uno che dica “meglio questo poco che niente”, non ragiona su “sacramenti per lo meno ricevuti” … No! Gesù chiede, a chi voglia stare con Lui, serietà profonda e capacità di misurare davvero se stessi dinanzi al prezzo da pagare per il discepolato! Bisogna davvero chiedersi: Sono in grado di costruire la torre? Posso andare in battaglia?

Non ci sono sconti per l’Evangelo! Gesù  invita a prendere sul serio Dio ed il suo Regno, ma anche noi stessi. Ecco il suo grande rispetto per l’uomo: abbiamo una sola vita, e non possiamo ammantarla di bieca mediocrità.

Nel passo della Lettera a Filemone, che oggi abbiamo ascoltato, Paolo invita il suo amico e fratello Filemone a una scelta radicale che contraddica i suoi poteri di padrone di uno schiavo…Filemone è invitato da Paolo a scegliere le vie incredibili dell’Evangelo per cui uno schiavo (e per giunta fuggiasco!) deve essere chiamato “fratello”! Filemone, se segliesse di rimanere “padrone”, imboccherebbe una strada di “svendita” dell’Evangelo…chiamando Onesimo, il suo vecchio schiavo, con il nome di “fratello”,  sceglierà una via altra, strana, certo “folle” per il pensare del mondo, ma imboccherà l’unica via possibile per l’accesso del Regno alla storia,  possibilità di una vera rivoluzione … una via di umanità piena perchè gli uomini non sono schiavi o padroni, sono uomini e basta …

La vita dell’uomo o è un capolavoro di umanità o non è vita umana! Certo Gesù sa che la via del Regno è via per costruire questo capolavoro di umanità che deve e può essere la vita di ciascuno, ma sa pure che non è un buon servizio all’uomo illuderlo con vie mediane, di compromesso o di “svendita”.

L’invito alla radicalità è per chiunque, e le esigenze del Regno sono per tutti i discepoli e sia chiaro che per discepolo qui si intende semplicemente cristiano. Non esistono i cristiani radicali e i cristiani meno radicali! Esistono solo i cristiani che, o sono radicali o non sono cristiani!

Non si bolli tutto questo di integralismo perché l’integralismo è quello che vuole imporre agli altri una via “radicale” … qui si tratta di una via chiesta a ciascuno, e ciascuno può accoglierla liberamente se vuole essere discepolo di Gesù!

E’ Gesù che l’ha posta così! Fare diversamente non dovrebbe essere possibile se Lui è il Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

SALI PIU’ IN ALTO

–  Sir 3, 17-18.20.28-29; Sal 67; Eb 12, 18-19.22-24; Lc 14, 1.7-14   –

 

Luca è l’unico tra gli evangelisti che ci narra che Gesù accettava inviti alla tavola dei Farisei. Questo è certamente un dato storico, un dato che ci fa capire che non tutti i Farisei erano avversari di Gesù. Certamente Gesù siede alla loro tavola per indirizzare anche la loro ricerca di Dio nella giusta direzione: Gesù li vuole aiutare a passare per la porta stretta delle scelte per il Regno e non per le porte larghe delle apparenze “religiose” che tacitano ed ubriacano il cuore.

Alla tavola di questo Fariseo, Gesù osserva una cosa molto comune tra gli uomini ma molto estranea alle logiche del Regno: ci si vuole accaparrare i posti migliori, quelli più prestigiosi, quelli più in vista e di maggior potere…e Gesù, con pazienza e con speranza, racconta una sorta di parabola; più che un racconto preciso, è una situazione che Gesù mette in risalto. Bisogna però stare attenti a non trasformare questa parola di salvezza in una banale regola di buona educazione o, peggio ancora, di calcolo di convenienza, quasi una regoletta per non fare brutte figure e per non subire umiliazioni.

