XXXI Domenica del Tempo Ordinario – La gioia del convertito

CERCATI E TROVATI DALL’AMORE DI DIO 

  –  Sap 11, 22-12, 2; Sal 144; 2Ts 1, 11-2,2; Lc 19, 1-10  –

 

Zaccheo, Miniatura di Cristoforo De Pretis (1476)

Zaccheo, Miniatura di Cristoforo De Pretis (1476)

Il pubblicano della parabola della scorsa settimana era un’invenzione letteraria, un personaggio uscito dalla fantasia di Gesù per parlarci della via di salvezza che si può aprire alla venuta di Dio, se ci si presenta a Lui con le proprie povertà, con i propri peccati … Ora “quel pubblicano” è in carne ed ossa, è una figura reale … ha un nome, Zaccheo ed ha una “patria”, Gerico … ne abbiamo perfino – cosa rarissima negli evangeli – una descrizione fisica: era piccolo di statura … Il suo nome è una forma grecizzata di un nome ebraico che significa “Dio si è ricordato”, e la vicenda che Luca racconta è proprio una vicenda in cui si vede come Dio si ricorda di questo piccolo uomo, grande peccatore che però cerca qualcosa di più rispetto alla sua vita di ricco e di potente: perchè, infatti, dovrebbe salire su di un sicomoro uno soddisfatto di sè e basta? … perchè dovrebbe esporsi anche alla derisione di una città che già lo disprezza mentre trema di lui? … Zaccheo ha sete di qualcosa che forse neanche sa … non sa di cosa, ma ha sete! Come sarebbe difficile per Dio fare breccia nel cuore di uno che non ha sete; ma Zaccheo è assetato, e questo gli permetterà di spalancare la sua vita all’opera di quel Dio che, da sempre, si ricordava di lui e lo cercava.

Il passo del Libro della Sapienza che apre la Liturgia della Parola di questa domenica, ci offre un quadro limpido e caldo di quell’amore di Dio che tutto custodisce e tutto difende dal nulla, perchè tutto ama; una pagina che davvero dona grande consolazione, mostrandoci un volto di Dio tanto distante da quei volti “religiosi” e perversi che l’uomo gli ha attribuito.

E’ proprio questo Dio, innamorato della sua creatura, che Zaccheo incontra sulle vie della sua città, sulle vie di quel suo quotidiano fatto di peccato, di noncuranza degli altri, ma anche di sete di ulteriore.

Luca, con questo racconto di Zaccheo, ci mostra poi come sia vera una frase che risuona fin dal principio del suo Evangelo: “Nulla è impossibile a Dio!” (cfr Lc 1, 37). Poche pagine prima di questo racconto, Gesù aveva incontrato un altro ricco a cui aveva fatto una proposta di sequela radicale, e quell’uomo era restato triste e incapace di un perchè era ricco; Gesù aveva osservato che difficilmente un ricco entra nel Regno, ma aveva anche aggiunto che “nulla è impossibile a Dio”; ed ecco che in Zaccheo si dimostra che anche un ricco può diventare discepolo e testimone del Regno.

Zaccheo incontra Gesù, che pure aveva cercato (certo, forse solo per vederlo spinto da quella sua sete indefinita), e Gesù con lui è di una delicatezza incredibile: “Scendi subito perchè oggi devo fermarmi a casa tua”! Badate che Gesù non dice: “Scendi subito perchè devo convertirti”! Gesù gli chiede di accoglierlo come suo ospite, si mette nella condizione non di uno che deve dare, ma di uno che chiede perchè bisognoso. E’ vero: Gesù è bisognoso di accoglienza per poter donare, per poter riempire le vite di novità e di gioia.

Gesù nulla dice a Zaccheo della sua vita di peccato, gli chiede solo una porta aperta, ma Zaccheo comprende che quella porta aperta si spalancherà non solo sulla sua casa per accogliere quell’Ospite benevolo e discreto che non lo ha nè giudicato nè disprezzato, ma si spalanca anche su una vita nuova; i principi che hanno guidato la sua esistenza fino a quel giorno sono capovolti. Infatti, il danaro, attorno a cui tutta la sua vita aveva ruotato (era esattore per Roma e ladro per sè e per il suo lusso!), ora viene decentrato e diviene “segno” di quella vita nuova; è incredibile ma proprio quel danaro diventa segno di novità, perchè restituito e donato; diventa segno della concretezza di quella vita nuova. Non si tratta di belle parole e di bei propositi … implica la “tasca”! Diciamocelo: troppi credenti corrono sulle vie delle parole belle ed alate, ma poi si fermano e si voltano indietro dinanzi alla “tasca”: tutto va bene con l’Evangelo e con Dio, ma finchè non si tocchino le sicurezze, il danaro, i possessi … quella è l’ora in cui si dice: “va bene, ma non bisogna esagerare; poi si diventa integristi, fanatici…”. Per Zaccheo non è così: è immediata nel suo cuore la relazione stretta tra conversione e “tasca”!

Nell’Evangelo di Luca la conversione ha necessariamente delle dimensioni che puntualmente  ritroviamo qui: l’urgenza, la rinuncia e la gioia!

L’urgenza è detta fortemente in questo racconto. Gesù infatti dice: “Zaccheo, scendi subito, perchè oggi devo fermarmi a casa tua” e il racconto prosegue dicendo che “Zaccheo in fretta scese e lo accolse con gioia”! “Subito”,  “oggi”, “in fretta” … tutto dice di una impellenza, perchè l’opera di Dio bussa a quella vita e non tollera rimandi … ogni ora perduta è ora sottratta al Regno!

La rinuncia è racchiusa in quel dare ciò che per lui poco prima era essenziale, e forse scopo di vita; con questo dare Zaccheo non solo fa giustizia perchè restituisce, ma fa anche dono in modo gratuito e “non dovuto”: dà la metà dei suoi beni ai poveri, ed in più quello che ha frodato lo restituisce con ampio risarcimento (quattro volte ciò che ho frodato) …

Tutto questo è vissuto in un vero clima di gioia! Se al capitolo qundicesimo Luca aveva insistito sulla gioia di Dio dinanzi al peccatore convertito, qui Luca ci mostra la gioia del convertito! Zaccheo, proprio come l’amministratore disonesto della parabola, “si fa amici con la ricchezza disonesta” (cfr Lc 16, 1-8), e permette addirittura a quella ricchezza disonesta di raccontare un Evangelo, un mutamento di campo nella vita di chi accoglie Gesù.

Questa pagina è un racconto “sorridente” in cui due sorrisi si incontrano: quello di Dio sul volto di Gesù, e quello del peccatore perdonato che scende gioioso da quello strano sicomoro! Una sola ombra in questo racconto: quel mormorare degli immancabili “benpensanti” che non sanno leggere mai l’uomo come uomo e basta, ma gli devono sempre attaccare etichette incancellabili: un pubbicano è sempre e solo un pubblicano! Non così per Gesù: Zaccheo per Lui ha fatto il pubblicano, ma è figlio di Abramo, e lo è comunque; è figlio di un’alleanza che ora, in Lui, in Gesù, è giunta al suo culmine; il tempo di Gesù, per quella stessa alleanza, sarà tempo di ricerca incessante di “perduti”… Gesù lo farà fino alla fine quando, sulla croce, farà scoccare un altro oggi, quello del Buon ladrone che pure è salito su un “albero”, quello della croce, ma che, a differenza di Zaccheo che Gesù dovrà cercare alzando lo sguardo, si troverà innalzato assieme a Gesù che lo potrà guardare ed amare “dallo stesso livello” … e la casa che si spalancherà sarà la casa del Paradiso che quel povero ladro, che ormai nulla può restituire, si vedrà aprire con uno stupore ancor più grandi di quello di Zaccheo …

Ecco a cosa arriva il cuore innamorato del nostro Dio: è quando siamo perduti che veniamo cercati e trovati dall’amore di Dio, come Zaccheo, come il ladro del Calvario; il nostro problema è troppo spesso quello di non volerci annoverare tra i “perduti”, e così rischiamo davvero di perderci!…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Il desiderio di Zaccheo

OGGI DEVO FERMARMI A CASA TUA

  –  Sap 11, 2 -12,2; Sal 144; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19, 1-10  –

 

Eccolo qui il pubblicano della parabola di domenica scorsa…prende carne, identità…si chiama Zaccheo e non è solo pubblicano è addirittura “archipubblicano”, cioè capo dei pubblicani e abita a Gerico…

Alla fine dal capitolo precedente Gesù è entrato a Gerico e ha fatto un miracolo fortemente simbolico, ha aperto gli occhi ad un cieco mostrando che la luce può far irruzione nelle tenebre e ora, attraversando la città, nell’incontro con Zaccheo, mostra come la luce può trasformare anche le tenebre più fitte o quelle che noi crediamo più fitte ed impenetrabili. Zaccheo, come il cieco, desidera vedere Gesù e per vederlo sale su di un sicomoro…Zaccheo è sì un “grande” nella sua città (è archipubblicano!) ma è piccolo di statura e cerca di superare il proprio limite e quello che gli altri (la folla) creano per lui per poter vedere Gesù. I verbi del “vedere” sono centrali in questa narrazione: Zaccheo vuole vedere Gesù e poi scoprirà di essere visto da Gesù, anzi il verbo che Luca qui usa si  può tradurre con  “sollevare lo sguardo osservando”

Il desiderio rozzo di Zaccheo di vedere Gesù certo non è sufficiente per conoscere Gesù ma è sufficiente perché Gesù si faccia conoscere da lui. Il suo desiderio è comunque la porta aperta attraverso cui lo sguardo luminoso di Gesù può giungere a Zaccheo; era lontano e Gesù si è fatto vicino, era estraneo e Gesù desidera entrare nella sua intimità: Oggi devo fermarmi a casa tua. Tutto in questa espressione di Gesù è carico di senso: prima cosa c’è la connotazione dell’ “oggi”, tema carissimo a Luca che ne farà come un filo d’oro in tutto il suo Evangelo. Dall’ “oggi” degli angeli del Natale (Oggi è nato per voi un Salvatore che è Messia Signore 2,11) alla prima autopresentazione di Gesù a Nazareth quando, dopo aver letto il rotolo del profeta Isaia, dice Oggi si sono compiute queste parole che avete udite (4,21) e fino alla scena della croce in cui al ladro appeso accanto a Lui  Gesù dirà: Oggi sarai con me nel paradiso.

Per Luca è un tema teologicamente carico: è l’ “oggi” di Dio in cui, nell’incontro con Lui, la storia di ogni uomo può prendere il sapore dell’eterno, il Regno si fa accessibile in un “oggi” che è svolta del tempo. Alla fine di questo episodio Gesù ribadirà la realtà di questo nuovo tempo per Zaccheo e per chiunque lo accolga: Oggi la salvezza è entrata in questa casa. Nella prima frase che Gesù rivolge a Zaccheo c’è ancora una parola densissima: Oggi devo fermarmi a casa tua. “Devo”…è la stessa parola che è usata per annunciare la necessità della passione. La necessità di Dio è stare presso l’amato, è la necessità della croce, della prossimità ai peccatori; questa è cosa essenziale alla missione di Gesù: Devo fermarmi a casa tua. Zaccheo assaggia le “primizie” di questa “necessitas passionis”!

Anche l’ultima parola è bellissima: Oggi devo rimanere a casa tua. E’ il verbo (carissimo all’autore del IV Evangelo) che significa “restare”, “dimorare” e che Luca userà per le parole dei discepoli di Emmaus: Rimani con noi perché si fa sera…Non si tratta allora di un semplice fermarsi, di un “far tappa” da lui. Gesù entra in quella casa per rimanervi, per dimorarvi; ecco perché alla fine del’episodio potrà dire: Oggi la salvezza è entrata in questa casa! E’ la vicenda di ogni uomo che, consapevole o inconsapevole, cerca Dio perché cerca  altro e si serve di sicomori più o meno fortunosi; è quella ricerca in cui si fa strada un’altra ricerca, quella di Dio, che, preesistente a quella dell’uomo, finalmente trova una porta aperta attraverso cui far passare il suo sguardo e far sentire la sua voce che chiama per nome: Zaccheo!  Un nome che può avere un duplice significato: infatti può significare “puro” oppure, se diminutivo del nome Zekharyah, può significare “Dio ricorda”… Quando Dio si ricorda di noi ci fa puri, ci dona la possibilità di esserlo per sua grazia. Ed è quanto avviene a Zaccheo!

Quando Gesù alza il suo sguardo su Zaccheo appollaiato sul sicomoro, non gli ha chiesto nulla se non ospitalità nella sua casa, chiedendo di entrarvi e rimanervi; non gli chiesto direttamente una conversione; questa sarà solo il frutto di quello sguardo (dal basso!) e di quelle parole cariche di promessa. Scendendo dal suo sicomoro Zaccheo rinasce; l’ archipubblicano muore e nasce il discepolo capace di sentirsi, come ogni vero discepolo, un “peccatore perdonato”; capace di separarsi da ciò che lo rendeva schiavo (il danaro che riscuoteva per Roma e che rubava per sé); capace di non lasciarsi neanche fermare dalle parole malevole della folla che, criticando Gesù, disprezza come sempre lui identificandolo con il suo peccato. Proprio dinanzi a questa folla che mormora e disprezza Zaccheo ha il coraggio di proclamare l’uomo nuovo che è: la sua ricchezza la condivide con i poveri e ciò che ha frodato lo restituirà al quadruplo  La parola di Zaccheo è piena di due cose: di verità e di fiducia in Dio. Benedetta verità! Così rara! Zaccheo non ammanta l’amara  verità delle sue frodi con belle parole e non la copre con la pur lodevole carità per i poveri; ormai lo sa: la carità è una cosa e ripristinare la giustizia è un’altra cosa! Con i suoi atti Zaccheo mostra che si fida di Dio: pensiamoci, gli resterà ben poco se la sua ricchezza era frutto delle sue frodi. Ma ormai Zaccheo è un uomo libero perché ha compreso che Dio si è davvero ricordato sempre di lui, anche nelle sue lontanaze e perversità.

Anche in questo bellissimo episodio Luca ci mostra  che  il cammino del Buon Samaritano prosegue; infatti il Figlio dell’uomo salendo a Gerusalemme trova ancora un povero ferito (ironicamente è un ricco) e se ne fa carico perché entri luce nelle sue tenebre e pace nel suo cuore. La scena che Luca ci consegna è tutta pervasa da una sottile aria di gioia: Zaccheo accoglie Gesù con gioia e ci pare quasi vedere Gesù afferrato dalla stessa gioia quando coglie l’irrompere della luce e della pace in quell’esistenza carica di possessi ma priva di vita.

Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Solo se ci annoveriamo coraggiosamente tra i perduti saremo cercati e salvati; solo se avremo il coraggio di perdere la faccia dinanzi al mondo arrampicandoci su di un sicomoro.




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