Battesimo del Signore (Anno C) – Un’ora di grazia!

 

 VICINO ALL’UOMO E ALLA STORIA

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”: qualcosa, dunque, di grande importanza!

Questa domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale.

Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia: la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia; è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere «in questo mondo»: è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio, la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!
Ora di grazia questa discesa nel Giordano, ora di grazia per noi uomini, ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: «Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto»! Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava.
Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente, che battezzerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: «Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali».
Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!
Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo!
Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”: forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3, 8.24) quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.
«Pregava»… sì, è solo nella preghiera che il nostre essere figli si fa chiaro e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, «in questo mondo»!
La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!
Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (Is 63, 19) riceve finalmente risposta: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!»

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1, 2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano, sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; e in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono: in Gesù Dio ci ha fatti suoi, e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio!
E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.
I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Maria Madre di Dio (Anno C) – Custodire il tempo

 

SCORGERE LA GRAZIA DI DIO

 

Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

Il tempo … un grande dono … ogni inizio d’anno ci conduce inevitabilmente a fare una riflessione sul tempo … un grande dono! Qualcuno dirà che il tempo scorre e ci fa più vecchi, ci porta più vicini alla morte … Come chiamarlo “dono”? Il tempo è davvero dono perché ci permette di sperare, di avere futuro, ci permette di convertirci, di cambiare, di crescere, di creare relazioni, di vivere incontri … Il tempo è il grande contenitore della vostra vita … la nostra vita è solo tempo … assieme allo spazio, il tempo è il nostro reale, il nostro quotidiano.

Oggi giustamente si parla tanto della custodia del creato, e il creato è fatto di due cose: lo spazio in cui viviamo e ciò che rende più bello questo spazio, e dunque gli altri viventi che, in qualche modo, sono nostri compagni di esistenza …
Ma se si deve – ed è giusto – custodire lo spazio, il creato, perché non sia inquinato e imbastardito o addirittura ucciso, credo che sia altrettanto nostro dovere custodire il tempo perché non sia inquinato, imbastardito o ucciso …

Il tempo lo si custodisce se lo si riempie di senso, di vita vera, di relazioni autentiche, di umanità palpitante e capace di condivisione, compassione, capace di con-vivenza …
Il tempo è stato abitato da Colui che è al di là del tempo: l’Eterno si è fatto tempo venendo nella storia.
Così come l’Eterno, entrando nel nostro spazio e nel nostro tempo, ha santificato il creato, ha santificato la carne e la materia di questo mondo portandola nel seno di Dio – e il Quarto Evangelo si compiace di dire che «il Verbo divenne sarx», cioè “materia”, “carne peribile”! cfr Gv 1, 14 -, allo stesso modo l’Eterno ha santificato il tempo abitandolo, entrando cioè nel “divenire”.

Il Bambino che in questa ottava di Natale ancora contempliamo con la sua Madre Santissima ci dice proprio questo. Maria osserva, contempla; non comprende tutto ma conserva nel cuore.
Pensiamoci: che significa che “conservava”? Quel Bimbo venuto prima nel suo grembo, poi deposto in fasce nel presepio; quel ragazzo dodicenne che osserviamo per un breve squarcio nell’Evangelo di Luca è un mistero anche per lei … bisogna accoglierlo, c’è bisogno di attesa. Maria conserva nella memoria e nel cuore perché il futuro possa brillare; Maria custodisce gli eventi degli inizi per poter contemplare quello che Dio compirà, quello che Dio giorno per giorno le rivelerà, le farà comprendere. Maria è disposta, ricordando, a stare nel tempo lasciandosi plasmare da Dio e dalla sua parola e da quel Figlio che è davvero suo figlio, ma che è anche il Mistero di Dio che è venuto a cercare l’uomo, che è venuto a santificare il tempo e la terra. C’è bisogno di attesa, e l’attesa mentre guarda al futuro si nutre di “oggi”; ogni “oggi” porta una luce, se lo si sa vivere in modo sensato, pieno.