Gesù va per tutt’altre strade. Infatti, la scelta dell’ultimo posto, senza fare “arrembaggi” ai primi posti, denota un atteggiamento essenziale dinanzi a Dio e, di conseguenza, anche dinanzi agli uomini! La scelta dei primi posti non appartiene alla Chiesa di Cristo … non dovrebbe appartenerle … spesso, invece, l’abbiamo visto e lo vediamo anche nella vita della Chiesa: si cercano le vie della “carriera” … e non c’è nulla di peggio che possa accadere nella vita dei credenti, ed ancor più nella vita del pastori della Chiesa! Gesù, in questa pagina di evangelo, è serenamente spietato con questi atteggiamenti! Il motivo è semplice e, lo ripeto, non è un motivo di galateo!

Chi, infatti, cerca i primi posti, davanti a Dio è uno che non sa attendere da Lui la parola di chiamata che gli deve assegnare il posto nella storia, nella Chiesa, nella vita … è uno che si assegna un posto, e non attende la voce e la volontà di Chi solo può dire: Amico, sali più in alto! Insomma, chi cerca i primi posti non sarà mai un uomo in ascolto della sua vera vocazione. Chi cerca i primi posti è allora uno chiuso a Dio e alle sue parole, ma è anche uno che non ha in alcun conto gli altri. Pensiamoci bene: l’assalto ai primi posti prevede, per statuto, direi, il calpestamento degli altri, il loro continuo scavalcamento, il guardare a loro come rivali o come gente di cui bisogna servirsi come scalini per ascendere a quei posti cosi ambiti! E’ così!

Allora è chiara la preoccupazione di Gesù nel vedere quelle scenette meschine con cui i convitati cercavano di sgattaiolare ai primi posti: chi fa così non è adatto al Regno! Chi cerca i primi posti non è adatto al Regno perché capovolge il rapporto con Dio – che deve essere sempre un rapporto di dipendenza e segnato dalla grazia (e, invece, il carrierista sa lui i suoi meriti e li conosce meglio di Dio!) -, e stravolge poi anche il rapporto con gli altri uomini. Questo è chiarissimo nella parabola del Pubblicano e del Fariseo (cfr Lc 18, 9-14), che ripete il detto di Gesù che anche qui ascoltiamo, Chi si umilia sarà esaltato e chi si esalta sarà umiliato: l’orgoglio del Fariseo, che si crede giusto e degno del primo posto, passa per il disprezzo dell’altro! E’ una trista via obbligata!

La preoccupazione di Gesù è il Regno, e sempre per il Regno sono le sue parole!

La via degli ultimi posti, d’altro canto, è la via che Dio ha scelto in tutta la storia della salvezza, da quando nell’Esodo si è presentato non come il Dio del Faraone ma come il Dio degli schiavi e fino all’ora in cui, nel Figlio, si è lasciato inchiodare al legno degli schiavi!

Scegliere l’ultimo posto è, allora, non una norma di buona educazione o di convenienza, ma è scelta delle stesse vie di Dio, è essere discepoli di Gesù che è sceso all’ultimo posto attendendo con fiducia la voce di Colui che lo avrebbe richiamato dagli abissi della morte…Come è grande quella intuizione del Nuovo Testamento che proclama: “Dio l’ha risuscitato dai morti!” (cfr At 2, 32-33; At 3, 14b e altri). Sì, il Figlio, sceso nel ventre della terra, nell’inferno degli ultimi, ha voluto attendere la parola del Padre: Sali più in alto! (così alla lettera, in greco, la parola che colui che ha invitato dice all’ospite che ha scelto l’ultimo posto: “prosanabéti anóteron” cioè “Sali più in alto”!).

Seguire Gesù è seguirlo a quell’ultimo posto che l’amore impone, l’ultimo posto che è sempre vicino ai piedi dei poveri, di coloro che non possono o non sanno ricambiare, di coloro che non possono reinvitare o fare doni o favori!

Pensiamoci: non ha fatto così Gesù? Non è stato ai nostri piedi? Ai piedi di ciascuno di noi, che non possiamo dargli nulla in cambio, che non abbiamo nessun banchetto degno di Lui, che non abbiamo favori da fargli?

Ecco che allora è chiaro: chi sceglie l’ultimo posto per stare con Lui impara la gratuità; quella gratuità che Gesù insegna al Fariseo con cui sta a mensa dicendogli chi deve invitare … non amici, fratelli, ricchi vicini … ma poveri, storpi, zoppi e ciechi … Il Fariseo ancora non lo sa, e certo ora non lo capisce, ma già ha iniziato perché ha invitato Gesù che si è fatto povero fino alla croce…forse diverrà imbarazzante questa memoria di aver invitato a casa un delinquente morto in croce…o forse sarà inizio di vita nuova per lui e per la sua “religione”…

Gesù  gli chiede di invitare i poveri…anche questa non è una domanda moralistica, ma ha una radice profonda nella sequela di Colui che ha amato fino all’estremo nella più pura gratuità; l’amore è gratuito!

Guai a quell’amore che attende il ricambio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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SCEGLIERE IL VANGELO

Sap 9, 13-18; Sal 89; Fm 9b-10.12-17; Lc 14, 25-33

 

Scegliere Gesù, il suo Evangelo è compromettente. Si tratta di sconvolgere la propria vita. Come Paolo che, come ci dice la Lettera a Filemone, si è lasciato mettere in catene, ha rinunciato ad una vecchiaia libera ed agiata per una via diversa, una via compromessa con Colui che si è lasciato legare sulla croce…Filemone stesso è interpellato da Paolo a lasciarsi capovolgere per l’Evangelo: deve accogliere il suo schiavo fuggiasco come fratello (per il diritto romano lo avrebbe potuto far crocifiggere senza pietà), perché ormai Paolo l’ha generato alla fede. Filemone non deve crocifiggere lo schiavo fuggiasco, ma l’uomo vecchio che è in lui…

La duplice parabola che Gesù narra nel brano evangelico di questa domenica ci invita a fare dei calcoli: posso costruire la torre? Posso affrontare un nemico potente in battaglia? Nei due esempi il calcolo è  su cosa si possiede, su cosa si ha per poter costruire la torre o affrontare un nemico in battaglia; in realtà però Gesù ci chiede di fare un altro calcolo: a cosa siamo disposti a rinunciare?

Seguire Gesù è cosa seria, le vie di Dio non possono essere vie di compromessi perché, come scrive Paolo (cfr Gal 6,7), Non ci si prede gioco di Dio. La sequela, il discepolato hanno delle precise esigenze che non sono eludibili. Per tre volte, nel passo odierno di Luca, Gesù dice un’espressione che può suonare dura: Non può essere mio discepolo. Gesù non si lascia sedurre dalle folle che lo seguono, non cerca di compiacerle o di blandirle addolcendo il suo messaggio, anzi pare voglia scoraggiare una sequela qualsiasi, magari sollecitata da facili entusiasmi.

Il piccolo gregge di cui parlava al capitolo 12 deve essere nella verità e formato da gente consapevole, forse anche fragile, ma disposta a lottare (Lottate per passare per la porta stretta cfr Lc 13,24).

La verità di questa sequela per Gesù è subordinata a tre condizioni: bisogna dare a Lui un primato assoluto, bisogna prendere la propria croce e mettersi sui suoi passi, bisogna rinunziare a tutti i propri averi. Un testo questo che allora pone delle esigenze chiare, dure, in cui ogni via di addolcimento è tradimento…esigenze che hanno un solo scopo:essere discepoli di Gesù. Non c’è altra promessa esplicita: non la vita eterna, non la beatitudine, non la pace del cuore, non la libertà; certo, poi si sperimenta che il discepolato autentico porta anche tutte queste cose per la nostra concreta esistenza, ma Gesù qui non vuole dirlo, vuole che noi ci fidiamo di Lui, della sua via, dei suoi passi, delle sue scelte. Mettersi a seguire Gesù non è una scelta che può essere in parallelo ad altre scelte, ad altri primati, seguire Gesù, dirsi suoi discepoli, non può convivere né con la mediocrità, né con la sapienza umana che spesso si configura nel buon senso del mondo. Il testo del Libro della Sapienza, che è stato proclamato come prima lettura, ci pone dinanzi a quella Sapienza di Dio che sorpassa le nostre vie e dice: Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto? Noi, allora, possiamo percorrere vie altre, vie di Dio, vie della sua sapienza perché in Gesù ci è stata donata la sapienza di Dio, Lui è la Sapienza che viene dall’alto; in Lui ci è stato pure donato lo Spirito di Dio. Guardando a Gesù, però, scopriamo che la sua sapienza è quella della croce e la sua via è quella della rinuncia a possedere perché grande è il rischio di farsi imprigionare dalle cose.

Accogliere la Sapienza che è Cristo, e sceglierlo dandogli un vero primato: tra Lui e mio padre scelgo Lui; tra Lui e mia madre scelgo Lui; tra Lui e mia moglie e i miei figli scelgo Lui; tra Lui e i miei fratelli e sorelle scelgo Lui! E, se farò così, ritroverò poi padre e madre e moglie e figli e fratelli e sorelle. Ricordiamo che Gesù vuole un primato, ma un primato che non cancella gli altri amori; un primato che significa che in testa ai nostri amori ci deve essere l’amore per Lui, che libera tutti gli amori dai lacci di morte, di possesso, di egoismo. Questo è essere discepolo.

Accogliere la Sapienza che è Cristo è prendere la propria croce e seguirlo. E qui bisogna essere molto attenti a non banalizzare la croce, a non usarla per giustificare il male, a non mettere croci sulle spalle degli altri; la croce è cosa serissima. Scrive Enzo Bianchi: La croce non è metafora delle semplici avversità quotidiane ma è memoria dello “strumento della propria esecuzione” per mettere a morte l’uomo vecchio. Prendere la croce è essere disposti a crocifiggere l’uomo vecchio, è fidarsi delle vie altre di Gesù in un amore fino all’estremo che è costoso, come fu costoso per Gesù.

Chi espone la croce sul proprio petto o sui muri delle sue stanze è uno disposto a questo, perché non si può fare della croce solo l’emblema cristiano (magari contro gli altri!), o un monile ornamentale o, peggio ancora, uno strumento di potere! E’ tradire Cristo, è prendersi gioco di Dio, della serietà del suo amore fino all’estremo. Essere discepoli è prendere sul serio la croce di Cristo!

Accogliere la Sapienza che è Cristo è rinunziare all’avere per non ricevere identità da ciò che si possiede ma solo dalla propria autentica umanità. Cristo ci umanizza perché Egli è il Figlio eterno che ha scelto l’uomo e i suoi discepoli  non possono essere che uomini dinanzi ad altri uomini; non ricchi di fronte a ricchi, non poveri di fronte a poveri, non ricchi di fronte a poveri…ma uomini di fronte, accanto ad altri uomini!

Possiamo bere questo calice? (cfr Mt 20,22)

Siamo disposti a questa Sapienza che il mondo non può comprendere?

Sediamoci e facciamo i nostri calcoli, facciamo le nostre scelte; fuori da ogni via di mediocrità!




