I Domenica di Quaresima (Anno C) – Lo stile di Gesù

 

UNA LOTTA COMBATTUTA E VINTA

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

La Quaresima inizia subito mettendoci dinanzi alla necessità del combattimento spirituale e lo fa mostrandoci Gesù che inizia la sua missione di Figlio e Messia proprio combattendo, anzi iniziando a combattere.

L’incarnazione del Figlio non ha voluto assolutamente alcuna esenzione da questa lotta, proprio come tutti i figli di Adam: lotta per una vita che sia umana, lotta per un vita che abbia senso, lotta contro l’amore di sé, lotta per una vita alla presenza di Dio (cfr Gen 17, 1) e secondo la sua volontà. L’Adam esce dal suo nascondiglio ove l’aveva rintanato l’inganno del serpente, il quale gli aveva narrato Dio come rivale e nemico (cfr Gen 3, 8). In Gesù finalmente l’Adam esce pienamente allo scoperto ed affronta la lotta con il serpente antico e vince quella lotta; una lotta che tanti, anche nella Prima Alleanza, avevano combattuto ma mai con una vittoria piena. La Scrittura, infatti, non teme di mostrarci anche il peccato e le cadute dei padri: Abramo che tenta di realizzare da se stesso la promessa dandosi un figlio dalla schiava, senza attendere la promessa di Dio (cfr Gen 16, 1-4); Mosé che vacilla nella fede nel battere per due volte la roccia nel deserto a Meriba (cfr Num 20, 11-13); David che pecca con Betsabea (cfr 2Sam 11-12); Salomone che pecca di idolatria a causa delle sue mogli e concubine (cfr 1Re 11, 4) … uomini che hanno lottato ma non hanno sempre vinto.
Ora Gesù, uscito dal Giordano, è condotto dallo Spirito ad affrontare questo combattimento… gli Evangeli sono chiari su questo: è lo Spirito che lo conduce nel deserto, lì dove deve fare i conti solo con se stesso e con il tentatore; lì deve sperimentare quella parola che vuole contraddire Dio e le sue vie, quella parola che brucia la sua carne umana, carne comune a tutti gli uomini. La tentazione gli brucia dentro, ed è tentazione di assecondare le idee messianiche del suo popolo … in fondo la tentazione è una sola: essere accetto e popolare perché asseconda le attese della gente o essere obbediente alla Parola del Padre, usare la sua identità di Figlio o realizzarla nell’obbedienza povera ed amorosa.

Luca, come Matteo, drammatizza questa tentazione e la ricalca sul frutto proibito del giardino dell’in-principio: «buono da mangiare, bello da vedere, desiderabile per essere come Dio» (cfr Gen 3, 6).
Nella loro forma, le tentazioni sono pienamente accordate allo “stile” del diavolo (Luca così chiama il tentatore), di colui che vuole dividere da Dio, da se stessi, dagli altri! Dividere!
E’ sempre questo lo scopo del tentatore. Qui persegue il suo scopo cercando di far sì che Gesù si centri unicamente su se stesso, sulla sua infinita possibilità di imporsi, visto che è davvero Figlio di Dio! Le tentazioni, lo capiamo subito, sono allacciate direttamente al Battesimo al Giordano, in cui Gesù ha avuto la definitiva rivelazione di essere il Figlio (cfr Lc 3, 21-22), figliolanza che la stessa genealogia dell’Evangelo di Luca ha confermato: da Gesù la genealogia arriva fino ad Adamo, figlio di Dio (cfr Lc 3, 23-38)!
Ora il Figlio provi che è davvero il Figlio, anzi, sfrutti questa sua identità!

La prima tentazione è di ricchezza e di godimento senza fatica: quelle pietre che potrebbero diventare pane gli farebbero saltare ogni fatica umana e gli darebbero immensa ricchezza. Gesù dice no a questa logica di privilegio … c’è ben altro pane di cui si può vivere.
Gesù non disprezza il pane quotidiano (insegnerà a pregare per chiederlo!), ma indica anche altro di cui vivere, e quell’altro, la Parola del Padre, sarà anche via per dare il pane agli affamati nella strada della condivisione e dell’ascolto del bisogno dell’altro.

La seconda tentazione è di puntare al potere; è l’unica tentazione in cui il diavolo non dice “Se sei Figlio di Dio”! Il diavolo qui è audace e sfacciato, chiedendo di essere adorato; così l’Evangelista ci dice una verità cruda che dovremmo sempre ricordare: chi vuole smodatamente il potere (nelle parole del tentatore ricorre la parola “tutto”: Tutti i regni della terra; Ti darò tutta questa potenza) è uno che si prostra al diavolo; chi vuole tutto quel potere adora un altro dio. Gesù oppone anche qui un no fermo e distaccato. No! Riflettiamoci: Lui non ha voluto uno stato cristiano, un partito cristiano, un potere cristiano … “stato”, “partito”, “potere” sono tutte parole incompatibili con cristiano!
Non si può puntare al potere ed essere discepoli di Cristo! Se questo l’avessimo sempre capito, se avessimo gridato i nostri no netti ai tanti “Costantino” che si sono profilati nella storia cristiana; se non ci fossimo illusi alle lusinghe di imperi e corone; se avessimo detto quel no chiaro come lo disse Gesù nel deserto, allora non avremmo tradito l’Evangelo come troppo spesso abbiamo fatto. Gesù non puntò al potere, ma al servizio!

La terza tentazione è terribile perché è la tentazione dell’orgoglio, ed è una tentazione “religiosa”. Luca sposta l’ordine delle tentazioni di Matteo, e pone come culmine delle tentazioni questa del pinnacolo del Tempio; e questo certamente perché tutto l’Evangelo lucano punta a Gerusalemme, la Santa Città, meta di tutto l’Evangelo. Già il racconto dell’infanzia termina con l’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio (cfr Lc 2, 41-50); dal capitolo nono Luca fa iniziare un lungo viaggio di Gesù che ha come meta Gerusalemme e dunque la sua Pasqua e, per tener fermo questo intento, Luca “taglia” ogni andata intermedia di Gesù sempre a Gerusalemme (cfr Lc 9, 51). Tutto l’evangelo termina quindi a Gerusalemme, con gli apostoli che “stavano sempre nel Tempio” (cfr Lc 24, 53). Dunque anche le tentazioni culminano a Gerusalemme, ma questo culmine ci dice anche che la tentazione più subdola e sottile è proprio la tentazione “religiosa”, quella di presumere e pretendere di avere un Dio “a disposizione”, che obbedisca e faccia miracoli per accreditarci e farci avere potere! Terribile!

Lo stile di Gesù è un altro: è l’umiltà e l’obbedienza al Padre.
La pagina di oggi ci interpella e a livello personale e a livello ecclesiale.

Anche come Chiesa, vorrei dire principalmente come Chiesa, siamo tentati di continuo di pensare che se abbiamo soldi, se abbiamo un po’ di potere politico e se (magari!) potessimo fare i miracoli (e forse per questo incoraggiamo una fede miracolistica e chiediamo alche i miracoli per poter proclamare i santi!) avremmo risolto tutti i problemi. Sì, ma ci metteremmo dalla parte del diavolo!

Gesù fece miracoli, ma sempre come “segni”, non come soluzione dei problemi in modo spiccio; e mai per favorire le attese messianiche della gente … Gesù fece i miracoli per rendere credibile la via della Croce; non li fece per eliminare la Croce o per correggere la logica della Croce.
Gesù non saltò l’umano facendo pane dalle pietre, ma volle essere uomo senza esenzioni per essere davvero con noi.
Gesù non volle dominare il mondo con il potere di questo mondo ma divenne Signore attraverso la via dell’amore che fu la via della Croce!
Gesù non si gettò dal pinnacolo del Tempio per mostrare la grandiosità della potenza di Dio, poichè questa sarebbe stata una grandiosità secondo gli uomini che nulla direbbe dell’identità del vero Dio. Buttarsi dal Tempio sarebbe spettacolo, e non rivelazione! Gesù si getterà invece nelle mani del Padre nell’ora suprema dell’amore, nell’ora della Croce (cfr Lc 23, 46).

Le tentazioni ci dicono quale fu lo stile di Gesù, la sua strada; quale fu la sua lotta.

Nel deserto Gesù vinse, ma non vinse solo per sé; nel deserto Gesù immise il principio di questa vittoria nelle fibre dell’umanità tutta. Lottando e vincendo, nel deserto ci condusse già ad una possibilità di vittoria.

Il diavolo si allontanò da Lui in quell’ora, ma già progettando di tornare al tempo fissato: la passione infatti inizierà con «Satana che entrò in Giuda che faceva parte del novero dei dodici» (cfr Lc 22,3).

Nella cena Gesù dirà ai suoi che avevano perseverato con Lui nelle sue prove, nelle sue tentazioni (la parola greca che Luca usa è proprio “perirasmós”, la stessa che viene usata nel passo di oggi!), e ciò è rivelativo del fatto che tutto il cammino di Gesù fu un cammino di lotta, di resistenza nelle tentazioni. Proprio come il nostro cammino … è così! La vita cristiana è questo; chi pensa il contrario è un illuso che rischia di cadere miseramente.
La vita cristiana è lotta, ma una lotta che Cristo ha già combattuto e vinta per noi, ed a cui ci è richiesto di associarci per rendere piena e vera la nostra libertà.

La Quaresima è tempo di esercizio per assumere questa lotta quotidiana!
Con Cristo! Mai da soli!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – In cerca dell’uomo

 

VENUTO PER I MALATI E I PECCATORI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

Chi è Dio e chi siamo noi?
Già Agostino e poi Francesco d’Assisi compresero e proclamarono che in questa conoscenza c’è davvero ogni sapienza. La liturgia di questa domenica ci dice come in questa conoscenza ci sia quella consapevolezza che rende piena e vera ogni vocazione, ogni sequela.

L’Evangelo di Luca, nel capitolo precedente, in fondo ci ha detto della parola di Gesù; quella parola detta a Nazareth, quella parola che mostra un compimento della parola annunziata dai profeti, quella parola che è autorevole perché non è solo una parola che insegna ma una parola che dice ciò che Gesù vive! C’è assoluta conformità tra ciò che Lui dice e ciò che Lui fa.
Da questo la riflessione cristiana arriverà a dire che Lui non solo dice la Parola di Di, ma è la Parola di Dio.

Nel capitolo quarto, in tal senso, c’era stato un culmine nella domanda della folla che, dopo l’esorcismo di Cafarnao, esclama: «Che parola è questa che, con autorità e potenza, comanda agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?» (cfr Lc 4, 36). La coincidenza tra la parola e la vita, tra il dire e l’operare di Gesù, attrae tanta gente a seguirlo; ed eccoci così all’inizio del capitolo quinto: c’è un tale assembramento di folla da richiedere un “pulpito” imprevisto per quella parola. Luca sottilmente ci dice che Gesù proclama la Parola di Dio, la sua parola è Parola di Dio e questo non solo nel senso che ripeteva ciò che il Padre gli diceva, ma soprattutto nel senso che tutto ciò che Lui è e dice è Parola di Dio, e la gente lo percepisce notando quella conformità tra la sua parola e la sua vita.

L’evangelista ci consegna un particolare importantissimo: quel “pulpito” improvvisato è la barca di Pietro, immagine della Chiesa che deve proclamare una parola che deve avere quella stessa conformità; solo così sarà credibile!

In Luca non è narrata la vocazione dei primi quattro discepoli dopo il Battesimo e le Tentazioni, ma dopo un tempo di predicazione e anche di miracoli di Gesù. Marco e Matteo avevano letto la vocazione dei primi discepoli presso il lago come immediata, tanto immediata da non aver bisogno di nulla se non di quella parola che chiamava! Luca ci vuol dire, invece, che la risposta ad una chiamata ha bisogno di consapevolezza; la sequela di Pietro e dei suoi compagni inizia partendo da una consapevolezza di una parola autorevole e di una parola capace di divenire azione, fatto, in quest’ultimo caso parola che diviene reti piene. Pietro già sa della qualità straordinaria di Gesù come uomo in cui coincidono parola ed azione, parola e vita, tanto che, nel rivolgersi a Lui per dirgli il suo sì a gettare, assurdamente, ancora le reti dopo una notte infruttuosa, lo chiama “epistáta” e non “didáscale”: “epistátes”, infatti, significa “maestro”, ma nel senso di “capo”, di chi guida con la sua parola; “didáscalos” significa, invece, maestro nel senso di insegnante. Nell’Evangelo di Luca i discepoli chiamano sempre Gesù “epistáta” e gli altri, specie scribi e farisei, lo chiamano “didáscale”.

Pietro si lascia guidare e lì, in questa sua docilità, avviene la conoscenza: vedendo quella parola di Gesù divenire reti piene, abbondanza ove c’era miseria, fecondità lì dove c’era infecondità, Simon Pietro coglie la verità su Gesù e la verità su di sé; Gesù è il Santo e Lui è un peccatore!

E’ la stessa esperienza di Isaia nel racconto della sua vocazione che oggi leggiamo come prima lettura: «Un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito»; è la stessa esperienza di Paolo nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui narra della sua chiamata: «Ultimo apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli e non degno neanche d’essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio»; poi però Paolo aggiunge: «Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana».

Paolo già sa, perché l’ha già sperimentato, quando scrive la lettera, che la grazia ha operato nella sua debolezza e nella sua miseria. Isaia e Pietro lo sperimenteranno.
A Pietro, che gli confessa la sua miseria di peccatore, Gesù fa, di contro, la sua proposta vocazionale; la sua parola, che opera e crea, farà di Pietro qualcosa di nuovo: pescatore di uomini. Luca, alla lettera, scrive sarai uno che prende vivi gli uomini. Pietro, segnato dalla morte e dal peccato, prenderà gli uomini per la vita, per portarli alla vita.
Il peccato di Pietro non è una diga o un baratro tra lui e Gesù; è il luogo invece del loro incontro. Sapere di essere peccatore e sapere la santità di Dio è vera sapienza, perché non resta semplicemente una consapevolezza, una notizia che potrebbe risultare solo avvilente e paralizzante (la prima reazione di Isaia e di Pietro è proprio quella di una paralisi dinanzi al santo!), ma è luogo in cui avviene un incontro che salva e da cui parte una via ulteriore di salvezza anche per altri uomini: quelli cui Isaia è inviato, quelli che Pietro dovrà trarre vivi dalle acque di morte, quelli che, ascoltando Paolo, hanno creduto alla sua predicazione.
Quanto il cristianesimo è lontano da ogni via religiosa! Le vie religiose vogliono separazione e purezza per l’incontro con Dio; il cristianesimo, in Gesù, ci ha raccontato un Dio che cerca l’uomo nel suo peccato, non se ne spaventa e non aspetta nessuna purificazione previa per incontrarlo ma, proprio nell’incontrarlo, lo rende nuovo e capace di opere di vita!

Tutte le volte che abbiamo annunziato un cristianesimo per i “puri” abbiamo tradito Gesù e il suo Evangelo, abbiamo annunziato un cristianesimo tanto sfigurato da non avere più nulla a che fare con Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo venuto non per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori (cfr Lc 5, 31-32).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Il rifiuto del profeta

 

…E TU NON SPAVENTARTI

Ger 1, 4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12, 31-13,13; Lc 4, 21-30

Interessante e stimolante l’Evangelo di questa domenica; è il seguito di ciò che leggevamo domenica scorsa del discorso nella Sinagoga di Nazareth. Gesù non commenta esegeticamente, come abbiamo visto, il testo del Libro di Isaia che ha letto, ma ne proclama il compimento nella sua persona, nella sua presenza, nella sua azione.
La meraviglia dei nazaretani si muta in ira e addirittura in propositi omicidi, ed il passaggio avviene sotto un chiara provocazione di Gesù stesso che previene la loro reazione dopo aver ascoltato dalle loro labbra meravigliate quella domanda, che troviamo anche negli altri Evangeli, circa la sua origine ordinaria e nota: «Non è il figlio di Giuseppe?». Gesù previene la loro obiezione più grande e più grave alla sua opera ed alla sua persona: vorrebbero miracoli a loro beneficio e questo accampando un primato ed una pretesa su Gesù e la sua opera, quasi come se Gesù appartenesse loro per diritto “di campanile”.

Il racconto ci fa chiaro che il discorso nella Sinagoga di Nazareth non è il primo atto pubblico di Gesù dopo il Battesimo al Giordano e dopo il suo soggiorno nel deserto, ci sono stati già e predicazione e miracoli avvenuti altrove in Galilea, tanto che la sua fama si è diffusa e fa sorgere nei suoi concittadini pretese, recriminazioni e gelosie.
Sta di fatto che Luca opera una scelta: aprire la vita pubblica di Gesù con questo discorso rivelativo della sua missione come compimento di una parola di promessa e con il rifiuto dei suoi, prima sotterraneo e poi addirittura violento.

Perché questa scelta?
Perché l’Evangelo vuole essere un’ampia illustrazione del mistero del rifiuto del Messia. Un rifiuto che, sia chiaro, non è solo di Israele ma dell’uomo in quanto tale. E’ l’uomo, infatti, che è contraddetto paradossalmente dal Messia che annunzia l’oggi” di Dio e la liberazione dei prigionieri e dei miseri …
Viene da chiedersi: ma perché l’uomo si sente contraddetto da un Salvatore? Mi pare che la risposta possa essere solo nel fatto che l’uomo vorrebbe salvarsi da solo, o vorrebbe usare Dio a proprio piacimento quasi come un possesso da mettere in atto nel bisogno e nello “straordinario” e non nell’ordinario della vita! Certo: nell’ordinario Dio disturba, intralcia, è esigente, vuole essere “Signore” … chi vuole miracoli vuole, di contro, un Dio “al servizio”, un Dio “usabile”, un Dio che non può essere proclamato “Signore” perché non gli si vuol dare un primato, ma lo si vuole usare.

E’ la perniciosa “via dei miracoli” (non a caso dico così! Chi ha orecchi per intendere intenda!), via che svia l’Evangelo in religione e pone sul volto di Dio ancora maschere perverse ed irreali! Gesù non accetta questa via, né può accettare di appartenere ad una città (sia pure la sua!), ad una popolazione!

Gesù è universale, la sua patria è il mondo, e Gesù lo grida con forza e fermezza facendo riferimenti universalistici già contenuti nella Prima Alleanza: l’episodio della vedova di Zarepta (cfr 1Re 17, 1ss) e la guarigione di Naaman il Siro da parte di Eliseo (cfr 2Re 5, 1-19)!
Nessuno possiede Dio; tutti, invece, sono chiamati a farsi possedere da Lui e dal suo amore, e questo comporta che a Lui ci si consegni.

La reazione violenta dei nazaretani conclude l’episodio tragicamente, mostrandoci il dramma del rifiuto del Messia che sarà il nodo centrale della vicenda di Gesù. Luca ci dà qui, già all’inizio del suo Evangelo, una via per capire questo dramma. In primo luogo il rifiuto che Gesù qui subisce e quello che si concretizzerà nell’ora del Golgotha; non è un fatto isolato, né è un fatto del passato. E’ qualcosa che ogni generazione di discepoli dovrà provare.

Gesù, infatti, dice: «Nessun profeta è ben accetto in patria»
Il rifiuto dei profeti è qualcosa che è sempre accaduto e sempre accadrà. Ce lo testimonia anche Geremia nel testo che oggi leggiamo dal libro dei suoi oracoli, e che è il racconto della sua vocazione: «Tu non spaventarti …ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno».

La sorte di tutti i profeti è questa, e Gesù neanche qui ha voluto esenzioni; Lui, che è il profeta più grande, ha subito il grande rifiuto, quello della croce. Questa non fu il frutto della malvagità e della sclerocardìa di giudei e romani di quella generazione, ma è il frutto della comune durezza di cuore di tutte le generazioni.

Ogni discepolo di Gesù allora lo sappia: nel Battesimo fu unto profeta e, se vuole essere fedele a quel dono battesimale, si deve aspettare persecuzione e rifiuto.

Quando nei secoli cristiani sono emersi profeti disposti a vivere l’Evangelo con radicalità e hanno gridato i loro “no” al mondo e alla Chiesa stessa hanno subito persecuzione, rifiuto, e molto spesso hanno versato il sangue. Proprio come il loro Signore! La verità è che se non subiamo persecuzione è perché non siamo profeti, perché non mostriamo il volto contraddicente ed esigente del Dio, di Gesù Cristo.

La finale del passo di oggi, poi, ci mostra Gesù che passa in mezzo ai suoi concittadini infuriati e se ne va … mostrandosi libero e sovrano.
Pare un anticipo dell’esito pasquale della Croce: la Risurrezione. La corsa dell’Evangelo non è arrestata dalla violenza dei nazaretani, così come non ci riuscirà la violenza dei crocifissori.

I profeti capaci di patire e di morire per l’annunzio delle esigenze dell’Evangelo sono più vivi che mai, come il loro Signore che è risorto!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Servo della Parola

 

 UNA PAROLA DIVENTATA AVVENIMENTO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21

 

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda; come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome: Teofilo, in greco “che ama Dio”; questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi ama Dio, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un Teo-evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato servo della Parola…è strano che Luca qui usi, per “servo” la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”: forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea per iniziare da lì. E a Nazareth, proprio a Nazareth dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola («Avvenga in me secondo la tua parola» cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta; attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati, silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola”, ma anchefatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perchè dice qualcosa ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: «Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…».

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: «Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore», a proclamare cioè che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!
Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero… Vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario, la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù, e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù!
Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo: il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo: l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù; e bisogna farlo oggi!
Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”, al passato e al futuro: i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni.
Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi; l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste! Domani non c’è, e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta, ma di bellezza; tempo di verità costose, ma anche tempo di luce e di liberazione!
Gesù è venuto per questo!
E’ il Salvatore…ma per davvero!

Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?
Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.
Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!
Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano