XXX Domenica del Tempo Ordinario – Siamo peccatori perdonati

GESU’ GUARDA AL CUORE 

  –  Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4, 6-8;16-18; Lc 18, 9-14  –

Il Fariseo ed il Pubblicano - Mosaico, S. Apollinare Nuovo (Ravenna)

Il Fariseo ed il Pubblicano – Mosaico, S. Apollinare Nuovo (Ravenna)

Certamente gli Evangeli hanno compiuto un’opera di semplificazione e anche, in qualche modo, di “diffamazione” nei confronti dei Farisei. Questo perché gli evangelisti scrivono in un tempo in cui il giudaismo, il quale rappresentava l’opposizione più macroscopica alla predicazione dell’Evangelo di Gesù, era ormai nelle mani proprio dei Farisei, vista la fine del sacerdozio dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C.

Certamente non tutti i Farisei erano meritevoli delle invettive di Gesù e, negli stessi Evangeli, scopriamo anche che Gesù era amico di molti di loro che, a dirla tutta, erano, in verità, la parte sana, fedele ed impegnata dell’ebraismo di quel tempo; certo, erano esposti al rischio della “religione”, e questo Gesù l’avrà stigmatizzato ove c’era da stigmatizzarlo, indicando i rischi dell’ ipocrisia degli “uomini religiosi”. Gli evangelisti, inoltre, non fanno solo polemica con il fariseismo storico del tempo, ma mostrano la figura del Fariseo come monito alle loro Chiese nelle quali si insinuava già il rischio della “religione” e dell’ipocrisia … cose terribili sempre in agguato allora come oggi.

Ed ecco la parabola di questa domenica: la famosissima parabola del Pubblicano e del Fariseo. Su cosa appunta l’attenzione questo racconto? Sulla preghiera? Certo, ma sulla preghiera come specchio della vita, sulla preghiera come luogo rivelativo della qualità del credente, come spazio rivelativo di fede, come spazio in cui si potrebbe verificare che certa fede non è più fede.

Il Fariseo della parabola, si badi bene, non è un ipocrita! Il suo peccato non è l’ipocrisia…”ipocrita” è uno che finge, e quest’uomo non finge! Davvero fa tutte le cose che elenca, davvero, per amore della Torah, osserva i precetti ed anzi fa anche di più; infatti digiuna due volte alla settimana, mentre per la Legge dovrebbe farlo una volta all’anno (nello Yom kippur) e per le usanze del tempo, tutt’al più, una sola volta alla settimana; paga le decime di ciò che acquista, ed invece dovrebbe pagare decime solo su ciò che vende … Insomma è davvero un giusto secondo la Legge!

Il peccato di quest’uomo, lo ripeto, non è l’ipocrisia ma la fiducia smodata nelle proprie opere e nella propria “giustizia” … è tanta questa “fede” in sé che la sua preghiera inizia proprio come preghiera (O Dio, ti ringrazio…): ne ha la forma, ma poi non risulta più una preghiera perchè a Dio nulla chiede e tutto ostenta! Inizia con il ringraziare, ma quel ringraziamento è asfittico, ha respiro corto; quasi quasi ci pare una formalità “liturgica,” e le sue parole imboccano una strada che è tutt’altro dalla preghiera. Non capiamo bene perché questo fariseo sia salito al Tempio se non per presentare un “conto” a Dio … certo non è salito per pregare, e quelle parole che dice certo non penetrano le nubi, come scrive l’autore del Libro del Siracide nel brano che oggi si legge. D’altro canto la sua postura ce la dice lunga sui suoi sentimenti dinanzi a questo Dio che certo, per prassi va ringraziato, ma che poi deve esser grato Lui al Fariseo per le sue fedeli osservanze!

L’altro, il Pubblicano, anche lui dice tutta la verità sulla sua vita: è peccatore! Di più non sa dire. La sua condizione è di quelle che non permettono nessuna fronte alta e nessuna pretesa; non ha un “conto” da presentare a Dio, non ha da presentargli altro che la sua miseria. Il Pubblicano ha solo uno sguardo vergognoso su di sè, e uno sguardo speranzoso su Dio; se Dio è il Santo, lui peccatore non è degno, ma se Dio è misericordioso lui può sperare salvezza pur nella sua miseria. Lo sguardo del Pubblicano non si posa sugli altri, ma solo su Dio e sulla miseria della sua vita. Non così il Fariseo: il suo sguardo si posa subito con disprezzo sul pubblicano che, solo con la sua presenza impura, offende la sua vista e la sua “religione”!

Il Fariseo, poichè non sa guardare a Dio, non sa neanche guardare gli altri … il Pubblicano, invece, non osa guardare gli altri: sono tutti migliori di lui. Si osservi, a tal proposito, che Luca pone sulle labbra del Pubblicano una preghiera impressionante: Abbi pietà di me che sono il peccatore! Così nel testo in greco. Non dice “che sono un peccatore (uno fra i tanti!) ma il peccatore, come se fosse lui l’unico peccatore!

Il Pubblicano, diversamente dal Fariseo, prega davvero perché si rivolge a Dio con piena fiducia nella sua misericordia, in una misericordia gratuita, senza motivi … non ha nulla da presentare a Dio se non un vuoto, che sa che Dio può riempire; è il vuoto dei suoi peccati e delle sue lontananze; il Pubblicano è uno che ha aperto gli occhi sulla sua verità e per questo ha colto anche la verità più profonda di Dio: è misericordia, e misericordia gratuita! L’altro è cieco, anzi è accecato da sè e dalla sua reale “giustizia”; al contrario, il Pubblicano conta su Dio e non su di sè!

Questo è quello che più piace a Gesù, questo è quello che, per Gesù, spalanca le vie del Regno! Gesù non loda la vita del Pubblicano e non disprezza le opere buone del Fariseo; Gesù guarda al cuore, e scopre nel primo (il cuore del Pubblicano) una strada spalancata al venire di Dio con la sua misericordia, nel secondo (il cuore del fariseo) una strada sbarrata, perchè ingombra di presuntuosi conti aperti con Dio.

Non è il caso di vantare le opere buone e non è il caso di fare i confronti con i peccati degli altri; è il caso, invece, di affidarsi alla gratuità di Dio dal quale tutto proviene. Fino a quando non si scopre e proclama questo primato di Dio, dice Gesù, non si riesce a pregare in verità e quindi neanche ad imboccare la via della salvezza.

Il Pubblicano di questa parabola viene reso giusto da Dio; quell’altro che ostenta la sua giustizia, non dà a Dio spazi di azione e torna a casa così come era salito al Tempio: pieno di sè, sicuro delle sue opere, ma povero di Dio e di quella vera grazia che potrebbe aprire la sua vita all’amore per gli altri uomini, rinunziando ad ogni disprezzo e riconoscendosi compagno di cammino di ogni uomo! Il Fariseo scende dal Tempio chiuso nella sua solitudine, privo di fratelli e privo di un vero rapporto con Dio.

Gesù è venuto a donarci un altro modello di uomo, un altro stile di fraternità, un’altra consapevolezza del reale: siamo peccatori perdonati che, grazie alla misericordia sperimentata, hanno la possibilità di allargare sempre di più i confini della fraternità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – La necessità di pregare

LA FEDE, SPAZIO DI OGNI PERSONALE COMPIMENTO 

 

–   Es 17, 8-13; Sal 120; 2Tm 3, 14-4, 2; Lc 18, 1-8  –

 

Santo Volto, Chiesa di S. Egidio (Roma)

Santo Volto, Chiesa di S. Egidio (Roma)

Una parabola che, come al solito, ci spiazza e ci invita a cambiare prospettive. Una parabola che, alla fine culmina in una sorta di “colpo di scena” che ci chiede di guardare a noi stessi, alle nostre scelte profonde, alla nostra relazione con Dio.

La parabola della vedova e del giudice iniquo è, per dichiarazione esplicita di Luca che, in qualche modo, ce ne dà il titolo (Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi),  una parabola sulla preghiera. Al capitolo undicesimo dell’Evangelo di Luca, Gesù già ha detto cosa chiedere (nell’insegnamento del Pater) e poi come chiedere (nella parabola dell’amico importuno).

E qui? Chiediamoci: chi è il protagonista della parabola? Mi pare che non sia la vedova con la sua insistenza, ma sia, in primo luogo, il giudice iniquo. La parabola, infatti, mi pare voglia parlarci, certo nell’ambito di un discorso sulla preghiera, più di Dio che di altro. Il giudice iniquo serve a Gesù per parlarci, incredibilmente, del Padre suo … è un’esemplarità “per contrario”: è presentato un giudice così iniquo da non temere Dio e non aver riguardo per nessuno, cioè è uno che ha fatto di se stesso il centro dell’universo: infatti non ha rispetto nè di chi gli sta sopra (Dio), nè di chi gli sta intorno (gli altri); l’unico centro dei suoi interessi è lui stesso. Ora, dice Gesù, se un giudice di tal fatta alla fine risponde alla domanda della donna, quanto più Dio, che è Padre e che desidera solo il bene per i suoi figli, farà giustizia a coloro che glielo chiedono, o a quelli la cui situazione di miseria, di oppressione, di vittime grida giustizia al suo cospetto?

La domanda della vedova non è una domanda banale: non chiede una cosa qualsiasi, chiede giustizia! Questa donna è l’emblema dei poveri, degli umiliati senza difesa, senza importanza per il mondo che per loro è sempre troppo grande e indaffarato … la donna riceve giustizia da quel giudice iniquo … Gesù a questo punto ha ribadito con la parabola il vero volto di Dio: è un Padre che certamente farà giustizia, non è una controparte che bisogna forzare, una contoparte con cui venire a patti attraverso un odioso commercio, che diventa “religione”. Passa quindi a ciò che gli sta più a cuore e che è ciò a cui la parabola voleva condurre l’ascoltatore. Posto dunque che Dio farà giustizia, e la farà anche prontamente (e su questo con la parabola Gesù ha affermato una assoluta certezza!), Gesù porta tutto su un altro registro. Ecco il “colpo di scena”!

Nè la vedova e la sua insistenza, nè il giudice erano il vero centro del racconto: tutto, invece, si concentra sugli ascoltatori, su noi. Gesù pone una domanda che ci trascina all’interno dell’Evangelo: la cosa importante è la fede di chi prega!

Dio è giusto e farà giustizia, ma noi ci fidiamo di Lui, della sua giustizia, dei suoi tempi, dei suoi modi? Ecco perchè la pagina di oggi si conclude con una domanda che, ad una lettura superficiale, sembra piovere dall’alto e sembra accostata alla parabola con una labile logica. Invece non è così! Ecco la domada: Ma il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra? Una domanda che, a sospresa, ci conduce al cuore di noi stessi, delle nostre vite credenti. Appunto: “di credenti!

L’alveo vero della preghiera non è tanto l’insistenza e quella scelta di importunità della vedova (come l’amico che va dall’altro di notte…cfr Lc 11,  5-8)….ciò che davvero conta è chiedersi se dietro l’insistenza, la perseveranza ci sia fede vera da parte dell’orante! Il pregare senza stancarsi è allora icona di una fede che si nutre della certezza della giustizia di Dio, e che non si stanca di stare alla presenza di quel Dio che è Padre vero e che altro non desidera che fare giustizia ai suoi santi!

All’inizio della parabola Luca ci ha detto che questa preghiera incessante e senza stancarsi è una necessità. E’ infatti il segno che il credente è davvero tale, ed è davvero uno che ha riconosciuto la verità di Dio, la sua paternità!

La pienezza della giustizia Dio la farà con il ritorno del Figlio alla fine della storia…allora ogni giustizia sarà compiuta!

Insomma Gesù con questa parabola ha voluto farci fare chiarezza nei nostri cuori: siamo davvero uomini e donne che vivono la storia nella certezza che Dio è fedele e farà giustizia prontamente, cioè puntualmente? Al suo ritorno il Figlio dell’uomo vuole trovare questa fede! La domanda con cui si conclude questo passo di Luca sia martello esigente nel profondo di ciascuno di noi…è domanda essenziale, perchè la fede è lo spazio dell’accoglienza della salvezza, è il “luogo” in cui si gioca ogni personale compimento!

Il “frattempo” della storia, quello che si svolgerà fino al suo ritorno, dice Gesù, deve essere riempito dalla preghiera incessante: è tempo di mani levate come quelle di Mosè di cui ci ha narrato il passo di Esodo; tempo di mani levate ad implorare Colui che certamente mostrerà il suo amore, che tutto compie e che adempie ogni giustizia; mani levate per accogliere il Regno veniente! Ogni oggi, nutrito della certezza della fedeltà di Dio, può divenire un vivere alla presenza di Dio.

Questo si fa, concretamente, giorno dopo giorno in una paziente fedeltà capace d’abbandonarsi alla promessa di Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

             

 




Leggi anche:

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Fariseo e Pubblicano

LA PREGHIERA

Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

 

 

Davanti a chi si prega? Dove si prega?

L’autentica preghiera cristiana avviene in un “luogo”  straordinario, non in un luogo, non in un tempio ma “in” Dio. Stando in Lui, dimorando in Lui, sentendosi avvolti dal suo Amore di Padre, dalla tenerezza del Figlio che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20), nell’abbraccio dello Spirito che abita in noi e ci trascina “in” Dio…E tutto questo non solo è il luogo della preghiera ma anche il motivo della lode che anima ogni vera preghiera. Lode per qualcosa che Dio ha fatto e fa per noi e lo fa in modo totalmente gratuito, a prescindere dai nostri “meriti”.

La parabola del fariseo e del pubblicano ci presenta due personaggi che incarnano la possibilità e la capacità o meno di pregare per davvero. In fondo Gesù non racconta questa parabola per parlarci direttamente della preghiera ma per parlarci di due cuori, di due modi di essere uomo davanti a Dio e davanti agli altri uomini. In questo racconto di Gesù la preghiera è solo (!) lo specchio veritiero del cuore dei due uomini. Nella preghiera si ravvisa la qualità dell’uomo. E’ così.

Ed eccola la preghiera del fariseo, uomo “religioso”, impeccabile, infallibile, irreprensibile. Una preghiera che sembra iniziare bene: O Dio, ti ringrazio…Anche Gesù inizia a pregare in modo molto simile: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra…(cfr Lc 10,21). Gli esiti sono però radicalmente diversi. Gesù ringrazia il Padre per quello che il Padre ha fatto rivelando ai piccoli i misteri del Regno; Sì, perché così è piaciuto a te… , dice Gesù. Il fariseo no: ringrazia per sé; non eventualmente per quello che Dio ha fatto in lui ma per quello che egli è e per quello che egli non è; non per quello che Dio ha fatto ma per quello che lui stesso fa. E qui la preghiera, direi, abortisce e diventa un’altra cosa: monologo capace solo di innalzare un muro tra lui e Dio! Un monologo folle in cio il fariseo addisittura si vanta davanti a Dio! Un monologo in cui trova agevolmente posto il disprezzo per gli altri, un disprezzo che non si accontenta d’essere generico per coloro che sono ladri, ingiusti, adulteri ma che si appunta anche su un soggetto concreto: quel pubblicano che certo gli ha disturbato la vista quando l’ha visto osare entrare nel tempio. Il monologo del fariseo è tanto folle d’orgoglio che elenca una serie di presunti precetti cui presta osservanza; dico presunti perche in verità nessun precetto della Torah chiede il digiuno due volte alla settimana, il Libro del Levitico lo prescrive una volta all’anno (cfr Lv 16,29); lui invece digiuna due volte alla settimana per espiare i peccati “degli altri”; certo non i suoi perché lui è irreprensibile (quanti ne cconosciamo di uomini e donne irreprensibili, incapaci di chiedere perdono, che hanno una ragione per tutti loro comportamenti e che non attendano altro che tu chieda loro perdono…magari per aver pensato male!); inoltre le decime, secondo la Torah, (cfr Dt 12,17) vanno pagate non dall’acquirente ma dal produttore; lui il fariseo, però, paga anche quello che non deve per sentirsi la coscienza a posto nel dubbio che il produttore avesse non pagato la decima…(l’espressione greca “panta osa ktõmai” è più preciso tradurla tutte le cose che acquisto e non tutte le cose che possiedo).

Il fariseo tragicamente crede di pregare ma non prega, crede di sbandierare a Dio la sua “giustizia” ma tornerà a casa sua senza giustificazione; aveva calpestato gli altri e quella concreta incarnazione degli altri che è quel pubblicano pur di elevarsi ma alla fine è nulla agli occhi di Dio. I saggi rabbini d’Israele già lo dicevano: La giustizia dell’uomo è un panno immondo.

L’altro, il pubblicano, è entrato nel tempio a testa bassa…non ha nulla da portare a Dio, solo la sua miseria, il suo peccato, i mille compromessi che ha fatto con se stesso e con la parola della Torah…è a mani vuote…le mani le usa solo per battersi il petto e per dire così che lì, nel suo petto, nel suo cuore c’è la causa di ogni sua miseria; in quel cuore fragile, incline al male…Non dice tante parole ma le sole sensate che noi uomini possiamo dire dinanazi alla santità di Dio: Sii benevolo con me…abbi pietà di me. A questo piccolo uomo gravato dal suo peccato gli altri appaiono tutti migliori di lui; avrà anche guardato con ammirazione a quel fariseo pieno di giustizia, con le mani levate a Dio e con tante parole che gli si leggeva sulle labbra; gli altri sono tutti migliori di lui perché lui è il peccatore. Il testo greco è così: c’è l’articolo determinativo: Abbi pietà di me il peccatore. Quasi che sia lui l’unico peccatore…Quando questi tornò a casa, ci dice Gesù, non era più a mani vuote, aveva il dono grande di Dio che con amore lo rendeva giusto: Tornò a casa sua giustificato.

Il problema allora qui non è quello del modo migliore di pregare, è un problema di verità e di consapevolezza della verità.

Il fariseo non sa la verità né di Dio, né di sé perché è ubriaco di se stesso. E’ lui l’orizzonte angusto della sua vita. Il pubblicano invece non sa altro che la sua verità cioè che è povero e peccatore, a mani vuote e con una sola speranza: la misericordia di Dio. E questo ci dice che sa pure la verità  di Dio, sa pure chi è Dio: è il Dio capace di amore e misericordia nella più assoluta gratuità. Direbbe S. Agostino che questo pubblicano è il vero sapiente: La vera sapienza – scrisse infatti S. Agostino – è sapere chi sei Tu, o Dio e chi sono io.

E’ impressionante che S. Benedetto nella sua Regola addita questo pubblicano come unico modello del monaco che, quando ha percorso tutta la scala dell’umiltà, deve essere come “publicanus ille”, come quel pubblicano (RB VII,65).

E’ così, e non solo per il monaco. E lì la nostra meta perché poi da lì il Signore compirà in noi le sue opere. Solo così l’uomo può consegnarsi nella mani di Colui che lo può plasmare fino a dargli il volto di Cristo, fino a dargli quella capacità di combattere la buona battaglia, di giungere al termine della corsa della sua storia custodendo la cosa che più conta: la fede, l’adesione a Lui che ci ama. In fondo il meraviglioso passo della Seconda lettera a Timoteo che oggi leggiamo è un modo di farci vedere in Paolo concretamente incarnato “publicanus ille”, in lui che si è riconosciuto amato nella più assoluta lontananza, mentre era nemico (cfr Rm 5,8-10).

Se avremo il “coraggio” dell’umiltà che è verità il Signore ci porterà a “volare alto”: Chi si umilia sarà innalzato!




Leggi anche:

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – La necessità della preghiera

UNA NECESSITA’ CHE E’ TALE SEMPRE

Es 17, 8-13; Sal 120; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8

 

La necessità della preghiera. Una necessità che è tale sempre. Una parola, come si comprende, molto “fuori moda”, una parola che contraddice l’idea diffusa nel mondo (ma purtroppo anche in certi ambienti ecclesiali, pure se detto “tra i denti” e a volte solo con sorrisetti ironici!) che la preghiera sia evasione “in-utile” per i bisogni molteplici e concreti dell’uomo. La mentalità mondana, e ripeto penetrata anche all’interno della Chiesa, guarda alla preghiera come una sindrome da disadattati che vilmente fuggono le responsabilità; a volte in certi ambienti ecclesiali la preghiera è quella cosa che purtroppo “si deve fare” ma che di deve fare presto per non togliere tempo alle “cose importanti”, “fattive”, “concrete”, “utili” che invece meritano tutto il nostro tempo e le nostre fatiche. E’ la grande “eresia” di oggi che toglie alla Chiesa il suo vero volto, e toglie anche all’azione concreta della Chiesa il sapore di opera di Dio, il profumo di azione evangelica…toglie alle “opere” quel nerbo di forza evangelica e le fa diventare opere tra le opere e fa diventare la Chiesa stessa un’organizzazione benefica tra le altre.

Gesù, invece, nel testo odierno, sottolineato anche dal passo del Libro dell’Esodo in cui la preghiera di Mosè è la vera azione liberatoria dalla violenza schiacciante di Amalek, dice con chiarezza che c’è un “sempre” per la preghiera.

Certamente la parabola della vedova e del giudice iniquo va collocata all’interno del contesto in cui l’evangelista Luca la pone, perché solo così ne comprenderemo la portata e la libereremo dalle facili interpretazioni banali ed utilitaristiche.

Il contesto è la cosiddetta piccola apocalisse di Luca che è al capitolo 17, dopo la guarigione dei dieci lebbrosi ed il riconoscimento, da parte dell’unico che ritorna, che Gesù è il Tempio di Dio, luogo della presenza di Dio. Ai farisei che chiedono il “quando” della venuta del Regno Gesù risponde che il Regno è già presente (perché Lui è presente!) ma seguiranno giorni in cui il Figlio dell’uomo verrà sottratto al mondo, giorni in cui si desidererà uno solo dei suoi giorni. Quando tornerà ci sarà il discernimento nel mondo: si separeranno quelli del Regno da quelli che non hanno accolto il Regno. Il suo ritorno è imprevedibile e non bisogna dar credito ai falsi profeti. Una cosa però è certa: il Figlio dell’uomo verrà. E intanto? E qui c’è la parabola della vedova e del giudice iniquo.

I due protagonisti di questa parabola sono funzionali al racconto ma anche ulteriori rispetto al racconto stesso; rimandano ad altre realtà. La vedova adombra la Chiesa chè è privata dello Sposo che nella sua passione (pure annunciata nella piccola apocalisse da Luca; cfr 17,25) le è strappato; è povera perché non ha più identità: una sposa senza lo sposo; nulla può colmare il suo vuoto. Ha solo una ricchezza: il desiderio e l’invocazione; due cose preziosissime perche la rendono capace di accogliere Colui che desidera. E il giudice ingiusto? Certamente è funzionale al racconto ma adombra non una realtà ma una proiezione, forse potremmo dire una tentazione. Quel giudice è quello che ci appare essere Dio: sordo, insensibile, incapace di fare giustizia. Quella del giudice iniquo è una delle maschere perverse che noi mettiamo sul volto di Dio…il suo ritardo ci pare iniquità, e a volte intendiamo perfino il suo esaudirci come frutto delle nostre suppliche sgradevoli più che frutto del suo amore. Se ci riflettiamo è davvero tremendo. La vedova, in verità, davvero lotta con Dio che vuole quella lotta a costo d’essere scambiato per un giudice ingiusto; la vuole perché solo in quella lotta, come Giacobbe (cfr Gen 32,23ss), possiamo scoprire chi è Lui e scoprire anche il nostro vero nome. La lotta, il desiderio incessanti sono lo spazio che permette che la venuta sia desiderata, accolta, riconosciuta. Il ritardo di Dio, come scriverà anche Pietro (2Pt 3,8 ss), è luogo della sua “macrothimìa”, della sua pazienza che guarda in grande l’uomo e le sue possibilità;  Dio ritarda perché la vedova possa crescere nel desiderio di deporre gli abiti del lutto dinanzi al volto del Veniente. La parabola strana si chiude con un’assicurazione ed un monito drammatico. L’assicurazione è la certezza della risposta di Dio dinanzi al desiderio dell’uomo che grida a Lui il suo bisogno di Lui; il monito è quella domanda che resta aperta (e come potrebbe essere chiusa?): Il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?

L’attesa di Dio ed il tempo della lotta non hanno un esito automatico. Lui certo tornerà ma l’esito è affidato al consenso dei discepoli. L’esito è affidato a ciò di cio i discepoli riempiranno il tempo dell’attesa. Se questo tempo è riempito dalla preghiera tutta la vita della Chiesa si animerà di desiderio di Dio e del Suo Cristo e in questa luce essa verrà contagiata dall’amore crocifisso del Figlio di Dio. Nel grembo caldo della preghiera sarà possibile fidarsi di una venuta che tarda ma che certo brillerà all’orizzonte della storia perché la storia si versi nell’eterno.




Leggi anche: