XXVI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lo scandalo

 

UNA CHIESA DI INCIAMPO

Nm 11, 25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-43.45; 47-48

 

L’evangelo di questa domenica parte da una parola intollerante e gelosa di Giovanni, che qui mostra uno zelo cattivo e non secondo Dio. Quella stessa gelosia che mostra il giovane Giosuè, nel testo del Libro dei Numeri che si legge come prima lettura; anche Giosuè, anch’egli discepolo amato come Giovanni, mostra gelosia per Mosè, e vorrebbe impedire che la profezia scenda lì dove non è prevista …

Sia Mosè che Gesù reagiscono fermamente dinanzi a questo atteggiamento integralista ed escludente: «Fossero tutti profeti in Israele!», risponde Mosè; e Gesù: «Chi non è contro di noi, è per noi!».
Riguardo a questa risposta di Gesù, qualcuno ha notato che questo detto “ecumenico” del Signore contrasta con uno che pare di segno opposto, e che troviamo nell’evangelo di Matteo: «Chi non è con me è contro di me!» (cfr Mt 12, 20). La contraddizione è solo apparente perché i due detti vanno collocati in due situazioni molto diverse; Matteo si rivolge ad una comunità tentata di compromessi e che vive di rimandi e di scelte “non scelte”; si rivolge ad una Chiesa che non prende posizione per Colui che pure chiama “Signore” … già al capitolo 7 il Gesù di Matteo aveva detto: «Non chi mi dice: Signore, Signore…».
Diversa la situazione che qui Marco registra: si rivolge ad una Chiesa tentata di integralismo, tentata di credersi in possesso di Dio. Ad una Chiesa che può cadere in simili trappole, l’Evangelo di oggi pone una parola chiara che le chiede di guardare alla propria identità ed alla propria fedeltà, a quell’identità che Gesù le ha dato: portare il Regno di Dio nella sequela del Messia umiliato e crocefisso; un’identità che non può essere mai “contro”, ma sempre al servizio dell’altro, del diverso, del lontano.

La Comunità dei credenti si guardi dallo scandalo. Invece di essere chiusa in se stessa e nelle sue pretese, la Comunità si verifichi se non sia motivo o causa di inciampo per il piccoli e per se stessa … Lo scandalo, dice Gesù, può avere questo duplice indirizzo: i piccoli e se stessi. Scandalo vuol dire “inciampo”, “ostacolo”, “impedimento” … l’Evangelo in sé porta uno scandalo che non va rimosso perché in quello scandalo c’è la salvezza, perché in quello scandalo c’è l’alterità, intollerabile dal mondo, di un Dio crocefisso, di un Dio che si fa inchiodare al legno dei maledetti; in quello scandalo c’è Gesù con la sua persona che dice parole forti e compromettenti, che contraddicono il comune buon-senso per affermare i pensieri di Dio (cfr Mc 8, 33).

Oltre, però, a questo scandalo buono, salutare, che va superato mettendosi alla sequela di Colui che è lo scandalo, mettendosi alla sequela di Gesù che va verso la croce, che va superato abbracciando, come Lui, la fragilità e la debolezza, c’è lo scandalo cattivo che è inciampo che la Chiesa pone davanti ai piccoli, ai fragili, ai deboli…Ciò avviene quando essa tradisce se stessa, il suo Maestro e Signore, la sua missione.
Una Chiesa è inciampo quando trascura quelli che non contano, quando fa scelte mondane che la pongono dalla parte dei forti, quando dimentica di abbracciare la debolezza che il suo Signore ha invece abbracciato (cfr Mc 9, 36-37); dinanzi ad una Chiesa così, i piccoli non ricevono l’annunzio di una via altra, ed i non evangelizzati non riescono a vedere l’Evangelo! Sì, perché l’Evangelo va visto, e chi lo deve rendere visibile è la Chiesa di Cristo, la comunità di quelli che lo seguono. Altre cose la Chiesa non deve mostrarle, deve mostrare solo l’amore e le scelte che ne conseguono.

La Chiesa, però, dice Gesù, può anche essere inciampo a se stessa quando non sceglie di compiere quei tagli necessari a che sia visibile il suo volto di comunità del Crocefisso. E’ inciampo a se stessa quando non ha il coraggio delle scelte radicali, quando non ha il coraggio di tagliare senza pietà quello che, nel suo vivere quotidiano, di Evangelo non ha né sapore né colore. Una Chiesa che vuole sommare mondanità ed Evangelo è una Chiesa che inciampa in se stessa; è una Chiesa che non giunge alla meta del Regno e non guida al Regno.

Gesù allora qui è netto, è limpido: invece di calcolare chi è fuori e chi è dentro, chi può profetare e chi no, invece di escludere gli altri trincerandosi dietro a pretesi quanto assurdi “possessi” di Dio, si guardi se si accoglie lo scandalo salutare della Croce, si guardi se si preferisce la comunione con il piccolo e l’attenzione al suo bisogno; si veda se si è capaci di proclamare che queste cose valgono più della propria vita…
Si veda se si preferisce la propria mano, il proprio piede, il proprio occhio
Cioè? Veda se preferisce le proprie azioni (la mano), le proprie vie (il piede), le proprie visioni e giudizi (l’occhio) alle azioni, alle vie ed ai giudizi di Dio!
Cristo chiede dunque alla sua Chiesa di vigliare e di verificarsi…lo chiede a noi! Il rischio è grande: è la gheenna che è il non-senso, la morte, il veleno…

Se la comunità dei discepoli resta nella sequela non solo non sarà di scandalo ma diverrà essa stessa via di salvezza.

E’ paradossale: non si è di scandalo se si accetta ed assume con coraggio lo scandalo della Croce! E’ così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IL CORAGGIO DI ESSERE ULTIMI

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 – 4, 3; Mc 9, 30-37

 

 

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro, radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” tanto da volere un Cristo potente, e pretendendo di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!
Oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri, e non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci dice che i discepoli «non comprendevano queste parole» (l’annunzio della passione) «ed avevano paura a chiedergli spiegazioni»…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8, 32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo.
D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario; non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di uomini: il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo!
Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre!
Sì, perché è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre, che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, e che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1, 1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità; ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.
Gli uomini. Tutti gli uomini! Nessuno escluso!
Non sono stati né Giuda, né quegli Ebrei, né il Sinedrio, né Pilato con i romani… Certamente loro hanno fatto la loro parte materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso al cuore di quei Dodici che sono proprio i più vicini a Gesù; e Marco sottilmente, e forse non tanto – perchè bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni presenti – ce ne spiega qui il motivo: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via: un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo; ma i Dodici, invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…

Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro a Gesù, così come gli era stato detto («Torna dietro a me!» cfr Mc 8, 33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato. e cioè davanti a Gesù, a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere!
«Chi è il più grande tra noi?»
«
Chi comanda?»
Continuano a non capire, e in questo secondo annunzio della passione Marco ci mostra che questo non capire non è solo teorico; l’Evangelista, infatti, ci mostra un modo concreto, pratico dell’incomprensione: cercano i primi posti. Volere i primi posti, voler apparire, volersi imporre sugli altri mostra quanto si sia lontani dalla via che Gesù ha imboccato. Loro vogliono i primi posti.
Quello che Gesù diceva è per loro inaccettabile, incomprensibile.
Una cosa però certamente l’avevano capita: Gesù non la pensava così!
Lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certamente, alla domanda circa la natura dei loro discorsi, essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano, e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?
Gesù è paziente, e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e che deve imboccare; ecco le vie incredibili di Dio: loro, i discepoli, desiderano i primi posti, Gesù desidera l’ultimo posto!

Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili, ma anche “impure”: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte (cfr Mc 5, 42); bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7, 30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23 ss). Tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.
Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…
E qui Marco è di una forza straordinaria, in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio, e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Accogliere significa ascoltare, significa rendersi disponibili, ospitare, mettersi al servizio.
Accogliere significa innanzitutto essere disposti a farsi “capovolgere” da colui che si accoglie, dai suoi bisogni; l’esempio del bambino richiama a chi non conta nulla, colui che nessuno ascolta, che tutti trascurano…
Accogliere il bambino è segno dell’accogliere un Dio che sulla croce si farà impotenza, si renderà “inascoltabile” da ogni mente piena di buon-senso o di immagini “religiose”; un Dio che per accogliere noi piccoli e peccatori non esita di salire su una croce che lo fa peccato in nostro favore (cfr 2Cor 5, 21).

