Epifania del Signore (Anno C) – La sapienza dei Magi

 

SAPER CREDERE AI SOGNI

 

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3.5-6; Mt 2, 1-12

 

Il primo giorno dell’anno, nell’Ottava del Natale, abbiamo celebrato la circoncisione di Gesù, segno nella sua carne dell’appartenenza ad Israele, al popolo santo di Dio, scelto tra tutti i popoli per essere luogo della Rivelazione, per essere destinatario della Parola che salva e racconta Dio, per essere terreno dell’avvento nella carne di quella stessa Parola.

Il Messia di Israele però è luce per tutti i popoli, la Parola ha piantato in Israele la sua tenda ma per essere capace, da lì, di raggiungere tutti gli uomini. L’Epifania rivela, potremmo dire, la vocazione più autentica di Israele: essere luogo dell’irradiazione di Dio per tutte le genti; nessuna vocazione è per se stessi, ogni vocazione è certamente un’elezione, ma destinata agli altri, al mondo che è oggetto dell’amore di Dio e che provvede a tutti chiamando uno o alcuni.

L’oracolo del Terzo Isaia che oggi si proclama lo dice ben chiaro: «Cammineranno i popoli alla tua luce»; c’è una luce di cui Israele è rivestito e che sarà guida per tutti i popoli che, giunti all’incontro, proclamano la gloria del Signore, proclamano cioè la sua presenza concreta e salvifica nella loro vita, nella loro storia. Certamente Matteo ha tenuto sullo sfondo della sua riflessione questo oracolo per poter scrivere il racconto della vicenda dei Magi. Un racconto che dilata la luce del Natale e ci mostra che quella luce non vuole avere confini. Guai a chi presume di poter possedere Dio ed il suo Messia, guai ad una Chiesa chiusa nei suoi possessi e nella sua presunzione di unica “padrona” della salvezza! Dio è più grande di ogni confine, sia pure ecclesiale!

I Magi sono i grandi protagonisti di questa splendente “macrotymìa” di Dio, cioè del suo guardare e sentire in grande! Il Signore “scomoda” i cieli a causa di questo suo sguardo che va lontano … “chiama” una stella perché vada a “chiamare” i Magi … scomoda i cieli perché sa che quegli uomini lontani scrutano i cieli; i cieli sono cioè il solo libro su cui essi possono leggere la novità della salvezza. E questi sapienti, scrutando i cieli, trovano lì il segno che Dio aveva inviato loro.
Sant’Alfonso nella sua nenia natalizia “Quanno nascette ninno” scrive:
«Maje le stelle lustre e belle se vedettero accusì
e ‘a cchiù lucente
iette a chiammà li Magge all’Uriente»

(“Mai si videro le stelle così splendenti e belle e la più lucente andò a chiamare i Magi dall’Oriente”)
… bellissima questa immagine della stella che “va a chiamare”: il Signore fa diventare il creato luogo della vocazione di questi uomini!
E i Magi partono per seguire una stella … un’immagine anche questa potente, provocatoria per le nostre prudenze mondane … i Magi ci insegnano la via dell’“oltre”, la via di una “alterità” vertiginosa: la loro sapienza non li ha imprigionati nelle reti del raziocinio, dei calcoli e del buon-senso; la loro è vera sapienza, quella contagiata da Dio e non dal mondo. I Magi ci mostrano come questa sapienza di Dio, questa sapienza che è saper leggere la vita e la storia fino in fondo, senza catene, in piena libertà, appartiene a tutti gli uomini.
Sì, perché l’uomo, fatto ad immagine di Dio, sente l’appello in sé di questa sapienza altra; il problema è che troppo spesso si fa imprigionare da altre sapienze che si travestono di sensatezza e di equilibrio, di prudenza e di verità mentre, in realtà, esse sono insensate, squilibrate, incatenate e menzognere.

I Magi no! Per tutto il racconto di Matteo appaiono sovranamente liberi e capaci di credere alla luce di una stella, ed ai sogni … così raggiungono Dio e la sua gioia; scrive infatti Matteo che quando rivedono la stella sopra il luogo in cui trovano Gesù, «gioirono di gioia grande».

In questi giorni per ben due volte ho dovuto sentire sulle labbra di uomini di Chiesa risuonare la parola “sognatore” con disprezzo e sufficienza! Che tristezza! Che lontananza dall’Evangelo! Pensiamoci: ma Gesù, che pure chiamiamo Signore, non è stato il più grande “sognatore” della storia? Lui ha sognato un umanità libera e amante, tanto amante da essere libera, e tanto libera da amare senza confini! Ha sognato che noi uomini potessimo dare la vita con Lui per questo sogno di un uomo nuovo!

I Magi sono meravigliosi perché credono ad un sogno più che alle parole melliflue di un re potente ed arrogante; credono più alla luce della stella che agli sfolgorii della corte di Erode; e credono infine più ad una stella che alla loro fatica.
I Magi sono straordinari perché credono alla Parola che a Gerusalemme viene detta loro e senza la quale non potrebbero giungere all’incontro vero con Dio; sono straordinari perché credono a degli “evangelizzatori” (mi si perdoni l’ardire) molto poco credibili in quanto dicono che è a Betlemme che bisogna andare ma loro stessi non si muovono dalla loro comoda “poltrona” in città! I Magi no! Non sono così! Sono partiti, hanno faticato, hanno sperato finché sono giunti in quella terra di Israele che aveva la sua vocazione ad essere terreno dell’avvento di Dio per tutti gli uomini; con la loro “sapienza” permettono ad Israele di realizzare la sua vocazione; anche se gli scribi di Erode non lo sanno, grazie ai Magi, essi adempiono alla loro vocazione: indicare alle genti il luogo di Dio!

L’Epifania, allora, mentre dilata all’estremo i confini della salvezza ricordandoci che la carne di Dio è la carne di tutti gli uomini, di ogni uomo, ci insegna una via di sapienza e di libertà: nessuna bellezza che sogniamo deve essere schiacciata e coperta da calcoli o buon-senso, nessun sogno di “oltre” può essere deriso o disprezzato perché così facendo si deride e disprezza Dio.

Per i sogni si lotta, e grazie ad i sogni si vola alto!
Solo i veri sognatori sanno poi aprire a Dio e agli uomini i loro tesori, quello che hanno di più prezioso, perché sia usato da Dio, dato a tutti gli uomini.

La manifestazione di Dio rende gli uomini capaci di donarsi, di sognare ancora e più radicalmente, di adorare; rende capaci di imboccare altre vie, cioè vie altrePer un’altra via fecero ritorno al loro paese»!)

E’ l’esito del Natale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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CORAGGIO, SOGNI E VIE ALTRE

 

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3a.5-6; Mt 2, 1-12

 

Adorazione dei Magi, Giotto (Cappella degli Scrovegni, Padova)

Adorazione dei Magi, Giotto (Cappella degli Scrovegni, Padova)

Ci sono cari i Magi che credono ai sogni che vengono da Dio più che alle parole di un re potente; che credono a quel sogno più che al buon senso che va nella direzione del mondo.

«Per un’altra via ritornarono al loro paese»… Un’altra via… C’è molto da riflettere su questa altra via. In fondo se la celebrazione dell’Incarnazione non ci pone su un’altra via sarà stato vano questo tempo e queste liturgie! Possiamo dire che l’estrema parola dell’Evangelo in questo tempo di Natale è proprio questa altra via dei Magi.

Questi sapienti, cercatori di Dio, devono compiere un percorso di conversione: hanno visto una stella, un fenomeno grande che solca i cieli e, grazie a quella stella, pretendono di trovare ciò che cercano nelle cose grandi; così vanno al palazzo di un re… Lì però ricevono una parola di contraddizione, una parola che contrappone proprio grandezza e piccolezza: «Dove nascerà il Cristo? A Betlemme perché sta scritto: “E tu Betlemme non sei davvero la più piccola…» (Mi 5, 1; Mt 2, 6).

La Santa Scrittura orienta altrove: non nella grandezza, ma in un altrove non prevedibile. La stella, con l’ausilio della Scrittura, è diventata più eloquente, e li conduce verso un segno piccolo e povero dove Dio si fa trovare: una casa, un bambino e sua madre!

Il Dio che li ha scomodati per una ricerca, una conversione, e per un’altra via, è davvero il Dio di un’altra via: sceglie di entrare nella storia degli uomini sotto il tetto povero di una comune casa, nascendo come un bambino. Dio non ha preso scorciatoie per essere tra noi: non un Dio che cammina tra gli uomini, ma un uomo che cammina tra gli uomini!
I Magi riconoscono questa stupefacente alterità di Dio, vi si convertono e proclamano giunta a termine la loro ricerca. Gli uomini del cammino si fermano e si prostrano: ciò che possiedono (l’oro) è posto ai piedi di quel bambino; ciò che sono con le loro fragilità e caducità (la mirra) è offerto a quel bambino; ciò che sognano (l’incenso) è dato a quel bambino.
I Magi ci testimoniano che davvero ha incontrato Dio chi è disposto a compromettersi con tutto ciò che ha, che è, e che sogna con questo Dio.

Il Dio che si è incarnato non lo ha fatto per scherzo; anche Lui ha dato senza remore ciò che aveva («non considerò un tesoro geloso» Fil 2, 6), entrò in una fragilità estrema («divenne carne» Gv 1, 14), e realizzò il sogno di Dio.

I Magi sono figura universale! Ogni uomo può spalancarsi alla manifestazione (epifania) di Dio in Gesù Cristo: non solo Israele, di cui Gesù è parte, ma ogni uomo può percorrere quella via altra che si apre all’incontro con Dio nella sua fragilità.
I Magi rappresentano tutti quegli uomini che nei secoli avranno il coraggio di mettersi in gioco per il Dio di Gesù Cristo, che avranno il coraggio di apparire dei perdenti e dei fuggiaschi perché non vogliono per sé né le vittorie del mondo né le vie che tutti percorrono…
I Magi sono quelli che umilmente stanno dalla parte della luce…
La liturgia odierna è tutta pervasa di luce fin dalle parole di Isaia: «Alzati rivestiti di luce perché viene la tua luce» (Is 60, 1). E’ una luce che però costa; non perché bisogna meritarla o comprarla, costa perché bisogna sceglierla, abbandonarsi ad essa, e per essa lasciare le vie tenebrose!
I Magi rimangono puri dinanzi a quella corte di Erode, in cui un potere perverso e violento si turba dell’intervento di Dio e del suo linguaggio celeste (la stella); un potere capace di contagiare il suo turbamento a tutta Gerusalemme…come un morbo maligno; un potere che mente («perchè anch’io venga ad adorarlo») nascondendo il suo cuore omicida dietro i veli melliflui di una religio e di una pietas

I Magi però crederanno più ai sogni di Dio. D’altro canto sono uomini che hanno avuto il coraggio di mettersi in viaggio per una stella, per un barlume di luce; un barlume, però, che fa strada alla vera luce. I Magi sanno adorare, e chi adora si dimentica, chi adora proclama umilmente che la sua vita dipende da un Altro a cui puntualmente va restituita.

