S.S. Corpo e Sangue di Gesù (B) – Tutto in tutti

 

MASTICARE LA SUA CARNE

Es 24, 3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

 La Parola, il Corpo ed il Sangue

L’Eucaristia nella Chiesa è la realtà più frequente, in special modo nelle Chiese del nostro vecchio occidente – e chissà ancora per quanto! – ma anche la più disattesa…
Ridotta il più delle volte ad un rito cui si assiste, abbiamo permesso che smarrisse la sua carica esistenziale e, soprattutto, la sua “violenta” provocazione!

Sì, l’Eucaristia è provocatoria perché ci mette dinanzi alla richiesta di prendere parte, di condividere un atto di offerta sanguinante, per nulla neutrale e per nulla scevro di conseguenze nella vita e nelle scelte quotidiane.

Tanti cristiani, nei secoli, ne hanno colto la domanda e la forza, e sono quelli che hanno scelto la dura via della santità come luogo di ogni loro giorno, senza nascondersi dietro a nulla, senza fare dell’Evangelo una chimera o un’opzione per pochi…troppe volte si è “cianciato” di un cristianesimo per “brava gente” fatto di un certo “buonismo”, moralismo ed infine di mediocrità quando non di ipocrisia… Lì l’Eucaristia è stata imprigionata in una neutralità rituale al servizio del sentirsi con la coscienza “a posto” ed appagata!
Così l’Eucaristia è stata ignorata e ridotta a “spettacolo” a cui assistere, o (tremendo!) ad idolo attorno a cui compiere atti religiosi e talvolta dolciastri…
Si è arrivato perfino a disincarnarla e smaterializzarla, volendo dimenticare che nell’Eucaristia c’è carne e sangue, c’è vita che chiede vita, c’è qualcuno che si offre per essere masticato, come il IV Evangelo pone proprio sulle labbra di Gesù.
Egli dice crudamente, infatti, che bisogna masticare la sua carne, e lo dice usando il verbo materialissimo “tròghein” (cfr Gv 6, 56): altro che l’impalpabile “ostia” che non ha più neanche il sapore del pane e che in tempi passati si prescriveva di non masticare!
Che depauperamento! Vorrei dire: che mistificazione!
In tal modo l’Eucaristia è diventata “innocua” non chiamando più in causa la mia carne, la mia vita, la mia concretezza.

In quell’ultima sera, Gesù ha lasciato invece alla sua Sposa il mistero di salvezza del suo Corpo e del suo Sangue! Cosa c’è di più concreto?
E’ un corpo spezzato ed un sangue versato…e chiedendo la reiterazione non ha chiesto di ripetere un rito, ma ha chiesto di fare ciò che Lui ha fatto: dare la vita nell’amore, concretamente e non idealmente, e nelle buone intenzioni!

Quella sera chiese ai suoi di lasciarsi coinvolgere nel suo “destino”, di condividere la sua via… Gesù se ne andava, e pareva tutto un fallimento…
Se ci pensiamo bene, dobbiamo dire che il Gesù storico non ha visto neanche i Dodici immersi nel suo sogno di un’umanità nuova!
Solo la Pasqua innesterà questa possibilità per i suoi discepoli di allora e di sempre…

L’Eucaristia è lasciata alla Chiesa perché la Pasqua non resti solo evento di Cristo Gesù…L’Eucaristia crea un popolo pasquale, sacerdotale e così profetico del mondo nuovo che sorge dall’amore del Crocefisso!

Lo Spirito è rimasto nella storia ad essere garante di questa possibilità, e chi l’ha colta ha cambiato il suo cuore ed il suo mondo.

In quella sera Gesù, in quel pane spezzato ed in quel calice condiviso, riassunse tutta la storia della ricerca di Dio della sua creatura.
Memoria della Prima Alleanza, di quella del Sinai, dell’antico patto nel sangue che ora, è chiaro, diviene profezia del suo dono! Quel pane e quel calice, però, guardano anche al futuro: all’ora della croce, ormai imminente, ma anche al futuro di coloro che, reiterando quell’atto di offerta, annunzieranno l’Evangelo…guarda però anche ad un futuro oltre il tempo (dice Gesù che quel calice lo berrà nuovo nel Regno di Dio!).

Dando l’Eucaristia ai suoi, Gesù chiese a quelli, e chiede a noi oggi, di prendere parte ad una storia di salvezza che approderà sulla spiaggia dell’ottavo giorno, della domenica senza tramonto in cui Lui sarà “tutto in tutti” (cfr 1Cor 15, 28).

Ed intanto?

Intanto c’è la storia concreta del mio vivere, dello scorrere delle vicende dell’umanità; al cuore di tutto ciò la Chiesa deve porre, come lievito “costoso” l’Eucaristia, la concretissima carne del Figlio di Dio che il Padre, nello Spirito, ancora e  sempre dona ai discepoli, perché la storia sia trasfigurata in storia d’amore proprio per l’opera coraggiosa di quei discepoli d’ogni tempo che, coinvolti nella via di Gesù, mostrano un’alterità, una differenza che, senza  alcuna arroganza, proclama la verità e di Dio e dell’uomo!

Ecco allora il cuore del Corpus Domini: non un trionfo dell’Eucaristia, fatto di processioni ed infiorate (fatta salva la bellezza di certe tradizioni e la buona fede di tanti!), ma un trionfo della logica dell’Eucaristia nel cuore dei credenti…
e questo, giorno per giorno…
Ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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Domenica delle Palme (B) – Tra l’Osanna e il Crucifige!

 

DAVVERO CI FIDIAMO DI DIO?

Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Mc 14, 1-15, 47

L’ingresso a Gerusalemme - Giotto (Cappella degli Scrovegni - Padova)

L’ingresso a Gerusalemme – Giotto (Cappella degli Scrovegni – Padova)

Entriamo nella Grande Settimana, e vi entriamo accompagnando il Signore nel suo ingresso a Gerusalemme. E’ un ingresso solenne, enfatizzato dall’agitare palme e rami d’olivo in segno di onore: la palma segno di vittoria, l’olivo segno di pace e di letizia.
«L’olio fa brillare il volto dell’uomo», dice infatti il salmista (cfr Sal 104, 15); e con questi rami tra le mani accogliamo il Signore che viene, mite e mansueto, cavalcando un asino che era la cavalcatura dei re in tempo di pace! Accogliamo, dunque, un re di pace, e Gli diciamo che ci fidiamo della sua vittoria, che la sua venuta ci riempie di gioia.
Alle porte della Settimana Santa diciamo così al Signore: che desideriamo che entri a celebrare la sua Pasqua nelle nostre vite, nelle nostre storie, nelle nostre comunità; gli diciamo che ci facciamo terreno per la sua venuta, per la sua croce e per la sua vittoria.
Gli gridiamo osanna, un’espressione di gioia e di giubilo che, alla lettera, significa “aiuta!”: ci fidiamo, cioè, di Colui che è in alto (questo il senso di “osanna negli altissimi”!), e che solo può dare il suo aiuto.
Ma davvero ci fidiamo?
La verità è che ogni giorno c’è il rischio che l’”osanna” si trasformi in crucifige!, come ascoltiamo nel racconto della Passione: le nostre vite di credenti sono così spesso in tensione tra “osanna” e “crucifige!”…

Prima di entrare in questa Santa Settimana pasquale è bene gridare il nostro “osanna!” per accogliere il Veniente, per accogliere il Figlio amato che va incontro alla Passione. E’ bene dirgli “osanna!”, fidando del suo aiuto ad essere uomini nuovi; ma è sempre vero che dobbiamo sapere di essere povere creature a rischio di tradimento e di rinnegamento, creature che non si devono mai sentire al sicuro rispetto al Giuda o al Pietro che le abita.

La Passione secondo Marco, che oggi si proclama in tutta la Chiesa – tranne nel rito ambrosiano, dove si legge invece il passo giovanneo dell’Unzione di Betania – narra di una progressione di abbandoni Gesù è sempre più solo: dalla fuga ignominiosa dei discepoli nell’orto di Getsemani, fino al lacerante grido di dolore dinanzi all’abbandono di Dio! E in questa solitudine, Marco ci presenta la croce, perché noi possiamo contemplarla, perché noi possiamo fissarla, perché noi possiamo lasciarci prendere in quella dinamica di dono, di offerta, e di abbassamento che Paolo ha cantato nel celebre inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi: Gesù spogliò, svuotò se stesso in un abbassamento scandaloso ed inimmaginabile per qualsiasi via religiosa!
Ci abbiamo mai pensato che la Passione, al di là della sacralità che le abbiamo dato in questi venti secoli di cristianesimo, è il racconto più anti-religioso che si possa immaginare?
Il racconto di una sofferenza: Passione, infatti, significa “sofferenza” ma lo dimentichiamo; l’abbiamo fatta diventare la designazione di un genere letterario, liturgico, musicale, narrativo… E’ il racconto di una sofferenza senza limiti di un Uomo che si confessa, nella fede, essere il Figlio Eterno di Dio, a Lui consostanziale e venuto nella nostra carne. A questo Figlio crocefisso dobbiamo volgere lo sguardo!

La Domenica delle Palme, con la sua doppia “natura” riassumibile in “osanna” e “crucifige!”, ci invita ad entrare nella celebrazione della Pasqua proprio con lo sguardo fisso in Gesù, perché possiamo essere coscienti di quale sia la nostra meta: il dono di sè, incomprensibile per il mondo, e misurato sulla misura di Cristo. Quella Croce che oggi la Chiesa mostra, nel “santo” racconto della Passione, è incredibilmente il senso di tutto, il senso della storia!

Chi svuota la croce (cfr 1Cor 1, 17), chi la “scavalca”, non potrà mai capire l’uomo nuovo; non riuscirà mai a lasciare che Dio faccia in lui una cosa nuova, che Dio pianti al cuore della sua esistenza la Croce, che salva perché contiene tutto l’amore che il mondo non conosce ma che solo può salvare il mondo.

Camminiamo con coraggio in questi giorni santissimi! E’ tempo di grazia!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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S.S. Corpo e Sangue di Gesù – Luogo del “semplice” e del “sublime”

L’EUCARISTIA, MISTERO CONCRETISSIMO DELLA NOSTRA FEDE

Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

 

Domenica scorsa, nella Solennità della Trinità Santissima, l’evangelo si concludeva con quella promessa straordinaria di Gesù: “Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli !” (cfr Mt 28,20). Quella promessa che, se presa davvero sul serio, può cambiare le vite dei credenti e può fare della storia della Chiesa una via di salvezza per il mondo…oggi la liturgia ci invita a contemplare una via eccellente, precipua, direi “tangibile”, di questa presenza promessa : l’Eucaristia. Il Corpo ed il Sangue di Cristo dati una volta per sempre per amore del mondo e dati per sempre ai credenti, giorno dopo giorno, nello scorrere dei secoli, fino a giungere all’eterno…Gesù stesso, infatti, nel passo di Marco dell’istituzione dell’Eucaristia che abbiamo ascoltato, ci mostra questa meta nell’eterno: Non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel Regno di Dio … Così per noi: quel Pane e quel Calice , il suo Corpo e il suo Sangue , ci spingono verso l’eterno, ci conducono al Regno realizzandolo qui nella storia e giungendovi oltre la storia.

L’Eucaristia, mistero “concretissimo” e palpabile eppure così oltre ogni umana comprensibilità, mistero di una tale semplicità che solo Dio poteva “inventare”, l’Eucaristia è il luogo del semplice-sublime per eccellenza.

Mistero sì di presenza ma non di una presenza statica : l’Eucaristia non è una luce splendida da guardare (nonostante le nostre “splendenti” processioni di questo giorno in cui pare importante il “mostrare” l’Eucaristia!!), l’Eucaristia è cibo da mangiare ! E da mangiare con responsabilità: Gesù ha detto che dobbiamo “prendere” quel Corpo e quel Sangue; “prendere”, un atto dunque libero, responsabile! Un cibo da mangiare e non solo da guardare; se guardiamo il Pane Eucaristico è solo perchè ci attragga a farne nostro cibo , a farne la forza della nostra vita.