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura,  leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia; che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, e che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica ed esteriormente umile (ipocrita!), ma una scelta realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri. Gesù ha detto infatti:«chi vuole essere il primo sia servo di tutti».

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sé ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso.
Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1, 18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi.

E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Quaresima (B) – La luce della bellezza

 

La Trasfigurazione, Beato Angelico - Firenze

La Trasfigurazione, Beato Angelico – Firenze

AL CUORE DEL DOLORE DEL MONDO

Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10

 

E’ la domenica della Trasfigurazione! Se domenica scorsa Gesù si è mostrato come Colui che lotta nella nostra lotta, come Colui che ci dona la sua vittoria nelle nostre lotte, oggi Gesù ci mostra sul suo volto l’esito della nostra storia con Lui, delle nostre lotte e soprattutto dell’opera della grazia in noi.
Marco scrive che Gesù «si trasfigurò» utilizzando il verbo greco “metamorphein”; e per comprendere meglio questo trasfigurarsi, Matteo nella sua narrazione di questo episodio dice che «il volto di Gesù risplendette come il sole» (cfr Mt 17, 2): quel volto è promessa di luce per i nostri volti!
Marco continua dicendo che «le sue vesti divennero risplendenti e così candide quali nessun lavandaio della terra potrebbe farle»: Gesù si mostra avvolto di vesti candide, luminose; quelle vesti sono promessa per noi, che saremo rivestiti di luce (cfr Is 60, 1). Se la Quaresima, come dicevamo, è tempo di “radiosa tristezza”, oggi la liturgia della Chiesa pone l’accento sul “radiosa” …

La Trasfigurazione non è un momento di “trionfo” di Gesù, non è un momento in cui, stanco della kenosi (dell’abbassamento), mostra la sua divinità. Il trionfo terreno è sempre stato aborrito da Gesù, e non lo avrebbe voluto neanche a beneficio consolatorio dei tre discepoli più intimi; la volontà di rinnegare la kenosi si era già rivelata come tentazione, quando nel deserto satana gli aveva suggerito di mettere alla prova Dio con un gesto sovrumano, come quello di volare dal pinnacolo del Tempio.
La Trasfigurazione è mistero di rivelazione, è rivelazione della vocazione dell’uomo! Una vocazione di luce, di bellezza, che l’uomo riceve definitivamente in Cristo Gesù! E’ Lui la benedizione promessa a tutte le genti; è Lui l’Isacco condotto sul monte e offerto, Lui figlio di Abramo e Figlio di Dio.

La cosa straordinaria del mistero della Trasfigurazione è che questa luce, questa benedizione, questa bellezza sono tutte in un uomo! E’ nell’umanità di Gesù che splende Dio, è nell’umanità di Gesù che ci è narrato e consegnato Dio e la sua luce.

Scrive Paolo: «Dio abita una luce inaccessibile» (cfr 1Tm 6, 16) ma sul Tabor quella luce si è fatta accessibile all’umanità, perché è nell’umanità di Cristo Gesù che essa splende.

La Trasfigurazione però non è neanche una bella emozione da gustare, come pensa Pietro nella narrazione dell’evangelo di oggi; questi certo capisce una cosa: “è bello!”, ma dovrà capire che quella bellezza promessa non può essere estraniamento dalla storia e neanche dal “brutto” della storia, che è il dolore.
La Trasfigurazione è annunzio del Regno e della sua bellezza, ma non può restare chiuso nelle tende del Tabor come Pietro sogna: il Regno attraversa la storia, e deve portare la luce di Dio al cuore del dolore del mondo. Scendere dal Tabor per andare a Gerusalemme sarà proprio questo: portare la bellezza del Regno al cuore della passione, cioè al cuore delle sofferenze dell’uomo, dei suoi “inferni”, della sua morte.

Scendendo dal monte, i tre si sentono dire che non si può parlare di quella luce se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto da morte, cioè non prima che abbia portato quella luce di bellezza fino al cuore del dolore e della morte … solo dopo che il Figlio dell’uomo avrà gridato il suo lacerantissimo “perché?” (cfr Mc 15, 34).

Il Padre lì, sul monte della bellezza aveva detto l’ultima sua parola: «Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!», sintesi straordinaria – questa – di tutto il cammino dell’Alleanza, di tutta la ricerca amorosa di Dio nei confronti dell’uomo: il figlio amato ci ricorda Isacco, come abbiamo ascoltato nella prima lettura di oggi («Prendi tuo figlio, il tuo unigenito, l’amato, Isacco … e offrilo in olocausto» cfr Gen 22, 2); la compiacenza di Dio ci ricorda che è il Servo sofferente (Ecco il mio servo: io lo sosterrò. Il mio eletto in cui mi compiaccio, cfr Is 42, 1); il comando dell’ascolto, infine, ci conduce alla radice di tutta la fede biblica, a quella permanente richiesta di ascolto su cui si fonda l’Alleanza (Sh’mà, Israel … ascolta, Israele, cfr Dt 6, 4). Quell’antico Sh’mà ha ora però una convergenza inimmaginabile: l’ascolto richiesto è un ascoltare Lui, il Figlio amato, il Servo; Colui che è la compiacenza di Dio: Gesù!

Come la luce della bellezza così anche l’ascolto ora riposa su un uomo, sull’uomo Gesù. Ascoltare Lui compie l’antico Sh’mà, come ci vien detto dal colloquiare di Gesù con Mosè ed Elia che avevano tracciata la strada dell’attesa: Mosè, che aveva detto «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. Ascoltatelo» (cfr Dt 18, 15); Elia, che la sapienza di Israele afferma che dovrà tornare per preparare la via al Messia (cfr Mal 3, 23-24).

Marco dice che al termine della manifestazione luminosa tutto torna come prima, e che i tre discepoli non videro più nessuno se non Gesù solo. Resta solo Gesù e neanche più ammantato di luce … resta Gesù e basta. E’ quel Gesù quotidiano, vorrei dire ordinario, che bisogna ascoltare con coraggio; è quel Gesù “e basta”, che bisogna avere il coraggio di seguire per strade che devono attraversare il dolore, l’inferno e la morte. Nella passione quel Gesù racconterà incredibilmente la  e porterà il Regno al cuore del dolore del mondo!
Chi ha il coraggio di obbedire alla voce del Padre, ascoltando il Figlio amato, parteciperà con Lui e per Lui alla straordinaria impresa di trasformare il mondo, portando la bellezza di Dio ed il suo Regno al cuore dell’uomo, ma partendo dall’abisso del dolore.
Il Centurione, dinanzi alla croce del Figlio dell’uomo, dinanzi al suo grido inarticolato ed alla sua morte, riconoscerà paradossalmente quel bagliore del Regno, e capirà che l’orrore della morte è stato abitato dalla bellezza di Dio: «Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!» (cfr Mc 15, 39); ed è bello che Marco metta sulle labbra del centurione la sottolineatura “quest’uomo”!

L’Evangelo di oggi si chiude con un silenzio carico di domande, carico di attese … i tre discepoli scendono in silenzio … il quotidiano non è il Tabor: quando si intravede e si gusta la bellezza di Dio, bisogna subito andare alla vita per portare il Regno al cuore del mondo.

Dal Tabor si scende in silenzio, “ruminando” le parole dell’Evangelo e della promessa, e puntando con coraggio, con Gesù, verso Gerusalemme. A Gerusalemme la luce del Regno, che sul Tabor sfolgora sul volto di Cristo, sarà donata ad ogni uomo! La via sarà quella della croce, ma la meta è la pace gioiosa della Pasqua!
Ricordiamo sempre che la Quaresima non è un riposo, è cammino!

La Pasqua sarà ingresso nel riposo!

Intanto, allora, buon cammino.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Extra ecclesiam nulla salus

 UN MONITO PER I CRISTIANI CHE ABBANDONANO LA CHIESA

Nm 11, 25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-48

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo. L’ “insospettabile” Giovanni si fa portavoce di una gelosia di potere qui non più personale ma “di gruppo”: “non era dei nostri”, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perchè fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù! Gesù è fermo: “Non glielo impedite!” Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: “Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me”. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli; il problema è sapere che ne fa del nome di GesùGesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni… il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno… specie se si sentono “al sicuro”;  il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù  per compiere opere di liberazione. L’antico detto patristico “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori,  ma è un monito a quelli di dentro che “sanno” e che abbandonano la Chiesa  palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apparentemente dentro! Non a caso Marco fa seguire a questo episodio  una serie di detti di Gesù raggruppati con il tema dello “scandalo”!

Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni,  pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato… pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’occhio, il piede da “tagliare” sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sè la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!)  ma divenne tensione all’unità dei dispersi

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo… Marco ha fatto passare dinanzi ai nostri occhi prima Pietro che si fa inciampo a Gesù nel suo andare a Gerusalemme, poi i Dodici tutti che disputano miseramente su presunti ed agognati primati, oggi l’“insospettabile” Giovanni che si fa portavoce di una gelosia di potere qui non più personale ma “di gruppo”: non era dei nostri, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perchè fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù!

Gesù è fermo: Non glielo impedite! Forse i discepoli credevano di ottenere un elogio da Gesù per il loro “zelo”, ma Gesù mostra loro che hanno uno “zelo cattivo” perchè geloso ed esclusivista.

Il problema, dice Gesù, non è far parte di una cerchia, il problema è il “nome di Gesù”: l’esorcista sconosciuto agisce “nel nome di Gesù” e riesce a compiere l’esorcismo; si badi che all’inizio di queto stesso capitolo (9, 18b) si dice che i discepoli, richiesti di un esorcismo dal padre del fanciullo epilettico, “non ne hanno avuto la forza”…come mai? Forse perchè pretendevano di agire nel loro stesso nome e non nel nome di Gesù; qui, invece, c’è un tale che, nel nome di Gesù, ci riesce!

Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli: il problema non è sapere se l’esorcista segua o non segua i discepoli, il problema è sapere che ne fa del nome di Gesù! Il discorso che Gesù fa su questo argomento, alla fine, associa i Dodici a Lui stesso: Chi non è contro di noi è per noi!

Quello di Gesù non è uno stolto “buonismo”: ci sono quelli che sono contro, esistono e sono gli avversari di Gesù, quelli che lo inchioderanno alla croce; con questi Gesù non è stato “buonista”, li ha chiamati “ipocriti e sepolcri imbiancati”! Gesù però non crea dei nemici, non ha l’ossessione di riconoscere nemici dovunque…qui, infatti, si tratta di un’altra situazione: si tratta del rischio di fare della Chiesa (chiaramente questo è il problema di Marco e della Chiesa nascente!) una setta o una èlite; ci sono alcuni di fuori che, nella loro condizione, sono per il Regno!

Gesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni…il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno…specie se si sentono “al sicuro”; il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù per compiere opere di liberazione. L’antico detto patristico (attribuito a San Cipriano di Cartagine) “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori, ma è un monito a quelli di dentro che “sanno” e che abbandonano la Chiesa palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apperentemente dentro!

Non a caso Marco fa seguire a questo episodio una serie di detti di Gesù raggruppati con il tema dello “scandalo”! Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. Chi sono questi “piccoli”? Per comprendere questo termine credo che bisogna riferirsi alla termonolgia paolina (in 1Cor 8-10 e Rm 14) in cui si dice che nella Chiesa ci sono i “deboli” e i “forti”; i “deboli” (i “piccoli” dice qui Gesù) sono quei credenti non illuminati, poco istruiti, privi di scienza, la cui fede è debole e soggetta agli scandali…la loro coscienza non può essere ferita dai “forti”! Addirittura Gesù qui dice che è meglio suicidarsi che essere fonte di scandalo per questi “piccoli” (una forma di suicidio, tra parentesi, la più disperante in quanto il suicida resta anche privo di sepoltura, cosa tremenda per la cultura ebraica del tempo!).

Il discorso è duro per quelli di dentro…Lo scandalo…sarà nei secoli la cattiva vita dei discepoli di Gesù… “scandalo” significa “inciampo”: la vita non evagelica di chi è custode dell’Evangelo è inciampo verso il Regno per tanti e specie per i fragili, per i semplici, per i poveri…e, ricordiamolo, questi sono i prediletti del Regno!

I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni, pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato…pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’occhio, il piede da “tagliare” sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sè la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!) ma divenne tensione all’unità dei dispersi (cfr Gv 11,52).

L’Evangelo oggi, ancora una volta, ci mette dinanzi all responsabilità che ci è affidata; aver ricevuto l’Evangelo non è privilegio che ci mette al riparo ma è responsabilità per il dono ricevuto, e da donare ancora. Vite non compromesse per l’Evangelo non annunziano l’Evangelo, ma lo occultano!




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