Battesimo del Signore (Anno C) – Un’ora di grazia!

 

 VICINO ALL’UOMO E ALLA STORIA

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”: qualcosa, dunque, di grande importanza!

Questa domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale.

Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia: la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia; è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere «in questo mondo»: è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio, la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!
Ora di grazia questa discesa nel Giordano, ora di grazia per noi uomini, ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: «Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto»! Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava.
Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente, che battezzerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: «Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali».
Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!
Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo!
Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”: forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3, 8.24) quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.
«Pregava»… sì, è solo nella preghiera che il nostre essere figli si fa chiaro e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, «in questo mondo»!
La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!
Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (Is 63, 19) riceve finalmente risposta: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!»

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1, 2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano, sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; e in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono: in Gesù Dio ci ha fatti suoi, e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio!
E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.
I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Avvento (C) – La gioia della Salvezza

 

L’UOMO AL CENTRO

Sof 3, 14-17; Cantico Is 12, 2-6; Fil 4, 4-7; Lc 3, 10-18

 

Ancora il Battista.
Oggi è colto nella sua predicazione che apre l’attesa al “novum” che sta per venire. A chi lo va ad incontrare nel deserto il Battista chiede di fare delle scelte che preparino la venuta di quell’Altro a cui lui non è degno di sciogliere i legacci dei sandali.
Sembra che questa pagina di Luca contraddica il clima di gioia di questa terza domenica d’Avvento, la domenica detta “gaudete” domenica della gioia; pare che il severo profeta del deserto non abbia connotati di gioia, che in lui ci siano solo domande esigenti e parole penetranti e scomode … Se però leggiamo bene il passo di Luca che oggi la liturgia ci propone, vediamo che esso ha un culmine molto preciso: Esortando con molte altre parole annunciava la bella notizia … è la luce dell’Evangelo, la luce gioiosa di una presenza dinanzi alla quale si deve e si può gioire, ma dinanzi alla quale è pure necessario prendere delle decisioni concretissime.

Lo stesso grido di gioia del Profeta Sofonia, che è la prima lettura, culmina con l’annunzio di un’opera di ricreazione che il Signore compirà nel suo popolo: «Ti rinnoverà con il suo amore». Paolo ugualmente, nel celebre passo della sua Lettera ai cristiani di Filippi, che ha lo strano sapore di una gioia comandata, chiede che frutto di quella gioia per il Signore che viene sia un’amabiltà nota a tutti; chiede cioè che il discepolo di Cristo porti la luce di un comportamento bello (cfr 1Pt 2, 12), e che racconti la gioia di una vita luminosa; ed una vita luminosa è solo una vita che decide di non camminare per i soliti sentieri bui del mondo, per i soliti sentieri della sopraffazione, dell’egoismo e dell’avere se stessi come unico orizzonte d’interesse.

Il Battista, a quelli che al Giordano lo interpellano per sapere cosa fare, chiede di attendere il Veniente portando frutti di quella immersione che lui era sto chiamato a dare a quanti la richiedevano. L’immersione in acqua era solo un simbolo di un voler “affogare” ciò che è vecchio e mortifero, farlo portar via dal fiume che inesorabilmente scorre e – ricordiamolo – sfociando il Giordano nelle acque morte del Mar Morto, pare riportare così ad un luogo infernale ciò che è infernale nell’uomo. Un tale gesto rimandava a delle vite mondate da ciò che è opera di morte: ecco dunque le richieste che il Battista fa a chi domanda quale sia la nuova via da percorrere per preparare la strada al Veniente.

Giovanni chiede a tutti una vita non ripiegata su se stessi, una vita capace di condivisione, una vita in cui vi sia attenzione all’altro tanto da accorgersi di chi non ha tunica per condividere ciò che si possiede.
La condivisione è la prima via che rende l’uomo uomo!
Senza questa capacità di attenzione si costruiscono barriere tremende verso l’altro e così le vie al Signore non sono preparate. Il Signore veniente troverà infatti tanti muri di egoismo e di autosufficienza che gli impediranno di passare e portare il fuoco nuovo in cui tutto sarà purificato e da cui sorgerà in modo definitivo l’uomo nuovo.

Con questa prima richiesta rivolta a tutti, il Battista non chiude la sua esortazione: vanno da lui dei pubblicani, gente che faceva il mestiere odioso di riscuotere le penose tasse per l’occupante romano, e a loro chiede di non abusare del proprio ufficio, di non arricchirsi sulle spalle e sulla miseria degli altri che non possono reagire ai loro abusi.
Una richiesta simile Giovanni la fa anche a dei soldati: a questi chiede di non usare la forza delle armi contro gli altri, di non sottometterli e rapinarli con la violenza; e chiede di accontentarsi delle loro paghe.

Al versetto 8 di questo stesso capitolo Luca aveva posto sulle labbra del Battista un’esortazione importante: «Fate frutti degni della conversione», un’espressione che potrebbe essere più significativamente tradotta con “Dimostrate con i fatti che vi siete convertiti”. Una vita nuova non si mostra con dei gesti isolati, ma con la vita, con tutta la vita. Spesso nello spazio cristiano ci si sente porre la domanda: “Che dobbiamo fare?”, e si vorrebbero delle rispostine facili: “Fai dei gesti solidali” oppure “Dai uno scampolo del tuo tempo agli altri”… fai un po’ di volontariato” … cose tutte lodevoli, ma ancora distanti dalla vita, da quella vita nuova che scaturisce dalla gioia dell’Evangelo e che affretta la venuta del Signore.
Il Battista non chiede dei piccoli gesti, ma chiede di cambiare dentro: ogni spazio vitale è luogo per sperimentare la salvezza di Dio; non dei tempi, ma tutto il tempo che si ha … così si ridà un’anima al mondo, andando al profondo, ed il profondo è la vita concreta che è fatta di relazioni umane in cui condividere, in cui non abusare del potere – e tutti ce n’hanno un po’ di potere! – in cui non usare violenza.

L’Evangelo di oggi ci dice che le strutture mondane che sono strutture di peccato (le ingiuste tasse di un oppressore, la violenza delle armi, la guerra) vanno “uccise” dal di dentro, immettendo in esse principi di morte per la sopravvivenza di quelle STESSE strutture: il rispetto dell’altro e la cessazione di ogni violenza fanno cessare oppressioni e guerre.
Che soldato è un soldato che non usa la spada?
La rivoluzione del cristianesimo dovrebbe essere così: immettere Evangelo nel mondo, attraverso vite davvero cambiate dalla gioia della salvezza. Così si inizia a dare morte alle opere di morte, così si inizia a portare l’uomo ed il suo valore al centro, rinunziando ad altre centralità.

Certo tutto questo non sarà indolore, non sarà a basso prezzo. Nelle prime generazioni cristiane il perseguire queste vie di rivolta pacifica alle strutture di morte costò la vita a tanti … quanti soldati tra i primi martiri!! Uomini che, al momento di prendere le armi per fare violenza, le lasciarono cadere al suolo e preferirono essere uccisi piuttosto che uccidere … quanti nei primi secoli scelsero vie di miseria e di povertà perché l’Evangelo chiedeva loro concretamente di smettere delle “professioni” fondate sull’uso dell’altro e sull’abuso sull’altro uomo!

La gioia del cristiano ha radici nella serietà di un Dio che ci ha scelti fino alle estreme conseguenze; ha radici in un’autenticità di sequela con cui non si scherza: la Venuta del Signore sarà compimento di gioia ma anche giudizio veritiero, un o un no sulle scelte dell’uomo e della storia … il Veniente dirà con chiarezza ciò che è grano e ciò che è pula.

Non ci sarà inganno sulla sua bocca: per chi ricerca la giustizia questo è motivo di grande gioia e di grande speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Avvento (C) – Raccontare la Speranza

 

A TUTTI GLI UOMINI!

Bar 5, 1-9; Sal 125; Fil 1, 4-6.8-11; Lc 3, 1-6

In questa seconda domenica la speranza di Avvento assume i toni della profezia. Domenica scorsa la Scrittura ci diceva che la speranza è custodita dalla vigilanza, oggi ci dice che è necessaria la profezia per dilatare la speranza.
La profezia … ecco perché oggi campeggia la figura del Battista, che può apparire piccolo se confrontato con lo sfondo grandioso che Luca usa per farlo entrare in scena, ma che risulta grande se si tende l’orecchio alla sua voce che grida la profezia, alla sua voce che, in fondo, pronunzia una parola di giudizio, su quello stesso scenario.

Lo scenario che Luca ci mostra è grandioso perché vuole inquadrare gli avvenimenti di salvezza in un preciso quadro storico, in primo luogo per non disgiungere mai il piano di salvezza dal concreto piano storico. La salvezza è opera di Dio che irrompe nella storia, in una storia concreta con le sue contraddizioni, in una storia connotata dalle solite dinamiche di potere e politico e religioso. Luca parte dal “grande” per arrivare al “piccolo”, al particolare: parte infatti da Tiberio Cesare per passare a Pilato, e per giungere a quei piccoli tirannelli che sono Erode Antipa ed i suoi fratelli, e per giungere poi al potere religioso di Gerusalemme nelle persone dei sommi sacerdoti Anna e Caifa … e su questo sfondo Luca staglia il Battista.
Il suo ingresso in scena però è dovuto non ai soliti meccanismi mondani, ma ad un evento preciso di altra natura: la Parola di Dio che avviene su di lui … ed avviene (in greco eghéneto) nel deserto. In tal modo Luca cambia lo scenario: dai grandiosi palazzi dei poteri umani, dalle città del potere, alla regione desertica che circonda il Giordano, nel quale Giovanni immerge chi cerca perdono, chi cerca conversione, chi cerca di volgersi verso il Signore, di tornare la Lui.
Questo movimento di ritorno è però un movimento che compie Dio stesso, è il movimento di ritorno del Signore che va ad incontrare il suo popolo: se il suo popolo lo cerca e si lascia immergere da Giovanni, il Signore già lo aveva cercato, tanto che aveva fatto cadere la Parola su Giovanni figlio di Zaccaria (ricordiamo che “Giovanni” significa “Dio fa misericordia” e “Zaccaria” significa “Il Signore ricorda”!) il quale, fin dal grembo di sua madre, è chiamato a preparare i cuori a quella venuta del Signore (cfr Lc 1, 17).

Luca cita un testo del libro di Isaia nel quale vede la prefigurazione di ciò che stava accadendo nel deserto: è la stessa citazione che già Marco e Matteo avevano posto come chiave per leggere la missione di Giovanni. Luca però aggiunge anche il versetto 6 del capitolo 40 di Isaia in cui ritorna all’universalità: «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio». Aveva cominciato con uno sguardo su tutto il mondo (l’impero di Tiberio Cesare) ed ora conclude di nuovo con uno sguardo ampio: “ogni uomo”. Ciò che accade nel deserto di Giuda in quell’anno quindicesimo di Tiberio (il 28-29 d.C.) riguarda tutti gli uomini, quello che il Profeta Giovanni grida nel deserto riguarda tutta l’umanità, ultima destinataria di quella profezia.

La speranza che il tempo d’Avvento vuole rinfocolare nel cuore dei cristiani è un grande tesoro e Dio vuole che i cristiani siano messaggeri di questa speranza per ogni uomo! Perché questa speranza corra, il Cristiano ha una vocazione profetica … la profezia è il compito del cristiano nella storia. Non è presuntuosa questa definizione: il discepolo di Cristo è davvero chiamato ad essere profeta per la storia, e solo lui può esserlo per davvero.
E’ profeta se, fedele alla sua identità, sarà capace di ascoltare Dio, di leggere la storia mettendosi dalla parte di Dio per ridire alla storia la Parola che è Cristo.
Il cristiano è profeta non perché dice cose nuove, ma perché ridice Cristo nei vari tempi della storia, nei vari luoghi, nella varie culture … Cristo è l’ultima e definitiva parola da ridire sempre. Certamente dobbiamo sapere che è una parola che deve risuonare nei deserti impervi dell’uomo e della sua storia; dobbiamo far risuonare la parola che è Cristo nei deserti e sugli incroci confusi dei sentieri degli uomini, proprio nelle false paci che i poteri del mondo apprestano, perché essi più facilmente possano essere poteri! La parola dovrà risuonare lì dove il mondo rassicura e quieta l’oltre di Dio ed i suoi sogni pieni d’ogni buon-senso; la nostra profezia di cristiani dovrebbe oggi avere la capacità di sfondare le dighe dell’indifferenza che è la più grande nemica dell’annunzio dell’Evangelo nel nostro mondo.

Il problema è che i cristiani hanno spesso derogato dalla loro missione profetica, hanno glissato su di essa, l’hanno svilita; sono diventati muti e inattivi, muti e colpevolmente insignificanti perché spesso totalmente assimilati alla mondanità e ad essa consenzienti, senza mai mostrare alcuna differenza.
I cristiani non dicono più la speranza alla storia perché distratti e sedotti dalle promesse del mondo che pare rispondere a tutte le attese che si possono nutrire in cuore. Anche quelli che ascoltano la parola, spesso, la dimenticano appena escono fuori dagli spazi ecclesiali o celebrativi, e si assoggettano al mondo ed ai suoi ritmi e pensieri … troppo spesso i credenti si sono abituati a mimetizzarsi nel mondo assumendone i colori e gli odori, proprio come certi animali che prendono colori e forme di ciò che li circonda per non essere riconosciuti e per non rischiare!

Per essere profeti di speranza nei deserti che la storia prepara e sempre più allarga, bisogna essere, invece, uomini e donne di fede adulta! Una fede che non tollera mimetismi né arroganze, una fede che non può più essere un sistema rassicurante ed infantile, che non può rimanere un complesso di pratiche e praticucce che pare che oggi tanti cristiani credono di dover accogliere per riempire la loro preghiera. Una preghiera fatta di novene e coroncine (fatta salva la buona fede e la santità di tanti, per carità!) non punta sulla maturità di una fede che «rende ragione della speranza» (cfr 1Pt 3, 15).

Il cristiano maturo è uno che, come il Battista, lascia che la Parola avvenga in lui, che cada sulla sua vita e lo porti lì dove vuole la Parola stessa, fino a scegliere i deserti della storia e dei cuori per proclamare un Veniente che giunge a dare senso alla storia e ad ogni storia!
Il cristiano maturo non è uno che “fa” delle cose nelle sacrestie e negli oratori, per poi adeguarsi fuori alle lusinghe del mondo, della carriera, dei desideri e delle scelte del mondo.
Il cristiano maturo è profeta. Di questo oggi la Chiesa ha bisogno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Battesimo del Signore – Vivere da battezzati

ESSERE FIGLI NEL FIGLIO, ARDENTI NEL FUOCO

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Battesimo di Cristo (Icona, Museo di Belgrado)

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”…qualcosa, dunque, di grande importanza!

La domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale. Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia; infatti, la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia, è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere in questo mondo…è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio…la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!

Ora di grazia questa discesa nel Giordano; ora di grazia per noi uomini; ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: “Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”!

Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava. “Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza  estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente che battezzaerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: “Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali”. Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!

Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo! Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”; forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3,8.24), quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.

 “Pregava”… sì, è solo nella preghiera che il nostro essere figli si fa chiaro, e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, “in questo mondo”!

La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!

Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (63,19) riceve finalmente risposta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1,2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono; in Gesù Dio ci ha fatti suoi e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio! E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.

I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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