Il Corpo e il Sangue di Cristo ci sono dati perchè le energie della sua Pasqua si trasfondano in noi, ci plasmino, ci rendano simili a Lui nell’essere dono per il mondo. Il cibarsi di quel cibo è finalizzato ad obbedire a quel suo comando: “Fate questo in memoria di me” che Luca e Paolo ci trasmettono nei loro scritti (cfr Lc 22, 19; 1Cor 11, 24-25); ciò che bisogna fare non è la reiterazione di un rito , ma il cuore di quel gesto: essere dono, essere vita data, essere disposti ogni giorno a deporre la vita per amore.

Capiamo che l’Eucaristia è certo il dono più “impegnativo” e “compromettente” che Dio ci ha fatto perchè lo impegna a venire nelle nostre mani e sui nostri altari spesso freddi, formali e senza amore, spesso meramente rituali e precettistici (nelle migliori delle ipotesi!) quando non segnati da mercimonio e da convenienza…ma è dono impegnativo e compromettente anche per il credente che ne abbia piena consapevolezza. E circa la consapevolezza dovremmo fare un serio discorso ecclesiale circa la trasmissione del dato di fede circa l’Eucaristia che si pratica; diciamocelo: nella maggioranza dei casi l’unica trasmissione di questo dato di fede avviene per la “Prima Comunione” con un linguaggio giustamente per bambini ma condito da tante svenevolezze e diminuzioni…

L’Eucaristia ci trascina nel mondo di Dio, nel cuore stesso della Pasqua di Gesù che è fuoco divorante perchè “luogo” dell’Amore trinitario. Chi si ciba di quel Pane non può rimanere come prima, è uno che si deve far trasformare da Dio, è uno che entra in una lotta “violenta” con le logiche del mondo che lo abitano e che lo aggrediscono dall’esterno con le loro mille “buone ragioni”. Chi si accosta a quel banchetto riceve un dono carico di tenerezza ma che gli sussurra una domanda pressante: “Vuoi essere Eucaristia con me? Lottiamo assieme per salvare questo mondo con il mio amore ?”

L’Eucaristia è l’Amore di Cristo che viene a noi per farcene portatori, testimoni per la storia!

L’Eucaristia ogni giorno ricorda alla Chiesa che si è compiuta in Gesù la Prima Alleanza e quel Sangue di Alleanza ormai le scorre nelle vene, il Sangue dell’Agnello non solo le è asperso sul capo (come al Sinai, nel tratto del Libro dell’Esodo che è oggi la prima lettura) ma le scorre dentro; da quell’Alleanza ormai scritta nel solo cuore la Chiesa deve lasciarsi muovere ed in quell’Alleanza deve vivere e camminare.

Il Corpo di Cristo così ci riporta subito al Corpo di Cristo che è la Chiesa: senza Chiesa non c’è Eucaristia e senza Eucaristia non c’è Chiesa; più c’è disaffezione all’Eucaristia e più la Chiesa langue e si diluisce nel mondo, più c’è consapevolezza eucaristica e più la Chiesa brilla della luce della Pasqua di Gesù suo Signore e pone in atto gesti, parole, scelte, compromissioni che mostrano il Volto di Cristo, che mostrano la bellezza dell’essere uomini secondo il “sogno” di Dio.

Celebrare l’Eucaristia è mettersi con coraggio nelle mani di Cristo perchè plasmi la nostra argilla con la forza e la tenerezza del vasaio (cfr Ger 18, 1-6) e faccia di noi ciò che dobbiamo essere.

La Pasqua di Gesù vive in noi grazie a quel Pane spezzato e a quel Calice versato: il suo Corpo e il suo Sangue che ci appartengono e a cui apparteniamo !




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TENERE LO SGUARDO FISSO IN GESU’, COSCIENTI DI QUALE SIA LA META

Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Mc 14,1-15,47

 

Entriamo nella Grande Settimana … e vi entriamo accompagnando il Signore nel suo ingresso a Gerusalemme. E’ un ingresso solenne, enfatizzato dall’agitare palme e rami d’olivo in segno di onore. La palma segno di vittoria, l’olivo segno di pace e di letizia: “l’olio fa brillare il volto dell’uomo”, dice infatti il salmista (cfr Sal 104,15). Con questi rami tra le mani accogliamo il Signore che viene mite e mansueto cavalcando un asino (che era la cavalcatura dei re in tempo di pace!); accogliamo, dunque, un re di pace e gli diciamo che ci fidiamo della sua vittoria e che la sua venuta ci riempie di gioia.

Alle porte della Settimana Santa diciamo così al Signore, che desideriamo che entri a celebrare la sua Pasqua nelle nostre vite, nelle nostre storie, nelle nostre comunità; gli diciamo che ci facciamo terreno per la sua venuta, per la sua croce e per la sua vittoria .

Gli gridiamo osanna , che è un’ espressione di gioia, di giubilo che, alla lettera significa “aiuta!” … ci fidiamo, cioè, di Colui che è in alto (questo il senso di “osanna negli altissimi ”!) che solo può dare il suo aiuto .

Ma davvero ci fidiamo?

La verità è che ogni giorno c’è il rischio che l’”osanna” si trasformi in “crucifige!”, come ascoltiamo nel racconto della Passione; le nostre vite di credenti sono così spesso in tensione tra “osanna ” e “crucifige!”…

Prima di entrare in questa Santa Settimana pasquale è bene gridare il nostro “osanna” per accogliere il Veniente , per accogliere il Figlio amato che va incontro alla Passione; è bene dirgli “osanna !”, fidando del suo aiuto ad essere uomini nuovi; ma è sempre vero che dobbiamo sapere di essere povere creature a rischio di tradimento e di rinnegamento , creature che non si devono mai sentire al sicuro rispetto al Giuda o al Pietro che le abita.

La Passione secondo Marco, che oggi si proclama in tutta la Chiesa (il rito ambrosiano legge invece il passo giovanneo dell’Unzione di Betania), narra di una progressione di abbandoni… Gesù è sempre più solo: dalla fuga ignominiosa dei discepoli nell’orto di Getsemani, fino al lacerante grido di dolore dinanzi all’abbandono di Dio! In questa solitudine Marco ci presenta la croce perché noi possiamo contemplarla, perché noi possiamo fissarla, perché noi possiamo lasciarci prendere in quella dinamica di dono , di offerta, di abbassamento che Paolo ha cantato nel celebre inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi .

Gesù spogliò, svuotò se stesso in un abbassamento scandaloso ed inimmaginabile per qualsiasi via religiosa! Ci abbiamo mai pensato che la Passione (al di là della sacralità che le abbiamo dato in questi venti secoli di cristianesimo) è il racconto più anti-religioso che si possa immaginare? Il racconto di una sofferenza (Passione significa “sofferenza” ma lo dimentichiamo l’abbiamo fatta diventare una designazione di un genere letterario, liturgico, musicale, narrativo…) senza limiti di un Uomo che si confessa, nella fede, essere il Figlio Eterno di Dio, a Lui con-sostanziale e venuto nella nostra carne.

A questo Figlio crocefisso dobbiamo volgere lo sguardo…la Domenica delle Palme con la sua doppia “natura” (riassumibile in “osanna” e “crucifige”!) ci invita ad entrare nella celebrazione della Pasqua proprio con lo sguardo fisso in Gesù perché possiamo essere coscienti di quale sia la nostra meta: il dono di sé, incomprensibile per il mondo e misurato sulla misura Cristo; quella Croce che oggi la Chiesa mostra, nel “santo” racconto della Passione, è incredibilmente il senso di tutto, il senso della storia!

Chi svuota la croce (cfr 1Cor 1,17), chi la “scavalca” non potrà mai capire l’uomo nuovo, non riuscirà mai a lasciare che Dio faccia in lui una cosa nuova, che coraDio pianti al cuore della sua esistenza la Croce che salva perché contiene tutto l’amore che il mondo non conosce ma che solo può salvare il mondo.

Camminiamo con coraggio in questi giorni santissimi! E’ tempo di grazia!




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