IV Domenica di Quaresima (Anno C) – La gioia di Dio

 

DALLA PARTE DEI PECCATORI

Gs 5, 9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5, 17,21; Lc 15, 1-3.11-32

E’ la domenica della gioia (“Laetare”) e, nel ciclo C del lezionario romano, siamo condotti alla contemplazione di Dio, a leggere Dio per ciò che davvero è, e non per quello che le nostre malevole e stolte presunzioni lo hanno voluto vedere e percepire.

Il capitolo 15 di Luca è un luogo rivelativo di altissimo spessore; Agostino diceva che esso è “l’Evangelo nell’Evangelo”. Il tema di questo capitolo di Luca, e quindi il tema di questa domenica “laetare”, non è il comportamento morale dell’uomo ma il comportamento di Dio.

Sul banco degli accusati, in fondo, c’è Dio e non l’uomo peccatore; questo lo è di partenza, ma il dibattito verte sul modo retto o meno di comportarsi di Dio. Gesù è accusato perché pretende di dire che Dio si comporta con misericordia e accoglienza verso i peccatori; Gesù ha una condotta che viene bollata come scandalosa in quanto, non solo accoglie i peccatori, ma addirittura li attrae: «Si facevano vicini a lui», scrive Luca e i farisei e gli scribi mormorano che il Rabbi di Nazareth siede con gli empi.
Già quel banchetto con cui inizia il capitolo è evangelo: il Figlio di Dio siede con i peccatori, condivide la vita con loro; già solo questo banchetto giustifica la letizia di questa domenica. Con quel sedere a mensa con i peccatori Gesù vuole essere trasparenza di Dio, vuol far presente la misericordia di Dio, vuole rivelare il vero comportamento di Dio; in fondo scribi e farisei si proclamano servi di Dio ma vorrebbero un altro Dio, non quello vero che ha inviato il suo Figlio proprio perché sedesse a quella mensa di peccatori.

Gesù spera che anche i cosiddetti “giusti” siedano a quella mensa, non per condiscendenza verso i peccatori ma mettendosi dalla parte dei peccatori; la parabola del Padre misericordioso, infatti, termina proprio con questa speranza: il padre spera che il figlio maggiore si sieda alla mensa preparata per il figlio sciagurato! Finché i “giusti” non si sederanno a quella mensa assieme agli altri peccatori, peccatori con i peccatori, non conosceranno davvero Dio, anche se se ne proclamano interpreti e difensori! La misericordia di Dio fa paura ai “giusti” perché questi temono di perdere terreno, temono di essere equiparati ai reprobi, ai maledetti, a quelli sui quali amano ergersi con le loro vesti immacolate e con le loro mani pulite; e i “giusti, su chi si ergerebbero – superbi di loro stessi – se quelli che devono guardare loro con tremore e rispetto per la “santità” e la “giustizia” vengono elevati a loro da un Dio che non è quello che loro vogliono, un Dio sempre “a servizio” del loro primato?

Seguono le tre parabole della misericordia di cui oggi la liturgia ci fa leggere solo l’ultima, quella del Padre misericordioso, tralasciando quelle della Pecora smarrita e quella della Dracma smarrita. E’ difficile scinderle, e non lo farò neanche in questa sede. Tre parabole celeberrime e perciò tante volte abusate e lette in chiave moralistica; tre parabole che hanno premura di gridare con gioia la gioia di Dio per la conversione del peccatore, anzi la gioia e l’amore di Dio che lo spingono a lavorare, a perdonare, ad attendere, a cercare perché il peccatore si converta!

Lo scandalo delle tre parabole è proprio qui. Il discorso che Gesù vuole fare è chiaramente teologico e non morale! Noi poi lo abbiamo svilito tingendolo di bieco moralismo.
Dov’è l’evangelo? Dov’è la buona notizia? Innanzitutto nel comportamento di Dio che Gesù mostra nella sua narrazione: un Dio che cerca e gioisce per il ritrovato!
Si badi che Gesù non si sofferma sulla modalità della conversione dell’uomo; la domanda su Dio viene prima della domanda morale: prima “chi è Dio?” e poi, eventualmente, “che devo fare per obbedire a Dio?”. E’ chiaro che, se non so chi è Dio, non so a quale Dio devo obbedire, e quindi quali sono i contenuti veri delle sue domande. Gesù ci chiede di guardare il tutto dalla parte di Dio.

La prima e la seconda parabola sono, in fondo, perfettamente uguali: due modi per dire la stessa cosa. Certo la parabola della Pecora perduta ha in più un grande retroterra nella Prima Alleanza, retroterra che fa grandemente gioco a Gesù ed al suo annunzio. Infatti già nella Prima Alleanza, di cui i mormoratori si dicono discepoli e custodi, si dice di pecore smarrite di cui Dio si fa cercatore; opporsi a questa icona di Dio che Gesù sta ripresentando è allora contraddire quelle stesse Scritture che dicono di amare e custodire; la polemica è sottile e pure irritante per i nemici di Gesù! In più tutti i testi sui pastori, in quella stessa Prima Alleanza, avevano un altro risvolto polemico: Dio è il pastore buono che si oppone ai cattivi pastori che cercano solo se stessi ed i loro privilegi, che cercano di esaltare la loro “giustizia” a discapito degli altri.

Notiamo che Luca nulla dice di ciò che deve fare la pecora perduta, ma ci dice cosa fa Dio per ritrovarla, e della sua gioia nell’ora in cui la trova.

Così preparati arriviamo alla terza parabola, quella dei Due figli, o meglio, del Padre misericordioso. Il tema è limpido: l’attenzione deve essere puntata sul padre e su come si pone verso i due figli – il figlio peccatore “prodigo” e il figlio “giusto” -,  e di come i due si pongono dinanzi a lui. Le storie dei due figli si devono scontrare con la novità della paternità di questo padre. Un padre che non cessa mai di amare: a questo padre non importa nulla del patrimonio perduto; quello che ha in cuore è la lontananza ed il dolore del figlio che ha sbagliato; lo attende nella sua lontananza e quando lo scorge gli corre incontro. Più di quella corsa, che pure è commovente e per noi foriera di grande gioia, più commozione e gioia deve produrre in noi la sua attesa contemporanea alla lontananza del figlio … Il padre è impaziente di ridire al figlio fuggito chi è per lui: «Presto! – dice ai servi – portate qui la veste più bella!» . Non gli dice “sei di nuovo figlio”, ma “sei sempre rimasto figlio, anche nella tua lontananza, anche quando figlio non ti sentivi!”.
Chiediamoci: quale era stato il vero peccato di questo figlio? Non la vita dissoluta, non la prodigalità, ma l’aver pensato alla casa del padre come ad una prigione, l’aver pensato che il padre fosse ingombrante: in fondo aveva detto, nell’andarsene, che avrebbe tanto voluto che il padre fosse morto: «Dammi la parte di eredità che mi spetta»; per avere un’eredità bisogna che il padre sia morto! Per lui la lontananza era stata una liberazione!

Ecco il vero peccato. Quello che gli è accaduto nella lontananza non è castigo, ma condizione in cui lui stesso si è posto … è conseguenza della lontananza … certo servirà a dargli l’impulso per partire ed andare a contemplare il volto vero del Padre; un volto che lui non immagina neanche, finché non lo vedrà e non sentirà su di sé i baci e gli abbracci di quel padre che voleva morto! Finché non arriva a casa non conosce ancora suo padre: pensa d’averne perso l’amore a causa della sua condotta e crede di dover rimeritare l’amore lavorando come un servo. Questo figlio ha una concezione tutta errata di suo padre, una concezione moralistica e retributiva, ed è afflitto dalla terribile malattia dei “meriti”; ma quando arriva a casa capisce che l’amore del padre era prima del suo pentimento! E’ quell’amore che genera il suo pentimento e la sua conversione perché quell’amore gli dona la vera conoscenza di suo padre. L’amore lo ha guarito … ed esplode la gioia del padre che la esprime ordinando una grande festa.

Ecco che entra in scena l’altro figlio, quello “buono”. Che fa? Si irrita e anche lui si pone lontano dal padre e dalla sua gioia; questo figlio maggiore è peggiore dell’altro. In fondo anche lui è lontano e vive lontano dal padre, ma fingendo di essere in casa e con il padre: neanche lui conosce suo padre, non ragiona né come figlio, né come fratello. Vede la sua fedeltà, il suo rimanere, come un peso e la sua obbedienza come una sudditanza. Il figlio maggiore somiglia al minore ma in peggio e soprattutto somigli a gli scribi e ai farisei mormoratori, somiglia a noi quando ci paludiamo di “giustizia” e disprezziamo chi è lontano, chi è peccatore palesemente, chi è segnato da una diversità irriducibile da noi.

Il dramma è che mentre il figlio minore, lo sappiamo ormai, è entrato alla festa, questo maggiore è ancora fuori; Gesù lo lascia al termine del racconto lì fuori ove sta trattenendo anche il padre che, come ha fatto per l’altro figlio, si è recato nella sua lontananza e nella sua durezza di cuore a raccontargli l’amore e la sua filialità («Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo»); il padre vorrebbe tanto che entrasse, e scoprendo il fratello come fratello, scoprisse la sua paternità.

Gesù lascia in sospeso la parabola ed anche la gioia piena del Padre! La conversione dei “giusti” è tanto più difficile di quella dei peccatori!

Domenica della gioia. Sì, la nostra gioia, di noi che riceviamo questo evangelo, questa buona notizia, ma gioia soprattutto di Dio che però noi dobbiamo rendere piena con il coraggio di sedere, anche noi, alla mensa dei peccatori, da peccatori con i peccatori!
Solo Gesù è giusto!
Lo capirà il ladro inchiodato alla croce nelle ultime pagine dell’Evangelo di Luca … se avessimo la sua sapienza e il suo coraggio nella verità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Il figliol prodigo, Giorgio De Chirico (1922)

Il figliol prodigo, Giorgio De Chirico (1922)

LA GIOIA DI RITROVARE CIO’ CHE SI E’ PERDUTO  

   –    Es 32, 7-11.13-14;  Sal 50; 1Tm 12-17; Lc 15, 1-32    –

 

      Questo più che celebre passo evangelico l’abbiamo già ascoltato durante il cammino di Quaresima. La liturgia oggi lo ripropone, chiedendocene ancora una lettura ed un approfondimento, e lo fa aggiungendo alla parabola del Padre misericordioso anche le prime due parabole della misericordia: quelle del pastore in cerca della pecora perduta e quella della donna che ritrova la moneta perduta. Luca ci offre, in questo capitolo del suo Evangelo, davvero qualcosa di essenziale per la nostra vita credente, per la nostra relazione con il Dio che Gesù è venuto a raccontarci.

  Contrariamente a quanto di solito si è fatto, queste parabole vanno lette in senso teologico e non in senso morale; in senso teologico in quanto è di Dio che vogliono parlarci e non del peccatore, delle “reazioni” di Dio dinanzi al peccatore e non dei comportamenti morali o immorali. Se avessimo letto sempre assieme le tre parabole, forse sarebbe stato più chiaro: infatti nella prima parabola nulla si dice del comportamento della pecora per essere ritrovata … non deve fare nulla … e tantomeno la moneta! Tutto è incentrato sulla gioia del pastore e della donna … come tutto poi, nella terza parabola, si raccoglierà attorno alla gioia del padre che accoglie e fa festa …

   E’ questo il Dio che Gesù narra; un Dio che non attende nulla da chi si perde, se non che si lasci abbracciare, che si lasci issare sulle spalle del pastore e ricondurre “a casa” …

La casa, nella parabola del padre e dei due figli, ha un ruolo importante: il peccato dei due figli – perchè tutti e due i figli sono nell’errore – è un peccato di relazione con quel padre e quella casa. L’uno, il figlio minore, ha percepito la casa del padre come prigione che “castra” le sue libertà e la sua sete di mondo, mentre l’altro, il figlio maggiore, ha percepito la casa del padre come rifugio per una vita; una vita certamente fatta di lavoro, ma anche di una comoda sicurezza che gli riconduce un’immagine confortante di sè: l’immagine di un giusto che ha diritto a tutto il patrimonio del padre, per esserne un domani padrone assoluto!

  Se ci pensiamo bene i due figli (tutti e due!), in fondo, vogliono solo una cosa, una cosa terribile: vogliono che il padre muoia!

Il minore, che parte, gli chiede l’eredità che gli spetta; in pratica è come se dicesse al padre: “poichè ancora non muori, ed io non posso aspettare perchè lì fuori c’è un mondo che mi attende con la sua bevanda inebriante, facciamo come se tu fossi morto, dammi l’eredità!”. Quell’altro figlio, il maggiore, lavora come una bestia da soma perchè attende quella stessa morte per divenire lui il padrone di tutto; la sua delusione è che quel fratello che ha sperperato tutto sia tornato (sperava che fosse morto anche lui?), e che sia tornato prima della morte del padre; meglio se fosse tornato – se proprio doveva tornare! – quando il padrone fosse diventato lui….come l’avrebbe scacciato via con piacere!

    Forse questa può apparire una lettura dura ed estremista, ma mi pare che ogni desiderio di assoluta indipendenza dagli altri è volere che l’altro (padre o fratello) non ci fosse … e questo equivale alla morte …

  Al centro, dunque, c’è il padre e la sua casa … un padre che pazienta, ed attende che le libertà dei due figli facciano i loro percorsi … un padre che rischia per le libertà dei figli.

   Sembra che con il figlio più giovane il rischio sia stato enorme: ha perduto tanto danaro, quello che il figlio ha sciaguratamente sperperato,  ma questo sarà il prezzo per una vita più autentica e libera per quel figlio. Se non fosse caduto così in basso, al prezzo dello smarrimento di quel patrimonio, quel ragazzo non sarebbe riuscito a mettere fine al suo smarrimento! Il padre sembra stolto a cedere a quel figlio, perdendo tanto danaro, ma in realtà sa che la salvezza del figlio deve passare per una perdita, per uno smarrimento, per un prezzo … poi sarà l’amore a conquistare quel ragazzo, smarrito dentro e fuori …   Solo quando quel figlio tornerà liberamente nelle sue braccia, spoglio di tutto, si sentirà davvero figlio, e non più prigioniero; la miseria in cui è caduto, si badi, non è causa di conversione, ma incentivo ad iniziare un cammino di ritorno, certamente con motivi di squallido calcolo, ma attraverso cui potrà finalmente conoscere suo padre.  Non può diventare un servo, come pure aveva ipotizzato nei suoi calcoli; il padre gli dichiara, con la sua attesa, la sua speranza, con i suoi gesti e con i suoi doni, non che è di nuovo figlio, ma che lo è sempre rimasto!

     Quell’altro figlio, il figlio maggiore, il cosiddetto “buono”, costituisce, se ci riflettiamo bene, un’inclusione con l’inizio del racconto di questo quindicesimo capitolo dell’Evangelo di Luca: è proprio come quegli scribi e farisei che mormorano per la misericordia di Gesù; il racconto dei due figli termina infatti con uno dei due che mormora per la misericordia … Come di quegli scribi e farisei, anche di questo figlio “giusto” non sappiamo l’esito della vicenda; conoscerà il vero volto di suo padre?

    Se il figlio minore è fuggito perchè si sentiva prigioniero, ingabbiato, privo di libertà, il maggiore è vissuto da schiavo, ed anche lui senza conoscere quel padre con il quale pure viveva… E’ peccato fuggire, è peccato vivere da schiavo … la via santa è quella della figliolanza vissuta nella libertà, una figliolanza che riconosce il volto del padre, perchè ha sperimentato l’esserne amato senza ragioni e senza meriti. Il figlio minore di questa parabola ha accolto questa via di libertà che è al di là delle fughe, e che consiste in un rimanere, amato e amante, in quella casa che è del padre, e poichè è del padre, è di tutti i fratelli.

    L’altro figlio resta fuori e non vuole entrare alla festa per quel fratello che non ricosce più come tale, non vuole entrare a quella festa che è espressione (in questa parabole, e nelle due che l’hanno preceduta) di quella gioia grande di Dio dinanzi ai perduti che Egli ritrova … entrerà il figlio maggiore a quella festa? Permetterà al padre di entrare a quella festa, o lo “inchioderà” fuori a pregarlo di entrare?

     Raccontando queste parabole, Gesù racconta suo Padre, ma fa anche una promessa: prenderà sulle spalle tutto il mondo per portarlo alla casa di suo Padre, lo farà portando la croce, portando quel peso su cui sarà inchiodato … così, senza nulla chiedere, colmo di una speranza senza ragioni umane, morirà amando tutti gli uomini e, dall’alto della croce, fino alla fine della storia, come il padre della parabola, resta in attesa di tutti i figli perduti, per convincerli di un amore infinito, di un amore che non ama gli amabili, di un amore colmo di una speranza che non si stanca.

     Questo è il nostro Dio che, in Gesù, tutto ci ha detto e tutto ci ha dato. Consegnarsi al suo abbraccio è la strada della vera libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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LA TERRA DELLA FRATERNITA’ 

 Gs 5, 9-12; Sal 33; 1Cor 5, 17-21; Lc 15, 1-3.11-32

 

 Nella celebre parabola di questa domenica “Laetare”, la parabola del Figliuol prodigo (o, come meglio si dovrebbe dire, la parabola del Padre misericordioso), qual è il peccato più grande di quel figlio? Ha cercato una libertà per vie sbagliate? Certo! Ha sperperato tutti i suoi beni? Certo! Lo ha fatto tra prostitute e gozzoviglie? Certo! Ma il suo peccato più grande è stato quello di dubitare dell’amore del padre; è da questo peccato “primo” che sono scaturiti tutti gli altri! E questo fino alla discesa più estrema che ha sperimentato! Quando, condotto ormai allo stremo dai suoi peccati è in un porcile a pensare di contendersi le carrube con i maiali, si fa dei calcoli di convenienza sul ritornare o meno da suo padre, e di quel padre pensa una cosa terribile: “Non sono più da considerare un suo figlio, mi tratterà da servo!” E questo perché lo pensa? Ma perché è abitato dalla convinzione di non aver “meritato” il suo amore, non lo ha “meritato” perché è caduto nel peccato! Ecco il volto più subdolo ed imprigionante del peccato: credere che l’amore di Dio vada “meritato”!

Bisogna convincersi che quando il figlio prodigo giunge alla casa di suo padre non ha fatto, in verità, neanche un po’ di strada verso la “conversione”…la sua strada nuova inizia solo lì! Tutto il suo cammino di ritorno è solo un cammino di calcolo e di convenienza; il vero cammino di conversione inizia lì, sulla soglia della casa di suo padre quando scopre che non doveva “meritare” nulla, che non deve “meritare” nulla! Deve solo lasciarsi amare!

L’esperienza straordinaria che siamo chiamati a fare al cuore di questa Quaresima è quella di permettere a Dio di “sommergere” i nostri peccati nell’oceano del suo amore senza domande di ricambio, nell’oceano di quell’amore che non chiede nulla e tutto dona…che anzi chiede solo una cosa: che la nostra libertà si apra al suo amore che sana, accoglie, lenisce ed indica vie nuove e meravigliose di vita!

Con la sua libertà quel figlio era sceso fino agli abissi dell’essere “nulla”, ed ora con la stessa libertà deve aprirsi ad un abbraccio che lo chiama “figlio!”, un abbraccio che nulla gli sottrae, un abbraccio che non vuole ascoltare quel discorsetto che il figlio si è preparato e nel quale voleva dire una cosa orribile ed impossibile: “Considerami un tuo servo e non più un tuo figlio”!

Il figlio si getterà in quell’abbraccio e si convertirà perché gli è stato fatto conoscere davvero il cuore del padre!

E’ questa, allora, davvero domenica di gioia (è la cosiddetta Domenica “laetare”!) perché al centro della Quaresima c’è oggi un annunzio di perdono e di misericordia che è per davvero un evangelo, anzi è l’evangelo, è la buona notizia per eccellenza!

Proprio così: tutti, infatti, siamo assetati di perdono, tutti siamo assetati di una parola che ci guarisca e ci sani gratuitamente senza “se” e senza “ma”, senza ricatti morali, senza richieste! Siamo tutti degli assetati di perdono e sappiamo che l’unica cosa che ci guarisce profondamente è l’amore.

Accogliamo allora oggi questo evangelo in cui Gesù ci narra Dio con tratti meravigliosi! Ecco chi è Dio! E’ questo Padre sconcertante nella sua alterità: lo è con il figlio minore sciagurato e scialacquatore, un figlio partito in malo modo, ma sempre atteso senza il venir meno della speranza per lui; lo è con il figlio maggiore ancora più sciagurato perché pieno di un irritante e presuntuoso perbenismo. E’ un Padre sconcertante che fa sempre il primo passo…è lui che esce incontro al figlio minore, anzi gli corre incontro! Esce poi incontro al figlio maggiore, anzi questo è “pregato” da questo Padre strano…un Padre che è disposto a rimanere fuori con il figlio maggiore così come era rimasto in attesa di quell’altro figlio nella sua lontananza!

La finale della parabola è aperta: il figlio maggiore entrerà alla festa? Di certo fin quando il figlio maggiore non entrerà alla festa neanche il Padre vorrà entrarvi…la festa non inizierà fin quando i cosiddetti “giusti” non avranno il coraggio di sedere alla mensa dei peccatori con l’unico Padre comune! Fino a quel momento la festa sarà senza gioia piena, perché senza il Padre e senza il fratello maggiore non potrà esservi vera festa! La parabola era stata introdotta proprio da una polemica di un gruppo di “figli maggiori” scandalizzati di Gesù seduto a mensa con i peccatori! Sedendo a quella mensa di peccatori Gesù voleva raccontare ancora Dio…ma tutti quei “fratelli maggiori” non riuscivano a coglierlo perché troppo chiusi nella loro pretesa “giustizia”, troppo colmi di disprezzo per i peccatori…Gesù vorrebbe guarirli dal loro male…vorrebbe vederli entrare a sedere a quella stessa mensa…Solo chi fa questo entra davvero nella Terra Promessa, come ci ha raccontato il testo del Libro di Giosuè, perché la Terra Promessa è la terra della fraternità, e fin quando non si riconosce il Padre comune e fin quando non si guarda negli occhi il fratello come fratello e non come “giusto” o “peccatore”, non si è fatto nessun passo nella Terra della promessa di una umanità nuova, libera perché amata, libera perché amante!

Nella domenica della gioia il Signore ci chiede di lasciarci riconciliare, come ha scritto Paolo ai cristiani di Corinto, perché chi si lascia riconciliare deve riconoscere di non possedere alcuna “giustizia”, deve riconoscere che deve tutto ricevere perché è solo un peccatore fratello di peccatori! La festa della misericordia può esplodere solo se ognuno apre le porte della propria libertà accogliendo l’amore che perdona e sedendo alla comune mensa dei peccatori perdonati!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIV Domenica del Tempo Ordinario – La dura cervice

LA TENEREZZA DI DIO

Es 32, 7-11.13-14; Sal 5; 1Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32

 

Siamo un popolo di dura cervice: incapaci di chinare il capo, incapaci di obbedienza. Di dura cervice: così il Signore definisce il popolo che aveva fatto uscire dall’Egitto e che, stancatosi del faticoso cammino verso la libertà, ha voluto un dio visibile e toccabile cui affidarsi, un dio con le sembianze di un vitello d’oro.

Dura cervice è allora quella rigidità dinanzi a Dio che ci inganna e ci fa credere che le nostre vie siano migliori e più sagge di quelle di Dio; chi è di dura cervice rifiuta le strade tracciate da Dio e imbocca le proprie strade. E’ questa la scelta di Israele nel deserto, è questa la scelta della pecorella che decide di non seguire più il gregge, è questa la scelta del paese lontano del figlio giovane della celebre parabola.

Oggi, però, vorrei che non ci soffermassimo sulla nostra dura cervice, la nostra comune dura cervice, ma sulla tenerezza di Dio; Lui non è di dura cervice, infatti continua a chinare il capo dicendoci infiniti nella misericordia.