Celebriamo l’Epifania del Signore, rimaniamo cioè aperti alle sue epifanie, alle sue manifestazioni nella storia, nelle nostre umili storie! Nel giorno dell’Epifania siamo invitati ad avere occhi e cuore pronti alle sue manifestazioni, ad avere un occhio penetrante per saper intelligere nella storia il passare di Dio. Nel giorno dell’Epifania siamo invitati a partire dalla vita della Chiesa, in cui è necessario riconoscere le sue manifestazioni; a partire dalla liturgia della Chiesa che ci conduce alla nostra vita…
Per questo oggi, per antichissima tradizione, la Chiesa annunzia ufficialmente il giorno della Pasqua dell’anno in corso, e quindi tutti i giorni santi che non vogliono altro che rendere santi, pieni di Dio, e perciò giorni che vanno per un’altra via, tutti i nostri giorni.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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PER UNA RICERCA SINCERA E COSTOSA

 –  Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3. 5-6; Mt 2, 1-12  –  

 

 

Adorazione dei Magi, Giotto (Cappella degli Scrovegni, Padova)

Adorazione dei Magi, Giotto (Cappella degli Scrovegni – Padova)

 

Festa solenne e grande l’Epifania, festa di luce splendente con quella stella che è luce che guida alla Luce, con quella stella che è carica di rinvii: “Una stella vedo in Giacobbe, uno scettro sorge da Israele” (cfr Num 24, 17) … E’ la stella che diverrà simbolo della casa di Davide, dello splendore della sua regalità messianica … una stella che si manifesta a tutti gli uomini (ecco perché è “Epifania”!), che si fa trovare da tutti gli uomini che cercano la luce, che cercano un “oltre”, che hanno il coraggio di non rimanere imprigionati nei propri confini. I Magi sono icona suggestiva e potente di uomini capaci di ricerca vera, che si scoprono poi ricercati e desiderati da Dio … l’avventura straordinaria dei Magi sarà proprio questa: un’avventura che deve essere anche la nostra avventura, di veri cercatori di Dio; un’avventura che dona vita e gioia (cfr Sal 69,33); i Magi sperimenteranno la gioia grande che li spingerà a tornare al loro paese immersi ormai in una vita altra, una vita illuminata da quell’incontro di Betlemme.

L’Epifania è pagina di luce perché manifesta il volto di un Dio che non è solo l’oggetto di una ricerca, come appare nel pur santo e lodevole progetto dei Magi, ma è un Dio che essi stessi scoprono essere disceso a cercare le loro vite, a cercare tutti gli uomini, ogni uomo. La ricerca dei Magi si incontra con una scelta preventiva di Dio che, possiamo dire, si era messo in viaggio molto prima di loro alla ricerca dell’Adam

I Magi si ritrovano al centro di una vicenda che vede, contrapposti da Matteo, due re: Erode ed il piccolo re dei Giudei nato a Betlemme. Tra i due, l’evangelista ci mostra una dinamica incredibile: Erode è un re potente e ben saldo sul trono che si è conquistato a forza di vessazioni sui poveri e sui più deboli, e a forza di accordi diplomatici con Roma che detiene la somma di tutti i poteri del mondo allora conosciuto; l’altro re è un neonato oscuro, difeso solo da genitori ordinari, deboli e soli in un mondo che appare tanto più grande e potente di loro. Eppure Erode ha paura di quel bambino, ha tanta paura da mettersi a macchinare per scoprire la sua identità ed arrivare ad ucciderlo … Ed ecco che Matteo pone così al centro del suo racconto questo re dei Giudei, bambino e quasi indifeso, e – ai due lati – la ricerca sincera e “costosa” dei Magi e la ricerca ipocrita e assassina di Erode. Il racconto di Matteo è davvero sorprendente anche per la tradizione biblica: giunge il Messia atteso ed è rifiutato da Israele, e cercato con amore e con doni dai lontani. Il Salmo 2 ci aveva detto che “le genti congiurano contro Dio e contro il suo Messia”, ma qui è il re Erode e con lui tutta Gerusalemme che congiurano contro il Messia.

Gesù è il Messia, è la stella di Davide in cui tutte le speranze si compiono, ma è apparso nel mondo, si è inserito nella storia con una gloria nascosta; la sua luce si mostrerà vincitrice, ma sempre sotto l’apparenza di una sconfitta. Già qui Gesù inizia a mostrarsi nello scandalo del rifiuto, che culminerà sulla croce. Non a caso Matteo parla di Gesù come re dei Giudei solo qui e poi nella passione, ove la sua regalità sarà richiamata nell’interrogatorio con Pilato, nel dileggio dei soldati che culmina nella coronazione di spine, e richiamata ancora come motivo della condanna scritto sulla croce: “Questo è il re dei Giudei” (cfr Mt 27, 11. 19. 37). La ricerca assassina di Erode giunge lì a termine, il re dei Giudei finalmente è stato trovato ed ucciso; da lì però scaturirà l’epifania definitiva della luce di Dio! Lì, come dirà con piena comprensione Giovanni nel suo Evangelo, si vedrà la sua gloria, gloria dell’amore fino all’estremo.

La debolezza di una simile epifania di Dio, da quella del bambino tra le braccia di sua madre a quella del crocefisso tra le braccia della croce, spaventa i potenti ma attrae chi cerca Dio, e sa che Dio non può essere trovato negli schemi mondani che gli uomini immaginano nei loro “deliri religiosi”.

I Magi non hanno paura del Messia debole, ne hanno sete; si lasciano guidare dalla stella, gioiscono di gioia grande quando individuano il luogo della sua residenza, e davanti a Lui aprono i loro tesori. I doni dei Magi sono rivelazione di qualcosa che è Gesù oppure di qualcosa che alberga nel cuore dei Magi stessi, degli uomini che cercano Dio e si scoprono con stupore da Lui cercati e amati? Forse tutte e due le cose: certo Gesù è re, e l’oro è il metallo dei re; certo Gesù è Dio, ed a Lui va l’adorazione di cui l’incenso è segno profumato; certo Gesù è re e Figlio di Dio, ma nella carne mortale che è fragilità, che significa cioè essere segnato dall’amarezza del morire di cui la mirra è richiamo. Di contro (o accanto!) però l’oro è segno di quella regalità dell’Adam che, re del creato, deve imparare a chinarsi davanti al Creatore; l’incenso è il segno della ricerca incessante di Dio da parte dell’uomo, una ricerca che lo spinge a bruciare il suo pensiero, il suo tempo, il suo desiderio perchè diventino profumo che sale a Dio; la mirra richiama l’uomo che è il terreno dell’incontro tra il Dio fatto uomo e l’uomo stesso, terreno su cui si potrà combattere la battaglia costosa per l’umanità dell’uomo, per quell’umanità che si potrà ottenere a pieno solo ricalcando l’umanità del Figlio di Dio.

I Magi sono uomini che crederanno a tutto questo mondo nuovo su cui l’Evangelo spalanca la comprensione, a cui l’Evangelo dà accesso…uomini straordinari, a noi carissimi: iniziano fidandosi di una stella, e terminano la loro avventura nelle pagine dell’Evangelo fidandosi di un sogno … Uomini meravigliosi perché liberi da ogni calcolo di buon senso; profeti di un’umanità radunata da ogni terra dalla luce del Messia.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia – Figli chiamati dall’Egitto

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

  –  Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23  –

  

Santa Famiglia, Caravaggio (Roma)

Riposo durante la fuga in Egitto, Caravaggio (Roma)

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione. La storia non è un’oasi di pace; la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.

E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie; siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia, ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti, segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede, e compie le opere della giustizia, dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!

Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!

La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.

Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce! Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza; da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, e una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre, per noi uomini, l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino, e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe, come già dicevamo domenica scorsa, è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (“Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”) e, stabilendosi a Nazareth, permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso. Nazareth ha la stessa radice di “neser”, che significa “germoglio” (“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse” – cfr Is 11,1; “Da sempre germoglio è il suo nome” – cfr Sal 72,17). A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.

L’Evangelo di oggi, mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe, ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo e continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre, ed il Messia sembrava un sogno impossibile, ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce, ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola! La salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo, Gesù, solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.

A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi, e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.

Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio, perché Lui è l’Emmanuele.

Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.

Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere, perché Dio compie ogni sua parola e promessa, e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e nel non-senso dell’odio del mondo.

Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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