I Domenica di Quaresima (B) – La tentazione

 

TEMPO DI FRAGILITA’ E LOTTA

 

Gen 9, 8-15; Sal 24; 1Pt 3, 18-22; Mc 1, 12-15

 

Tentazioni di Cristo (particolare) - Cappella Sistina

Tentazioni di Cristo (particolare) – Cappella Sistina

La Quaresima inizia con una pagina evangelica austera e duramente interpellante: la pagina delle Tentazioni di Gesù nel deserto. Anzi sarebbe bene dire, leggendo la redazione di Marco, la Tentazione di Gesù nel deserto perché il secondo evangelista, differentemente dagli altri sinottici, non descrive tre tentazioni, ma ci parla in modo sintetico dell’essere tentato di Gesù. E’ pagina che ci riguarda, e che ci riguarda in quanto discepoli che hanno fatto la fatica dell’ascolto di una voce che li ha chiamati e che, con gioioso stupore, hanno iniziato a seguire; e che ci riguarda poi in quanto discepoli che hanno scoperto la loro vocazione e la stanno percorrendo…

La vocazione di Dio, il suo sguardo che si posa su di noi, la sua voce che ci chiama per nome e che ci chiama figli, e lo Spirito che ci è donato, non ci mettono al sicuro dalla tentazione; di questo dobbiamo sanamente farci convinti, per non cadere in illusioni pericolose e in delusioni distruttive. La tentazione ci dice che siamo fragili e vulnerabili! La tentazione cerca chi si appresta a servire il Signore (cfr Sir 2, 1), e si appoggia alle nostre fragilità; ognuno di noi, se è onesto, può raccontare questa storia di fragilità.

L’Evangelo è oggi scioccante perché ci dice che Gesù si trovò in questa condizione di fragilità vulnerabile proprio all’indomani della sua vocazione, all’indomani della sua scoperta circa la verità del suo vero volto e della sua identità: «Tu sei il mio Figlio, l’amato»; all’indomani cioè della discesa su di Lui dello Spirito che consacrò la sua umanità per la missione di salvezza.
Marco lega in modo forte ed indissolubile la vocazione di Gesù alla tentazione, e così ci apre uno squarcio grande di riflessione sulla nostra condizione di discepoli: è proprio questa condizione di discepoli chiamati dal Signore, di uomini e donne che hanno scoperto un sogno di Dio su di loro, di persone che hanno sentito bruciare sulla propria carne il tocco straordinario ed inenarrabile di Dio, che “chiama” la tentazione e la lotta.

 Lo Spirito – scrive Marco – “caccia” Gesù nel deserto, ed il verbo “ekbállein” qui utilizzato indica proprio un’azione violenta, un’azione necessaria. Lo Spirito dunque fa solo questo: non è Lui che tenta Gesù, non è lì per aiutarlo, ma lo conduce ad affrontare la Sua fragilità.
Nell’Evangelo di Marco tale fragilità viene messa alla prova per lungo tempo: differentemente da Matteo e da Luca, Marco non dice che la tentazione di Satana arriva alla fine dei quaranta giorni (Matteo scrive infatti: «dopo aver digiunato quaranta giorni ebbe fame»), ma lascia intendere che quei quaranta giorni furono tutti di tentazione. Per quaranta giorni, dunque, Gesù deve guardare in faccia la sua fragilità e affrontare i pensieri cattivi che bussano al suo profondo… pensieri cattivi che riguardano la sua relazione con Dio, e quindi con il mondo.

A differenza di Matteo e Luca, Marco non specifica la natura delle tentazioni nè il modo di Gesù di affrontarle; e non dice neppure l’esito delle tentazioni, lasciando aperto il racconto. Alla fine del testo c’è quella misteriosa annotazione: «stava con le fiere e gli angeli lo servivano», e qualcuno ha voluto vedervi – certo a ragione – un ritorno al giardino dell’in-principio in cui Gesù, come l’Adam uscito dalle mani di Dio, è pacificato con il cielo (gli angeli) e con la terra (le fiere).
Marco ci dice che Gesù affrontò la lotta con la sua fragilità, con il mondo e le sue suggestioni. E lasciando aperto il racconto – non dicendocene cioè esplicitamente l’esito – suggerisce che tutto l’Evangelo sarà luogo di questa lotta, perché la tentazione si protrae per tutta la sua vicenda. Il verbo “peirázein” (“tentare”, “provare”) tornerà in seguito incarnandosi in situazioni concretissime, in cui il Figlio dovrà misurare la sua fragilità e la sua fedeltà al Padre.
I nemici di Gesù continuamente lo proveranno, fino all’ora suprema del Golgotha! Lì la fragilità giungerà all’estremo, e lì quella stessa fragilità narrerà per sempre il volto di Dio: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» esclamerà il centurione senza mezze misure.
Quell’uomo che – fragile – ha gridato l’abbandono di Dio chiedendogliene ragione; quell’uomo che ha urlato morendo, narra Dio perché totalmente affidato a Dio, e perché ha imboccato una strada per nulla scontata: una strada che va tanto lontano da ogni mondano buon-senso, che va tanto lontano da ogni compromesso che poteva salvarlo…

La lotta inizia per Gesù nel deserto, e dura per tutta la sua vita.
La lotta inizia per chi vuole seguire Gesù e dura per tutta la sua vita…è così! Il Gesù di Marco, infatti, uscendo dal deserto, inizia a chiedere di seguirlo, e di seguirlo in questa lotta: «Convertitevi e credete all’Evangelo»… Ecco lo “statuto” del discepolo! Ecco la via di ogni giorno! E guai a noi se un solo giorno fosse scevro da questa lotta!

La Quaresima è “sacramento” di questa condizione contemporanea di fragilità e di lotta. La Quaresima è tempo di prova costosa, ma in cui siamo preceduti ed accompagnati dall’umanità del Figlio di Dio che, senza sconti, ha affrontato la lotta con noi e per noi. La sua vittoria pasquale, che celebreremo alla fine di questi quaranta giorni, sarà luce gettata nel buio di tanti giorni di lotta senza quartiere, e a volte senza vittoria; di giorni di lacrime e sangue, che sono necessari alla nostra autenticità.

Chiamati da Dio, siamo riempiti di grazia e di gioia; chiamati da Dio, siamo contemporaneamente immersi in una lotta inesorabile da cui non ci possiamo sottrarre, e in cui dobbiamo lasciar lottare Cristo in noi.
La Quaresima è tempo di esercizio per questo: ricordandoci che siamo polvere  come ci ha fatto ripetere la Chiesa al Mercoledì delle Ceneri – e ricordandoci la nostra fragilità: una fragilità che Cristo ha “impastato” con il suo stesso sangue, per fare di noi quell’uomo nuovo con cui Dio fa un’alleanza di pace. Il nostro stato di uomini in lotta non è tuttavia uno stato di assenza di pace, ma uno stato di una pace paradossale che scaturisce da quella lotta che si incontra con la salvezza operata da Cristo.

Se la nostra cenere ci rattrista, la luce dell’arcobaleno di grazia che la illumina ci riempie di speranza: Dio salva ed illumina gli uomini, tutti gli uomini, e i cercatori di Dio sono gli “apri-pista” di tutta l’umanità, perché Cristo Gesù tutto ha assunto per tutto salvare!

Quaresima, tempo di prova e tempo di “radiosa tristezza” come dice la liturgia dell’oriente cristiano: la nostra povera cenere è inondata dalla luce della vita; la nostra povera cenere non resta cenere…
E’ allora tempo di prova, è tempo di lotta e, paradossalmente, tempo di luce multicolore e di pace, perché la pace è stare “al proprio posto”…e il nostro posto è quello nella lotta!
Fu così per Gesù, ed è così per ogni discepolo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Inviati a dare testimonianza

 

MOSTRIAMO LE NOSTRE GUARIGIONI

Lv 13, 1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1, 40-45

 

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Incontrare Gesù è uscire dalla morte, è uscire da una condizione di incomunicabilità e di separazione.
Gesù va incontro all’uomo che è “malato” di peccato, afflitto dal male che lo isola e che si erge come barriera tra lui e l’altro.

Metafora potente di questa condizione di morte che segna l’uomo è la lebbra, una malattia che, per le sue caratteristiche, narra disfacimento e impossibilità di incontri che non siano mortiferi, portatori di un “nulla” che moltiplica il “nulla”.

Il protagonista del passo di questa domenica, con cui si conclude la sezione dei miracoli del primo capitolo dell’evangelo di Marco, è attratto da Gesù ed osa avvicinarsi a Lui facendo il contrario di quanto prescriveva la Torah nel Libro del Levitico, prescrizione che oggi costituisce la prima lettura: stare fuori (cioè lontano), e gridare «Immondo! Immondo!» quale macabro avvertimento ogni qual volta si incrociava un altro essere umano.
Un grido terribile questo, che doveva allontanare ogni altro vivente!
Ora, però, questo grido macabro e disperato, davanti a Gesù, si trasforma in supplica fiduciosa; una supplica che immediatamente attrae Gesù. E notiamo subito una cosa: se il lebbroso infrange la Legge, Gesù fa lo stesso toccandolo, prendendo su di sé l’impurità di lui, e la sua stessa condizione; l’esito del cammino di Gesù sarà, infatti, l’impurità della croce patita fuori dalle mura della città!
Iniziando la sua missione Gesù aveva annunziato la buona notizia del Regno e, dove arriva il Regno, cessa ogni emarginazione, ogni esclusione; dove arriva il Regno non esistono più uomini da accogliere e uomini da evitare e da escludere. Il Regno che Gesù proclama non è mai a basso prezzo, il Regno proclamato gli impone di prendere su di sé la condizione dell’uomo. E questo sarà costoso: gli impuri non sono più esclusi, perché Lui prende la loro impurità e la inchioderà alla croce.

Il racconto di Marco, carico di tutte queste suggestioni, procede come ogni narrazione di miracolo, ma poi si sviluppa in una parte che mi pare molto interessante per la nostra vita interiore e per la vita della Chiesa. Il lebbroso guarito è inviato a dare testimonianza; Gesù stesso, osservando i procedimenti della Torah, lo invia ai sacerdoti che, per la Legge di Mosè, dovevano constatarne la guarigione e riammettere il “morto-vivente” alla vita comunitaria. La riflessione che credo sia qui importante è che, per annunziare l’evangelo, per rendere testimonianza, bisogna mostrare la novità, bisogna mostrarsi guariti, bisogna che gli uomini constatino che c’è davvero un’alterità, che c’è stata un’opera di autentica guarigione.

Se il lebbroso fosse andato a “predicare” l’Evangelo così com’era prima, coperto di lebbra, che credibilità averebbe avuto? Come avrebbe potuto proclamare la potenza guaritrice di Gesù e del suo Evangelo? Solo se mostra le sue membra guarite dal male che le disfaceva, solo se toglie quei panni di miseria che celavano il suo volto sfigurato e la sua carne putrefatta, potrà far corrispondere la parola alla realtà compiuta in lui da Dio!
La sua guarigione sarà la sua eloquenza! I “miracoli” nell’Evangelo e in tutti gli evangeli, sono sempre “segni; ed è proprio il Quarto Evangelista che sottolineerà anche linguisticamente questo concetto, chiamando appunto i miracoli “semèia”, cioè “segni” che sempre riinviano ad altro…
Mai si deve leggere il miracolo per il miracolo, mai si possono leggere i miracoli evangelici come semplici atti di misericordia per un malato; se così fosse il “miracolo” sarebbe ingiusto: perché, infatti, quel lebbroso sì e le altre centinaia e centinaia di lebbrosi no? Il “miracolo” vuole sempre indicare qualcosa di altro, qualcosa di diverso e che riguardi tutti.

Il lebbroso mondato mostra la sua guarigione dalla terribile malattia che Esclude e disfa l’uomo e, mostrandola, rende testimonianza alla novità del Regno venuto in Gesù. Fuori di metafora, dobbiamo dire che solo una vita davvero pienamente umana, guarita dalle lebbre dell’individualismo, dagli isolamenti, dal non-amore, può narrare la novità dell’Evangelo, e la concreta possibilità d’essere uomini differenti, liberi e veritieri.
Se i cristiani non mostrano una vera differenza non saranno mai credibili, e a tal proposito si veda l’aureo libro di Enzo Bianchi La differenza cristiana edito da Einaudi. Una differenza che è frutto di una guarigione operata da Cristo; una differenza che certo non è generata da uno sforzo morale, ma da una lotta coraggiosa per custodire il dono di Dio, per custodire le guarigioni che Dio ha operato, ed opera, in chi ha avuto la grazia di incontrarlo, e di volersi accostare a Lui come il lebbroso del racconto di Marco.
Chi si accosta a Gesù riceve il perdono dei peccati, un perdono che guarisce ogni lebbra e dona la possibilità di amare. Amati amiamo, perdonati perdoniamo: ecco il cuore della guarigione che l’Evangelo produce nell’uomo.
Solo chi ama e perdona è davvero discepolo di Cristo, uomo nuovo capace di rendere quella testimonianza che Gesù chiede; solo chi lotta per l’amore e per il perdono è veramente suo discepolo, capace di mostrare credibile l’Evangelo.

Chi vedrà la guarigione dovrà mettersi alla ricerca della fonte di essa.
Il lebbroso guarito di questo racconto di Marco diventa evengelizzatore perché divulga, con il suo essere mondato, la potenza guaritrice dell’Evangelo, e questo produce l’accorrere a Gesù di chi è assetato di novità e di verità.
Chi va ad incontrare Gesù vede spazzar via ogni equivoco circa il suo messianismo; niente di trionfalistico o meramente miracolistico! L’incontro con Lui porterà coloro i quali davvero cercano Dio e la verità dell’uomo, e non il “meraviglioso” ed i miracoli per i miracoli, a mettersi alla sequela di Gesù, che imboccherà la strada impervia di un amore ostinato che – per offrirsi davvero all’uomo – non esiterà a lasciarsi inchiodare al legno della croce.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica del Tempo Ordinario (B) – L’altrove di Gesù

 

CERCATORE APPASSIONATO

 

Gb 7, 1-4; 6-7; Sal 146; 1Cor 9, 16-19.22-23; Mc 1, 29-39

 

Rembrandt - Gesù guarisce la suocera di Pietro

Rembrandt – Gesù guarisce la suocera di Pietro

C’è una parola in questo evangelo di oggi che ci provoca particolarmente. E’ una piccola parola: “altrove”, in greco “allachoû”. In questo testo di Marco, Gesù confessa che la ragione più profonda della sua missione è proprio in un “altrove”: Gesù è sempre per un altrove; la sua è una via che non si arresta mai in un “qui” definitivo e comprensivo di tutto. E ci sono degli altrove perché ci sono sempre altri: altre folle, altri dolori, altri cuori, altre orecchie che devono ascoltare la Parola dell’Evangelo.

Gesù non si lascia imprigionare dalle folle che premono; Gesù ama la gente, ma non si fa fermare da nessuno. Gesù è un cercatore appassionato di uomini che cercano, ed è anche un cercatore appassionato di uomini che non cercano o, drammaticamente, non cercano più. Lui li cerca, perché desidera accendere in essi la ricerca…

Gesù desidera incontrare ogni uomo, e per questo sente la necessità di incontrare il Padre suo nella preghiera solitaria e silenziosa. Gesù ha tempo per il Padre, ha tempo per la solitudine silenziosa. E l’alba lo trova così: orante, in un tempo bruciato tutto per il Padre, senza lasciarsi fuorviare dai bisogni che premono, ma sedotto invece dalla necessità più profonda del suo cuore e del cuore del Padre.
Gesù non si lascia ingannare dalle urgenze, come capita sempre più nello spazio ecclesiale!, ma si lascia afferrare dal necessario, e il necessario si configura proprio nell’altrove: l’altrove dell’intimità con il Padre, l’altrove di un annunzio senza frontiere.
L’altrove di Gesù non è una via di fuga dal quotidiano, poiché questa si configurerebbe come accidia o “disincarnazione”, assurdo per Colui che è l’incarnazione di Dio nella carne dell’uomo! L’altrove di Gesù è invece un altrove che cerca la storia, che cerca gli uomini concreti, li prende per mano, ne ascolta le storie e li conduce alla vita ed al servizio.

La narrazione della guarigione della suocera di Pietro è un racconto vivissimo e caratteristico, ma non è solo questo.
Raccontando questa semplicissima vicenda, Marco desidera sottolineare come Gesù abbia ascoltato l’uomo e le sue sofferenze («gli parlarono di lei»), come Gesù si sia fatto vicino all’uomo nella sua concreta fragilità («le si avvicinò»), e come lo abbia sollevato toccando la sua carne ammalata («la fece alzare prendendola per mano»); Marco usa qui il verbo “eghéiro” che è il verbo pasquale della risurrezione, e lo fa per dirci che l’Evangelo va letto sempre nella prospettiva pasquale. Lo scopo dell’Evangelo, delle parole e dei gesti di Gesù, va ricercato sempre in quella dinamica in cui il contatto con Gesù fa passare dalla morte alla vita, dall’immobilità all’attività, dal non-senso al senso.
La predicazione dell’Evangelo è annunzio di una buona notizia che guarisce, dà la vita e rende gli uomini atti ad amare e a servire.

Nel dialogo con gli apostoli, i quali vorrebbero far tornare Gesù lì dove ha già predicato e mostrato i frutti dell’Evangelo (le guarigioni numerose), Gesù afferma che è venuto per un altrove che mai è esaurito, e a cui deve annunziare (il verbo “keriùssein”!) la buona notizia del Regno. Il testo, anzi, dice che per questo è uscito, con una espressione che ci fa riflettere: è uscito allo scoperto, si è mostrato, è uscito da Dio… Insomma l’annunzio dell’altrove è il motivo del suo invio da parte di Dio.

Leggendo questo testo di Marco penso che, come Chiesa, dobbiamo lasciarci provocare su molti punti: sulla nostra capacità di relazione con l’uomo di oggi; sulla capacità quanto mai necessaria di ascoltare le sue istanze e le sue domande, senza avere risposte sempre precostituite, senza pregiudiziali ma cercando sempre e solo l’uomo concreto, la sua realtà fatta di carne e sangue.
Il testo ci provoca inoltre alla riflessione su quell’altrove che è l’intimità con Dio, e su quell’altrove che è la ricerca inesausta di orizzonti sempre più vasti, senza chiusure in circoli ristretti o di presunti “giusti”.

Marco ci pone con forza, come Chiesa, la domanda sulla passione per l’annunzio dell’Evangelo: quella passione che spinse sempre Gesù all’altrove; quella passione che Paolo proclama nel passo che oggi si legge della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto: Guai a me se non evangelizzo!
Paolo scrive di essersi fatto tutto a tutti per guadagnarne il maggior numero: anche lui mai sazio come il suo Signore; anche lui sempre alla ricerca di un altrove che abbia la bellezza della diversità di tanti cuori umani, in cui si deve versare l’Evangelo di Gesù. Paolo lo grida: per il discepolo è dovere evangelizzare! Non è nè un’attività secondaria, nè tanto meno un hobby per il tempo libero, per gli scampoli di tempo. Non ci si può dar pace da questa assoluta priorità e necessità!
Attenti però a non fare di questo dovere una fonte di attivismo sfrenato che ci fa smarrire noi stessi; la Chiesa dei nostri tempi è affetta gravemente da questa “peste” che non annunzia l’Evangelo, ma lo mortifica e ne mostra un volto meramente filantropico, che nulla ha a che vedere con l’annunzio esigente e trasbordante del Regno.

Questo dovere di cui Paolo scrive sia invece fonte di santa inquietudine, che metta in moto la Chiesa per quel che davvero conta ed è essenziale, e la metta in moto a partire dall’intimità vissuta con Dio. Nella solitudine del deserto, la comunità credente deve ritrovare le ragioni di quell’amore che l’ha amata e che le chiede amore, amore che la spinge all’altrove…da lì, dall’intimità del deserto dell’ascolto adorante, sorge ogni vera passione per l’annunzio dell’Evangelo.

Gesù nella sua vita fece così! La sua vita tra noi fu inquieta passione per il Padre e per l’umanità; la sua vita fu passione per quell’annunzio per cui era uscito dal Padre (cfr Gv 16, 28), per cui era venuto a camminare sulle nostre strade e ad abitare le nostre case.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica del tempo Ordinario – Gesù può liberarci

L’AMORE MALATO DI NOI STESSI

Dt 18, 15-20; Sal 94; 1Cor 7, 32-35; Mc 1, 21-28

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La parola di Gesù è una parola diversa, una parola “altra”.
E’ parola di rivelazione di un evangelo, come ascoltavamo la scorsa domenica (“Il Regno di Dio si è avvicinato!”). E’ poi parola che ordina un necessario ed urgente cambiamento di rotta (Volgetevi verso l’Evangelo! Fidatevi dell’Evangelo! Cambiate vita!); ed è anche parola potente, che fa ciò che dice: una parola cioè che ha “exousìa”, che ha “potenza”. Nella Scrittura questa parola è attribuibile solo a Dio: lui ha questa potenza.
In ebraico è “shaltan” (da cui deriva l’arabo “sultano”, uno che ha potere), e indica quella potenza creatrice che ha la parola di Dio. Gesù ha una parola così. Tanto diversa dalle parole “ripetute” perchè imparate, dagli Scribi! La gente lo nota subito! La parola di Gesù è altro! E’ nuova, è potente … nasce dalla vita che Lui vive, dalla vita che Lui è!

La parola di Gesù è la parola del profeta promesso dal Libro del Deuteronomio; di quel profeta che rinnoverà la potenza innovativa della Torah consegnata a Mosè.
Il popolo, spaventato dalla teofania del Sinai, aveva chiesto di non vedere più manifestazioni straordinarie di Dio, ed ecco che il Signore promette le mediazioni: la Parola verrà detta da uomini, cui la Parola stessa verrà confidata; bisogna perciò ascoltarli.
L’autore del Deuteronomio non sa, e non può immaginare, che la mediazione definitiva metterà assieme la vera presenza di Dio e la vera umanità del Messia, Gesù di Nazareth. E’ Lui il profeta definitivo promesso a Israele: la promessa del Deuteronomio è realizzata nella carne di Gesù di Nazareth, al di là di ogni possibile ipotesi.

Lo straordinario del Dio biblico è che Lui parla! Uno straordinario che sfocia nel parlare di Gesù, che è la Parola! Il suo parlare stupisce e rivela vie nuove, il suo parlare snida il male.
Il testo dell’Evangelo di Marco, che oggi si ascolta, ci narra il primo “miracolo” di Gesù per il secondo Evangelo: un esorcismo. Un particolare è notevole: l’uomo su cui verrà compiuto l’esorcismo è all’interno della sinagoga, è nascosto e confuso tra quelli che sono lì per la preghiera e l’ascolto della Parola; l’uomo è lì dove non dovrebbe essere poiché la sinagoga è luogo ove si è radunati da Dio per la parola e per il culto; ed è lì che la parola di Gesù lo snida!
Come è vera questa scena: il male, l’“immondo”, si annida, ben nascosto in noi, nelle nostre strutture umane e perfino nelle nostre strutture ecclesiali … è ben mascherato! A volte è perfino travestito da “bene”.
Lo spirito che possiede quest’uomo in sinagoga è detto “immondo” e, per la Bibbia, “immondo” è tutto ciò che attiene alla morte; la morte è la suprema impurità. Tutto ciò che ha contatto con la morte è “immondo”; e la parola di Gesù, che è vita e grida la potenza e la bellezza della vita, snida questa “immondizia”!
Così avviene nelle nostre vite: quando risuona la vera parola di Gesù, questa mette a nudo il nostro male, le nostre iniquità. Lo stesso spirito immondo non può fare a meno di gridare e rivelare così la sua presenza!

Questo spirito immondo fa una cosa strana: parla al plurale! Ci si chiede perché.
Forse, dice qualcuno, parla a nome di altri spiriti immondi; o forse sottilmente vuole comprendere in quel plurale anche l’uomo di cui ha preso possesso; lo vuole con sé; lo vuole assimilare a sé; lo considera una cosa sola con lui!
Di fatto Gesù, nello sgridarlo, dirà “Taci!”, usando il singolare e, distinguendolo chiaramente così dall’uomo, gli dice “Esci da quell’uomo!”. E’ come se dicesse “quell’uomo non è tuo; non è tuo territorio; l’uomo è terreno di Dio; è figlio di Dio!”.

Lo spirito immondo dice a Gesù due verità, che neanche lui – che è servo di menzogna – può negare: Gesù è venuto a portare rovina all’impurità, alla morte, al male che lacera l’uomo. Lo spirito immondo, inoltre, sa chi è Gesù, e lo designa come l’opposto di ciò che lui stesso è: Gesù è il Santo di Dio, e “santo” è l’opposto di “immondo”!
Nella Bibbia al termine “santo” si oppone sempre il termine “immondo”, “impuro”; la santità attiene alla vita, attiene cioè a Dio che è amante della vita (cfr Sap 11, 26); l’impurità invece attiene alla morte e a colui che della morte ha potere, il diavolo (cfr Eb 2, 14).
Gesù però non vuole che la rivelazione della sua santità avvenga per bocca di un demonio, e gli intima di tacere. La rivelazione della sua santità avverrà nel paradosso della croce, impurità assoluta, ed avverrà per bocca di un impuro (il centurione pagano) che dirà l’estrema rivelazione dell’Evangelo di Marco: “Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio” (cfr Mc 15, 39). Lì splenderà la santità di Dio che, come dirà Giovanni nel suo Evangelo, sarà gloria dell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1). Lì, sulla croce, Satana sarà incatenato per sempre …

Intanto però Gesù ha già iniziato la lotta con il male che ci abita e ci rende schiavi; l’Evangelo di oggi ci chiede di credere a questa potenza di Gesù che può liberarci; ci chiede di credere più a questo umile potere di liberazione che alle menzogne del male che ci abita, e che così spesso è mascherato da “bene”. Ci chiede di non dar credito alla menzogna che ci vuole una cosa sola con il male che ci abita e ci tormenta; Gesù, infatti, smaschera subito la menzogna di quel plurale che lo spirito immondo usa.
Il male ci strazia e grida forte, proprio come fa con quel pover’uomo della sinagoga di Cafarnao prima di lasciarlo. Ormai è smascherato da “uno più forte”, come aveva detto il Battista (“Dietro di me viene uno che è più forte di me“, cfr Mc 1, 7): uno che non solo chiede cambiamento di rotta alle vite degli uomini, non solo chiede di fidarsi dell’evangelo e non delle menzogne del “divisore”; ma uno che ha anche la forza, la “exousìa”, di dare la libertà con al sua parola potente.
E’ alla sua parola che allora dobbiamo volgere il cuore.
Chiediamoci, allora: ci stupiamo della sua parola? Marco ci dice che la gente era stupita dal suo insegnamento. Credo che dobbiamo dircelo: quando leggiamo l’Evangelo, e non ci stupiamo, significa che non abbiamo capito! E’ così!
E quando non capiamo, vuol dire che non abbiamo dato accesso nel nostro profondo a quella parola, e non le permettiamo di snidare il nostro male; non le permettiamo cioè di darci le vie e le possibilità di conversione.

Questo esorcismo rappresenta il primo miracolo di Gesù nell’Evangelo di Marco; per Marco infatti l’opera di Cristo è la liberazione dal male che abita l’uomo, che lo schiaccia, lo schiavizza, lo rovina!
Lo spirito immondo della sinagoga di Cafarnao grida a Gesù “sei venuto a rovinarci!” e, tante volte, anche noi scopriamo in noi un grido simile dinanzi alle proposte esigenti e radicali dell’Evangelo!
E’ vero: Gesù è venuto a rovinare la nostra brama di autodeterminazione, la nostra ubriacatura di pseudo-libertà, le nostre “gabbie dorate” in cui siamo felicemente prigionieri dei nostri peccati che amiamo. Gesù è venuto a rovinare quell’amore malato di noi stessi, che ci fa calpestare gli altri e vuole sempre “salvare noi stessi”, e che non vuole amare perchè amare costa!
Gesù è venuto davvero a rovinare l’uomo vecchio ma, se solo sappiamo stupirci per un attimo delle sue parole nuove e potenti, quella menzogna sarà smascherata, e ci sarà chiaro che a rovinarci era la brama di autodeterminazione sganciata da Dio; a rovinarci era la nostra libertà malata, a rovinarci erano le “gabbie” dei nostri peccati, a rovinarci è quella “filautìa” che non ci permette di amare dando la vita!
Forse, quando queste cose ci lasciano, ci straziano ma finalmente saremo uomini veri, liberi e capaci di annunziare quel Regno in cui nessun altro ci possiede, se non il Padre che Gesù è venuto a raccontarci …
Non ci possiede, nel Regno, se non Lui che ci consegna alla vera libertà, quella dei figli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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