II Domenica di Quaresima (Anno C) – La via di Gesù

 

UN ESODO CHE RIGUARDA TUTTI

Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9, 28b-36

E’ la domenica della Trasfigurazione (anche se nel testo dell’Evangelo che oggi leggiamo, Luca non usa il termine greco metamorphosis, che giudica ambiguo per i destinatari di origine pagana del suo scritto, i quali conoscevano la metamorfosi di dei e ninfe), e la liturgia della Quaresima ci dona oggi uno squarcio di luce gloriosa, una gloria però che è a caro prezzo (1Cor 6, 20).

Al capitolo 9 di Luca, in cui è anche il racconto della Trasfigurazione, l’Evangelo del Regno comincia a correre per le strade degli uomini; il capitolo infatti si apre con Gesù che invia i discepoli a predicare l’Evangelo nei villaggi della Galilea. Questa predicazione suscita un’eco. La prima risonanza Luca ce la consegna per bocca della gente che esprime le più svariate ipotesi sull’identità di Gesù (Lc 9, 7-8); l’eco pio rimbalza sulle labbra vili e stupite di Erode Tetrarca che si chiede: «Chi è dunque costui?» (Lc 9, 9). Segue poi, in un clima di profonda pace, nella preghiera (Luca è il solo che ambienta questo episodio in un clima di preghiera) la domanda di Gesù ai suoi discepoli: «La gente chi dice che io sia?» e poi la domanda più compromettente: «E voi chi dite che io sia?». E Pietro risponde: «Il Cristo di Dio!» (Lc 9, 18-22).

Dunque la genteErode, i discepoliPietro…risposte possibili all’uomo circa l’identità di Gesù. Nel passo evangelico odierno è però il Padre a dare finalmente la risposta definitiva: «Questi è il Figlio mio, l’Eletto. Ascoltatelo!».

Iniziando la Quaresima domenica scorsa, abbiamo capito che c’è una lotta da compiere, ed oggi la voce stessa del Padre risuona per indicarcene la via: l’ascoltoL’antico, fondante precetto di Israele, Shemà, ora ha un indirizzo preciso: l’ascolto va teso verso di Lui, verso Gesù, verso il Figlio, l’Eletto.

Pietro, Giovanni e Giacomo sono per Gesù compagni d’una ascesa faticosa al monte della preghiera, e lì vedono il volto di Gesù diventare altro e le sue vesti sfolgorare; ci sono Mosè ed Elia, e Luca è il solo evangelista a precisare di cosa discorrono con Gesù: del suo esodo, quello che avrebbe compiuto a Gerusalemme…è l’esodo doloroso che Gesù affronterà passando per le acque di morte, per l’abisso della sofferenza. Poco prima (Lc 9, 21-24) Gesù aveva detto ai suoi discepoli una parola scandalosa sulla necessitas passionis, una parola accompagnata da uno sconcertante invito a stare con lui in  quell’atto di amore e di offerta di sé: è necessario dimenticarsi per seguirlo, e chi saprà perdere la vita la troverà e chi la vorrà preservare la perderà (cfr Lc 9, 24); ora sul Tabor il Padre chiede che si ascoltino proprio quelle sue parole scandalose, chiede ai discepoli di accettare quel Figlio Eletto che passa per lo scandalo della croce. Solo lui è il suo Figlio; solo lui è da ascoltare; non si ingannino ascoltando altri con parole magari più allettanti.

La strada è così tracciata anche per questa nostra Quaresima: la lotta è possibile perché Cristo ha vinto, ma ha vinto a caro prezzo (1Cor 6, 20); non si può ingaggiare quella lotta se non passando per quell’esodo doloroso. Altre vie non sono possibili.

Pietro, affascinato dalla luce del Tabor, commette un errore gravissimo, un errore che si porterà dietro sino alla fine dell’Evangelo quando quello stesso errore lo precipiterà fino al rinnegamento del Cristo sofferente. L’errore di Pietro è di voler dimorare nella luce della Pasqua senza passare per la passione; è un gran rischio volere la gioia e la pace sfuggendo la ruvidezza della croce.
Luca ironicamente commenta che Pietro non sapeva quel che diceva: sì, Pietro è un incosciente, come spesso accade anche a noi; vorrebbe delle scorciatoie, e in Matteo e Marco osa suggerirle anche a Gesù che lo apostrofa con il terribile nome di Satana. Scorciatoie a portata di mano: l’illusione che la vita sia la conquista dello star bene e basta…ad ogni costo; anche a prezzo dell’oblio di quanti sono nel dolore e nella morte: meglio dimenticarli, ci sporcano le illusioni…

Il rischio è quello che dice Paolo nel passo di della sua Lettera ai Cristiani di Filippi che oggi si proclama: comportarsi da nemici della Croce di Cristo!

L’Evangelo invece ci indica la via di Gesù, una via che è tutt’altro: è la via della compromissione senza mezze misure per un esodo che riguarda tutti gli uomini.
Gesù ci rivela il volto altro di un Dio che davvero si compromette, che all’uomo si offre tutto e senza riserve: Abramo, protagonista del racconto di Genesi che è la prima lettura di questa domenica, sperimenta un Dio che si impegna personalmente al sacrificio, che passa lui solo tra gli animali squartati impegnandosi appunto a versare il sangue. I due contraenti, in questo tipo antichissimo di alleanza, passavano assieme tra le bestie squartate per proclamare che ogni infedeltà al patto li avrebbe condotti a quella stessa fine cruenta; ad Abramo, però, non viene chiesto di passare tra quel sangue; solo il Signore lo farà, facendosi così carico di tutte le infedeltà all’alleanza.

L’ombra della Croce si allunga da quella notte di Abramo fino alla luce del Tabor; ormai è l’ora di seguire il Signore in un “esodo” che egli è pronto ad inaugurare con il suo sangue, e che bisogna accogliere con il coraggio di perdere la propria vita per conquistarla davvero.

La via sicura? Ascoltarlo, rifiutando le squallide scorciatoie che il tremendo buon senso del mondo sempre ci suggerisce.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIII Domenica del Tempo Ordinario – Guai a chi si volta indietro

Cristo benedicente, Antonello da Messina (National Gallery-Londra)DARE IL PRIMATO A GESU’ CRISTO

1Re 19, 16. 19-21; Sal 15; Gal 5, 1.13-18; Lc 9, 51-62

 

Il Messia Gesù è esposto al rifiuto, alla solitudine, all’incomprensione, perfino alla morte violenta! Dopo la domanda circa la sua identità (cfr Lc 9,18-20) Gesù l’aveva detto, ed ecco cominciano ad inverarsi quelle sue parole.

Dopo il rifiuto dei suoi concittadini a Nazareth (cfr Lc 4, 16-30) Gesù ora prova il rifiuto dei lontani: prova cosa significhi vedersi negata l’ospitalità perché “straniero” (una parola che non può non essere abolita dal parlare dei cristiani circa gli altri, tutt’al più bisogna dirla di se stessi, chiamati a essere “stranieri” per il mondo – cfr 2Pt 2,11 -); prova il rifiuto  perché considerato “nemico”. I samaritani mostrano tutta la loro intolleranza, e i discepoli vorrebbero rispondere ad intolleranza con intolleranza (e quante volte i cristiani sono stati tentati su questa tremenda via dell’intolleranza!). Ma la via dell’Evangelo è altra! Il problema è sempre quello: i discepoli non hanno compreso la “novità” che è Gesù, sono prigionieri degli stessi pregiudizi per cui Gesù è rifiutato; e il rifiuto qui si allarga perché in questo racconto l’evangelista Luca ci mostra un Gesù incompreso dai samaritani ma incompreso anche, per motivi diversi, dai suoi discepoli.

Sembra che il seguito del passo di questa domenica non sia collegato a questa prima scena, ed invece tra le due parti di questo evangelo c’è un nesso molto profondo; quel che segue, infatti, sono tre scene che riguardano la sequela di Gesù.

All’inizio di questo passo abbiamo letto che Gesù sta andando a Gerusalemme con “il viso duro”…lì si compirà il suo essere “tolto” (o come tradurrà in latino Girolamo, con espressione riassuntiva del mistero pasquale, la sua “ascensione”); Gesù sta dunque andando deciso, senza tentennamenti e rinvii verso quella Passione che ha già annunziato due volte (cfr 9, 22 e 9, 43-45). Il discepolo è disposto a seguirlo in questa precarietà rischiosissima, in questa avventura costosa che dà senso e consistenza a tutta la vita del Messia Gesù? Una via, quella di Gesù, che rifiuta le intolleranze e la violenza (il rimprovero a Giacomo e Giovanni che vorrebbero incenerire i samaritani è una chiara dichiarazione di intenti), e che sceglie la debolezza e l’insicurezza. Ecco perché quelle tre parole sulla sequela che Luca pone in questo brano! Le situazioni in cui nascono queste tre parole di Gesù su come seguirlo non hanno esito nel racconto di Luca, non sappiamo, cioè, questi tre uomini cosa abbiano fatto: siamo dinanzi a tre storie aperte, che puntano non tanto sulle vicende di quei tre ma sulle esigenze della sequela, sulle vicende di chi legge l’Evangelo.

Alla fine sarà importante sapere come noi ci poniamo dinanzi a questo Messia che sceglie la via incredibile, inusuale (per gran parte dei giudei addirittura una via “empia”) del celibato per un amore senza confini eppure compromesso fino al sangue;  l’espressione “non avere dove posare il capo” è infatti formula che significa “non avere moglie”. Sarà importante verificare se anche noi cerchiamo dilazioni per seppellire “morti” che ci rendono “morti” perché ci inchiodano ad un passato senza futuro, senza “novità”, ad un passato che vuole essere solo “morta” ripetizione di ciò che è noto! Con Gesù, invece, si entra in una storia gravida di futuro e perciò fatta di libertà…e la libertà – lo sappiamo – è anche luogo di rischio, di scelte, di incertezze, di ignoto. Alla fine sarà importante verificare ancora se per seguire Gesù noi siamo capaci di cogliere l’urgenza di tale sequela che non tollera, non dico scappatoie, ma neanche rimandi. Se nella prima lettura, tratta dal Primo libro dei Re, abbiamo visto, infatti, che Elia concede ad Eliseo di andare a salutare i suoi prima di seguirlo, Gesù no! Gesù non è Elia!

Certo, quelli qui radunati sono detti provocatori, di una radicalità sconvolgente … e non bisogna addolcirli, addomesticarli e neanche giustificarli! Vanno colti nella loro durezza e nei loro silenzi carichi di ulteriore. L’espressione più dura, “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, non è solo un’iperbole che vuole colpire il lettore, è una parola forte che vuole realmente capovolgere le nostre mentalità, le nostre priorità. Il problema non è di lasciare i morti inseppelliti, il problema è capire che dinanzi alla novità che è Gesù ed al Regno che l’Evangelo annunzia tutto impallidisce! Insomma qui non ci sono imperativi morali, ma c’è una rivelazione di chi è Gesù!

Qualche pagina precedente – la leggevamo la scorsa domenica – Gesù domandava: “Chi sono io per la gente? Voi chi dite che io sia?” Qui, in fondo, sta rispondendo Lui stesso: è tale che ogni precetto, anche santissimo (come quelli della Torah!) va in subordine! Prima Gesù ed il suo Evangelo! Guai a chi si volta indietro e si fa prendere da nostalgie, distrazioni, riserve … la sequela di Gesù non sopporta queste cose, perché un discepolo cosi non potrà mai annunziare il Regno; un discepolo così non è adatto al Regno perché è troppo dominato da altre cose, forse anche buone o addirittura “sante”, come l’affetto per i propri cari, per far regnare davvero Dio al primo posto!

Il problema è sempre lì: Gesù e il Regno non sono assolutizzanti, ma esigono un primato senza il quale il Regno non è più il Regno e rischia di diventare un sistema di idee, un’ideologia religiosa, o forse anche – come tanti oggi vorrebbero – una “religione civile” che rende migliori gli uomini e la loro convivenza con una serie di “buoni valori”! Nulla di tutto questo è l’Evangelo! Gesù è netto: o Lui è il Signore o nelle nostre vite non può essere nulla!

E’ duro? Certo! Ma è così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XII Domenica del Tempo Ordinario – Voi, chi dite che io sia?

voi chi diteAPRIRE GLI OCCHI SU CHI SIAMO NOI 

Zac 12, 10-11; Sal 62; Gal 3, 26-29; Lc 9, 18-24

 

La gente che dice?”… “Voi che dite?

E’ il racconto di Luca della grande domanda di Gesù ai suoi che, negli Evangeli, fa da spartiacque nei loro racconti: dopo questa domanda e dopo ciò che da essa scaturisce, nulla sarà più come prima. Tutta la vicenda di Gesù si mette, diremmo, “in corsa” verso la Passione, e ciò che Gesù dirà, da questo momento in poi, farà comprendere ai discepoli che in quegli eventi che stanno per vivere è necessario trovare un senso che vada oltre il visibile ed il comune; un senso che illumini l’insensatezza della croce.

La domanda che Gesù pone circa la sua identità è un momento di svolta per l’evangelista Luca, come per altri momenti nel suo Evangelo: il Battesimo al Giordano; la scelta dei Dodici; la Trasfigurazione sul monte; l’insegnamento sulla preghiera e al Getsemani. Luca pone questa domanda in connessione con la preghiera di Gesù: qui, anzi, pare proprio che la domanda da porre ai suoi sorga in Gesù dopo che ha pregato; percepiamo quasi, dal narrare di Luca, che è la preghiera che mostra a Gesù che è tempo di svolta e che, in questa svolta, egli non può essere da solo ma deve “trascinare” con sé i suoi discepoli, quelli che davvero vogliono essere suoi discepoli….Pare che Gesù, in quella sua preghiera solitaria, si sia chiesto: “A che punto è il loro cuore? Cosa hanno percepito di me?”. Gesù è solo nella preghiera eppure nel suo cuore ci sono i suoi fratelli, pensa a loro, cerca di entrare, pregando appunto, nei loro poveri cuori.

La gente ha delle risposte che hanno tutte un grande difetto: sono risposte che mostrano di non cogliere che Gesù è una novità! E’ il  Battista, è Elia, è uno dei profeti redivivo…sempre uno del passato, certo un “nobilissimo” e grandissimo passato ma pur sempre passato

Gesù, invece, è venuto a portare la novità di Dio, anzi Lui è la novità impensabile ed inimmaginabile di Dio.

Se la gente dice questo, identificando Gesù con il passato e non cogliendo in Lui la novità, Gesù vuol sapere se i discepoli condividono questa “morta” opinione. La risposta che viene da Pietro è una parola che contiene l’idea della novità: “Tu sei il Cristo di Dio, una risposta che però non immagina fino a che punto giungerà la novità. E’ vero, Lui è il Santo di Dio, ma questa espressione si presta a molti fraintendimenti, ed è per questo che Gesù chiede ai suoi di non divulgare in giro quella parola sulla sua identità. Oltre al possibile fraintendimento c’è anche un altro motivo per cui è bene che tacciano: i discepoli stessi non sono preparati ad assumersi le conseguenze di essere discepoli di un messia reietto, di un messia crocefisso. Devono fare silenzio perché dovranno prima rendersi conto di chi sia davvero quel Cristo di Dio, di cosa significhi essere il Cristo di Dio; dovranno prima, come dice la profezia di Zaccaria che abbiamo ascoltato quale prima lettura, volgere “lo sguardo a colui che è stato trafitto”, solo allora potranno mettersi su quella strada che renderà autentiche le loro parole, solo allora potranno dire al mondo: Gesù è il Cristo!

Quale la strada che dovranno prendere per essere discepoli di quel Cristo? L’Evangelo di oggi lo dice con chiarezza, e lo dice a tutti (come è importante che questa parola, scrive Luca, Gesù la dica a tutti!): Se qualcuno vuol venire dietro di me dimentichi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

L’identità vera del Cristo è quella di un inviato di Dio che dà la vita, che si fa rifiutare per amore e, se questo è vero per Gesù, dovrà essere lo stesso per ogni suo discepolo. Chi vuole camminare con Lui deve “dimenticarsi”, dire “no” a se stesso per dire “sì” a Dio ed ai fratelli, e deve farlo ogni giorno, cioè, sempre. Ogni giorno deve prendere lo strumento di quella “dimenticanza di sè” che è la croce. La croce è sinonimo qui non di un generico dolore ma di puntuale dimenticanza di sè per amore di Dio e del mondo, come ha fatto Gesù! Allora si comprenderà che Gesù è davvero una novità, non è il passato, ma il “novum” oltre ogni aspettativa!

Da questo momento in poi, infatti, Gesù cammina verso la Passione … l’unica via che gli resta è quella della solitudine e di una morte dolorosa oltre ogni dire. E qui si mostrerà la sorprendente novità della scelta di Gesù … Gesù non farà come altri che in simili circostanze si sono ritirati dal mondo che li rifiutava, hanno abbandonato il mondo al suo destino chiudendosi in un giustamente sdegnato isolamento. Gesù no: non si separa da chi lo vuole uccidere, resta in seno a quel popolo che lo rifiuta, e trasforma il rifiuto che subisce e che lo uccide in atto d’amore. La croce allora non è solo il coraggio di assumere la solitudine e la morte violenta, ma è il coraggio di trasformare la solitudine e la morte di cui è vittima in un gesto d’amore.

Ecco il “novum”!

Per capire Gesù non si deve, allora, guardare al passato, si deve guardare solo a Lui, a Gesù! Se si guarda a Lui, poi il passato si farà chiaro e darà conferme, ma è Gesù stesso il criterio per capire Gesù! In Lui si può contemplare quel perdere la vita che è salvare la propria vita.
Questo detto di Gesù purtroppo è stato spesso frainteso in modo spiritualistico come un dover abbandonare le “cose materiali” in favore di quelle “spirituali”, o come un dover abbandonare la vita terrena per una “vita migliore” in paradiso! Nulla di tutto ciò! Il detto ci vuole condurre a comprendere che tutta la propria esistenza deve essere impegnata sulla via dell’amore. L’uomo pensa sempre di salvarsi chiudendosi e conservandosi, Gesù propone perfettamente l’opposto: la vita si salva aprendola e donandola!

Questa via ci è possibile perché, come ha scritto l’Apostolo Paolo nel brano della sua Lettera ai cristiani della Galazia, “siamo rivestiti di Cristo” in forza del Battesimo; e immersi in Lui, se lo vogliamo, possiamo vivere la sua stessa vita.

Sapere chi sia Gesù ci apre gli occhi, in definitiva, su chi siamo noi. Sapere le sue vie, è sapere dove dobbiamo mettere i nostri passi di discepoli.

Su altre vie non è possibile camminare nella storia come discepoli di questo Messia rigettato, disprezzato e solo, ma amante e trasfiguratore; un Messia capace, cioè, di dare alla storia un volto umano, davvero umano.

Un volto tanto umano da essere divino, e tanto divino da essere pienamente umano.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santo Sacramento del Corpo e Sangue del Signore – La moltiplicazione dei pani

CORPUS DOMINI, UN GIORNO PER GUARDARE “DENTRO” 

Gen 14, 18-20; Sal 109; 1Cor 11, 23-26; Lc 9, 11-17

Ancora una solennità, direi, “riassuntiva”, come quella della scorsa domenica con la “Trinità”: il mistero pasquale riposa su un’origine che è l’amore trinitario, la comunione trinitaria, e provoca l’uomo, nella storia, alla comunione fraterna in un amore sempre più ad immagine di quell’amore eterno che Gesù ci ha narrato.

Oggi la solennità del Corpus Domini ci mostra nell’Eucaristia il principio di trasfigurazione del mondo. Quel pane e quel vino, materie brute, diventano il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio: è il creato che si incammina verso la divinizzazione, ed i discepoli di Cristo, nutrendosi di quello stesso Corpo e di quello stesso Sangue, permettono a Dio di trasformarli sempre più, permettono a Dio di essere per loro pane nel duro cammino della storia, bevanda che toglie la sete nel grande “esodo” verso l’uomo nuovo.

Non a caso Luca, nel suo racconto della moltiplicazione dei  pani, registra alcuni particolari sottilmente allusivi all’Esodo: il luogo è deserto, la gente si accampa a gruppetti, i villaggi sono distanti … Nel giudaismo contemporaneo agli evangeli era chiara un’idea: il Messia avrebbe rinnovato le meraviglie dell’Esodo. Ecco perciò che Luca, mostrandoci questi elementi di richiamo, ci offre un racconto “rivelativo” su Gesù: è il Messia, l’inizio di un esodo definitivo. Qualche pagina prima, nel racconto della Trasfigurazione, Luca (e lui solo tra gli evangelisti) aveva scritto che Gesù sul monte discorreva con Mosè ed Elia “dell’esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme” (cfr Lc 9, 31)…ed ora eccolo nel deserto a sfamare il popolo stanco. Luca però non si accontenta di questo aspetto “rivelativo” circa il Gesù della storia: Luca ha chiaro che quel Gesù della storia è ancora vivente ed operante non nonostante la sua Croce e Risurrezione, ma proprio grazie ed esse; è presente come il Risorto, vivente nella sua Chiesa. Il Signore è ancora alla mensa della Comunità dei discepoli, e continua a mostrare i “prodigi” dell’Esodo (ma dell’Esodo “nuovo”, cioè “ultimo”), dando da mangiare ai suoi il pane spezzato del suo Corpo, ed offrendo loro il calice di obbedienza nell’amore del suo Sangue.

Luca sottolinea che il giorno stava declinando, e irresistibilmente siamo condotti a quella pagina amatissima dei due di Emmaus in cui, mentre “il giorno volge al declino” i due pellegrini dicono al Risorto: “Resta con noi…”. Nel racconto di Luca della moltiplicazione dei pani pare quasi che quelle folle sulla riva del lago facciano senza parole quella stessa preghiera dei due di Emmaus: non vanno via, restano perché vogliono che Gesù resti. Lui è rimasto per loro e poi, Luca lo sa, è rimasto per la sua Chiesa, per sempre…e lo sappiamo anche noi, dopo duemila anni di vita della Chiesa in cui l’Eucaristia è stata luogo di speranza, di forza, di amore, di vita per tutte le Chiese, in tutte le ore…

L’Eucaristia pare solo “prodotta” dalla Chiesa, in realtà l’Eucaristia è l’alveo santissimo, il grembo benedetto in cui la Chiesa è fatta, in cui la Chiesa cresce, in cui la Chiesa trova forza per camminare verso il Regno e per resistere alla mondanità.

Una Chiesa che non cresce, una Chiesa che cede alle lusinghe del mondo, una Chiesa immobile nei suoi pretesi possessi è una Chiesa che celebra il rito dell’Eucaristia ma non lo vive; è una Chiesa che si nutre di “cerimonie” e non permette al Risorto di trasformarla e vivificarla; una Chiesa che forse in questo giorno del Corpus Domini potrà portare per le strade il pane eucaristico, vero Corpo del Signore, ma non porta per le strade della storia l’unica cosa che invece dovrebbe mostrare: la comunione fraterna, l’amore che genera amore secondo il comandamento definitivo del Signore (cfr Gv 13, 34-35)!

La solennità del Corpus Domini è allora ancora provocazione alla nostra vita di Chiesa: non è un giorno per guardare “fuori” (e magari rimproverare i cristiani che non vanno a Messa!), ma è un giorno per guardare “dentro”, a noi che celebriamo l’Eucaristia, che ci inginocchiamo davanti a quel pane fatto Corpo del Signore…che ne facciamo di questo dono? Come dice l’Apostolo, annunziamo davvero la morte del Signore?

Portiamo alle estreme conseguenze quel comando di Gesù di fare questo in memoria di Lui? Facciamo, cioè, ciò che Lui fece amando e donandosi tutto? E’ questa la nostra autentica tensione? Se non siamo in questa tensione nessun esodo sarà possibile … se  siamo uomini e donne inchiodati a terra nei nostri “egitti”, imprigionati in terre di dorate schiavitù, come potremo essere al seguito di Gesù che con la sua Pasqua ha aperto l’esodo dell’umanità verso una nuova umanità?

L’Eucaristia “svecchia” … E se rimaniamo “vecchi” questo è segno solo di una cosa: abbiamo trasformato tragicamente l’Eucaristia in un idolo! E’ terribile, ma noi possiamo essere capaci perfino di questo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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