Il tempo si inquina e si imbastardisce se lo si riempie di non-senso, se lo si perde, se celo si fa scivolare addosso; se diventa solo quel “krònos” che tutto divora ed alla fine divora anche noi; il tempo addirittura lo si uccide quando si spreca; il tempo perduto e sprecato – si badi bene – non è quello in cui, secondo il mondo, non produciamo, non lavoriamo, non facciamo qualcosa di “utile”; il tempo sprecato non è quello della festa, del riposo, del gioco, della gioia, del “sanctum otium” come diceva Agostino… No!
Il tempo sprecato è quello che si perde quando si dimenticano gli altri, è quello che si perde vivendo per se stessi e vivendo come se non si vivesse; è quello che si perde essendo uomini e donne affannati e schiacciati dal “fare”; il tempo è ucciso quando permettiamo al mondo di trasformarci in rotelle di un meccanismo perverso di produzione in cui l’uomo è smarrito e disumanizzato.

L’inizio di un nuovo anno deve portarci una domanda: che ne farò di questo tempo nuovo che mi è dato? E questo non per fare i soliti buoni propositi che puntualmente vengono disattesi per poi essere rimpianti al prossimo 31 di dicembre! Questa domanda servirà solo se ci farà prendere vere decisioni, se ci farà fare veri tagli e vere scelte perché il nostro tempo sia tempo umano, tempo in cui Dio possa entrare a fare di noi quell’alterità a cui siamo chiamati perché Lui è altro (cfr Lv 11, 45: «Siate altro perché io sono altro»), tempo in cui entra la benedizione che è Cristo Signore, benedizione data ad Israele e versata poi su tutte le genti.

La liturgia di questo primo giorno dell’anno si apre con il testo del Libro dei Numeri della benedizione che il Signore consegna ai figli di Aronne perché la dispieghino sul popolo. Israele è dunque il popolo benedetto da Dio su cui risuona per tre volte il Santo Nome di Dio! Israele è il luogo di avvento di quella benedizione che dovrà raggiungere tutte le genti (cfr Gen 12, 3b). In Gesù questo è avvenuto perché Egli è davvero figlio di Abramo! Ecco perché è importante oggi celebrare la “circoncisione” di Gesù: Lui è davvero quella benedizione per tutte le genti perché è davvero ebreo, figlio del Popolo Santo di Dio, circonciso all’ottavo giorno! La carne che ci salva è la carne circoncisa del Figlio di Dio, Figlio di Abramo e Figlio di Davide!

Dio è fedele alla storia, Dio è entrato nel tempo con le sue promesse e le ha realizzate in Cristo, ed in Lui ancora promette compimento! Dio ha preso sul serio il nostro tempo, quello in cui siamo immersi; non ha voluto prescindere dalla storia per darci la salvezza ma l’ha fatto nel Figlio «nato da donna e nato sotto la legge» (cfr Gal 4, 4) … ci chiede di viverlo senza inquinarlo né imbastardirlo, di viverci non da “morti viventi”, fatti ingranaggi di un sistema che ci fa perdere il tempo; ci chiede di vivere attenti ad ogni “oggi”, perché ogni “oggi” è abitato dal Verbo; bisogna solo cogliere nel nostro scorrere dei giorni la Grazia di Dio, la sua presenza che è benedizione!

Così si potrà essere benedizione per la storia!
E’ questa la nostra vocazione! Essere benedizione! Pensateci!
Che altro augurio possiamo farci per questo anno di grazia 2016?

p. Fabrizio Cristarella Orestano

IV Domenica di Avvento (Anno C) – Il viaggio di Maria

 

RIVELAZIONE DI COLUI CHE E’ VENUTO, VIENE E VERRA’

Mi 5, 1-4a; Sal 79; Eb 10, 5-10; Lc 1, 39-45

 

Siamo all’apice dell’Avvento di quest’anno e l’Evangelo della quarta domenica ci conduce ad Ain Karim, la terra del Battista … ci conduce ad un incontro tra due madri, Maria ed Elisabetta; ci conduce ad un’aria di vigilia forte, tenera ed allo stesso tempo esigente. Vigilia del Natale? Certo, anche questo, ma soprattutto vigilia significa veglia, attesa di qualcosa che è imminente e grandemente desiderato, e questo qualcosa non può che essere la rivelazione finale del Signore Gesù, nell’ultimo giorno! Oggetto dell’Avvento è sempre e solo questo: il suo ritorno!

Quella della visitazione è una pagina di rivelazione: sgombriamo il campo da ogni lettura moralistica di questo racconto così suggestivo e così caro al nostro cuore di credenti; nell’Evangelo di Luca non è detto mai che Maria vada da Elisabetta per un atto di carità, che vada cioè per aiutare la sua parente nell’inatteso frangente di una gravidanza ormai non più sperata né attesa; e questo anche perché dalla narrazione di Luca pare che Maria riparta prima della nascita del Battista. Comunque sia, non è questo assolutamente l’interesse dell’Evangelista.
Luca è invece interessato a farci cogliere ancora le profondità del mistero di Cristo e, solo per questo, ci mostra le grandi cose che il Potente compie in Maria. Questa della visitazione è una pagina di rivelazione di Gesù attraverso Maria, è una vera e propria teofania, luogo in cui Dio si mostra.

In primo luogo Maria parte in fretta da Nazareth perché ha ricevuto dall’Angelo la notizia della gravidanza incredibile di Elisabetta, detta “la sterile”. Maria non ha chiesto un segno, non ha chiesto una prova della veridicità delle parole di Gabriele, ma il segno le è stato offerto e gratuitamente … e quando un segno è offerto bisogna leggerlo, bisogna contemplarlo, bisogna accoglierlo. E’ un dono gratuito di Dio e Maria parte per ricevere questo dono che non ha chiesto.
Nel libro di Isaia, l’iniquo re Acaz non vuole accogliere il segno che Dio vuole offrirgli perché receda dalle sue alleanze mondane, e per far questo si nasconde dietro una falsa “pietas”: «Non tenterò il Signore». Dio però il segno vuole darglielo, e gli manda Isaia a rivelarglielo in pienezza: «Il Signore stesso vi darà un segno, casa di David» (cfr Is 7, 10-14). I segni di Dio vanno accolti e letti! Ecco che Maria parte per obbedire al Signore che le offre il segno, per contemplarlo, per averne conforto, per ricevere quella “carezza” di Dio, per custodire il dono ed il suo sì.
Il segno e la sua “verifica” fanno parte della logica delle rivelazioni: Dio mostra la sua verità, e non vuole che l’assenso della fede avvenga in un buio completo; il segno è una piccola luce che brilla e lo si accoglie con gratitudine, senza pretenderlo, ma sempre accogliendolo.
In Maria il segno della gravidanza di Elisabetta è un dono ulteriore che le accende il cuore di ulteriore fidarsi, di un fidarsi che è già in lei cominciato in pienezza, tanto che il suo si è fatto carne nel suo grembo.

Per Luca, insomma, il viaggio di Maria è in funzione della rivelazione di Gesù; non è in funzione di un servizio da rendere ad Elisabetta, e neanche in funzione di un servizio alla fede di Maria che c’è già, e che qui – come si diceva – è solo pronta ad accogliere il dono gratuito di un segno non richiesto.
Il viaggio di Maria è solo al servizio di Gesù. Egli “è nascosto in Maria ed agisce all’ombra della Madre … nel seguito dell’Evangelo poi sarà Maria a camminare all’ombra del Figlio come discepola” (Bruno Maggioni).

Gesù dunque conduce tutto il racconto: se il testo è tutto costruito sul racconto del Secondo libro di Samuele – in cui David trasporta l’Arca Santa a Gerusalemme (cfr 2Sam 6, 2-11) – è per dirci che Maria è l’Arca Santa, ma lo è perché contiene Dio, perché «il Santo che nascerà sarà Figlio dell’Altissimo» (cfr Lc 1, 34) …
L’interesse è su Gesù, non su Maria.

E’ vero… “sulla scena” ci sono le due madri, ma protagonisti veri del racconto sono i due figli: uno che è riconosciuto ed uno che riconosce; uno che è presente ed uno che danza di gioia nel grembo di sua madre per quella presenza; uno che santifica ed uno che è santificato; uno che gioisce ed uno che è causa di quella gioia.

Certamente qui Maria è riconosciuta con il titolo più alto che ella possa avere “Madre del mio Signore” – come dice Elisabetta piena di stupore – ma questo ancora rinvia a quel Signore che si è fatto incredibilmente carne in quel grembo di donna.

Allora davvero questo è un racconto rivelativo che ci porta dinanzi a Colui che è venuto, viene e verrà, e che dobbiamo riconoscere nel suo vero volto di Dio fatto uomo! In Lui Dio si è reso accessibile, nella sua vera umanità … se il racconto del Secondo libro di Samuele narrava la “terribilità” dell’Arca, tanto che al solo toccarla Uzzà rimane fulminato (cfr 2Sam 6, 6-7), qui l’Arca è divenuta la tenera carne di una madre che dà carne al figlio suo, il Figlio dell’Altissimo!
Lo stupore di Elisabetta è pienamente giustificato: Dio si è reso accessibile, toccabile; si renderà visibile, e anche quando lo “toccheranno” per ucciderlo, nessuno di quelli cadrà fulminato, ma tutti saranno iNvece perdonati ed amati.

In questo racconto che quest’anno è al culmine del nostro Avvento, Maria ci è proposta da Luca come icona del vero discepolo: portatore di Cristo, beato perché crede nella Parola del Signore, capace di lodare e rendere grazie. Maria, icona dell’uomo in perpetuo stato di Avvento, che si muove in fretta per lasciarsi investire dalla piena rivelazione di Dio e che poi rimaneMaria rimase tre mesi presso di lei»). Questo muoversi in fretta e questo rimanere davvero ci rinviano alla dinamica essenziale di chi vuole essere nella storia in stato di avvento: senza mai nessun rinvio e con la ferma volontà di rimanere, di dimorare, di non essere l’uomo di una stagione!

Mentre si compie l’Avvento di questo anno di grazia 2015 ci apprestiamo ad arrivare al Natale che ci dirà con la sua dolce radicalità che il nostro Dio è affidabile, che ogni attesa dinanzi alle sue promesse riceve risposta e compimento … Il Figlio di Dio è affidabile perché tutto si è dato, come abbiamo sentito nel passo della Lettera agli Ebrei: «Non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi hai preparato…ecco io vengo per fare la tua volontà».

Allora verrà il Natale e ci dirà: vivere in stato di avvento ha un senso, ne vale la pena perché Lui è fedele e, come già è venuto, davvero verrà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

III Domenica di Avvento (C) – La gioia della Salvezza

 

L’UOMO AL CENTRO

Sof 3, 14-17; Cantico Is 12, 2-6; Fil 4, 4-7; Lc 3, 10-18

 

Ancora il Battista.
Oggi è colto nella sua predicazione che apre l’attesa al “novum” che sta per venire. A chi lo va ad incontrare nel deserto il Battista chiede di fare delle scelte che preparino la venuta di quell’Altro a cui lui non è degno di sciogliere i legacci dei sandali.
Sembra che questa pagina di Luca contraddica il clima di gioia di questa terza domenica d’Avvento, la domenica detta “gaudete” domenica della gioia; pare che il severo profeta del deserto non abbia connotati di gioia, che in lui ci siano solo domande esigenti e parole penetranti e scomode … Se però leggiamo bene il passo di Luca che oggi la liturgia ci propone, vediamo che esso ha un culmine molto preciso: Esortando con molte altre parole annunciava la bella notizia … è la luce dell’Evangelo, la luce gioiosa di una presenza dinanzi alla quale si deve e si può gioire, ma dinanzi alla quale è pure necessario prendere delle decisioni concretissime.

Lo stesso grido di gioia del Profeta Sofonia, che è la prima lettura, culmina con l’annunzio di un’opera di ricreazione che il Signore compirà nel suo popolo: «Ti rinnoverà con il suo amore». Paolo ugualmente, nel celebre passo della sua Lettera ai cristiani di Filippi, che ha lo strano sapore di una gioia comandata, chiede che frutto di quella gioia per il Signore che viene sia un’amabiltà nota a tutti; chiede cioè che il discepolo di Cristo porti la luce di un comportamento bello (cfr 1Pt 2, 12), e che racconti la gioia di una vita luminosa; ed una vita luminosa è solo una vita che decide di non camminare per i soliti sentieri bui del mondo, per i soliti sentieri della sopraffazione, dell’egoismo e dell’avere se stessi come unico orizzonte d’interesse.

Il Battista, a quelli che al Giordano lo interpellano per sapere cosa fare, chiede di attendere il Veniente portando frutti di quella immersione che lui era sto chiamato a dare a quanti la richiedevano. L’immersione in acqua era solo un simbolo di un voler “affogare” ciò che è vecchio e mortifero, farlo portar via dal fiume che inesorabilmente scorre e – ricordiamolo – sfociando il Giordano nelle acque morte del Mar Morto, pare riportare così ad un luogo infernale ciò che è infernale nell’uomo. Un tale gesto rimandava a delle vite mondate da ciò che è opera di morte: ecco dunque le richieste che il Battista fa a chi domanda quale sia la nuova via da percorrere per preparare la strada al Veniente.

Giovanni chiede a tutti una vita non ripiegata su se stessi, una vita capace di condivisione, una vita in cui vi sia attenzione all’altro tanto da accorgersi di chi non ha tunica per condividere ciò che si possiede.
La condivisione è la prima via che rende l’uomo uomo!
Senza questa capacità di attenzione si costruiscono barriere tremende verso l’altro e così le vie al Signore non sono preparate. Il Signore veniente troverà infatti tanti muri di egoismo e di autosufficienza che gli impediranno di passare e portare il fuoco nuovo in cui tutto sarà purificato e da cui sorgerà in modo definitivo l’uomo nuovo.

Con questa prima richiesta rivolta a tutti, il Battista non chiude la sua esortazione: vanno da lui dei pubblicani, gente che faceva il mestiere odioso di riscuotere le penose tasse per l’occupante romano, e a loro chiede di non abusare del proprio ufficio, di non arricchirsi sulle spalle e sulla miseria degli altri che non possono reagire ai loro abusi.
Una richiesta simile Giovanni la fa anche a dei soldati: a questi chiede di non usare la forza delle armi contro gli altri, di non sottometterli e rapinarli con la violenza; e chiede di accontentarsi delle loro paghe.

Al versetto 8 di questo stesso capitolo Luca aveva posto sulle labbra del Battista un’esortazione importante: «Fate frutti degni della conversione», un’espressione che potrebbe essere più significativamente tradotta con “Dimostrate con i fatti che vi siete convertiti”. Una vita nuova non si mostra con dei gesti isolati, ma con la vita, con tutta la vita. Spesso nello spazio cristiano ci si sente porre la domanda: “Che dobbiamo fare?”, e si vorrebbero delle rispostine facili: “Fai dei gesti solidali” oppure “Dai uno scampolo del tuo tempo agli altri”… fai un po’ di volontariato” … cose tutte lodevoli, ma ancora distanti dalla vita, da quella vita nuova che scaturisce dalla gioia dell’Evangelo e che affretta la venuta del Signore.
Il Battista non chiede dei piccoli gesti, ma chiede di cambiare dentro: ogni spazio vitale è luogo per sperimentare la salvezza di Dio; non dei tempi, ma tutto il tempo che si ha … così si ridà un’anima al mondo, andando al profondo, ed il profondo è la vita concreta che è fatta di relazioni umane in cui condividere, in cui non abusare del potere – e tutti ce n’hanno un po’ di potere! – in cui non usare violenza.

L’Evangelo di oggi ci dice che le strutture mondane che sono strutture di peccato (le ingiuste tasse di un oppressore, la violenza delle armi, la guerra) vanno “uccise” dal di dentro, immettendo in esse principi di morte per la sopravvivenza di quelle STESSE strutture: il rispetto dell’altro e la cessazione di ogni violenza fanno cessare oppressioni e guerre.
Che soldato è un soldato che non usa la spada?
La rivoluzione del cristianesimo dovrebbe essere così: immettere Evangelo nel mondo, attraverso vite davvero cambiate dalla gioia della salvezza. Così si inizia a dare morte alle opere di morte, così si inizia a portare l’uomo ed il suo valore al centro, rinunziando ad altre centralità.

Certo tutto questo non sarà indolore, non sarà a basso prezzo. Nelle prime generazioni cristiane il perseguire queste vie di rivolta pacifica alle strutture di morte costò la vita a tanti … quanti soldati tra i primi martiri!! Uomini che, al momento di prendere le armi per fare violenza, le lasciarono cadere al suolo e preferirono essere uccisi piuttosto che uccidere … quanti nei primi secoli scelsero vie di miseria e di povertà perché l’Evangelo chiedeva loro concretamente di smettere delle “professioni” fondate sull’uso dell’altro e sull’abuso sull’altro uomo!

La gioia del cristiano ha radici nella serietà di un Dio che ci ha scelti fino alle estreme conseguenze; ha radici in un’autenticità di sequela con cui non si scherza: la Venuta del Signore sarà compimento di gioia ma anche giudizio veritiero, un o un no sulle scelte dell’uomo e della storia … il Veniente dirà con chiarezza ciò che è grano e ciò che è pula.

Non ci sarà inganno sulla sua bocca: per chi ricerca la giustizia questo è motivo di grande gioia e di grande speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano