XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Un ricco senza nome

SI FIDA DI MAMMONA CHI NON SI FIDA DELL’ALLEANZA

  –  Am 6, 1.4-7; Sal 145; 1Tm 6, 11-16; Lc 16, 19-31  – 

A rich man and Lazarus di Vasily Surikov (1873)

A rich man and Lazarus di Vasily Surikov (1873)

Se domenica scorsa la liturgia ci ha fatto sostare sul tema del retto uso dei beni, oggi con la celebre parabola del Ricco e del povero Lazzaro, ci mostra i rischi che corre chi si fida di mammona!

Anche questa è una parabola per certi versi strana; per lo meno ha qualcosa di insolito…se domenica scorsa nella parabola dell’Amministratore disonesto c’era il fatto strano di una figura esemplare per nulla “esemplare”, qui lo strano è che uno dei protagonisti della parabola ha un nome! Mai, infatti, nelle parabole ci sono personaggi con dei nomi propri, tutt’al più delle qualifiche sociali, lavorative o di relazioni familiari: un sacerdote, un contadino, un locandiere, un pastore, un padrone, un re, dei creditori, dei servi, un amministratore, un padre, un figlio, un ricco…. qui no, qui c’è un povero che si chiama Lazzaro (in ebraico Eleàzar che significa “Dio aiuta”!); il povero ha un nome, il ricco no! Anzi, su questo punto, c’è da dire una curiosità interessante: nella tradizione copta questo ricco ha un nome terribile, Neues che significa “nessuno” (secondo alcuni sarebbe una deformazione della parola latina “dives” che significa “ricco”); insomma il povero ha un nome, il ricco è nessuno!

Tutto questo non ci deve meravigliare in Luca; è la logica del Magnificat, che Luca ci ha consegnato all’inizio del suo libro: “…ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (cfr Lc 1, 52-53). Ed eccolo qui il Magnificat…l’evangelista, possiamo dire, lo mette “in scena” con questo racconto di Gesù.

Un povero viene innalzato ed un ricco abbassato; il ricco si è fidato di mammona, e mammona l’ha accecato. Non si è mai accorto di Lazzaro alla sua porta? Perfino i cani si erano accorti di lui e lo soccorrevano (scrive Luca che “gli leccavano le piaghe”) … lui, il ricco, no! Troppo preso dall’ubriacatura di mammona, di quell’ingiusta ricchezza di cui Gesù parlava qualche rigo più sopra (cfr Lc 16, 9). Lazzaro aveva una sola piccola speranza per vivere: nutrirsi con il pane che il ricco gettava dopo essersi pulite le dita sporche di cibo; il ricco è vestito di porpora e bisso, tessuti preziosissimi, Lazzaro è lì nudo e bisognoso.

Per il ricco, come per ogni uomo, viene il tempo in cui gli è tolta l’amministrazione, come si diceva nell’evangelo di domenica scorsa (cfr Lc 16, 4)…gli è tolta la vita, il tempo cioè in cui poteva amministrare i suoi beni saggiamente, facendosi amici che potessero accoglierlo nelle dimore eterne (cfr Lc 16, 9). La vita è finita; Lazzaro poteva essere un suo amico, ed invece non è stato così; ora anche Lazzaro muore, e Luca ci dice che gli angeli lo portano nel seno di Abramo…Della morte del ricco, Luca dice semplicemente che fu sepolto, e che dalla tomba scende nell’inferno del tormento. Quale questo tormento? Quello di essere stato ingannato dalla ricchezza: è nessuno! Tutto quello che, nel suo stolto delirio, pensava dovesse durare per sempre, è finito: finito il danaro, i banchetti, i piaceri, le belle vesti, le relazioni con i potenti…mammona l’ha lasciato nel non-senso! In questa condizione, finalmente, vede Lazzaro…vede colui che per tutto il tempo della sua vita non aveva mai visto; vorrebbe essere raggiunto da Lazzaro, da colui che nella sua vita non aveva mai raggiunto se non con quelle molliche gettate ai cani…ora vorrebbe che Lazzaro lo servisse! Davvero chi si è lasciato sedurre ed ingannare da mammona è “inguaribile”! Il ricco ancora pensa solo a sè, alla sua sete; tutt’al più pensa a quelli della sua casa…

Il problema di questo ricco, come di tutti quelli che, affidandosi a mammona, dicono “amen” insensati a ciò di cui non ci si può fidare, è non aver capito nulla dell’Alleanza … qui entra questo tema per Luca importantissimo! Chi nulla ha compreso dell’Alleanza, che chiede di continuo l’accoglienza del fratello ed il servizio dei poveri, come potrà cogliere il culmine dell’Alleanza, che è il Risorto dai morti? Luca qui ci fa fare un “salto” sottilissimo, che ci porta all’oggi della Chiesa, in cui vivono dei credenti nel mistero pasquale di Gesù, in cui vivono dei credenti nella Risurrezione. Per Luca è chiaro che non può credere davvero nella Risurrezione chi ignora l’Alleanza e le sue esigenze! La finale della parabola è, in tal senso, molto intrigante: al ricco, che chiede che un Lazzaro redivivo vada ad avvertire i suoi fratelli di non fare l’errore che lui ha fatto, Abramo, il padre del popolo dell’Alleanza e delle Benedizioni, dice che essi hanno già chi li avverte! Hanno Mosè ed i Profeti, cioè le Scritture, custodi dell’Alleanza. Se non ascoltano le Scritture, non potranno neanche essere convinti da una risurrezione!

E’ così! La stessa risurrezione di Gesù, culmine e compimento dell’Alleanza, richiede – per essere accolta – il ripercorrere la Legge e i Profeti; Gesù stesso, nell’ultimo capitolo dell’Evangelo di Luca, spiegherà le Scritture perchè, prima i due di Emmaus (cfr Lc 24, 27) e poi gli Undici (cfr Lc 24, 44), possano cogliere la verità profonda della risurrezione!

Per Luca allora è chiaro: si fida di mammona chi non si è fidato dell’Alleanza!

Abramo non rimprovera il ricco che lo supplica dalle profondità dell’inferno; semplicemete gli dice che tra il grembo di Abramo e la fiamma degli inferi c’è impossibilità di comunicazione. Questo perchè l’abisso che esiste tra i due mondi l’ha creato lo stesso ricco, ora nessuno … Ha creato quell’abisso con la sua cecità, con la sua sordità, con la sua voracità incurante della fame del povero; l’ha creata con la sua dimenticanza di quell’Alleanza che chiedeva “amore e giustizia” (cfr, per esempio, Es 22, 20-26 o Is 10, 1-2!) … Tra il grembo di Abramo ed il fuoco degli inferi c’è la storia, la vita di ciascuno; c’è il tempo dell’amministrazione, un tempo in cui ciascuno può ascoltare Mosè ed i Profeti e, ascoltando loro, potrà entrare nella Nuova Alleanza. E’ qui, nella Nuova Alleanza, che  il Risorto dai morti rende ragione a tutti i poveri e i crocefissi della storia; a tutti i Lazzaro colmi di dolori ed intrisi di lacrime che nessuno vede. Sono dolori e lacrime causati dall’iniqua ricchezza di quelli che, chiamati ad essere loro fratelli ed amici, si sono fatti invece, per la cieca loro avidità ed incuranza, spietati carnefici.

Il ricco è uno di questi carnefici senza pietà…il racconto di Gesù grida un rischio grande che possono correre anche i discepoli del Regno, se si adagiano sulle loro sicurezze ed iniziano a dire degli amen a chi non merita nessun amen.

E’ accaduto, ed accade nella storia della Chiesa, ed il rischio è tremendo! Gesù è venuto a chiedere agli uomini di colmare gli abissi, e non di scavarli creando fossati invalicabili. Lui è venuto a fare perfettamente il contrario, gettando un ponte di misericordia tra noi poveri e peccatori e Dio ricco di misericordia e di santità.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXV Domenica del Tempo Ordinario – L’elogio della scaltrezza

COGLIERE LA PRIORITA’ DEL REGNO

– Am 8, 4-7; Sal 112; 1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13 –

Parabola dell’amministratore disonesto, di Marinus van Reymerswaele – Vienna

Parabola dell’amministratore disonesto, di Marinus van Reymerswaele – Vienna

I testi della Scrittura di questa domenica ci conducono ad una riflessione davvero essenziale per poter, non dico essere uomini del Regno, ma addirittura poter parlare di Regno di Dio. E’ così: non si può neanche parlare di Regno di Dio se non si affronta il tema della giustizia, del retto uso dei beni. Il vero discepolato si misura anche qui: dal passare dalle parole, dai bei propositi e dai grandi proclami alla compromissione dei propri beni, di quello che si possiede.

Le parole del Profeta Amos nella prima lettura sono davvero di graffiante potenza; Amos ha qui un testo che dovrebbe far tremare quelli che, pur dicendosi cristiani, accumulano ricchezze e le usano perché si auto-moltiplichino a scapito dei poveri, e perché quelle stesse ricchezze si trasformino in armi di oppressione e di vera e propria violenza! L’ingiustizia genera violenza ed odio, l’abbondanza di pochi e la miseria di tanti è la grande vergogna dell’umanità, e la Chiesa di Cristo dovrebbe sempre sapere da che parte schierarsi, per chi lottare, con chi piangere e gridare!

Luca in questa parte del suo Evangelo vuole affrontare il tema dell’uso cristiano dei beni; un tema che toccava molto quella sua comunità (lo si coglie dal fatto che Luca affronta molto spesso nel suo Evangelo il tema dei beni e della loro condivisione), così come tocca le nostre comunità. Luca racconta la parabola dell’Amministratore disonesto, una parabola che bisogna saper leggere bene per capire dove Gesù vuole andare a parare con questa strana vicenda … è una parabola in cui viene posto come esempio un personaggio moralmente negativo, ambiguo. Mentre nel Buon Samaritano, per esempio, la figura esemplare è un uomo buono, pietoso, colmo di tenerezza, in questa parabola l’amministratore è un uomo avido, disonesto, furbo … Eppure questo uomo viene elogiato proprio da quel padrone che aveva frodato; scrive Luca: Il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza. Lo loda non per la disonestà, è chiaro, ma per la “scaltrezza”. In greco Luca usa l’avverbio “phronímos” che serve a sottolineare molte cose, paradossalmente positive in lui: è lucido nel cogliere la gravità della situazione, ha enorme prontezza a cercare e trovare una soluzione, prende subito una decisione.

Ecco cosa Gesù vuole porre all’attenzione dei suoi ascoltatori: quest’uomo “delle tenebre” (è detto “amministratore dell’ingiustizia”, “oikonómos tēs adikías”) è stato capace di giocarsi tutto per un scopo preciso: quello di mettersi in salvo. Perché, si chiede Gesù, i figli delle tenebre (come questo amministratore) sono capaci di vere capriole di intelligenza, di prontezza, di previdenza, di obbedienza alle vere urgenze, e i discepoli del Regno non usano queste stesse doti per costruire nella propria vita quello che davvero conta? Perché gli ingiusti inventano mille mezzi per giungere ai loro scopi, e i discepoli dell’Evangelo sono spesso così tiepidi e senza passione per il Regno, per le sue mete, per l’uomo nuovo che Gesù ci ha mostrato al “caro prezzo” del suo sangue?

Se ci riflettiamo bene, davvero non c’è proporzione come sempre. Dicevano i Padri: “Se vuoi vedere la perseveranza fedele guarda al vizio e non alla virtù!” Come si è perseveranti e decisi nel male!

Gesù allora qui non elogia la disonestà ma la scaltrezza, e vorrebbe che i suoi discepoli usassero una stessa scaltrezza per camminare dietro di Lui, per usare i beni del mondo, per renderli forieri non di morte e di ingiustizia ma fecondi di vita. Sì, perché il danaro, in sè è cosa neutra, è cosa che deve solo servire l’uomo; il problema è che esso ha la tremenda tendenza a diventare padrone dell’uomo. E’ paradossale, ma l’uomo, credendo di dominare gli altri ed il mondo con la ricchezza, in realtà finisce per essere dominato dalla ricchezza. Gesù definisce la ricchezza ingiusta, disonesta proprio perché fa delle promesse che poi non mantiene … inoltre la ricchezza, l’accumulo, è sempre ingiustizia perché chi accumula toglie inevitabilmente ali altri; è infatti impossibile che una ricchezza smisurata non sia stata costruita sul male, sul sopruso, sul sangue del povero. Gesù invita a fare di questa ricchezza, in sè disonesta, ingiusta, ingannatrice una possibilità di vita e non di morte. Come? Con la condivisione! Quella vera, però, non l’elemosina condiscendente che dà le briciole ai poveri e poi accumula grandi “materassi” di protezione per sè; non quell’elemosina umiliante che dà gli avanzi e poi, magari, serve pure a sentirsi buoni!