Scrive Paolo nel testo della Prima lettera a Timoteo che abbiamo ascoltato che c’è una parola sicura e degna di essere da tutti ascoltata: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e aggiunge: e di questi il primo sono io.  Questa parola sicura ci dà forza, ci dà gioia, ci accende di speranza, ci libera dalla paura ella nostra fragilità e del nostro peccato; una parola sicura che non svaluta la gravità del peccato (già ci pensa il mondo a farlo di continuo aprendo all’umanità vie di pseudo libertà che risultano invece invase da tanfo di morte!) ma ci pone innanzi ad esso con verità liberante. Non vorrei riflettere sul peccato ma sulla misericordia, non di noi ma di dio. Oggi la liturgia è un canto sereno e limpido al Dio delle misericordie e a Lui ci chiede di abbandonarci con la lode di questa Eucaristia. Ogni Eucaristia è rendimento di grazie per Cristo che è la nostra pace (cfr Ef 2,14) ed è per noi remissione dei peccati; è infatti comunione con quel Corpo spezzato e quel Sangue versato per la remissione dei peccati.

Volgiamo a Lui lo sguardo.

La pagina celeberrima di Luca è quella delle parabole della misericordia; potremmo leggere anche solo le prime due e tagliare, con la forma breve, la parabola del figliuol prodigo o meglio del Padre misericordioso (che d’altro canto abbiamo già letto quest’anno nella Quarta domenica di Quaresima) ma ci fa bene riascoltarle tutte e tre lasciandoci afferrare dalla narrazione di un volto di Dio fuori da ogni schema “religioso”: non un Dio chiuso nella sua santità, pronto a lanciare castighi terrificanti, non un Dio che, assicurando sventure punitive ai peccatori, rassicura i buoni e fonda la morale, ma un Dio che va in cerca dell’unica pecora smarrita senza fare calcoli di numeri (lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta) e gioisce invitandoci alla sua stessa gioia lasciandoci però con una domanda pericolosa per ogni uomo religioso: ma quei novantanove saranno davvero giusti? O sono degli ingiusti che non vogliono farsi trovare dalla tenerezza del pastore, che non vogliono scoprirsi come ingiusti e smarriti?

Il Dio che Gesù narra non ha paura di rassomigliarsi ad una massaia che cerca con affanno la dramma perduta perché senza di essa è più povera. Sì, un Dio che non teme di dirci che anche se siamo smarriti e pieni di polvere siamo la sua ricchezza, siamo preziosi ai suoi occhi (cfr Is 43,4). Un Dio che non ha pudore di confessare che noi siamo la sua gioia: Rallegratevi con me…

               Il Dio che Gesù narra è capace di pazienza e di attesa, non si spaventa delle nostre lontananze, dei nostri peccati, che ci rendono sempre più poveri, non ha paura del nostro puzzo di porcile…Gesù ci narra di un Padre che spera e non si stanca di farlo, di un Padre che ci corre incontro coprendoci di baci (come è dolce quel verbo katafilèo che non significa semplicemente baciare, ma baciare con effusione, con tenerezza!) e dicendoci in mille modi che siamo rimasti sempre figli anche nella lontananza e nell’inimicizia (cfr Rm 5,6-9). Anche questo racconto termina però con una domanda drammatica, domanda che sorge dinanzi al figlio giusto che non entra nella gioia del Padre. Entrerà mai a quella festa? Ancora una dura cervice incapace di chinarsi per dire un all’amore…

La pagina lucana si era aperta con dei giusti di dura cervice incapaci di leggere lo stare di Gesù a mensa con i peccatori e si chiude con un altro “giusto” che rifiuta di sedere a quella mensa impedendo che la festa per la gioia del Padre sia piena. Un’inclusione: tra due durezze è però stretta la tenerezza misericordiosa del Dio che Gesù ha narrato con la vita e le parole. Una tenerezza che attende e spera che la durezza di chi non china il capo nell’amore si trasformi in un s capace di lasciarsi abbracciare e perdonare, capace di accogliere il peccatore riconoscendo in lui un fratello, riconoscendosi a sua volta peccatore come lui: Cristo è venuto a salvare i peccatori e di questi il primo sono io.




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