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XXII Domenica del Tempo Ordinario – Gli ultimi posti

LE VIE “ALTRE” DI DIO

  –  Sir 3, 17-20.28-29; Sal 67; Eb 12, 18-19. 22-24; Lc 14, 1.7-14  –

 

E’ davvero un peccato che il brano evangelico odierno venga proclamato con il taglio del miracolo della guarigione dell’idropico, che avviene proprio nel contesto di questo banchetto a casa di un fariseo in cui Gesù continua a sviluppare il tema del farsi ultimo, già accennato nel capitolo precedente. Infatti, non è un caso che Gesù pronunzi le parole critiche contro chi lotta per i primi posti proprio dopo aver  sanato l’idropico. Chi è affetto da questa patologia è sempre arso di sete e più beve e più ha sete gonfiandosi solo di acqua di morte; è un’icona del fariseo di tutti i tempi, di chi si gonfia continuamente facendo agire in sé quel lievito dei farisei da cui Gesù ha detto di guardarsi (cfr Lc 12,1) e di conseguenza non può passare per la porta stretta (cfr Lc 13,24). Gesù è venuto a guarire questa idropisìa mostrandoci l’agire di Dio che è diametralmente opposto al nostro.

Noi uomini – nessuno si tenga fuori del tutto da questa terribile tendenza – cerchiamo i primi posti e spasmodicamente sfacciatamente o occultamente li perseguiamo, li desideriamo, facciamo di tutto per occuparli…quando uno di questi primi posti ci è sottratto soffriamo, strepitiamo, insultiamo gli altri, li accusiamo di protagonismo, li accusiamo del nostro stesso peccato. E’ la via del vecchio Adamo che volle il primo posto, addirittura il posto di Dio; quella malattia da allora segna tutti i figli di Adam. Certo con la lotta spirituale si può tenere a bada questo mostro del primeggiare ad ogni costo: i santi hanno lottato ed hanno vinto. C’è poco da fare, noi discepoli di Cristo siamo chiamati a passare per questa porta stretta della lotta. Come è avvilente vedere che anche nella nostra casa comune, la Chiesa di Cristo, alligna questa mala erba…come si cercano i primi posti, come si vuole “fare carriera”; in tutti gli ambiti ecclesiali: tra i vescovi, tra i preti, nei monasteri, nelle diocesi, nelle parrocchie, nei gruppi, nei movimenti…è un’avvilente corsa ai primi posti. E’ così e non si può tacere per amore di quietismo o di “decenza”! Se si lottasse di meno per i primi posti e si lottasse di più e solo per l’Evangelo, per annunziarlo con amore e con verità, useremmo meglio le nostre energie e porteremmo veramente la novità di Cristo nel mondo! Un mondo malato di ricerca di primi posti non ha bisogno di una Chiesa con la stessa mortifera malattia!

Le indicazioni che Gesù dà sui posti al banchetto non sono consigli di galateo, di buona educazione, di furbo opportunismo per non trovarsi nella condizione di essere umiliato perché viene uno più ragguardevole; per questo basterebbe semplicemente mettersi  al quarto, al quinto posto…A questo livello di saggia prudenza e di umile modestia resta ancora il testo dal Libro del Siracide che oggi si ascolta come prima lettura; le parole dell’Evangelo vanno invece in altra direzione. Infatti Gesù parla, si badi bene, di ultimo posto e questo è proprio indecente ed inaccettabile per il buon senso del mondo. Lo sappiamo, è inaccettabile al mondo solo per un motivo: l’ultimo posto è ancora una volta rivelativo delle vie altre di Dio!

L’ultimo posto (eschatos topos), come già comprendemmo la scorsa domenica, è quello che ha preso il Figlio di Dio; da Betlemme al Calvario: a Betlemme non c’era posto (topos) per loro e il neonato è adagiato in una mangiatoia; alla fine il condannato alla croce è condotto ad un posto (topos) chiamato Cranio perché la sentenza venga eseguita. Luca ci ha mostrato i posti (l’uso della stessa parola greca – topos – mi pare indicativo e non casuale) in cui Gesù è nato ed è morto…sempre l’ultimo posto: tra le bestie, tra due malfattori! La scelta dell’ultimo posto è allora il modo eminenete della sequela. Da quell’ultimo posto la mano tenerissima del Padre l’ha sollevato, l’ha esaltato, l’ha cercato nel buio dello sheol, soggiorno dei morti, luogo di quelli che per il mondo non contano più e l’ha risuscitatao proclamandolo Signore. Solo chi scende nel profondo si può aprire umilmente a gridare il suo bisogno di salvezza per lasciarsi afferrare dalla mano di Dio. In Luca Gesù morirà dicendo appunto: Padre nelle tue mani consegno la mia anima (cfr Lc 23, 46).

            Chi si umilia sarà esaltato.

Gesù ci ha mostrato proprio questa via e l’ha fatto scegliendo gli ultimi, quelli che non contano. Al fariseo Gesù chiede di invitare ai suoi banchetti non quelli che contano, quelli che tutti ricercano per averne in cambio qualcosa, ma quelli che non hanno alcun peso per il mondo, quelli che nessuno vuole perché non servono ad alcun utile. Questa indicazione degli ultimi mi pare, più che un’indicazione solo morale, un’indicazione rivelativa con chiare conseguenze pratiche. Il Dio che Gesù è venuto a narrare è Colui che, nel Suo Figlio, non solo si è fatto ultimo da Betlemme al Calvario, ma ha scelto soprattutto gli ultimi e non solo perché ha scelto i poveri (da Maria e dai pastori di Betlemme ai due ladroni passando per i poveri, i peccatori, gli ammalati) ma perché ha scelto noi tutti, la nostra carne fragile, la nostra povertà che a Dio non può dare nulla in cambio. Ci ha scelti perché ci ama ed il suo amore ha solo il profumo della gratuità.

Gesù invita il fariseo a seguirlo su questa stessa via di gratuità, lo invita a rigettare il calcolo nel rapporto con l’altro, lo invita a guardare l’altro  non con l’occhio impuro di chi lo valuta per ciò che possiede, per ciò che può darmi e per come può tornare utile; lo invita a gurdarlo per quello che è, perché mi sta dinanzi e solo con lui posso costruire una storia umana.

Questa parola risuona anche per noi che oggi la ascoltiamo; una parola strana per il mondo. Noi che siamo Chiesa dobbiamo raccogliere questa parola strana perché il prendere l’ultimo posto sia davvero e sempre una scelta fondata e fondante; non una scelta di facciata e di dichiarazione di intenti ma una scelta autenticamente controcorrente che comprometta la nostra vita. Nella vita ecclesiale, inoltre, il respingere la logica dei primi posti è rimanere disponibili alla volontà di Dio, alle sue chiamate. Le autocandidature a Dio non piacciono: puzzano di orgoglio, pretendono di saperne più di Lui, puzzano di giudizio malevolo sugli altri sui quali si vorrebbe un primato fondato non sul giudizio di Dio e sulla sua volontà ma sulla propria presunzione ed autocompiacimentro.

Prendere l’ultimo posto non è un atto che scaturisce dal disprezzo di sé ma dalla sequela di Cristo nella quale si impara sempre più, giorno dopo giorno, ad amare e a dare la vita; chi vuole primeggiare e  fa calcoli sugli altri non dà  la vita! Prendere l’ultimo posto è atto che nasce dalla piena fiducia il Colui che solo conosce il mio vero posto e, con il suo braccio e con la sua Parola, me lo dona. Per qualcuno potrebbe anche essere il primo posto ma non sarà frutto di una mia rapina ma solo un dono dell’amore del Signore. Adamo volle rubare l’essere come Dio e si trovò preda della morte, Cristo Gesù depose la sua condizione di Dio e scelse l’ultimo posto ed il Padre l’ha esaltato e proclamato Signore (cfr Fil 2,5-11).

Cristo è sempre la via! Quando lo dimentichiamo ed imbocchiamo altre vie tutte le deviazioni sono possibili, tutte le perversioni religiose sono dietro l’angolo e la Chiesa, Sposa di Cristo, smarrisce il suo volto di bellezza.




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