I Domenica di Avvento (Anno C) – Il Signore ritorna

 

CERTEZZA E INVOCAZIONE

Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3, 12-4, 2; Lc 21, 25-28. 34-36

L’Avvento non è attesa del Natale! E’ un po’ semplicistico ed infantile dire così; l’Avvento culmina nel Natale!
L’Avvento è tanto di più: è attesa del Signore che ritorna! Il Natale verrà e sarà conforto alla fatica dell’attesa: se è già venuto, adempiendo le promesse fatte ad Israele, vuol dire che ancora manterrà la promessa e tornerà.

L’Avvento è tempo di esercizio, di preghiera, di riflessione per preparare la venuta del Signore, quella che avverrà alla fine della storia, quella che invochiamo e di cui siamo certi. La parola  Maranathà è la preghiera tipica dell’Avvento, ma in verità è tipica della vera identità cristiana, perché si è cristiani se si attende il Signore, se si fa della storia un’attesa impegnata e vigilante di Lui.
La parola Maranathà ci dice contemporaneamente certezza ed invocazione; è una parola in aramaico – la lingua parlata da Gesù e dalla prima comunità cristiana – che troviamo nel Nuovo Testamento, nella Prima lettera ai cristiani di Corinto (1Cor 16, 22) nel suo suono originale e che troviamo, questa volta tradotta in greco, alla fine del libro dell’Apocalisse (Ap 22, 20); essa può avere due significati: Marànathà (Il Signore nostro viene!) oppure Marana thà (Signore nostro, vieni!).
Dunque certezza ed invocazione! Certezza perché Lui l’ha promesso, ed oggi ascoltiamo questa promessa nel passo dell’Evangelo di Luca, Evangelo che ci accompagnerà in tutto questo nuovo anno liturgico che oggi ha inizio.

Sì, è certo: Gesù tornerà, ed a Lui dovremo consegnare la storia trasfigurata dal suo Evangelo e Lui consegnerà tutto al Padre ed al suo amore …
Se sarà questo, la sua venuta come non invocarla, come non attenderla, come non sperarla con tutto noi stessi, come non lottare per affrettarla?

L’Evangelo ancora oggi ci parla con quel linguaggio apocalittico che ritrovammo in Marco due domeniche fa: la realtà che conosciamo sarà capovolta dalla venuta del Figlio dell’uomo, tutto sarà nuovo e questa novità dovrà passare attraverso il giudizio del Figlio dell’uomo; un giudizio che Luca ci chiede di prendere molto sul serio: quegli uomini che muoiono di paura vogliono dirci proprio la serietà e la verità di un giudizio con cui bisognerà fare i conti! Bisognerà avere coraggio per comparire davanti al Figlio dell’uomo; mi viene da dire che ci sapranno andare quelli che avranno avuto il coraggio della sequela nel loro cammino storico …
Quale sarà il criterio netto del giudizio del Figlio dell’uomo veniente? Uno solo: aver seguito il progetto di vita del Crocefisso, l’essere stato suo discepolo, ma per davvero …

La formula che troviamo in Lc 9, 24 ci dice chiaramente quale sia questo progetto su cui tutto si giocherà: “Chi conserva la sua vita la perde e chi la dona la ritrova!”. Chi vive così, certo con tutte le lotte, le fatiche e le cadute che possono – anzi, devono esserci – si prepara alla venuta improvvisa del Figlio dell’uomo ed al suo giudizio.
Ed allora non bisogna lasciarsi sorprendere impreparati, bisogna stare attenti a non lasciarsi inghiottire dalla vita, a non farsi scorrere addosso la vita; il fare soffoca tutto e questo ci rende incapaci di riconoscere il tempo opportuno per la salvezza, il tempo per dire e ridire con gioia il nostro al Signore Gesù.

Domenica scorsa dicevamo che la festa di Cristo Re non deve avere sapore trionfalistico e questo è vero anche per il ritorno glorioso del Figlio dell’uomo. Certamente è vero che quel giorno sarà giorno di trionfo e di un trionfo palese a tutti, a differenza della sua vittoria pasquale che non fu palese a tutti e che è conoscibile solo nella fede e “visibile” solo nell’amore fraterno nella comunità ecclesiale. Questo trionfo finale in potenza e gloria grande deve però essere letto correttamente: non significa assolutamente che Dio alla fine della storia abbandonerà la strada della croce, e quindi dell’amore costoso, per sostituirla con quella della potenza e  – magari, come tanti vorrebbero – della vendetta! Vedete, se così fosse, significherebbe – come scrive Bruno Maggioni – che la croce non sarebbe più il centro della salvezza progettata da Dio in Cristo, e la sequela del Crocefisso non sarebbe più l’elemento decisivo di una vita umana e sensata, l’elemento decisivo del giudizio di Dio.

