XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Lo sguardo a Gesù

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

VERO TEMPIO PER RENDERE GLORIA A DIO 

   –   2Re 5, 14-17; Sal 97; 2Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19   –  

 

Su cosa puntare l’attenzione in questo brano dell’Evangelo di Luca? Di primo acchitto, cogliamo subito che questa guarigione dalla lebbra, che è una malattia “teologica” perchè segno – per la tradizione ebraica – del peccato e delle sue conseguenze, avviene mentre Gesù continua il suo “salire a Gerusalemme”, in quel viaggio che per Luca è cuore del suo racconto: un viaggio che è l’andare di Gesù con ferma decisione, “indurendo il suo volto”, verso quell’esodo con il quale avrebbe offerto purificazione a tutti gli uomini! A tutti! Questa totalità del popolo mi pare espressa qui dal numero dieci, che è il numero del “minyan”, cioè il numero minimo di adulti maschi richiesto per la legittimità della preghiera in sinagoga; e questo, perchè simbolicamente il dieci è il numero dell’agire dell’uomo (le dieci dita della mano!) … E’ allora tutto un popolo che qui è visitato dalla grazia di questo nuovo esodo, che purifica da ogni lebbra … Tutto questo è bello ed interessante, ma non è qui il cuore di questo racconto …

Allora parrebbe che il centro sia il tema della gratitudine, tema suggerito anche dalla scelta del passo della Prima Alleanza di questa domenica, il passo del Primo libro dei re in cui Naaman il Siro, guarito anche lui dalla lebbra dal profeta Eliseo, torna per ringraziare! Tuttavia, anche qui, dobbiamo dire, non c’è il vero centro del racconto di Luca…il tema della gratitudine c’è, ma non è banalmente un elogio moralistico della gratitudine che Luca vuole offrirci…

C’è poi un altro tema, che pure è interessantissimo, e che ci collega con il tema della fede, su cui Luca si è a lungo soffermato nelle pagine precedenti; quella fede piccola quanto un granellino di senape, ma potente tanto da rendere possibile l’impossibile. Risalta, infatti, nel racconto, la fede di questi dieci lebbrosi che senza nulla vedere partono, obbedendo alla parola di Gesù, per mostrarsi ai sacerdoti (secondo Lev 14, 1-8) e – scrive l’evangelista –“mentre erano in cammino si trovarono purificati”: è dunque nella loro obbedienza, scaturente dalla fede, che avviene l’impossibile!

Ma neanche qui è il vero centro del racconto … il vero centro è nel ritorno di quell’unico lebbroso che sa dove recarsi per rendere lode al Signore, che sa dove deve andare per sancire per sempre la sua salvezza, che è tanto più di una guarigione! E’ un samaritano che, come nella parabola del Buon samaritano (cfr Lc 10, 29-37), è presentato come superiore per fede anche agli ebrei “ortodossi”; tuttavia qui il samaritano non è un personaggio letterario (come nella parabola del Buon samaritano), ma è un uomo in carne ed ossa: un vero samaritano lebbroso. Cosa fa questo straniero (alla lettera “di altra razza”, in greco “alloghenès”)? Torna da Gesù! Ecco il cuore del racconto! I dieci guariti erano tutti diretti al Tempio per mostrarsi ai sacerdoti, secondo il comando di Gesù: come poteva Gesù sapere se avevano fatto o meno la loro preghiera di ringraziamento lì al Tempio? Avrebbero potuto ringraziare lì Dio per la loro guarigione! Quello che colpisce Gesù, e che Luca vuole sottolineare ai suoi lettori, è che questo samaritano guarito sa dove è il vero tempio per rendere gloria a Dio … Non è lì sul colle di Sion, nello splendido santuario, orgoglio del popolo santo di Dio … No! Il samaritano guarito ha intuito che il santuario vero è lì, nella carne dell’Uomo di Nazareth: è lì che bisognava che lui andasse per rendere grazie; è lì che è necessario prostrarsi, perchè lì Dio è presente ed operante. E’ Gesù il “luogo” della salvezza e quindi della lode! Gli altri nove lebbrosi certamente sono stati guariti, ma non si sono lasciati salvare dall’Unico nel cui nome c’è salvezza: Gesù! (cfr At 4, 12)

L’evangelo di oggi ci invita a puntare lo sguardo su Gesù! Solo se guardiamo a Lui, e riconosciamo ciò che Lui è per l’uomo e per il mondo, possiamo percorrere un vero cammino di fede…perchè solo Gesù ci mostra chi è Dio e chi è l’uomo! Nella sua umanità c’è tutto quello che Dio voleva dirci di sè, tutto quello che Dio, da sempre, ha nel suo cuore per l’uomo!

E’ questo l’invito che anche Paolo ci fa in questa domenica: ricordarsi di Gesù Cristo! Puntare sempre e solo su di Lui! Su di Lui, con cui vivere e morire, su di Lui che rimane fedele anche se noi diventiamo infedeli!

Il samaritano sanato ha capito che non poteva andare da nessuna parte se non da Gesù, per cogliere il senso totale di quella sua guarigione e per far diventare quella sua guarigione salvezza!

La fede cristiana non è uno sguardo di fiducia al divino in modo generico, è sguardo puntato su Gesù di Nazareth, figlio dell’uomo e Figlio di Dio; su di Lui nel cui nome solamente c’è salvezza! E’ dire “Amen” a Lui, consegnarsi a Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Il giusto vivrà per la sua fede

L’IMPOSSIBILE E’ RESO POSSIBILE 

  –  Ab 1, 2-3; 3 ,2-4; Sal 94; 2 Tm 1, 6-8.13-14; Lc 17, 5-10  – 

 

Chicco di senape

Se aveste fede

Le esigenze dell’Evangelo sono davvero grandi! Gesù, nelle pagine precedenti dell’Evangelo di Luca, ha detto che, per essere uomini del Regno, bisogna smetterla di fidarsi del danaro, delle potenze mondane, del “buon senso” rassicurante; bisogna smetterla di fidarsi di sè! Come fare? Come contraddirsi a tal punto da consegnarsi ad un Altro, al altre mani?

Ecco che gli apostoli (si badi che Luca parla di apostoli, i più intimi di Gesù! Luca distingue sempre tra discepoli ed apostoli!) vengono fuori con un grido: Aumenta la nostra fede! Hanno capito una cosa essenziale: tutto è questione di fede. Il problema è capire cosa sia questa fede che deve aumentare. In primo luogo è qualcosa che il Signore solo può dare, e quindi far crescere…non è qualcosa che ci si dà da sè; non è frutto di sforzi intellettuali, di ragionamenti e di dibattiti…non è neanche un’emozione, a volte effimera e passeggera, direi “sensuale”…la fede non è neanche una serie di dottrine ben organizzate che si accettano per via volontaristica, e nemmeno un vago sentimento “religioso”, per cui si “sente” di essere dipendenti da Qualcuno di superiore, o – per altri – da “Qualcosa”!

La fede è dono perchè è incontro d’amore, tra un Dio che si apre e si rivela e la nostra libertà che si apre e si fa colmare; è incontro con Qualcuno di cui ci si può fidare, e a cui affidare tutto qullo che si è.

Nell’Evangelo di Luca quante volte Gesù ha parlato della fede! Di continuo…E’ come un ritornello: “la tua fede ti ha salvato!” In pratica Gesù dichiara di poter agire solo in presenza della fede. E’ chiaro che non è la fede dell’uomo che salva, ma è la potenza di Dio! La fede, però, è la “porta” spalancata affinchè la potenza di Dio irrompa e cambi le vite, le vicende, i cuori.

Nella prima lettura di questa domenica abbiamo ascoltato la parola più celebre del Libro del profeta Abacuc: Il giusto vivrà per la sua fede; una parola che Paolo citerà come fulcro di tutta la Legge, di tutta l’Alleanza (cfr Rm 1,17).

Attraverso la fede si giunge alla vita, si giunge ad una vita che si può vivere con tutte le sue potenzialità. Paradossalmente, questo può accadere solo se si riconosce la propria “impotenza”! Chi fa questo, dice “Amen” alla potenza di Dio e la lascia agire fino a rendere possibile ciò che a noi era assolutamente impossibile; ecco perchè Gesù fa l’esempio del gelso, che è un albero con radici tanto ramificate e profonde che nessuna tempesta riesce a sradicarlo! Gesù dice che una piccola fede può fare due cose, l’una più impossibile dell’altra: sradicare il gelso e addirittura trapiantarlo nel mare! L’impossibile è reso possibile solo dal rifiuto di contare su di sè per contare unicamente su Dio! E’ semplice, ma grande! La fede crea in noi quello spazio, sgombro da noi (e da altri idoli cui diciamo degli stolti Amen), e pronto per l’opera di Dio in noi!

Capiamo subito che  questa è una cosa smisurata: un uomo così è davvero un uomo nuovo e libero da sè, un uomo incamminato per vie di profonda alterità! Capiamo subito, dunque, che questo non è un qualcosa che possiamo costruire da noi: la fede è un dono! Anzi è il vero dono di Dio! Un dono che riceviamo quando siamo disposti a spalancare la nostra libertà, che tante volte presume di essere autosufficiente, a quell’Altro che trova infinite strade per sedurre il nostro cuore e per rivelarsi a noi come via di verità e di umanità. La fede va solo chiesta. Gli apostoli, spesso presentati dagli Evangeli così pasticcioni, tardi e disorientati, qui hanno capito davvero, invece, quale dinamica ha quella fede per la quale Gesù può portare la salvezza agli uomini!

La parabola che segue pare sganciata da tutto questo discorso. Non è così! Non è così perchè la parabola non vuole presentarci l’agire di Dio, un’immagine di Dio, ma vuole dirci come deve essere il nostro atteggiamento verso Dio: senza calcoli, senza “contratti di prestazione” … una relazione allora di vero affidamento. La fede di cui Gesù ha appena parlato è quindi quella del “servo inutile”… quante stupidaggini sono state dette su questo termine “inutile”!… Gesù non vuol dire che noi siamo inutili, nel senso che le cose che facciamo non servono o che sono indifferenti alla storia ed alla venuta del Regno! Non è così! I santi sono stati utili, e come! “Inutili” (in greco “achreĩoi” cioè “senza utile”) qui significa semplicemente che “non devono pretendere un utile”: un servo, dunque, che vive il suo servizio semplicemente per la gioia di servire e di amare; un servo che non sta lì ad accampare pretese, e a volere che la sua fede diventi una sorta di “assicurazione” sulla vita, sui beni, sugli affetti, sui progetti, sul quotidiano! Un servo inutile è uno che si è totalmente affidato al suo Signore, perchè dolce è affidarsi, perchè non ci sono altre mani cui ci si può consegnare con tanta libertà … un servo inutile è uno che, finalmente, ha cessato di dire “Amen” a se stesso, alla mondanità, agli idoli, per dire “Amen” solo a Dio! Un servo inutile è il credente che si consegna a Dio e che, pian piano, scopre, con meraviglia, che quella consegna rende, nella sua vita, possibile l’impossibile! Il gelso può essere sradicato e trapiantato in mare!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Il samaritano guarito

SOLO GESU’ E’ LA NOVITA’

  –  2Re 5, 14-17; Sal 97; 2Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19  –

 

La lebbra: il morbo che sfigura e rende immondi. Nella Scrittura è metafora potente della lontananza dell’uomo da Dio, è metafora potente del peccato che toglie all’uomo il volto dell’uomo. E’ segno di incredulità, di condanna…è causa di separazione dal popolo santo (il contrario della santificazione che è separazione dal mondo per appartenere al popolo santo, cioè separato); è segno della rovina dell’uomo che vuole ergersi a signore della sua stessa vita.

Nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re e nell’Evangelo di oggi, emergono due stranieri che partono dalla fede e giungono alla lode. Naaman il Siro, tormentato dal disfacimento della lebbra, deve compiere una fatica nella fede per poter credere che le acque del Giordano siano luogo di purificazione più e meglio di tutte le acque di Damasco (i Padri useranno questa parola per affermare che solo le acque di Israele – le Scritture – immergono nella conoscenza di Dio che sana ogni uomo); i dieci lebbrosi del racconto di Luca devono anch’essi sottoporre la loro fede, che pure ha gridato parole di fiducia, ad una prova difficile: Gesù non fa gesti, non li tocca, resta a distanza (quella che loro dieci hanno osservato per rispettare la Legge. Cfr Lv  13,45-46) e pronuncia solo una parola ancora nell’ottica dell’osservanza della Legge: Andate a Gerusalemme, al Tempio,  per far sì che i sacerdoti constatino la vostra guarigione.

Si deve notare che i dieci lebbrosi partono ancora con la lebbra che divora le loro carni; partono senza vedere nulla. Nell’obbedienza, “in itinere”, nell’andare si trovano purificati. La loro fede passa per l’obbedienza, conduce all’obbedienza e, solo nell’obbedienza, riceve il dono della purificazione.

Nella nostra vita credente abbiamo bisogno di questa obbedienza senza garanzie, quell’obbedienza che atto di fede che non vede (cfr Gv 20,29). Dovremmo ripetercelo spessissimo questo versetto di Luca: nell’andare si trovarono purificati. Dobbiamo ripetrcelo soprattutto mettendo l’accento a quel “nell’andare” più che al trovarsi purificati. La fede vera parte al buio,  attraversa la prova come Naaman e i dieci lebbrosi. Quando ogni giorno questo ci è richiesto noi abbiamo però qualcosa che né Naaman né i dieci sventurati dell’Evangelo avevano: la possibilità di ricordarsi della vittoria di Cristo Gesù sulle potenze di morte. Paolo, nella seconda lettura di questa domenica, scrivendo a Timoteo lo incita alla fiducia con un imperativo: Ricordati di Gesù Cristo, del seme di David (cioè: in Lui le promesse di Dio si sono compiute!) che è risorto dai morti.

La memoria di Lui e della sua vittoria ha per noi un potenziale immenso: sostiene la nostra povera fede anche al buio perché la fede, come dicevano i Padri, non è mai meridiana, non ha cioè la luce di mezzogiorno, ha sempre la luce vespertina, o forse sarebbe meglio dire che ha la luce dell’aurora…La memoria di Lui, inoltre, si insinua nei nostri pensieri e spezza ed interrompe le vie dei pensieri mondani; la memoria di Gesù è memoria dell’amore fino all’estremo con cui siamo stati amati da Dio.

Ricordati di Gesù Cristo! Se ci ricordiamo di Lui il cuore si riempie di un grande bisogno di lode, un bisogno che non può essere frenato. La differenza tra il samaritano che torna a ringraziare e dli altri nove non è tanto in un senso di gratitudine e di educato dover ringraziare che lui sente e gli altri no. Sarebbe troppo banale, moralistico…Luca ha un altro intento: quel samaritano mondato quando ha constatato che nell’obbedienza era stato guarito non ha puntato il cuore sulla sua guarigione, su se stesso, nella pur legittima gioia di essere di nuovo pienamente un uomo ed un uomo libero. Si è ricordato di Colui da cui tutto questo proveniva: si è ricordato di Gesù ed ha capito che è Gesù il luogo in cui si incontra quel Dio che ci rende uomini a sua immagine (liberandoci dalle lebbre che ci sfigurano), è Gesù il luogo in cui si loda Dio! D’altro canto lo stesso Naaman, guarito da Eliseo, fa lo stesso: torna dal profela per lodare Dio e per portare con sé della “terra” di Israele su cui lodare sempre Dio anche quando tornerà in Siria!  Luca, al centro del suo Evangelo, che inizia nel Tempio di Gerusalemme e si conclude ancora nel Tempio, ci dice sottilmente che il Tempio definitivo e nuovo è Gesù! E’ Gesù la terra di Dio su cui la lode ha senso e forza! Che Gesù sia il Tempio, la sola terra santa dell’incontro con Dio, Luca ce lo ripeterà sul Calvario nel “segno” del velo del Santo dei Santi scisso dall’alto nell’ora della morte del Crocefisso…qui però, nel passo di questa domenica, già ce lo dice e lo fa proprio con le labbra di Gesù: Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio se non questo straniero!

Andare a Lui, a Gesù, è andare a render gloria a Dio. La fede del samaritano mondato è piena, la fede lo ha salvato. Se la lebbra è segno di lontanaza da Dio, ora egli si fa vicino a Gesù; se la lebbra è segno del peccato che sfigura, a lui è donato di nuovo un volto, se la lebbra è segno di incredulità ora la sua fede è passata per la prova che lo ha reso davvero un credente. E’ salvo! Il samaritano guarito che torna a lodare Dio in Gesù, ha riconosciuto che solo Gesù è la novità, ha riconosciuto che, come scrive Karl Barth (Introduzione alla teologia evangelica), è Gesù Cristo la novità. E’ Lui il miracolo, l’infinitamente meraviglioso che fa dell’uomo che lo conosce e che da Lui è conosciuto, un uomo meraviglioso, una volta per sempre e fino al suo più profondo.




Leggi anche:

XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Come un granellino di senape

TUTTO POSSO IN COLUI CHE MI DA’ FORZA

   –  Ab 1,2-3;2, 2-4; Sal 94; 2Tm 1, 6-8.13-14; Lc 17, 5-10  –

 

L’Evangelo in queste domeniche ci sta portando per mano dinanzi alle esigenze radicali della sequela di Gesù di Nazareth. Seguire la sua via richiede obbedienza, richiede distacco dalle cose, richiede un uso libero dei beni della terra, richiede la crocifissione dell’uomo vecchio, richiede l’attenzione all’altro, la condivisione autentica e coraggiosa senza la quale si resta in aridi inferni come il ricco della parabola della scorsa domenica. La via della vita nuova è l’ascolto di Dio, come in quel racconto diceva Abramo al ricco nell’inferno.

Dinanzi a tutto ciò il problema è uno solo! Ci fidiamo di Cristo? Come è la nostra fede? Gli apostoli comprendono bene che il nucleo di tutto è lì ed infatti ecco la loro domanda: Aggiungici fede.

La risposta di Gesù suona dura perché contiene la certezza che essi fede non ne hanno proprio; aggiungici fede presuppone infatti, che già ce ne sia, e che si comprende che ce ne voglia di più; Gesù, invece, con la sua risposta dice che non è questione di quantità ma di qualità: per la quantità ne basta quanto un granellino di senape che, come già dice l’Evangelo di Marco (4,31), è il più piccolo dei semi che sono sulla terra.  Non è questione di quantità perché, dice Gesù, una fede così minuscola può fare cose immense. Paolo scrivendo ai cristiani di Filippi scriverà: Tutto posso in Colui che mi dà forza (Fil 4,13).

Il problema è se c’è fede o meno. Quando essa c’è, c’è tutto perché se è vera essa trasforma la vita, se è vera diviene subito concreta operosità: la vita di fede non può essere vita di stasi. In fondo bisogna capire che il parlare di fede e di opere ha un fondamento soltanto nelle patologie della fede. Una fede malata (cioè che non è vera adesione al Signore) è senza opere, senza concretezze, Un’ autentica adesione  al Signore ci rende come Lui e quindi ci rende come Lui “schiavi” per amore dei nostri fratelli. Ecco perché il detto sul granellino di senape si versa immediatamente nel discorso circa gli schiavi inutili.

Luca usa qui la parola schiavo in senso positivo (nel Quarto Evangelo essa è assunta negativamente nel senso di una relazione con Dio vissuta da schiavo e non nella libertà dei figli. Cfr Gv 8,34-35).

Come lo schiavo appartiene al suo padrone che fa di lui ciò che vuole, così lo schiavo del Signore appartiene al Signore che lo porta per le sue stesse vie (è questione di fede, di adesione, di essere con; si è schiavi del Signore solo per la fede!), che lo fa suo collaboratore per trasformare la storia con un nuovo modo di essere uomo (quello vero, da sempre sognato da Dio): amando senza nulla pretendere.

Le parole di Gesù qui ci riportano a Lui che si è fatto schiavo per amare fino all’estremo, ha preso il supplizio dello schiavo per raccontarci Dio.

Essere schiavo per il cristiano è allora via vera della sequela. D’altro canto, qualche domenica fa, sostando su Lc 14, 25-35, sentimmo che si può essere discepoli di Gesù solo se si dà a Lui un primato autentico (è Lui solo il Signore e viene prima anche degli affetti più sacri!), solo se  si prende la croce, solo se si rinunzia a tutti gli averi. Pensiamoci: uno così è nella condizione di schiavo. Gesù ha scelto questa via e ci chiede di essere con Lui, senza pretese, senza quella logica “religiosa” di accumulare “meriti” che mortifica l’Evangelo! Lo schiavo  deve sapere che è uno schiavo” inutile” e qui è necessaria una precisazione: “inutile” non significa che il servizio dello schiavo è “inutile”, cioè che “non serve”…la parola greca che qui è usata significa “senza utile”, “senza profitto”, “senza guadagno”. Insomma non si sta con Cristo, schiavi di Lui, schiavi come Lui, per ricevere un utile (siano pure i “meriti” per la salvezza!).

Gesù ci vuole davvero liberare. Anche da quell’ossessione “religiosa” dell’accumulo dei meriti. Tanto più desidera liberarci da quell’idea tremenda che il nostro essere di Cristo, di Dio ci pone in una condizione di privilegio rispetto agli altri nella storia. Ripetiamocelo con coraggio: nessuna esenzione per che segue Gesù. Non crediamo che seguirlo ed amarlo ci fa ricevere la ricompensa di una vita più facile, più agevole, scevra da dolori! Chi lo segue, però, avrà la capacità di attraversare la storia con i suoi dolori, i suoi bui, le sue contraddizioni con una forza altra, con una luce altra; avrà la capacità di attraversare la storia amando e trovando e dando senso a tutto.

Basta un granellino di senape di fede e potremo ripetere con Paolo: Tutto posso in Colui che mi dà forza.




Leggi anche: