XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Cristo Re

IL VESSILLO DELLA CROCE

   –  2Sam 5, 1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43   –

  

Crocifissione bianca (Marc Chagall, 1938)

Crocifissione bianca (Marc Chagall, 1938)

Nulla a che vedere tra questo re che oggi è al centro della nostra liturgia ed i re che dominano la scena di questo mondo, i potenti (oggi i “re” sono pochi, ma i “potenti” sono sempre tanti!) che hanno nelle mani le sorti dei popoli.

La regalità di Cristo Gesù, infatti, la si può leggere correttamente solo sullo sfondo della Passione, anzi la si può leggere nella sua verità solo nella Passione; è vero che il Risorto, il Veniente come Giudice escatologico è Signore, è re, ma lo splendore del Risorto e del Giudice della storia proviene dalla vittoria del Crocefisso! Il suo ritorno glorioso, il giudizio che il Risorto pronuncerà sulla storia, non sostituirà la logica dell’amore con la logica della potenza. Il Risorto, il Veniente, grida che la logica della croce è paradossalmente vincitrice; non dice al mondo che viene un’ora in cui quella logica “perdente” verrà sostituita dalla logica “vincente” della potenza e della forza arrogante, anzi affermerà per sempre la logica dell’amore mostrando per sempre che ciò che davvero ha retto la storia non sono stati gli intrighi e gli accumuli dei potenti, ma l’amore di Dio che a pieno si è manifestato nel re crocefisso sul Golgotha.

La regalità mondana, la potenza mondana si rivela nella violenza, nel generare paura e sottomissione, si rivela nel’imposizione e nella salvezza del potente stesso … non a caso sulla croce Gesù riceverà davvero l’ultima tentazione con quel tremendo “salva te stesso!” ripetutogli dai notabili (cfr Lc 23,35), dai soldati (cfr Lc 23, 37) e poi da uno dei malfattori crocefissi (cfr Lc 23, 39). E’ la tentazione che vorrebbe trasformare quel re crocefisso in un re secondo i canoni del mondo, un re che “salva se stesso”. Gesù è però un re che salva gli altri e non se stesso, anzi, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Colossi nell’inno che costituisce oggi la seconda lettura, nel sangue della sua croce il Padre ha rappacificato tutte le cose e tutto ha riconciliato a sè … è un re che ha il primato su tutte le cose, ma un primato che non ha conquistato uccidendo e facendo stragi (come fanno i potenti del mondo per acquisire potenza), ma dando la sua stessa vita, senza nulla trattenere per sè.

Un re Gesù che non tiene chiuse gelosamente le porte del suo regno, del suo “paradiso” (che è sinonimo di intimità; il “paradesha ”(in sanscrito) – da cui paradiso – è il giardino intimo del re in cui venivano ammessi solo pochi!), ma lo apre a tutti: non ai grandi di questo mondo, ma agli ultimi, come ultimo è quel povero brigante crocefisso che è riuscito in un’impresa straordinaria: intravedere in quel Crocefisso al suo fianco una regalità tale che può anche concedere grazia!

Che sguardo penetrante ha questo ladro crocefisso: riesce a vedere in Gesù, crocefisso con lui, un volto tanto umano da rivelargli tutto il senso dell’umano, di quell’umano che lui, come tutti noi, tanto spesso abbiamo calpestato e misconosciuto in noi stessi e negli altri uomini … Questo condannato a morte sente che quel Crocefisso gli è accanto senza giudizio o condanna sul suo passato, sente che quel Crocefisso mite, che non grida nè maledice, ma pronunzia parole “inverosimili” di perdono, gli racconta di un mondo, forse sognato ma creduto inaccessibile alla nostra carne di uomini!

E invece eccolo lì quel Gesù: carne e sangue, dolore e lacrime come tutti, ma splendente della luce dell’amore… Un amore così è regale perchè regge il senso della storia e della vita; è un amore che non crea distanze per la sua bellezza e splendore … e quel ladro giustiziato lo comprende con stupore: è infatti lui l’unico personaggio del Nuovo Testamento che si rivolge a Gesù chiamandolo semplicemente Gesù, senza nè titoli, nè altri attributi (perfino Maria nell’Evangelo stesso di Luca, si rivolge a Gesù dicendogli “Figlio, perchè ci hai fatto questo?” cfr Lc 2, 48) … quest’uomo in croce coglie una vicinanza senza limiti; nulla li separa: gli stessi chiodi, gli stessi spasimi, lo stesso odio che li circonda, la stessa solitudine … vorrei dire lo stesso “inferno” … accanto a lui, però, c’è uno che in quell’ “inferno” sta portando una luce, la luce dell’amore capace di trasformare gli inferni in paradisi!

Gesù è un re così, non in altri modi! “Christus vincit!” canterà la Chiesa sua Sposa, ma essa deve sempre ricordare che “Christus vincit” nella debolezza estrema della croce pervasa però dall’amore di Dio; nessun trionfalismo nel canto di vittoria del Cristo, nessun trionfalismo nella sua regalità!

Sulla croce Gesù sperimenta la debolezza dell’amore e la sua sconfitta, ma si abbandona ugualmente e totalmente all’amore … gli uomini lo inchiodano alla croce, e Lui muore per loro amandoli,  perdonandoli e tutto consegnando alle mani del Padre (cfr. Lc 23,46). Chi coglie questo comprende che nulla ha senso fuori da questa via di amore costoso e, allora, riesce a dire a questo Re: portaci con Te, dove sei Tu voglio essere anche io!

Il paradiso, per chi scopre questa regalità, inizia già nella storia perché già nella storia entra nell’intimità profonda con il Figlio di Dio, con la sua umanità nuova e rinnovante e, camminando nella storia, nell’oggi di cui Gesù dice anche al ladro in croce, ne sa e la meta e il senso!

Si conclude così il viaggio in questo anno liturgico: innanzi a noi è innalzato il vessillo della Croce, vessillo di un re che ci chiede di seguirlo e restare con Lui, di proclamarlo Signore delle nostre vite perchè in questa signoria, Lui lo sa, potremo trovare vera libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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LA SIGNORIA DI CRISTO

2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43

Oggi si parla di un re…una figura un po’ anacronistica…in ribasso sulle quotazioni del mondo…ormai i re sono sempre più pochi sui troni politici del mondo e questo, da un lato rischia di farci sembrare questo titolo dato a Cristo strano e fuori dalle nostre categorie culturali, un titolo quasi da fiaba, da un altro lato però, se i re umani scompaiono o sono solo figure rappresentative e simboliche dove ancora ci sono, questo ci dà la possibilità di guardare alla regalità del Cristo come a qualcosa di davvero diverso e altro. Se i credenti ancora chiamano Gesù re è perché vogliono dire qualcosa di certamente diverso rispetto a tutte le regalità pensabili.

Già il Nuovo Testamento parla di una regalità altra che supera le regalità mondane ed anche quelle messianiche che Israele aveva sperimentato. Nella prima lettura, tratta dal Primo libro di Samuele ci è stata ricordata la regalità messianica di Davide. Le tribù di Israele la riconoscono mettendosi in alleanza con lui riconoscendo la vocazione che Dio gli ha dato di pascere il suo popolo. Ai tempi del Nuovo Testamento però l’esperienza monarchica di Israele è miseramente fallita e la regalità davidica è, per l’Israele fedele, solo una memoria di una promessa che la supera. Il re veniente sarà altro da quello che Israele ha sperimentato, da quello che i popoli sperimentano.

Ma che alterità?

Per comprendere dobbiamo prima porci un’altra domanda: chi è un re? Certamente è uno che guida, che pasce, come  già diceva il testo del Primo libro di Samuele con tutta la tradizione profetica; è poi uno nel quale possiamo dire si riassume la totalità del popolo…ma è soprattutto uno che ha l’ultima parola su coloro che lo chiamano re; è il Signore. La festa di oggi allora potremo chiamarla Solennità della Signoria di Cristo. Una signoria che va riconosciuta e accolta per quello che essa è nella sua alterità.

La liturgia di oggi ci propone con crudo realismo questa alterità liberando la regalità di Cristo Gesù da ogni esito trionfalistico, di dominio…liberando la sua Chiesa dalla tentazione di farsi regno mondano stendendo tentacoli di supremazia sui regni e sugli uomini.

Il Cristo è davvero re perché ha parole definitive sulla storia, è davvero re perché tutto regge con la sua parola potente (cfr Eb 1,3), è davvero re perché ha conquistato alla luce del Padre il mondo che si era gettato nelle tenebre di morte. Non bisogna dimenticare che è Gesù stesso che afferma la sua regalità. Nel Quarto Evangelo lo dice con chiarezza: Io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo. Se ci fermassimo qui sarebbe rischioso ma Gesù aveva anche detto, a scanso di ogni possibile equivoco: Il mio regno non è di questo mondo…non è di quaggiù (cfr Gv 18, 36-37) ed il passo dell’Evangelo di Luca che oggi si proclama lo mostra con una chiarezza limpida e spiazzante.

Questo re è altro perché non salva se stesso! Salva gli altri, i suoi torturatori, quelli che lo insultano…salva noi! Per ben tre volte la tentazione lo aggredisce sul paradossale trono della croce: Salva te stesso! La tentazione gli ricorda che ha già operato la salvezza di tanti infelici, di tanti poveri, di tanti disprezzati…e davanti ai suoi occhi di crocefisso sono passati certamente i volti della peccatrice con il vasetto di profumo, del cieco che riapre gli occhi alla luce, dei lebbrosi con la loro pelle risanata, degli ossessi umanizzati, di Zaccheo raggiante di gioia e di speranza, dei suoi discepoli pieni di fiducia in un mondo diverso..li ha salvati! La tentazione gli ricorda che Lui può ma Gesù sa che è re, e anche i suoi uccisori l’hanno scritto in cima alla croce, ma è un re che salva il mondo perdendo se stesso.

Gesù aveva annunciato questo paradosso per tutta la sua vita, con tutta la sua vita: solo chi perde la propria vita la ritrova (cfr Lc 9,24)…e ora è lì a perdere la sua vita; se salvasse se stesso rinnegherebbe quel paradosso…e così da re paradossale rimane lì, confitto alla croce in un’impotenza totale e sceglie di salvare e non di salvarsi. Come ultimo atto della sua storia su questa nostra terra salva un povero, il più povero…uno a cui si è fatto simile fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Sulla croce, perdendo se stesso e donando salvezza senza salvare se stesso, Gesù è davvero re, domina davvero. Domina quella tremenda “filautìa” che è amore di sé fino alla dimenticanza degli altri e di Dio; domina con l’amore e la misericordia l’odio che lo sta aggredendo inchiodandolo al legno dei maledetti; è re perché si fa ponte tra la terra dei poveri e degli ultimi ed il “paradiso” di Dio…nell’Evangelo di Giovanni Gesù dice: Io sono la via (cfr Gv 14,6) e qui vediamo come Egli sia davvero via; via per chi riconosce nel paradosso la sua regalità, via per chi, come il ladro crocefisso, non ha paura del suo peccato e sa consegnarlo a quelle mani inchiodate apparentemente impotenti ma paradossalmente capaci di aprire quel “paradiso” che l’uomo chiuse con la sua disobbedienza e dinanzi al quale saettava la spada di fuoco dei tremendi cherubini posti a guardarne la soglia (cfr Gen 3,24).

Fu la negazione della signoria del Creatore a chiudere quelle porte che ora vengono spalancate all’ultimo dei figli di Adam, al più reietto e  misero, a questo ladro crocefisso che però riconosce, nel Crocefisso che gli sta accanto, il Signore che ha le chiavi della morte e dell’inferno (cfr Ap 1,18) e perciò è la chiave di Davide, se egli apre nessuno chiuderà (cfr Is 22,22).

La Chiesa oggi, al culmine dell’Anno liturgico, contempla questo re che è ragione di ogni lotta quotidiana per la santità e la giustizia, questo re che le dà la forza per costruire il Regno sapendo che esso è sempre dono dall’alto, questo re che mette in crisi tutti i regni del mondo e tutte le pretese di potere, questo re che regna dalla croce.

Alla fine dell’Anno liturgico la meta non è un compiacimento trionfalistico ma, ancora una volta, è una via contraddittoria alle nostre vie, la meta è una Signoria che non ci mette al riparo in una religione rassicurante ma ci chiede di rischiare di persona,  a caro prezzo (cfr 1Cor 6,20).

Alla fine dell’Anno liturgico questo re si mostra a noi come possibilità di un modo pieno per essere uomini, vorrei dire del modo pieno per essere uomini: nell’amore che si dona, che non salva se stesso ma salva l’altro!

Questo re è credibile perché senza svendere la sua Signoria si è fatto vicinissimo a noi ed alla concretezza della nostra umanità, fino alle nostre croci. Tanto vicino e prossimo che il ladro crocefisso lo può chiamare semplicemente Gesù (è l’unico in tutto l’Evangelo che lo chiama solo così, senza titoli…) e fa fiorire sulle nostre labbra quello stesso nome santo ogni giorno, nella confidente certezza che Lui è il Signore  che a tutto dona senso!

Il Buon Samaritano termina così il suo viaggio, quello che Luca ci ha narrato in tutto il suo Evangelo durante quest’anno ed il finale è sconvolgente: è ferito come colui che ha soccorso! Ha le stesse piaghe e le avrà per sempre (cfr Lc 24,39) non per raccontare un eterno dolore ma per narrare un amore eterno…

Di un Signore così ci possiamo fidare e possiamo camminare, pur tra le contraddizioni della storia, con l’ardente desiderio di pronunciare, come ultima parola delle nostre labbra, proprio come il ladro crocefisso, primo Santo del Regno, il nome del re fattosi compagno delle nostre vite:  Gesù! 




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