E’ chiaro che, se Dio abbandonasse la via della Croce per sostituirla alla fine, alla venuta del Figlio, con la mondana logica della potenza, darebbe ragione a tutti quelli che per secoli hanno riso della croce, hanno riso dell’amore, a tutti quelli che hanno deriso l’amore perché giudicato debole ed inutile, incapace di dare completa liberazione. In questi giorni tristi che stiamo vivendo, con la violenza insensata che ci ha visitati a casa nostra, quante voci in tal senso stiamo sentendo! Voci che – devo dire la verità – rattristano quanto la violenza insensata ed il sangue innocente sparso e versato!
No! Dio non smentirà se stesso!
Il ritorno del Figlio dell’uomo – ricordiamolo sempre – sarà il ritorno del Crocefisso, sarà la rivelazione luminosa che l’amore, e nient’altro, è la via della salvezza! Nient’altro!

Se questa è la nostra fede ne scaturiscono parecchie conseguenze concrete; come tutto il Nuovo Testamento, pare che anche Luca creda ad un’imminenza della Parusia, di questo ritorno glorioso. Noi però sappiamo che ai tempi di Luca e della scrittura del suo Evangelo, si era fatto chiaro che si apriva un lungo tempo della Chiesa, un tempo che si sarebbe prolungato; Luca ci dice però che sempre ci saranno segni premonitori.
Quali? Guerre, persecuzioni, dolori, ore di pressura straordinarie, e ne ha parlato all’inizio del capitolo.
In che senso sono segni premonitori? Lo sono perché ci dicono la fragilità degli equilibri umani e la fragilità delle posizioni di “buon-senso” che gli uomini apparecchiano per sé e per la storia; ogni generazione è testimone di guerre ed ingiustizie, di contraddizioni e miserie; ogni generazione è allora appellata da quegli eventi fallimentari a cogliere il presente come urgente, decisivo e questo non solo perché è breve (il che è anche vero!), ma perché ogni giorno ci dà occasioni per vivere la sequela, per vivere i nostri sì al Crocefisso. Le occasioni vanno colte perché passano e non tornano più … il che posso dire oggi non è il sì che potrò dire domani … intanto certe occasioni saranno state scavalcate e perdute per la mancanza di vigilanza.

Luca, in tal senso, ci invita ad alzare la fronte, a volgere lo sguardo al Figlio dell’uomo, al Crocefisso che torna. Così non smarriremo la speranza: la storia a volte sembra un tronco secco che non può più dare vita ma proprio lì, nella storia, riapparirà il Germoglio, come ha cantato Geremia nel suo oracolo che oggi è la prima lettura. Se si fissa lo sguardo al Germoglio di Iesse (cfr Is 11, 1) che Dio farà apparire, allora la speranza rifiorirà e l’attesa metterà in moto la vita dei discepoli, l’attesa verrà riempita da quei sì a “perdere la propria vita” con amore, che è il cuore della sequela di Gesù.

Solo l’amore salva la storia, oggi e quando Lui tornerà. Checché ne dicano i profeti di sventura, assassini della speranza, che seminano morte quanto coloro che vorrebbero combattere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Nel nome di Gesù

CHIAMATI AD ABITARE LA STORIA

  –  Mal 3, 19-20; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19   –

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

Oggi non si parla della fine del mondo … si parla, nell’Evangelo come nelle altre letture che la Chiesa ci propone, della storia … della storia e del suo cammino faticoso, contraddittorio, a volte sanguinoso, a volte luminoso, a volte grigio e spento … si parla della storia. In questa storia ci sono i discepoli di Gesù; essi devono sapere delle cose e devono essere avvertiti su altre. E’ quello che fa Gesù in questo tratto dell’Evangelo di Luca che fa parte della cosiddetta “grande apocalisse” del terzo evangelo. “Apocalisse” significa “rivelazione” … su cosa riceviamo qui una rivelazione?

Gesù prende le mosse da espressioni colme di ammirato stupore che alcuni hanno pronunziato dinanzi al Tempio ed alla sua magnificenza. Gesù interviene con una parola davvero scioccante per ogni pio ebreo … come Geremia, Gesù non si fa affascinare dalla grandiosità del Tempio, nè crede che esso sia indistruttibile (cfr Ger 7,4); quello che conta è altro! Nulla è sottratto al giudizio divino, neanche il Tempio del Signore. Bisogna stare attenti – dice Gesù – a non lasciarsi ingannare da parole false che metterebbero il Tempio al di sopra della Parola del Signore! Da questa affermazione sul Tempio, Gesù passa a dare delle notizie ai suoi discepoli e a dare degli avvertimenti, degli ammonimenti

Quali le cose che accadranno?

Sono le notizie: la prima è la distruzione del Tempio, ma poi ci sono altri fatti che segneranno la storia in cui i discepoli vivono; ci saranno guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie e pestilenze, e ci saranno anche fenomeni spaventosi nel cielo; ancora più impressionante sarà però il sopravanzare della menzogna e della falsità anche dentro la Chiesa, dentro la Comunità credente …ci saranno anche lì degli ingannatori che si paluderanno di maschere false, addirittura usando non solo il nome ma anche l’identità del Cristo.

Sono profezie? A parte l’annunzio che riguarda Gerusalemme (che realmente deve essere stato più un monito circa un fatto prevedibile, dato l’andamento delle relazioni con Roma, e chiaramente una profezia “ex eventu”, messa cioè sulle labbra di Gesù dopo che la distruzione del Tempio è avvenuta) non si tratta di profezie, ma di una descrizione della storia per come è, per quello che la storia riserva sempre e sempre riserverà fino alla fine … certo i “ fatti terrificanti nel cielo” sono fuori dell’ordinario male quotidiano, e vogliono richiamare sul piano cosmico la caducità delle cose come, sul piano particolare, tale caducità Gesù l’aveva già sottolineata circa il Tempio di cui non rimarrà pietra su pietra

Insomma mi pare che il discorso vada nel senso che la storia, anche dopo la venuta di Gesù, rimarrà piena di contraddizioni e piena di dolori … la novità, nella storia, sono proprio i discepoli!

La storia, così segnata da male e dolore, così capace di perseguitare e accusare i giusti, i discepoli del Regno, avrà dentro di sè un seme di salvezza e paradossalmente questo seme di salvezza sono proprio quei perseguitati, quegli accusati, quei trascinati dinanzi ai tribunali del mondo …

Il Signore affida ai suoi, assieme a queste notizie circa la storia, su cui non bisogna farsi illusioni, anche dei moniti, degli avvertimenti: dinanzi a tutto questo, il rischio è avere una paura che raggeli (non vi terrorizzate), o cadere preda di inganni (non lasciatevi ingannare), o mettersi a seguire dei “salvatori” che rispondono alle attese di ore di pressura e terrore con false promesse (non seguiteli!). Rischio è, pensando che la fine sia imminente, mettere termine alla lotta, alla testimonianza, all’annunzio di quella parola paradossale dell’Evangelo che contraddice il mondo e la sua storia di morte (non sarà subito la fine) … Rischio grande potrebbe essere, nel corso della storia, il pretendere di salvarsi da soli con le armi della propria eloquenza e delle proprie ragioni … il Signore dice con chiarezza: “Io vi darò lingua e sapienza”, cioè: “non fidatevi della vostra lingua e della vostra sapienza” …

Fuggendo questi rischi il discepolo, immerso nella storia, deve proclamare Gesù come suo unico Maestro e Signore, e non seguire altri (non seguiteli!); il discepolo è chiamato a perseverare (con la vostra perseveranza salverete le vostre anime; in greco “iupomonè” cioè “resistenza”) … Questa perseveranza-resistenza è dimostrazione che ci si fida della parola di Gesù e della sua presenza, che ci si affida alla sua forza, e con quella presenza e quella forza è possibile camminare nella storia nonostante le sue contraddizioni. Anzi Gesù, in questo testo di Luca, ci dice che è possibile trasformare contraddizioni e persecuzioni in occasioni di vita, di testimonianza, di annunzio di novità in una storia malata di vecchiaia, di decadenza, di vie sempre uguali a se stesse in cui il male la vince sempre (questo vi darà occasione di testimonianza).