Per Gesù bisogna cogliere da questo uomo iniquo una lezione: la capacità di fare una scelta per la vita, una scelta accorta … chiaramente l’amministratore ingiusto ed il discepolo appartengono a due logiche diverse: a quella del mondo e a quella del Regno! Sono due modi differenti di concepire l’esistenza; quello che però Gesù indica al discepolo è la risolutezza e la capacità di perseguire uno scopo perché vitale!

E’ chiaro allora che il nodo della situazione è capire se il discepolo ha colto la priorità del Regno nella sua vita; ha colto ciò che davvero conta? E’ capace di fare una scelta che il mondo non approva nè può capire e che metta l’Evangelo al culmine dei propri interessi? Il discepolo ha vera passione bruciante per l’Evangelo? Troppo spesso bisogna vedere uomini di Chiesa freddi e burocrati, ritualistici e senza fuoco, cinici e, a volte, troppo fatalisti … Gesù vuole bruciante passione nei suoi! Incredibilmente questo amministratore disonesto ne dà un’immagine; in più Luca qui coglie l’occasione per introdurre un discorso chiaro sull’uso dei beni che deve essere – appunto –  un uso, e un uso poi finalizzato a farsi amici! Chi sono questi amici? Amici che accolgono nelle dimore  eterne … Chi possono essere? I poveri, che sono amici di Dio e che abitano la sua casa? O forse questi amici adombrano Dio stesso che accoglie nella sua dimora? Comunque sia, lo sguardo qui si va ad estendere sull’oltre della storia.

 L’accanimento verso i beni, verso la ricchezza nasce dall’inganno di eternizzare l’oggi, la storia presente; infatti, se tutto è qui, il qui va preservato e “assicurato”, e questo ci si illude di farlo con l’accumulo…le dimore eterne di cui parla Gesù ci richiamano ad una realtà che spesso l’uomo vuole dimenticare: l’amministrazione ci verrà tolta, cioè ci verrà tolto quell’oggi che ha bisogno di essere amministrato con discernimento, con accorta attenzione a ciò che è primario, a ciò che veramente conta. La vita è una ed è breve, e non va vissuta da ciechi, da stolti, con infiniti e vili rimandi!

I beni ingannevoli, tante volte ingiusti, spessissimo – se troppi – frutto di lacrime e generatori di odio, si possono convertire in occasione di giustizia, addirittura di amore; il fatto è che bisogna convincerci che essi non ci appartengono, perchè nel momento in cui li vogliamo possedere con avidità essi stessi ci posseggono e ci fanno schiavi, ci rendono ciechi, sordi, ci assorbono tempo, energie, cuore, preoccupazioni e poi, alla fine ingannano perchè ci lasciano. Restano qui quando noi passiamo, con la morte, oltre la storia … i beni non ci appartengono perché le necessità dei fratelli, dei poveri non possono trovarci con il cuore chiuso; scrive Giovanni nella sua Prima Lettera: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello nella necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” e aggiunge “non amiamo a parole, nè con la lingua ma con i fatti e nella verità” (cfr 1Gv 4, 17-18).

Alla fine Gesù pone, come sempre, un aut-aut: non si possono mettere assieme Dio e l’ingiusta ricchezza; non si possono servire due padroni! A chi si dice “Amen”? A Dio o alle ricchezze? Non a caso Gesù ama chiamare le ricchezze con la strana parola “mammona”, parola che deriva dalla stessa radice del verbo ebraico “aman” (da cui Amen) che significa “mettere fiducia”, “avere sicurezza”. E’ chiaro allora ciò che Gesù dice: “Di chi ti fidi? A chi ti affidi?” O si dice Amen a Dio ed alle sue vie rischiose e folli per il mondo, o si dice Amen al mondo ed alle sue ricchezze! Tra le due cose non ci può essere accordo.

 E’ inutile svicolare e arzigogolare, come tante volte si è fatto per giustificare i ricchi: Amen si dice solo a Dio, e non è possibile dirlo in parallelo alle ricchezze! “Nessun accordo tra gli idoli e Dio”! (cfr 2Cor 6,16).

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – I pericoli delle ricchezze

MORTE DOLOROSA DEL POVERO E DANNATA DEL RICCO

Am 6, 1a.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16, 19-31

 

Ancora sul denaro. La scorsa settimana la riflessione ci portò a considerare l’uso retto delle ricchezze, oggi i gravi pericoli delle ricchezze.

Le parole di Amos, nella prima lettura, sono forti, dure, hanno il suono della profezia che grida parole scomode, parole che giudicano. Amos grida facendosi eco del dolore del Signore soprattutto per l’indifferenza dei ricchi, dei benestanti (in senso ampio e in senso letterale, cioè quelli che stanno bene, sicuri, riparati, certi del loro potere) tanto stolti da credere che la loro condizione sia definitiva ed inamovibile.

Non si illudano: il Signore depone i potenti dai troni (Lc 1,52) e cesserà l’orgia dei dissoluti! I sazi continuano ad ingannarsi, sono stolti e ciechi; stolti perché si sopravvalutano e ciechi perché incapaci di vedere altro che la loro condizione, incapaci di vedere la miseria degli altri.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro è una straordinaria narrazione di questa situazione che ogni giorno appesta il mondo e ferisce l’umanità. Sì, ogni giorno l’indifferenza uccide, ogni giorno il potere del denaro è morte dolorosa del povero, è morte dannata per il ricco, è morte della fede in Dio per chi confida nel denaro, per chi dice il suo Amen al denaro (ricordiamo il senso terribile della parola Mammona!).

Questa è l’unica parabola dell’Evangelo tutto in cui uno dei protagonisti ha un nome: Eleazar (Lazzaro) che significa Dio aiuta; ha un nome che rivela il suo cuore: si fida di Dio, del suo aiuto. E’ nelle mani di Dio. L’altro non ha nome, si fa definire dal suo oro: è un uomo ricco. Questi non compie azioni malvagie verso Lazzaro, è solo distante, indifferente, immerso nella sua orgia da dissoluto; veste come un re e non è un re: l’unico signore della sua esistenza è lui stesso. Lazzaro è lì e il ricco non se ne cura, lo ignora: il mondo è lui! La sua malvagità è più subdola di quella di un brigante che uccide, produce ugualmente piaghe e dolore. Lazzaro soffre per le piaghe e per il desiderio sempre frustrato di sfamarsi; non pretende di sedersi a quella mensa, vorrebbe solo le molliche di pane che il ricco usa per pulirsi le mani dopo aver mangiato (le posate non esistevano!)…

Ma l’orgia del ricco finisce ma finisce anche il dolore di Lazzaro. Viene la morte che però non livella; i due tornano in una situazione di disparità ma capovolta: Lazzaro è portato dagli angeli nel seno di Abramo, il ricco è sepolto e sta nell’inferno. La differenza dei due verbi è importante e già mostra, con il tocco sapiente e raffinato di Luca, il capovolgimento delle situazioni. Si badi che qui Gesù non vuole descrivere l’oltretomba, l’aldilà, vuole invece parlarci del giudizio di Dio su ciò che noi viviamo nell’aldiquà! Nella sua nuova situazione di desiderio (ha sete) il ricco finalmente vede Lazzaro accanto ad Abramo. Non l’aveva mai visto, i suoi occhi non si erano fermati sulle sue piaghe e sul suo desiderio di sfamarsi…ora lo vede e subito ancora mette davanti i suoi desideri: Lazzaro dovrebbe andare da lui a spegnergli l’ardore della sete. Abramo, loro padre comune, che ora è il suo interlocutore nega questa possibilità. Si badi bene che il no di Abramo non è una vendetta, non è un occhio per occhio, dente per dente, non è la punizione perché non ha soccorso Lazzaro. No! Abramo spiega che ora si è stabilita un’impossibilità, c’è un abisso tra il ricco ed il seno di Abramo ove Lazzaro è consolato. L’abisso l’ha creato l’indifferenza, l’abisso l’ha creato quella ricchezza colpevole nella quale si è abbandonato e dalla quale si è lasciato stordire e rendere cieco ed insensibile. L’abisso non è più valicabile. E’ finita l’orgia del dissoluto che ora raccoglie l’orrore che ha seminato; questo strano dannato (si vede che è un parto della fantasia di Gesù e dell’evangelista e non è un vero dannato) si preoccupa della sorte dei suoi fratelli ricchi che ora sa che sono su una via mortifera. Per loro chiede un miracolo. Abramo chiarisce che non servono miracoli perché hanno già dove volgere lo sguardo: hanno la Scrittura, lì il popolo dei figli di Abramo ha la via, lì devono tendere l’ascolto, lì devono prestare obbedienza. Nessun risorto da morte converte il cuore se non si ascolta la Scrittura! Il monito è terribile per noi cristiani che cantiamo l’alleluia al Cristo Risorto e Luca certamente non è ingenuo nello scrivere queste parole e nel metterle sulla bocca di Abramo e quindi di Gesù che narra la parabola. L’ascolto della Scrittura rende possibile la fede nel Risorto e non il contrario. Nell’ultimo capitolo del suo Evangelo lo stesso Luca ci narra che i due discepoli di Emmaus riconoscono il Risorto solo dopo averlo ascoltato spiegare le Scritture. Senza l’ascolto vero quel viandante rimarrebbe solo un compagno di viaggio capace di molte chiacchiere. Ascoltare le Scritture ci dà la possibilità di sfuggire ai pericoli delle ricchezze che soffocano e seminano morte. Ascoltare le Scritture significa dare a Dio ed al suo parlare la signoria sulla nostra esistenza, e se Lui è il Signore non ci saranno asservimenti alle orge, alle ricchezze, all’idolatria di sé e dei propri desideri che diventano legge a costo d’essere ciechi sulle piaghe, le attese ed i legittimi bisogni degli altri, dei poveri, dei dimenticati. Di questi Dio non si dimentica, è per loro aiuto (Eleazar, Dio aiuta), è per loro consolazione e speranza.

Questa domenica ogni assemblea cristiana è chiamata a fuggire l’avidità che è rovina e perdizione. Spiace che la nuova versione della CEI non traduca con “fuggi” l’imperativo greco “feughe” ma attenui con un blando “evita”. E spiace anche che il testo della Prima lettera a Timoteo inizi solo al versetto 11 senza farci leggere il precedente in cui si specifica da cosa Timoteo deve fuggire. I versetti 7-10 parlano dell’inganno della ricchezza e dei molti desideri insensati ed inutili che aggrediscono il cuore del ricco. Paolo specifica che la ricchezza affoga e che l’avidità è radice di ogni male: Alcuni presi da questo desiderio (del denaro) hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti. Per questo Paolo dice con molto calore al discepolo Timoteo: Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose! e poi ancora parla di una realtà della vita cristiana su cui più volte abbiamo meditato: la lotta. Infatti Paolo scrive: Combatti la buona battaglia della fede!

La lotta è possibile solo in quella signoria di Cristo che va accettata senza riserve.

Il ricco della parabola, ma con lui tutti i ricchi che si fidano delle loro ricchezze e sono ciechi e lontani dagli altri, è precipitato nell’inferno abissale perché aveva un “signore” che gli ha messo catene pesanti, forse d’oro, ma catene che l’hanno tenuto ben ancorato alla terra che era stata, con le sue ricchezze, il suo solo orizzonte. E vi è rimasto prigioniero! Dinanzi a tutto questo risuoni forte l’imperativo di Paolo: Fuggi!




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XXV Domenica del Tempo Ordinario – Il denaro

LA FORZA AMBIGUA DEL DENARO

Am 8, 4-7; Sal 112;  1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

 

L’Evangelo di oggi purtroppo si ferma al versetto 13 mentre il versetto 14 sarebbe molto utile alla comprensione del tema che Gesù affronta in questo capitolo dell’Evangelo di Luca. Dive il versetto 14: I farisei che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose  e si facevano beffa di lui. Il greco è ancora più pungente: i farisei che erano “philàrguroi”, cioè amanti del denaro, amici del denaro. E’ cosi.

Il mondo (anche il mondo che entra nella Chiesa, anche i credenti mondanizzati!) si fa beffa di chiunque voglia impostare un discorso evangelico circa l’uso del denaro, della ricchezza. Quando si tratta del denaro tanti uomini pii perdono tutta la loro “pietas” e diventano pratici (sì, si dice così per giustificarsi quando si mette tra parentesi l’Evangelo per i propri interessi!)

Il capitolo sedicesimo di Luca è uno di quei testi che fanno ridere il mondo che, c’è poco da fare, è philàrguros, è amico, amante del denaro!…

Gesù si scontrerà più volte con la forza ambigua del denaro: pensiamo al giovane ricco che se ne va via da Lui perché aveva molte ricchezze (che straordinaria ironia ha l’Evangelo! cfr Mc 10, 22), pensiamo anche che Gesù stesso alla fine è stato messo a prezzo di denaro e venduto per trenta monete.

Gesù sa bene che la ricchezza è sempre disonesta: non ha paura a definirla così, senza mezzi termini e senza distinguo; l’accumulo è sempre disonesto perché ogni accumulo corrisponde alla povertà di qualcuno! C’è davvero poco da fare: più si accumula e più si creano poveri! E allora? Quale il rimedio? Gesù lo dice alla fine di questa “strana” parabola dell’Amministratore disonesto: Fatevi amici con la “disonesta” ricchezza”. Chi sono questi amici che bisogna crearsi? Sono i poveri! Ci si mette al riparo dalla disonestà della ricchezza riequilibrando le cose con la condivisione! Per l’Evangelo il rapporto con le cose, con l’avere è regolato dalla legge assoluta della condivisione. La condivisione è la via sapiente per camminare sulle strade del Regno.

L’amministratore disonesto è lodato dal padrone, che pure è stato truffato due volte (chissà quante volte!) perché l’amministratore è stato scaltro. E’ la scaltrezza che è lodata, e Gesù fa sua questa lode con una forte amarezza: questo figlio della tenebra è stato tanto scaltro per salvarsi la pelle; perché il figli della luce non sono altrettanto scaltri per la causa del Regno?

C’è un solo modo per essere scaltri: volgere lo sguardo ed il cuore ad un’altra amicizia, ad un altro amore. O si è amici della ricchezza o si è amici dei poveri (Fatevi amici con la disonesta ricchezza!). L’aut-aut qui è, come sempre nell’Evangelo, radicale e Gesù lo afferma con il celebre detto che segue: Non si può servire a due padroni…non potete servire a Dio e a Mammona. La nuova versione della CEI dice: a Dio e alla ricchezza, spiegando la parola originale, la quale è una parola semitica che va decodificata (la nuova traduzione, essendo principalmente destinata alla liturgia, giustamente giunge subito alla decodificazione). Mammona (che è termine che nella Bibbia appare solo in questo capitolo ed in Matteo 6,24) è una parola terribile, perché ha radice in un verbo ebraico importantissimo nella Scrittura, il verbo aman (da cui amen) che è il verbo della fede, della fiducia, della sicurezza in cui tutto si può fondare; mammona e allora la ricchezza a cui consegno tutta la mia fede, la mia fiducia, la mia sicurezza. Chi è servo di mammona lo è perché si fida di mammona, ha fede in mammona; più chiaramente possiamo dire che il suo dio è la ricchezza!

Ecco perché Gesù contrappone con fermezza Dio e mammona. E’ impossibile servire tutti e due; si può solo amare uno ed odiare l’altro, perché chi ama davvero Dio odia mammona che da Lui lo separa, odia mammona perché si fida di un altro, in Lui mette la sua sicurezza; se ama mammona odierà Dio perché Lui gli chiede di condividere, di usare il denaro per farsi amici i poveri, odierà Dio perché dio gli chiede di cambiare mente e di usare il denaro e non di essere usato dal denaro diventandone schiavo.

Prima o poi nelle nostre vite di credenti viene l’ora in cui Dio chiede questa condivisione, non più a chiacchiere e con bei discorsi pii, ma con una concretezza tale che tocchi i nostri beni materiali (certamente come quelli spirituali…ma non solo perché con i beni spirituali siamo capaci di grandi mistificazioni!). Certamente viene quest’ora, e sarà un’ora in cui tutti i cammini di sequela vengono autenticati; finché la fede è fatta di preghierine per i poveri e di belle parole puzza ancora di ipocrisia o di immaturità: quando si compromette  fa il salto verso la libertà e l’autenticità.

Il salto però va fatto solo per amore nei confronti di Cristo, solo perché si vuole essere davvero suoi discepoli, solo perché si è capito finalmente dov’è il vero tesoro.

Benedetta quell’ora in cui Cristo ci chiede: se mi scegli fin dove si spinge la tua scelta?




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