Il discepolo può essere allora una “parola nuova” per annunziare tempi nuovi, per annunciare la caducità del mondo e delle cose che il mondo più apprezza; il discepolo è testimone di uno sguardo che va oltre la storia, ma che non dimentica la storia nel suo concreto fluire; il suo sguardo all’oltre non gli fa abdicare dalla responsabilità verso questa storia, in cui egli è chiamato ad essere seme di vita.

Più volte in questo Evangelo si parla di nome di Gesù: Alcuni verranno falsamente nel mio nomesarete trascinati davanti a re e governatori a causa del mio nome…sarete odiati da tutti a causa del mio nome…

E’ il nome che salva (cfr At 4,12) e che il discepolo deve custodire nel profondo di sè; è quel nome che non deve essere mistificato e che, custodito, fa somigliare il discepolo al suo Signore il quale fu odiato, interrogato da tribunali perversi, trascinato dinazi a re e governatori (proprio in Luca, Gesù è portato davanti a Erode e a Pilato!), tradito ed abbandonato dagli amici…

Il Signore si è fidato del Padre fino alla fine, trasformando quell’orrore nel luogo supremo di testimonianza di Dio e nel luogo supremo dell’amore.

L’Evangelo di oggi ci consegna una parola nella quale il Signore confida di averci compagni in quest’opera strordinaria di abitare la storia,  con i suoi dolori e contraddizioni, da testimoni di un’alternativa e di una speranza!

La caducità delle cose e del mondo non ci pongono, come Giona, sotto un ricino in attesa di un grande rogo punitivo (cfr Gion 4, 5-11), ma in una compassione attiva per gli uomini nostri fratelli che, anche se si presentano con il volto di nemici, hanno diritto di avere da noi la testimonianza di una perseveranza amorosa che affonda le sue radici nel nome di Gesù nostro fratello e Signore, “autore e perfezionatore della nostra fede” (cfr Eb 12,2).




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I Domenica di Avvento – Il futuro di Dio

AMMALATI DI PRESENTE

Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3,12 – 4,2; Lc 21, 25-28.34-36

 

Noi siamo maledettamente ammalati di presente; tanto ammalati di presente che siamo portati a credere che il presente che conosciamo si debba “eternizzare”…ma guai a chi “eternizza” il presente, a chi lo “congela” credendo che le coordinate note nel suo oggi siano capaci di esaurire tutto.

L’Avvento, che si apre con questa domenica, ci indica invece il futuro e ci proclama che Dio, il Dio della Scrittura, è il Dio del futuro, che ci porta verso un futuro che è più grande di ogni presente conosciuto o ipotizzabile.

L’Avvento è il tempo che ci grida un’eccedenza: il futuro di Dio eccede le nostre attese ma vuole la nostra attesa. E questo perché l’attesa è la sete che ci permette di bere con gioia al futuro che Dio ci prepara in Gesù Cristo! Il più grande “dramma” dei cristiani di oggi è proprio questa povertà di attesa! Una povertà di attesa che nella storia della Chiesa corrisponde sempre ai tempi in cui la comunità dei credenti si assesta in posizioni di sicurezza e di potere; infatti, la povertà di attesa diviene sempre presunzione, arroganza, pretesa.

Solo chi è povero attende e solo chi attende è davvero povero; solo chi attende si fa “concavità” disposta ad accogliere l’Altro e gli altri…solo chi è in stato di avvento può in verità accogliere gli altri riconoscendo in quei volti la bellezza multiforme del Veniente.

La liturgia di questa Prima domenica di Avvento ci suggerisce una via per crescere nell’attesa: la coscienza della caducità nostra e del mondo stesso; se questo è vero, come è vero, dove è il senso di tutto questo? Dove il senso della stessa bellezza che pure abita questo mondo? Dove il senso della ricerca di vita che da ogni dove si leva come un grido?

Il passo dell’Evangelo secondo Luca (che ci accompagnerà in tutto il cammino di quest’anno) ci dice che se questo mondo finirà è perché ne deve sorgere uno nuovo di cui questo è germe e seme… Lo sappiamo: il nascere ed il morire avvengono nella sofferenza…è così! Certo è un mistero grande, ma che non bisogna leggere nelle categorie del “pessimismo cosmico” e questo perchè in mezzo, tra il nascere ed il morire, c’è anche la gioia, la bellezza, l’amore…

Il mondo che conosciamo, ci dice Gesù nel passo di Luca di questa domenica, finirà allo stesso modo: in un’ora di tribolazione, di dolore; ci sarà una grande paura (…gli uomini moriranno di paura!) ma Luca ci dà la certezza che, proprio in quell’ora di paura, si ascolterà la voce del Figlio dell’uomo che ripeterà, come ai discepoli spaventati nella tempesta sul lago: “Io sono, non temete!” (cfr Mc 6, 45-52). Il suo ritorno riempirà di bellezza quel giorno e trasformerà la fine nel fine della storia e del mondo! Un fine che deve nutrire di speranza il nostro oggi e sottrarlo ad ogni mediocrità e ad ogni presunzione di possesso.

Tutto questo sarà possibile grazie al Veniente, a Gesù che non che non è solo Colui che è venuto ma è anche Colui che è venuto e che verrà! Lui, come ha detto Geremia nella Prima lettura, è il germoglio di giustizia, è il principio del mondo nuovo e ne è il compimento.

Ciò che Lui ha seminato con la sua venuta e che ha affidato a noi nello scorrere della storia, Lui stesso verrà a compierlo al suo ritorno. Intanto ci vuole un cuore desto e pronto, capace di giocarsi la vita giorno per giorno fidandosi delle vie dell’Evangelo.

L’Avvento è tempo per questo esercizio: sguardo al futuro di Dio, vigilanza nel presente, memoria grata delle grandi opere di Dio nella storia degli uomini e nella nostra storia personale. L’Avvento è tempo per esercitare la fiducia, l’abbandono; è tempo per credere ad un compimento che ci trascende e che è tanto più grande delle nostre opere di giustizia. L’Avvento è tempo di sobrietà per eliminare tutto il superfluo e per andare all’essenziale delle nostre vite, a quel che davvero conta, quello per cui vale la pena lottare, cui vale la pena puntare tutto quel che siamo ed abbiamo.

Chi attende ha lo sguardo lungo, capace di vedere lontano, per lo meno fino all’orizzonte ma sapendo che l’orizzonte cela altri orizzonti, altri domani fino al grande definitivo domani. 

Padre Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Il fine della storia

 

LA STORIA E IL SUO SENSO

Mal 3, 3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19

 

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico, la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto e la vita della Chiesa è sì fiorente, ma minacciata; già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo)…
La fine del Tempio per Luca (come per tutto il Nuovo Testamento) è segno potente della novità che è Cristo, e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè segno rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo Tempio, che è il Cristo crocefisso e risorto vivente nella Chiesa.

Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per la grandiosità del Tempio e per le sue bellezze, ed è detto “grande apocalisse lucana”; al capitolo 17 avevamo incontrata invece la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia, mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude cioè con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose, e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere. Qui Gesù narra come sarà la storia e come in essa, coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo, potranno e dovranno camminare.

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non sono parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma non sono neppure parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole di promessa di una vicinanza provvidente, che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Una tale salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne, e tutto questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che anestetizza i credenti e li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno…menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio. Pensiamoci… il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente, presentandosi come un idolo che chiede adesione: «Molti verranno nel mio nome dicendo IO SONO…NON SEGUITELIIo sono”: è il santo nome di Dio, ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare.
Gli idoli chiedono sequela, e lo fanno con seduzione potente che noi tutti sperimentiamo ogni giorno, ma Gesù ammonisce: «Non seguiteli!».
Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo, Seguitemi! (cfr Lc 5, 11.27; Lc 9, 59; Lc 14, 27), qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo, a tale proposito, è l’uso del suo nome: il credente cioè può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo, invece di farsi servo di quel santo nome.
Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati «a causa del mio nome». E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo, o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4, 12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro. Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione; se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo. Ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, la parola quella della croce (cfr 1Cor 1, 18), allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore, che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli…dagli amici.
E’ terribile, ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: quando scrive l’Evangelo è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli); e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni, ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti; l’“iupomonè” di cui Gesù oggi parla è infatti proprio la pazienza perseverante, il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno.
Insomma, è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù, e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla, ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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